Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Confuso tra i fedeli sotto la pioggia e riparati dagli ombrelli, con in capo un berretto a quadri sopra lo zucchetto rosso da cardinale, c’era anche il cardinale Barbarin, poche settimane fa, all’udienza generale in piazza S.Pietro. Philippe Barbarin s’è autosospeso da arcivescovo di Lione nel marzo scorso in seguito alla condanna, in primo grado, da parte della giustizia francese (proprio mentre a Roma si teneva il summit vaticano contro la pedofilia) a sei mesi di reclusione con la condizionale per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout dal cappellano Bernard Preynat. Una decisione presa dopo che il papa, in un colloquio in Vaticano il 18 marzo, non ha accettato le sue dimissioni, per la relativa “presunzione di innocenza” in attesa dei successivi gradi di giudizio.

    Il tribunale di Lione ha giudicato Barbarin «colpevole di non aver denunciato i maltrattamenti» a danno di un minorenne, ovvero di aver ostacolato le indagini, tra il 2014 e il 2015. Il porporato, il “Primate dei Galli”, tra le personalità più note e influenti della Chiesa d’Oltralpe, non era presente al momento del verdetto, ma i suoi legali hanno subito annunciato ricorso in appello lamentando una presunta pressione mediatica nei confronti dell’arcivescovo di Lione «con documentari e un film», invocando il «rispetto della giustizia». La portata dello scandalo ha profondamente scosso la diocesi di Lione e la Chiesa in Francia. Non senza ambiguità. Pierre Vignon, un sacerdote che aveva invitato Barbarin a dimettersi, «prendendo atto dei suoi errori», è stato sanzionato dalla gerarchia che lo ha rimosso con una decisione dei 12 vescovi della regione, ma lo scorso novembre una petizione che ne chiede la riabilitazione è stata firmata da oltre 100mila persone sulla scia di un appello lanciato da La Parole liberée, principale associazione di vittime di preti pedofili, diretta da Francois Devaux. Da parte sua Barbarin sostiene di non aver «mai cercato» di nascondersi «e tanto meno di coprire questi fatti orribili». Il 31 agosto 2015 aveva rimosso Preynat dalle funzioni, in accordo con la Santa Sede. «Ho fatto esattamente quello che Roma mi ha chiesto di fare», ha affermato, ma ha dovuto ammettere di essere stato “imprudente” quando nel 2011 nominò Preynat responsabile di una prefettura vicino Roanne: «Avrei dovuto dirgli di rimanere nell’ombra».

    A Lione, intanto, il processo canonico di padre Bernard Preynat, accusato di violenza sessuale su dozzine di vittime minori, quarant’anni dopo è ancora in sospeso. Per questo la Chiesa tenta una procedura interna straordinaria che apre la strada a risarcimenti finanziari. La Curia vuole anche istituire presto una scala di compensazione in cambio, però, di sentenze pronunciate a porte chiuse.

    Abusato da un prete, Stéphane Girard ha parlato per la prima volta pubblicamente dall’inizio della vicenda Preynat alla fine del 2015. Ora ha 49 anni e vive nel paradosso che la Chiesa è oggi la sua ultima speranza di risarcimento. Di fronte alla giustizia degli uomini, infatti, il suo caso è prescritto ma il diritto canonico consente di processare le violenze da parte di sacerdoti che rientrano nella categoria più ampia di reati contro il sesto comandamento: «Non commettere atti impuri», ovvero «Non commettere adulterio»…

    «Il minimo adesso è che Bernard Preynat sia escluso. Per le riparazioni, spero che andrà oltre l’euro simbolico», ha detto la vittima al sito francese Mediapart. Girard è uno dei 70 bambini identificati dall’associazione La Parole Libérée, tra le prede sessuali di “Padre Bernard”, scout responsabile di Sainte-Foy-lès-Lyon dal 1972 al 1991. Il tempo ha anche giocato contro le vittime. Solo sette di loro erano in grado di diventare parti civili, i fatti venivano prescritti in modo criminale per gli altri. Parallelamente al processo, più di venti vittime hanno fatto ricorso per ottenere un secondo processo davanti al tribunale interno della diocesi.

    Dopo oltre tre anni di colpi di scena, il processo canonico è ripreso a settembre e l’inchiesta canonica è stata completata alla fine di aprile. I denuncianti sono stati riconosciuti come “terzi”, vale a dire l’equivalente delle parti civili nella giustizia secolare, che apre la strada alla compensazione finanziaria. «Da allora, è il “silenzio radio”», dice Olivier Debize, una delle vittime.

    Dietro le quinte, alcune vittime sono state informate sul calendario approssimativo, non dal tribunale ecclesiastico, ma direttamente dal padre Yves Baumgarten, responsabile della diocesi di Lione dal ritiro del cardinale Barbarin. Salvo contrattempi, la sentenza di Padre Preynat sarà consegnata entro due mesi, in piena estate. Quindi, il tribunale ecclesiastico deciderà l’importo del risarcimento assegnato a ciascuna vittima nei mesi successivi.

