Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Di Francesco Zanardi

    Facendo qualche riflessione, con un pizzico di meritata ironia voglio commentare quanto pubblicato sul sito CHIESADIMILANO.IT , in un articolo titolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”, nel quale la diocesi milanese dà una sua versione della vicenda che vede imputato con l’accusa di abuso di minore don Mauro Galli, un giovane sacerdote della diocesi che nel 2011 avrebbe abusato di un parrocchiano all’epoca dei fatti minorenne.

    Secondo “la verità dei fatti” esposti dalla Chiesa di Milano che, va detto, in questi mesi non ha mai replicato a un solo comunicato ufficiale della Rete L’ABUSO, si propone di fare chiarezza sull’articolo pubblicato da un quotidiano che non cita, probabilmente IL GIORNALE uscito per primo sul caso Galli e che a differenza di altri si è preoccupato di recarsi al processo e interpellare anche la presunta vittima.

    Secondo CHIESADIMILANO.IT “L’articolo in questione omette dei fatti fondamentali per comprendere correttamente la vicenda. Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda.  E infatti solo nel luglio 2014 il legale della presunta vittima ha presentato la denuncia querela.”

    Di qui ne deducono che: “Quindi né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato.”

    Va detto che dopo tre anni di incontri e di denunce ben documentate dai nostri assistiti ma inascoltate dalla diocesi alla quale la presunta vittima e la famiglia da bravi cattolici si erano affidati, delusi, si rivolgono all’Autorità Giudiziaria ed è proprio da quei verbali che monsignor Mario Delpini in persona smentisce quanto scritto da CHIESADIMILANO.IT.

    Nella deposizione, alla domanda: “conosce don Mauro Galli ?” monsignor Delpini risponde: “si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda. IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro ”.

    Ma la “verità dei fatti” secondo CHIESADIMILANO.IT continua perché poco più avanti, nel medesimo articolo nel quale sembrerebbe che nessuno avesse neppure immaginato lontanamente l’ipotesi di un abuso, si legge non solo che “nell’immediatezza dei fatti il sacerdote viene anzitutto affidato a uno psicologo affinché inizi (come è poi accaduto e in via cautelativa) un percorso che lo aiuti a ricostruire e comprendere la natura e la verità del gesto gravemente imprudente accaduto” ma che lo stesso “Con il trasferimento a Legnano don Mauro viene affidato in modo particolare a due sacerdoti per un accompagnamento personale”, ma dimenticano di dire che, naturalmente ai fini cautelativi, viene assegnato alla pastorale giovanile (sic).

    Vien quasi da dire povero don Mauro, solo per aver dormito in un letto matrimoniale con un ragazzo è finito dallo psicologo… Chissà se in via cautelativa a Legnano gli hanno dato un letto singolo…

    Ma non è finita, continuando a leggere “Non a caso la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché.”

    Ma come? Poco sopra, nell’esposizione scrivono che “Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012, firmato dall’allora Vicario Generale della Diocesi monsignor Carlo Redaelli” e adesso invece parlano del 2013 ?

    …Passando alle altre testate, pressappoco simile a quello di CHIESADIMILANO.IT quanto riporta il giornale dei vescovi, Avvenire.

    Pope Francis speaks with Italian journalist Andrea Tornielli aboard his flight from Rome to Havana in this Sept. 19, 2015, file photo. Tornielli conducted an interview with the pope on the topic of mercy. The interview is contained in a new book titled, “The Name of God Is Mercy.” (CNS photo/Paul Haring) See POPE-MERCY-INTERVIEW Jan. 11, 2016.

    Più interessante invece la ricostruzione di Andrea Tornielli, per Vatican Insider, nel corpo ripresa con tutte le inesattezze di CHIESADIMILANO.IT ma alla quale si aggiunge un passaggio davvero originale che viene attribuito all’udienza dello scorso 12 dicembre.

    Secondo il giornalista che non era presente, “Al processo è emerso che erano rimasti abbracciati. Ma sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso e cioè che il prete avesse tentato un approccio sessuale molestando il ragazzo”.

    Ero personalmente presente in aula lo scorso martedì e quello che è emerso è ben diverso, l’accusato, dopo aver abbracciato e palpeggiato il minore nelle parti intime, avrebbe tentato di penetrarlo senza però riuscirvi.

    Durante l’udienza è stato più volte ribadito dai vari testi che fin da subito (dicembre 2011, gennaio 2012) il ragazzino era riuscito a dire che don Mauro lo abbracciava “da dietro”, sentiva il suo respiro sul collo, sentiva i suoi piedi che lo toccavano e che lui era paralizzato e non riusciva a muoversi. È stato ribadito che la mattina successiva ai fatti il ragazzo era in stato di shock e la scuola dovette chiamare sul posto di lavoro la madre perché andasse a prenderlo. È stato detto che nei giorni successivi a quella notte il ragazzino stava malissimo, si chiudeva spesso in bagno al buio, urlava, non era possibile avvicinarlo fisicamente, nemmeno la ragazzina che aveva allora poteva più abbracciarlo o avvicinarsi a lui. Difficile dire che “sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso”. Concordavano cosa?

    Sarebbe interessante sapere chi ha fornito quella dichiarazione a Vatican Insider, soprattutto il perché.

    Sempre nella ricostruzione di Andrea Tornielli: “Dopo ulteriore riflessione l’autorità diocesana decide successivi spostamenti, attribuibili  a monsignor Mario Delpini ..… il 31 ottobre 2012, don Mauro Galli viene prima destinato alla cura pastorale della Cappella ospedaliera in Niguarda – deliberatamente lontano dal contatto con i minori”

    Cosa si può intendere per “ulteriore riflessione”? Durante l’udienza è emerso che vi sono stati due incontri tra i familiari del ragazzino, un sacerdote della Parrocchia di Rozzano, e i vertici della Diocesi (il primo con mons. Pierantonio Tremolada e il secondo con mons. Mario Delpini: AGOSTO E SETTEMBRE 2012) al termine del quale mons. Delpini avrebbe dichiarato (ma è agli atti la documentazione) che non aveva fino ad allora compreso la gravità della situazione, nonostante la smentita del sacerdote della Parrocchia. Dunque nel 2012 sposta il don Galli a Niguarda, lontano dai minori, ma NON AVVIA ANCORA L’INDAGINE PREVIA come previsto dalle Linee Guida della Cei, anche in presenza di un presunto abuso.

    Altro particolare che emerge da entrambe gli articoli e che potrebbe aver persino violato l’accordo della riservatezza al quale ambo le parti sono vincolate, è la notizia che sarebbe stato don Mauro Galli a indennizzare la vittima e i suoi familiari escludendo la diocesi e la parrocchia, un particolare che in aula non è emerso in quanto la Corte, con prudenza, si è limitata a chiedere se ci fosse stato un accordo e la sola cifra, senza andare oltre.

    Certo suona un po strano, nei verbali don Mauro si dichiara nullatenente, dove avrà mai preso quei soldi?

    Forse è anche questa una delle tante imprecisioni di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”.

    Zanardi


    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

  • Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

    Le menzogne della diocesi di Milano sul caso che coinvolge monsignor Mario Delpini

    Teste Mario Delpini

    DOMANDA: conosce don Mauro Galli ?

    RISPOSTA: si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda.

    IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli ”.

    Questo è quanto dichiarato sotto giuramento il  24 ottobre 2014 dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini interrogato presso gli uffici della Questura di Milano, una dichiarazione piuttosto discordante con le gravi inesattezze riportate ieri sul sito della Chiesa di Milano e poi riprese Avvenire.

    Gli articoli precisano che il termine “Abuso” a quell’epoca era ben lontano da essere ipotizzato, “non si è mai usata tale parola fino al 2014 quando viene data una versione diversa…”

    Delpini ancora una volta ci viene in soccorso offrendo la verità autentica che lo riguarda chiarendoci ogni dubbio interpretativo e riferisce sempre alla polizia: ”…Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro…”

    Dunque una persona AUTOREVOLE come il PARROCO parla subito nel 2011 a Delpini e il Vescovo immediatamente va a Rozzano, nel 2011 non nel 2014 come erroneamente riportato sul sito della Chiesa di Milano e su Avvenire.

    Delpini precisa cosa gli riferisce direttamente don Mauro (l’imputato): “…lui mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà familiari perché non voleva dormire quella notte a casa dei genitori…” “Ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…” che è bene ricordare che all’epoca dei fatti aveva 15 anni.

    L’articolo precisa giustamente che don Galli aveva chiesto preventivamente il consenso dei genitori, omettendo tuttavia che agli stessi non era stato specificato che sarebbe stato l’unico ragazzo a dormire in parrocchia tra tutti gli adolescenti che avevano le confessioni quella sera. Il consenso è stato accordato ben due giorni prima. Come poteva dunque il Galli immaginare che proprio due giorni dopo il ragazzo avrebbe manifestato l’intenzione di non tornare a casa a dormire? Inoltre, come mai don Mauro non si è preoccupato di predisporre la sistemazione nella stanza degli ospiti, presente nel suo appartamento, ma ha portato il ragazzo nel proprio letto matrimoniale?

    Ancora una volta Delpini afferma sotto giuramento: “…Ho deciso quindi di trasferire Don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano…”
    La polizia gli pone questa precisa domanda: “Monsignore, Lei era consapevole che Don Mauro GALLI nella parrocchia di Legnano si occupava di Pastorale Giovanile?” 

    Risposta: “si certo, ne ero a conoscenza…” 

    Milano, 25 marzo 2017.
    Papa Francesco visita la diocesi di Milano.
    Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola

    Quindi il parroco parla a Delpini che decide il trasferimento senza avviare nessuna indagine canonica come viceversa descritto dalle linee guida della CEI per questi specifici casi.

