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  • Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21 – «Ero una giovane suora, lui era il responsabile provinciale della mia congregazione. Una sera ha insistito per darmi un passaggio: appena un po’ fuori dal centro abitato ha allungato le mani; mi sono buttata fuori dall’auto e ho visto che si masturbava». Nadia (nome di fantasia) è stata suora per più di trent’anni in Italia, salvo una breve parentesi in una missione africana. Aveva raggiunto un ruolo di rilievo in un importante ente religioso ma, a dispetto di una forte vocazione, ha deciso di lasciare l’abito a causa delle sofferenze patite. Con questa intervista, per la prima volta esce dal silenzio: la sua è una storia di fatica e di sfruttamento, di abusi e di una strenua resistenza a un ambiente corrotto. «Il padre provinciale ha provato moltissime volte a violentarmi – continua – in tante venivamo molestate, bastava rimanere da sola in una stanza e te lo trovavi addosso. Ho detto tutto al suo superiore ma non è servito a niente».

    Non è stato l’unico: «Nella mia vita avrei dovuto denunciarne almeno quattro – specifica Nadia – Una volta, in missione in Africa, un prete di un’altra congregazione si infilò in camera mia durante la notte e mi violentò. Oggi è parroco in Belgio». In Italia, mentre frequenta un’università religiosa grazie a una borsa di studio, Nadia viene molestata dal rettore: «Mi ha chiamata nel suo ufficio con la scusa di un documento da fotocopiare – ricorda –  e, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, mi ha preso la mano destra e l’ha appoggiata sui genitali per farmi sentire l’erezione». Fa una pausa, si sente il disgusto, tenace attraverso gli anni. «Mi viene una rabbia perché questo prete era cappellano e confessore spirituale di un convento: se ha osato provarci con me, che ero una conosciuta e italiana, cosa avrà fatto con le giovani provenienti da altri paesi, sole e vulnerabili?».

    «Che cosa potevo fare? – prosegue Nadia – Era amico intimo di Buttiglione, del cardinale Angelini e di Andreotti: chi mi avrebbe dato retta?». Anni dopo, però, quando ormai non è più suora, Nadia incontra un altro prete, confratello del rettore, e gli racconta che ha studiato alla loro università ma che si è trovata male a causa di quel sacerdote. «“Lo sappiamo” mi ha risposto lui, senza esitazioni – ricorda oggi Nadia – Aveva capito immediatamente a che cosa mi riferivo. Sapevano tutto e non lo hanno fermato».

    La storia di Nadia è tutt’altro che un caso isolato e parla di una realtà molto diffusa, che tuttavia fatica ad emergere. Se il dramma della pedofilia nella chiesa è ormai davanti agli occhi di tutti, con tanto di mea culpa ecclesiastici e (alcuni) processi eccellenti, gli abusi sulle suore da parte dei preti restano un buco nero da cui è quasi impossibile far emergere verità, dati e testimonianze, figuriamoci intravedere un percorso di giustizia. Soprattutto in Italia, dove su tutto incombe lo Stato Pontificio. Infatti, se in Francia il tema degli abusi sulle suore è stato trattato dal documentario choc di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église, trasmesso da Arte, nel nostro paese i tentativi di fare breccia nell’omertà del clero vengono ripagati duramente. Lo sa bene Lucetta Scaraffia, ex direttrice del mensile Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano: proprio un suo articolo, nel febbraio 2019, ha scatenato la reazione delle gerarchie, portandola alle dimissioni. «Mi fu fatto capire che non dovevamo parlare di abusi sul giornale – racconta oggi – Quando il direttore dell’Osservatore cominciò a voler controllare le bozze, realizzai che la mia libertà d’azione era finita». Prima di andarsene, però, decide di sferrare il colpo e pubblica l’articolo sulle religiose abusate: «Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi da parte delle suore, ci lasciavano fiori e bigliettini in redazione per ringraziarci di aver parlato delle loro sofferenze, una cosa commovente», ricorda. Il suo articolo, linkato ovunque al momento della pubblicazione, oggi è irreperibile sul web, quasi non fosse mai stato scritto.

    Le donne consacrate non hanno potere decisionale e la loro parola non conta nulla in un ambiente già segnato da una profonda disuguaglianza di genere: «Le suore vivono una grave mancanza di considerazione nella chiesa: il loro lavoro è gratuito o poco pagato e spesso vengono trattate come serve dei preti», conferma Scaraffia. Inoltre la rigida gerarchia interna alle congregazioni mortifica in molti casi le vocazioni personali e costringe le suore a chiedere il permesso alla madre superiora per ogni minima cosa, dai soldi per la biancheria alla possibilità di studiare. Non sono rare le punizioni, soprattutto per le novizie: «Una ex suora ci ha raccontato di essere stata tenuta in ginocchio per ore sulle pietre per non aver eseguito un’incombenza e, in generale, le vessazioni psicologiche sono molto diffuse – racconta la psicologa Lorita Tinelli, del Centro studi sugli abusi psicologici di Bari – Sappiamo di alcuni casi in cui ancora viene utilizzato il cilicio per i pensieri peccaminosi. Le ragazze che prendono il velo devono rinunciare completamente al mondo esterno e levigare il carattere fino ad aderire completamente alle regole della comunità».

    Una vita che per molte, anche senza arrivare alla violenza sessuale, è un’esperienza sfiancante di solitudine e sfruttamento. Forse anche per questo sono sempre di meno a prendere i voti: secondo l’ultimo Annuario Statistico della Chiesa, le religiose professe nel 2018 nel mondo erano 648.910, rispetto alle 722mila del 2010. Da notare che il numero delle religiose supera di molto quello dei religiosi professi (non sacerdoti), che nel 2018 erano meno di 51mila, e restano la maggioranza anche se a questi si aggiungono i preti (414.582). Per l’Italia, difficile avere dati: secondo una ricerca del periodico Testimoni, nel 2014 le suore erano 89mila, di cui il 46% ultrasettantenni, a fronte delle 154mila del 1971.

    Le suore e le monache, bisogna ricordarlo, non possono celebrare la messa né amministrare i sacramenti e questo apre le porte di conventi e monasteri ai sacerdoti, che le avvicinano in veste di confessori e padri spirituali: «È proprio nelle relazioni pastorali, a causa della grande differenza di potere fra prete e suora, che si crea quello spazio ambiguo in cui attecchisce l’abuso», spiega suor Mary Lembo. Originaria del Togo, suor Mary nel 2019 ha ottenuto il dottorato in psicologia alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, il primo studio scientifico sull’argomento. «Facevo formazione sulla maturità affettiva e sessuale a novizie e seminaristi e in molte venivano a raccontarmi di avere avuto rapporti sessuali indesiderati – racconta – Le suore sono intrappolate in rapporti asimmetrici: molte sono ragazze svantaggiate che dipendono dal sostegno, anche economico, del prete, altre sono soggiogate dal suo carisma spirituale». Il sacerdote abusante sa bene come manipolarle, prima conquistando  la loro fiducia e poi facendo leva sulla devozione e sul voto di obbedienza per ottenere favori sessuali: «I preti spesso spacciano le loro azioni per volontà divina – aggiunge suor Mary – una suora violentata da un missionario mi raccontò che il suo stupratore mentre la toccava le diceva che era “la mano di Dio”». Non è un problema solo africano: «Come consulente, qui in Italia ho ascoltato tante testimonianze di religiose abusate», sottolinea suor Mary.

    Ma quante sono le suore che subiscono violenza? Non c’è modo di avere dati certi. L’unica ricerca realizzata finora riguarda gli Stati Uniti e risale al 1998, quando John Chibnall, Paul Duckro e Ann Wolf dell’Università di Saint Louis in Missouri pubblicano un’inchiesta condotta su 1164 religiose, da cui emerge che il 12,5% delle suore (all’epoca 89mila nel paese) ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Una su otto: decisamente un problema che non riguarda soltanto i paesi in via di sviluppo.

    Le suore, però, non parlano. Alle poche che trovano il coraggio di rompere il silenzio viene rinfacciato di voler “rovinare un prete” o di “distruggere la chiesa”. Le stesse madri superiore raramente le supportano, quando addirittura non diventano complici dei molestatori, accettando di mandare suore “in missione” dai preti che ne fanno richiesta. «Le religiose non possono competere con la buona fama del confessore che abusa di loro», conferma suor Tiziana Merletti, della comunità delle Francescane dei Poveri. «Allora tacciono, soprattutto se straniere, perché temono di essere rispedite al paese di provenienza. Perché questo è quello che succede: non fermano lui, ma al massimo allontanano lei». In ogni caso, la religiosa viene mandata via subito se rimane incinta: «È capitato che il sacerdote sostenesse economicamente l’ex suora e il bambino – dice suor Tiziana – ma il più delle volte le ragazze vengono semplicemente abbandonate al loro destino».

    I preti, dal canto loro, sono certi dell’impunità e si sentono intoccabili: «Molti interpretano la promessa di castità come vogliono – chiosa suor Mary – in seminario dichiaravano apertamente che nessuno praticava davvero l’astinenza sessuale: il voto di celibato significa che non ti puoi sposare, mi dicevano, non che non puoi fare sesso».

    Dalle gerarchie, poi, è più facile aspettarsi ritorsioni che ascolto: «So di religiose che hanno subìto azioni ingiuste – conferma suor Mary – Le suore denunciano per evitare che altre subiscano la stessa sorte ma poi si rendono conto che a parlare si sono soltanto complicate la vita, mentre chi ha fatto del male non viene toccato». Oggi, la lotta di suor Mary è rendere le suore il più possibile forti e consapevoli di sé stesse, capaci di difendersi da sole. La religiosa togolese è molto chiara: «Non manderò mai una suora dal vescovo a denunciare una violenza, perché il vescovo sempre proteggerà il suo prete».

