Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    scritto da MARCO CINQUE – Quando si parla delle popolazioni native americane, si dimentica quasi del tutto che molte di queste, oltre che negli Stati Uniti si trovano in Canada, anche se distribuite in comunità più piccole e meno conosciute. Dello stesso Canada poi, nell’immaginario collettivo, si ha un’idea stereotipata di paese molto rispettoso dei diritti umani e civili, ma nella realtà questi diritti non valgono granché per i popoli aborigeni.

    Lo testimoniano le politiche di assimilazione forzata imposte ai bambini indigeni, strappati alle loro famiglie e internati in un sistema di scuole religiose, le boarding schools, istituite sin dagli inizi del Novecento, dove vennero internati circa centocinquanta mila bambini, tra i quali persero la vita più del quaranta per cento, come riportava, nel 1907, la testata quotidiana Montreal Star. Un vero e proprio genocidio, stimato in più di cinquanta mila bambini deceduti in quelle scuole.

    Ma da quando la tragedia delle violenze, delle sterilizzazioni, degli stupri e degli omicidi di bambini indigeni nelle scuole residenziali religiose canadesi (su 118 residential schools, 79 erano cattoliche romane e dipendevano direttamente dalla Santa Sede) è stata resa pubblica, si sono espressi dubbi, ipotizzando una campagna di disinformazione o considerando la denuncia alla stregua di una strumentale esagerazione giornalistica: come si possono definire questi crimini, sempre che ci siano stati, addirittura un genocidio? E com’è stato possibile che nessuno tra religiosi, famiglie delle vittime e istituzioni, in tanti anni non abbiano mai denunciato le torture e gli omicidi perpetrati ai danni di decine di migliaia di bambini indiani?

    Basta approfondire molti aspetti del vecchio sistema legislativo canadese per avere le idee più chiare.

    Ad esempio, la Federal Indian Act del 1874, tutt’ora in vigore, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni ed ha istituito il sistema delle scuole residenziali. Poi la Gradual Civilization Act del 1857, legge che obbligava le famiglie indigene a firmare un documento che trasferiva alle scuole residenziali cristiane i diritti di tutela dei loro figli. Se ci si rifiutava c’era l’arresto immediato oltre a sanzioni economiche.

    Ma il trasferimento legale dei diritti di tutela dei minori si trasformava anche in trasferimento dei beni dei bambini deceduti, così le scuole residenziali hanno lucrato su quelle morti, appropriandosi di terre che poi rivendevano soprattutto alle multinazionali del legname.

    Sono molte le voci dei superstiti delle residential school, che raccontano gli orrori subiti.

    Testimoniava Steven H., dalla St Paul’s Catholic day School:

    Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966.

    O ancora le parole di Rick La Vallee, che del suo trauma ricorda:

    Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i preti lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico, il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato.

    Nella British Columbia, la Sterilization Law, approvata nel 1933 e tuttora attiva, ha consentito di far sterilizzare in maniera massiccia e pianificata qualsiasi ospite nativo delle scuole residenziali.

    Le sterilizzazioni sono state di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta, ed il Ponoka Mental Hospital. Sarah Modeste, della Cowichan Nation, ricorda:

    Il dottor James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava trecento dollari per ogni donna che sterilizzava.

    Probabilmente è proprio grazie a queste leggi che, all’interno delle scuole religiose, la certezza dell’impunità ha permesso che degli orrendi crimini venissero considerati semplici effetti collaterali di quel sistema.

    Secondo un rapporto del dottor Peter Bryce, una buona parte delle morti dei bambini nativi nelle scuole residenziali avvenne a causa della tubercolosi. Era pratica corrente, documentata anche da un repertorio di immagini fotografiche, mescolare deliberatamente bambini sani a bambini malati. Una volta infettatati, agli ospiti degli istituti non venivano fornite cure ed erano lasciati morire.

    Già dal secondo decennio del secolo scorso i giornali canadesi affermavano che il tasso di mortalità dei bambini indigeni nelle boarding schools era superiore al cinquanta per cento di quanti erano obbligati a frequentarle, cioè più di un bambino su due in quelle scuole ci moriva.

    In molti erano coinvolti, ad ogni livello istituzionale, in queste terribili violazioni.

    Dai fascicoli riservati del tribunale dell’Ihraam, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, emerse che:

    Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’Rcmp di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del dipartimento della difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri.

    Gli esperimenti sui bambini nativi sono stati confermati dalle testimonianze di altri sopravvissuti, come quella di Jasper Jospeh, che denunciava:

    Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti.

    Oltre alle decine di migliaia di morti delle scuole residenziali, le conseguenze di questo genocidio si continuano a manifestare sui sopravvissuti, attualmente vittime di un contesto di assoluto degrado psicologico, sociale e ambientale, le cui condizioni sono definite da organismi per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, quelle di “una popolazione colonizzata al limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una società da terzo mondo”.

    In merito alle scuse ufficiali dell’11 giugno 2008 che il primo ministro, Stephen Harper, chiese a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene, due anni dopo, nel 2010, venne domandato all’ambasciatore canadese a Roma, James Fox, se ci fossero stati degli sviluppi:

    La legge finanziaria 2010 del governo canadese ha annunciato centonovantanove milioni di dollari per i prossimi due anni per garantire la continuità dei servizi di igiene mentale e supporto emotivo forniti agli ex studenti e alle loro famiglie, nonché la tempestività ed efficienza delle erogazioni agli ex studenti

    scrissero dall’ambasciata, specificando poi che

    l’accordo di riconciliazione (settlement agreement) da corrispondere agli ex studenti che hanno risieduto presso una scuola sesidenziale indiana, comprende elementi individuali e collettivi per il risarcimento.

