Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: francia

  • Francia, pedofilia: cardinal Barbarin assolto in appello

    Francia, pedofilia: cardinal Barbarin assolto in appello

    La Corte d’appello di Lione ha assolto il cardinal Philippe Barbarin dall’accusa di omessa denuncia per le violenze sessuali commesse da un ex prete della sua diocesi. Nel marzo dell’anno scorso, il tribunale di primo grado aveva condannato il cardinal Barbarin, 69 anni, a 6 mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato alla giustizia gli abusi sessuali di padre Bernard Preynat su giovani scout fra il 1971 e il 1991.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/francia-pedofilia-cardinal-barbarin-assolto-in-appello_14169754-202002a.shtml

  • Pedofilia: Preynat confessa, molestati ‘4 o 5 bimbi a settimana’

    Pedofilia: Preynat confessa, molestati ‘4 o 5 bimbi a settimana’

    Agghiacciante testimonianza dell’ex parroco alla sbarra a Lione

    Agghiacciante confessione davanti ai giudici di Bernard Preynat, l’ex parroco finito alla sbarra in Francia per atti di pedofilia perpetrati su giovani scout tra il 1971 e il 1991.

    Dinanzi ai giudici, l’ex prelato ha detto che per 20 anni “succedeva tutti i fine settimana, durante i campi, potevano essere quattro o cinque bambini in una settimana”.

    Nel corso del suo intervento al tribunale di Lione, Bernard Preynat ha quindi ribadito che a quei tempi non si rendeva conto della gravità di quanto stesse facendo. “Per me, all’epoca, non si trattava di aggressioni sessuali, ma di carezze, di coccole. Mi sbagliavo – ha dichiarato – Ciò che me lo ha fatto capire sono state le accuse delle vittime”.

    Padre Bernard Preynat, l’ex parroco di Sainte-Foy-les-Lyon accusato di pedofilia, è tornato a riconoscere i fatti di cui è imputato durante il processo che si è aperto questa mattina a Lione. “Non realizzavo il male che ho fatto ai bambini – ha dichiarato l’ex religioso secondo le dichiarazioni riportate su twitter dalla giornalista di France 24, Alexandra Renard – Anni dopo, i genitori mi hanno fatto comprendere il male che avevo fatto ai loro figli. Per me, erano dei gesti di tenerezza. Mi è servito del tempo per capire che era male”. L’ex parroco, privato della tonaca, è alla sbarra per rispondere delle decine di accuse di violenze sessuali su scout che frequentavano la parrocchia negli anni Ottanta e Novanta. Rischia 10 anni di carcere. Il caso è diventato l’emblema dello scandalo pedofilia nella Chiesa francese, coinvolgendo anche il cardinal Philippe Barbarin, già condannato a 10 mesi con la condizionale per omessa denuncia.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2020/01/14/-pedofilia-preynat-confessa-4-o-5-bimbi-a-settimana-_f0da7363-304c-4996-8dcd-fc13ce4e646d.html

  • In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    Si è aperto in Francia il processo a carico dell’ex sacerdote e cappellano scout della diocesi di lione, Bernard Preynat, accusato di violenze sessuali su decine di minori, per le quali è stato destituito dal tribunale ecclesiastico. Il sacerdote, 74 anni, è al centro di una vicenda che da mesi sta facendo tremare la Chiesa cattolica d’oltralpe e, in particolare, i destini del cardinale Philippe Barbarin.

    Barbarin infatti, tuttora arcivescovo di Lione, sebbene abbia preso un periodo di ritiro e sia coadiuvato da un amministratore apostolico che ne svolge le funzioni, è in attesa della sentenza di appello dopo che, a marzo dell’anno scorso, il tribunale correzionale lionese lo ha condannato a sei mesi, con la condizionale, per non avere denunciato padre Preynat, colpevole di aggressioni sessuali quando era responsabile del gruppo scout Satin Luc di Sainte-Foy-les-Lyon, negli anni Settanta e Ottanta, dunque quando arcvivescovo di Lione era monsignor Albert Decourtray.

    Preynat fu denunciato nel 2015 da una delle vittime, Alexandre Hezez, ma Barbarin era al corrente da tempo delle molestie, perché era stato proprio Hezez a parlagliene l’anno prima, nel 2014. Ma addirittura, in un’intervista alla Croix del 2016, Barbarin disse di essere stato messo al corrente dei “comportamenti” di Preynat “verso il 2007-2008”. Un sacerdote ha anonimamente raccontato a Le Parisien di aver parlato della questione all’arcivescovo “dal 2002”. Le prime denunce giunte alla diocesi, ad ogni modo, rimontano al 1979. Il porporato, arcivescovo dal 2002, ne ha poi parlato allo stesso sacerdote nel 2010, che gli avrebbe riferito di non aver più compiuto molestie dal 1991. Ma ancora nel 2013 il sacerdote riceve dall’arcivescovo una promozione e continua a svolgere attività da parroco, sebbene lontano dagli scout. Solo nel 2015, quando parte la denuncia civile, il sacerdote, oggi 73enne, viene sottoposto al controllo giudiziario e, in attesa che si esaurisca un processo canonico, sospeso dalle sue funzioni. In prima linea nelle denunce, un’associazione di ex vittime che ha preso il nome La parole liberée perché, da quando ha preso l’iniziativa di denunciare pubblicamente gli abusi, ha permesso che la “parola si liberasse” e che venissero a galla molte altre denunce.

