Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • IL SACERDOTE FUGGITIVO ACCUSATO DI ABUSARE DI UN RAGAZZO DEVE AFFRONTARE UN PROCESSO

    IL SACERDOTE FUGGITIVO ACCUSATO DI ABUSARE DI UN RAGAZZO DEVE AFFRONTARE UN PROCESSO

    (The Associated Press) FILE – In questa foto del 29 novembre 2018, il sole tramonta su un cartello davanti all’Arcidiocesi di Santa Fe, uffici ad Albuquerque, NM Un sacerdote fuggito dagli Stati Uniti decenni fa affronta un processo federale con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzo del New Mexico nei primi anni ’90 in una base dell’Aeronautica e nel cimitero dei veterani. Arthur Perrault, un ex-pastore ad Albuquerque, è stato accusato di abuso sessuale aggravato e di altri conteggi. (AP Photo / Susan Montoya Bryan, File)

    Un prete catturato in Marocco dopo essere fuggito dagli Stati Uniti decenni fa sta affrontando un processo federale con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzo del New Mexico nei primi anni ’90 in una base dell’Aeronautica e nel cimitero dei veterani.

    Il processo per Arthur Perrault, 80 anni, inizierà lunedì a Santa Fe con la selezione della giuria. Si prevede che i procuratori chiamino decine di testimoni, tra cui un ex diacono, genitori ed ex militari che conoscevano Perrault all’inizio degli anni ’90.

    Le autorità federali hanno dichiarato nei documenti del tribunale che Perrault potrebbe aver avuto almeno otto altre vittime. Ma le accuse contro di lui riguardano solo un chierichetto di 11 anni.

    La chiesa inviò Perrault nel New Mexico negli anni ’60 per un trattamento in un centro per preti pedofili. È stato arrestato nel 2017 a Tangeri, dove le autorità dicono che aveva insegnato in una scuola di inglese per bambini.

    Il caso di Perrault segna un raro procedimento penale federale contro un ex prete cattolico nello stato in cui decine di vittime di abusi clericali hanno vinto oltre 50 milioni di dollari negli insediamenti dell’Arcidiocesi di Santa Fe, che ha presentato istanza di fallimento in seguito alle azioni legali.

    “È fantastico che sia finalmente ritenuto responsabile di quello che ha fatto”, ha detto Michael Perinult, Michael Norris, portavoce del gruppo Survivors Network of Those Abused by Priests. “Ma sono anche deluso dal fatto che alcuni dei vescovi che gli hanno permesso di essere trascinato in giro non vengano ritenuti responsabili”.

    Perrault è tornata negli Stati Uniti a settembre per affrontare accuse di abuso sessuale aggravato e di contatti sessuali violenti. Si è dichiarato non colpevole.

    I pubblici ministeri affermano di aver maltrattato il ragazzo nel 1991 e nel 1992 nella base aeronautica di Kirtland ad Albuquerque e nel cimitero nazionale di Santa Fe. Entrambi i siti sono proprietà militari che rientrano nella giurisdizione federale.

    L’avvocato dell’Arcidiocesi di Santa Fe e di Perrault non ha risposto alle richieste di commento. In risposta a una causa civile intentata contro di lui, Perrault ha dichiarato in una lettera del 2016 a un giudice del New Mexico che ha negato le accuse di abuso.

    Funzionari della Chiesa del Connecticut inviarono Perrault al centro di cura nella città di montagna isolata di Jemez Springs, a nord di Albuquerque, dopo essere stato accusato di aver toccato in modo inappropriato giovani maschi. La struttura era gestita dall’ordine religioso dei Servi del Paracleto.

    La struttura aveva trattato sacerdoti provenienti da tutto il paese per decenni, molti dei quali sono rimasti nel New Mexico dopo aver trascorso del tempo al centro.

    Nel 2016, l’Arcidiocesi di Santa Fe ha pubblicato un elenco di 74 membri del clero, tra cui Perrault, che era stato accusato in modo credibile di aver abusato sessualmente di bambini nel Nuovo Messico. L’elenco è stato reso pubblico dopo decenni di pressioni da parte delle vittime e dei loro familiari.

    Perrault si è trasferito ad Albuquerque per una cattedra nella scuola superiore St. Pio X su raccomandazione di uno psicologo sotto contratto con i Servi del Paracleto.

    I documenti del tribunale federale depositati a settembre contengono resoconti dei ragazzi inondati di Perrault con doni e pasti prima di abusare di loro.

    Ad Albuquerque era stato parroco nella parrocchia di Santa Bernadette e cappellano dell’Aeronautica. È scomparso nel 1992, pochi giorni prima che un avvocato intentasse due processi contro l’arcidiocesi, accusando Perrault di aver aggredito sessualmente sette bambini nella sua parrocchia.