    Il motivo per cui la denuncia all’autorità civile sia stata fatta solamente il 29 luglio 2014 è riconducibile al fatto che la presunta vittima e i familiari, nel 2011, da buoni cattolici si sono rivolti con fiducia alla diocesi anziché alla polizia, diocesi che dopo aver promesso rigore, li ha di fatto presi in giro spostando ben due volte il sacerdote, prima a Legnano, poi al Niguarda e successivamente a Roma, o almeno, questo è quanto la diocesi ha fatto credere alla presunta vittima, perché nei fatti, in quel periodo don Mauro Galli si scoprì non essere a Roma, ma bensì sempre a Milano dove la notte del 25 luglio 2014 salvò un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale San Giuseppe (dove don Mauro esercitava al momento) salendo all’onore della cronaca .

    Solo a questo punto, tre giorni dopo l’ennesima presa in giro, la presunta vittima e familiari data la poca serietà dimostrata fino a questo punto dalla diocesi, hanno deciso di affidarsi alla giustizia civile e così il 29 luglio 2014 sporgono formale querela.

    Certo, a questo punto sarebbe utile anche motivare il perché prima dell’inizio del procedimento penale a carico di don Mauro Galli, come emerso nell’udienza del 12 c.m. qualcuno abbia proposto – al fine di far ritirare alla presunta vittima e ai familiari la costituzione di parte civile che chiedeva si ravvisassero anche le responsabilità della diocesi e della parrocchia di Rozzano – un indennizzo alla presunta vittima.

    Forse un gesto caritatevole? Personalmente ho dei dubbi.

    Resta a questo punto superfluo commentare quanto è agli atti del processo anche se sorge una domanda: chi sta mentendo?

    Forse l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, (che se così fosse avrebbe dichiarato il falso anche sotto giuramento), oppure le inesattezze vanno accreditate ad una disonestà intellettuale che ha come unico fine quello di giustificare il comportamento “da manuale e sistematico” che la chiesa vuol far credere di aver abbandonato?

    Comunicato congiunto con i nostri assistiti.

    Francesco Zanardi

    Presidente – Rete L’ABUSO

  • Montreal: preti sotto sorveglianza

    Montreal: preti sotto sorveglianza

    La diocesi di Montreal ha scelto di sperimentare una forma piuttosto severa e prolungata di sorveglianza sui preti e sui laici impegnati nella vita e nelle attività ecclesiali in ordine alla tutela delle persone maggiormente vulnerabili rispetto a episodi di violenza fisica o psicologica (minori, malati, anziani).

    Alla norma che non consente a nessun prete o laico, membro a qualsiasi titolo del personale di una parrocchia, di isolarsi con un minore senza essere sotto «lo sguardo di un altro adulto» (che può comportare anche la sorveglianza di un adulto nel momento della confessione), al divieto di fotografare un minore o una persona vulnerabile con il proprio cellulare o macchina fotografica e di scambiare con lui comunicazioni (telefonate, sms, email…) al di fuori del quadro delle attività parrocchiali, si aggiunge ora – per tutte le posizioni giudicate «ad alto rischio» (parroco, cappellano, diacono, responsabile del coro ecc.) – la richiesta di fornire le impronte digitali alla polizia e la verifica dei precedenti giudiziari, ogni tre anni.

    La sperimentazione, che si concluderà nel 2020, riguarda 194 parrocchie e coinvolgerà decine di persone per ciascuna, lasciando prevedere tempi lunghi per effettuare i controlli. Mons. Faubert, vicario generale della diocesi, è incaricato della supervisione del progetto, che si è ispirato alle «buone prassi» già in uso presso gli scout e alcune associazioni sportive. «La fiducia la si deve meritare», ha affermato a Le Journal de Montréal. «La Chiesa non fa eccezione. Non credo che essa possa rivendicare il diritto di essere creduta sulla parola su tutto quanto fa e dice. Dobbiamo mostrare la nostra coerenza».

    Se non sono mancati i malumori di una parte del clero davanti alle nuove richieste, è stato tuttavia riconosciuto dai più che tali provvedimenti tuteleranno anche gli stessi preti. La tutela del clero e dei membri del personale delle parrocchie contro «false accuse» è in effetti uno degli obiettivi dichiarati dalla diocesi di Montreal.

    Secondo i dati riportati lo scorso anno dallo stesso Le Journal de Montréal sarebbero oltre 600 le persone in Québec vittime di violenze da parte di preti, religiosi o impiegati parrocchiali, dal 1940.

    http://www.settimananews.it/pastorale/montreal-preti-sotto-sorveglianza/

  • CASO DON MAURO GALLI: LE MENZOGNE VENGONO A GALLA.

    CASO DON MAURO GALLI: LE MENZOGNE VENGONO A GALLA.

    Man mano che si avvicina la data della prossima udienza del processo penale che vede imputato Don Mauro Galli, emergono ulteriori dettagli che delineano più chiaramente il “protocollo” adottato dalla Diocesi, ed in particolare dai suoi massimi rappresentanti, nella gestione di questi crimini.  Don Galli è accusato di aver approfittato sessualmente di un minorenne portandolo nel suo letto nella parrocchia di Rozzano (Milano), in occasione del percorso di preparazione al Natale 2011 che don Mauro stesso aveva organizzato per i ragazzi della parrocchia. L’udienza si terrà nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano il prossimo 21 settembre, e vede coinvolti anche la Diocesi di Milano oltre che la parrocchia di Rozzano.

    Come si suol dire “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”! Infatti, anche senza essere investigatori, anche solo analizzando con un minimo di attenzione i dati certi fino ad ora emersi, ci si rende conto di come, con molta superficialità, la curia gestisce malamente e con supponenza, tipica di chi probabilmente si sente impunibile e non è abituato a dover rendere conto del proprio operato, i casi di abusi o presunti tali all’interno del clero.

    Abbiamo già pubblicato in un recente articolo dal titolo: Rozzano – LETTERA DEL CARDINALE SCOLA: falsità di Mons. Delpini e Mons. Tremolada? (8 luglio 2017) la lettera che il cardinale Angelo Scola aveva inviato ai familiari allegando una Nota redatta dai suoi collaboratori, lettera inviata il 13 marzo 2015, quando i collaboratori di Scola che si erano occupati dall’inizio del caso erano l’ex vicario generale Mons. Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, e Mons. Pierantonio Tremolata, oggi Vescovo di Brescia.

    In quella occasione ci eravamo concentrati sulla palese falsità espressa dai collaboratori del Cardinale dove si attribuiva la scelta dello sciagurato spostamento dell’imputato don Galli, dalla parrocchia di Rozzano a quella di Legnano, ancora con il medesimo incarico nella gestione e formazione dei minori: testualmente si affermava che tale spostamento sarebbe stato deciso dal Cardinale Tettamanzi nel marzo 2011: …questa decisione era già stata assunta (risale infatti all’inizio del marzo 2011)… 

    Un fatto certo: nel marzo 2011 don Mauro non era ancora ordinato sacerdote!

    Sempre in quella Nota era stato motivato lo spostamento con “difficoltà” del sacerdote “relativa al rapporto con la comunità di Rozzano”: quindi Tettamanzi, secondo i collaboratori di Scola, avrebbe già previsto difficoltà di rapporto con i parrocchiani di Rozzano del novello sacerdote ancora prima di Ordinarlo, assegnarlo a Rozzano come sacerdote incaricato della pastorale giovanile tanto da prevederne già il successivo spostamento. Aveva una “sfera di cristallo”?

    C’è da dire che don Mauro già da qualche mese frequentava l’oratorio di Rozzano come diacono nei fine settimana: ma per quale motivo Tettamanzi avrebbe quindi assegnato il Prete a Rozzano, una volta ordinato, se immaginava che ci sarebbero stati problemi relazionali proprio con Rozzano? e tutto questo già da marzo 2011 cioè ben prima che don Mauro fosse appunto Ordinato, destinato a Rozzano, essere accusato di un abuso sessuale e quindi trasferito a Legnano.

    Un altro fatto certo: all’epoca del presunto abuso (dicembre 2011) il Cardinale di Milano era Angelo Scola.

    Un tentativo maldestro di coprire scelte inadeguate da parte non del Cardinale Tettamanzi che invece all’epoca dei fatti era già in pensione ma da parte dei collaboratori del cardinale Scola all’epoca arcivescovo di Milano ed in particolare da parte di Mons Delpini, all’epoca Vicario di quella Zona, e quindi Vicario generale e principale collaboratore di Scola.

    Sappiamo che i Vescovi italiani hanno estrema facilità/possibilità nel proteggere i sacerdoti accusati di pedofilia, infatti non è previsto per loro l’obbligo di denuncia alla Procura della Repubblica. Questo probabilmente consente il dilagarsi di situazioni di insabbiamento con atteggiamenti, come questo, di estrema supponenza: una semplice Nota piena di fatti non veri. Anche il mentire palesemente con la presunzione di liquidare i familiari, i fedeli che chiedono spiegazioni, che viceversa si aspetterebbero di essere rincuorati dai vertici della chiesa, che si aspetterebbero di trovarsi almeno in quel contesto in buone mani: vengono invece evidentemente gestiti come un banale fastidio da fermare ad ogni costo raccontando qualsiasi cosa, anche se non trova alcun riscontro nella realtà.

    Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi! La Nota pur nelle sue scarne righe di spiegazione, col tentativo di tranquillizzare i familiari, afferma che una volta compreso che in realtà non si trattava di semplici difficoltà di rapporto con la parrocchia: …“Non appena è stato chiaro che la difficoltà di Don Mauro non era semplicemente relativa al luogo ma al rapporto con i giovani, il sacerdote è stato trasferito…” per dare maggiori garanzie i collaboratori del Cardinale precisano che Don Mauro non poteva più avere contatto con i giovani, che dal 1 SETTEMBRE 2013 è stato trasferito a Roma (distante da Milano) dove: …“a differenza degli altri alunni del Pontificio Seminario Lombardo, gli è stato imposto di non svolgere alcuna attività pastorale, neppure nel fine settimana.“…
    Inoltre segnalano che il 21 gennaio 2015 ha preso avvio nei confronti di Don Mauro il procedimento canonico previsto per i casi di presunti abusi del clero sui minori.