    Lo scorso luglio, Bernard Preynat è stato “giudicato colpevole di aver commesso reati sessuali contro minori di 16 anni” da un tribunale ecclesiastico. “Alla luce dei fatti e del loro ripetersi, del gran numero di vittime, del fatto che padre Bernard Preynat ha abusato dell’autorità conferitagli dalla sua posizione all’interno del gruppo scout da lui fondato e guidato fin dalla sua creazione, assumendo la doppia responsabilità di capo e cappellano, il tribunale ha deciso di applicare la massima pena prevista dalla legge della Chiesa in un caso del genere, cioè la dimissione dallo stato clericale”, si legge in una dichiarazione rilasciata al termine del processo penale e riportata da Vatican News.

    Il tribunale sta attualmente esaminando le richieste di risarcimento finanziario presentate da una ventina di vittime. E ora, un tribunale ha aperto per la prima volta un processo civile. Dovrà valutare se i crimini sono caduti in prescrizione, ma, secondo la stampa francese, il sacerdote rischia fino a dieci anni di prigione. La vicenda è al centro di un film di successo, “Grace a Dieu” di Francois Ozon, che prende il titolo, Grazie a Dio, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che “la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere”. La giornalista Isabelle de Gaulmyn, lionese, caporedattrice del giornale cattolico La Croix, ha scritto un libro che ricostruisce con precisione l’intera vicenda e, in particolare, il silenzio che ha lungamente circondato, a tutti i livelli, gli abusi (“Histoire d’un silence”, storia di un silenzio).

    https://globalist.it/world/2020/01/13/in-francia-al-via-il-processo-contro-il-prete-pedofilo-che-fa-tremare-il-cardinale-barbarin-2051586.html

  • PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    Nessun elogio a papa Francesco, a mio avviso, ha fatto l’azione di trasparenza che avrebbe dovuto fare ai tempi Wojtyla, di questo gliene diamo certamente il merito.

    Il Punto di Francesco Zanardi

    Molti lamentano il fatto che il papa abbia si, aperto gli archivi, ma non inserito, l’obbligo della denuncia per i vescovi.

    Ma spetta al papa farlo ? Soprattutto, sarebbe stato applicabile nel nostro ordinamento?

    A nostro avviso no, proprio partendo dal principio di sovranità dello Stato, spetta allo Stato stesso intervenire per stabilire regole sul proprio territorio e per i propri cittadini. Come hanno fatto gli altri paesi industrializzati, Francia, Svizzera e via dicendo.

    Mettiamo pure che il papa avesse anche inserito per i vescovi l’obbligo della denuncia, con le leggi attuali dello Stato italiano, troveremmo impossibile l’applicazione.

    Per esempio; la legge prevede fino ai 14 anni la facoltà di avvio di procedimenti autonomi da parte dell’Autorità Giudiziaria, la quale però, nel caso di segnalazione di terzi (per esempio un vescovo, la stessa Rete L’ABUSO o altra associazione), a meno che questi non siano dei Pubblici Ufficiali, non ha l’obbligo, ma facoltà di intervenire d’ufficio e per esperienza personale, posso dirvi che raramente accade.

    Dopo i 14 anni invece, necessita anche la querela di parte.

    Ed è qui che si materializza il macroscopico vuoto italiano, che oggi, dopo la rimozione del segreto pontificio da parte di Bergoglio, emerge ancora più evidente come il maggior impedimento, che troppo spesso non permette alla vittima di accedere alla giustizia, perchè si trova sola, perchè non si tiene conto dell’età e della capacità di un bambino, di comprendere prima, che ha subito un reato, poi, di denunciarlo. Per questo motivo i minori vanno maggiormente assistiti.

    A 15 anni dall’inizio dello scandalo italiano, malgrado le molteplici istanze fatte dall’Associazione, nelle quali si denunciano le gravi lacune del sistema e le inadempienze dello Strato italiano ( Interrogazione parlamentare – Diffida al Governo – Denuncia al Governo), l’ultima arrivata lo scorso febbraio dal Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che espressamente chiede all’Italia di mettere mano al problema (par. 21), ad oggi, il Governo non ha ancora proferito parola in merito.

    Ancor meno ha suscitato l’interesse di alcuna forza politica in Italia, tranne quello dell’allora Deputato, oggi Senatore Matteo Mantero, che nel 2017 depositò l’interrogazione parlamentare di cui sopra, che giace tutt’ora inevasa sul sito della Camera dei Deputati, vittima dell’assordante silenzio degli Onorevoli colleghi.