    Nonostante l’impegno del governo canadese riguardo i risarcimenti e la revisione di alcune leggi, non sono ancora giunte chiarificazioni in merito all’apertura di eventuali inchieste giudiziarie tese a stabilire le responsabilità dei crimini e degli omicidi avvenuti nelle residential schools. Vale a dire che si ammettono i crimini senza però che vengano perseguiti coloro che li hanno commissionati e materialmente eseguiti.

    Nessuna risposta è seguita invece alle domande rivolte all’ex papa Ratzinger e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis e nessun riferimento o commento a questa tragedia risulta peraltro pervenuta dall’attuale pontefice.

    Tra le altre cose, gli anziani del Consiglio hanno chiesto di

    […] identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti, affinché i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura […], di identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti […], di divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano ed ai registri delle altre chiese coinvolte[…], di revocare le bolle pontificie Romanus Pontifex (1455) e Inter Caetera (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo[…], di revocare la politica del Vaticano che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.

    marcocinque.altervista

     

     

  • Italy  #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Italy #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Un Sit-in di due giorni davanti al Duomo di Napoli dove diverse vittime, mettendoci la faccia, protesteranno chiedendo conto al Cardinale Crescenzio Sepe e alla Diocesi napoletana, sull’esito dei loro procedimenti canonici, divenuti ormai come il segreto di Pulcinella.

    L’iniziativa non violenta partita dalle vittime e patrocinata dall’Associazione Rete L’ABUSO, nasce soprattutto a seguito dell’ultimo scandalo napoletano, quello del sacerdote Silverio Mura recentemente scoperto a fare il prete sotto falso nome in un piccolo paesino del nord, Montù Beccaria, dove da un anno circa, malgrado le denunce, operava ancora a stretto contatto con i minori.

    La Rete L’ABUSO ha svolto alcune indagini sul caso scoprendo che don Silverio Mura arriva nel piccolo cento di Montù Beccaria poco più di un anno fa, dopo la morte della madre.

    A proporlo come aiuto al parroco di Montù – don Simone Baggio – sarà padre Egidio Pittiglio, un sacerdote della Diocesi di Cremona che ha fatto carriera, oggi è Superiore Generale della Congregazione dei Missionari della Divina Redenzione e vive proprio a Napoli, per esattezza a Nola e assegnato alla Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, Carbonara di Nola.

    Da quanto apprendiamo, padre Pittiglio avrebbe proposto da subito don Silverio Mura con un nome falso (Saverio Aversano) al parroco di Montù, che così riuscirà ancora una volta a nascondersi insieme ai suoi scheletri, fino allo scorso 7 marzo, quando un servizio delle IENE lo smaschera.

    Di qui la rabbia delle vittime di don Silverio Mura, quella delle mamme di Montù Beccaria, ma in particolare quella della vittima Diego Esposito, che da otto anni, dopo essersi sottoposto ad un processo canonico, poi insabbiato dalla Diocesi e riaperto lo scorso 17 febbraio da Papa Francesco, scopre l’ennesima presa in giro, che questa volta potrebbe essere costata cara anche ad altri minori, cosa per lui e per noi tutti inaccettabile.

    Un’iniziativa rara in Italia dove generalmente siamo abituati a vedere i fedeli in processione per difendere il pedofilo, mai nessuno per la vittima.

    L’iniziativa coinvolgerà le vittime di due casi insabbiati nel napoletano, quello di don Silverio Mura e quello di don Maurizio Palmieri.

    Sarà presente nei due giorni di Sit-in anche il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, anche lui vittima di abusi, che personalmente vuole sostenere in questa lodevole iniziativa civile e non violenta le vittime napoletane e le loro famiglie che saranno presenti al Sit-in del 7 e 8 aprile.

    L’iniziativa è patrocinata dalla Rete L’ABUSO (Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) e rientra nelle iniziative internazionali del programma #ItalyChurchToo

    L’Ufficio di Presidenza

    contattaci: info@retelabuso.org

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  • MONTÙ BECCARIA : SACERDOTE ACCUSATO DI PEDOFILIA “GIÙ LE MANI DA MONTÙ”

    MONTÙ BECCARIA : SACERDOTE ACCUSATO DI PEDOFILIA “GIÙ LE MANI DA MONTÙ”

    Il sindaco di Montù Beccaria, Amedeo Quaroni, interviene con una lettera aperta, in merito alla vicenda  del sacerdote accusato di pedofilia.

    “Il sentimento che ho condiviso con i miei concittadini ed in particolare con i genitori di minori, dal primo momento in cui ho avuto la notizia – scrive Quaroni- che un sacerdote accusato di pedofilia era in mezzo a noi, è stato quello della preoccupazione! Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli da dove era arrivato in prestito temporaneo e senza un incarico specifico, in seguito ad una richiesta di aiuto per mantenere il servizio alle numerose parrocchie in capo alla nostra.

