Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Francesco Zanardi – Condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili

    Un piano folle nato guardando una serie di docu-film NBC tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti da la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

    A fare da esca in una chat riservata ai gay era il più grande dei tre, affetto da sindrome di Crouzon che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile.

    Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche.


    Alessio Di Florio – Famiglie delle bambine palpeggiate da un insegnante di una scuola paritaria di Roma vogliono fare causa al Vaticano “per responsabilità morale”

    Il maestro pedofilo ha pagato e sta pagando. L’arresto. Una condanna definitiva a cinque anni: uno l’ha fatto in carcere, poi i domiciliari. 75 mila euro di risarcimento, in parte in piccole rate, divisi tra le tre famiglie che l’avevano denunciato per le bambine palpeggiate in classe. Bambine di sei e sette anni. Prima e seconda elementare. E ora il problema non è più quel maestro di musica, ma la scuola. La scuola cattolica che si gira dall’altra parte.

    “Non hanno mai risposto alle lettere dei genitori”, dichiara l’avvocato Guglielmo Mursia, che adesso assiste le famiglie con la collega Sandra Londei e vuole fare causa al Vaticano. “Per responsabilità morale – dice – che secondo il diritto canonico è imprescrittibile”. La direttrice, suor Loredana Brettone, non ci crede davvero neanche dopo dodici anni e le sentenze: “Sì, ho sentito che è stato condannato, ma io ho sempre pensato che non era possibile, ero scettica. Era una persona gentile, rispettosa. Ci sembrava una diceria, per questo ci siamo ritirate e non abbiamo più avuto contatti con nessuno”, ha detto ieri al Fatto Quotidiano la religiosa, tuttora responsabile dell’Istituto Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, una scuola paritaria dell’infanzia e primaria nel quartiere Portuense di Roma, meno di cento bambini. Apprezzata anche perché bilingue.

    “Con i pasti pagavamo 200-250 euro al mese”, racconta ancora il padre di una vittima dei palpeggiamenti. I fatti risalgono al 2013, la condanna è definitiva dal 2023. In sede civile, racconta l’avvocato Mursia, si accordano con i legali del maestro per 25 mila euro a famiglia, 10 mila subito e il resto a rate di 500 euro al mese. Ma la scuola non risponde e i legali delle famiglie si rivolgono al Vicariato, senza risultati, chiedendo un’assunzione di responsabilità. E ora alla Diocesi di Roma e alla Santa Sede: “L’Istituto scolastico – scrivono – ha omesso di prestare alle minori e alle famiglie il benché minimo appoggio morale e/o materiale”.
    Fonte: Il Fatto Quotidiano


    Federica Tourn – Pedofilia: tutti i risarcimenti della chiesa spagnola

    Più di 100 condanne e risarcimenti finanziari fino a 70.000 euro: è quanto emerge dall’elenco segreto della gestione dei casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica spagnola, analizzato da El País. Secondo il quotidiano spagnolo in alcuni casi i vescovi anticipano la somma e la detraggono dallo stipendio del sacerdote.

    Alcuni importi sono più elevati di altri: un accordo privato risalente al 2022, preso nella diocesi di Asidonia-Jerez, nel sud della Spagna, tra la vittima e l’ordine Marianista, ha portato a un risarcimento di 70.000 euro per gli abusi avvenuti tra il 1964 e il 1976. È uno dei più alti finora noti per una singola persona. Secondo El País, però, che ha un database più ampio, la cifra maggiore è quella dell’ordine dei Gesuiti, che nel 2002 hanno pagato 72.000 euro a una vittima di Salamanca.

    Il quotidiano spagnolo, che nel 2018 ha avviato la prima inchiesta sul tema degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Spagna, svelando in soli tre anni oltre 1.700 vittime, ha rivelato quante sentenze giudiziarie per casi di pedofilia abbiano coinvolto la Conferenza episcopale e la Chiesa cattolica spagnola e quali risarcimenti siano stati pagati alle vittime, sia privatamente che in tribunale. La lista segreta che mostra la gestione degli 806 casi di pedofilia che la Conferenza Episcopale ha ammesso nel suo rapporto di dicembre 2023 Para dar luz (Per fare luce, in cui compaiono sono le cifre generali) cita più di 100 condanne, ma riduce il numero dei casi e ne tralascia più di 300 già riconosciuti, spiega El País.

    Il risarcimento più alto che coinvolge più persone è quello imposto a un insegnante della scuola agostiniana di Valdeluz, a Madrid, condannato nel 2019 dalla Corte Suprema a 49 anni di carcere per aver abusato di 12 studenti. La cifra ammonta a 142.000 euro;
    Per quanto riguarda i risarcimenti alle singole vittime, il più alto è quello stabilito dall’Alta Corte di Castilla-La Mancha nel 2022 contro il sacerdote J.L.G., che ammonta a 100.000 euro, ma il ricorso alla Corte Suprema è ancora pendente.

    El País sottolinea che generalmente nessun processo canonico, quando c’è, prevede il pagamento di un risarcimento. Solo alcune diocesi lo hanno fatto, di propria iniziativa, attraverso accordi presi direttamente con la vittima. In tutti gli altri casi l’accusato viene semplicemente allontanato o espulso, ma la vittima non viene risarcita.

    In alcuni casi in cui non è previsto un risarcimento, alle vittime viene offerto un trattamento psichiatrico e psicologico e la diocesi si fa carico dei costi della terapia, che ammonta fino a 800 euro al mese per un anno. Secondo il resoconto della Chiesa, in questi casi le vittime hanno preferito non sporgere denuncia. La lista segreta, spiega El País, rivela anche la pratica di alcune diocesi di pagare il risarcimento imposto a un sacerdote dai tribunali sotto forma di prestito, per poi detrarlo dal suo stipendio. In altri casi ancora è lo stesso sacerdote aggressore a risarcire la vittima

    Fonte: La Svolta, El Pais


    Federico Tulli – La lotta impari delle vittime

    Quando i giornali italiani rilanciano in maniera enfatica e acritica le dichiarazioni roboanti di gerarchi della Chiesa contro la pedofilia, quando sentiamo un monsignore dichiarare convinto di voler fare pulizia fino in fondo, quando vengono elogiati i risultati di loro (presunte) commissioni d’inchiesta e si annunciano impegni ecclesiastici di vario genere nei confronti delle vittime, è bene sapere – perché molto spesso i giornalisti italiani dimenticano di informare i loro lettori – che la cosiddetta “giustizia” ecclesiastica si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.
    E come tale viene trattato: il punto per la Chiesa, quella italiana in particolare, come ho dimostrato sin dal 2010 documenti e testimonianze alla mano nei miei libri e in quello che ho scritto con Emanuela Provera, non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete e la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» di papa Francesco, tanto esaltata anche dalla stampa laica e progressista nostrana.

    Si tratta di una visione umanamente inaccettabile, di cui l’Italia – uno Stato laico per Costituzione – non tiene conto nel tenere in vita il Concordato e l’articolo 4 in particolare che consente ai vescovi di non collaborare con la magistratura civile e costringe i magistrati a informare il vescovo quando viene aperto un fascicolo nei confronti di un suo sacerdote.

    Cosa comporta questa situazione? Comporta che il prete pedofilo – che come tutti i pedofili è una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza – sia lucidamente consapevole di poter agire pressoché indisturbato, potendo contare sulla “copertura” delle proprie istituzioni, e su un credito socialmente e politicamente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società civile.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione, al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa a costoro se questo atteggiamento abbia come diretta conseguenza la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

  • C’E’ UN PORCO IN CATTEDRA

    C’E’ UN PORCO IN CATTEDRA

    Il maestro pedofilo ha pagato e sta pagando. L’arresto. Una condanna definitiva a cinque anni: uno l’ha fatto in carcere, poi i domiciliari. 75 mila euro di risarcimento, in parte in piccole rate, divisi tra le tre famiglie che l’avevano denunciato per le bambine palpeggiate in classe. Bambine di sei e sette anni. Prima e seconda elementare. E ora il problema non è più quel maestro di musica, ma la scuola.