    Ma perché l’apertura del Vaticano, ne esce penalizzata dallo Stato italiano e non concretizza giustizia per le vittime ?

    Per comprendere, è il caso di spiegare perché noi tecnici distinguiamo nettamente la pedofilia, dalla pedofilia clericale, dettagli che chi non è dentro spesso ignora, ma nei fatti, oltre a confondere le idee al pubblico, portano la vittima a non potere o a non riuscire ad accedere alla giustizia civile, spesso ritrovandosi prescritta.

    È importante capire che quando gli abusi sono commessi da un uomo di chiesa, si innesta una situazione che io definisco “eccezionale”.

    Questo accade perché nei casi di religiosi pedofili – a differenza dei normali pedofili – abbiamo due tribunali giudicanti, con due diverse finalità.

    Quello della chiesa, che si occupa del solo aspetto morale-religioso, che sana l’offesa a Dio, sulla base del sesto comandamento del decalogo, “non commettere atti impuri”.

    Spesso si pensa erroneamente che tutto si possa risolvere con il solo rito del tribunale canonico, ignorando che invece, serve anche quello parallelo dello Stato per rendere giustizia, questa volta alla vittima, ed infliggere una pena al colpevole.

    Per questo spesso si resta delusi dai soli processi canonici e dalle lievi pene inflitte dalla chiesa, perché ignoriamo la loro finalità, che non è quella di rendere giustizia alla vittima per il crimine subito, ma è quella di riparare il solo l’affronto a Dio. Per questo la pena per il sacerdote non va mai oltre la sospensione a divinis, nel peggiore dei casi la dimissione dallo stato clericale.

    Viene da se che i due tribunali, convivendo parallelamente, debbano essere entrambi informati, in modo da poter procedere nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi.

    La rimozione del segreto pontificio è un passo importante per la trasparenza della chiesa, che oggi si adegua agli altri stati, condividendo dati con la vittima e all’autorità giudiziaria, che finalmente potranno accedere agli atti.

    Passo importante ma non risolutivo.

    Ci sono infatti passi che vanno fatti anche da parte dell’Italia se non si vuole vanificare lo “strumento” offerto dal Vaticano.

    Inserire l’obbligo della denuncia che citavo prima, è fondamentale e, già da se, permetterebbe un grosso salto di qualità nel garantire concreta giustizia alla vittima, oltre a un maggiore contrasto alla pedofilia clericale.

    Per un fatto che definirei quasi “biologico”, la vittima di un reato, tendenzialmente denuncia nell’ambiente in cui lo subisce. In questi casi, indicativo il fatto che spesso si scopre che sacerdoti oggi chiamati a rispondere alla giustizia civile, in precedenza erano già stati giudicati per i medesimi reati dalla chiesa.

    La chiesa, per il fatto “biologico” di cui parlavo prima e, aggiungerei in questo caso, anche per deformazione cattolica, resterà sempre il primo luogo dove la vittima andrà a denunciare, oggi ancor di più, anche grazie agli sportelli per le vittime che si stanno attivando in tutte le diocesi.

    Ma manca il modo perché ne venga informata anche l’Autorità Giudiziaria, mancano i più basilari strumenti di prevenzione, come il certificato anti pedofilia, dalla cui esibizione il legislatore ha pensato bene di sollevare non solo i sacerdoti, ma l’intera categoria del volontariato, quella da sempre statisticamente più a rischio.

    Ad oggi, in barba a tutti i trattati ratificati, il nostro paese resta l’unico tra quelli più industrializzati, a non avere ancora attuato una politica concreta ed efficace per la protezione dei suoi piccoli cittadini.

    Un paese così arretrato che nel 2020 vive ancora episodi grotteschi, come quello avvenuto pochi mesi fa a Trentola Ducenta, dove una bimba di 11 anni, per essere creduta, si è trovata costretta a registrare col telefonino, le molestie del parroco.

    Zanardi

  • Francia, 19enne uccide un prete pedofilo con un crocifisso: il sacerdote aveva abusato anche del padre

    Francia, 19enne uccide un prete pedofilo con un crocifisso: il sacerdote aveva abusato anche del padre

    Un ragazzo di 19 anni è stato arrestato in Francia per aver ucciso un sospetto prete pedofilo colpendolo con un crocifisso dopo che presumibilmente il sacerdote lo aveva abusato. Alexandre V., il cui nome completo non è stato reso noto, ha aggredito il 91enne Roger Matassoli mentre lavorava ad Agnetz, nel nord della Francia. Il sacerdote è stato trovato morto dalla polizia con segni di tortura sul corpo e sembra aver pure subito un’asfissia.