    A smentire tali lapidarie garanzie ci sono però i fatti inconfutabili di cronaca: venerdì 25 luglio 2014 (ben dopo il 1 settembre 2013) data in cui, secondo la Nota, il Don Mauro doveva essere a Roma con l’imposizione perentoria di non svolgere attività pastorali neppure nel fine settimana (e ben prima che la curia avviasse il procedimento canonico, 21 gennaio 2015), Don Mauro viene invece ripreso da diversi telegiornali nazionali in quanto ha trovato un neonato abbandonato nei pressi della cappella dell’ospedale San Giuseppe di Milano dove il Galli stesso era parroco.

    La cronaca nazionale e locale riporta le parole che Don Mauro riferisce ai giornalisti in seguito all’evento (corriere della sera Milano/Cronaca 26 luglio 2014 Redazione Milano online): (leggi) …“Don Mauro ieri sera rientrando da un suo giro del quartiere ha deciso di fermarsi nella cappella a pregare. <Non lo faccio mai – racconta oggi il parroco della chiesetta che si trova all’interno dell’ospedale San Giuseppe…>” 

    (Repubblica.it – Milano 26 luglio 2014) (leggi) …“Rientrando da un giro del quartiere, Don Mauro ha deciso di fermarsi nella cappella per pregare…”

    Ma come è possibile che Don Mauro Galli si trovasse a Milano dove poteva tranquillamente girare per il quartiere, giorno e notte senza alcun controllo? Era il parroco del San Giuseppe di Milano… così esercitava la vigilanza la Diocesi di Milano come descritta dalla stessa “scrupolosa e coscienziosa”?

    Continuiamo a seguire questo caso.

  • Chiesa di Cagliari, inchieste tra corvi e untori: sacerdoti in Procura

    Chiesa di Cagliari, inchieste tra corvi e untori: sacerdoti in Procura

    Entra nella settimana decisiva l’inchiesta su don Luca Pretta, l’ex parroco di Gesico sotto indagine con la pesante accusa di pedofilia. Infondata secondo il pubblico ministero Liliana Ledda che ha chiesto l’archiviazione del procedimento. Un conto alla rovescia pesante. Per il sacerdote che, finalmente, se la richiesta del PM sarà accolta vedrà riconosciuta l’innocenza da sempre dichiarata, ma anche e soprattutto per la Diocesi di Cagliari che potrà leggere le carte dell’indagine e avere conferma, o smentita, delle indiscrezioni che si vanno accumulando in queste ore. Fra tutti il ruolo esercitato nella vicenda da alcuni sacerdoti diocesani.

    Si parla, infatti, di diversi religiosi sentiti a verbale dagli inquirenti dopo l’avvio del procedimento sulla base delle dichiarazioni di una donna di Gesico. Testimonianza, stando a quanto filtrato, che parlava di una morbosa attenzione di don Pretta verso un bambino del paese. Ma, secondo quanto scritto dai magistrati, “non ci sono elementi di prova in ordine ai presunti abusi”. In altre parole l’accusa non è sostenibile e quindi infondata. A sostenerla, oltre alla donna, secondo quanto riferito dall’Arcivescovo di Cagliari Monsignor Arrigo Miglio al Procuratore della Repubblica, il 16 maggio 2015, anche un cittadino di Gesico.

    Dichiarazioni messe nero su bianco anche dagli inquirenti che, stando a quanto riferito da alcuni preti diocesani, avrebbero sentito a verbale anche diversi sacerdoti. Fra questi l’ex parroco di Mandas don Giancarlo Dessì che, a sua volta, avrebbe indicato a verbale i nomi di altri religiosi informati sui fatti. Tra i nomi che circolano vi è quello di Monsignor Giovanni Melis, Canonico del Capitolo della Cattedrale di Cagliari e originario proprio di Gesico. Una testimonianza, la sua, considerato che Gesico è il suo paese natale, derivata dalla conoscenza di persone e luoghi. Monsignor Melis sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti al pari di don Michele Piras, attuale viceparroco di Uta e, a sua volta, citato dall’Arcivescovo Miglio nella dichiarazione del 2015 quando parla della lite scoppiata fra don Piras e don Pascal Manca, allora parroco di Mandas, “nell’estate 2012 perché una signora del paese aveva fatto una cospicua donazione a Piras e non alla Parrocchia. Don Manca aveva ritenuto ingiusta la donazione”.

    Anche nella inchiesta sull’ex parroco di Villamar,  don Piras è stato sentito a verbale dagli inquirenti e la sua deposizione è agli atti del procedimento sempre per pedofilia. Già in precedenza, come ricordato recentemente anche da L’Unione Sarda, “il diacono in passato aveva accusato di “comportamenti gay” un prelato romano e, per questo, non riusciva ad essere ordinato prete”. Piras, infatti, condannato con sentenza del Tribunale Diocesano del Vicariato di Roma del 7 marzo 2012 (quando era Papa Benedetto XVI e Arcivescovo di Cagliari mons. Giuseppe Mani), ha visto questo pronunciamento ribaltato con decisione di Papa Francesco il 10 marzo 2015, al termine dei lavori di una Commissione all’uopo istituita e che, dopo aver sentito anche il nuovo Arcivescovo di Cagliari mons. Miglio, ha dichiarato l’innocenza del Piras.

    Coincidenze su coincidenze se, rileggendo quanto scritto sempre da L’Unione Sarda, il 14 maggio 2015, secondo cui “dall’inchiesta contro don Pascal Manca sono scaturite rivelazioni su avvenimenti passati che avevano  coinvolto sacerdoti di periferia. Nelle carte si fa riferimento a Michele Piras: nome che conduce ad Alberto Pala, parroco della Cattedrale e a Giuseppe Mani, ex Vescovo di Cagliari”. Un nome, quello, di Pala che proprio Monsignor Miglio (oltre a quelli di don Pretta e a don Manca) cita nelle sue dichiarazioni del 16 maggio, parlando di maldicenze.

    Che, come tali, si sono rivelate considerato che il sacerdote è sempre parroco della Cattedrale. Se, la settimana prossima, anche don Pretta vedrà tutto archiviato sarà il secondo prete innocente su tre ingiustamente accusato. E più che di corvi si inizia a sospettare di qualche untore. “Accuse vaghe e generiche” come dichiarato a verbale da mons. Miglio: divenute vere e proprie armi di distruzione all’interno della Diocesi, nel nome della pedofilia. Con sullo sfondo la inquietante ombra della Massoneria. Un quadro che, la settimana prossima, documenti alla mano sarà ancora più chiaro. E non si escludono, dai verbali, clamorose sorprese.

  • Francesco dai preti in terapia (con problemi di alcol e abusi)

    Francesco dai preti in terapia (con problemi di alcol e abusi)

    Oggi pomeriggio, continuando la serie delle iniziative giubilari dei “Venerdì della misericordia”, il Papa Francesco ha dedicato la sua attenzione ai sacerdoti. Proprio nel mese in cui ha celebrato il Giubileo dei sacerdoti, rivolgendo a essi le sue ampie meditazioni nelle Basiliche romane (2 giugno) e celebrando con loro l’Eucaristia in Piazza San Pietro nella solennità del Sacro Cuore di Gesù (3 giugno), il Papa ha voluto manifestare la sua vicinanza e attenzione anche a quei sacerdoti che non hanno potuto partecipare fisicamente alle bellissime celebrazioni giubilari, ma che sono sempre presenti alla sua preghiera e al suo cuore. Perciò il Papa – instancabile – ha scelto non solo una, ma ben due comunità di sacerdoti dove si è recato in visita, in un pomeriggio lungo e intenso, ricco di incontri, di emozioni, di gioia spirituale e di momenti di preghiera, dopo aver lasciato il Vaticano prima delle 16.

    La prima è stata la comunità “Monte Tabor”, dove si trovano otto sacerdoti provenienti da diocesi differenti, sofferenti per diverse forme di disagio, accompagnati da un diacono permanente, Ermes Luparia, già colonnello dell’Aeronautica, ora specializzato in psicologia e dedito al servizio dell’accompagnamento nello spirito dei Padri Salvatoriani. Il Papa si è incontrato con i sacerdoti ospiti nella piccola cappella, ascoltandoli e pregando con loro. In propositi non sono state indicate le patologie psichiche di cui soffrono i sacerdoti che hanno incontrato il Pontefice ma è noto che la comunità accoglie anche preti alcolisti e colpevoli di abusi sessuali.

    Poi Papa Francesco si è recato alla comunità dei sacerdoti anziani della Diocesi di Roma, che si chiama ufficialmente “Casa San Gaetano”, ma è più nota come “I cento preti”. Vi si trovano attualmente 21 sacerdoti anziani, alcuni dei quali molto malati, assistiti da tre suore e altro personale. Il “Direttore” della Casa, Don Antonio Antonelli, è stato parroco per molti anni e ora è anch’egli molto malato. In maggioranza si tratta di sacerdoti diocesani, ma non mancano alcuni religiosi.

    Dopo aver dato la vita nel servizio della Chiesa e dei fedeli, ora questi preti vivono nel ritiro, e non molti si ricordano di loro. Ma il Papa sì, e con questa visita ha voluto dimostrarlo a ognuno di loro con il suo affetto concreto e cordialissimo, ricco di consolazione, e ha dato ancora una volta un esempio efficace di misericordia, attenzione e gratitudine a tutta la comunità di Roma e alla Chiesa. Il Giubileo consiste in misura essenziale di opere di misericordia allo stesso tempo corporali e spirituali.

    Quello di oggi è stato il sesto segno di misericordia compiuto dal Papa Francesco nel corso del Giubileo: a gennaio visitò una casa di riposo per anziani, e malati in stato vegetativo; a febbraio, una comunità per tossicodipendenti del Ceis don Mario Picchi a Castelgandolfo; a marzo (Giovedì Santo) il Centro di accoglienza per profughi (CARA) di Castelnuovo di Porto; ad aprile la visita dei profughi e migranti nell’Isola di Lesbo; a maggio la comunità del “Chicco” per persone con grave disabilità mentale a Ciampino.