    La scuola cattolica che si gira dall’altra parte. “Non hanno mai risposto alle lettere dei genitori”, dichiara l’avvocato Guglielmo Mursia, che adesso assiste le famiglie con la collega Sandra Londei e vuole fare causa al Vaticano. “Per responsabilità morale – dice – che secondo il diritto canonico è imprescrittibile”. La direttrice, suor Loredana Brettone, non ci crede davvero neanche dopo dodici anni e le sentenze:

    “Sì, ho sentito che è stato condannato, ma io ho sempre pensato che non era possibile, ero scettica. Era una persona gentile, rispettosa. Ci sembrava una diceria, per questo ci siamo ritirate e non abbiamo più avuto contatti con nessuno”, ha detto ieri al Fatto Quotidiano la religiosa, tuttora responsabile dell’Istituto Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, una scuola paritaria dell’infanzia e primaria nel quartiere Portuense di Roma, meno di cento bambini. Apprezzata anche perché bilingue.

    “Con i pasti pagavamo 200-250 euro al mese”, racconta ancora il padre di una vittima dei palpeggiamenti. I fatti risalgono al 2013, la condanna è definitiva dal 2023. In sede civile, racconta l’avvocato Mursia, si accordano con i legali del maestro per 25 mila euro a famiglia, 10 mila subito e il resto a rate di 500 euro al mese. Ma la scuola non risponde e i legali delle famiglie si rivolgono al Vicariato, senza risultati, chiedendo un’assunzione di responsabilità.

    E ora alla Diocesi di Roma e alla Santa Sede: “L’Istituto scolastico – scrivono – ha omesso di prestare alle minori e alle famiglie il benché minimo appoggio morale e/o materiale.”

    Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani per “Il Fatto Quotidiano”

    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/39-39-porco-cattedra-famiglie-bambine-palpeggiate-392044.htm

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 30 del 30 marzo

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 30 del 30 marzo

    Francesco Zanardi – San Gallo, aperta un’indagine per abusi in una scuola evangelica

    La procura del cantone di San Gallo ha aperto un procedimento penale per presunti abusi subiti da ex alunni di una scuola evangelica privata. Secondo le informazioni dello stesso pubblico Ministero si indaga soprattutto sul reato di violenza carnale.

    Secondo la radio svizzerotedesca SRF, gli atti contro l’integrità sessuale sono al centro dell’inchiesta: la procura ha confermato oggi a Keystone-ATS il contenuto del servizio radiofonico. Quest’ultimo ha anche riferito che al centro delle indagini vi è un ex insegnante.

    Lo scorso settembre, un documentario televisivo della stessa SRF aveva rivelato abusi subiti da ex alunni tra il 1995 e il 2002. Gli ex studenti dell’istituto avevano mosso alla scuola gravi accuse, riferendo in particolare di percosse con cinture e di un generale clima violenza psicologica.

    L’indagine giornalistica era seguita alla pubblicazione nel 2022 di un rapporto esterno su questo caso commissionato dai nuovi responsabili della scuola che aveva fatto violenza sugli alunni.

    Poco dopo la diffusione del documentario, un’ex allieva ha dichiarato alla SRF di essere stata violentata negli anni Novanta, quando aveva 12 anni, da un insegnante della scuola.

    https://www.cdt.ch/


    Federica Tourn – Vescovo belga dimesso dallo stato clericale per abusi su minore

    È stato dimesso dallo stato clericale il vescovo belga Roger Vangheluwe, 87 anni, colpevole di abusi sessuali su minore. Una decisione presa direttamente da Papa Francesco nei confronti del pedofilo, reo confesso, che aveva ammesso di aver abusato per anni di un suo nipotino.

    I reati a lui imputati erano tuttavia caduti in prescrizione e per questo l’uomo di chiesa non è mai stato perseguito dalla giustizia belga. Il Vaticano gli aveva imposto solo di vivere in un monastero.

    Come si legge in una nota della Nunziatura a Bruxelles, nel corso degli ultimi mesi, sono emersi “nuovi elementi gravi riportati al Dicastero per la Dottrina della Fede, che rendono necessario un riesame” della vicenda dell’ex presule che si era dimesso con Benedetto XVI, ma da allora, pur vivendo ritirato, era rimasto sacerdote.

    In seguito a una nuova indagine, il Dicastero ha quindi deciso di risentire la difesa del prelato; una volta esaminata, l’8 marzo 2024, la Dottrina della Fede “ha presentato la documentazione al Santo Padre, proponendo la dimissione dallo stato clericale, in conformità all’articolo 26 delle norme Sacramentorum sanctitatis tutela”. Ovvero il motu proprio di Giovanni Paolo II del 2001 sui “delitti più gravi” riservati all’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, aggiornato nel 2010 da Ratzinger e poi nel 2021 da Bergoglio.

    La speranza che la dimissione dallo stato clericale del vescovo belga “possa aiutare le vittime a riprendersi da questo abuso che ha segnato così profondamente e per tutta la vita loro e i loro cari”. E’ quanto affermano in una nota i vescovi del Belgio a commento della decisione presa da Papa Francesco.
    Nella Dichiarazione i vescovi del Belgio ricordano di aver “richiesto” questa misura “più volte negli ultimi anni”. “I vescovi del nostro Paese hanno sempre ritenuto, insieme alle vittime degli abusi e a molte altre persone della nostra società, che fosse vergognoso che Roger Vangheluwe avesse potuto rimanere ufficialmente vescovo e sacerdote, nonostante le misure molto restrittive messe in atto dalle sue dimissioni forzate”. I vescovi erano quindi tornati a chiedere la riduzione allo stato laicale del vescovo nell’ottobre 2023. Hanno esortato Vangheluwe a richiederla lui stesso e hanno reintrodotto il suo dossier canonico alle autorità vaticane. Questo file include la dichiarazione di una vittima che ha recentemente testimoniato formalmente contro Vangheluwe. Da qui la decisione di Papa Francesco. I vescovi belgi “esprimono il loro grande rispetto verso le vittime. Hanno trovato il coraggio e la forza di denunciare il loro aggressore”, scrivono nella nota. “Il loro esempio ha ispirato molte altre vittime che, a loro volta, non lasceranno più impunito il loro aggressore”. La nota spiega che Roger Vangheluwe, in linea di principio, può andare dove vuole. Tuttavia, è stato concordato con l’abbazia dove attualmente risiede che potrà continuare a restarvi in ​​isolamento. “I vescovi hanno insistito affinché lo facesse davvero”.

    Fonte: Vatican News, www.fanpage.it e Agensir


    Ludovica Eugenio – Jean-Michel Merlin, nuovi testimoni accusano ex focolarino

    PARIGI-ADISTA. È stato efficace l’appello lanciato dalla polizia francese all’inizio di quest’anno affinché si facessero avanti nuovi testimoni e vittime di abusi perpetrati dal laico consacrato ex focolarino Jean-Michel Merlin, oggi 83 anni. Il quotidiano Le Parisien (25/3) ha pubblicato la testimonianza di un uomo, oggi 52enne, che si è recato a denunciare proprio dopo aver appreso dell’appello. L’uomo racconta di essere stato abusato da Merlin dai 13 ai 15 anni, e poi ancora intorno ai 16-17; Merlin cercava le sue prede tra le famiglie rurali e meno abbienti che frequentavano il movimento, conquistando la fiducia dei genitori.

    Personaggio carismatico e di spicco nel movimento, giornalista, già direttore della rivista dei focolarini Nouvelle cité, nel 2020 Merlin era stato al centro di un’inchiesta del quotidiano Les Jours, con la quale una delle sue vittime, Christophe Renaudin, ha fatto esplodere il caso, battendosi perché una commissione esterna indagasse sulla reale portata del fenomeno abusi all’interno del movimento dei Focolarini. Renaudin, musicista e clown, era stato abusato da bambino da Merlin, che ha passato la vita nel movimento dagli anni ‘60 fino al 2016, quando ne è stato espulso. Lo aveva denunciato già nel 1994, in sede penale (con l’esito di non luogo a procedere) e in sede civile; qui Merlin, e siamo nel 1998, era stato condannato a pagare 50mila euro di risarcimento.