    Il ragazzo è stato così accusato di tortura, omicidio e resistenza all’arresto ed è stato trasferito in ospedale quando è stato arrestato per motivi psichiatrici, dopo essere stato sorpreso a fuggire nell’auto della vittima. Il sacerdote era stato accusato di aver abusato di almeno quattro ragazzi, tra cui Alexandre e suo padre, tra il 1960 e il 2000.

    Racconta il Daily Mail che il padre del sospettato sarebbe stato abusato dal prete da bambino. E suo padre (il nonno di Alexandre) si era ucciso quando aveva saputo dell’abuso. Lo stesso Alexandre ha cercato di togliersi la vita dopo l’abuso. “Quest’uomo ha distrutto un’intera famiglia”, ha detto il papà.

    https://www.ilmessaggero.it/mondo/prete_pedofilo_ucciso_padre_francia_ultime_notizie_oggi-4948975.html?fbclid=IwAR2aa1vwoDBl5d6tUBJLtFC8SLBFGEunxZwADJ4JgvC54XeZ4-RYcMs-Puo

  • Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    di Giorgio Gandola

    Manca l’ultimo metro. Ma non è un dettaglio, è l’essenza di tutto, il colpo di reni per vincere le Olimpiadi o il pezzo di fibra che serve a far funzionare un wifi. Con l’abolizione del segreto pontificio sui dossier, la rivoluzione di papa Francesco per contrastare la pedofilia in tonaca è finalmente concreta, va ben oltre l’omelia vuota del motu proprio Vos estis lux mundi. Il Pontefice passa dal puro marketing all’azione energica, ma per compiere il definitivo salto di qualità serve ancora il metro che fa la differenza: l’obbligo di denuncia.

    È un gesto semplice, quasi banale: chiedere ai vescovi o ai sacerdoti che vengono a conoscenza di casi di pedofilia di denunciare i reati alla magistratura. Un piccolo passo per lui, ma ci sono duemila anni di consuetudini a impedirlo. Ci si avvicina, si appoggia la mano alla maniglia ma quella porta rimane chiusa. Con l’abolizione del segreto pontificio è crollato un muro, da domani gli atti delle indagini previe (obbligatorie per il diritto canonica a carico di preti accusati di violenza sessuale) non saranno più coperti da sigilli di ceralacca e le famiglie delle vittime sapranno almeno quali sono stati i provvedimenti presi a carico dei responsabili. Una decisione storica che va incontro alle richieste delle associazioni mondiali delle vittime degli abusi del clero. Il problema è che, se nessun carabiniere o nessun pm viene a conoscenza di quelle inchieste, le preziose carte non servono a nulla. Di conseguenza, il metro mancante riguarda anche il Parlamento italiano che dovrà far sua la materia (fin qui lasciata completamente alla Chiesa) e legiferare, adeguandosi all’ordinamento di numerosi Paesi europei. Cioè studiare una legge che obblighi a sua volta il sacerdote, come cittadino italiano, a denunciare il colpevole strappando il sipario dell’omertà scambiata per carità cristiana. Basterebbe copiare Svizzera e Francia, ma l’iter potrebbe essere lungo e accidentato. E presupporre perfino una revisione del Concordato. Campa cavallo.

    IL CASO DON GALLI

    Un’obiezione legittima a questa sottolineatura ce la facciamo da soli: ma non è la famiglia della vittima a dover denunciare il prete pedofilo? Vero, però questo non accade spesso, soprattutto se quella famiglia è molto cattolica, crede profondamente negli insegnamenti della Chiesa e si affida alla gerarchia ecclesiastica per avere giustizia lontano dai procedimenti penali, che sempre costituiscono un trauma psicologico ulteriore per le vittime. Un esempio illuminante è quello di Alessandro Battaglia, giovane abusato da un sacerdote (don Mauro Galli) a Rozzano, in provincia di Milano. Il fatto accadde nel 2011, per anni la famiglia bussò all’arcidiocesi chiedendo giustizia ma si trovò di fronte al classico muro di gomma fatto di lettere consolatorie, di dilazioni con benedizione incorporata, di ipocrisie curiali.

    Solo nel 2014, in assenza di fatti concreti, i genitori si decisero a denunciare ai carabinieri lo scandalo e qualche mese fa don Galli è stato condannato a oltre sei anni di carcere in primo grado. La vicenda non ha impedito che Mario Delpini – allora vicario episcopale che invece di aprire l’indagine previa si limitò a spostare il chiacchierato sacerdote a Legnano, sempre in mezzo agli adolescenti – diventasse arcivescovo di Milano. Con queste nuove norme non solo non sarebbe successo, ma il monsignore sarebbe stato messo sotto inchiesta per omissione d’atti d’ufficio. A questo proposito, la famiglia della vittima è la prima a muoversi dopo la decisione del Papa e chiederà ufficialmente alla Congregazione per la dottrina della fede gli atti del processo canonico a carico di don Galli e il fascicolo riguardante la gestione di Delpini. Un modo concreto per sapere se alle linee di principio seguiranno i fatti.