    Eppure, quel che succede in certe sacrestie, nel silenzio dell’ufficio del parroco o nel confessionale della chiesa di quartiere, non è né un mistero né una novità, per il Vaticano. Già nel 1994 una suora irlandese missionaria in Africa, Maura O’Donohue, invia un rapporto confidenziale a Roma in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore – invece delle donne locali – per tutelarsi dall’epidemia di Aids in corso nel continente. Nel documento si menzionano 23 paesi (fra cui l’Italia) in cui si rintracciano episodi di violenza da parte del clero ai danni di religiose: nel 1988 in Malawi 29 suore rimangono incinte dopo essere state abusate dai preti della diocesi; in un altro caso, un sacerdote costringe una suora ad abortire: lei muore durante l’intervento e lui ne celebra impassibile il funerale. Quattro anni dopo, un nuovo rapporto di un’altra religiosa, Marie McDonald, conferma l’entità del dramma e sottolinea che sono particolarmente vulnerabili le giovani suore straniere mandate a studiare a Roma, a cui spesso vengono richiesti favori sessuali in cambio di un aiuto con la lingua.

    I rapporti diventano pubblici soltanto nel 2001, grazie a uno scoop del National Catholic Reporter: a quel punto la chiesa è costretta ad ammettere che la faccenda è da tempo nota a San Pietro. Persino Strasburgo si allarma e in una Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile rende noto che sono stati trasmessi al Vaticano almeno cinque rapporti su questo tema, secondo i quali molte religiose stuprate sono state anche costrette a dimettersi, ad abortire e, in certi casi, sono state infettate dall’Hiv. Nel 2002 scoppia lo scandalo degli abusi sui minori grazie alla nota inchiesta del Boston Globe, raccontata poi nel film Spotlight; sembra un motivo in più per andare alle radici di ogni forma di violenza nella chiesa cattolica ma non è così: lo choc per i bambini oscura tutto il resto. Le suore vengono dimenticate.

    In Italia, a fine 2018, qualcosa si muove. Il primo sasso nello stagno lo lancia il 23 novembre la Uisg, l’Unione internazionale delle superiori generali, con un appello in cui esorta le donne consacrate a denunciare. Poche settimane dopo, su twitter compare l’hashtag #NunsToo e, dopo la pubblicazione dell’articolo di Scaraffia, finalmente anche il papa prende posizione: il 5 febbraio 2019,di ritorno da Abu Dhabi, ammette per la prima volta la realtà degli abusi mentre parla con i giornalisti e, tre mesi dopo, ripete le stesse cose alle madri superiori della Uisg riunite nell’assemblea plenaria. Appena tre giorni prima aveva diffuso il Motu proprio “Vos Estis Lux Mundi” in cui sottolineava la condanna di ogni atto sessuale perpetrato con «violenza, minaccia o mediante abuso di autorità». Vengono disposti nuovi strumenti per tutelare le vittime: sportelli per le denunce in ogni diocesi, supervisori, commissioni miste (con laici): un sistema capillare, almeno nelle intenzioni, che va ad aggiungersi alla Commissione Pontificia e al Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nell’attività di prevenzione e formazione nelle chiese. Nelle “Linee guida” del giugno 2019, infine, si chiarisce la direzione presa con il Motu proprio, incoraggiando la segnalazione alle autorità dello Stato degli abusi commessi in ambito ecclesiale. Denunciare rimane però un obbligo morale, non giuridico: una questione di coscienza, insomma, non un dovere sancito dalla legge. Niente è innovato rispetto al Concordato: quel che accade in ambito ecclesiastico è disciplinato dal diritto canonico e resta blindato all’interno di San Pietro.

    Se si prova a capire quante sono le inchieste (e gli esiti) dei processi nei tribunali ecclesiastici, infatti, ci si ritrova ancora di fronte a una porta chiusa. Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che si occupa della supervisione delle comunità religiose, ha rifiutato di farsi intervistare da FQ MillenniuM e la stessa Uisg non è in grado di valutare l’impatto dell’appello lanciato ormai più di due anni fa. «Sulle congregazioni non abbiamo competenza –  spiega suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione delle Superiore generali – A noi direttamente sono arrivati pochi casi, che abbiamo girato alle autorità competenti: non conosciamo però l’esito delle segnalazioni».

    Le denunce finite davanti a un tribunale penale si contano finora sulle dita di una mano: la prima risale al 2006, quando un frate francescano, padre Fedele Bisceglia, viene accusato di stupro da una suora. È condannato in primo e secondo grado a nove anni e tre mesi ma la Cassazione rinvia il giudizio a un nuovo processo d’appello, che lo scagiona completamente: dalle intercettazioni emerge sì “una personalità del frate, anche dal punto di vista sessuale, molto sopra le righe, ma mai una una condotta violenta”, si legge nelle motivazioni dell’appello bis, poi confermate dalla Cassazione, nelle quali la suora non è ritenuta credibile sui fatti denunciati. Le francescane guidate da suor Tiziana Merletti, all’epoca superiora generale, ne escono deluse: «Esprimiamo rammarico per questa pagina di storia che oggi si è scritta per la nostra suora e per tutte le donne», scrivono in un comunicato uscito dopo la sentenza definitiva di assoluzione. Nel 2018, nuovo caso, nuovo buco nell’acqua: padre Giovanni Salonia, sacerdote e terapeuta, viene querelato da una suora sua ex paziente, ma la giudice stabilisce il non luogo a procedere perché la denuncia è arrivata oltre il tempo massimo.

    Tutto, alla fine, sembra rientrare nei ranghi: i sacerdoti di nuovo sul pulpito, le suore nel silenzio del convento o estromesse dalla vita consacrata, le commissioni ecclesiastiche e i tribunali pontifici al lavoro ma senza l’obbligo di rendere conto allo Stato, nonostante l’invito alla trasparenza arrivato a più riprese anche dall’interno della chiesa. Suor Patricia Murray insiste sul lavoro di formazione nelle congregazioni ma, ammette, occoreranno anni prima di vedere i risultati.

    Nel frattempo, come avere la certezza che gli abusi vengano puniti? Ancora una volta, a quanto pare, è tutta una questione di fede.

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21

  • Il clero cattolico francese potrebbe aver abusato di almeno 10.000 persone dal 1950, secondo gli investigatori

    Il clero cattolico francese potrebbe aver abusato di almeno 10.000 persone dal 1950, secondo gli investigatori

    Ilclero cattolico francese di Parigi (CNN)avrebbe potuto abusare di almeno 10.000 minori e altre persone vulnerabili dal 1950, secondo un’indagine indipendente avviata dalla Chiesa in Francia.

    La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE) “stima che il numero delle vittime potrebbe raggiungere ‘almeno diecimila’”, ha detto in una dichiarazione rilasciata lunedì. La commissione ha dichiarato di aver ricevuto finora 6.500 testimonianze, che riguardano almeno 3.000 diverse vittime.
    Jean-Marc Sauvé, presidente del CIASE, ha detto che non si sa in questa fase quale percentuale di tutte le vittime abbia testimoniato alla commissione. “È molto probabile che le vittime raggiungano almeno il numero di 10.000. I lavori in corso, e in particolare l’indagine sulla popolazione generale, consentiranno di precisare il numero”, ha detto. La commissione è stata istituita nel 2018 dalla gerarchia della Chiesa cattolica francese e dagli istituti religiosi dopo che sono venuti alla luce scandali di abusi.
    È finanziato dalla Conferenza episcopale cattolica francese, ma i membri non sono pagati e non ricevono istruzioni dalla Chiesa. Gli archivi delle diocesi e delle istituzioni religiose sono accessibili alla commissione.
    Si prevede di consegnare un rapporto finale nell’autunno del 2021. Nel maggio 2019, Papa Francesco ha emesso regole globali per la segnalazione di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, ordinando per la prima volta che tutte le diocesi istituiscano sistemi per denunciare abusi e insabbiamenti.
    Le regole richiedono che tutte le diocesi cattoliche nel mondo abbiano un sistema “pubblico e accessibile”.
    Le norme riguardano la procedura interna della Chiesa cattolica, non la questione della segnalazione di abusi o insabbiamenti alle autorità civili, e devono essere seguite da tutte le diocesi.
    L’arcivescovo Charles Scicluna, il principale investigatore del Vaticano sugli abusi sessuali, disse alla CNN all’epoca che le nuove regole aggiungevano uno strato di responsabilità per i leader della chiesa. “Prima di tutto che la leadership non è al di sopra della legge”, ha detto Scicluna, “e in secondo luogo che la leadership deve sapere, tutti noi in leadership dobbiamo sapere che se le persone amano la Chiesa ci denunciano quando facciamo qualcosa di sbagliato. “
  • Gli ordini religiosi spagnoli risarciranno le vittime di pedofilia; i vescovi non ci pensano nemmeno

    Gli ordini religiosi spagnoli risarciranno le vittime di pedofilia; i vescovi non ci pensano nemmeno

    I rapporti giornalistici rivelano solo la punta dell’iceberg degli abusi: mezzo migliaio di vittime in Spagna, mentre l’ufficio che si occupa di queste questioni è “sopraffatto” dal numero di denunce.

    I religiosi spagnoli sono impegnati a risarcire le vittime di abusi nella Chiesa, mentre la Conferenza Episcopale, il massimo organo di controllo per i vescovi del nostro Paese, chiude la strada a qualsiasi possibilità di aiuto finanziario ai sopravvissuti Indagine interna che rivela, a livello diocesano o globale, il numero di persone vittime di abusi da parte di chierici o religiosi, come è stato fatto, ad esempio, dalla Compagnia di Gesù. Una decisione che contrasta con la politica di trasparenza delle chiese nell’ambiente europeo (Germania, Irlanda, Francia, Polonia …), e che impedisce alla società di conoscere la reale portata del dramma della pedofilia clericale. Finora, e grazie in gran parte alle indagini giornalistiche, conosciamo solo la punta dell’iceberg:

    Per il momento, prendendo le distanze dalle tesi dei vescovi, la Conferenza dei religiosi spagnola sostiene che “se si rende necessario dare un risarcimento perché lo sviluppo della causa lo richiede, si faccia. Dobbiamo aiutare le vittime, non solo per il fatto di dare loro dei soldi “. Lo assume il segretario generale del Confer, Jesús Miguel Zamora, il quale conferma che le congregazioni stanno già alzando detto risarcimento, che sarà dato caso per caso e sempre seguendo i desideri delle vittime.