    L’immediato allontanamento del religioso, la mia conoscenza personale dello stesso, la sua convivenza in comunità parrocchiale a stretto contatto con il Parroco e con altri componenti della parrocchia, la totale assenza anche minima di lamentele in questo lasso di tempo da parte dei cittadini e ancor meno da parte dei genitori di Montù, ancorché la stima che tanti riponevano in lui, mi ha concesso di allentare la morsa della preoccupazione, del resto mai sopita, riponendo la fiducia nella giustizia. Premesso che sono d’accordo sul fatto che la curia di Napoli non abbia agito con la dovuta prudenza mandando in una parrocchia un sacerdote che anche se dichiarato innocente dallo Stato e dalla Chiesa era stato pur accusato di un gravissimo reato. Purtroppo certe accuse infamanti anche se infondate ti segnano per tutta la vita ….e comunque, sono sicuro che se informati per tempo, né il nostro Vescovo di Tortona, né Padre Egidio Pittiglio Superiore dei Missionari della Divina Redenzione, né Padre Simone nostro Parroco si sarebbero accollati l’onere di un rischio simile.

    Non posso però condividere gli attacchi che mi sono stati rivolti, gratuiti, ingiustificati ed immeritati, che sono arrivati tramite i social , facebook e tramite gli organi di stampa.

    Mi è stato rimproverato di non aver provveduto a consegnare il soggetto alle autorità competenti ma di averlo fatto…. scappare! Cari signori, Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria. Si faceva chiamare Don Saverio ? Sì è vero! Probabilmente sapendo dell’accusa infamante che si portava dietro ha preferito presentarsi ai suoi nuovi confratelli e ai parrocchiani con il nome di Don Saverio anziché Silverio diverso da quello indicato dai suoi documenti che riportano fedelmente Silverio Mura con residenza a Napoli.

    In qualità di Sindaco e di cittadino anche se avessi saputo del nome Saverio-Silverio non avrei potuto denunciare nessuno solo perché si fa chiamare con un nome diverso, nel nostro stesso comune ci sono montuesi che si fanno chiamare e sono conosciuti con nomi che non corrispondono alla loro carta di identità ma non per questo sono perseguibili per legge. Tanto meno potevo consegnare all’autorità giudiziaria o trattenere un uomo che non è ricercato da nessuno se non da qualche testata giornalistica o scandalistica.

    Ribadisco la mia vicinanza alla comunità montuese, anche se mi hanno fatto male frasi del tipo …”sapevano tutto” …”il Sindaco non poteva non sapere”…”il Sindaco non si interessa perché ha i figli grandi”…. “c’è omertà perché non è periodo di elezioni” …e altre perle ben più gravi, di questo genere!

    Ma per questo perdono tutti, perché comprendo che nella foga del momento e della condanna generale di uno dei peggiori crimini che un uomo possa commettere, la pedofilia, si possa perdere anche il lume della ragione e lasciarsi andare a pesanti ed inopportune quanto imperdonabili accuse gratuite anche contro pubblici ufficiali ed autorità, lo capisco!

    A proposito di “ omertà” io sono stato il primo a rispondere ai giornalisti su “Il Giorno” che ringrazio per la bellissima foto mai in 30 anni di “carriera politica“ mi avevano riservato una pagina intera con una mia gigantografia….carini vero? Grazie!

    Il giorno dopo ho risposto a ”La Provincia Pavese” ed in entrambe i casi ho detto quello che sapevo raccomandando a tutti prudenza nel giudicare e nell’esprimersi….ma non sono stato ascoltato !

    Un tornado mediatico ha messo il nostro paese nell’occhio del ciclone per volere stesso di alcuni suoi cittadini che, pur non avendo niente di concreto da denunciare, han pensato bene di fare una bella pubblicità gratuita al loro paese.

    Adesso però si sta esagerando .

    Ho visto che gli accusatori di Don Silverio: la presunta vittima che si presenta con nome di fantasia senza mai mostrare il suo volto e i suoi avvocati e i suoi collaboratori, accettati inopportunamente nel nostro gruppo di facebook : ….“ sei di Montù Beccaria se…” , costoro stanno mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese!

    Montù Beccaria, se Don Silverio sarà giudicato colpevole delle accuse che gli vengono contestate, si augura che gli venga inflitta la peggior condanna che lo Stato Italiano possa commutare!

    Ma se qualcuno pensa di strumentalizzarci e di voler utilizzare la serenità dei nostri ragazzi e delle loro famiglie per trovare facili appigli al fine di consolidare un castello accusatorio che scricchiola, prego rivolgersi altrove! La richiesta di indennizzo che chiedono lor signori alla curia di Napoli mi è stato detto essere pari a circa un milione e mezzo di euro, non siamo della partita, grazie!!

    Mi avvalerò se necessario anche della tutela di un legale per difendere la nostra immagine. Diffido già da ora chiunque , che in forme diverse, persista nell’infangare il nome di Montù Beccaria, la sua storia, la sua gente, la serenità dei suoi ragazzi e delle loro famiglie .

    Siamo nella settimana Santa – conclude Quaroni-  credo che mai come adesso dobbiamo tutti insieme trovarci solidali intorno al nostro Parroco, una persona di un’umanità , di una sensibilità e di una bontà straordinaria! Don Simone ha bisogno di noi, del nostro conforto, della nostra solidarietà! Diamogliela!

    Da parte mia, come sempre, sapete dove trovarmi, sono disponibile per qualsiasi chiarimento ed aiuto per il bene del nostro paese e dei nostri ragazzi che sono il nostro futuro e la ragione della nostra vita!