    ANCHE GENOVA SI MUOVE

    Anche il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, vuole subito “approfittare dell’abolizione del segreto pontificio” per ottenere i dossier relativo a un parroco del quartiere Albaro accusato di abusi su minori e già indagato dalla diocesi nel 1998. L’obbligo di denuncia aiuterebbe inoltre nella realizzazione di un certificato antipedofilia per il sacerdote che viene trasferito in una parrocchia. Sarebbe equiparabile al casellario giudiziario, se ci sono pendenze è giusto saperlo. Ma se l’obbligo non esiste, il certificato risulterebbe forzatamente lacunoso o inattendibile. Senza contare che la Chiesa, per sua natura, si occupa con maggiore profondità dei peccati morali più che dei reati.

    Ecco perché manca l’ultimo metro, nella rivoluzione di Francesco. E manca anche qualcosa di molto cristiano: l’impegno a prendersi cura delle vittime concretamente. “Significa intervenire presto con indennizzi adeguati” spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso. “Parliamo di persone che vivono vite sfasciate a causa delle violenze subite, soffrono di gravi problemi psicosomatici, hanno la necessità di sottoporsi a lunghi percorsi di riabilitazione. E spesso non riescono a reinserirsi, avere un lavoro e relazioni normali, perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere”. L’ultimo metro significa tutto.

    (trascrizione da La Verità del 19 dicembre 2019)

  • Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Ferruccio Sansa
    Abolito. Il Papa ha eliminato il segreto pontificio nelle cause canoniche di abusi sessuali sui minori. ‘L’Istruzione sulla riservatezza delle cause’ segna la nuova linea del Vaticano: “Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni”.

    L’articolo 2 spazza il campo: “L’esclusione del segreto pontificio sussiste anche quando tali delitti siano stati commessi in concorso con altri delitti”. Non solo: “A chi effettua la segnalazione – è scritto nel documento – alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”.

    Resta il segreto d’ufficio, come nel diritto degli altri stati: “Le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza… al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. Ma la riservatezza delle indagini non potrà più, come in passato, essere opposto alle autorità giudiziarie, per esempio italiane, che si trovavano di fronte a difficoltà spesso insormontabili. L’Istruttoria voluta da Francesco in questo non lascia dubbi:  “Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”.

    Sempre ieri il Vaticano ha diffuso un secondo rescritto che raccoglie altre istanze avanzate dalle vittime di abusi: si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede anche “l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento”. Finora il limite era fissato a quattordici anni.

    Per questi delitti più gravi si aprono le porte ai laici: “Funge da avvocato e procuratore un fedele, provvisto di dottorato in diritto canonico, che viene approvato dal Presidente del collegio”. Viene ribadito, ma è un discorso ovviamente diverso, il segreto confessionale.

    “Una novità storica”, tenevano a sottolineare ieri in Vaticano. Ma anche le associazioni delle vittime, pur con le dovute cautele, hanno saluto con soddisfazione la novità: “È un grande elemento positivo”, spiega Francesco Zanardi, un passato da vittima e un presente come presidente della Rete L’Abuso, in prima linea nella battaglia contro gli abusi compiute da sacerdoti. Zanardi mesi fa era stato finalmente ricevuto in Vaticano dove aveva avuto un lungo colloquio con Charles Scicluna, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede. “Avevamo parlato per due ore – racconta Zanardi – e gli avevamo domandato proprio l’abolizione del segreto.

    È un passo notevole, ma non tutti i problemi sono risolti. Sarebbe importante che le nuove norme avessero effetto retroattivo”. Non solo: “Ora le autorità ecclesiastiche dovranno consegnare la documentazione delle proprie indagini alle autorità giudiziarie (comprese quelle italiane, ndr), ma anche alle vittime. Però sarebbe importante che fosse previsto anche un obbligo di denuncia, quello che in Francia ci ha permesso di arrivare all’incriminazione del cardinale di Lione, Philippe Barbarin che è stato condannato in primo grado per aver coperto abusi. Ma è una questione che riguarda soprattutto la legislazione italiana, perché in Francia è prevista la denuncia obbligatoria, mentre in Italia no”.

    Zanardi punta il dito proprio verso il nostro Stato: “Finora ha lasciato che a gestire la situazione fosse la Chiesa. Non ha fatto niente. Non è un caso se soltanto in Italia le vittime per avere giustizia si rivolgono proprio alle autorità ecclesiastiche”. Un giudizio positivo, che dovrà essere confermato alla prova dei fatti: “Vedremo se la scelta del Papa sarà davvero seguita dalle Curie locali. Lo capiremo subito nell’indagine romana sui chierichetti del Papa e con la denuncia che abbiamo presentato (dopo gli articoli del Fatto) su abusi compiuti da un sacerdote della diocesi di Genova”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/18/preti-pedofili-il-papa-cancella-il-segreto-pontificio-sui-processi/5623900/

  • «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    «È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»

    “il manifesto” – Luca Kocci

    «Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

    È il commento alla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia di Francesco Zanardi, presidente della rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole ma diversi reati sono caduti in prescrizione, grazie alle complici omissioni del proprio vescovo che lo ha protetto per anni.