    “Da CONFER abbiamo sempre detto che la verità risplende e quello che dobbiamo fare è occuparci delle vittime. Non ha senso nascondere nulla, purtroppo dobbiamo prendere coscienza che ci sono state situazioni che non sono state fraterne a tutti e dobbiamo chiedere un grande perdono per ciò che è stato fatto di sbagliato, e mettere i mezzi in modo che la verità sia conosciuta, per svolgere questo studio in ogni congregazione “, dice in dichiarazioni a Ep Zamora, in riferimento al recente pubblicazione, a cura della Compañía de Jesús, da un rapporto che include tutti i casi raccolti tra i gesuiti spagnoli dal 1927, e che ha confermato l’esistenza di 81 casi di abuso su minori da parte di 65 religiosi.

    L’indagine dei gesuiti è doppiamente rilevante, perché è la più grande congregazione religiosa del mondo (e in Spagna), e perché non si nasconde in sotterfugi ammettendo la necessità di accompagnare, anche finanziariamente, i sopravvissuti. “Vogliamo imparare a chiedere scusa alle vittime e alla società, per gli abusi, per la cultura del silenzio, per non affrontare i fatti in modo diretto ed equo. Vogliamo tenere a mente le persone che subiscono questo danno e cercare di non raddoppiare il loro dolore “, ha sottolineato il provinciale dei gesuiti, Antonio Spagna.

    Un “sistema di riparazione”

    “In nessun caso comprendiamo che il risarcimento cancellerà la sofferenza, ma vogliamo fornire una risposta laddove possibile”, afferma José María Rodríguez Olaizola, responsabile della comunicazione della società. La Compagnia di Gesù ha deciso di trattare le riparazioni caso per caso e il suo obiettivo è “compensazione morale e assistenza nella guarigione e nel trattamento nei casi in cui è necessario”.

    “Stiamo lavorando a come stabilire un sistema di riparazione, che speriamo di avere presto pronto, per offrire un risarcimento finanziario. Ci sono persone i cui casi hanno prescritto e non possono rivolgersi alla giustizia civile, e in quel caso studieremo caso per caso come per farlo, con una gamma di opzioni che si adattano al risarcimento della giustizia civile “, aggiunge. In sette casi, i gesuiti hanno già fornito “aiuti finanziari” alle vittime, che variano tra il risarcimento dei danni e il costo delle terapie psicologiche o cliniche derivate dal dolore causato.

    Quello dei gesuiti è l’ultimo, ma non l’unico caso. Ed è che, a differenza di quanto accade nella Conferenza Episcopale, dove non esiste ancora una commissione specifica anti-abuso, che opera regolarmente, e non c’è un’indagine approfondita, né a livello diocesano né a livello globale degli anni ’70 Diocesi spagnole, molte congregazioni hanno optato per la trasparenza dei dati e l’apertura al risarcimento. Ancora una volta, la vita religiosa continua a dare l’esempio ai vescovi su come affrontare gli scandali.

    “Siamo sopraffatti”

    Diverse indagini, come quella condotta da El País (e che comprende molti dei casi raccolti, negli anni, da altri media e giornalisti, i maggiori ‘scopritori’ della pedofilia clericale in Spagna), portano a più della metà migliaia di casi noti di abusi nella Chiesa spagnola.

    Le cifre, giornalistiche e per lo più ufficiose, sono “un piccolissimo campione di quanto è realmente accaduto in Spagna negli ultimi ottant’anni”, dall’inizio della dittatura, un funzionario vaticano che lavora nell’Ufficio che la Congregazione per la Dottrina di la Fede deve affrontare questi processi, e cioè “assolutamente sopraffatta” dall’arrivo di casi e dalla mancanza di personale ad esso dedicato. A due anni dal “Vertice anti-Pederastia” convocato da Papa Francesco, i cambiamenti, in pratica, sembrano più cosmetici che reali. Sebbene sia vero che tutte le diocesi spagnole (come dichiarato sul suo sito web dalla CEE)Hanno già uffici di cura e protocolli per segnalare che, in pochissimi casi, sono utili, confermano dalla Stolen Childhood Association.

    Insieme ai gesuiti, l’altro grande movimento che ha svolto un’indagine approfondita sono stati i Legionari di Cristo, che hanno ammesso centinaia di abusi in tutto il mondo – molti dei quali a spese del loro fondatore, il predatore Marcial Maciel – e hanno risarcito diversi sopravvissuti . In Spagna i Salesiani riconoscono 28 casi, 15 per gli scolopi, 9 per i clarettiani o due per i marianisti. I maristi, che hanno in corso un’indagine, sono stati i primi a risarcire le vittime di abusi alla scuola Sants di Barcellona. Marianisti, Salesiani, Scolopi, Clarettiani o Corazonisti hanno incluso nei loro protocolli il risarcimento delle vittime. L’Opus Dei, da parte sua, continua con la sua strategia del silenzio, anche quando ci sono abusi confermati dalla Corte Suprema, comeil caso della scuola Gaztelueta .

    https://www.eldiario.es/sociedad/ordenes-religiosas-espanolas-si-indemnizaran-victimas-pederastia-obispos-plantean_1_7186237.html

  • Gli ordini religiosi ammettono già 126 casi di abuso in Spagna

    Gli ordini religiosi ammettono già 126 casi di abuso in Spagna

    Gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica in Spagna continuano a venire lentamente alla luce e, dopo il passo dei gesuiti due settimane fa, riconoscono 81 vittime di 65 religiosi dal 1927 e la loro intenzione di risarcirle, altre congregazioni stanno già seguendo lo stesso percorso. EL PAÍS ha consultato 10 dei più grandi e sette rivelano di aver anche svolto indagini sul passato o sono in corso, e accettano anche di risarcire le vittime. Sono semplici revisioni di file, non studi rigorosi, che non hanno reso pubblico e sono lontani dal riflettere la realtà degli abusi in Spagna se confrontati con quelli di riferimento in altri paesi. D’altra parte, di queste dieci entità, i Fratelli Maristi, La Salle e gli Agostiniani continuano a rifiutarsi di rivedere il loro passato. Il resto ammette al momento 61 casi di pedofili religiosi, 42 dei quali fino ad ora sconosciuti. Se queste cifre si aggiungono a quelle dei gesuiti – 65 casi, 54 dei quali nuovi secondo le stime di questo giornale -, gli ordini ammettono 126 casi, 96 di loro sconosciuti fino ad ora. Questi numeri sparano alle statistiche totali e aumentano le vittime di abusi nella Chiesa in Spagna a più di 500, secondo la contabilità tenuta da EL PAÍS con informazioni su condanne, media e proprie indagini, in assenza di dati ecclesiastici e ufficiali .

    Fino a questo mese erano noti 125 casi dal 1986, ma in un colpo solo dobbiamo aggiungerne altri 96. In totale, 221 con almeno mezzo migliaio di vittime dal 1927. Cioè, in poche settimane si sono conosciuti quasi gli stessi casi di 35 anni. E nell’ottobre 2018, quando questo giornale ha iniziato a indagare sugli abusi e ha aperto un’e-mail di denuncia , sono stati contati solo 34 casi. Successivamente, questo giornale ha ricevuto più di 200 messaggi e ha pubblicato una trentina di casi. Il numero è salito alle stelle con numerose segnalazioni di vittime nei media.

    Scolopi, clarettiani, corazonisti e legionari di Cristo hanno già svolto indagini interne. Sono marianisti e salesiani, che danno dati provvisori, 28 in quest’ultimo caso, i più alti dopo i gesuiti. L’Opus Dei completa il suo studio interno. Queste indagini sono solo un primo e minimo passo verso la verità. Le ordinanze affermano che in passato non è mai stato denunciato, nella maggior parte dei casi solo l’accusato è stato trasferito, espulso o lasciato dalla congregazione, con la quale poteva continuare a commettere abusi in altri luoghi e l’istituzione l’ha ignorato. È solo un primo approccio a quanto accaduto. Un’altra iniziativa è stata quella di aprire le e-mail per ricevere reclami, un modo attraverso il quale sono emersi alcuni di questi crimini. In altri casi l’istituzione religiosa si limita a informarsi sulla stampa. Ernesto Gasco, che ha rivelato di essere stato vittima di abusi in un’intervista due mesi fa.

    Gli scolopi della provincia centrale dell’ordine in Spagna hanno potuto tracciare solo le tracce di uno dei suoi membri, accusato nel 1972, che ha lasciato l’ordine ed è finito negli Stati Uniti. Dicono di aver assunto un detective per scoprirlo. Gli abusi che sono riusciti a determinare sono avvenuti a Madrid, Salamanca, Toro e nella diocesi di Cadice-Ceuta. Affermano che gli altri non hanno potuto saperne di più o dove sono avvenuti.

    Le indagini sugli ordini non erano note e ora vengono alla luce solo le domande di questo giornale. I suoi risultati sono molto limitati e non sono stati realizzati da estranei, tranne che nella provincia catalana dei clarettiani. Non offrono dettagli – nomi, luogo e data degli eventi – che se divulgati potrebbero portare a più vittime. Grattano solo la superficie, ma sono ancora un’avanzata nella Chiesa spagnola, che fino al 2018 taceva. E, soprattutto, rende ancora più evidente la posizione della Conferenza episcopale spagnola (CEE), caso praticamente unico nei grandi paesi cattolici: si rifiuta di indagare sul passato e di considerare un risarcimento per queste vittime .

    Si sono incontrati due anni del vertice in Vaticano sugli abusi sui minori tenutosi nel febbraio 2019 e la Chiesa spagnola ha appena preso provvedimenti. Gli uffici di assistenza alle vittime sono stati aperti solo in ogni diocesi, per ordine del Papa. Nell’ottobre 2018 ha creato una commissione contro la pedofilia per aggiornare i protocolli anacronistici in vigore dal 2010, ma più di due anni dopo non si sa nulla del suo lavoro. I vecchi continuano ad apparire sul suo sito web . La Cee ha scelto di non rispondere alle domande di questo giornale e fa riferimento a note e conferenze stampa del 2020. A novembre il portavoce dei vescovi, Luis Argüello, ha solo dichiarato che le denunce ricevute erano “zero o pochissime”.