    Perché è una delle maggiori sfide di questa giustizia parallela: quantificare il danno di anni di sofferenza per l’ex-Scout lionese. Alcune vittime hanno inviato le loro richieste al tribunale ecclesiastico. Senza una scala o una griglia, il calcolo è fatto nel modo migliore possibile per stimare i danni morali per loro e i loro parenti, il danno fisico in base alla durata degli abusi o alla cura terapeutica dopo anni di traumatismo.

    Secondo varie testimonianze raccolte da We Report, collettivo di giornalisti indipendenti autori di una lunga inchiesta Église, la mécanique du silence (JC Lattès, 2017), chiederanno un minimo di 10mila euro a persona alla diocesi di Lione, per la sua responsabilità nella copertura degli atti di padre Preynat. Ma gli importi variano considerevolmente da un denunciante all’altro. Alcuni non hanno ancora quantificato mentre altre vittime ancora si rifiutano di farlo in linea di principio.

    Pierre-Emmanuel Germain-Thill chiederà tra 50mila e 100mila euro. «Certo, è molto difficile da stimare. Ho aggiunto l’infortunio fisico e morale per oltre 30 anni. Ho usato droghe a causa del trauma, ho avuto delle spese mediche. Ho anche considerato i miei fallimenti scolastici, come il mio grado sei, l’anno dell’aggressione – spiega – è tutta una vita sprecata, codarda, fatture psicologiche o attestazioni di sua madre a sostegno. Non compra, ma la compensazione può aiutare a ricostruire». Un altro denunciante – che preferisce rimanere anonimo – vuole 100mila euro: «10mila dalla diocesi per non aver fatto ciò che è necessario per fermare il massacro di bambini innocenti, 90mila da padre Bernard, 50mila euro per il danno subito per diversi anni e 40mila euro per mancato guadagno nella mia vita professionale a causa di conseguenze psicologiche». Da parte sua, Bertrand Virieux, co-fondatore di La Parole Libérée, chiede 30mila euro. «10mila euro all’anno di esposizione a padre Preynat e 10mila per la responsabilità della diocesi», riassume. Violentato tra il 1978 e il 1981, questo cardiologo di Lione non poteva essere una parte civile nella procedura “laica” e ora si affida al processo canonico per girare pagina. Didier Bardiau non chiederà nulla per sé. «Mi è stato chiesto di dare un prezzo alla mia vita. Non possiamo crittografarlo». Quindi ha alzato il livello, senza voler rendere pubblica la cifra esatta per ora. Nel suo dossier inviato al tribunale canonico, chiede che il suo potenziale compenso sia pagato a beneficio delle associazioni: La Parole Libérée, naturalmente, ma anche Enfance et partage, Les Restos du cœur ed Emmaüs.

    Una procedura che lascia dubbioso Laurent Duverger, ennesima vittima. «Potrei facilmente stimare i miei costi psicologici di follow-up. Ma un divorzio, una famiglia nell’aria, tre anni e mezzo di violenza sessuale, quanto valgono? Quanto valgono? Potrebbero valere molto, ma quella che sarebbe una grande vittoria è che Preynat perda già il suo status di sacerdozio».

    Dalla fine dell’indagine, tutte queste vittime sono impazienti con la mancanza di informazioni. Le parti devono ora esaminare il caso, e poi sarà il turno dei giudici. Va detto che questo processo è fuori dall’ordinario. «E’ probabilmente il caso con la maggior parte di terzi da quando abbiamo restaurato l’Officialité, il tribunale ecclesiastico in Francia nel XIX secolo», spiega padre Bruno Gonçalves, presidente del tribunale e uno dei tre giudici che pronuncerà il giudizio a porte chiuse per padre Preynat. «Non ho mai visto così tanto della mia vita come avvocato. È un processo pioneristico».

    Questa novità può in parte spiegare i sobbalzi, gli esperimenti, la lentezza di cui si lamentano le vittime, che hanno l’impressione di avanzare ciecamente. «Il diritto canonico ha i suoi limiti. È opaco, sembra che nessuno sia in grado di gestire questo tipo di procedura», dice Pierre-Emmanuel Germain-Thill con amarezza. Da parte sua, l’Officialité nega qualsiasi opacità o lentezza, ma riconosce la mancanza di formazione degli avvocati della chiesa e dei volontari accreditati dalle diocesi. Non si tratterebbe della routine consolidata degli accertamenti di nullità del matrimonio, come fanno in generale ma di fronte a questi limiti, François Devaux, co-fondatore di La Parole Libérée, teme che questo processo sia una «parodia della giustizia».

    Una volta emesso il verdetto, inizierà una seconda fase del processo: la valutazione del danno. «La valutazione del danno prende in considerazione il pretium doloris [il prezzo del dolore], il dolore che la persona ha conosciuto e tutto ciò che c’è in termini di perdita di guadagno, come un incapacità di concentrarsi nel suo lavoro, un licenziamento, l’incapacità di costruire una relazione emotiva equilibrata, dettaglia il giudice. Siamo ben consapevoli che questo risarcimento sarà sempre inferiore alla sofferenza che le persone hanno conosciuto», giura Gonçalves. Esiste il precedente degli Stati Uniti, dove circa quindici diocesi dovevano andare in “bancarotta” per pagare il risarcimento delle vittime della pedofilia, raggiungendo talvolta importi da capogiro (quasi $ 3 miliardi in totale, secondo una stima del 2015).