    Da settembre, Perrault è rimasto sotto custodia nonostante le argomentazioni del suo avvocato che la sua salute è fragile e non può fuggire dal paese perché non ha passaporto, famiglia o mezzi di uscita.

  • Un vescovo ausiliare di New York accusato di abusi e rimosso dai suoi incarichi

    Un vescovo ausiliare di New York accusato di abusi e rimosso dai suoi incarichi

    Si tratta di monsignor John Jenik, per anni vicario nel Bronx. Lo rende noto l’arcidiocesi in una lettera del cardinale Dolan che reputa «credibili» gli elementi della denuncia

    Un vescovo ausiliare di New York, monsignor John Jenik, è stato accusato di abusi sessuali nei confronti di un adolescente e rimosso dai suoi incarichi pubblici. Lo ha annunciato la stessa Arcidiocesi di New York, attraverso il cardinale arcivescovo Timothy Dolan che ha inviato una lettera lo scorso 29 ottobre ai parrocchiani della parrocchia di Nostra Signora dei Rifugiati nel Bronx, dove il presule è stato parroco per decenni.

    Si tratta della prima denuncia contro monsignor Jenik, ha chiarito Dolan nella missiva («la lettera più difficile che ho dovuto scrivere nei 48 anni di sacerdozio», ha detto), in cui si legge: «Anche se le accuse risalgono a decenni fa, il Consiglio di Revisione dei laici ha concluso che gli elementi sono sufficienti per giudicarle credibili».

    Il caso è ora sotto la revisione della Santa Sede. Le accuse risalgono agli anni ’80 e sono state avanzate tramite l’Independent Reconciliation and Compensation Program (Ircp) dell’Arcidiocesi, organismo creato nel 2016 in seno alla chiesa newyorkese «per aiutare le vittime sopravvissute di abusi sessuali da parte di un vescovo, sacerdote o diacono ad ottenere un senso di risoluzione e guarigione per le sofferenze che hanno sopportato».

    Da parte sua il 74enne Jenik, nominato vescovo ausiliare da Dolan nel 2014, si dichiara innocente e nega ogni accusa. «Nutro il massimo rispetto sia per l’Ircp che per il Consiglio di Revisione dei laici, e so che portano un grande fardello nell’affrontare il male dell’abuso sessuale, tuttavia continuo a negare con fermezza che non ho mai abusato di qualcuno in qualsiasi momento», si legge in una lettera diffusa nei giorni scorsi.

    Ordinato sacerdote nel 1970 a New York, era stato il cardinale Edward Egan a nominare John Jenik nel 2006 come vicario del Bronx nord-occidentale. Nel 2014 Dolan lo ha poi nominato vescovo concedendogli di proseguire il suo incarico nella celebre e difficile zona della metropoli, il presule si è distinto nel corso degli anni per la lotta alla droga e alla criminalità e per la concessione di alloggi a prezzi accessibili. Insieme ad altri due ausiliari di New York, Jenik è stato il primo vescovo ad essere ordinato da Timothy Dolan dopo il suo arrivo nell’arcidiocesi nel 2009.

    Nella sua lettera ai parrocchiani, il cardinale ha esortato chiunque sia in possesso di informazioni riguardanti una cattiva condotta del vescovo a contattare il procuratore distrettuale del Bronx, così come il coordinatore per l’assistenza alle vittime dell’Arcidiocesi. «Preghiamo per tutti coloro che sono coinvolti in questo caso», si legge nel testo del porporato, «in particolare per la vittima sopravvissuta che ha avanzato l’accusa e per tutte le vittime di abusi, ovunque essi si siano verificati».

  • Cile, riunione dei vescovi sugli abusi. La Procura: 158 religiosi sotto indagine

    Cile, riunione dei vescovi sugli abusi. La Procura: 158 religiosi sotto indagine

    Pubblicato un report dell’Unità specializzata sulle violazioni di diritti umani. Dal 30 luglio al 3 agosto la plenaria straordinaria della Conferenza episcopale. La stampa locale riferisce di indagini a carico del cardinale Ezzati per presunti insabbiamenti

    Lo scandalo degli abusi sessuali sarà al centro dell’assemblea plenaria straordinaria che vedrà riunita la Conferenza episcopale del Cile da lunedì 30 luglio a venerdì 3 agosto. Lo ha annunciato il portavoce dei vescovi, il diacono Jaime Coiro, in una conferenza stampa alla quale è intervenuta anche Ana María Celis, membro del Consiglio nazionale per la prevenzione degli abusi ed esperta di diritto canonico, spiegando che l’episcopato proporrà, approfondirà e approverà delle decisioni al riguardo dei casi di pedofilia, alla luce anche delle nuove indiscrezioni.