    «Quando a maggio uscì l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, il motu proprio “Vos estis lux mundi” – spiega al manifesto Zanardi –, io fui molto critico nei confronti di papa Francesco, perché si faceva ancora riferimento al segreto pontificio, e quindi nessun documento poteva essere trasmesso ai magistrati che lo richiedevano».

    Ed ora?

    «Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Del resto l’abolizione del segreto pontificio è una delle cose che avevamo chiesto espressamente alla Santa sede, insieme alle altre associazioni internazionali delle vittime».

    Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

    «È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. E questa è una grave lacuna».

    Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

    «Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alla magistratura. Ovvero che un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, non lo protegga, ma sia obbligato a denunciarlo immediatamente. E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

    Cosa significa prendersi cura delle vittime?

    «Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psico-somatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

    Si tratta tuttavia di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

    «È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, non dei reati».

    https://ilmanifesto.it/e-un-primo-passo-ora-serve-lobbligo-di-denuncia/

  • Un primo passo concreto; Francesco toglie il segreto pontificio dalle cause di abuso

    Un primo passo concreto; Francesco toglie il segreto pontificio dalle cause di abuso

    Accogliamo positivamente l’inserimento di questa norma, tra quelle chieste a gran voce durante l’incontro avvenuto lo scorso febbraio in Vaticano, dove le associazioni, Rete L’ABUSO, ECA Global, SNAP e vari altri rappresentanti delle vittime, si incontrarono per più di due ore con i rappresentanti vaticani, tra cui padre Hans Zollner, Charles Scicluna e padre Federico Lombardi.

    Nel maggio scorso, avevamo pesantemente criticato il Motu Proprio Vos Estis Lux Mundi, in quanto blindato proprio dalle varie clausole che si appellavano al segreto pontificio, rendendo il documento, a nostro avviso, peggiore dei precedenti.

    Questa nuova norma risolve un dettaglio non da poco e, se pur vista di buon occhio, non ci sbilanciamo, in quanto questa, insieme al soccorso delle vittime, era una delle richieste fondamentali fatte nella riunione dello scorso febbraio in Vaticano.

    L’altra riguardava l’obbligo della denuncia alle autorità civili del paese dove i crimini sono stati commessi, in modo tale da risolvere anche il problema della giustizia per la vittima, oltre che la prevenzione.

    Questo perché – come spesso ricordiamo – il processo canonico, come si legge anche in quest’ultimo documento, si basa sul sesto comandamento, “non commettere atti impuri” e non considera il crimine subito dalla vittima, ma il peccato.

    Del reato invece, se ne occupa la magistratura, che condanna il colpevole e risarcisce la vittima. Questo è ancora un passaggio mancante, ma di chi è la mancanza?

    A nostro avviso è dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla chiesa. In Svizzera, come in Francia ecc. l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato.

    In Italia invece, come lamenta a gran voce anche il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite (par. 21 Sfruttamento e abuso sessuale) , non solo non esiste questo obbligo, ma le lacune sono parecchio gravi a partire dal fatto che in tutti questi anni il Governo non abbia mai avviato (come negli altri paesi industrializzati) una commissione di inchiesta che almeno quantificasse l’entità del fenomeno.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Abusi nella Chiesa: “In Italia fino a 4mila pedofili e un milione di vittime”

    Gli abusi sessuali ai danni di minori sconvolgono pure la Chiesa italiana. I dati choc riportati dall’associazione Rete l’Abuso

    Duecentonovantotto consacrati incaricati in Italia risultano essere stati chiamati in causa per abusi sessuali ai danni di minori. Centoquarantaquattro sono quelli che hanno confessato o che sono già stati giudicati come colpevoli nei tribunali.

    Vale la pena sottolineare sin da subito come la fattispecie degli abusi possa essere estesa o considerata riferibile anche a quelli commessi – in circostanze che sembrano però essere davvero minoritarie – ai danni di quelli che la Santa Sede chiama “adulti vulnerabili”.

    In Vaticano si è parlato anche di quel genere di abusi. In specie durante l’incontro straordinario sulla protezione dei minori voluto dal vescovo di Roma, ossia il summit straordinario che si è tenuto nel febbraio del 2019. Ma il discorso, che riguarda per lo più quanto subito dai minori, non cambia: i dati, che sono stati diffusi dalla Rete l’Abuso, sono drammatici. Le stime ipotizzabili presentate dalla medesima associazione fanno riflettere con una facilità persino maggiore di quella espressa per la prima casistica: la forbice dei sacerdoti pedofili oscilla, stando a quanto si legge sul sito della realtà indicata, tra i mille, che è il numero minimo, ai quattromila, che è la cifra massima dichiarata. Sono statistiche presumibili che riguardano la nostra nazione. E il fatto che la natura di questi episodi, per ciò che concerne l’Italia, sia sporadica, rischia di essere smentito di netto.