    Amedeo Quaroni

    Sindaco di Montù Beccaria”


    Leggi anche la risposta di Diego Esposito

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

  • Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Egregio sindaco, ho letto con rammarico la sua lettera aperta e le confesso che mi ha profondamente ferito non solo per come lei si esprime, con toni giustificativi e rassicuranti nei confronti di don Mura, un pedofilo che ha rovinato la vita a me e ad altri. Contrariamente a come lei lo definisce “Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria”, mi permetto di dissentire: a meno che lei non ritenga “uomini liberi” persone che, come nel caso di don Mura, sono costrette a nascondersi oramai da 10 anni, sotto falso nome, ed avvalendosi del favoreggiamento della diocesi di turno. “Uomini innocenti”, solo perché si avvalgono della prescrizione, anziché rinunciarvi e chiedere il giudizio alla magistratura chiarendo la propria posizione, levandosi di dosso, una volta per tutte, quelle che lei, signor sindaco, definisce banalmente accuse infondate e infamanti: ma si è chiesto perché, se le accuse sono davvero infondate, don Mura non mi ha querelato per diffamazione ?

    Lei afferma che; “come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici” ma le devo ricordare che lei è un sindaco della Repubblica Italiana, uno stato laico, il suo dovere non è quello di tutelare la chiesa dalle sue stesse zozzerie, il suo dovere – mi consenta se glielo rammento – è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini. Sarebbe stato suo dovere – soprattutto ignorando quali azioni siano in corso da parte della magistratura  – informare di quanto aveva appreso sull’identità di Silverio Mura, il primo posto di polizia e non consultare gli organi ecclesiastici che lo nascondono da 10 anni, per ultimo nel suo comune.

    Anche sul cambio di nome, mi permetta, ma non è paragonabile a chi in paese è conosciuto con un soprannome, o al mio nome di fantasia che utilizzo solamente per tutelare i miei tre figli e mia moglie! Don Mura, il suo lo usava per nascondersi perché, prescritto o meno, più persone lo hanno formalmente querelato per stupro di minore: la differenza è notevole, non crede ?

    I miei avvocati, l’associazione Rete L’ABUSO che mi tutela dall’inizio della mia terribile vicenda, come lei dice non stanno “mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese”, ma stanno cercando semplicemente di fare in modo che don Mura non abusi di altri minori.

    Come ben saprà, la pedofilia non è una malattia che si cura, è una grave devianza della personalità e proprio per le sue caratteristiche la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello del serial killer. Ne viene da se che mettere un pedofilo vicino ai bambini ha lo stesso buonsenso di mettere un orso vicino al miele e aspettarsi che non lo mangi. I pedofili non hanno comportamenti rivelatori della loro perversione sessuale, e quindi appaiono tutti degni di stima e scevri da critiche delle persone che li frequentano. Pertanto solo uno stolto baserebbe il suo giudizio, su un sospettato di pedofilia, ancorandolo a queste  valutazioni che la Psicologia considera prive di significato.

    Per questo motivo chiedo alle mamme, non per creare allarmismi ma sperando dal profondo del cuore che in questo anno a Montù Beccaria non sia accaduto nulla a nessun bambino, chiedo comunque alle mamme, se nell’ultimo anno avessero notato cambiamenti inspiegabili o sospetti nei loro figli, di avere il coraggio di approfondire, perché se preso subito, il trauma si può affrontare.

    A lei, signor sindaco, non ho mai personalmente attribuito alcuna responsabilità per meritarmi questo attacco, le chiedo solo di fare chiarezza, di chiedere al suo vescovo come don Mura sia arrivato a Montù Beccaria, di sicuro non ha bussato alla porta della chiesa dicendo “eccomi qua”, qualcuno, il vescovo, il parroco avrà ricevuto i dovuti accrediti, non penso abbiano aperto la porta ad uno sconosciuto.

    Da quanto ho appreso dai giornali, prima di partire don Mura avrebbe fatto scorta di medicine: avrà quindi avuto un medico, in un anno almeno una volta si sarà fatto fare una ricetta? Verifichi, perché in questo caso, sulla ricetta, oltre al codice fiscale appaiono anche il nome e il cognome.

    Le chiedo solo di fare chiarezza perché è palese che qualcuno sapesse la vera identità di Saverio Aversano, lo stesso qualcuno che lo ha avvisato e fatto fuggire poco prima della messa in onda del programma Le Iene.

    Lei è il sindaco, credo di rivolgermi all’interlocutore giusto e credo che anche i suoi cittadini si aspettino e si meritino questo da lei.

    Diego Esposito

    Per garanzia sull’identità della vittima che pubblicamente utilizza un nome di fantasia

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Don Silverio, anche il vescovo «indaga»

    Don Silverio, anche il vescovo «indaga»

    Il sacerdote accusato di abusi a Nola: il giallo del doppio nome. Le mamme stanno raccogliendo altre informazioni in paese

    MONTÙ. Il vescovo di Tortona verrà a Montù con le informazioni raccolte sul caso don Silverio. Non si ferma, infatti, la mobilitazione delle famiglie del paese per il caso di don Silverio Mura, il sacerdote napoletano accusato di abusi sessuali (il caso è stato riaperto dal Vaticano), che è rimasto per circa un anno nel paese oltrepadano sotto falso nome.