    Da allora almeno una trentina sono le vittime emerse, per ammissione dei focolarini stessi. Sempre nel 2020, sull’onda dello scandalo mediatico, i vertici francesi si erano dimessi e a dicembre dello stesso anno il Movimento incaricava la società GCPS Consulting di compiere un’indagine. Ne è derivato un rapporto di quasi un centinaio di pagine, frutto di un anno e mezzo di lavoro, basato sulla testimonianza di 26 vittime di Merlin – tutte maschili – mentre si ipotizzava l’esistenza di altre 11 vittime, nel periodo esaminato, dal 1963 al 1998, per un totale di almeno 37 vittime. Alcuni episodi di adescamento erano stati segnalati anche oltre questo periodo, fino al 2017. Lapidaria la valutazione del Rapporto: «Merlin è stato un prolifico abusatore seriale di minori, responsabile di molteplici casi di abuso sessuale e tentato abuso sessuale su minori, quelli di cui abbiamo informazioni e, molto probabilmente, molti altri».

    Poiché i fatti erano prescritti, nel 2022 il tribunale di Nanterre ha deferito la questione alla brigata territoriale di protezione della famiglia, affinché proseguisse le indagini cercando nuovi testimoni. Ora la Prefettura di polizia di Nanterre, il 2 gennaio scorso, ha emesso un appello a eventuali altre «vittime non ancora identificate» e a chiunque potesse «fornire informazioni di interesse per l’indagine o desideri denunciare fatti di cui potrebbe essere stato vittima in relazione a questo caso» a farsi avanti. L’inchiesta, per aggressioni sessuali su minori e maggiori di 15 anni e su maggiorenni, copre un periodo che va dal 1963 al 2005. Data la rilevanza del personaggio nel movimento e l’estensione del periodo, la questione che si pone ora è chi sapeva, nella gerarchia, e ha protetto Merlin e l’istituzione tacendo.


    Alessio Di Florio – Il sommerso fenomeno settario abusante – Proposta di una commissione di inchiesta parlamentare, prima firmataria Stefania Ascari, deputata Movimento 5 Stelle

    Oggi sono tra i due e i quattro milioni gli italiani coinvolti in organizzazioni settarie. Non lo sappiamo con esattezza perché l’ultimo rapporto ufficiale del Ministero dell’Interno risale al 1998. Da 26 anni non abbiamo dati ufficiali del Ministero dell’Interno sul fenomeno delle organizzazioni settarie sebbene, rispetto al 1998, per esse sia diventato molto più facile reclutare soggetti sensibili per via dell’utilizzo delle nuove tecnologie e per un isolamento maggiore delle persone.

    Ne sentiamo parlare solo quando gli esiti sono i più drammatici, come nel caso della mattanza di Altavilla Milicia o di Roberta Repetto, ma le ricadute dell’azione delle organizzazioni settarie sulle persone sono molteplici e disastrose, in quanto tendono, con la propria attività, a emarginare le vittime che spesso vivono situazioni di fragilità.

    Se non abbiamo informazioni dettagliate non possiamo realizzare politiche di contrasto né conoscere pienamente il fenomeno.

    Alla Camera Dei Deputati attende di essere discussa una proposta di legge a prima firma della deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari per l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle organizzazioni settarie in Italia. Lo scorso 21 marzo in una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati ne hanno parlato Stefania Ascari,  e i rappresentanti delle principali associazioni italiane che da decenni si occupano del tema

    Toni Occhiello, Aivs Associazione italiana Vittime delle Sette ODV (FI);
    Lorita Tinelli, Cesap Centro Studi Abusi Psicologici Odv – Noci (BA);
    Luigi Corvaglia, Cesap Centro Studi Abusi Psicologici Odv – Noci (BA);
    Maurizio Alessandrini, Favis Associazione Familiari delle Vittime delle Sette Odv (RN);
    Rita Repetto, La Pulce nell’Orecchio Associazione Chiavari (GE);
    Cristina Caparesi, DERAD Italia Aps contro ogni Radicalismo (UD);
    Sergio Pietracito, Associazione vittime del Forteto (FI);
    Giovanni Ristuccia, SOS Antiplagio ONLUS (NO)

    Nel silenzio le sette proliferano ed è compito delle istituzioni intervenire per arginare un fenomeno tanto pericoloso per la sicurezza dei cittadini e delle cittadine. «Rinnovo l’invito al Parlamento affinché intervenga per arginare un fenomeno così pericoloso per la sicurezza dei cittadini e delle cittadine – ha dichiarato Ascari dopo la conferenza stampa –  Le vittime delle organizzazioni settarie abusanti e le loro famiglie non possono essere abbandonate dalle istituzioni».


    Federico Tulli – Dove si nascondono i preti pedofili

    Silenzio e preghiera. È questa la pena comminata dalla Chiesa cattolica

    agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne.

    Dal 2000, sappiamo grazie a Rete L’Abuso che sono almeno 200 i sacerdoti denunciati in Italia per pedofilia. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Indagando con Emanuela Provera per il nostro libro edito da Chiarelettere “Giustizia divina” abbiamo così scoperto che molto pochi sono in carcere o sono passati per un carcere. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative?

    La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una «madre amorevole». «Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma,

    sempre, il loro vescovo è al corrente del loro “domicilio”. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa» ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo. Abbiamo così scoperto che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di «assistenza per ecclesiastici in difficoltà» (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei

    rei, tramite la cura – laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, – l’espiazione e la penitenza.

    Silenzio e preghiera. Per primi, oltre ad averne verificato l’esistenza, abbiamo mappato questa rete di case di cura in tutta Italia e soprattutto siamo entrati in quelle mura intervistando chi vi ha abitato e chi le gestisce. Anche attraverso fonti documentali inedite abbiamo raccontato come sono regolamentate, da chi dipendono, che sono finanziate dalla Conferenza episcopale, che sono state “inventate” da monsignor Ghizzoni, nominato nel 2019 primo presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa. Inoltre, abbiamo raccontato che tipo di vita conducono i preti “reclusi” al loro interno e come sono regolate le relazioni con la società laica. Abbiamo così appurato che il diacono non ci aveva detto tutta la verità. L’atavico timore del Vaticano per lo scandalo pubblico talvolta trasforma questi luoghi in carceri parallele a quelle dello Stato. È in queste «cliniche» che vengono indirizzati con garanzia di anonimato i sacerdoti protagonisti di episodi di abusi su minori che la Chiesa italiana, sulla base delle regole che si è data, non denuncia alla magistratura laica. Finendo paradossalmente per spuntare le armi che lo stesso papa Francesco ha a disposizione per la lotta contro la pedofilia.

    Come si combina infatti tutto questo con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

    Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa, più o meno volontariamente, tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra,

    e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.

    È questa un’idea di giustizia che si piega alle convenienze della

    monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale. E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo che è intollerabile per il papa, sta qui la sua «tolleranza zero».

    Che ne pensate?

  • Tavolette di cera? No, esseri umani

    Tavolette di cera? No, esseri umani

    di Federico Tulli – Di fronte a un delitto violento e così diffuso nella società civile come la pedofilia, io sono convinto che per comprenderne le motivazioni, organizzare una seria prevenzione a tutti i livelli e anche per fare seria informazione e divulgazione, occorra certamente dare un’adeguata copertura mediatica dei casi – facendo ben attenzione a non scadere nel morboso per vendere qualche copia in più – ma è fondamentale rivolgersi agli esperti. «La cosiddetta ‘pedofilia’ – letteralmente ‘amore per il bimbo’, ma tutto è fuorché amore e sessualità, è un attentato alle capacità della vittima di fidarsi degli altri, di sentire e pensare – è una storia che ha sempre tre componenti: la vittima, l’aggressore e l’ambiente in cui si verifica l’abuso», mi racconta la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente di Netforpp Europa ​​Network Europeo per la Psichiatria Psicodinamica.

    «È ormai risaputo che nella maggior parte dei casi la violenza avvenga in famiglia. Premetto che all’estero esistono anche consultori per uomini con tendenze ‘pedofile’ che vorrebbero essere aiutati a non attuarle, ma in Italia questo concetto non si è ancora diffuso. Perciò noi psichiatri vediamo, nell’ambulatorio pubblico oppure nello studio privato, soprattutto le vittime: il bambino o l’adulto che è stato abusato da bambino. Sullo sfondo la persona che ha aggredito, lo zio, il padre, il nonno, il nuovo compagno della madre, ma c’è anche il resto della famiglia, i parenti della vittima – molto spesso la madre – che proprio non hanno visto o che hanno fatto finta di non vedere». Della famiglia, di certe famiglie molto credenti in un certo senso fa parte anche il prete della parrocchia dove i figli seguono la messa, si preparano alla comunione e così via.