    Proprio ieri la Procura nazionale cilena ha reso noti alcuni dati, «el primer catasto», risultato delle indagini condotte dalla sua Unità specializzata sulle violazioni di diritti umani, sulla violenza di genere e sui reati sessuali (Unidad especializada en Derechos humanos, violencia de género y delitos sexuales de la Fiscalía nacional). Secondo quanto riferito dal report – in cui per la prima volta sono coinvolti membri della Chiesa cattolica del Paese, in particolare sacerdoti – dal 1960 a oggi sono state svolte inchieste su 158 religiosi cattolici vincolati a 144 casi.

    Degli indagati 74 sono vescovi, sacerdoti e diaconi diocesani non appartenenti ad alcuna Congregazione; altri 65 vescovi, sacerdoti e diaconi invece fanno parte di specifici Istituti religiosi (come salesiani, gesuiti e maristi), dieci laici sono a carico della pastorale parrocchiale o impegnati in istituti scolastici, mentre per altri nove non è stato possibile chiarire il grado o la funzione. Vi sono inoltre dieci laici indagati e altri cinque casi che coinvolgono vescovi o superiori di Congregazioni religiose sotto inchiesta per aver insabbiato i crimini di abuso oppure per aver ostacolato la giustizia.

    Il rapporto della Procura identifica poi 267 vittime, tra queste 178 sono bambini e adolescenti, 31 adulti e altri 57 non è stato possibile precisare l’età della vittima al momento dei fatti, che riguardano casi antecedenti all’entrata in vigore della riforma del processo penale nel 2001.

    Restano aperte 34 indagini, riferisce inoltre il documento, mentre 104 sono ormai chiuse, di queste 23 sono terminate con una condanna e in un caso con un’assoluzione. In quattro casi – informa il sito Il Sismografo – si è deciso una sospensione condizionale del procedimento. In 43 casi la causa è stata chiusa per mancanza di antecedenti. In sei casi non ha avuto luogo nessuna indagine (i fatti non costituivano reato) e 21 casi sono stati rinviati alla giustizia penale vecchia poiché i fatti denunciati si sono registrati prima dell’entrata in vigore della riforma del processo penale.

    Tutti questi dati forniti dal pubblico ministero «ci chiamano a riflettere sulle cifre riguardanti le vittime», ha detto Jamie Coiro. «Abbiamo compreso che, al di là del numero, ognuna di queste persone ha dovuto vivere un processo estremamente doloroso; molte hanno dovuto parlare di quanto è successo più volte, in varie istanze e davanti a soggetti diversi. La tentazione sarebbe quella di soffermarci sul numero degli accusati, ma ciò che la Chiesa ci chiede oggi è di pensare alle vittime. Queste cifre fanno tremare ed è ciò che ci preoccupa di più».

    Nel frattempo la stampa cilena fa sapere che il cardinale e arcivescovo di Santiago del Cile, Ricado Ezzati, è indiziato per presunti occultamenti in alcune vicende di pedofilia, riguardanti membri del clero. Ad avviare le indagini, il Procuratore della regione di O’Higgins, Emiliano Arias. La conferma del pm è arrivata durante un’intervista su Radio T13. Le accuse a carico riguarderebbero due scandali di pedofilia nel Paese sudamericano, esplosi nel corso della sua reggenza: nel caso dell’ex cancelliere dell’Arcivescovado, padre Oscar Munoz Toledo, attualmente in carcere e nel caso della cosiddetta “Familia” nella città di Rancagua, un’organizzazione di sacerdoti che trafficava in attività omosessuali e pedofile in modo sistematico e programmato da qualche anno. La vicenda venne denunciata ai tribunali dal vescovo emerito Alejandro Goic, ex vicepresidente della Conferenza Episcopale del Cile. Secondo quanto dichiarato da Arias, le due vicende sarebbero sufficienti a configurare «il crimine di occultamento».

    http://www.lastampa.it/2018/07/24/vaticaninsider/cile-riunione-straordinaria-dei-vescovi-sugli-abusi-la-procura-religiosi-sotto-indagine-T6oZ09suPzQkC6555qQ1ZP/pagina.html

  • Filmavano bimbi in spiaggia e si scambiavano foto su Facebook: nella rete dei pedofili anche un diacono

    Filmavano bimbi in spiaggia e si scambiavano foto su Facebook: nella rete dei pedofili anche un diacono

    Attraverso Facebook scambiavano materiale pedopornografico, in alcuni casi prodotto sfruttando minori adescati su internet, ma anche con filmati amatoriali realizzati sulle spiagge. Una ‘retè di pedofili è stata scoperta e sgominata dagli investigatori del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Firenze che hanno arrestato 2 persone e denunciato altre 12 uomini tra cui un aspirante diacono, pensionati, disoccupati, un agente finanziario, un barista, un dipendente di un’Asl, uno studente e un detenuto in carcere per reati della stessa indole.