    Mentre il sistema giudiziario francese mette meno enfasi sulla compensazione finanziaria, i tribunali canonici potrebbero diventare un’area di rivendicazione per le vittime, con importi talvolta più alti di quelli ottenuti nei tribunali “laici”. In un caso precedente un sacerdote era stato condannato dalla Chiesa a pagare 80mila euro di danni a una vittima e la sua congregazione a 15mila euro.

    Al di là dei processi canonici, la Chiesa lavora sulla creazione di scale di compensazione per tenere conto anche delle vittime di fatti prescritti che non possono avviare alcuna procedura. Dallo scorso novembre è stata istituita una commissione di “compensazione” presieduta dal vescovo Delannoy, vescovo di Saint-Denis e vicepresidente della Conferenza episcopale francese per creare un protocollo di compensazione (tipo di fatti in questione, prove da presentare) sui modelli in auge in Germania o in Belgio dove, rispettivamente sono previsti 5mila o 20.000 euro. Tanto vale una vita lacerata da un predatore sessuale con la tonaca. Anche a Lione, dove padre Preynat deve essere giudicato, la gamma è compresa tra 10.000 e 20.000 euro», afferma padre Gonçalves. La Chiesa vuole accelerare il ritmo: «La commissione formulerà proposte che verranno registrate a Lourdes a novembre», assicura a WeReport il vescovo di Puy-en-Velay. Nel frattempo, verrà creato un fondo di compensazione comune alla Conferenza dei Vescovi di Francia (CEF, per i sacerdoti) e alla Conferenza dei religiosi e delle religiose in Francia (Corref, per le congregazioni).

    Una questione rimane irrisolta a Lione: cosa fare se padre Preynat non può pagare questi benefici alla fine del processo? La giustizia canonica non ha mezzi di coercizione per far rispettare la sentenza. La diocesi di Lione prenderà in carico queste riparazioni?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

  • Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

    Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – I passi del gambero. Che cosa sta accadendo nella Chiesa di Papa Francesco sul fronte della pedofilia: la lotta va davvero avanti e i colpevoli vengono puniti severamente dai tribunali ecclesiastici nello stesso modo, oppure la situazione è ancora a macchia di leopardo e permangono zone grigie? In assenza di trasparenza – perché di quella non vi è ancora traccia – il dubbio assale, almeno a giudicare diversi casi affiorati in quest’ultimo periodo, da varie parti. Il più eclatante ha come protagonista un prete italiano, molto bene introdotto al di là del Tevere e alla Cei, originario delle Marche. Nel 2013 don Giangiacomo Ruggeri, ex parroco a Fano, è stato condannato per aver avuto «baci e carezze» con una ragazzina di 13 anni. L’altro reato contestato riguardava atti osceni in luogo pubblico. In primo grado la pena comminata dal tribunale è stata di 2 anni e sei mesi ma in Appello la corte di Ancona ha accolto il ricorso e dimezzato la pena inflitta (un anno, undici mesi e dieci giorni).

    Resta il fatto che questo prete aveva fatto sesso con una minorenne. Praticamente una bambina. Il caso si è aperto in parallelo anche alla Congregazione della Fede che però ha ritenuto di non procedere alla sospensione a divinis, né alla riduzione allo stato laicale del sacerdote, ma di infliggergli una «giusta pena» che non prevede il suo allontanamento dal ministero sacerdotale. Naturalmente la vittima è stata indennizzata finanziariamente e il sacerdote trasferito alla diocesi di Pordenone dove dirige una casa di esercizi spirituali.

    La cosa buffa che nel frattempo non è sfuggita a tanti osservatori è che don Ruggeri nel frattempo è stato riabilitato persino dall’Osservatore Romano che, recentemente, ha ospitato una sua intervista come esperto di Internet. Naturalmente seminando sconcerto sulla assenza di trasparenza, coerenza, linearità.

    La domanda resta: tolleranza zero verso le mele marce dove è andata a finire?

    Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio che ora ha una ventina d’anni.

    L’ultimo passaggio è terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato riguarda una frase di Bassetti che durante una conferenza stampa aveva affermato di non conoscere il caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare). Di fatto il caso Delpini è chiaro che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

    A questi due casi si somma il caso di Napoli del cardinale Sepe, anch’egli insabbiatore di un caso di pedofilia, don Silverio Mura. Ultimamente don Silverio è stato assolto dal tribunale ecclesiastico di Milano (un altra anomalia) da ogni addebito nonostante vi siano due vittime, ormai adulte, che lo accusano di abusi reiterati quando avevano 12 anni, agli inizi degli anni Novanta. La sentenza su don Mura è stata affidata (inspiegabilmente) dal Vaticano non tanto alla Congregazione della Fede (dove tra i consultori siede proprio Sepe) ma al Tribunale ecclesiastico di Milano. L’altra cosa incredibile è che la vittima nel processo ecclesiastico figura come test e non come parte lesa e che non sono state ascoltate le altre vittime del prete anche se erano state indicate nel corso del giudizio.