    «Molte volte», racconta l’esperta, «quando sento queste storie, ho l’impressione che a livello latente ci sia una connivenza, una complicità della madre, o chi per lei, con il violentatore. C’è un essere d’accordo con l’intento che il bambino vada in qualche modo distrutto, nel senso che non deve uscire psichicamente indenne dall’infanzia e dalla pubertà». È un tema complesso e doloroso ma, osserva la dottoressa Homberg, va affrontato se si vogliono capire le dinamiche vere della cosiddetta pedofilia. «Se si estende questa considerazione al caso specifico della Chiesa cattolica», prosegue la psichiatra «possiamo dire che l’istituzione ecclesiastica rientri nella categoria del terzo elemento della triade, quello della ‘madre’ che preferisce non vedere. Oppure, se vede, arriva a sostenere che la vicenda non ha nessuna importanza in confronto alla storia della Chiesa».

    Quando qualcuno punta loro il dito contro, come ad esempio ha fatto nel 2014 l’Onu nel caso della violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia, sembra quasi che dicano ‘ma cosa mai sarà successo?’. «È vero. Inoltre siamo in presenza di un fenomeno che è oggettivamente irritante per qualsiasi cittadino di un paese democratico. C’è un paese in Europa, lo Stato del Vaticano, c’è un’istituzione religiosa, la Chiesa cattolica, che si arroga il diritto di porsi al di sopra e al di fuori delle leggi ‘laiche’ dei singoli Stati. Pretende di fatto di poter costituire uno Stato a sé stante dentro gli altri Stati. Questo fenomeno non si vede solo in Italia, c’è lo stesso problema anche in altri paesi meno monopolizzati dalla Chiesa cattolica come la Germania. Si ha la sconfortante impressione che le gerarchie ecclesiastiche, forse perché sono ancora legate a un modello teocratico medioevale o di monarchia assoluta, siano incapaci di comprendere alcuni concetti moderni come quello di istituzione democratica o di Stato di diritto. Pertanto tranquillamente sostengono che il trattamento di questi che sono dei gravi reati commessi contro cittadini di un determinato paese, e come tali perseguiti dalla giurisdizione di questi paesi, siano in realtà una loro prerogativa da risolvere all’interno della Chiesa stessa, magari limitandosi a trasferire il prete pedofilo in un’altra parrocchia e tenendo segreto il motivo del trasferimento alla comunità».

    In barba all’incolumità dei bambini e allo Stato di diritto. «Da psichiatra», chiarisce Homberg, «ribadirei questo concetto: esiste una diffusa non cultura rispetto al bambino. Finché il bimbo non raggiunge i 7-8 anni di età, non scrive e non esercita il cosiddetto raziocinio, non sarebbe ancora un vero essere umano. Quindi quello che succede dalla nascita fino a quell’età non ha importanza. È un’idea errata che per fortuna non corrisponde più al pensare comune. Sebbene paradossalmente trovi ancora espressione in alcuni ambienti che in verità dovrebbero essere i più avanzati e progrediti: in molte università», conclude la psichiatra, «ancora oggi si insegna agli studenti che il neonato è una tavoletta di cera vuota, creta da plasmare, e che un’identità umana vera e propria nel bambino piccolo non esiste».

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 29 del 23 marzo

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 29 del 23 marzo

    Francesco Zanardi – Si torna in aula a Latina per l’udienza preliminare a carico Alessandro Frateschi

    Si torna in aula al tribunale di Latina, per l’udienza preliminare a carico Alessandro Frateschi, 50 anni, ex prof di religione e diacono arrestato per violenza sessuale a danno di cinque giovanissimi. La giudice Laura Morselli ha accolto la richiesta di incidente probatorio per ascoltare i tre ragazzi minorenni, studenti del liceo Majorana, e oggi dovrebbe essere affidato l’incarico a un perito che dovrà assistere i ragazzi nella delicata ricostruzione di episodi estremamente traumatici.

    Il giudice dovrà individuare uno psicologo specializzato nei reati sessuali a danno di minori che possa aiutarli nel racconto di quanto accaduto quando furono sottoposti ad abusi da parte del loro insegnante di religione, così come viene ipotizzato dall’accusa.

    Il perito, ancora non individuato, sarà incaricato di effettuare anche una perizia psicodiagnostica per rispondere a una serie di quesiti, esattamente cinque. Il giudice vuole infatti stabilire se i ragazzi minorenni abbiano subito maltrattamenti o abusi sessuali in ambiente familiare o scolastico, se ci siano stati episodi traumatici o particolari stati emotivi.

    Difficile al momento ipotizzare i motivi che possano aver portato il giudice a formulare quesiti così specifici. Forse sono legati a particolari passaggi contenuti nelle carte dell’inchiesta, ma è soltanto un’ipotesi visto che la richiesta della Procura in merito all’incidente probatorio riguardava esclusivamente la preziosa testimonianza delle vittime e non ne metteva assolutamente in discussione l’attendibilità.

    IL MESSAGGERO


    Federica Tourn – No alle confessioni ai bambini: sono a rischio abuso, lo dice uno studio di Friburgo

    Anche le confessioni dei bambini non sono esenti dal rischio di potenziali abusi sessuali perché nel confessionale si potrebbero insinuare comportamenti manipolativi o legami ambigui. Si tratta di una riflessione choc che si sta facendo strada nelle comunità cattoliche tedesche al punto che nella diocesi di Friburgo, in Germania, una commissione incaricata di occuparsi degli abusi, ha fatto affiorare il problema, chiedendo di accantonare le confessioni sui più piccini, e posticipandole a una età più adulta.

    Secondo l’agenzia cattolica KNA lo studio della diocesi ha mostrato che l’amministrazione di quel sacramento ai bambini della prima comunione potrebbe essere un «punto di iniziazione per gli abusi sessuali”, di conseguenza la raccomandazione della commissione è di abbandonarlo. Una misura prudenziale, a causa della stretta relazione tra bambino e il prete, la situazione che si viene a creare e potrebbe «aprire la possibilità di un comportamento manipolativo nei confronti di bambini e minori al punto da violarne i confini».

    Gli esperti hanno chiesto che i bambini di 7 e 8 anni non siano più invitati alla loro prima confessione. Molto più sensato, scrivono, aspettare che abbiano 15 o 16 anni. Le motivazioni sviluppate dagli psicologi fanno leva sul fatto che i piccoli a quell’età difficilmente hanno già chiara una visione consapevole della colpa e del peccato. L’arcidiocesi di Friburgo è stata così chiamata a correre ai ripari ed, eventualmente, provvedere a nuovi regolamenti.

    La confessione o sacramento della penitenza, per la Chiesa, ha un enorme significato. Durante la confessione i credenti rivelano i propri errori ed esprimono il loro rimorso mentre il sacerdote assolve il credente dai peccati per conto di Dio. Il sacerdote è poi vincolato al segreto assoluto dal sigillo della confessione.

    Papa Francesco ha spesso incoraggiato i preti ad essere indulgenti, misericordiosi e a perdonare tutto. «Per favore, fratelli, perdonate tutto, perdonate sempre, senza mettere il dito troppo nelle coscienze; lasciate che la gente dica le sue cose e voi ricevete quello come Gesù, con la carezza del vostro sguardo, con il silenzio della vostra comprensione. Per favore, il sacramento della confessione non è per torturare, ma è per dare pace. Perdonate tutto, come Dio perdonerà tutto a voi. Tutto, tutto, tutto».

    Fonte: Il Messaggero


    Alessio Di Florio – Finalmente partita commissione parlamentare Orlandi-Gregori

    Il 14 marzo si è riunita per la prima volta la commissione parlamentare d’inchiesta su Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ed è stato costituito l’ufficio di presidenza. Ora la commissione è pienamente operativa e può iniziare i suoi lavori. Hanno avuto ragione Pietro Orlandi e l’avv. Laura Sgrò, si poteva proporre una commissione e può lavorare. Un fatto incontrovertibile che smentisce chi, dalle aule parlamentari al Vaticano, ha sostenuto il contrario.