    GRAF7172. ROMA, 19/09/2020.- El secretario general de la Conferencia Episcopal Española, el obispo auxiliar de Valladolid, Luis Argüello (i), el presidente de la CEE, cardenal arzobispo de Barcelona, Juan José Omella (c), y el vicepresidente, cardenal arzobispo de Madrid, Carlos Osoro (d), que han sido recibidos en audiencia por el papa Francisco, han pedido este sábado que los responsables políticos españoles muestren mayor unidad en la gestión de la pandemia del coronavirus para responder a los problemas que enfrenta la gente, como la pérdida de empleos. EFE/Laura Serrano-Conde

    Quanto alle indagini, la parola d’ordine è che ogni vescovo faccia ciò che vuole, a differenza delle conferenze episcopali di Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi o Francia, che hanno condotto ampie indagini nei loro paesi. In Germania, i vescovi hanno commissionato un audit esterno . Ci sono voluti quattro anni e nel 2018 è stato reso pubblico: dal 1946 3.677 minori hanno subito abusi per mano di 1.670 religiosi. La stessa Santa Sede ha pubblicato due mesi fa il devastante rapporto McCarrick , che sottolineava come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avessero ignorato le accuse di abusi.

    La risposta delle 70 diocesi spagnole è stata lenta e poco trasparente. Tranne alcuni casi, a Cartagena, Madrid, Barcellona e Bilbao, i vescovati sono riluttanti a rendere pubblico il numero di casi che arrivano nei loro uffici. La stragrande maggioranza si rifiuta di indagare sui propri registri e di risarcire le vittime. La verità è che in tutti i paesi la realtà degli abusi del passato è venuta alla luce solo con autentiche commissioni per la verità – dei governi, della Chiesa o di entrambe – che hanno dato sufficiente seria fiducia alle vittime per fare il passo di raccontare il loro caso. In caso contrario, rimangono nascosti.

    “L’equilibrio è molto scarso”, dice Juan Ignacio Cortés, autore di uno dei pochi libri sull’argomento pubblicati in Spagna, Lupi con pelle di pastore (San Pablo). “Un protocollo molto famigerato è ancora in vigore, hanno aperto uffici nelle diocesi, ma è stato fatto molto poco. In Spagna nessuno fa nulla, non è nell’interesse né della Chiesa né dello Stato, che in passato doveva vigilare perché molte istituzioni, dagli internati agli orfanotrofi, facevano parte del sistema di welfare statale. Anche adesso, nei pochi casi che arrivano in tribunale, le vittime non smettono di picchiarle, come nel caso Gaztelueta , dove la Corte suprema ha ridotto la penada 11 anni di carcere a due. C’è una totale mancanza di sensibilità da parte di tutti. Tutti dicono: che oltraggioso. Ma poi guardano dall’altra parte ”.

    Stolen Childhood, la prima associazione nazionale delle vittime, ritiene che, nonostante gli ordini espliciti del Papa, alcune Conferenze episcopali “abbiano fatto pochissimi progressi e altre, come la Cee, niente”. Dubita dell’efficacia degli uffici diocesani e li definisce “una strategia di marketing ” per lavare via il passato della Chiesa. Al momento, avvertono, nessuno ha contattato le vittime giunte in associazione negli ultimi due anni, quasi un centinaio. “Dicono di aiutare le vittime, ma non hanno ancora rilasciato alcun rapporto. Non ci hanno nemmeno contattato ”, sottolinea Juan Cuatrecasas, presidente dell’associazione e padre della vittima del caso Gaztelueta . “Ripetiamo ancora che ci apriamo a collaborare con la Chiesa come intermediari”, dice.

    Gemma Varona, criminologa dell’Università dei Paesi Baschi e che ha svolto uno studio pionieristico nel 2015 sui casi registrati in Spagna, elogia la decisione degli ordini di indagine, ma a fronte dell’unico rapporto noto, quello dei gesuiti, lei è molto critica. Egli ritiene che la sintesi che hanno rilasciato “sia incompleta e metodologicamente molto dubbia”. “Non spiegano come l’hanno fatto né rendono pubblico lo studio completo”, dice. Soprattutto, come hanno sottolineato le vittime, ritiene “ridicolo” il numero di casi che sta registrando. “Non è credibile, è di più, è incredibile che abbiano il coraggio di dirlo, qualche anno fa, come inizio, potrebbe essere accettato, ma siamo indietro da tempo”, dice.

    L’indagine dei gesuiti indica che l’1% dei suoi membri dal 1927 ha commesso abusi. Gli studi più rigorosi che sono stati presentati, ad esempio negli Stati Uniti, Germania, Francia o Irlanda, concordano sul fatto che la cifra media è compresa tra il 4% e il 5% del clero. Dall’altra, rapporti come quello della Pennsylvania nel 2018 (300 sacerdoti accusati, 1.000 vittime) o quello più recente in Francia (1.500 sacerdoti, 3.000 vittime)mostrano che un molestatore abusa spesso di più di un minore. Varona ritiene che “le denunce devono essere per le vittime, che sono quelle che ne hanno bisogno, e quindi devono essere trasparenti e ben fatte. “Devi rispondere a queste domande: perché le vittime non denunciano? Perché non ti permetti? Ecco perché è dovuto un numero così basso ”. Questa specialista ha lavorato negli ultimi anni ad un altro studio sulle vittime, che presenterà quest’anno, e su tutti coloro che ha intervistato “la vittimizzazione secondaria è molto chiara”: si riferisce alla nuova sofferenza che denuncia e non viene ascoltata e anche mezzi maltrattati per la chiesa.

    “Mi hanno rubato altri nove anni”

    Il caso di Javier Paz, vittima di abusi a Salamanca, e uno dei primi a comparire in televisione nel 2014 , raccontando il suo caso, è significativo: “Mi hanno derubato di altri nove anni, da quando ho denunciato nel 2011, perché ho si sono fidati di loro, denunciando in sede vescovile, ma il processo canonico che hanno fatto è stato un teatro per farmi ingannare e in silenzio, finché non mi hanno accusato di volere solo soldi, mi hanno umiliato e ho deciso di apparire in tv. Ti schiacciano ancora e la ferita non si chiude ”. Aggiunge, in ogni caso, per sottolineare che un’altra parte della Chiesa fa bene il suo lavoro, che nell’attuale vescovo di Barbastro-Monzón (Huesca), Ángel Pérez Pueyo, ha trovato tutto il sostegno. La sua ultima battuta d’arresto: ha chiesto al Vaticano la documentazione del suo processo canonico e loro l’hanno negato.

    Diversi ordini hanno pagato un risarcimento o sono disposti a farlo se il caso si presenta ma, a parte il risarcimento finanziario, Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna e specializzato in vittimologia, valuta i processi di giustizia riparativa: ” tra le parti coinvolte, e hanno un senso perché molti sono reati prescritti, non possono rivolgersi alla giustizia penale, ed è quasi più soddisfacente per le vittime ”. Gli Scolopi catalani, che hanno ricevuto consigli dalla Fondazione Vicki Bernadet, hanno fatto ricorso in alcuni casi alla mediazione del difensore civico, il Síndic de Greuges. “Era una vittima che abbiamo individuato e non voleva sapere niente di noi, e grazie alla mediazione abbiamo parlato con lui. È stato molto positivo, molti fantasmi sono caduti. Suppongo che pensasse di trovare la scuola degli anni Cinquanta e quando ci ha trattati ha cambiato la sua percezione. A Natale mi ha chiamato per congratularsi con me per le vacanze ”, dice il provinciale di quest’ordine in Catalogna, Eduardo Pini. “Se il Parlamento fa una commissione d’inchiesta, contino su di noi, la Chiesa deve affrontarlo e indagare”.

    “Per le vittime è molto importante che ci sia un’istituzione laica e indipendente, perché non si fidano di loro”, spiega una portavoce. del Síndic. “Nelle adunanze c’è stato un importante ascolto attivo, che qualcuno le ascolti è già un passo, e poi si sono svolti compiti di mediazione con le congregazioni”. I Salesiani, ad esempio, non provvedono al risarcimento e si sono concentrati su un progetto di giustizia riparativa in cui, attraverso un team di lavoro esterno all’ordine, offrono terapie a lungo termine, della durata di circa 20 mesi. Hanno già avviato nove di questi processi dove, sottolineano, cercano “oltre a migliorare la salute delle vittime, di farsi riconoscere per i danni subiti.

    Ma l’indignazione delle vittime non è solo con la Chiesa: “È un peccato che il Governo non faccia nulla. È un argomento molto delicato e nessuno vuole affrontarlo. Tutto ciò di cui hai bisogno è un gruppo di esperti, una dotazione e aprire un’e-mail, indagare. Non costa niente e noi cambieremmo la situazione ”, lamenta Manuel Barbero, presidente di Mans Petits e padre di una vittima. È l’associazione che ha aperto una causa contro i maristi a Barcellona e ha ottenuto un risarcimento di 400.000 euro per 21 famiglie. “Manca il coinvolgimento delle istituzioni, che avrebbero dovuto assumere il ruolo guida, come in altri Paesi. Nel 2010 in Belgio è intervenuto il Parlamento ed è stato creato uno speciale organismo di riparazione in collaborazione con la Chiesa ”, ricorda Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna ed esperto di vittime.Era uno dei membri della commissione formata dal Síndic de Greuges, il difensore civico catalano, per indagare sul fenomeno in Catalogna. Il difensore civico catalano è una delle poche istituzioni che è intervenuta sul problema: nel 2019 ha creato questa squadra per ascoltare le vittime e ha presentato un rapporto lo scorso anno al Parlamento . Ha chiesto una commissione d’inchiesta sui casi prescritti. Anche il governo della Navarra è stato sensibile alle vittime nella comunità provinciale: sono state invitate al parlamento regionale, organizzato un congresso sul problema e finanziato terapie psicologiche. Nel resto della Spagna silenzio.

    Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a abusos@elpais.es

    La Conferenza episcopale spagnola (CEE) e i vescovi non sono gli unici a non muoversi nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa, né lo fa lo Stato. Il ministero della Giustizia, quando era in carica Dolores Delgado (nella foto), ha fatto una prima mossa nel febbraio 2019, come reazione all’allarme sociale in un momento in cui stavano venendo alla luce decine di casi. Ha chiesto alla Cee di informarlo dei casi di cui era a conoscenza, gesto che lo ha fatto stare male nella gerarchia ecclesiastica. Tanto che non gli hanno nemmeno risposto. La cosa successiva che la giustizia ha fatto è stata richiedere un rapporto dall’ufficio del procuratore generale dello Stato sul problema. Quel rapporto è arrivato nel giugno 2019 ed è stato anche controverso, perché indicava l ‘”opacità” della Chiesa. Tuttavia, non aveva dati, perché le statistiche della Procura raccolgono i reati non lo status o la professione dell’imputato. In ogni caso, il rapporto sollecitava le autorità ad agire perché “le prospettive sono scarse” e “in questo tipo di comportamenti erano necessari meccanismi di persecuzione e riparazione”. Inoltre, ha indicato l’impegno della Procura a “collaborare e farsi coinvolgere nelle iniziative che si potrebbero sviluppare nel nostro Paese per ottenere una conoscenza storica” ​​del problema. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco.

    Il sistema statistico rimane lo stesso e non fornisce alcuna informazione. Un portavoce dell’Ufficio del Procuratore ammette che “questa difficoltà nella raccolta dei dati persiste”, a causa delle applicazioni informatiche stabilite, e che non dipende dall’Ufficio del Procuratore. L’unità specializzata per minori ha mantenuto contatti con la Conferenza Episcopale e altre istituzioni religiose, per rafforzare l’individuazione precoce del crimine e la protezione della vittima. Hanno anche aperto un file per raccogliere tutte le azioni in quest’area, ma riconoscono che con la pandemia tutto si è fermato. “Questo problema è di grande preoccupazione per la Procura e lo prendiamo molto sul serio, ma all’interno del nostro campo di azione e degli strumenti di cui disponiamo, il nostro ambito di azione è l’indagine procedurale”. Il problema è che la stragrande maggioranza dei casi in passato ha prescritto. In Cile,

    I portavoce della giustizia riconoscono inoltre che in seguito non è stato fatto nulla. In parte perché il cambio di governo nel gennaio 2020 ha portato al trasferimento della giurisdizione degli Affari religiosi alla Prima Vice Presidenza, di Carmen Calvo, e lì non hanno affrontato la questione. L’unico anticipo è stato la bozza della legge per la tutela dei minori, che proroga il termine di prescrizione. È una delle principali pretese delle vittime, ma d’altro canto criticano che il testo non faccia alcun riferimento specifico al problema specifico dell’abuso sui minori nella Chiesa. La legge, in ogni caso, è ancora in attesa di elaborazione parlamentare.

    https://elpais.com/sociedad/2021-01-31/las-ordenes-religiosas-admiten-ya-126-casos-de-abusos-en-espana.html

     

  • Padre Preynat contro Ozon: la giustizia francese respinge

    Padre Preynat contro Ozon: la giustizia francese respinge

    Respinto il ricorso presentato dall’ex cappellano scout condannato per pedofilia. Il film ‘Grazie a Dio’ fa parte di ‘un dibattito d’interesse generale’

    La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da padre Bernard Preynat contro la diffusione del film ‘Grazie a Dio’ di François Ozon. All’inizio del 2019, tramite i propri legali, il sacerdote aveva chiesto la sospensione dello sfruttamento del lungometraggio, accusato di avere infranto la sua presunzione d’innocenza mentre egli non era stato ancora processato in quello che sarebbe diventato il caso di pedofilia più clamoroso di Francia.

    Ispirato alla storia di tre uomini che accusano l’ex cappellano scout di avere abusato di loro trent’anni fa, il film di Ozon racconta la lotta dei sopravvissuti a Preynat condotta tramite l’associazione La Parole Libérée, per portare il caso alla giustizia e denunciare l’inerzia della Chiesa. Premiato al festival di Berlino, il film ha chiamato nelle sale francesi oltre 900mila spettatori.

    Nel marzo 2020, Bernard Preynat è stato condannato a cinque anni di carcere per innumerevoli aggressioni sessuali commesse tra il 1971 e il 1991 nella diocesi di Lione. Il religioso e ha rinunciato in appello lo scorso autunno. L’anno precedente, nel febbraio 2019, due giorni prima dell’uscita del film, il tribunale di Parigi aveva respinto la sua richiesta di vietare la diffusione del film fino alla decisione finale del tribunale. Richiesta respinta anche in appello, nel giugno dello stesso anno. Padre Preynat ha quindi presentato ricorso, respinto lo scorso mercoledì: ricordando la motivazione della corte d’appello, ovvero il fatto che film fa parte di un “dibattito d’interesse generale”, la Corte ha confermato che una sospensione della sua diffusione avrebbe costituito una misura “sproporzionata”.

    “La presunzione d’innocenza vieta di presentare un uomo come colpevole e non solo come colpevole. Purtroppo la Corte ha deciso il contrario”, si è rammaricato Emmanuel Mercinier-Pantalacci, avvocato del sacerdote.

    https://www.laregione.ch/culture/societa/1484815/film-preynat-respinto-padre-ozon-giustizia

  • Vaticano, molestie sessuali: il tribunale di Parigi condanna l’ex nunzio Ventura, cinque vittime

    Vaticano, molestie sessuali: il tribunale di Parigi condanna l’ex nunzio Ventura, cinque vittime

    Città del Vaticano – Il verdetto arrivato dal tribunale di Parigi è di condanna per l’ex nunzio apostolico in Francia, Luigi Ventura, ritenuto colpevole di per aver molestato sessualmente cinque uomini nel 2018 e nel 2019. L’arcivescovo – che ora risiede a Roma – è stato punito con 8 mesi di reclusione e sospensione della pena. Il procedimento contro l’ex ambasciatore di 76 anni è stato aperto dopo che il Vaticano, sotto la spinta mediatica, aveva revocato la sua immunità nel luglio 2019.

    Il processo in contumacia era iniziato il 10 novembre scorso. Ventura non era presente al momento del verdetto. Cinque uomini lo hanno accusato di molestie durante il suo mandato diplomatico in Francia. Il caso è scoppiato nel febbraio 2019 anche se l’ex nunzio Ventura ha ripetutamente negato le accuse.

    Le presunte vittime hanno in passato inviato anche una lettera pubblica al Presidente dMacron chiedendo che venisse tolto al nunzio apostolico l’immunità diplomatica. Ventura era stato nominato per la sede di Parigi nel 2009 da Benedetto XVI. Le vittime spiegavano che il diplomatico in diversi momenti e circostanze aveva avuto condotte inappropriate con giovani uomini. Nella lettera i tre denuncianti scrivevano: “Le nostre accuse costituiscono reati gravi punibili con la reclusione fino a cinque anni”.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/molestie_sessuali_vaticano_papa_francesco_tribunale_parigi_condanna_nunzio_ventura-5649175.html

  • In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

    In Irlanda il purgatorio della Chiesa dopo gli scandali di pedofilia (Video)

    Scuse tardive

    Dublino, agosto 2018. Per la prima volta papa Francesco si scusa pubblicamente per le atrocità commesse dai sacerdoti della Chiesa cattolica irlandese. Erano attesi 500 mila fedeli, se ne presentano solo 130 mila. Quarant’anni prima, per Giovanni Paolo secondo, erano un milione.

    L’Irlanda è il quinto paese europeo per numero di fedeli cattolici. La Chiesa è parte integrante della cultura del paese, e ne pervade anche i luoghi di potere. Storicamente gli irlandesi hanno riposto la loro fiducia e le loro scelte politiche nelle mani di quest’onnipotente istituzione. Ma a partire dal 2002 un susseguirsi di rapporti e inchieste mette in luce oltre 15 mila casi di abusi sessuali commessi da membri del clero fra gli anni Settanta e Novanta. Casi non recenti, quindi, eppure le scuse di papa Francesco non arrivano prima del 2018. Troppo tardi per molti. La sua è una visita che rimane controversa, gli irlandesi si sentono traditi.

    I Sopravvissuti

    Di fronte alle centinaia di suicidi provocati dalle violenze, coloro che sono riusciti a convivere con il trauma sono stati soprannominati “i Sopravvissuti”. Martin Gallagher è uno di loro. Ha subito abusi sessuali a 12 anni da Eugene Green, un sacerdote della parrocchia di Donegal, nel nord-ovest dell’Irlanda. Insieme a lui incontriamo Martin Ridge, ex ispettore di polizia, il primo ad aver raccolto la sua testimonianza.

    “Quando eravamo giovani e subivamo gli abusi – ricorda Gallagher – non c’era nessuno con cui potessimo parlare, di cui ci potessimo fidare. Di sicuro non i preti. Si sarebbero messi a ridere e ci avrebbero accusati di mentire. Non potevamo dirlo ai nostri genitori, perché sarebbero dovuti andare dal prete, che avrebbe fatto la stessa cosa. Non potevamo dirlo alle guardie, perché guardie, preti e insegnanti erano grandi amici fra di loro e si sostenevano a vicenda. Eravamo soli. Martin è arrivato e ha cominciato a indagare su Eugene Greene, e questo ha aperto un nuovo capitolo nella nostra vita, perché ci ha liberato almeno di tutta la pressione, l’ansia, la depressione, tutti i sentimenti negativi che ci eravamo tenuti dentro per anni. Il semplice fatto di parlare con Martin, sapere che finalmente qualcuno mi avrebbe aiutato, fin dal primo giorno mi ha tolto un enorme carico dalle spalle”.

    Nel 2008 Martin Ridge pubblica “Breaking the Silence”, un libro che ripercorre l’indagine da lui condotta sugli abusi commessi da Eugene Green fra gli anni Sessanta e Novanta. Ridge accusa la chiesa di aver scelto deliberatamente di non fare nulla per mettere fine agli abusi, nonostante le numerose denunce presentate nel corso degli anni contro il sacerdote. L’ex poliziotto è grato dell’esperienza fatta: “Sono contento di essere stato accanto a loro – afferma -, perché anche loro mi hanno educato, e stanno educando la società. Queste persone sono degli esperti, perché sanno di che cosa stanno parlando. Martin non ha bisogno della mia gratitudine, ma io gli sono molto grato, come lo è la gente per Martin e per le persone come lui. Grazie al cielo sta rimettendo in sesto la sua vita. E non è facile. Abbiamo tutti delle brutte giornate, e allora possiamo tornare a sentire quella paura e quel disprezzo. Dobbiamo fare attenzione, perché anche la rabbia può distruggerci. Ma forse è un bene aggrapparvisi in parte per rendersi conto di che cosa sta accadendo. Vorrei dire grazie a Martin e ripeterglielo mille volte”.