    Inoltre le vittime non hanno potuto nemmeno prendere visione della sentenza nella sua interezza, a loro è stato riferito che è un documento riservato. Un particolare che fa a pugni con quanto era emerso a febbraio al summit contro la pedofilia (basta con l’opacità, serve trasparenza era stato più volte detto). In questo quadro di sostanziale ambiguità Papa Francesco proprio ieri era a Napoli per un convegno dove, arrivando a destinazione, ha abbracciato il cardinale Sepe, per poi accomodarsi, uno a fianco dell’altro per assistere all’incontro teologico sul Mediterraneo.

    Le vittime di don Mura hanno fatto ascoltare il loro dolore a distanza facendo presente che loro continueranno a chiedere la verità, perchè quella sentenza, a loro dire, è l’ennesimo colpo al cuore.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

  • Pedofilia, per la Cei c’è l’obbligo morale di denuncia (ma non quello giuridico)

    Pedofilia, per la Cei c’è l’obbligo morale di denuncia (ma non quello giuridico)

    Non più solo denunce alle autorità ecclesiastiche: di fronte a casi di pedofilia e abusi su minori commessi da un religioso, i confratelli o superiori devono denunciare alle autorità civili

    CITTÀ DEL VATICANO La novità era annunciata da quando a fine febbraio, alla vigilia dell’incontro sugli abusi voluto da Francesco in Vaticano, il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, spiegò al Corriere che era necessaria una «collaborazione attiva con le autorità civili» e ci sarebbe stata un’«ampia consultazione» tra i vescovi per arrivare a stabilire l’obbligo si segnalazione «nel rispetto della legge civile e della privacy della vittima e dei suoi familiari».

    Intorno a quell’espressione, «nel rispetto della legge civile», ruota il problema che la Chiesa italiana ha cercato di risolvere negli ultimi anni, al principio con una timidezza eccessiva: il Vaticano rimandò indietro la prima versione delle linee guida perché fosse rafforzata. Formalmente, nell’ordinamento giuridico italiano, il vescovo non è un pubblico ufficiale e quindi non ha l’obbligo giuridico di denunciare, a differenza di altri Paesi come la Francia. Il 7 maggio, il Motu proprio di FrancescoVos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», ha segnato una svolta importante contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali nei confronti delle donne, in particolare le religiose: tra le nuove norme e procedure vincolanti per la Chiesa in tutto il mondo, ha stabilito l’obbligo di aprire entro un anno sportelli pubblici in ogni diocesi, per raccogliere le denunce di abusi sessuali, e l’obbligo per preti, religiosi e religiose di «segnalare tempestivamente» ogni crimine alle autorità ecclesiastiche. Alle autorità ecclesiastiche, non a quelle civili: anche in questo caso si rimandava alle diverse legislazioni dei singoli Paesi.

    E qui sta il punto controverso: cosa impedisce alla Chiesa di imporre ai sacerdoti la denuncia a magistratura civile o polizia anche nei Paesi, come l’Italia, dove non c’è un obbligo di legge? Perché la Chiesa non può definire da sé un obbligo vincolante? L’arcivescovo di Malta Charles Scilcuna, segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede e uomo di punta del Vaticano nella lotta contro la pedofilia, ha riposto così al Corriere: «La Santa Sede, facendo una legge universale, deve ricordarsi della diversità delle culture e delle scelte che fanno le autorità civili. Dare un tipo di normativa universale che impone un obbligo non previsto dalle leggi degli Stati sarebbe un’ingerenza». Quindi ci dovrebbe pensare lo Stato a colmare la lacuna? «Sì. Io non oserei mai dire a uno Stato cosa deve fare, lo Stato lo sa. Il mio dovere è dire ai cattolici che abbiamo il dovere di obbedire alla legge del Stato». Per questo le nuove linee guida della Cei parlano di «obbligo morale», anche se non giuridico: un obbligo morale che, per un vescovo, dovrebbe peraltro essere altrettanto vincolante della legge.

    https://www.corriere.it/esteri/19_maggio_23/pedofilia-la-cei-c-l-obbligo-morale-denuncia-ma-non-quello-giuridico-b3221e4e-7d69-11e9-bf38-280379b6a560.shtml?refresh_ce-cp

  • Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    di Marco Politi

    Matteo Salvini e Luigi Di Maio farebbero bene a leggere attentamente l’ultimo decreto di papa Francesco sugli abusi. E sarebbe utilissimo che lo leggesse anche il premier Conte, che ha un legame particolare con padre Pio e dunque dovrebbe interessarsi alla sorte degli umili.

    Il documento papale mette finalmente la Chiesa sui binari giusti. L’Avvenire, il giornale dei vescovi, ha titolato efficacemente: “Uno sportello in ogni diocesi”. E’ quello che per quasi dieci anni la Conferenza episcopale italiana (come il 90 per cento delle diocesi del mondo) si è rifiutata di fare. Soltanto l’anno scorso, sotto la guida del cardinale Gualtieri Bassetti, la Cei ha istituito un Servizio nazionale di prevenzione e in questi mesi sta organizzando la rete dei servizi regionali. Vedremo se saranno messi in piedi questi sportelli perché senza strutture permanenti e visibili di ascolto le vittime non saranno incoraggiate a denunciare i criminali, che hanno abusato di loro.