    La settimana scorsa si è titolato su tromboni abbondanti e trombette mancanti, su come ci sono notizie che vengono pubblicate o non pubblicate esprimendo di fatto una posizione, una direzione, una linea. Fin troppo spesso inginocchiata e di comodo ad alte sfere. La partenza della commissione parlamentare lo conferma. L’anno scorso la narrazione, smentita dai fatti e crollata già decenni fa, della magistratura vaticana contro la famiglia Orlandi così come il polverone contro Pietro Orlandi piegando a campagne che hanno tentato di delegittimarlo parole pronunciate in una trasmissione televisiva hanno avuto ampissimi echi e uno spazio mediatico enorme. I due atti intimidatori contro di lui quasi nulla di tutto ciò.

    Esattamente come, in questi giorni, l’istituzione e la partenza della commissione. Che ora dovrà lavorare seriamente, dovrà fare inchiesta e non cercare “verità di comodo”. Come scrisse mesi fa su Notte Criminale Alessandro Ambrosini la commissione d’inchiesta Orlandi-Gregori “è un metro che misura la volontà effettiva di una classe dirigente di rompere con un passato che non ha raccontato, ha intorbidito. Che non ha cercato, ha coperto. Che non ha risolto, ha deviato”. “E’, e deve essere, la discontinuità con ciò che non è stato fatto troppe volte nella storia d’Italia. Deve essere la prova che lo Stato non ha paura di rispondere alla richiesta di verità e giustizia del proprio popolo. Che non teme di mettere sul tavolo il proprio futuro dissolvendo le nebbie del passato. Non c’è più tempo per passerelle e rassicurazioni. Servono solo fatti e concretezza. Questo deve essere il tempo degli uomini giusti, non delle marionette di un teatro stantio”.


    Federico Tulli – Tavolette di cera? No, esseri umani

    Di fronte a un delitto violento e così diffuso nella società civile come la pedofilia, io sono convinto che per comprenderne le motivazioni, organizzare una seria prevenzione a tutti i livelli e anche per fare seria informazione e divulgazione, occorra certamente dare un’adeguata copertura mediatica dei casi – facendo ben attenzione a non scadere nel morboso per vendere qualche copia in più – ma è fondamentale rivolgersi agli esperti. «La cosiddetta ‘pedofilia’ – letteralmente ‘amore per il bimbo’, ma tutto è fuorché amore e sessualità, è un attentato alle capacità della vittima di fidarsi degli altri, di sentire e pensare – è una storia che ha sempre tre componenti: la vittima, l’aggressore e l’ambiente in cui si verifica l’abuso», mi racconta la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, presidente di Netforpp Europa ​​Network Europeo per la Psichiatria Psicodinamica. «È ormai risaputo che nella maggior parte dei casi la violenza avvenga in famiglia. Premetto che all’estero esistono anche consultori per uomini con tendenze ‘pedofile’ che vorrebbero essere aiutati a non attuarle, ma in Italia questo concetto non si è ancora diffuso. Perciò noi psichiatri vediamo, nell’ambulatorio pubblico oppure nello studio privato, soprattutto le vittime: il bambino o l’adulto che è stato abusato da bambino. Sullo sfondo la persona che ha aggredito, lo zio, il padre, il nonno, il nuovo compagno della madre, ma c’è anche il resto della famiglia, i parenti della vittima – molto spesso la madre – che proprio non hanno visto o che hanno fatto finta di non vedere». Della famiglia, di certe famiglie molto credenti in un certo senso fa parte anche il prete della parrocchia dove i figli seguono la messa, si preparano alla comunione e così via.

    «Molte volte», racconta l’esperta, «quando sento queste storie, ho l’impressione che a livello latente ci sia una connivenza, una complicità della madre, o chi per lei, con il violentatore. C’è un essere d’accordo con l’intento che il bambino vada in qualche modo distrutto, nel senso che non deve uscire psichicamente indenne dall’infanzia e dalla pubertà». È un tema complesso e doloroso ma, osserva la dottoressa Homberg, va affrontato se si vogliono capire le dinamiche vere della cosiddetta pedofilia. «Se si estende questa considerazione al caso specifico della Chiesa cattolica», prosegue la psichiatra «possiamo dire che l’istituzione ecclesiastica rientri nella categoria del terzo elemento della triade, quello della ‘madre’ che preferisce non vedere. Oppure, se vede, arriva a sostenere che la vicenda non ha nessuna importanza in confronto alla storia della Chiesa».

    Quando qualcuno punta loro il dito contro, come ad esempio ha fatto nel 2014 l’Onu nel caso della violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia, sembra quasi che dicano ‘ma cosa mai sarà successo?’. «È vero. Inoltre siamo in presenza di un fenomeno che è oggettivamente irritante per qualsiasi cittadino di un paese democratico. C’è un paese in Europa, lo Stato del Vaticano, c’è un’istituzione religiosa, la Chiesa cattolica, che si arroga il diritto di porsi al di sopra e al di fuori delle leggi ‘laiche’ dei singoli Stati. Pretende di fatto di poter costituire uno Stato a sé stante dentro gli altri Stati. Questo fenomeno non si vede solo in Italia, c’è lo stesso problema anche in altri paesi meno monopolizzati dalla Chiesa cattolica come la Germania. Si ha la sconfortante impressione che le gerarchie ecclesiastiche, forse perché sono ancora legate a un modello teocratico medioevale o di monarchia assoluta, siano incapaci di comprendere alcuni concetti moderni come quello di istituzione democratica o di Stato di diritto. Pertanto tranquillamente sostengono che il trattamento di questi che sono dei gravi reati commessi contro cittadini di un determinato paese, e come tali perseguiti dalla giurisdizione di questi paesi, siano in realtà una loro prerogativa da risolvere all’interno della Chiesa stessa, magari limitandosi a trasferire il prete pedofilo in un’altra parrocchia e tenendo segreto il motivo del trasferimento alla comunità».

    In barba all’incolumità dei bambini e allo Stato di diritto. «Da psichiatra», chiarisce Homberg, «ribadirei questo concetto: esiste una diffusa non cultura rispetto al bambino. Finché il bimbo non raggiunge i 7-8 anni di età, non scrive e non esercita il cosiddetto raziocinio, non sarebbe ancora un vero essere umano. Quindi quello che succede dalla nascita fino a quell’età non ha importanza. È un’idea errata che per fortuna non corrisponde più al pensare comune. Sebbene paradossalmente trovi ancora espressione in alcuni ambienti che in verità dovrebbero essere i più avanzati e progrediti: in molte università», conclude la psichiatra, «ancora oggi si insegna agli studenti che il neonato è una tavoletta di cera vuota, creta da plasmare, e che un’identità umana vera e propria nel bambino piccolo non esiste».

  • Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

    A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

    Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

    La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

    Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

    «Una stupidata da ragazzotto»

    Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

    Il secondo abuso

    Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

    Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

    Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

    «Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

    Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

    Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

    https://www.adista.it/articolo/71587

  • La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    C’è una rete di insospettabili nel Lazio. Una rete di pedofili che è nata ed è cresciuta attorno alle scuole dell’hinterland romano e delle province. Che, partendo dalle parrocchie, è riuscita a prendere le comunità giovanili e le case famiglia legate ai presidi religiosi sul territorio. Questa rete sinora ha goduto di protezioni, mostrandosi allo stesso tempo in grado di terrorizzare le sue vittime.

    Ne fanno parte individui che potrebbero aver compiuto abusi pesantissimi anche tra le pareti domestiche. Soggetti abili a colpire i più fragili, quei giovanissimi che hanno subito molestie e che con le loro famiglie da oltre un anno spingono per conoscere la verità. Così, con le loro denunce, si sono guadagnati l’attenzione di tre Procure: prima Latina e Tivoli, ora Roma. Anche i pm di piazzale Clodio vogliono fare luce sulla rete, collegando i puntini di un disegno per ora ancora oscuro.

    Il tarlo ha iniziato a scavare nella mente degli inquirenti con le inchieste a carico dell’ex dirigente di Azione cattolica, Mirko Campoli a Tivoli, e del diacono Alessandro Frateschi, a Latina. Il primo è stato appena condannato a nove anni di reclusione per abusi su due ragazzini e per il secondo è stato chiesto il rinvio a giudizio.