    “Era considerato un problema del prete, non del bambino”

    Quello di Martin non è un caso isolato. Sono migliaia i bambini che sarebbero stati vittime di abusi sessuali commessi per diversi decenni in Irlanda, il paese più colpito in Europa. In Belgio, Germania e Francia le denunce dal 2010 si contano a centinaia.

    La maggior parte delle vittime ha presentato denuncia a Dublino, la diocesi più grande del paese. Fra il 1975 e il 2004 dodici sacerdoti si sarebbero resi colpevoli di due terzi dei fatti denunciati nella capitale. Per lottare contro quelle che chiama “derive”, la diocesi ha istituito nel 2002 il servizio di protezione Child Safeguarding, accanto a un’agenzia gestita dallo Stato. Andrew Fagan, direttore e coordinatore di Child Safeguarding dal 2010, racconta: “Quando si è saputo che dei sacerdoti avevano commesso abusi su bambini, questo è stato inteso come un problema per il sacerdote, non come un problema per il bambino, o per altri bambini. E per molto tempo non è che la diocesi e le autorità non abbiano fatto nulla, hanno fatto delle cose, che però avevano tutte a che fare con il cercare di ‘guarire’ il prete e rimandarlo al suo posto, non si concentravano sui bambini, non davano la priorità alla sicurezza dei bambini. Anche se molte cose sono cambiate, non sono sicuro che sia cambiata la percezione. Penso che molti pensino ancora che sia un po’ rischioso permettere ai propri figli di partecipare alle attività della chiesa, quindi direi che molti genitori hanno deciso di prendere le distanze dalla chiesa”.

    Frank Reburn è un sacerdote della parrocchia di Glasnevin, situata nel nord della capitale. Come tutti i sacerdoti in Irlanda, ha dovuto passare un test psicologico prima di iniziare a esercitare in parrocchia. Frank ci descrive le direttive della diocesi sulla protezione dei bambini: “Negli incontri con i genitori, in preparazione dei bambini per un sacramento, per esempio la cresima o la comunione, spieghiamo ai genitori che attuiamo una politica di protezione dei bambini qui nella nostra parrocchia. Non lasciamo mai un adulto solo con un bambino, soprattutto qui, nella nostra parrocchia, nella nostra sacrestia, nessun adulto resta solo con un bambino. Quando ci sono bambini nei locali ci assicuriamo che se ne prenda cura qualcuno che è autorizzato dalle forze dell’ordine e che è stato formato. Inoltre, se vengono dei sacerdoti in visita, chiunque arrivi nella sacrestia deve firmare all’ingresso. E chiediamo anche ai genitori o a chi ha la responsabilità dei bambini di non lasciarli andare da soli in bagno. Devono restare nello spazio pubblico e assicurarsi che il bambino stia bene. È stato un capitolo orribile della storia della chiesa e delle nostre vite, un capitolo davvero orribile. Quindi sono estremamente motivato, e farò tutto ciò che è in mio potere per essere sicuro che a nessun bambino sia fatto del male in questa chiesa”.

    “Per me era normale, ci ero abituato”

    Se la Chiesa è costretta oggi a far penitenza, è anche grazie ad alcune rivelazioni clamorose. Come quella fatta da Darren McGavin, oggi quarantottenne, un altro sopravvissuto. Il suo aggressore, Tony Walsh, è attualmente in carcere per aver commesso stupri su più di 200 minori nel sobborgo di Ballyfermot, dove Darren è cresciuto in un contesto familiare violento. ​”Quando avevo sette anni e andavo a quella scuola, diventò parroco, è allora che prese l’abito talare – ricorda -. Era anche un sosia di Elvis Presley e partecipava a uno spettacolo che si chiamava ‘The All Priest Show’ che girava per il paese nelle sale, nei locali, e venivano pagati! Quindi tutti pensavano che fosse in gambissima, straordinario. E quando parlava dal pulpito del Signore Gesù Cristo, diceva: ‘Gesù è mio amico, io vi salverò’. Andò a casa mia e disse ai miei genitori che conosceva il loro sporco segreto: ‘So che stai picchiando quel bambino e tua moglie’. Quindi ora i miei genitori, anche se erano adulti, erano vulnerabili, e il sacerdote ce li aveva in tasca, perché conosceva il loro vergognoso segreto. Allora il sacerdote suggerì: ‘Porto via vostro figlio da quest’ambiente, perché gli avete fatto del male, si ribella e voi lo picchiate ancora di più, non sapete come gestirlo. Se viene con me posso insegnargli l’amore e può assistermi alla messa del mattino. Lo porteremo in bei posti, e voi respirerete un po”. Per una madre di cinque figli che danno fuori di matto, il marito che era raramente presente, e quando c’era la riempiva di botte, era l’ideale, pensava che il suo bambino fosse al sicuro. Ma che cosa pensereste se vi dicessi che quel ragazzino veniva legato su un tavolino da caffè? E mentre mi veniva detto che brucerò all’inferno per l’eternità, venivo stuprato con una candela accesa”.​

    A 11 anni, Darren vede un documentario sulla pedofilia. È allora che si rende conto che la sua relazione con il sacerdote non ha nulla di normale. Comincia allora a vedere una psichiatra infantile. La sua sola paura a quel punto è che durante il processo il giudice non creda alla sua testimonianza. Racconta: “La signora mi diede una bambola e mi disse: ‘Puoi farmi vedere che cosa è successo?’ E io risposi: ‘Vuole che infili il mio pene dentro la bambola davanti a lei?’. E lei: ‘Cosa?’. E io: ‘Be’, mi ha detto di farle vedere, allora vuole che strappi la bambola e la cavalchi?’ Lei continuò: ‘No, fammi solo vedere’. E io dissi: ‘Non capisco, mi dice di farlo, ma mi ha detto che è sbagliato. Perché vuole che faccia qualcosa che è sbagliato?’. Allora ammisero: ‘Ha senso, non ci è mai capitato prima’. Allora suggerii che io mi limitassi a raccontare quello che era accaduto. E mentre lo facevo, continuavo a passar loro fazzoletti, io che avevo dodici anni, e a chiedere: ‘Va tutto bene?’, perché li avevo traumatizzati. Per me era normale, perché ci ero abituato”.

    Il muro di gomma del Vaticano

    ​Oggi Darren è psicologo, e può così aiutare altre vittime. Lui stesso è sopravvissuto a cinque tentativi di suicidio, e fa parte del 10 per cento di vittime che hanno avuto il coraggio di rivolgersi alle autorità. Nel 2014, in un’intervista a Repubblica, papa Francesco disse che il numero di colpevoli in seno alla Chiesa era stimato intorno al 2 per cento, vescovi e cardinali compresi. Una cifra che però non coincide con quelle emerse nell’inchiesta condotta dal team giornalistico Spotlight del Boston Globe, in cui Richard Sipe, psichiatra e sacerdote in pensione, valuta il numero di preti pedofili al 6 per cento. Secondo Sipe un prete pedofilo abusa di 250 bambini in tutta la sua vita. Se così fosse, in Irlanda 280 sacerdoti avrebbero abusato di 70 mila vittime, e nell’intero continente europeo circa 11.200 clericali avrebbero approfittato di oltre 2 milioni e 800 mila vittime. E queste sarebbero le cifre che la Chiesa avrebbe cercato di insabbiare.

    Colm O’Gorman, un altro sopravvissuto, oggi direttore della sezione irlandese di Amnesty International, lotta ogni giorno per cercare di riparare i danni.​ “Il modo in cui si è comportata la Chiesa, l’ipocrisia e la corruzione in seno alla chiesa sono venute alla luce e questo ha portato gli irlandesi a respingere l’autorità morale della Chiesa. Ha portato alla fine del predominio politico della Chiesa cattolica qui in Irlanda. Per decenni il Vaticano ci ha chiamati bugiardi, ha detto che mentivamo, che ci inventavamo le cose, che era un complotto anti-cattolico, che non c’era nessun insabbiamento. E adesso il papa dice che l’insabbiamento c’è stato e noi dobbiamo pensare che è meraviglioso perché ammette la verità? Ma è il minimo!”, insorge.

    Anche Marie Collins è una dei Sopravvissuti, e ha creato una fondazione per aiutare i bambini che hanno subito abusi via internet o tecnologie mobili. Nel 2014 ha integrato la commissione creata dal pontefice per proteggere i minori e combattere gli abusi sessuali. Ma tre anni dopo si è dimessa, stanca di continuare a rimbalzare contro il muro di gomma del Vaticano, dice: “La commissione era composta di esperti esterni alla Chiesa, esperti in protezione dei minori provenienti da ogni settore e riuniti per consigliare il papa, per portare competenze dentro la Chiesa dall’esterno. E io accettai l’incarico perché, se la Chiesa era sincera nella sua volontà di cambiamento, pensai che fosse mio dovere contribuire. Ma dopo un paio d’anni mi resi conto che c’era un’enorme resistenza al cambiamento in Vaticano. Boicottavano il lavoro della commissione. Opponevano resistenza al lavoro della commissione. Noi elaboravamo raccomandazioni, il papa le approvava, ma poi non venivano messe in pratica. La Curia, il governo della chiesa, vedeva noi della commissione come persone esterne che interferivano nei suoi affari interni. L’importanza della protezione dei bambini era completamente ignorata, era più una questione di politica”.

    La decisione di Papa Francesco di parlare pubblicamente degli scandali mostra comunque che c’è un desiderio di maggiore trasparenza in seno al Vaticano. Ora denunce e testimonianze sugli abusi sessuali vengono trasferiti alle autorità civili, e la Chiesa deve rispettarne le decisioni.