  • LUSSURIA: PECCATI E SCANDALI DEL VATICANO

    LUSSURIA: PECCATI E SCANDALI DEL VATICANO

    E Gesù disse: “Chi invece scandalizza  anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo  una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo 18,6)

    Emiliano Fittipaldi è un giornalista dell’Espresso, famoso per alcune inchieste sul Corriere della Sera e il Mattino, nonché autore del bestseller del 2015 “Avarizia. Le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della chiesa di Francesco”. Nel suo ultimo libro, “Lussuria. Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”, uscito nel 2016, si cimenta in una nuova impresa raccogliendo documenti, denuncie e atti degli scandali che hanno coinvolto il Vaticano, i vescovi e i sacerdoti delle chiese di tutto il mondo negli ultimi anni.

    Non è il primo giornalista che tratta certe tematiche pungenti. Fittipaldi si concentra soprattutto sul papato di Bergoglio, evidenziando come sia riuscito a creare una buona immagine di sé attraverso i media, nascondendo molto spesso i segreti della curia.

    Sembra assurdo ma le prove che presenta nel suo libro, sono lettere scritte da esponenti delle alte sfere ecclesiastiche che testimoniano le denuncie non effettuate a danno di minori e l’insabbiamento dei reati realizzati da altri prelati, così da tenere gli atti confidenziali e sotto controllo. Una mossa magistrale compiuta dalla Santa Sede che continua indisturbata a proclamare amore e pace, condanna l’adulterio, ma compie allo stesso tempo peccati capitali.

    Nel pagine sono citati 136 tra vescovi, sacerdoti e preti che hanno commesso abusi sessuali su minori o li hanno nascosti, coprendo le tracce e spostando i sacerdoti tra le varie parrocchie. 136 sono i nomi usciti dai commissariati di polizia di persone sotto processo condannati o citati come complici. Tra questi, spiccano nomi influenti, come Papa Francesco, Papa Benedetto XVI, Tarcisio Bertone, Angelo Bagnasco, George Pell, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. Essi erano a conoscenza dei fatti, ma hanno chiuso gli occhi davanti all’evidenza, sostenendo la mancanza di prove. Tutto falso secondo i dati riportati dal giornalista che in numerosi anni ha raccolto documenti e prove schiaccianti, ha dato voce alle vittime e scoperto le indagini in corso dalla polizia locale e nazionale. Grazie alle denuncie è riuscito a raccontare le loro storie e portare alla luce i danni perpetrati.

    I casi dei preti pedofili conosciuti, sono molteplici ma la negazione degli orrori commessi da parte del Vaticano è una prassi. Il reverendo Lawrence Murphy accusato di aver molestato quasi  duecento adolescenti sordomuti di un istituto, viene difeso dal Cardinal Bertone che sostiene “la difficoltà di provare un tale delitto per la difficoltà dei sordomuti a fornire prove e testimonianze senza aggravare i fatti tenuto conto dei limiti della loro menomazione”.

    Di seguito verranno riportati alcuni casi citati ma per un maggiore approfondimento si rimanda alla lettura del libro.

    IL CASO DON KEVIN O’DONNEL

    Padre Kevin O’Donnel

    Negli anni Ottanta, Padre Kevin era il direttore dell’istituto scolastico di Oakleigh a Melbourne in Australia. Uomo rispettato da insegnati e tutrici che ne riconoscevano l’autorità morale, viene indagato nel 1995 dalla Polizia dello Stato di Victoria per reati su minori. Gli stessi reati verranno confermati dal prete arrestato che sosterrà di “aver abusato di 11 maschi e una femmina tra gli 8 e gli 11 anni” scontando 15 mesi di carcere e morendo subito dopo il suo rilascio. In realtà gli abusi effettuati sono maggiori e sono stati perpetrati per circa 50 anni. Durante le indagini si scopre che molti all’interno della Chiesa erano a conoscenza dell’attività di Padre Kevin, ma nessuno li ha mai denunciati alle autorità competenti. Gli atti dimostrano che le denuncie effettuate a suo carico direttamente alle alte sfere ecclesiastiche sono diverse, ma per sviare le lamentele O’Donnel è stato trasferito in varie parrocchie Australiane. Gli investigatori scopriranno che Il parroco attraverso regali e favori, minacciava i piccoli sui peccati mortali con intimidazioni e li induceva al silenzio, continuando indisturbato a perpetuare i suoi abusi e che usava sciogliere delle droghe nelle bibite per stordire le vittime. Nonostante lo scandalo, il sacerdote non venne mai spretato, ma elogiato pubblicamente dal Cardinale George Pell, allora arcivescovo di Melbourne. Le reliquie conservate nella chiesa australiana sono ancora oggi onorate. Pell gestì in prima persona i casi di pedofilia negli anni Novanta, creando il “Melbourne Response”, un protocollo di risarcimento destinato alle vittime di abusi ma secondo la ricercatrice Judy Courtin “fu in realtà un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa”. Potrebbero essere illazioni, se non fosse che il sacerdote si scoprì in prima persona, con tanto di documenti firmati, quando dovette gestire il caso delle Sorelle Foster, due minori abusate da padre O’Donnel.

    Emma e Katie Foster sono due bambine che in seguito al dramma subito, hanno avuto danni irreversibili. Emma dopo essere stata ricoverata in ospedale per diversi mesi per anoressia e depressione, si suicida nel 2008, a 26 anni, con una overdose di eroina; Katie è oggi costretta su una sedia a rotelle con gravi danni al cervello che richiedono cure ventiquattrore al giorno dopo aver iniziato a bere ed essere stata investita da un auto sotto gli effetti dell’alcol nel 1999.

    I genitori vengono a sapere della violenza dopo l’arresto di O’Donnel. Nel 1997 decidono di aderire al “Melbourne Response” per ottenere giustizia e avere un risarcimento. Raccontano di un incontro diretto con George Pell e nei giorni successivi ricevettero una lettera che dichiarava l’offerta di 50mila dollari australiani, pari a 30mila euro.

    Nel comunicato si legge chiaramente che “l’indennizzo è offerto dall’arcivescovo nella speranza che possa aiutare il recupero e fornire  un’alternativa realistica a un contenzioso legale, nel quale altrimenti ci difenderemo strenuamente”. In breve, sintetizza perfettamente  gli intenti della Chiesa Cattolica: difendere con tutte le sue forze lo scandalo, minimizzando il danno recato alle vittime con una somma ridicola.

    L’arcidiocesi di Melbourne controlla due società. La Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, hanno proprietà immobiliari, appartamenti, palazzi e fanno investimenti e obbligazioni per un ammontare di 1,3 miliardi. Tra il 1996 e il 2014 sono circa trecento le vittime che hanno chiesto risarcimenti per le violenze subite da preti pedofili. Ad ognuno sono stati dati circa 32mila dollari, circa 20mila euro, proponendo alle famiglie lo 0,7% dei loro guadagni. Briciole. “Il costo di una Fiat 500 accessoriata“.

    Come se non bastasse, altre indagini praticate dalla “Royal Commission” sulla Chiesa australiana, hanno portato alla luce un fondo economico di migliaia di dollari per aiutare alcuni ex preti pedofili accusati. È il caso di padre Wilfred Baker “pastore emerito” che ha molestato ventuno bambini e ha ricevuto un fondo pensionistico di 21mila dollari e di 12 mila per i prelati Desmond Gannon, David Daniel e Michael Glennon. I soldi per aiutare i preti caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo Pensione del Clero che paga lo stipendio, la pensione, l’affitto, l’assicurazione sanitaria, l’automobile e le spese legali ai sacerdoti ed è per la maggior parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Lo stesso arcivescovo Denis James Hart, sotto processo ha dichiarato che non è un gesto di cui vergognarsi, ma un “atto di pietà” e misericordia perché “ogni vescovo ha l’obbligo di fornire un sussidio minimo per tutti i preti, chiunque essi siano”.

    GEORGE PELL

    George Pell – Photo by Franco Origlia/Getty Images

    Dopo la vicenda Foster, anche George Pell entra nel mirino della Royal Commission. Oltre ad essere incriminato per aver dato risarcimenti troppo bassi alle vittime si è opposto a collaborare con le forze dell’ordine insabbiando i casi di violenze sessuali perpetrati nei confronti dei minori da parte di religiosi cattolici della sua diocesi. Nel 2002 viene accusato di aver molestato un ragazzo dodicenne, ma viene scagionato per mancanza di prove. Nel 2013, Papa Francesco lo chiama a Roma, indicandolo come “uomo fidato” e nominandolo nel 2014, Prefetto della Segreteria per l’Economia, facendolo entrare tra i primi tre uomini più importanti della Santa Sede. La sua positività non si incrina neanche quando nel 2015 arrivano dei documenti a Santa Maria, residenza di Bergoglio, sulle svariate voci di spesa esose: voli business class, vestiti su misura, mobili di pregio, computer, affitti, arredi di lusso, per un ammontare di 501 mila euro. Nel 2016 il “Ranger” viene accusato nuovamente dalla magistratura australiana di aver abusato di minori da testimonianze dirette ma si dichiara innocente. Papa Francesco continua a difenderlo strenuamente, nonostante il processo sia ancora in corso. Qualora risultasse colpevole, sarebbe un duro colpo per la Chiesa e avrebbe effetti imprevedibili su tutta la curia.

    La Congregazione per la dottrina della fede definisce atti “contra sextum” i fascicoli disciplinari sui delitti contro il sesto comandamento con minori. Infrangere questo comandamento  è considerato dal Vaticano “graviora delicta” un crimine grave al pari della violazione del sigillo sacramentale, dell’Eucarestia e dello scaricamento di pornografia infantile.