    E proprio sull’identità utilizzata per nascondere il suo passato, don Saverio Aversano, emergono nuovi sviluppi: il cognome è quello della madre, scomparsa alla fine del 2016, poco prima che il sacerdote partisse da Ponticelli per approdare in Oltrepo. Inoltre sembra che nei giorni precedenti alla fuga avesse fatto scorta di farmaci, come se si stesse preparando a lasciare il paese, avvisato da qualcuno.

    Le mamme investigatrici A guidare la mobilitazione c’è il gruppo di mamme del paese, i cui bambini frequentavano il catechismo proprio con don Silverio/Saverio. Superato il rammarico per non essere riuscite a fermarlo in tempo, ora hanno deciso di proseguire nelle indagini e hanno lanciato un tam tam sui social.

    «Nel nostro piccolo qualcosa siamo già riusciti a fare – commentano -. Ora ci auguriamo che questa mobilitazione anche a livello nazionale contribuisca a scovarlo». Nel frattempo le mamme stanno cercando di capire dai loro figli come si comportava durante il catechismo: «Era molto severo e durante gli incontri non volava una mosca – spiegano -. Voleva che i bambini imparassero le preghiere in latino.

    Inoltre parlava spesso del diavolo». Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda resta quello del falso nome con cui si spacciava don Silverio: «Quando è arrivato si è sempre presentato come don Saverio» assicura un abitante del paese. Questa identità fasulla sarebbe stata utilizzata anche in altre occasioni, visto che, nell’ultimo anno, la corrispondenza arrivava in canonica a nome di don Saverio Aversano.

    Nessuno, però, al suo arrivo, ha chiesto i documenti al sacerdote. L’altro enigma riguarda l’arrivo del sacerdote a Montù come aiuto pastorale dalla diocesi di Nola. I legami tra la diocesi campana e quella di Tortona partono da lontano e sono legati al vescovo Egisto Melchiori: prima di diventare vescovo di Tortona, infatti, Melchiori fu per dieci anni, dal 1924 al 1934, vescovo di Nola e da lì porto con sé a Tortona il giovane Arturo D’Onofrio, che poi fu ordinato sacerdote.

    D’Onofrio scese di nuovo a Nola nel 1943 e fondò la Congregazione dei missionari della Divina Redenzione, che nel 2010 tornò con padre Egidio Pittiglio a reggere la parrocchia di Montù. Nel 2014, poi, padre Egidio divenne superiore della Congregazione e fu nominato parroco padre Simone Baggio. Nell’ottobre 2016 è stato proprio padre Simone a chiedere alla diocesi di Nola un aiuto per la celebrazione delle messe (sotto la parrocchia ricadono anche le chiese di Costamontefedele, San Damiano al Colle, Villa Marone, Mondonico, Soriasco e Donelasco) tramite padre Egidio, che, non a caso, la settimana scorsa era a Montù, probabilmente per cercare una soluzione. Prima del servizio in tv de “Le Iene” (che ha sollevato il caso) intorno alla figura di don Silverio/Saverio non sono mai sorti dei sospetti: «Era quasi sempre sorridente – afferma un residente – Partecipava alle iniziative della parrocchia, come il pranzo degli anziani, andava a benedire le case ed è anche andato a dare l’estrema unzione ad un parrocchiano». Ora i fedeli attendono risposte dalla diocesi di Tortona, che non si è ancora espressa: «Padre Simone ci ha assicurato che il vescovo Viola sta raccogliendo informazioni sulla vicenda e che presto verrà a Montù a parlare con la comunità. Lo aspettiamo» concludono le mamme.

    Oliviero Maggi

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/03/22/news/don-silverio-anche-il-vescovo-indaga-1.16625999

  • Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    “Colpevole di alcune delle accuse”. Dunque una condanna a metà (che lascia un po’ perplessi). Questa la soluzione che il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduto su incarico del Papa dal cardinale arcitradizionalista Leo Raymond Burke, ha escogitato per risolvere la penosa vicenda dell’arcivescovo di Agana (la diocesi dell’Isola di Guam), monsignor Anthony Sablan Apuron, frate cappuccino accusato di abusi sessuali su 5 minori, tra i quali sia Roy Taitague Quintanilla, violentato nel 1972, quando era  dodicenne, che il proprio nipote Mark Apuron. Quest’ultimo in un’intervista rilasciata ad un’agenzia di notizie guamegna ha raccontato di aver subito  a 16 anni, nel bagno di casa, durante una cena di famiglia, le morbodse attenzioni del vescovo cappuccino.

    Lo stupro di Mark risalirebbe agli anni 1989-1990, secondo quanto affermato dall’uomo difeso dall’avvocato David Lujun abuso, da parte dello zio,  Il presule ha sostenuto però di non aver mai frequentato quel ramo della propria famiglia. Gli altri quattro accusatori sono ex chierichetti che affermano di essere stati violentati nella parrocchia di Our Lady of Mount Carmel dall’allora parroco don Anthony.

    Una sentenza di compromesso (la pena prevista per gli abusi sui minori è la riduzione allo stato laicale) conclude dunque “il processo canonico in relazione alle accuse, incluse quelle di abusi sessuali su minori” a carico del presule. “Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici, ha emesso – si legge nella nota diffusa dlla Sala Stampa della Santa Sede – la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam”. La sentenza “rimane soggetta ad eventuale ricorso. In assenza di appello, la sentenza diventa definitiva ed effettiva. In caso di appello, le pene imposte sono sospese fino alla risoluzione finale”.