    La ‘retè di pedofili è stata ricostruita dagli investigatori del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Firenze che ha portato a termine nei giorni scorsi un’operazione di contrasto al fenomeno della pedopornografia online con gli arresti e le denunce: tutti sono accusati di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, e, in alcuni casi, della produzione del materiale utilizzando gli stessi minori vittime di adescamento sul web. L’attività, diretta dalla Procura di Firenze, che ha coinvolto altre provincie sul territorio nazionale, è stata coordinata dal Centro Nazionale per il Contrasto della Pedoponografia Online del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma con il supporto di altri Compartimenti della Specialità.

    Tutto ha avuto inizio da una segnalazione del National Center for Missing Exploited Children (Ncmec), organizzazione non governativa statunitense, inerente alla diffusione di materiale pedopornografico in particolare a mezzo del social network Facebook. Attraverso una complessa e preliminare attività specialistica, gli investigatori del Compartimento di Firenze sono riusciti a dare un nome a chi si nascondeva dietro gli id di Facebook e i protocolli internet: pensionati, disoccupati, uno studente, un agente di attività finanziaria, un dipendente di un’azienda ospedaliera, un dipendente di un bar, un detenuto (in carcere per reati della stessa indole) e persino un aspirante diacono (non in regione Toscana – con ordinazione che sarebbe intervenuta di lì a pochi giorni), oltre a tre vittime tra i 13 e i 17 anni. Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Umbria, Sicilia sono le zone interessate dalle perquisizioni disposte dall’autorità giudiziaria ma il regista principale era proprio un 48enne residente nell’area del capoluogo toscano, arrestato in flagranza. L’uomo deteneva anche filmati amatoriali di minori ripresi a loro insaputa sulle spiagge del litorale toscano.

    La preview effettuata su un centinaio di personal computer, smartphone, tablet e supporti di memoria esterni sequestrati ai vari soggetti hanno immediatamente confermato la ricostruzione degli investigatori fiorentini e consentito di acquisire alcune migliaia di immagini e filmati illeciti. Sono al vaglio degli inquirenti alcune posizioni di soggetti stranieri titolari di profili Facebook, facenti parte del gruppo, che verranno comunicati tramite i canali di cooperazione internazionale agli investigatori di altri Paesi.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pedopornografia_internet_facebook_minori-3840109.html

  • Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

    di Giorgio Gandola

    “Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

    Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

    Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

    Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

    Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

    L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

    (trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

  • Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Prete alla sbarra per abusi. Chi mente tra la diocesi e l’arcivescovo di Milano?

    Processo imbarazzante: monsignor Delpini confessa al pm di aver trasferito il sacerdote accusato. Ma la sua curia nega.

    di Giorgio Gandola

    Un ragazzino invitato a dormire in casa del prete. Un diacono che lo abbraccia nel lettone “per non farlo cadere”. Una famiglia disperata e due alti prelati che decidono di non denunciare, ma di allontanare il pastore che sbaglia sperando di stemperare lo scandalo. Sarebbe una grigia e deprimente storia simile a tante altre dall’Australia al Canada passando per Catania, Locri, Treviso e Solza (Bergamo), se non fosse per due dettagli: gli alti prelati dono l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada. E i loro nomi aleggeranno questa mattina nell’aula della quinta sezione penale di Palazzo di giustizia a Milano, dove di tiene il processo per violenza sessuale su minori.

    La torbida vicenda si sviluppa nel dicembre 2011 a Rozzano, paesone alla periferia del capoluogo lombardo, quando don Mauro Galli (che all’epoca dei fatti ha 33 anni) chiede ai genitori di un ragazzo di 15 anni di mandarlo a dormire a casa sua, con un gruppo di adolescenti, per due impegni ravvicinati di preghiera, la sera e la mattina successiva in preparazione del Natale. La famiglia non ha niente in contrario perché non sa che, quella notte in casa del diacono, il figlio sarà l’unico ospite. La mattina successiva il ragazzino va a scuola e gli insegnanti che lo incontrano lo definiscono “in stato di shock”. Così chiamano la madre, che ne constata le condizioni, lo ascolta e si precipita nella parrocchia di Sant’Ambrogio a denunciare il fatto al parroco, don Carlo Mantegazza, e al coadiutore responsabile degli oratori, don Alberto Rivolta. Per tre anni la famiglia chiede giustizia alla chiesa con lettere e incontri e solo nel 2014 decide di denunciare il fatto all’autorità giudiziaria. Quando, come spiega l’avvocato Fulvio Gaballo del foro di Milano, “si rende conto che la gerarchia ecclesiastica, alla quale si è rivolta per tre anni, non dà nessun aiuto e nessuna garanzia di intervento”.