    Alla procura di piazzale Clodio il compito di tirare le fila: al vaglio c’è un’enorme quantità di materiale pedopornografico finito sotto sequestro. Foto, video, chat inquietanti. Tutto il necessario per tentare di ricostruire la rete. Si vocifera di immagini e filmati proibiti. Tra i protagonisti anche preti e personaggi particolarmente in vista, addirittura politici. Indiscrezioni che hanno bisogno di conferme. Quanto già emerso e quanto sta emergendo tra Tivoli e il capoluogo pontino è però sufficiente. Basta a indirizzare le intenzioni della Procura della Capitale. A convincere i pm che questa storia merita di essere approfondita.

    Gennaio 2023, il primo allarme a Latina
    Era gennaio — la fine di gennaio — quando, venuta a conoscenza di presunti abusi subiti da uno studente del liceo scientifico “Majorana” di Latina, la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Monica Sansoni, si è interessata per la prima volta a quanto stava accadendo all’interno dell’istituto pontino per poi presentare una denuncia in Procura. La garante aveva ricevuto confidenze su una serie di molestie subite da alcuni ragazzi da parte del prof di religione Alessandro Frateschi ed era stata informata anche di messaggi e foto pornografiche inviate dallo stesso insegnante ai ragazzi tramite i social. Aperta un’inchiesta dall’allora procuratore aggiunto Carlo Lasperanza, i carabinieri raccoglievano le testimonianze delle vittime e sequestravano a casa del prof due cellulari, due computer portatili, tablet e due pennette Usb. Gli elementi per fissare il primo nodo della rete.

    I racconti delle vittime
    «Si comportava con me come un ragazzo che cerca di approcciare con una ragazza, cercandomi e cercando di attendere il momento in cui stavo da solo, lontano dai miei amici». Così uno dei minori vittima di Fratesi ha aperto il primo squarcio. Poi sono arrivati gli altri. Ecco uno studente ascoltato dai carabinieri: «Guardate, mi ha mandato una sua foto. È disteso sul letto, in mutande, a gambe divaricate…». Eloquenti anche le chat: «Non ti mando le foto di come sto ora solo per decenza». Ancora: «Pure tu nudo sul letto?».
    L’inchiesta procede spedita, facendo emergere abusi su tre studenti. E, quelli più pesanti, le violenze su un minore in difficoltà di una casa famiglia di Terracina, la città dove vive l’indagato, e su un giovane figlio di amici stretti. Ragazzini travolti dall’orrore. In alcuni casi costretti a farsi sostenere dalla presenza di uno psicologo. Forzati a vivere tra imbarazzi e paure, che con coraggio e fatica stanno ancora cercando di superare a più di un anno dal trauma.

    Perché quello vissuto dagli studenti è stato un incubo.
    «Il professore — ha riferito uno di loro agli inquirenti — aveva con me comportamenti che capivo non fossero giusti, ma io lo giustificavo sempre e mi dicevo non è possibile che sta facendo queste cose». Di più: «So che è un esempio estremo, ma è come una donna che viene picchiata dal suo uomo e poi lo giustifica e ci torna insieme. Io mi sono sentito così, sentivo che lui non si comportava bene con me, ma io tornavo a confidarmi con lui e lui tornava a esagerare con me. Poi mi sentivo in colpa, perché volevo parlarne con qualcuno ma temevo quello che sarebbe successo a lui e ai suoi figli». «Avevo paura di incontrarlo nei corridoi, di restare solo con lui», fa mettere a verbale una delle vittime.

    Per non parlare dell’incubo vissuto dal minorenne che Frateschi aveva conosciuto tramite la casa famiglia e di quello del figlio di alcuni suoi amici, a cui avrebbe mostrato anche un video porno tra lui e un prete del posto, cercando — si ipotizza — di convincere il minore a compiere atti sessuali facendoli apparire come cose normali. Gli stessi compiuti da un parroco che il ragazzino conosceva bene. Un parroco tra l’altro protagonista nei mesi scorsi di una lettera falsa di autodenuncia, inviata da ignoti alle diverse parrocchie pontine, in cui è stata inserita anche una foto del sacerdote nudo. Un messaggio da parte di chi forse ha partecipato e forse è stato vittima di alcune attenzioni? Forse. Alla fine il figlio degli amici di Frateschi è arrivato a confessare ai carabinieri il timore di essere finito in qualcosa di più grande rispetto a delle semplici, per quanto rivoltanti, molestie: «Ho paura di poter essere ammazzato, perché temo che in questa storia ci siano situazioni strane».

    L’identikit del pedofilo
    Ma chi è Alessandro Frateschi? Il 50enne ha alle spalle un patteggiamento a due anni di reclusione per bancarotta fraudolenta nel 2006, reato dichiarato estinto sei anni dopo, una denuncia per attività di gestione di rifiuti non autorizzata nel 2013 da parte della polizia provinciale di Siena, una per omessa dichiarazione ed emissione di fatture per operazioni inesistenti come amministratore di una srl nel 2015, e una terza da parte della Guardia di Finanza per bancarotta fraudolenta e accesso abusivo al credito nel 2021.

    Frateschi aveva tentato la via del sacerdozio, ma era stato allontanato (dirà per incomprensioni con l’allora rettore) dal seminario di Anagni. Una cacciata che non gli ha mai impedito di gravitare comunque attorno al mondo dell’attivismo cattolico, impegnandosi in parrocchia a Terracina, nelle case famiglia, nell’associazionismo e arrivando poi a ottenere il via libera all’insegnamento della religione. Sposato e con figli, il vescovo Mariano Crociata lo aveva anche nominato diacono.

    La scoperta e la denuncia
    Il tempo di avviare le prime indagini e Frateschi è finito fuori dal liceo, dove era arrivato su indicazione della Diocesi di Latina. Per lui è arrivata anche la sospensione come diacono da parte del vescovo Crociata, presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea. L’indagato ha però continuato a lavorare proprio in Diocesi, per l’Istituto di sostentamento del clero, fino a quando a luglio dell’anno scorso è stato arrestato e messo ai domiciliari. Un’ordinanza a cui ne è poi seguita una seconda nel settembre successivo. Tanto che in Curia hanno deciso anche di consegnare agli inquirenti il computer su cui lavorava il 50enne.
    Maggio 2023, la rete prende forma

    A maggio dell’anno scorso, questa volta a Tivoli, si apre il secondo fronte. La polizia arresta Mirko Campoli. A 47 anni, haun passato da professore di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Fermi”. Il curriculum è lungo: segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente diocesano dell’Azione cattolica, direttore dell’ufficio Scuola diocesano e incaricato regionale dell’ufficio Scuola e università dall’ufficio della Cei.

    Una maschera dietro alla quale il vero Campoli si è nascosto per anni.
    Nel 2019 già i primi dubbi, quando un minore riferì agli psicologi del consultorio familiare Ucipem “Familiaris Consortio” di aver subito abusi da parte del 47enne in un campo estivo. Il commissariato di Tivoli inviò un’informativa alla Procura, ma gli atti finirono ad Ancona e i pm archiviarono, ipotizzando che il minore, riferendo di essere stato abusato mentre era nel dormiveglia, avesse sognato le violenze. Arrivate altre denunce, con le vittime spinte dalle loro fidanzatine a prendere coraggio e farsi avanti con le forze dell’ordine, quattro anni dopo Campoli è stato arrestato e il vescovo gli ha revocato gli incarichi. Il 23 dicembre 2021, tra un’inchiesta e l’altra, intanto il 47enne era però andato a lavorare in una casa famiglia a Roma, che ospita vittime di violenze sessuali. E ora è accusato di aver compiuto abusi anche lì.

    La condanna
    Il 7 marzo, solo 48 ore fa, l’ex dirigente di Azione cattolica è stato condannato a 9 anni di reclusione dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Tivoli, che lo ha ritenuto responsabile di abusi su due minorenni: all’epoca avevano 12 e 16 anni.

    Nel primo caso Campoli, a cui i genitori del minore avevano affidato il figlio, avrebbe compiuto abusi sulla vittima per ben quattro anni, fermandosi soltanto quando, esplosa la pandemia, venne disposto il lockdown. Avrebbe commesso violenze a Tivoli, Guidonia e in altri centri religiosi disseminati nel resto d’Italia, «con una frequenza di almeno una volta al mese». Un totale di circa 50 violenze. Gli abusi sarebbero avvenuti anche durante una gita a Gardaland e avrebbero fortemente segnato l’allora minorenne.