    Qualche mese fa il vescovo – che è in sedia a rotelle per ragioni di salute – aveva incontrato in Vaticano Papa Francesco. “Santo Padre, prima di morire volevo vederla”, aveva spiegato al Papa che pur abbracciandolo e confortandolo ha posto fino ad ora, nella gestione del caso, atti di governo nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale è arrivato questo non chiaro verdetto.

    Attualmente le difficoltà della Chiesa sull’isola di Guam sono aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sembra credere all’innocenza di Apuron ed è presente con diverse famiglie di missionari laici.

    Il “Cammino neo catecumenale” aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. Inn merito, il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.

  • VIOLENZE, ABUSI E MALTRATTAMENTI AL SEMINARIO DEI LEGIONARI DI CRISTO

    VIOLENZE, ABUSI E MALTRATTAMENTI AL SEMINARIO DEI LEGIONARI DI CRISTO

    Di Alessandro Zonca

    GOZZANO – La struttura, nel pieno centro di Gozzano, è chiusa e inattiva dal 2016, ma quello che è emerso di quanto sarebbe successo tra quelle mura lascia gli abitanti del paese, e di tutta la provincia di Novara, senza fiato. Dalla procura milanese è infatti partita un’inchiesta che si è rapidamente spostata nella procura novarese, dove nella tarda mattinata di giovedì 15 marzo, si è svolta la prima udienza per l’imputato, padre Vladimir Resendiz Gutierrez. L’uomo è stato il rettore della struttura che ospitava il seminario minore dei Legionari di Cristo a Gozzano, ed è stato accusato dalle famiglie di due ex studenti di violenza sessuale. I fatti contestati a Gutierrez sarebbero avvenuti nel 2008, quando i due giovani avevano tra i 13 e i 15 anni. Ora i due ragazzi sono ventenni, ed erano presenti nell’aula del tribunale di Novara dove l’udienza è stata celebrata a porte chiuse. A costituirsi parte civile, oltre alle famiglie delle vittime, difese dall’avvocato milanese Daniela Cristina Cultrera, si è presentata parte civile (ma il giudice nell’udienza di è riservata di decide per l’ammissione in costituzione di parte civile) anche la “Rete l’Abuso”, che riunisce le vittime degli abusi sessuali commessi da membri del clero.

    “Sono 4 anni che questa storia va avanti – spiega il portavoce dell’associazione che era presente a Novara con il suo avvocato – c’è un fascicolo su padre Gutierrez di 4mila pagine, e le cose che vengono raccontate sono raccapriccianti. Sono stati riconosciuti gli abusi su due vittime, mentre su un terzo no. Padre Gutierrez ha già subìto un processo canonico nel quale è stato ridotto allo stato laicale, e ora, dopo un periodo in cui è stato mandato in Venezuela, vive in Messico. Altri vertici della Congregazione pare abbiano fatto una proposta di risarcimento alle famiglie delle vittime, con la clausola che se avessero parlato avrebbero dovuto, loro, restituire il doppio della cifra che era stata loro offerta, e cioè 15mila euro. Lo scambio di soldi però non c’è stato”.

    Proprio da questa operazione sarebbe scaturita l’indagine: le famiglie delle due vittime non hanno accettato la proposta, che sarebbe stata fatta con una scrittura privata tra le parti, e hanno denunciato. “Sono stati ammessi in parte civile i due ragazzi e il genitori di uno dei due. Io ho chiesto la citazione come responsabile civile della congregazione dei Legionari di Cristo, e mi sono unita al giudice nell’istanza di incidente probatorio per uno dei due ragazzi. Il processo di divide in due tronconi – spiega l’avvocato Cultrera – il primo, la parte principale, è quella per la violenza sessuale. L’altra parte è a carico di altri membri della congregazione per le due scritture private. Con la prima veniva chiesto ai ragazzi di dichiarare che non era successo niente, di fatto era la richiesta dell’impegno di una falsa testimonianza, mentre la seconda aveva un’impostazione più leggera. La famiglia si è rifiutata di sottoscrivere anche questa seconda scrittura, per cui era stata chiesta l’archiviazione”.

    Cultrera si è opposta alla richiesta di archiviazione: “Si parla di diritti che non potevano essere oggetto di una scrittura privata, per questo ho chiesto che non venisse archiviata. L’imputazione è per i reati di tentata estorsione, favoreggiamento e maltrattamenti. Vigeva infatti un rigore di totale obbedienza al superiore del seminario. La prossima udienza sarà il 7 giugno, e sarà presente la congregazione”.

    Quella di giovedì mattina a Novara è stata la prima udienza. Si è svolta in contumacia, perché padre Gutierrez è in Messico. Non è detto che non sarà presente alle prossime udienze, spostate a Novara da Milano per competenza territoriale. Per ora rimane lo sgomento per quanto è capitato in una struttura che era conosciuta in tutta la provincia di Novara, e che ha chiuso nel 2016 a causa della cosiddetta crisi delle vocazioni: a Gozzano infatti si iscrivevano i ragazzi che, già in tenerissima età, avevano scelto la strada sacerdotale.

  • Presunte violenze nel seminario di Gozzano: “I Legionari ci offrirono soldi per tacere”

    Presunte violenze nel seminario di Gozzano: “I Legionari ci offrirono soldi per tacere”

    Oggi udienza preliminare. La famiglia di uno dei ragazzi che accusa padre Gutierrez: “I vertici ci contattarono”

    Quindicimila euro. È la cifra con cui i vertici del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano avrebbero provato a comprare il silenzio di un dodicenne abusato, secondo l’accusa, da padre Vladimir Resendiz Gutierrez, all’epoca responsabile del centro.