    Dalla ricostruzione della polizia giudiziaria contenuta negli atti del processo si scopre che immediatamente dopo la vicenda il parroco don Mantegazza e il coadiutore don Rivolta informano monsignor Delpini, allora vicario di zona, e monsignor Tremolada, ancora collaboratore per la Formazione permanente del clero. Quattro giorni dopo l’accaduto il futuro arcivescovo di Milano si precipita a Rozzano per approfondire l’imbarazzante storia. Ricostruisce così davanti agli investigatori: “Don Mantegazza mi aveva detto al telefono che un ragazzo aveva trascorso la notte a casa di don Mauro Galli. E aveva aggiunto che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte. Io sono quindi andato a Rozzano e ho convocato don Mauro per chiedergli la sua versione dei fatti. Lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari, perché quella notte non voleva dormire a casa dei genitori”. Poi aggiunge: “Ha peraltro ammesso di avere dormito con il ragazzo quella notte, di avere tenuto una condotta imprudente”.

    Per la Procura è difficile credere alla buona fede dell’allora diacono, perché nel suo appartamento ci sono altri due letti, uno in camera degli ospiti e un divano adattabile in soggiorno. Insomma, alternative al lettone ne aveva. In una dichiarazione giurata il responsabile degli oratori di zona, don Rivolta, spiega: “Ricordo che don Mauro mi confidò che nella notte il ragazzo probabilmente aveva avuto un incubo e che lui, per non farlo cadere, l’aveva preso per il pigiama cingendolo dal petto”.

    Lo scenario è ben chiaro agli occhi di monsignor Delpini, che torna da Rozzano e decide di trasferire don Mauro per questioni di opportunità. Non di stilare un rapporto perché venga avviata dalla Diocesi un’indagine previa, come previsto dal diritto canonico, da un documento specifico emanato dalla Cei e come fortemente richiesto dal Vaticano in questi anni difficili. L’indagine previa sarà aperta solo nel gennaio 2015, tre anni dopo, a scandalo scoperchiato dalla polizia. E con i due presunti controllori già nel cuore del Papa per la promozione a vescovi.

    Quel che più sorprende nel riavvolgere il filo è la destinazione di don Mauro, che stamane viene interrogato in aula dal pm e dall’avvocato della famiglia. Nel marzo 2012 il prete è nominato vicario parrocchiale in San Pietro a Legnano e incaricato della pastorale giovanile di altre tre parrocchie vicine. In pratica rimane a contatto con i minori. E non si occupa di due oratori come a Rozzano, ma di quattro. Questo dopo soli 24 giorni di accompagnamento psicologico e di colloqui spirituali. Un periodo propedeutico alla scelta, che monsignor Tremolada definisce “ben ponderata e oculata”. La destinazione viene decisa da monsignor Delpini, che durante le indagini preliminari dichiara: “Ho deciso di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Da lì, a fine 2012, l’accusato passa alla Cappellania ospedaliera di Santa Maria Annunciata in Niguarda a Milano e infine in un istituto religioso a Roma abitato solo da adulti, dove ora attende gli sviluppi del procedimento canonico per presunti abusi sessuali su minori.

    L’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano è nettamente più avanti e una volta aperto il fascicolo (nel 2014), don Mauro Galli viene messo sotto intercettazione telefonica. In una conversazione rivela a una terza persona che “monsignor Delpini mi ha detto che dobbiamo stare molto attenti, dobbiamo stare attentissimi”. In quei giorni non aveva ancora ricevuto l’avviso di garanzia.

    La diocesi di Milano ha provato a fare luce sulla complessa storia con uno scritto diffuso dopo l’udienza del 12 dicembre scorso e pubblicato in fotocopia dai media, dal titolo “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti”, che in realtà ha ottenuto il risultato di raddoppiare l’imbarazzo del mondo curiale. Secondo il comunicato – che risponde a un articolo del Giornale, unico quotidiano fin lì a seguire le vicende processuali – cinque sono le obiezioni.