    Il decreto di Francesco è fondamentale perché obbliga le conferenze episcopali di tutto il mondo a mettersi in regola entro dodici mesi. I cardini della svolta sono molteplici. L’obbligo di denuncia al vescovo di qualsiasi abuso attuato ai danni di minori e “persone vulnerabili”. Vale anche per ogni costrizione che tramite violenza, minaccia o abuso di autorità, porti qualsiasi individuo a “compiere o subire atti sessuali”. Quindi per essere precisi: è delitto anche spingere adulti ad atti sessuali servendosi del potere clericale sulle coscienze. E’ quello, per intenderci che hanno fatto alcuni cardinali come Mc Carrick in America oppure O’Brien in Scozia (entrambi espulsi dal collegio cardinalizio da Francesco), quando si sono portati a letto seminaristi o preti maggiorenni. Ed è quello che hanno fatto centinaia, se non migliaia, di preti e vescovi ai danni di suore in varie parti del mondo.

    E’ un colpo preciso all’atteggiamento di omertà largamente diffuso nel mondo ecclesiastico. Il decreto – ed è altrettanto importante – sottolinea che al denunciante “non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto” della denuncia. Una rivoluzione copernicana rispetto all’obbligo del silenzio imposto solennemente in passato.

    Altro elemento cruciale è quello di avere stabilito procedure precise anche nei confronti di qualsiasi vescovo e patriarca (i cardinali sono tutti vescovi) colpevole di abusi o di insabbiamenti. E’ stato anche stabilito che il denunciante ha diritto di essere informato dell’esito del processo.

    Ci sarà da tornare su tutta la materia perché molto resta ancora da fare per rendere organica la repressione degli abusi e la loro individuazione all’interno della Chiesa. Ma per Conte, Di Maio e Salvini è di diretta rilevanza l’articolo finale del decreto: l’articolo 19. E’ intitolato “Osservanza delle leggi statali”. E recita: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”.

    Le associazioni internazionali delle vittime hanno fatto notare che il Vaticano dovrebbe imporre in tutto il mondo cattolico la regola che i crimini si denunciano alla polizia e alla magistratura. In Vaticano, ufficiosamente, fanno notare che ci sono paesi corrotti e non democratici in cui denunce anche false potrebbero portare ad eliminare dalla scena preti o vescovi scomodi. E’ un’osservazione su cui riflettere. Ma non può essere in nessun caso un alibi per non applicare negli Stati democratici la regola ferrea che i vescovi informati debbano denunciare alle autorità civili gli abusi compiuti dal clero. Esistono norme in tal senso negli Stati Uniti e in Francia.

    Non c’è nessun motivo perché governo e Parlamento italiano non si dotino di una identica legge, che menzioni esplicitamente la responsabilità dell’autorità ecclesiastica. Salvini, che ci tiene tanto alla sovranità italiana, batta un colpo. Di Maio, che tanto parla di trasparenza, proponga questa norma di elementare civiltà. E il premier Conte, così legato a padre Pio anche per ragioni familiari, porti in Consiglio dei ministri un decreto a protezione degli umili abusati.

    Certo, sarebbe un segno di risveglio se il Partito radicale, ispirandosi al coraggio di Pannella, e le comunità di base cristiane, che tante volte hanno preso la parola per denunciare il prepotere clericale, portassero in Parlamento una legge di iniziativa popolare per attuare in Italia la regola dell’obbligo di denuncia sui crimini dei preti predatori.

    Gli uomini di governo e i parlamentari distratti possono andare a leggersi il Fatto Quotidiano di domenica scorsa. Parla del prete Giovanni Trotta, che fu processato e condannato dal Sant’Uffizio per abusi e spretato. Ma il Vaticano suggerì al vescovo locale di non dire nulla per non turbare i fedeli. Con il risultato che Trotta ha continuato a portare la tonaca e ad allenare una squadra di calcio di ragazzi. Risultato: altri dieci bambini abusati (e una condanna in appello a Bari a 20 anni di carcere).

    Ci fosse stata una norma, che obblighi i vescovi alla denuncia, non sarebbe successo. Perciò non ci sono più alibi. Tocca all’Italia darsi le giuste leggi.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/13/pedofilia-al-governo-dovrebbero-leggere-con-attenzione-il-decreto-di-papa-francesco/5175664/
  • Padre Vignon, bene le nuove norme di Francesco sugli abusi, ma speriamo che vescovi e cardinali le seguano

    Padre Vignon, bene le nuove norme di Francesco sugli abusi, ma speriamo che vescovi e cardinali le seguano

    Parla il sacerdote francese che è stato licenziato per aver lanciato una petizione che chiedeva le dimissioni del cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione, accusato di aver coperto un prete pedofilo