    Nel secondo caso invece avrebbe abusato di un 16enne durante un campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Un processo in cui si è costituita anche la Garante, Monica Sansoni, tramite l’avvocato Pasquale Lattari. Al momento della lettura della sentenza in tribunale c’erano anche gli investigatori del commissariato di Tivoli che hanno seguito il caso dall’inizio alle battute finali.

    Le due vittime, emozionate, si sono abbracciate e hanno pianto. «Questa non è una fine, ma un inizio», hanno detto allontanandosi dall’aula. «C’è stata giustizia ma non sarà mai abbastanza», ha detto la mamma di uno dei due. «Ci aspettavamo questo risultato come istituzione e siamo soddisfatti», ha aggiunto Monica Sansoni. «Questi ragazzi meritano il plauso di tutta la collettività. Il loro intento non era solo quello di ricevere giustizia, sebbene nessuna condanna e nessun risarcimento potrà mai ripagare il dolore e il danno da loro patito, ma anche di evitare che altri minori potessero subire le stesse gravissime cose», ha sottolineato il loro avvocato, Michele De Stefano.

    Le giustificazioni del diacono
    Chiusa l’inchiesta bis, il 47enne rischia un secondo processo per abusi sul fratellino di una delle prime due vittime e su un altro minore. È accusato infatti di aver abusato per due anni di un altro 12enne e sempre di violenza sessuale su un bambino di 10 anni ospite di una casa famiglia a Roma, a Boccea, che accoglie soprattutto minori «vittime di fenomeni di maltrattamento, abuso e abbandono». In tutti i casi Campoli è accusato di aver avvicinato i minori mentre erano immersi nel sonno o si trovavano nel dormiveglia e di averli costretti a subire una serie di abusi sessuali. Anche se in aula ha negato in parte e sostenuto che quelle violenze erano dovute a un suo momento di depressione.

    Frateschi, prima interrogato dal gip e poi in una memoria inviata agli inquirenti, nega ugualmente di aver compiuto abusi sessuali. Le violenze sul minore conosciuto in casa famiglia? Sapeva di un problema di salute e voleva vedere quale fosse la situazione. Foto oscene agli studenti? «Ho sbagliato nel modo di approcciarmi a questi ragazzi, nel modo in cui stavamo dialogando». E gli abusi sul figlio di amici? Si è sostanzialmente detto lui molestato e non il contrario. «Pur ribadendo di non aver preso io l’iniziativa in nessuno dei due episodi, in ogni caso nell’episodio… non ho saputo opporre un doveroso rifiuto».

    E le migliaia di foto e video pornografiche e pedopornografiche trovate sui suoi telefonini, tablet e pc? Ha detto di avere una «tendenza omosessuale» e che sulle chat che frequentava «c’erano scambi di foto continui, soprattutto con gente adulta, ma io poi mettevo tutto in un’unica cartella».

    Indizi e minacce, l’inchiesta si allarga
    A inquietare gli inquirenti pontini anche le minacce subite da vittime e testimoni. Con uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali a cui ignoti hanno bruciato il citofono di casa e l’auto della garante per l’infanzia danneggiata per ben due volte. Una familiare di una delle vittime sarebbe poi stata avvicinata dallo stesso Frateschi, ancor prima dell’avvio delle indagini, e si sarebbe sentita chiedere di convincere la vittima a non presentare denuncia: «Insisteva per convincermi, dicendomi che avrebbe perso il lavoro, i figli e…». Tanto che il procuratore aggiunto Lasperanza, chiedendo l’arresto del prof e diacono, specificò: «L’indagato si è già dimostrato in grado di ostacolare l’acquisizione dei necessari elementi di riscontro probatorio, contattando testi per indurli a rendere dichiarazioni mendaci o reticenti». Senza contare che la sorella di uno dei minori avvicinata da Frateschi sarebbe stata avvicinata anche dalla moglie di quest’ultimo e «sottoposta a pressione psicologica». La moglie dell’indagato, secondo la Procura di Latina, avrebbe «minacciato il suicidio e l’omicidio dei figli piccoli», a cui l’interlocutrice «era legata», con l’obiettivo di convincere la donna «a intercedere» nei confronti del familiare, «per indurlo a non sporgere denuncia».

    Ma di un clima sinistro ha parlato anche il procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, al momento dell’arresto di Campoli: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno». Critiche respinte dalla curia vescovile, anche se dopo il primo allarme nel 2019 Campoli è comunque stato lasciato al suo posto.

    La connessione: il caso arriva a Roma
    Campoli e Frateschi si conoscevano? Gli inquirenti hanno subito avuto il sospetto, avendo trovato una foto dell’ex dirigente di Azione cattolica sui dispositivi sequestrati al diacono. E gli investigatori sono alla ricerca di altre tracce che possano confermare l’ipotesi. Intanto le indagini ecclesiastiche sarebbero ancora al palo. Sono state annunciate, ma non si conosce il loro esito.

    L’attesa è così tutta per quelle della Procura di Roma. Frateschi ha camuffato il volto di diversi minori coinvolti in atti sessuali nei video che gli sono stati sequestrati per renderli irriconoscibili. Lo ha fatto temendo che possano essere riconosciute le vittime? E vi sono davvero anche insospettabili in pose oscene? Gli inquirenti romani stanno cercando di rispondere agli interrogativi. E allo stesso tempo stanno cercando di far luce su eventuali coperture. Tanto che nel capoluogo pontino è stata perquisita anche una parrocchia di un sacerdote che ha incarichi importanti. Indagini su cui occorrerà tutta la pazienza necessaria: l’obiettivo è ricostruire i contatti che chattavano con Frateschi. Ci sarebbero diversi personaggi romani. In quegli scambi si parla anche di abusi su minori, in famiglia. Dialoghi irripetibili. E il sospetto che una possibile rete di pedofilia sia ancora pienamente attiva, nonostante gli arresti e le condanne, è più che mai forte.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/03/09/news/rete_pedofili_inchiesta_parrocchie_scuole_violenze_sessuali_bambini_roma-422280746/

  • Garante infanzia, condanna nel procedimento in cui si era costituita parte civile

    Garante infanzia, condanna nel procedimento in cui si era costituita parte civile

    Il giorno 7 marzo, il Giudice dell’Udienza Preliminare del Tribunale di Tivoli ha condannato alla pena di 9 anni (al netto dello sconto di 1/3 per il rito abbreviato) una persona che aveva abusato di due minori in diversi contesti (uno anche durante un campo scuola associativo). La Garante dell’Infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, istituzione pubblica indipendente e di garanzia del Consiglio Regionale, carica ricoperta da Monica Sansoni, era stata ammessa al procedimento quale parte civile.

    La legittimazione era fondata non solo sulle finalità istituzionali – la Garante ha il compito “di assicurare la piena attuazione dei diritti riconosciuti alle persone minori di età” (art.1 legge n. 38 del 2002 della Regione Lazio), ma soprattutto sull’attività – di prevenzione, sensibilizzazione e formazione dei diritti dei minori e loro tutela – che svolge nei territori, nei contesti associativi, nelle scuole, in favore dei ragazzi, delle loro famiglie e dei docenti.

    Il processo di Tivoli ha visto l’ammissione della Garante regionale quale parte civile tra le prime volte in Italia. La costituzione è funzionale alla vicinanza dell’Ufficio del Garante ai ragazzi ed alle loro famiglie: il reato che li vede vittime non è solo violazione della legge penale ma soprattutto violazione delle loro persone e dei loro diritti. Non vi è alcun intento persecutorio verso i carnefici ma solo richiesta di tutela dei minori.

    Significativo che a Tivoli i ragazzi e le loro famiglie abbiano manifestato viva soddisfazione alla Garante per il sostegno istituzionale e personale ricevuto. Per molto tempo sono stati, quali vittime di reati così gravi, pervasi dalla paura di non esser creduti, ma hanno trovato la forza di denunciare. E le loro storie sono state sostenute in primis dalle forze dell’ordine e della Procura della Repubblica.

    In tali reati il carnefice è spesso la persona – a volte che presta attività di volontariato – che dovrebbe avere cura dei minori o a cui sono affidati, nei vari contesti aggregativi. A tal fine la Garante nei prossimi giorni emanerà una direttiva per tutte le associazioni che accolgono minori affinché attivino la richiesta del certificato del casellario giudiziale per i volontari che si occupano dei minori, al fine di verificarne – ove necessaria – l’idoneità.