    1. Nel 2011 nessuno aveva ancora evocato la parola abuso (ma sappiamo che fu Mantegazza a pronunciarla subito con il futuro arcivescovo e fu al centro degli incontri con i genitori).
    2. In quel periodo si sapeva solo che don Mauro aveva ospitato il ragazzo (ma don Mantegazza  ha rivelato alla polizia “la sera stessa don Mauro mi disse cosa era accaduto e la sua versione coincideva con quella dei genitori del giovane”).
    3. Don Mauro viene trasferito da Rozzano con un provvedimento firmato dal vicario generale monsignor Carlo Redaelli (ma durante l’indagine preliminare monsignor Delpini spiega: “Il trasferimento fu deciso da me in persona. Sostanzialmente ho deciso io”).
    4. Si è operato nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane (ma l’indagine previa, alla quale è obbligato un vescovo – allora era Angelo Scola – deve procedere ogniqualvolta si abbia notizia, almeno probabile, di delitti. E fra questi ci sono i possibili abusi sessuali).
    5. La diocesi ha collaborato alle indagini (ma don Mauro intercettato dice di essere stato avvertito – “dobbiamo stare attentissimi” – prima della notizia dell’avviso di garanzia).

    Insomma, un pasticcio davanti al quale il lettore ha il diritto di porre il più semplice dei quesiti: avrebbe mentito l’arcidiocesi nell’intento di difendere legittimamente l’istituzione o monsignor Delpini all’autorità giudiziaria (molto improbabile)? La vicenda avrà oggi un passaggio decisivo, ma nessun alto prelato sarà in tribunale perché la famiglia del ragazzo ha ritirato la costituzione di parte civile nei confronti della diocesi e della parrocchia di Rozzano, a fronte d’un risarcimento di 100.000 euro più 50.000 euro di spese sostenute in questi anni. Don Mauro Galli alla questura aveva sostenuto di essere nullatenente.

    Rimane fuori dall’aula, ma dentro le coscienze di ciascuno, anche il motu proprio Come una madre amorevole: “Il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi. Ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto con la presente lettera intendo precisare che tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili, previsti dal motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI”. Firmato papa Francesco.

    (LaVerità 8 marzo 2018)

  • I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    Otto anni di ansie e speranze senza però ricevere nessuna risposta.

    di Francesco Zanardi

    Una vicenda che ricorda molto un altro caso denunciato dalla Rete L’ABUSO, quello di Diego Esposito, nel quale vedremo, cambia il nome del sacerdote accusato – in questo caso non più Silverio Mura ma Maurizio Palmieri – cambia la presunta vittima – in questo caso non più un alunno di catechismo ma un seminarista del Seminario di Aversa all’epoca 15enne – ma chi gestirà il caso per mandato della C.D.F. sarà sempre lui, monsignor Lucio Lemmo.

    I fatti risalirebbero al 1995 e sarebbero avvenuti nel Seminario di Aversa per mano dell’allora Diacono ed animatore, don Maurizio Palmieri.

    Nella querela depositata dalla presunta vittima presso la Procura della Repubblica di Napoli, si legge che, oltre agli abusi, il Palmieri avrebbe in qualche modo zittito la presunta vittima, con la costante minaccia di “cacciarmi dal seminario e di non aiutarmi più negli studi”, talvolta offrendogli “anche dei soldi in busta chiusa”, “mi costringeva ad aver rapporti sessuali reiterati con lui”.

    La querela, dalla quale abbiamo estratto solo due essenziali passaggi, è del 2016 ed è purtroppo l’ennesima testimonianza dell’immobilità dei tribunali canonici di fronte alle denunce che le vittime inviano alla Santa Sede, immobilità che spesso, anche se non è questo il caso, aiuta la chiesa a far raggiungere alla vittima i termini di prescrizione, momento in cui il reato non è più procedibile penalmente.

    Purtroppo per un cattolico, la denuncia all’autorità civile è quasi sempre, per non dire unicamente, l’ultimo passaggio dettato a quel punto dal desiderio di giustizia: quella negata alle vittime dalla Santa Sede.

    La presunta vittima, infatti, tramite il suo avvocato scrive alla Santa Sede denunciando i presunti abusi nel settembre del 2010. Poco tempo dopo a rispondere è Luis Francisco Ladaria, oggi Prefetto della C.D.F. e all’epoca Segretario, il quale comunica che “ha delegato, per lo svolgimento delle opportune indagini, S.E. Mons. Lucio Lemmo”.

    Come per Diego Esposito, passano gli anni ma non arriva alcuna risposta dalla chiesa fino a che, dopo l’elezione di papa Francesco, e della campagna mediatica di “tolleranza zero” che lo ha seguito, la vittima decide di fare un nuovo tentativo, questa volta scrivendo direttamente al Pontefice.