    Nel 2015 sono giunte ben 518 segnalazioni, di cui la maggioranza è sugli abusi verso minori. Nel 2014 vi erano 587 cause aperte, nel 2013 su 522 ponenze, 443 riguardavano minorenni. In soli tre anni dal pontificato di Papa Francesco sono circa 1200 le denunce su bambini e adolescenti. Una media di 400 segnalazioni l’anno. Da un emendamento emesso nel 1962 dal Sant’Uffizio e approvato da Giovanni XXIII negli atti ufficiali del Vaticano, il “Crimen sollicitations” indica che i preti lussuriosi devono essere processati dal tribunale diocesano, il quale obbliga un “segreto istruttorio” sulle notizie di reati. Color che sono a conoscenza dei fatti sono tenuti al segreto su ogni evento appreso e su chiunque lo abbia commesso pena la scomunica “latae sententiae” per aver violato il segreto professionale. Se alcuni sostengono che questi atti servono a occultare le prove e nascondere i delitti commessi dai sacerdoti, secondo la curia, invece, servono ad evitare i casi di giustizia-spettacolo, proteggono le vittime, la loro privacy e i preti che “fino a prova contraria” sono innocenti. In teoria, però, il Crimen non impediva di denunciare gli illeciti alle autorità civili e alla polizia. Il segreto pontificio di fatto, nega la possibilità di indagare sui sospettati, di venire a conoscenza dei reati e l’esito degli interventi da parte del Vaticano. In pratica, chi viola il sesto comandamento, avrà giustizia divina, ma non terrena.

    IL CASO DI ÓSCAR RODRÍGUEZ MARADIAGA

    Oscar Maradiaga

    Maradiaga è cardinale e arcivescovo in Honduras ed è uno degli uomini più ascoltati da Bergoglio. Tra il 2002 e il 2003 ha ospitato in una diocesi sotto il suo controllo Enrique Vásquez, un prete incriminato di pedofilia dalla polizia di Costarica. La vittima è un giovane di 10 anni, chierichetto, di cui ha abusato per diversi mesi. Quando la madre scoprì il fatto, andò direttamente dal sacerdote, il quale si scusò, sostenendo che il ragazzo, cresciuto senza un padre era in “cerca di affetto”. Le violenze furono denunciate al vescovo della diocesi di competenza Angel San Casimiro Fernández il quale suggerì alla donna di non parlarne con nessuno, “da buona cristiana”. La madre non scoraggia, vuole giustizia e denuncia gli atti alla magistratura costaricana.

    Dopo l’incriminazione ufficiale Vásquez inizia la sua latitanza. Scappa in Nicaragua, poi Stati Uniti dove viene accolto dall’arcidiocesi di New York, grazie ad una lettera di raccomandazioni dello stesso Casimiro. L’FBI nel 2002 individua le tracce del sospetto, viene preso e interrogato, ma pochi giorni dopo, sparisce nuovamente e si trasferisce in Messico fino a giungere in Honduras da Maradiaga.

    Le gerarchie ecclesiastiche negano di essere a conoscenza dei fatti. Anche lo stesso Casimiro, nonostante venga scoperto ad essere il mandante di denaro al sacerdote. Si difenderà sostenendo:  “il denaro inviato serviva per dargli il tempo necessario per affrontare il problema con dignità e curarsi”. Anche il decano John Allen sul settimanale “National Catholic Reporter” difende Vásquez dichiarando “Noi siamo pastori, non agenti del’Fbi o della Cia”.

    La notizia è su tutti i giornali, dal New York Times, Washington Post e il Boston Globe (autore dell’inchiesta “Spotlight”, da cui è tratto il film omonimo). Maradiaga, viene chiamato in causa e rilascia varie dichiarazioni alla stampa, accusando i media locali di perpetuare una vera e propria persecuzione verso la Chiesa romana. “Dobbiamo chiederci come si comporterebbe Gesù in questi casi […] i predi pedofili sono persone malate, ma è possibile una conversione […] la Chiesa è amore e bisogna dare la possibilità a queste persone di redimersi”.

    Ad oggi, non si hanno ancora notizie di Vasquez, Maradiaga è membro e coordinatore del gruppo dei cardinali a consiglio della Chiesa e Angel San Casimiro è vescovo di Alajuela.

    Caso simile è quello dei vescovi Francisco Javier Errázuriz, Juan Barros Madrid e Ricardo Ezzani, protagonisti del più grande scandalo cileno, attaccati dai giornali, associazioni e magistrati per aver coperto le gesta di Fernando Karadima. Quattro denuncie dimostrano che il sacerdote è un pedofilo seriale con 15 anni di attività con tanto di documenti scritti tra Padre Fernando e Francisco. Dopo anni di indagini e insabbiamenti le accuse delle vittime sono arrivate in tribunale, che ha dovuto archiviare il caso per i termini di prescrizione. Nel 2011 il prete era già stato “condannato” dalla Congregazione della fede che aveva mandato Karadima, ormai 86anni ad una vita di “preghiera e penitenza” presso un convento. Al sacerdote è stato vietato di praticare messa in pubblico, ma nel 2014 viene fotografato mentre celebra la messa alle suore. Nessuno dei vescovi che hanno nascosto i fatti è stato dichiarato colpevole, nonostante all’arcidiocesi di Santiago vi siano richieste per ben 450 milioni di pesos.

    Padre Fernando Karadima

    Le voci giungono anche in Italia, ma nessun giornale si è mai occupato della vicenda, anche quando Errázuriz è stato nominato da Papa Francesco come cardinale di fiducia per la gestione della Chiesa. Durante lo scandalo, Bergoglio era l’arcivescovo di Buenos Aires. Impossibile, secondo le indagini, che non fosse a conoscenza del problema e del comportamento delle alte gerarchie. Fu proprio Bergoglio a nominare monsignor Juan Barros Madrid vescovo di Osorno e amico di Karadima.

    Nel 2015 Barros, celebra la sua prima messa in un clima teso con circa duecento manifestanti fuori dalla Chiesa con cartelli contro il monsignore. Lo stesso anno, viene registrato attraverso un IPod un incontro tra un corista cileno e Papa Francesco in Piazza San Pietro. Il sacerdote sostiene che la Chiesa Cilena sta soffrendo per la nomina di Barros, ma Francesco ribadisce che le accuse sono una montatura da parte della politica di sinistra degli “zurdos” che non condividono la scelta vaticana del sacerdote.

    Gli scandali della chiesa, continuano e si fanno sentire in tutto il mondo. Nel 2014 la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia prende in esame la politica vaticana. Kirsten Sandberg dichiara che gli abusi sessuali sui bambini e gli spostamenti da una parrocchia all’altra, sono stati dimostrati a molte commissioni di inchiesta nazionali. Una prassi abitudinaria con cui la Chiesa tenta di velare i propri crimini, permettendo a molti preti di rimanere in contatti con minori e di continuare ad effettuare abusi. Il vaticano non ha voluto consegnare alle Commissioni i dati e le informazioni sui casi, negando anche i processi finali portati avanti dalla Congregazione della dottrina della fede. Il silenzio ha permesso a molti pedofili statunitensi di fuggire alla giustizia civile.

    Alla commissione vengono anche riportati casi di suore e preti mobbizzati e spretati per non aver rispettato il silenzio e altri, che per aver fatto l’opposto, hanno ricevuto congratulazioni e promozioni. Un esempio eclatante è quello del vescovo francese Bayeux et Lisieux che nel 2001, preferì essere processato e condannato a tre mesi di prigione con la condizionale, piuttosto che denunciare un sacerdote pedofilo. Il vescovo è stato acclamato pubblicamente da Castrillón Hoyos che ha affermato “mi rallegro di avere un confratello che ha preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi”.

    Secondo Sandberg il problema arriva dal fatto che in molti paesi non esiste l’obbligo di denuncia alle forze dell’ordine e le varie curie sono soggette alle leggi nazionali. In questo modo, l’omertà diventa l’opzione preferita di vescovi e cardinali. L’Onu chiede che venga istituita una legge, sia per coloro che commettono crimini, sia per chi li insabbia, perché di fatto, la Santa Romana Chiesa ha violato la Convenzione sui diritti dei fanciulli.

    Uno dei punti chiave di Papa Francesco è sempre stato quello di ripulire la Chiesa dalla Corruzione, dichiarando guerra ai pedofili. Molte parole ma pochi fatti.

    Jósef Wesolowski è un arcivescovo polacco accusato di aver adescato bambini sulle spiagge della Repubblica Dominicana. Secondo una inchiesta portata avanti dalla giornalista Nuria Piera, il padre, non solo era solito ubriacarsi nei bar di Santo Domingo, ma amava anche frequentare bordelli, giacere con minori e possedeva materiale pornografico sul computer. Scoppia lo scandalo e anche la cura dominicana decide di intervenire, aprendo una indagine ufficiale. Wesolowski, viene richiamato a Roma. Da alcune testimonianze documentate, la Santa Sede era venuta a conoscenza delle inchieste dei media e delle accuse sul prelato. Richiamarlo a Roma, fu un gesto sottile per sottrarlo alla giustizia dominicana, ed essendo un diplomatico e un cittadino vaticano, “per legge” non può essere estradato. Alle accuse di intralcio alla giustizia, il Vaticano sostiene di aver avviato un fascicolo su di lui. Accusato formalmente dalla Santa Sede nel 2014, viene messo ai domiciliari e poi rimesso in libertà per ragione di salute solo due mesi dopo. Il processo non si è mai svolto e Wesolowski è morto di infarto nel 2015.

    Contenere gli scandali sugli abusi ed evitare notizie mediatiche è uno dei principali interessi del Vaticano. Un altro esempio è quello dell’Arcivescovo Godfried Danneels, insabbiatore seriale che ha protetto sacerdoti e vescovi per non rovinare il nome della sua gerarchia ecclesiastica.

    Danneels è indagato dal 1997 per aver contenuto lo scandalo del parroco André Vanderlyn, arrestato per aver molestato sette ragazzini. Un processo che si concluse nel 1998 con sei anni di carcere per il parroco e  500 mila franchi di multa per Godfried. Recentemente è apparso ancora sulla prime pagine dei giornali accusato da circa venti testimoni per aver nascosto casi di pedofilia tra il 1980 e 2009.

    Nel 2010 il prete Roger Vangheluwe confesso a Danneels di aver violentato il nipote ripetutamente per tredici anni e ricevette dal Vescovo una condanna per un trattamento spirituale e psicologico. Le prove arrivano da una registrazione fatta dalla vittima ad un colloquio con Danneels, il quale sostenne apertamente “che bisognava cercare il perdono” verso il suo aguzzino. Nonostante questo, ad oggi Danneels è uno dei fedeli di Bergoglio.