    L’inchiesta sul tentativo di insabbiamento, presunto per il momento, rischia però di finire su un binario morto, con la richiesta di archiviazione dalle accuse di tentata estorsione e favoreggiamento per sei persone legate alla congregazione, avanzata dalla Procura novarese. Qui per competenza sono stati trasmessi gli atti inizialmente sul tavolo della magistratura di Milano, che ha indagato anche sui presunti abusi commessi dall’ex sacerdote nel 2008 su due piccoli seminaristi (un terzo caso è finito in prescrizione). E che saranno al centro dell’udienza preliminare di oggi, in cui il 31enne rischia un processo per violenza sessuale e corruzione di minore.

    L’offerta economica venne proposta alla famiglia tramite due scritture private: prevedeva che il ragazzino (oggi ventenne) tacesse sui presunti orrori subiti a Gozzano. Nella prima bozza datata ottobre 2013, si imponeva di esporre quanto accaduto (e già denunciato nel marzo precedente) secondo le modalità previste dallo stesso contratto. In caso di violazione della clausola di riservatezza i sottoscrittori avrebbero dovuto restituire l’intera somma. Per la Procura di Novara però non vi sarebbe stata alcuna minaccia alla famiglia. E la condotta degli indagati sarebbe stata inidonea «a porre in essere uno sviamento efficace» dell’inchiesta. Da qui la richiesta di archiviazione.

    L’indagine milanese sulle violenze nasce dalla denuncia dei familiari del ragazzino e dal rifiuto di questo accordo. Ecco uno degli episodi riportati nel decreto che fissa l’udienza preliminare. Dopo aver convocato il dodicenne nel suo studio con la scusa di «una lavata di capo», Gutierrez avrebbe chiuso a chiave la porta e abbassato le veneziane. E lo avrebbe costretto a subire atti sessuali. Il 31enne ex sacerdote (è stato ridotto allo stato laicale da Papa Francesco) è accusato di avere approfittato con «violenza, minaccia e abuso di autorità spirituale» anche di un quattordicenne austriaco. A cui avrebbe detto, durante la confessione, che non era «peccato» ciò che faceva. «Se non fai, vai all’inferno», lo avrebbe quindi minacciato. E ancora: «Se parli con gli altri (ragazzini, ndr) è finita».

    Nell’udienza di oggi davanti al giudice Silvana Pucci, le famiglie dei due ragazzini si costituiranno parte civile. Stessa richiesta verrà dall’associazione «Rete l’Abuso». Sul filone della tentata estorsione il giudice, vista l’opposizione del legale di parte civile (l’avvocato Natalia Cultrera) dovrà fissare un’udienza e poi decidere se accogliere la richiesta di archiviazione.

    http://www.lastampa.it/2018/03/15/edizioni/novara/presunte-violenze-nel-seminario-di-gozzano-i-legionari-ci-offrirono-soldi-per-tacere-hgGQuuaXyz9mNGzh01CQKO/pagina.html

  • Assolto l’ex parroco accusato di molestie su due sorelle – all’epoca – adolescenti

    Assolto l’ex parroco accusato di molestie su due sorelle – all’epoca – adolescenti

    L’ex parroco di Sant’Antonio di Valli del Pasubio, don Giovanni – detto Gianni – Baccega, non commise alcun atto riconducibile a molestie sessuali nei confronti di due giovanissime sorelle, adolescenti all’epoca – tra il 2007 e 2008 – dei fatti contestati. Lo riporta oggi il Giornale di Vicenza. Il sacerdote, sospeso dalle sue funzioni di pastore da quattro anni in attesa della conclusione dell’iter giudiziario, aveva sempre proclamato la sua innocenza. “Assoluzione perchè il fatto non sussiste” la formula che lo scagiona, in barba alle richieste di risarcimento danni mosse dalla madre delle presunte vittime – ora maggiorenni – e dai due anni e tre mesi di condanna proposti dalla procura.

    L’accusa verso il prelato, che oggi ha 82 anni e si è ritirato in pensione a Crespano del Grappa, fu di quelle più infamanti: aver molestato due ragazzine adolescenti, figlie di un amico di vecchia data residente altrove ma rimasto in contatto con don Gianni, approfittando del suo ruolo di ministro religioso durante le confessioni. A tutela delle minori, residenti nel vicentino, non venne rivelata la loro provenienza. Sempre secondo la versione dei fatti proposta in tesi accusatoria l’anziano sacerdote avrebbe “allungato le mani” in più occasioni nei confronti in particolare della maggiore delle due sorelle, allora quindicenne, e una sola volta invece rivolgendo le attenzioni alla minore, di 13 anni.

    Il tutto avvenne a cavallo del 2007 e 2008, tra l’estate e la susseguente primavera, durante le visite della famiglia nella vallata altovicentina, con la denuncia scattata invece circa cinque anni più tardi dopo le confessioni delle figlie alla madre. L’ex parroco ammise solo una “innocente carezza” sulla schiena della più piccola, nulla di morboso, dunque, secondo le controdeduzioni emerse nel corso del dibattimento in aula, nè imputabile di un reato.