    Nessuna risposta.

    Questa è l’ennesima testimonianza della giustizia negata alle vittime, anche nel pontificato di Francesco, fatta di proclami e di tanta “tolleranza” per i crimini, “zero” per le vittime, condannate dalla chiesa come nei Gironi Danteschi a vagare dannate per l’eternità, in cerca di giustizia.

    Zanardi

  • Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

    Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

    Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

    L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

    Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

    Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

    Echi di una visita difficile  

    Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

    In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

    La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

    Il vescovo Juan Barros  

    Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

    Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

     http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html
  • Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

    Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

    Gli accertamenti sul caso denunciato dal 34enne Giorgio Babicz al vaglio degli inquirenti

    «Le indagini sono a buon punto». Così il procuratore capo di Isernia in merito all’inchiesta sul presunto caso di pedofilia che ruota attorno alla denuncia di Giorgio Babicz, il 34enne polacco che ha vissuto in una casa canonica della provincia di Isernia dai 12 ai 17 anni di età.

    Paolo Albano nel merito mantiene il più stretto riserbo: «La materia è molto delicata», spiega a Primo Piano Molise, non rivelando i dettagli degli accertamenti che ormai sono in corso da settimane. Dei tre ecclesiastici coinvolti, risulta indagato solamente il prete che per anni ha avuto la tutela del 34enne da cui oggi è accusato. Non sono nella stessa posizione l’altro sacerdote e il diacono che pure sono stati tirati in ballo, ovvero coloro a cui Babicz si sarebbe rivolto all’epoca dei fatti per chiedere aiuto. Nell’esposto depositato ormai qualche mese fa, l’avvocato della presunta vittima di molestie da parte del sacerdote, parla anche di testimonianze a supporto della tesi del ragazzo.

    È ipotizzabile quindi che Albano abbia previsto l’audizione delle persone che sono state citate per risalire a quanto sarebbe avvenuto più di 17 anni fa in un paesino del territorio pentro. Un lavoro affatto semplice considerando, appunto, il periodo che è intercorso dalla presunta violenza subita da Babicz e la denuncia resa pubblica da lui stesso attraverso i social network e i media. Proprio in queste ore il procuratore ha incontrato il vescovo della diocesi di Isernia, monsignor Camillo Cibotti, per fare il punto della situazione. Sul caso, infatti, è in corso anche un’inchiesta interna alla Curia e, come Cibotti stesso ha chiarito più volte, si sta procedendo con la riservatezza dovuta, tenendo conto che l’obiettivo è quello di arrivare alla verità.

    Il vescovo sta tenendo a conoscenza dell’intera comunità sacerdotale i passi che si stanno compiendo e dopodomani, giovedì primo febbraio, dalle 19,30 alle 20,30 presiederà l’Adorazione Eucaristica in Cattedrale. Sarà un momento di preghiera a cui parteciperanno tutti i religiosi e le religiose della Diocesi, così come espressamente richiesto da Cibotti. In un momento particolare come quello che si sta vivendo, il prelato vuole evidentemente che il mondo della Chiesa si stringa per affrontare questa situazione.
    Intanto l’eco mediatica sulla vicenda non accenna placarsi. Testate giornalistiche nazionali si stanno interessando al caso e sono diverse le interviste rilasciate dalla presunta vittima che, in linea con quanto dichiarato a Primo Piano, vuole avere giustizia e ‘punizioni’ per i religiosi coinvolti. Jan Mazurkiewicz

    Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

  • “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    “Don M., ricordi quando mi masturbavi tra i cani?” ma il prete serve ancora messa a Isernia

    Un presunto caso di pedofilia vedrebbe coinvolti a vario titolo tre sacerdoti e un diacono della diocesi di Isernia. La denuncia è partita da Giorgio, che afferma di aver subito gli abusi sessuali quando era solo un bambino prima in Polonia e poi in Italia. La Procura di Isernia ha aperto un’inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche le autorità ecclesiastiche sono state informate ma finora nessun provvedimento è stato preso contro gli accusati.

    “Don M., ti ricordi quando mi facevi dormire coi tuoi cani e ti masturbavi quando si avvicinavano a me? Spero che tu abbia migliorato il tuo rapporto con gli animali, oltre che coi minorenni”. Parole dure come pietre quelle scritte da Giorgio, un uomo di 34 anni, che ha trovato la forza di denunciare l’inferno vissuto da piccolo.