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO

    “È un testo tecnico che aiuterà ad affrontare i problemi degli abusi e le coperture. Il Motu Proprio “Come una madre amorevole” non era a mio avviso abbastanza concreto. Soprattutto perché la richiesta di creare un tribunale per giudicare i vescovi non è stata eseguita. Ora invece tutti coloro che vogliono denunciare un prete, un vescovo o un superiore religioso, possono farlo con regole precise. I diritti dello Stato sono rispettati (articolo 19) e sono definiti i reati e i reati di abuso (articolo 1, paragrafo 1 a) nonché le nozioni di minore, persona vulnerabile e pornografia infantile. Da notare che nella nozione di persona vulnerabile vengono presi in considerazione i fenomeni di influenza nell’abuso di potere. Durante la sua audizione al Senato della Repubblica francese, il futuro presidente della Conferenza episcopale, mons. Eric de Moulins-Beaufort, ha dichiarato che avrebbe lavorato affinché i sacerdoti non venissero giudicati solo da altri sacerdoti, come è menzionato negli articoli 10-14 del Motu Proprio Delicta Graviora. L’articolo 15 autorizza già la Congregazione per la Dottrina della Fede a derogare a questo requisito, ma si spera che la richiesta di Moulins-Beaufort venga presa in considerazione. L’ultimo Motu Proprio è ben fatto, potrebbe essere migliorato tenendo conto delle critiche delle vittime e delle loro associazioni, e aiuterò a dare inizio a un concreto lavoro di pulizia. Non possiamo che ringraziare le vittime che hanno gridato forte e Francesco perché le ha ascoltate. Sarebbe invece una nuova catastrofe per la Chiesa se cardinali e vescovi usassero questo testo per continuare a occupare il proprio posto proteggendosi da eventuali accuse”.

    Così padre Pierre Vignon, giudice ecclesiastico delle province di Lione e Clermond-Ferrand, che dopo venticinque anni di servizio è stato accompagnato alla porta per aver lanciato una petizione che chiedeva le dimissioni del cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione e “primate delle Gallie”, accusato di coperture a un prete pedofilo. La petizione raccolse oltre centomila firme, ma Vignon è stato in ogni caso destituito dal suo ruolo.

    Padre, il cardinale Barbarin si è dimesso. Se lo incontrasse oggi cosa gli direbbe?
    “Sarei amichevole e cortese, ma aspetterei di vedere come reagisce prima di parlare. Barbarin ha un atteggiamento selettivo con i suoi interlocutori. Sovente non presta attenzione a ciò che gli si dice e si ha l’impressione che cerchi di raggiungere i suoi scopi piuttosto che ascoltare. Dubito, comunque, che sarà nel giusto stato d’animo per parlare. Infatti, ha detto pubblicamente nel processo che non riconosce ciò per cui è stato giudicato colpevole”.

    Lei è stato licenziato per le accuse di insabbiamento mosse a Barbarin. Cosa ricorda di quei momenti?
    “Mi ha colpito l’incoerenza della reazione dei vescovi. Fu subito chiaro che era un intervento personale e solitario del cardinale. I vescovi di Francia, in particolare quelli della regione Auvergne-Rhône-Alpes, hanno dovuto seguire il cardinale per non essere disuniti. Per questo motivo ho presentato ricorso alla Signatura apostolica che, spero, difenderà maggiormente la giustizia e la verità. Non solo il mio licenziamento non è conforme alla legge, ma non è giusto. Non sono stato licenziato per aver fatto male il mio lavoro, ma per aver detto la verità su Barbarin. Deplorare il proprio capo non è causa di licenziamento, tranne quando prevale l’arbitrarietà. Ho avvertito i vescovi che sarebbe stato più saggio non punirmi perché ciò li avrebbe ridicolizzati di fronte all’opinione pubblica, cosa che non è mancata con una petizione di sostegno di quasi 75mila persone. Per giustificare il suo atteggiamento controverso davanti ai vescovi nell’assemblea di Lourdes del 3 novembre il cardinale ha parlato di un errore temporale. Quando la stampa lo ha rivelato, ho risposto che per me era stato un errore di casting!”.

    Ha mai parlato col Papa del suo caso?
    “Non vedo perché parlare con il Papa della mia situazione. È un grande difetto nella gerarchia cattolica, come avveniva nella ex Unione Sovietica, quello di addossarsi sempre una responsabilità che è invece tua così da non far pagare le conseguenze al colpevole. Barbarin è andato a ripararsi dal Papa, piuttosto che accettare ciò che gli è stato rimproverato dall’opinione pubblica. Per minimizzare l’opinione pubblica si parla di linciaggio e di attacco alla Chiesa, cosa non giusta. Quando uno è responsabile, deve sapere come sostenere la realtà. È molto sorprendente che l’atteggiamento diretto e chiaro di un semplice sacerdote destabilizzi l’intera organizzazione del governo nella Chiesa. Tanto che, per ripristinare l’equilibrio, è meglio zittire l’oratore. Sfortunatamente ciò che mi sta accadendo è il segno di una profonda crisi nel governo della nostra Chiesa”.

    Diversi vescovi in tutto il mondo hanno insabbiato e ancora insabbiano i casi di pedofilia. Perché?
    “Dipende da quali sacerdoti vengono scelti come vescovi. Per decenni, abbiamo favorito coloro che hanno dato assicurazione di docilità assoluta. Così ci sono vescovi sempre più autoritari, come successe nella Chiesa di Francia con il cardinale Lustiger che chiedeva a sacerdoti un’obbedienza non più religiosa, ma militare. Ora, nella dottrina della Chiesa, il sacerdote è un collaboratore del vescovo e non un subordinato. Quello che mi rimproverano implicitamente è che mi sono comportato da leale collaboratore e non da subordinato”.