    I CASI ITALIANI

    In Italia i casi di abusi sono poco conosciuti. Le cronache ne parlano poco, non finiscono sulle prime pagine e non c’è mai stato l’esplosione di uno scandalo nel nostro bel paese. I giornali hanno sempre raccontato le notizie singolarmente ma mai si è arrivati ad una inchiesta dal governo nazionale. Le situazioni sono dipinte come “casi isolati” e sporadici, di un sistema ecclesiastico fondamentalmente sano. In Italia, non vi è una rete di supporto come in altri paesi, i risarcimenti sono ridicoli e il vaticano non si è preoccupato di fornire ufficialmente i dati raccolti. Nel 2010 il diacono Marco Ermes Luparia, psicoterapeuta specializzato nel prendere in cura i sacerdoti, minimizza, sostenendo una percentuale dei pedofili italiani del 2%. Un dato altissimo se si pensa a quanti bambini e adolescenti siano stati vittime di abusi senza essere stati dichiarati colpevoli.

    Don Mauro Inzoli

    Don Mauro Inzoli è un prete influente nel clero lombardo, con una esperienza invidiabile: rettore dell’Istituto “Santa Dorotea” fino al 1992, fondatore dell’Associazione Fraternità di Crema, preside del Liceo linguistico Shakespeare a Crema, vicepresidente della Compagnia delle Opere e attivista nel gruppo di Comunione e Liberazione. È soprannominato anche “Don Mercedes” perché amante delle auto tedesche. Nel 2014 si scopre che è stato spretato anni prima da Ratzinger e condannato ad “una vita di preghiera” ma viene riammesso con tonaca, stipendio e alloggio pagato da Francesco, il quale accettò il suo ricorso sostenendo: “è necessario accompagnare i suoi figli anche quando sbagliano piuttosto che condannarli, nessun peccato è terribile perché non vi si applichi misericordia”. Lo stesso anno il procuratore Di Martino decide di aprire una inchiesta e richiede alla Santa Sede gli atti processuali del prelato, ma la risposta è negativa perché “sotto segreto pontificio”. Le indagini continuano, vengono raccolte testimonianze tra il 2004 e il 2008, i reati sono tutti prescritti, tranne otto che sono ancora reperibili.  Nel 2016 il Don viene incriminato in primo grado a 4 anni e 9 mesi per palpeggiamenti su minori nelle parti intime, avvenuti all’interno della parrocchia e nei campi di villeggiatura estivi. I ragazzi molestati hanno avuto un risarcimento di 25 mila euro a testa. Escono alcuni articoli sui giornali, ma nessuno sottolinea la mancata partecipazione del Vaticano alle indagini. Un atto grave perché di fatto, ha creato intralcio nelle indagini giudiziarie.

    Casi simili sono riscontrabili anche in altri preti: Vittorio Damiani, Diego Rota, Matteo Diletti, Claudio Ballerini, Marco Baresi,  Francesco Caramina, Giampiero Peschiulli, Franco Legrottaglie, Antonello Tropea, Francesco Oliva, Silverio Mura, Siro Invernizzi, Alberto Paolo lesmo e Ruggero Conti. Questi sono solo alcuni dei nomi presenti sul territorio nazionale, indagati e accusati di abusi sessuali su bambini e bambine, di avere materiale pornografico sul computer e di prostituzione minorile. Tutti sono stati coperti dal Vaticano e mai denunciati alle forze dell’ordine. La Santa Sede si è premunita di proteggere gli indagati, pagargli le spese legali e farli uscire di prigione per motivi di salute o depressione, confinandoli ad una vita di preghiera e misericordia.

    La fama di cui si circondano gli uomini pii al servizio del Signore, venerati dai fedeli e protetti da loro stessi sono spesso motivo per cui i sacerdoti riescono a farla franca e a risultare “puliti” agli occhi dei media e della Chiesa stessa. Come il Caso di Don Marco Baresi, che una volta incriminato per i reati suoi minori, ha visto i suoi seguaci prodigarsi con manifestazioni di sostegno, dall’apertura di un sito internet di solidarietà che accusa i “poteri forti” di infangare il nome della Chiesa, alle manifestazioni in piazza con scritto “FreeDon”.

    Molti sono riusciti a sfuggire alla giustizia per la prescrizione dei reati o per inconsistenza di prove, nonostante esse siano state rese note attraverso le testimonianze delle vittime. Un esempio è dato da Don Lelio Cantini che ha stuprato decine di bambini e bambine tra gli anni Settanta e Novanta, costringendoli a violenze psicologiche e fisiche consumate attraverso il plagio delle vittime, grazie anche alla complicità della perpetua Rosanna Severi che lo ha coperto e sostenuto. Don Cantini riuscì a far credere di essere il “Signore” mentre la collaboratrice domestica si dichiarava la “Madonna”. Le vittime designate erano convinte di essere le “elette” e i rapporti sessuali dovevano aiutarle nel loro processo di crescita e avvicinamento a Dio, dichiara il gip nel 2011. Ci sono voluti molti anni prima che le ragazze riuscissero a superare il senso di vergogna impostogli dal prete che le obbligava al silenzio, pena “il castigo divino”. Nel 2005 la Chiesa, dopo aver saputo dei reati, decide di trasferire il pedofilo in un’altra parrocchia, giustificando ai fedeli  “motivi di salute”. Da Firenze arriva a Viareggio, ma quando nel 2007 lo scandalo scoppia sui media con inchieste e articoli sulla stampa, Don Cantini viene privato della facoltà di confessare e celebrare la messa in pubblico, con l’obbligo di recitare un salmo ogni giorno per chiedere perdono a Dio. “La Chiesa deve essere misericordiosa e mirare al ravvedimento dei peccatori cercando di vincere il male con la forza della mitezza” dichiara il Cardinale Antonelli. Ad un giornalista dell’Unità sosterrà di essere venuto a conoscenza di un caso di abuso da parte di Don Cantini, ma “pareva solo uno sbaglio, un singolo errore”. Anche Don Claudio Maniago, vicario di Antonelli, conosceva i fatti, ma non mosse mai un dito a favore delle vittime. Maniago fu Indagato per festini sadomaso, grazie alla testimonianza diretta di un ragazzo che vi partecipò e ricevette un bonifico di quattro milioni di lire provenienti dalla parrocchia, attestato dalla Banca di Jesi, oggi Banca delle Marche.

    Don Cantini è morto nel 2012. Non ha mai scontato la prigione.  Don Maniago è stato promosso dal Papa nel 2014 e trasferito dalla Toscana in Puglia come Vescovo di una parrocchia.

    In Italia, la legge permette ai prelati, anche grazie a norme concordate dai Patti Lateranensi del 1929, tra Repubblica italiana e Santa Sede, di esonerare “i vescovi dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto”, di tacere, insomma. Il Vescovo della Cei, Gerhard Ludwig Muller, ricorda come il magistrato non può chiedere atti di un procedimento canonico perché facente parte dell’archivio segreto. Angelo Bagnasco ribadisce che i divieti sono per tutelare la privacy delle vittime e proteggere i loro drammi esistenziali e che la Chiesa non può condannare chi commette il crimine, in quanto tale compito spetta a Dio.

    L’OMOSESSUALITÀ IN VATICANO

    La Santa Sede ha sempre dichiarato battaglia verso le persone omosessuali, condannando gli “atti libidinosi” non finalizzati alla procreazione e promuovendo la “castità” verso coloro che hanno certi “atteggiamenti”. Al contrario però, tacciono sul passatempo di molti preti che fanno del sesso tra uomini una norma, violando di fatto, ciò che essi stessi proibiscono.

    Nel libro ufficiale dell’istruzione religiosa è scritto: “Gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati […] precludono il dono della vita, […] in nessun caso possono essere approvati”. Nei paragrafi del Sesto comandamento vengono citati passi della Genesi, da Sodoma alla lettera di San Paolo ai Romani, fino ai Corinzi. Lo stesso Ratzinger nel Levitico stilò una nuova lettera considerando l’omosessualità come “un comportamento cattivo e moralmente inaccettabile” facendo una personale lotta contro le Unioni Civili e condannando lo Stato Italiano a fare una scelta morale per non far passare una legge che tutelasse le coppie omosessuali. Nel 2005 firmò addirittura un decreto che vietava di entrare in seminario coloro che avessero “tendenze omosessuali”. Dal 2008, infatti, i  nuovi adepti possono essere esaminati da una commissione di professionisti e psicologi in modo da bloccare eventuali fornicatori. Non vi sono però test sulle tendenze pedofile.

    L’omosessualità è stata dichiarata “una variante naturale del comportamento umano” dall’American Psychiatic Association nel 1973 e depennata come malattia mentale nel 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre la pedofilia è considerata a livello mondiale una malattia che ha come pena il carcere. In breve, la Santa Sede vuole discriminare e condannare uomini e donne in base al loro orientamento sessuale, facendo passare un diritto umano come un peccato capitale, ma non si preoccupa del male causato sui minori da parte dei preti pedofili. Un problema di coerenza molto forte da parte di chi sostiene a spada tratta “l’amore verso il prossimo”, dimenticando troppo spesso il Sesto Comandamento: “Non commettere adulterio”.

    Il sesso tra due persone adulte è legale a prescindere dall’orientamento sessuale, mentre gli abusi verso i minori, non solo sono atti di pedofilia condannabili, ma scaturiscono in violenza fisica verso soggetti non consenzienti, creando spesso danni psicologici permanenti nelle vittime. Il vaticano non fa differenza tra omosessualità e pedofilia, condannandoli entrambi, ma allo stesso tempo viola quello che lui stesso definisce “peccato capitale”.

    Altre inchieste giornalistiche, dimostrano la presenza di numerosi sacerdoti frequentanti chat e siti online per incontri, sesso e orge sfrenate con “preti giovani e dotati”, foto osé,  locali e saune gay, di cui la più grossa si trova a Roma nel palazzo della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Tutte prove redatte da documenti, interviste e registrazioni di cui la Santa Sede non commenta.