    Giorgio è nato a Lublino, in Polonia, da una famiglia problematica: il padre alcolizzato, violento, quasi assente. E’ solo un bambino quando viene avvicinato da Don M., un sacerdote polacco che comincia a ricoprirlo di attenzioni. Un interesse che nasconde ben altro e a dodici anni cominciano i primi abusi. Dopo poco il prete arriva in Italia, nella diocesi di Isernia, da dove continua a mantenere i contatti con il bambino. Grazie alla fiducia riposta dalla famiglia, il sacerdote riesce a portarlo con sé. In un primo momento per brevi soggiorni vacanza in estate ma, dopo aver ottenuto l’affidamento di Giorgio, Don M lo porta a vivere nella sua parrocchia in Molise.

    Tra le mura ecclesiastiche le sopraffazioni continuano, anzi, si moltiplicano. Le punizioni sono al limite del sadismo e il ragazzo è costretto a dormire con i cani, segregato per giorni senza poter uscire dalla parrocchia. Giorgio riesce comunque ad integrarsi: va a scuola e comincia a confidarsi con amici e con altri tre parroci vicini a Don M. Tra questi c’è un esorcista che, invece di fermare l’aguzzino, prova a convincere l’adolescente che gli abusi sono una visione del demonio. Non solo, un altro dei sacerdoti gli avrebbe offerto del denaro per mantenere relazioni sessuali. Già maggiorenne, Giorgio decide di trasferirsi nel nord Italia, cercando di seppellire dietro di sé gli orribili ricordi dei maltrattamenti subiti. Dopo anni di cure capisce che deve togliersi questo peso e contatta l’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura”, impegnato nella difesa delle vittime degli abusi sessuali.

    A raccontare a Fanpage.it la storia di Giorgio è stato proprio il suo legale che, di fronte alla gravità dei fatti, ha presentato una denuncia alla Procura di Isernia. Cavaliere a giugno dell’anno scorso ha informato anche le autorità ecclesiastiche ma, come ci tiene a sottolineare, da allora nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei tre parroci e del diacono che sarebbero coinvolti negli abusi. “Il nostro atto d’accusa – ha ribadito il legale – è rivolto alle curie di Lublino, in Polonia, e di Isernia che non hanno fatto nulla. Da loro ci aspettiamo un segnale che non è ancora giunto”. Il prete accusato degli abusi e gli altri tre prelati continuano ad indossare l’abito talare in altre parrocchie sempre della stessa diocesi in cui si sarebbero consumate le violenze e – come rimarca Cavaliere – sempre a contatto con i bambini.

    Ma se la curia tace, la magistratura è al lavoro. Il procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha assicurato che gli inquirenti sono al lavoro per far completa luce sulla vicenda. “Non rimaniamo di certo inerti di fronte ad una denuncia per pedofilia”, ha dichiarato il magistrato. “La denuncia c’è ed è stata presentata parecchi mesi fa”. Per il resto bocche cucite e nessun altro particolare è emerso dalle indagini. “Abbiamo analizzato la denuncia e crediamo occorra mantenere il massimo riserbo e segretezza vista l’estrema delicatezza della materia”, il commento di Albano.

    Il vescovo di Isernia ai primi di gennaio ha ammesso che anche la diocesi sta accertando eventuali responsabilità dei membri della Chiesa. A Giorgio e al suo avvocato non basta e sono intenzionati ad andare fino in fondo. “Alle Diocesi di Isernia, Pescara, Lublino. Vi diamo 10 giorni. I 10 giorni per rimuovere don M., che abusò di me dalla parrocchia con cui è a contatto coi bambini; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia nella diocesi di Pescara don R., che mi chiese sesso a pagamento; 10 giorni per rimuovere dalla sua parrocchia l’esorcista don G., che mi disse che i miei abusi erano frutto del demonio; 10 giorni per rimuovere dalla parrocchia don E., che ancora dice di distinguere notizie vere e false e non ci ha mai detto quello che sapeva. Poi faremo nomi e cognomi.” E’ l’ultimatum lanciato da Giorgio alle autorità ecclesiastiche.

    Mancano pochi giorni alla scadenza del aut aut e l’avvocato Cavaliere, raggiunto al telefono da Fanpage.it, sta valutando con il suo assistito il momento per rivelare l’identità dei sacerdoti coinvolti nel presunto scandalo di pedofilia. “Non chiedo risarcimenti o vendetta”, scrive Giorgio su Facebook. “Vorrei soltanto che le persone aprissero gli occhi per poter evitare la mia stessa esperienza ad un altro ragazzino”.

    https://www.fanpage.it/don-m-ricordi-quando-mi-masturbavi-tra-i-cani-ma-il-prete-serve-ancora-messa-a-isernia/