    Un anno e mezzo fa il Vaticano ha seppellito il cardinale insabbiatore Law in Santa Maria Maggiore, nel cuore della Roma cristiana. Le sembra giusto?
    “Ero molto amico di un prete americano molto intelligente che purtroppo è morto di cancro. Mi ha spiegato la personalità del Cardinale Law. Sfortunatamente ciò che è successo a lui è la manifestazione di ciò che deve essere riformato nella Chiesa e che i suoi leader non vogliono affatto. La Curia e l’alta gerarchia della Chiesa cattolica sono un ambiente di persone che pensano di essere principi senza esserlo. In ogni caso, a parte alcune rare eccezioni di umili cardinali, non hanno valore. A forza di dare loro del Monsignore e dell’Eccellenza, finiscono per crederci. Il cardinale Law era protetto dal sistema nel modo più spudorato. È stato sorprendente che Francesco abbia presieduto i suoi funerali. Forse non poteva fare altrimenti, ma è stato un errore. Ha fatto sapere alle vittime che erano meno importanti per la Chiesa di un cardinale. La revoca del cardinale McCarrick è stato invece un messaggio migliore”.

    C’è chi sostiene che i casi di pedofilia siano per la maggior parte soltanto casi ascrivibili a rapporti omosessuali fra un adulto e un giovane. Ritiene corretta questa lettura?
    “È chiaramente una manipolazione. Da un lato, c’è un’alta percentuale di omosessuali nella gerarchia cattolica che è stata appena mostrata dal libro di Frederick Martel, Sodoma, mentre dall’altro vi è un altrettanto alta percentuale di pedofili. La pedocriminalità attacca i bambini fino alla pubertà. Un omosessuale maschio brucia nel desiderio di giovani o di uomini. Penso sia grave mescolare queste due inclinazioni. In questo modo, i tradizionalisti neoconservatori confermano implicitamente le dichiarazioni di Martel. E preferiscono riconoscere l’omosessualità della gerarchia cattolica piuttosto che accettare che alcuni dei suoi membri siano chiaramente pedofili”.

    Altri dicono che la pedofilia c’è ovunque e che contro la Chiesa vi sia accanimento. Cosa pensa?
    “È un modo per negare la realtà. Nel libro della Genesi, quando Dio fa una domanda, rispondiamo: non sono io, è lei (Eva). Continuiamo a negare il cancro che sta divorando la Chiesa. È ovvio che la pedofilia è universale, ma ciò non giustifica il fatto di non guardare alla realtà di ciò che sta accadendo. Francesco ha spiegato in modo luminoso che la radice di questi abusi è nel clericalismo, vale a dire nello stupro di coscienza, l’abuso di potere e, infine, l’abuso sessuale. La pedocriminalità è resa ancora più odiosa che altrove quando viene eseguita da un prete, specialmente perché alcuni di questi pervertiti spiegano alle loro vittime che lo fanno nel nome di Dio. Non dobbiamo rifiutare ciò che si presenta per noi come l’ora del giudizio di Dio. Con la vox populi è la vox Dei che ci parla. Francesco ha fatto bene a ringraziare i media per la serietà del loro lavoro. È un peccato accusare i giornalisti che fanno il loro lavoro con deontologia. Preferisco l’atteggiamento di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi quando dice che c’è in loro una cattiva condotta come quella che non si trova neppure tra i pagani. Per me, il senso spirituale di questa crisi è che la gerarchia cattolica deve recuperare l’umiltà che ha perso. Finché i nostri leader continueranno a pronunciare sentenze e spiegheranno che non hanno niente a che fare con questo, gli scandali continueranno a piovere. Cercare l’umiltà in modo sincero, accettare la realtà che le vittime sopravvissute presentano, è ai miei occhi la via migliore per uscire da questa crisi. Questo è ciò che dice Sant’Antonio nelle sue lettere: ho visto il diavolo diffondere le sue reti nel mondo. E solo l’umiltà che permette di scappare ai reti che il demonio stende sul mondo”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/05/10/news/padre_vignon_bene_le_nuove_norme_di_francesco_sugli_abusi_ma_speriamo_che_vescovi_e_cardinali_le_seguano-225903975/

  • Padre Pierre, gli abusi sessuali  in collegio e quel cadavere  nel Tevere

    Padre Pierre, gli abusi sessuali in collegio e quel cadavere nel Tevere

    Quella mattina d’inverno in cui un pescatore seduto sulla sponda del Tevere, dalle parti di Vitinia, vide una massa informe galleggiare sull’acqua e poi accostarsi alla riva e infine assumere i contorni di una persona, meglio, di ciò che era stata una persona, neanche il più fantasioso dei complottisti all’ombra di Santa Romana Chiesa avrebbe potuto immaginare una trama nero-clericale tanto cupa e ricca di colpi di scena.