    Don Tony Anatrella

    Il Caso di Don Tony Anatrella è plateale di chi predica bene ma razzola male. Autore sul Lexicon di “Omosessualità e Omofobia” (che dichiara come la prima sia “un intrigo psichico che la società non può istituzionalizzare” e il secondo una parola inventata “per stigmatizzare chi si interroga sull’omosessualità”) è uno dei massimi esponenti sulla “teoria gender”. Nel 2016, alcune vittime dichiarano che il monsignore per “guarire” dall’omosessualità, chiedeva di immaginare situazioni scabrose con gli uomini, per poi compiere terapie corporali che si trasformavano in atti sessuali. Secondo padre Tony, sono tutte calunnie e su di lui, non è mai stata aperta un’inchiesta canonica.

    Il Cardinale Domenico Calcagno, amante delle armi da fuoco, soprannominato “Rambo” per la sua passione e collezione di fucili Remington, pistole Smith&Wesson e carabine di fabbricazione turca, si rifiutò di denunciare i diversi abusi compiuti da Don Nello Giraudo all’interno della sua comunità per minori “La Lanterna”. Le accuse maggiori arrivano dalla vittima Francesco Zanardi, attuale presidente della Onlus Rete L’abuso, seguita da altre testimonianze, aventi al tempo tra i tredici e quattordici anni. Le dichiarazioni rilasciate da Zanardi ai media sono molteplici e anche il programma tv “Le Iene” tratterà il caso. In una lettera indirizza a Ratzinger, Calcagno informerà l’ex Papa del comportamento di Don Nello ma il prete verrà spostato in altre parrocchie, aprirà centri scout e continuerà ad essere a contatto con giovani ragazzini, fino a quando nel 2012, verrà incastrato dalla Polizia e patteggerà un anno con la condizionale. Durante gli anni, nessuno dei sacerdoti a conoscenza dei fatti denunciò i reati alle forze dell’ordine. Attualmente Calcagno è sotto inchiesta per reati sulla gestione di alcuni immobili del clero di Savona, ma sulle inchieste a suo carico nei casi di pedofilia non si fa cenno.

    LA LOBBY GAY

    Per ammissione dello stesso Joseph Ratzinger pubblicata nel 2016, ma passata nel silenzio, all’interno del vaticano i casi di omosessualità sono frequenti. Alcune indagini avviate già nel 2013 vedono la presenza di una lobby gay molto forte all’interno delle mura leonine con ricatti, minacce e favoritismi nelle carriere ecclesiastiche basati su segreti inconfessabili. Il Vaticano ha subito preso le difese sostenendo “un complotto  ordito da forze oscure” per indebolire la Chiesa.

    Qualche mese prima le stesse ammissioni erano state fatte dal teologo polacco Dariusz Oko che sosteneva come i legami “deviati” e gli interessi sessuali comuni portassero a nomine e promozioni interne. Secondo Oko, in alcuni studi pubblicati sulla rivista “Theologisches”, le cause, sono da ricercare già negli anni della rivoluzione sessuale americana del Sessantotto, dopo Il Concilio Vaticano II,  quando una parte della teologia cattolica cominciò ad accettare l’apertura mentale verso gli omosessuali e insinuando le teorie in seminari e monasteri di tutto il mondo. Oko però crea un nesso tra omosessualità e pedofilia criminale come un tutt’uno di dannoso e pericoloso. A sostegno della lobby gay arrivano altre dichiarazioni dalla guardia svizzera Elmar Mäder che sostiene la presenza di una vera e propria “società segreta” di fedeli che si sostiene e copre a vicenda.

    Cardinale Domenico Calcagno

    Vi è il caso di monsignor Battista Ricca nominato nel 2013 prelato ad interim dello Ior. Attraverso l’inchiesta di Sandro Magister de L’Espresso, si pensa che Ricca abbia ottenuto favori grazie ad una lobby gay e che i suoi precedenti siano stati cancellati per un avanzamento di carriera. Già in passato si era ritrovato in situazioni scomode, come l’essere picchiato all’interno di un locale gay, rimanere bloccato in ascensore con un ragazzo nel mezzo della notte o la sua relazione con il capitano dell’esercito svizzero, Patrick Haari scoperta dal ritrovamento di alcuni pacchi di preservativi e materiale pornografico. Nel 2005 viene richiamato a Roma e inizia la scalata al successo: prima entra negli Uffici degli Affari della segreteria di Stato Santa Sede, poi consigliere di nunziatura di prima classe e infine prelato della banca vaticana.

    Se la Lobby gay ha il potere di far avanzare carriere ed è una vera e proria società segreta, può anche essere usata come macchina del fango per insinuare maldicenze, screditare gli avversari e renderli ricattabili. È il caso dell’ex direttore del giornale ecclesiastico Avvenire, Dino Boffo che venne additato come omosessuale e avente una relazione con un ragazzo. Sulla vicenda venne creata una campagna mediatica da Vittorio Feltri, allora direttore de “Il Giornale”. Il quotidiano era gestito dalla famiglia di Silvio Berlusconi, allora premier, di cui Boffo aveva avviato delle critiche sullo scandalo del Cavaliere con la escort Patrizia D’Addario. Solo tempo dopo lo stesso Feltri avrebbe fatto retromarcia ammettendo di aver creato uno scandalo senza prove certificate. La soffiata sul caso Boffo gli arrivò da Alessandro Sallusti che la ricevette da Tarcisio Bertone, “una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare”. A pagare per lo scandalo e la diffamazione di Boffo furono due cancellieri, colpevoli di essere entrati illegalmente nelle email di Boffo. Vittorio Feltri è attualmente direttore di “Libero”, Sallusti guida “il Giornale” e il Cardinal Bertone vive nel suo attico di 300 mq.

    Non si capisce come mai all’interno del Vaticano vi sia una lobby gay molto potente, conosciuta da tutti gli ecclesiasti, ma segreta al di fuori delle Santa Sede. Allo stesso tempo non è chiaro come mai, tale condanna non sia applicata per i preti pedofili e contro i criminali beccati con le mani nel sacco che ogni anno abusano di minori portando danni permanenti alle vittime.

    Anche il Settimo comandamento viene spesso infranto: “Non rubare”. Nel 2015 Pietro Vigorelli vescovo di Montecassino fu travolto dall’inchiesta che lo accusava di essersi appropriato di circa mezzo milione dell’8 per mille destinato ai bisognosi e alle opere caritatevoli per una vita sfrenata nel lusso tra case e viaggi: il sesso omosessuale, i narcotici, soggiorni in Hotel a cinque stelle, abiti di lusso. Riuscì a soggiornare all’Hotel Capital a Londra a 524 euro a notte, al lussuoso albergo Corinthia per 7314 euro, pagò una cena con ostriche e champagne a 690 euro e spese un totale di 4500 euro per vestiti e accessori di Prada e Gucci.

    Il libro di Fittipaldi mette in luce i casi di pedofilia degli ultimi anni, denuncia la presenza di una lobby gay potente e scopre gli intrighi del vaticano. Mostra un mondo corrotto, ipocrita, che non solo pecca di vizi e lusso, ma fa del sesso e della pedofilia una questione ordinaria. Il Vaticano cambia le regole a proprio favore, giustifica i propri comportamenti o li incrimina a seconda delle proprie esigenze, creando un clima di silenzio e omertà a suo piacimento.

    Quelli narrati sono solo alcuni dei casi scoperti, ma molti sono rimasti nascosti o fermi per mancanza di prove o l’eliminazione delle stesse. Viene da chiedersi fino a che punto la verità sia uscita fuori e quanti altri reati siano stati commessi da un organo di fatto autonomo, fuori dalle leggi statali come la Chiesa.

    È necessario cambiare il sistema, obbligare alla denuncia, per il bene dei minori incriminare sia i pedofili che coloro che li proteggono. Bisogna creare leggi che superino gli ostacoli del “segreto pontifico” e permettano alla magistratura di indagare su ogni caso sospetto. Oltre a questo è giusto ribadire la netta differenza tra pedofilia e omosessualità, senza confonderle perché la prima è un crimine verso minori che va condannato con la prigione, la seconda, un tipo di amore tra due persone consenzienti, che non obbliga o costringe nessuno a compiere un atto contro la propria volontà.

    C’è ancora molto lavoro da fare, molte inchieste e denunce da portare avanti. È necessario, investigare, parlare e raccontare, affinché ogni criminale paghi per i suoi peccati. Nessuno escluso.

    APPROFONDIMENTI:

    “Lussuria. Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”, di Emiliano Fittipaldi, Feltrinelli, 2016

    “Il Caso Spotlight”, regia di Tom McCarthy, Drammatico, Usa

    Le interviste a Francesco Zanardi, vittima di abusi da parte del Cardinale Calcagno

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    IL PREDICATORE POLIGAMO E PEDOFILO, WARREN JEFF

    LUSSURIA: PECCATI E SCANDALI DEL VATICANO

  • 900 I PRETI ESPULSI DALL’ORDINE PER DENUNCE DI PEDOFILIA NEGLI ULTIMI 10 ANNI

    900 I PRETI ESPULSI DALL’ORDINE PER DENUNCE DI PEDOFILIA NEGLI ULTIMI 10 ANNI

    In media sono 600 le denunce per anno; negli States la spesa di 10 anni di provvedimenti disciplinari si aggira intorno ai tre miliardi di dollari.

    Dal Vangelo secondo Matteo: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo“.

    Parole che lasciano di stucco se confrontate con le stime degli ultimi anni sulla faccenda “preti e pedofilia”. Nel 2004 sono state ben 800 le denunce ricadute sul clero per abusi su minori, e i numeri scendono di pochissimo per le stime degli anni successivi, che toccano sempre le 600 unità. Cifre agghiaccianti se si pensa che non siano nemmeno “globali”, poichè non comprensive degli abusi rimasti silenti e impuniti o delle inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile.