    Durante il quale spuntò fuori, secondo il racconto leggibile sulle pagine del quotidiano berico, una lettera di possibile pentimento scritta di proprio pugno da don Gianni e rivolta alla famiglie delle due giovani nel frattempo cresciute e divenute giovani donne. Conteneva effettivamente delle scuse – che di fatto in un primo momento sembravano aggravare la posizione del prete – offerte citando un passo del Vangelo di S. Giovanni, ritrattate e spiegate in aula.

    L’intricata vicenda legale è durata più di quattro anni, e oggi è sulla via della conclusione: secondo il collegio di giudici preposti non sarebbero emerse prove inconfutabili della colpevolezza dell’anziano sacerdote padovano, originario di Fontaniva. La sentenza, inoltre, annulla di fatto la richiesta di risarcimento danni estesa alla Diocesi di Vicenza, un “caso” che aveva suscitato un interesse parallelo, anche nel diritto canonico, trattandosi di un’inedita chiamata in causa della curia a risarcire – si parla di una cifra vicina ai 100 mila euro – in sostituzione di un proprio sacerdote nullatenente.
    Ma il… nulla di fatto, sentenza alla mano, lascia invariato lo status quo attuale.

    https://www.ecovicentino.it/cronaca/assolto-lex-parroco-accusato-di-molestie-su-due-sorelle-allepoca-adolescenti/

  • Ponticelli, abusato da un prete a 13 anni  La psicologa: «Ha subito danni devastanti, non riesce più a vivere»

    Ponticelli, abusato da un prete a 13 anni La psicologa: «Ha subito danni devastanti, non riesce più a vivere»

    di Dario Striano

    Undici grida di dolore e di rabbia. Undici richieste di giustizia. Undici vite, «undici famiglie rovinate da chi avrebbe dovuto difenderle dal male». La criminologa esperta in psicodiagnostica clinica e giuridico-peritale, Lisa D’Aniello, descrive la situazione psicofisica delle 11 presunte vittime di abusi sessuali che sarebbero stati compiuti da don Silverio Mura, ex parroco della periferia orientale di Napoli. 
    E in particolare quella di D.E., il 40enne che per primo ha denunciato le violenze «subite in età adolescenziale» dal parroco di Ponticelli, suo insegnante di religione. Il 40enne che con una lettera e uno sciopero della fame ha spinto Papa Francesco a chiedere di riaprire il caso del prete presunto pedofilo, archiviato dalla Curia. «Sono consulente di parte nel processo civile portato avanti da D. e dal suo legale, ma sono a conoscenza della situazione psicofisica delle tante vittime di abusi che sarebbero stati compiuti dal parroco – così la dottoressa D’Aniello – Tutti hanno presentato la stessa difficoltà nel denunciare le violenze anche per il legame emotivo instaurato con il loro orco, un abile manipolatore». Per capire la storia di D., il suo legame con don Silverio Mura, bisogna contestualizzare l’ambiente in cui la presunta vittima è nata e cresciuta. Siamo sul finire degli anni ’80 a Ponticelli, quartiere popolare della periferia est di Napoli. Terra di povertà e di camorra «dove la figura del prete rappresenta il punto di riferimento per l’intero quartiere». 
    D., ragazzino timido e chiuso, è nato e cresciuto qui. «Proveniva da una famiglia molto cattolica – ha continuato la dottoressa – e la mamma era felicissima per questo rapporto che aveva col prete, da cui si allontanerà soltanto dopo 3 anni di abusi plurimi. All’età di 14 anni. Quando cominciò già a manifestare una sintomatologia di natura psicosomatica che lo costrinse ad una serie di accertamenti medici piuttosto costosi. Perlopiù mal di pancia e allo stomaco, ma lui pensava di aver contratto l’Aids e manifestò questo timore al parroco che, per tenerlo tranquillo, gli comprò una motocicletta». I dolori alla pancia e allo stomaco scompaiono per qualche tempo dopo quel regalo per poi ricomparire bruscamente diversi anni più tardi. 
    Dopo il matrimonio e l’ottenimento di un posto di lavoro come guardia giurata all’interno di una banca. «Mal di pancia e mal di stomaco erano sintomi di un trauma non ancora mentalizzato e metabolizzato – ha raccontato la consulente – Ad un certo punto, il corpo ha deciso di passare il testimone alla mente. Così, un giorno, all’improvviso, mentre era al lavoro in banca, D. ebbe un forte attacco di panico. Venne accompagnato all’ospedale e, credendo di star per morire, confessò alla mamma e alla moglie gli abusi subiti». 
    Da qui, gli incontri nel 2011 con uno psichiatra che ‘accompagna’ D., tramite un lento percorso di analisi, alla denuncia. Prima ai carabinieri e poi alla Curia. «La perizia della Curia del 2016, paragonabile ad un interrogatorio poliziesco, però non ha fatto altro che peggiorare le sue condizioni di salute – ha chiarito la psicoterapeuta – D. è stato soggetto a quella che noi chiamiamo una vittimizzazione secondaria. Una cosa che accade quando si è vittima di una ingiustizia a cui il sistema non crede». 
    Un’ingiustizia che ora costringe D. ad una vita difficile, denunciata anche dal suo legale Carlo Grezio. «Ha perso il lavoro e sta sempre in casa. D. oggi non vive più. Così come non vive più sua moglie, costretta ad assisterlo 24 ore su 24».

    Ponticelli, abusato da un prete a 13 anni La psicologa: «Ha subito danni devastanti, non riesce più a vivere»