    La Chiesa, un’istituzione in crisi in Irlanda

    Nel 2015 gli irlandesi hanno votato sì al referendum sul matrimonio gay e nel 2018 è stato revocato l’ottavo emendamento della costituzione per poter autorizzare il diritto all’aborto. Un paese all’80 per cento composto di cattolici ha votato a favore di due riforme che violano apertamente i dettami della Chiesa. La società irlandese resta legata alla sua cultura cattolica, ma ha preso le distanze dalla Chiesa in quanto istituzione. Una tendenza visibile in tutta Europa, l’unico continente dove la popolazione cattolica è diminuita negli ultimi anni.​ Lo stato d’animo di molti cattolici irlandesi è ben riassunto nelle parole di Marie Collins: “Conservo la mia fede, sì, conservo la mia fede e il mio credo. Ma l’istituzione della Chiesa ormai non significa più molto per me. Ho davvero perso ogni fiducia nell’istituzione ecclesiastica. Ho ancora un rapporto con Dio e prego ancora, e mi considero ancora cattolica”.

    Nel frattempo l’Irlanda ha cominciato a cercare di curare le ferite lasciate da decenni di abusi e a proteggere meglio i bambini, senza aspettare che sia la Chiesa a risolvere il problema. Un’importante lezione per altri paesi, come l’Australia, la Francia, la Polonia o gli Stati Uniti, dove gli scandali cominciano a emergere.

    https://it.euronews.com/2020/11/27/in-irlanda-il-purgatorio-della-chiesa-dopo-gli-scandali-di-pedofilia

  • In Francia sono aumentate le denunce di pedofilia nella Chiesa

    In Francia sono aumentate le denunce di pedofilia nella Chiesa

    I vescovi pubblicano un terzo dossier: in due anni 320 persone hanno segnalato gli abusi

    AGI – Da settembre 2018 a settembre 2020, in Francia 320 persone hanno denunciato abusi sessuali subiti da membri del clero e religiosi, 100 in più rispetto a quelle registrate tra il 2010 e 2016: è uno dei dati più significativi che emergono dal terzo Rapporto della Conferenza episcopale francese (Cef) sulla pedofilia nella Chiesa, reso noto durante i lavori dell’assemblea plenaria in corso dal 3 all’8 novembre.

    Le cifre del terzo dossier dei vescovi

    Il documento, presentato da monsignor Dominique Blanchet, vicepresidente della Cef, traccia un quadro più preciso della situazione dopo i due precedenti rapporti del gennaio 2017 e dell’ottobre 2018. La prima parte presenta le cifre aggiornate raccolte in questi ultimi due anni nelle diocesi francesi, mentre la seconda riporta in modo schematico informazioni sulle azioni intraprese dalla Chiesa nella lotta a questa piaga e nella prevenzione, sia a livello locale che a livello mondiale.

    Vi è dunque un significativo aumento delle denunce, passate da 220 del periodo tra il 2010 al 2016 a 320. Una crescita che il rapporto collega alle misure prese dalla Chiesa di Francia in questi ultimi anni: segnatamente l’istituzione nel 2018 di una Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), la creazione di cellule di accoglienza e di ascolto nelle diocesi, oltre ai ripetuti inviti rivolti alle vittime dalla Commissione perché abbiano il coraggio di denunciare l’abuso subito e si mettano in contatto con le istituzioni ecclesiastiche.

    Le segnalazioni dei vescovi e l’azione della Chiesa

    Un altro dato che emerge dal rapporto riguarda le segnalazioni da parte dei vescovi alle procure, che tra il 2010 e il 2020 sono state in tutto 110, di cui 67 per fatti anteriori al 2000 e 43 per fatti successivi. Quanto agli autori degli abusi, sono state 208 le persone per cui si è aperto un procedimento. Con riferimento alle misure prese, sempre negli ultimi due anni, 57 tra preti, religiosi e diaconi sono stati sospesi e 13 condannati a una pena canonica.

    Lo scarto esistente tra le 320 persone che hanno denunciato e le segnalazioni e i procedimenti avviati viene spiegato dal fatto che spesso le vittime non erano note ai vescovi, che i responsabili erano deceduti o non identificabili. Un’altra informazione importante fornita dal documento riguarda infine l’azione capillare intrapresa dalla Chiesa per lottare contro la pedofilia: su 97 diocesi e arcidiocesi francesi, 24 possono oggi contare su referenti diocesani e sono 83 quelle che hanno aperto una cellula di ascolto e accoglienza.

    “Anche se resta ancora molto da fare perché la Chiesa diventi una casa sicura per tutti – si sottolinea nell’introduzione resa nota da Vatican News – il nuovo rapporto evidenzia la ferma determinazione dei vescovi di andare oltre e di attuare tutte le misure necessarie ad affrontare questa sfida così urgente e necessaria“, cominciando dall’ascolto delle vittime. Intanto proseguono i lavori dell’assemblea plenaria.

    La riunione avrebbe dovuto svolgersi in presenza a Lourdes, ma a causa dell’evolversi della pandemia del Covid-19 si tiene in forma virtuale. Tra i temi all’ordine del giorno, oltre alla lotta alla pedofilia, i problemi del mondo agricolo in Francia, il rapporto tra territorio e parrocchia e le questioni finanziarie. A chiudere i lavori l’8 novembre sarà il presidente della Cef, monsignor Eric de Moulins-Beaufort.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2020-11-07/pedofilia-chiesa-francia-aumento-denunce-10211422/

  • Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    Terremoto fra i focolarini di Francia: coperti decenni di abusi sessuali

    40435 PARIGI-ADISTA. Dopo l’affare Preynat, che ha sconvolto la diocesi di Lione, un altro caso di pedofilia seriale si è aperto in Francia. La vittima che lo ha portato alla luce si chiama Christophe Renaudin, ha 54 anni, oggi fa il musicista e il clown, ed è la prima volta che si squarcia il velo di una serie di casi di pedofilia consumatisi all’interno del movimento dei Focolari in Francia. Christophe è stato abusato da un laico consacrato, e da quando ha sporto denuncia, nel 1994, altre tre persone hanno testimoniato contro l’uomo, ma almeno una trentina sono le vittime, tra ragazzi e bambini oggi in età matura, per ammissione dei Focolari stessi. Il “lupo” si chiama Jean-Michel Merlin e oggi ha 80 anni. Nel movimento dei Focolari ha passato la sua vita, dagli anni ‘60 fino al 2016, quando ne è stato cacciato. Renaudin, ascoltato all’inizio dell’anno dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa, incaricata dalla Conferenza episcopale francese, la Ciase, si sta battendo perché una commissione esterna indaghi sulla reale portata del fenomeno abusi all’interno del movimento. Nel frattempo, a occuparsi attivamente del fenomeno è il giornale francese Les Jours, (16/10) che ha persino attivato una casella mail per chiunque volesse offrire, nella massima riservatezza, la propria testimonianza (temoignage@lesjours.fr).

    L’ex ingegnere colto e magnetico

    Renaudin era un preadolescente che studiava in un collegio della Vandea quando, racconta Les Jours, alla fine degli anni ‘70 il direttore propose alla sua famiglia di portarlo agli incontri dei Focolari, attivi in Francia dagli anni ‘50 dove ora contano 2.000 membri e 15.000 simpatizzanti. Christophe e i suoi due fratelli, dunque, trascorreranno i fine settimana nella comunità focolarina, dove avviene l’incontro con Merlin, un uomo sulla quarantina, ex ingegnere brillante e colto che ha preso i voti e dirige la casa editrice del movimento, ma è anche responsabile dei giovani adulti (con una mezza dozzina dei quali convive in una comunità a Châtillon, nella regione parigina). Anche la famiglia di Renaudin, di modeste risorse, è stregata dal suo carisma e lo accoglie in casa: l’ex ingegnere insegna ai ragazzi il suo lavoro di editore, fa conoscere loro il cinema d’autore. Ma con il tempo l’entusiasmo viene meno, le frequentazioni si diradano e su Merlin, in famiglia, piomba il silenzio, finché, all’inizio degli anni ‘90, Christophe esplode. Quando aveva tra i 14 e i 16 anni, Merlin entrava nella sua camera da letto, costringendolo a baci, masturbazioni, tentativi di fellatio, per poi, alla fine, pregare per il perdono. «Non potevo chiedere aiuto – racconta Christophe nella testimonianza resa su Les Jours – perché Merlin sapeva come farlo in modo che non potessimo agire. Aveva avuto cura in anticipo di ottenere la fiducia e la simpatia delle famiglie». Anche i suoi fratelli e un amico sono sottoposti alle stesse violenze. Il giornale francese ha cercato invano di ottenere da Merlin un commento alle accuse mosse contro di lui.

    Nel 1993, a 27 anni, Renaudin chiede a Merlin un incontro, che avviene in un caffè a Parigi: l’uomo tace e chiede perdono. Non solo a lui, anche ai suoi genitori, in una lettera: «Vorrei che la pace del Natale entrasse e cambiasse ognuno dei nostri cuori», scrive. «So che il crocifisso può dare a ciascuno di noi la sua pace». Ma è poco dopo che, di fronte a un programma televisivo in cui una vittima di incesto offre la propria testimonianza e in cui si parla di termini di prescrizione, il giovane decide di sporgere denuncia per violenza sessuale e tentato stupro su un minore di età inferiore ai 15 anni, per mano di persona con autorità morale. Dal canto loro i fratelli e l’amico testimoniano sotto giuramento agli investigatori della brigata per la protezione dei minori di Parigi. Il predatore, sotto custodia, confessa i suoi atti negando però il tentativo di fellatio, considerato stupro e quindi diverso reato. La prescrizione, a quell’epoca, era tuttavia di soli tre anni, per cui il caso si conclude con un non luogo a procedere confermato in appello. La questione dello stupro viene liquidata con il fatto che l’aggressore si era fermato dopo il rifiuto del ragazzo. Tuttavia, la questione prosegue a livello civile con la condanna a un risarcimento, nel 1998, di 50mila franchi a Renaudin, pari a circa 10mila euro di oggi. Ma alla fine del procedimento, Christophe sente che c’è qualcosa di incompiuto e la lunga terapia psichiatrica per tentare di superare il trauma non riesce a rimetterlo in piedi.

    È solo nel 2015 che la vittima viene a sapere che il predatore è ancora membro dei Focolari (dai quali verrà escluso un anno dopo). Christophe va avanti. Ed è così che, il 22 ottobre scorso, sotto la pressione delle vittime, la leadership francese dei Focolari, i due co-responsabili per la Francia, Christiane-Marie Goffinet e Bernard Bréchet, dà le dimissioni, dopo aver annunciato di rivelare un bilancio provvisorio delle vittime, dopo decenni di silenzio.