    Proposta che la Garante nazionale ha manifestato al Governo affinché avvii una proposta di legge in tal senso, sempre con lo stesso fine ispiratore: in tutti i contesti ed “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.” (Convenzione ONU del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con legge 176 del 1991, art. 3 co.1).

    A cura dell’Ufficio stampa del Consiglio Regionale del Lazio

    https://www.consiglio.regione.lazio.it/?vw=newsDettaglio&id=3305

  • Processo a porte chiuse per il docente di religione, Alessandro Frateschi accusato di abusi su minori. Ammesse le parti civili

    Processo a porte chiuse per il docente di religione, Alessandro Frateschi accusato di abusi su minori. Ammesse le parti civili

    LATINA – Nuova udienza a porte chiuse in Tribunale a Latina  per il processo a carico di Alessandro Frateschi, il 49enne professore di religione originario di Terracina accusato di abusi sessuali su minori.

    E’ stata ammessa la costituzione di parte civile delle cinque vittime di cui tre ragazzi ancora minorenni, delle loro famiglie e della Garante per l’infanzia e l’adolescenza del Lazio Monica Sansoni.

    Rigettata invece la richiesta di chiamare nel processo la Diocesi come responsabile civile dei fatti accaduti. E’ quando ha deciso il gip del Tribunale di Latina nell’udienza che si è tenuta oggi pomeriggio. Presenti in aula con la Garante  Sansoni e l’avvocato Nicodemo Gentile, anche le cinque vittime. L’udienza è stata  aggiornata al 7 marzo.

    Soddisfazione è stata espressa dalla Garante. «Sono estremamente soddisfatta per essere stata ammessa come parte civile, nonostante il tentativo di estromettermi da parte della difesa» ha detto la Garante, aggiungendo: «Si tratta di un’inchiesta complicata che, purtroppo, vede protagonisti dei ragazzi minorenni e appena maggiorenni. Un’inchiesta che i ragazzi stanno vivendo con le loro ansie, ma sentendosi pronti a parlare e a fare la loro parte».

    Prossima udienza il 7 marzo.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 26 del 2 marzo

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 26 del 2 marzo

    Francesco Zanardi – CEI incontra le famiglie. Ma i media diffidano 

    Una notizia immediatamente verificata dalle agenzie di stampa, data quella precedente che aveva già all’epoca convinto pochi in quanto uscita senza preavvisi solo dopo gli incontri, quindi non certificabile e certo, verissima la privacy, ma il fatto che CEI – al di là del comunicato – non fosse neppure stata in grado di citare quali le circostanze dei fatti dei “presunti ospiti” si trattasse, aveva sollevato qualche più legittimo dubbio.

    Naturalmente, a questo giro le domande si sono aggiunte alle precedenti perché restano anonime come la volta scorsa le presunte vittime e le circostanze oltre che i luoghi, ma la domanda dei media questa volta è; come è possibile che la Rete L’ABUSO, infondo unica realtà in sostegno delle vittime del clero nel paese, non sia mai stata mai coinvolta in nessuno di questi fondatamente anonimi incontri della CEI?

    Come è possibile che nessuna delle vittime note ed inevitabilmente (in quanto unica in Italia) in contatto con la Rete, sia mai stata chiamata?

    L’ultima inevitabile domanda è chi sarebbero questi gruppi, queste famiglie e queste vittime dal momento che in Italia nessuna risulta essere stata chiamata o abbia mai riportato, anche anonimamente, ai media di questi incontri?

    Domande non certo scontate che giriamo a Zuppi e alla sua squadra di “acchiappa pedofili” perché la risposta non solo ci riguarda, ma ci interessa moltissimo, senza il bisogno di fare nomi.


    Federica Tourn – I dati mancanti del report dei vescovi spagnoli

    Nell’ambito della serie di abusi sessuali su minori commessi all’interno della Chiesa cattolica spagnola, denunciati attraverso  inchieste e pubblicazioni del quotidiano El País , la Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) ha commissionato la preparazione di un rapporto sulla pedofilia in questo ambito. Secondo un’esclusiva del giornale, il documento risultante, intitolato  Dare luce , elimina più di 300 casi di abuso già riconosciuti da 39 ordini o diocesi.

    Non solo: ci sono più di 600 accuse note che non sono state incluse in detto rapporto. Nello specifico mancano 325 denunce che erano state segnalate al Mediatore. Lo stesso organismo che un mese e mezzo fa ha diffuso un proprio rapporto , un lavoro in cui concludeva che lo 0,6% della popolazione spagnola ha subito abusi nella Chiesa , “un minimo di 2.056 vittime”.

    In questo senso, secondo il citato giornale, nel rapporto della Chiesa mancano anche le vittime. L’unico dato è relativo ad un calcolo di giugno 2023, che indicava 927 vittime. Tuttavia, ordini religiosi e diocesi ne hanno segnalati almeno 1.385 all’organizzazione guidata da Ángel Gabilondo.

    “Ognuno ha la sua metodologia e i suoi criteri”

    Dopo aver consultato la CEE su questa differenza di dati tra i due rapporti, i vescovi hanno precisato di non conoscerne la causa, “ma può darsi che siano state richieste cose diverse, in tempi diversi”, hanno dichiarato. L’addetto stampa, José Gabriel Vera, ha detto a El País che “abbiamo fornito i dati al Mediatore, ma lui non ce li ha forniti”.

    SEBBENE le diocesi e gli ordini abbiano assicurato di aver trasmesso informazioni identiche al Difensore civico e alla Conferenza, Vera ha affermato che “ciascuno ha la sua metodologia e i suoi criteri di azione e possiamo dire che sono paralleli. Abbiamo rilevato numerosi casi che compaiono in Molti di essi”.

    Così, dalla CEE hanno assicurato che “abbiamo offerto la nostra collaborazione mettendo a disposizione le informazioni di cui disponiamo, ma, anche se siamo determinati a far sì che il nostro rapporto non tralasci nessun caso, non abbiamo ricevuto informazioni sufficienti”

    Fonte:www.huffingtonpost.es


    Federico Tulli – Uomini che odiano le donne e i bambini

    Nei rilievi della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia contro il Vaticano rimasti pressoché inascoltati dal 2014 a oggi non è finita nel mirino degli esperti dell’Onu solo la pedofilia dei preti cattolici. La Convenzione ratificata anche dalla Santa sede si occupa in generale di tutelare, oltre alla sfera psico-fisica dei minori, anche i loro diritti civili fondamentali. In primo luogo, quello a non essere discriminati in base al sesso. È bene ricordare che durante i lavori della Commissione sullo stato delle donne del 2013 la Santa Sede fece obiezione al testo della bozza finale in cui si proponeva che religione, usanze e tradizioni non diventassero il pretesto degli Stati per sfuggire all’impegno di proteggere donne e ragazze da ogni forma di violenza.

    Le Nazioni Unite riportano a tal proposito un esempio concreto dello sconcertante approccio culturale ancora oggi mantenuto dalla Chiesa nei confronti delle donne oggetto di violenza. Vale a dire il caso avvenuto in Brasile di una bambina di 9 anni stuprata dal patrigno e sottoposta ad un

    aborto di emergenza per salvarle la vita. Ebbene il vescovo locale reagì scomunicando sia la madre della bambina sia il medico che ha eseguito l’aborto; la sanzione è stata successivamente approvata dalla Santa sede. Per questo motivo l’Onu ha invitato il Vaticano a rivedere la sua posizione sull’aborto che mette a rischio evidente la vita e la salute delle ragazze incinte, e ad emendare

    il canone 1398  del Codice di diritto canonico. Questo appunto in particolare provocò una scomposta reazione del Vaticano che espresse «stupore e addirittura rincrescimento», perché in alcuni punti del Rapporto si intravedeva «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

    Avete capito bene, come nella pedofilia – che sarebbe un delitto contro la morale, un peccato di lussuria – anche nei casi di violenza sulle donne al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e si giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

    L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo ‘religioso’ può essere compreso tutto e il suo contrario. In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo,

    in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’aborto è un omicidio, negando ciò che la scienza ha dimostrato, e cioè che la vita umana inizia alla nascita, e che è un peccato tale da portare alla scomunica immediata della donna.