    Il caso del Nunzio Apostolico Jozef Wesolowski

    Si dice che Papa Wojtyla avesse avuto il pugno troppo debole in questo senso e che è stato con Papa Ratzinger che le cose sono cominciate a cambiare, fino ad arrivare, poi, a Papa Francesco e al suo “pugno di ferro” che ha fatto condannare addirittura un Nunzio Apostolico, Jozef Wesolowski, con cinque capi di accusa: detenzione e ricettazione di materiale pedopornografico; pedofilia, anche in concorso con il suo assistente ed amante, un ex diacono; lesioni gravi alle vittime; condotta offensiva verso la religione e la morale cristiana per aver visitato siti porno. Come si ricorderà, il condannato si sentì male durante il procedimento, venne ricoverato in stato confusionale conseguentemente all’assunzione di farmaci ed alcol, ed è stato ritrovato morto nella sua abitazione in Vaticano, da dove gli era stato proibito di allontanarsi, prima ancora che il processo avesse luogo. Una storia che ha lasciato molti interrogativi, considerando anche il fatto che la carica investita da Wesolowski era di grande rilevanza.

    Numeri da capogiro

    E’ stato lo stesso Vaticano a diffondere i dati relativi agli ultimi 10 anni, durante un’inchiesta dell’ONU.

    Sarebbero circa 900 i preti spretati nell’ultima decade a causa di reati del genere. Per non parlare delle spese correlate a questa realtà: nei soli Stati Uniti la Chiesa ha speso circa 3 miliardi di dollari, nel corso di questi anni, per pagare spese legali, terapie, patteggiamenti e quant’altro.

    Il film Spotlight, appena reduce dell’Oscar, si inserisce nella vicenda a pieno titolo poichè è incentrato sulla faccenda dell’insabbiamento dei reati coinvolgenti abusi su minori che si perpetravano nell’arcidiocesi di Boston.

    L’arcivescovo in cui fu impersonato tale silenzio fu Bernard Francis Law, che molti dissero fosse malvoluto da Papa Francesco, che avrebbe voluto sollevarlo dal suo incarico.

    Le voci sono rimaste infondate e sulla questione non si è più approfondito ma l’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto dallo stesso Papa per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, porta sulle spalle un’eredità molto pesante.

    Motivo per il quale ha fatto una scelta forte: ha venduto il palazzo vescovile tenendo per sé una residenza ordinaria, proprio per riuscire a risarcire le vittime di pedofilia senza problemi e senza lasciare nulla di irrisolto.

    Sicuramente una faccenda scomoda per tutti, per la Chiesa ma anche per i laici, qualcosa che va al di là dei limiti dell’umanità, oltre che della religione, e che dovrebbe prevedere punizioni e risoluzioni in tempi brevi ed esemplari. Il controllo, poi, a priori, sarebbe un’arma in più per evitare che episodi come questi avvengano così spesso, non solo, ma anche uno strumento utile per agire in maniera tempestiva in concomitanza di reato.

    I danni provocati sulla psiche dei bambini da questo tipo di eventi sono gravissimi, difficilissimi da sradicare e a volte fatali: ci sono ragazzini che non avranno mai più la possibilità di una vita normale. Complice il senso di “vergogna” o le minacce ricevute, troppo spesso questi reati rimangono impunti e silenti.

    http://it.blastingnews.com/cronaca/2016/03/900-i-preti-espulsi-dall-ordine-per-denunce-di-pedofilia-negli-ultimi-10-anni-00823659.html

  • “Terra!”, la cronaca senza pregiudizi

    “Terra!”, la cronaca senza pregiudizi

    A breve uscirà Spotlight, il film presentato all’ultima Mostra del cinema a Venezia, ispirato alla storia vera del gruppo di giornalisti del “Boston Globe” la cui inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa locale, avviata nel 2002, valse loro il premio Pulitzer.

    Ma pur essendo conclamati i casi di cui parla, non viene fatto niente per ammettere che ci possa essere almeno una parte sana di preti nella comunità ecclesiale. Il lunghissimo elenco finale dei luoghi nel mondo dove si sono verificati casi di pedofilia tra il clero cattolico lascia poche speranze, anche se il film in quanto tale è fatto bene e l’espediente dell’inchiesta giornalistica funziona.

    Ed è proprio dalla pellicola di Tom McCarthy che è ripartita la nuova serie di Terra!, l’approfondimento di Toni Capuozzo in onda su Rete 4 il lunedì a tarda notte (di fatto martedì). Ma il noto giornalista e i suoi collaboratori non si sono fermati al film, hanno affrontato la “Boston di casa nostra”, come recitava il titolo. Il conduttore, correttamente, ha però premesso che certi fatti «hanno come prima vittima la Chiesa stessa e la fede». Senza facili condanne e senza facili assoluzioni, Terra! ha raccontato di un parroco con un passato da missionario e di presunti abusi di cui avrebbe fatto le spese anche l’uruguaiano Luis Mario, oggi ventinovenne.

    Come lui il ligure Mirko, che già alle Iene, qualche anno fa, aveva raccontato per la prima volta la sua storia di vittima degli abusi di un sacerdote. Ma c’è anche la storia di don Giorgio Govoni, sacerdote camionista, molto conosciuto e amato, vittima di un errore giudiziario, che non sopravvisse alle infamanti e infondate accuse: morì d’infarto prima della piena assoluzione. C’è poi Luca, vittima di un diacono, che con la musica rap ha superato il dolore dell’abuso. «Ho provato ad ammazzarlo – racconta –.

    Poi sono arrivato a perdonarlo. Adesso è bellissimo entrare in chiesa. È come entrare in casa. Da luogo del dolore è diventato luogo della gioia». C’è tempo, però, per un altro atto d’accusa, quello senza mezzi termini di Francesco Zanardi, fondatore della rete “L’abuso”, contro il «sistema di protezione della Chiesa». Finisce così una puntata “tormentata e tormentosa”, per ammissione del suo conduttore, che ha pure l’accortezza, gli va dato atto, di annullare la replica domenicale del programma.

  • Preti pedofili, lo strano (e spaventoso) caso di Albenga

    Preti pedofili, lo strano (e spaventoso) caso di Albenga

    Reportage del Fatto Quotidiano sulla chiesa ligure in cui la densità di sacerdoti coinvolti o denunciati in fatti di pedofilia sembra essere sorprendentemente alto; se n’è accorto anche il Vaticano

    Preti pedofili, lo strano caso di Albenga: la diocesi ligure, non distante dalla Francia, dove per qualche strano motivo la densità di preti coinvolti in casi di pedofilia, processati o addirittura condannati, sembra essere stranamente alto. Anche il Vaticano di Papa Francesco se n’è accorto, come d’altronde quello del suo predecessore Benedetto XVI: entrambi hanno preso provvedimenti contro il vescovo locale, Mario Olivieri. L’ultimo, in scala di gravità, il commissariamento di fatto della diocesi, con l’arrivo di Guglielmo Borghetti, uomo di fiducia di Roma, ad affiancare il titolare della diocesi: “Vescovo coadiutore” è il termine tecnico, per correggere una gestione della diocesi che Roma definisce “disinvolta”.

    PRETI PEDOFILI, LO STRANO CASO DI ALBENGA –

    Cosa stia accadendo nella diocesi ligure è materia per la storia di copertina del Fatto Quotidiano in edicola oggi: “Refugium peccatorum?”, ironizza Carlo Tecce nel reportage dalla Liguria. E si produce in un elenco spaventoso: Don Renato a Pietra Ligure, patteggiamento a tre mesi per pedofilia; don Luciano, già ad Albenga, condannato a sette anni e otto mesi, il vescovo si oppose alla riduzione allo stato laicale del presbitero. Don Luigi, ancora a Pietra Ligure, “fino a pochi mesi fa” diceva regolarmente messa nonostante la condanna a quattro mesi per favoreggiamento di un pedofilo che aveva molestato un parrocchiano: “Una denuncia è contro la Chiesa” aveva detto alla madre del piccolo. E Don Italo, anche lui condannato: “Non ne voglio parlare!”, dice al cronista che gli chiede della sua condanna. “Sono tutti qui”, dice Carlo Tecce, nonostante il vescovo neghi. “Qui c’è stata solo una condanna, il resto sono ricostruzioni giornalistiche”. Al suo fianco, don Alessandro, coinvolto nel caso del saccheggio della biblioteca dei Girolamini a Napoli, depredata da libri storici finiti in vendita e recuperati dalla Procura nel 2012: coinvolto anche Marcello dell’Utri e questo sacerdote ora ad Albenga.

    Don Carlo Rebagliati non ha mai fatto mistero della sua, praticatissima, omosessualità, e anche della sua sieropositività; è lui a raccontare cosa succede ai preti che esercitano al confine con la Francia. “Dovete andare nelle saune gay di Nizza. Io lo so, purtroppo. Laggiù troverete preti di Savona e di Albenga. La sera lasciano le parrocchie, i conventi; dismettono la tonaca e corrono in Francia E’ una pena vederli ridotti così dal bisogno d’amore, dalla vergogna, e anche dal vizio”. E don Filippo Bardini racconta cosa accade nel seminario di Albenga. “Un inferno. Dalle prime notti, quando tentarono delle avances, cercarono di capire se io avrei ceduto”. Lo stesso seminario dove l’emissario commissariale del Vaticano ha “decimato i seminaristi”: sette su undici sono stati convinti adabbandonare gli studi.

    Sette aspiranti sacerdoti hanno lasciato il seminario della diocesi di Albenga per volontà del vescovo coadiutore Guglielmo Borghetti. Cinque sono stati allontanati, due si sono ritirati volontariamente, a un altro è stato consigliato di intraprendere il percorso solo da diacono anziché da sacerdote. Quattro i confermati. I seminaristi allontanati provenivano da altre diocesi dove non erano stati ritenuti idonei. Nelle decisioni avrebbero pesato non solo la provenienza,  ma anche preparazione spirituale e comportamenti.

    E proprio a causa dei comportamenti che il territorio ligure, ora, è sotto osservazione speciale.

    http://www.giornalettismo.com/archives/1895813/preti-pedofili-strano-caso-albenga/