    È un vero terremoto nei Focolari francesi, e non solo. In un comunicato pubblicato il 22 ottobre scorso, la presidente mondiale del movimento, Maria Voce, facendo riferimento all’inchiesta di Les Jours, esprime «Immenso dolore e incondizionata collaborazione del Movimento affinché venga fatta piena luce» e annuncia l’intenzione di istituire «un organo d’indagine indipendente dopo un incontro con alcune vittime di un ex-membro consacrato dei Focolari». «Di fronte a questo immenso dolore – afferma la presidente – siamo convinti che l’unica strada da percorrere sia quella di offrire alle vittime pieno ascolto e riconoscimento dei danni subiti. Per questo, l’organo indipendente che si sta istituendo condurrà un’indagine straordinaria raccogliendo ulteriori testimonianze e scavando sulle omissioni e le omertà. Anche il Co-presidente Jesús Morán ha stigmatizzato gli abusi compiuti dal laico consacrato, «cosi?come il silenzio o la mancata iniziativa mantenuti per anni da parte di diversi responsabili».

    Ma molti sapevano

    E fin qui tutto corretto, se non fosse che, secondo le informazioni raccolte da Les Jours, in realtà la leadership focolarina era a conoscenza delle accuse contro «Jean-Michel M». fin dalla fine degli anni ‘70, motivo per il quale la decisione di cacciarlo dal movimento 35 anni dopo non può che apparire evidentemente tardiva.

    Nel 2015, Renaudin riceve infatti la chiamata di Maxime Fouanon, 70 anni, focolarino dagli anni ‘70, il quale, venuto a conoscenza della sua storia, lo informa del fatto che il predatore continua indisturbato la sua attività in seno al movimento. Egli stesso vittima di abusi per mano di un prete, Fouanon scopre che nel movimento esiste «un’autentica omertà». «Ho cominciato a parlarne ai responsabili intorno a me», racconta a Les Jours, «ma non mi credevano».

    Le due vittime uniscono le loro forze: i dirigenti non potevano non essere al corrente, dal momento che Merlin era stato anche in custodia cautelare, durante il processo del 1994. «Posso dirvi – sostiene ora Bréchet – che i “focolarini” non hanno saputo nulla, a parte probabilmente qualcuno vicino alla gerarchia, a cui è stato chiesto di tacere»; gerarchia che non poteva non rendersi conto che non si trattava di fatti isolati dal momento che altri tre ragazzi avevano testimoniato contro il laico consacrato. Le misure contro quest’ultimo si sarebbero limitate, secondo una prassi quanto mai comune in questi casi, al suo allontanamento da incarichi che lo ponessero a contatto con minori: tutto qui.

    Renaudin e Fouanon, dunque, si rivolgono al responsabile per l’Europa occidentale, Henri- Louis Roche. Costui rivela che il consacrato pedofilo era stato oggetto di accuse da parte di quattro persone già prima del caso di Renaudin, alla fine degli anni ‘70, ma che nessuno si era sognato di denunciarlo: «Ho il massimo disgusto per gli atti di pedofilia ma non posso, per quanto riguarda fatti presunti o immaginati, in nessun caso comprovati, che lasciare Jean-Michel alla sua coscienza e ai suoi confessori», conclude Roche nella sua risposta alle due vittime. Le quali, a quel punto, consapevoli del muro di omertà, informano l’allora responsabile del Consiglio episcopale per i movimenti e le associazioni, mons. Michel Pansard, vescovo di Évry-Corbeil-Essonnes, l’unico che li ascolta e agisce. Interessa il Vaticano, il Pontificio Consiglio per i laici, che nel 2016 esige dalla cupola focolarina che il predatore venga allontanato dal movimento.

    Le solite giustificazioni all’omertà

    Dopo decenni di immobilismo e segretezza, durante i quali Jean-Michel Merlin ha goduto della protezione della gerarchia focolarina – forse anche di quella della fondatrice e prima presidente Chiara Lubich – il movimento si è insomma adattato alla tolleranza zero richiesta da papa Francesco, ma l’atteggiamento imperante è quello di ricondurre l’omertà e la copertura al clima e al contesto dell’epoca, in cui, come afferma Bréchet, «non si era coscienti della pericolosità di questi atti». Ma il silenzio è durato fino a molti anni dopo, quando ormai quella consapevolezza era più che consolidata: «Lo riconosco», ammette l’ex responsabile territoriale; «Col senno di poi, ci si rende conto che non siamo stati all’altezza. Dobbiamo umilmente riconoscere che abbiamo fallito nella nostra missione educativa. C’è la constatazione dolorosa di un nostro fallimento».

    Totale libertà di movimento

    Fallimento che, osserva Les Jours, è tanto più gigantesco se si pensa che nemmeno la misura minimale dell’allontanamento del predatore seriale dai giovani fu realizzata: Jean- Michel Merlin continuò a viaggiare per il mondo per conto del movimento, indisturbato, soprattutto all’inizio degli anni 2000, senza essere monitorato da nessuno. Senza dire che, tra il 1998 e il 2016, sono arrivate altre accuse contro di lui. Nel 2015, le due vittime hanno incontrato Bréchet, Roche e lo stesso Jean-Michel Merlin, il quale ha confessato l’esistenza di altre vittime: «Ha detto che ce n’erano otto – ricorda Renaudin – ma si aveva l’impressione che avesse tirato un numero a caso, che avrebbe potuto dirne un altro». Comunque, dopo l’espulsione del 2016, lentamente la cappa di silenzio pare creparsi lentamente: il numero delle vittime note sale, e nel novembre 2019 la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa ne cita 25, ma anche in quel caso nessuna iniziativa viene intrapresa, accusa Renaudin, per identificarle tutte. Fino allo scorso 25 settembre, quando i Focolarini, in una mail inviata a centinaia di membri, citano le molteplici accuse contro l’abusatore: siamo arrivati a una trentina. È solo la punta dell’iceberg, secondo la responsabile della Commissione ad hoc del movimento nata nel 2012, Marie-Anne Guillet. Ed è da capire quanti dei casi siano ormai caduti in prescrizione; forse tutti tranne uno, quello di un trentenne che però, al momento, non intende sporgere denuncia. Domani, chissà. Certo è che nel 2017 la Procura della Repubblica, a cui si sono rivolti Renaudin e Fouanon, non era ancora stata interessata dal movimento. Ora si attende la creazione della Commissione indipendente, lontana dalle logiche e dai condizionamenti del movimento.

    Nel frattempo, la leadership cerca di correre ai ripari. In una lettera ai membri del movimento datata 25 settembre – indirizzata solo agli abbonati al Servizio di Informazione dei Focolarini francesi e in un secondo tempo fatta girare nel web – e firmata da Bréchet e da Christiane-Marie Goffinet, viene data notizia di un incontro svoltosi pochi giorni prima a cui hanno partecipato tre vittime di Merlin, tre accompagnatori e, per l’appunto, la leadership territoriale focolarina, oltre al co-presidente Jesús Morán. Nella lettera si fa il punto sulla situazione, e si dà il nome completo di Merlin (che invece non compariva integralmente né sull’inchiesta di Les Jours né nel comunicato ufficiale dei focolarini del 22 ottobre), citando la sua condanna e la sua esclusione dal Movimento; quantificando il numero delle vittime; ammettendo che non vi è certezza sul fatto che non ve ne siano altre e sollecitando a testimoniare, anche in forma anonima, alla CIASE o all’AVREF (Associazione di aiuto alle vittime delle derive dei movimenti religiosi in Europa e alle loro famiglie), e fornendo tutte le coordinate perché chi sia stato in contatto con Merlin possa collaborare. Si chiede dunque ai membri di diffondere il più possibile il contenuto della lettera per collaborare alla ricerca di altri eventuali casi: «È un passo che desideriamo fare e che le vittime attendono e richiedono».

    https://www.adista.it/articolo/64395

  • Il dolore dei Focolari per un caso di abusi in Francia

    Il dolore dei Focolari per un caso di abusi in Francia

    Maria Voce: “Immenso dolore e incondizionata collaborazione del Movimento affinché venga fatta piena luce; istituzione di un organo d’indagine indipendente dopo un incontro con alcune vittime di un ex-membro consacrato dei Focolari”. 

    “Di fronte a questo immenso dolore siamo convinti che l’unica strada da percorrere sia quella di offrire alle vittime pieno ascolto e riconoscimento dei danni subiti. Per questo voglio ribadire la piena ed incondizionata collaborazione del Movimento, affinché venga fatta piena luce sui fatti e giustizia per le vittime”.

    Queste le parole di Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, in un comunicato stampa del 22 ottobre 2020 sul caso di violenza su minori ad opera di J.M.M., ex-membro consacrato dei Focolari, residente in Francia.

    Una vittima ha reso pubblico il suo caso che risale agli anni 1981 e 1982 quando – allora quindicenne – fu molestato sessualmente.

    È in via di costituzione un organo indipendente attraverso il quale il Movimento dei Focolari ha deciso di avviare un’indagine straordinaria, dopo l’incontro con alcune vittime, il 18 settembre 2020. In quell’occasione il Copresidente del Movimento dei Focolari, Jesús Morán, ha espresso dolore e vergogna per gli abusi commessi da J.M.M. “così come per il silenzio o la mancata iniziativa mantenuti per anni da parte di diversi responsabili”.

    A breve sarà resa nota la composizione di questo organo indipendente, che avrà il compito di ascoltare le presunte vittime, di raccogliere ulteriori testimonianze e di indagare su eventuali omissioni, coperture o silenzi da parte di responsabili del Movimento. Al termine delle indagini, l’organo indipendente renderà pubblica la sua relazione finale.

    Per consentire il pieno svolgimento delle indagini e garantirne la piena trasparenza, i due co-responsabili dei Focolari in Francia e il co-responsabile del Movimento per l’Europa Occidentale hanno presentato le dimissioni dai rispettivi incarichi il 21 ottobre 2020. Dimissioni accolte dalla Presidente dei Focolari.