    Il Belpaese non è stato sconvolto dal “collasso morale” – così come lo chiama Benedetto XVI – della Chiesa cattolica. Il Cile, gli Stati Uniti, l’Australia, la Francia e la Germania: sono queste le nazioni di cui abbiamo raccontato con costanza in questi anni in relazione agli abusi commessi da ecclesiastici. Per dirne una: alcune diocesi statunitensi sono fallite o quasi a causa dei risarcimenti dovuti alle vittime. Da noi non è ancora accaduto. Ma sembra appunto che l’Italia possa entrare a far parte di questo elenco: quello delle nazioni in cui la Chiesa cattolica deve affrontare, e con urgenza, la questione. Il Vaticano, anche dopo la serie di scandali che ha sollevato più di una bufera attorno a qualche alto ecclesiastico (si veda, per esempio, il caso dell’ormai ex cardinal Theodore McCarrick), non tollera più i comportamenti delittuosi degli appartenenti al clero: quando non si tratta di fumus persecutionis o di voci non confermate dalle indagini interne, ormai si tende a procedere nell’immediato con quanto previsto dal diritto canonico. Sempre che le norme siano considerate sufficienti. Ma ogni tanto si scopre di qualche sacerdote che viene “spostato” di diocesi o di parrocchia.

    La “linea della tolleranza zero” di Joseph Ratzinger, che rimane il Papa recordman per numero di consacrati “spretati”, ha avuto i suoi effetti. E Papa Francesco non è tornato indietro, anzi. Per quanto durante questo pontificato le accuse di pedofilia siano arrivate ad interessare persino il prefetto della Segreteria per l’Economia, il cardinale George Pell, che ora si trova in carcere in Australia, ma che potrebbe essere giudicato in modo diverso rispetto al primo grado per il tramite dell’appello.

    Non deve stupire più di tanto, comunque sia, che l’Italia non possa definirsi estranea al “collasso morale”. Il caso del San Pio X – sul quale la Santa Sede ha indagato almeno nel corso degli ultimi due anni e per il quale è stato rinviato a processo anche Don Gabriele Martinelli, è abbastanza emblematico. Prima i libri di Gianluigi Nuzzi, poco dopo le Iene: come direbbe Jorge Mario Bergoglio, “la pentola” sembra essere stata “scoperchiata”, ma in questo caso soprattutto da fuori le mura leonine. I racconti delle presunte vittime e dei presunti testimoni sono stati fondamentali. Per quanto si debba comunque attendere gli esiti processuali. All’interno di un pre-seminario del Vaticano potrebbero essere accaduti fatti di questa tipologia e di questa gravità. Cosa potrebbe accadere, con continuità, nelle periferie, che possono non essere sottoposte a un controllo troppo serrato? Papa Francesco, in questi sei anni e mezzo di pontificato, ha ribadito qual è l’avversario da abbattere: il clericalismo. L’ex arcivescovo di Buenos Aires ritiene che siano le distorsioni dei rapporti tra i membri del clero a contribuire agli abusi sessuali.

    Il papa emerito Benedetto XVI, dal suo canto, è invece tornato sull’argomento, centrando la sua riflessione scritta sulle conseguenze dovute all’innesto dell’ideologia sessantottina all’interno della Ecclesia. Una posizione – quella del teologo tedesco – che è stata stigmatizzata dal fronte progressista. Il papa emerito ha fatto intendere come la liberalizzazione dei costumi, che ha fatto la sua comparsa in contemporanea con il 68′, abbia sconvolto l’assetto ecclesiastico. Poi c’è il cosiddetto “fronte tradizionale”, che associa il dramma della pedofilia a quella che i tradizionalisti chiamano “agenda omosessualista”. La disamina sulle cause, dinanzi certe rilevazioni numeriche, possono passare in secondo piano.

    Le stime sulle vittime: forse un milione solo in Italia

    Se è vero che di sacerdoti italiani pedofili ne esistono migliaia, allora è lecito anche parlare di migliaia di vittime L’equazione, nella sua freddezza, diviene purtroppo semplice. Citiamo tuttavia pure qualche cirfra che non può essere verificata in maniera certosina. Se non altro perché è abbastanza noto di come insabbiamenti e dubbi di natura morale – questi ultimi attribuiti spesso anche alle famiglie e non solo alle povere vittime – possano influire sia sul numero di denunce sia sulla facoltà di poter analizzare il fenomeno nella sua interezza. Il totale, insomma, è di difficile individuazione.Ma un numero di riferimento viene comunque riportato: “I minori violentati potrebbero arrivare nel nostro Paese fino al milione”, fanno presente sempre da Rete l’Abuso. Qualche Stato, come quello australiano, pensa che un modo utile a far cadere qualche muro di silenzio sia quello di legiferare sul segreto confessionale, che per certi progressisti dovrebbe venire meno. I sacerdoti, dal canto loro, segnalano come la confessione sia, in realtà, uno dei pochi strumenti tramite cui si può giungere ad avere contezza degli abusi. Quello – dicono – è il luogo in cui si trova il coraggio di parlare. Guardando bene, però, il limite vero deriva dalla mancanza di denunce, provengano queste dai sacri palazzi, dalle parrocchie, dalle vittime o dalle famiglie. Pure per questo, il Santo Padre ha deliberato sull’obbligo di segnalazione per tutti coloro che, facendo parte della Chiesa cattolica, vengono a sapere di abusi. Il Papa ha stilato Motu proprio ad hoc: Vox estis lucis mundi. Ma il sistema di prevenzione italiano funziona?

    Le zone italiane coinvolte dagli scandali legati agli abusi

    Il lavoro di Rete l’Abuso è tanto meticoloso da proporre ai lettori una vera e propria configurazione, con tanto di connotazioni e specifiche geografiche, ritraente tutti i casi per cui è corretto annotare delle certezze giudiziarie o quantomeno delle accuse in fase di accertamento. Distinguendo solo per religiosi condannati o rei confessi e per religiosi che per ora risultano essere solo indagati, si ottiene in ogni caso una conclusione choccante: tranne alcune zone, come buona parte della Basilicata, il nord della Sardegna, la striscia settentrionale dell’Emilia Romagna e una fascia consistente della Toscana, del Veneto e del Friuli, nessuna macrozona ecclesiastica italiana – su base regionale e non diocesana – può dirsi estranea a casi, presunti o no, di pedofilia. E questo, considerando quanto poco si parli degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti in Italia rispetto ad altre nazioni del mondo, raffigura già di per sé un fattore di rilievo. Un grande assembramento di sacerdoti condannati o autori di confessioni sulla pedofilia perpetrata è riconducibile al Nord Ovest: tra Lombardia, Piemonte e Liguria si conta quasi un terzo degli episodi totali. Come non far notare, poi, come la mappa si addensi proprio in prossimità del Vaticano? Uno delle ultime condanne emesse nei confronti di un sacerdote è inerente a quanto commesso da padre Pio Guidolin, che è stato condannato a 12anni di carcere. Una storia in cui c’entrerebbe pure l’utilizzo improprio dell’olio santo. Eppure, nonostante il lavoro degli inquirenti, alcune di queste storie vengono rivelate dopo anni. Francesco Zanardo, che è il presidente della Rete l’Abuso, ha reso noto come uno degli ostacoli possa derivare dai rapporti intercorrenti tra i principali enti istituzionali: “Troppo forte l’influenza vaticana, troppe le convivenze tra apparati dello Stato e gerarchie ecclesiastiche”, ha dichiarato a Il Fatto Quotidiano. Come se i cosiddetti poteri forti fossero troppo legati tra di loro per poter squarciare il velo di Maya.

    L’intervento della Chiesa cattolica per la protezione dei minori

    “Dietro l’enfatizzazione degli abusi su minori compiuti da preti cattolici c’è di tutto preti spretati, teologi eretici come Hans Küng, lotte interne dei modernisti contro il papa, radicali che suonano la tromba, movimenti gay o pro choice, che vogliono far pagare alla chiesa le sue posizioni in materia etica”. A scriverlo è stato il professor Francesco Agnoli in “Chiesa e pedofilia”, un libro edito da Cantagalli e pubblicato nel 2011. La disamina di fondo è questa: la pedofilia non è affatto un unicum ecclesiastico. Una parte consistente dei cattolici non nega che la Chiesa stia attraversando un “collasso morale”, ma non accetta che “pedofilo” e “sacerdote” vengano accomunati senza pensarci troppo. I cattolici-conservatori ritengono che la distorsione della dottrina cattolica perpetrata attraverso le svolte progressiste – distorsione che avrebbe attecchito in delle correnti teologiche statunitensi durante il boom delle avanguardie degli anni 60′ e degli anni 80′ – abbia avuto un ruolo chiave nello sviluppo di atteggiamenti non conformi alla dottrina e, persino, della pedofilia. Sembra giusto, dopo aver rimarcato pure come gli ultimi due pontefici abbiano riformato la prassi – Ratzinger ha anche inasprito le norme – evidenziare come la Chiesa cattolica stessa metta in campo degli strumenti in grado di recuperare le vittime. E non solo quelle che hanno subito abusi perpetrati dagli ecclesiastici. L’esperienza guidata da Don Fortunato Di Noto, cioè la Meter Onlus, è la dimostrazione pratica di come le istituzioni ecclesiastiche siano impegnate nella protezione, ma anche nella rinascita spirituale e psicologica, delle persone abusate.

    http://www.ilgiornale.it/news/abusi-dei-preti-ecco-tutti-i-dati-choc-che-riguardano-1794416.html