    Un pupazzo enfio e quasi irriconoscibile: fu con questa immagine raccapricciante – il 1° febbraio 2000, un mese dopo l’avvio del Grande Giubileo – che il biondo fiume restituì al mondo dei vivi l’involucro terreno di un uomo di Cristo, come parve subito chiaro. Impigliato ai vestiti, fu recuperato un rosario. Consultata la lista degli scomparsi, la polizia impiegò meno di 24 ore ad afferrare il bandolo. O, almeno, così si credette…

    «Eccolo, è lui! Lo cercano da quasi un mese». Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo, era uscito dal convento il 5 gennaio e non aveva fatto ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame di Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice. Il magistrato Christian Mirande l’aveva convocato nella cittadina dei Pirenei per il 12 gennaio, in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto nel collegio con i tetti di ardesia, i pinnacoli e il campo di calcio sul retro. Ma sul treno per la Francia padre Carricart non salì mai. Questo, almeno, davano ad intendere gli indizi raccolti…

    «È lui, anche se lo ricordo più basso…» Fu un confratello del Sacro Cuore a riconoscere il cadavere in obitorio. A quel punto le procedure accelerarono. Il nulla osta al rimpatrio fu concesso in tempi rapidissimi e la salma trasferita oltralpe per i funerali. Il rito della sepoltura fu officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram. Suicidio senza ombre, causato dai timori di una nuova carcerazione? La lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale dell’annegato, sembrò confermare uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando…»

    Caso chiuso? E invece no. Le vie del Signore… Fu proprio la solerzia del legale nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ad alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?» Gérard Boulanger, pure lui avvocato, ma di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò prima a evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto nei referti autoptici (1 e 75), e poi alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

    Altro che Mattia Pascal nelle rinnovate sembianze di un Adriano Meis… «Siamo alla pura fantascienza – scrolla oggi la testa un’eminente personalità della congregazione, che incontro sulla soglia della Casa Generalizia, in via Brunetti 27, dopo aver ripetutamente suonato al citofono – Fu una vicenda assurda: all’anticlericalismo fortemente radicato in Francia si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura». Fatto è che, nove mesi dopo, l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio che la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna».

    E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio: i laboratori di Genetica forense. Ma stavolta bastò poco – neanche un mese – per porre una pietra definitiva su voci e illazioni complottiste. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000, con malcelato sollievo.

    «La verità – sospira l’alto esponente dei Betharramiti – è che davanti alle accuse di violenza sessuale occorre procedere con equilibrio e capacità di discernere. Nessuno intende coprire i rei, sia chiaro. Ma lei sa quante volte le denunce contro i preti vengono depositate con leggerezza? Ha presente che spesso sono motivate da un desiderio di vendetta, legato magari ad altre motivazioni? Ha idea di quanto siano frequenti le accuse tardive, giunte molti anni dopo la morte dell’interessato, al solo fine di ottenere un ingiusto risarcimento?»

    Pensieri, parole, omissioni. Padre Pierre e il suo «doppio», mai esistito. L’onta del carcere, l’evocazione della croce sul Golgota, il calvario dei bimbi violati… Quanta umana sofferenza e quanti inquietanti misteri portò alla luce il Tevere quella mattina d’inverno, all’ombra del Cupolone, nella capitale della cristianità che s’affacciava sul suo terzo millennio, sotto gli occhi di un incredulo pescatore. (fperonaci@rcs.it)
    10 – continua

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_maggio_05/padre-pierre-abusi-sessuali-collegio-quel-cadavere-tevere-altri-gialli-b24e71b6-6f45-11e9-b2c7-6ec8794c8660.shtml

  • Francia: il documentario sulle suore abusate scatena dibattito e iniziative

    Francia: il documentario sulle suore abusate scatena dibattito e iniziative

    PARIGI-ADISTA. Ha avuto molta risonanza in Francia il documentario prodotto dalla piattaforma franco-tedesca Arte.tv dal titolo “Religiose abusate: l’altro scandalo della Chiesa”, diffuso all’inizio dello scorso marzo (e visibile ancora per qualche giorno anche sul sito di Adista; v. Adista n. 10/19). Un documentario frutto di un lungo e meticoloso lavoro di indagine, nel quale le voci e i volti delle vittime hanno aggiunto drammaticità al racconto di casi di agghiacciante gravità, avvenuti in un contesto di indifferenza e omertà. Al contrario di quanto accaduto in Italia, dove il documentario non ha avuto risonanza – colpa, anche, della mancata sottotitolazione in italiano – in Francia numerose realtà cattoliche hanno alzato la voce, chiedendo trasparenza e misure preventive. Ne ha parlato sul sito Global Sisters Report la giornalista Elisabeth Auvillain (16/4), raccontando delle numerose iniziative di protesta spontanee avviate dopo la diffusione dell’inchiesta, ma anche in seguito agli sviluppi del caso che ha avuto come protagonista il card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, condannato a sei mesi di reclusione per insabbiamenti, le cui dimissioni sono state per ora congelate da papa Francesco (v. Adista Notizie nn. 13 e 15/19).

    A Parigi, tante sono state le parrocchie che hanno organizzato serate di dibattito e preghiera; in tutto il Paese, soprattutto nel periodo quaresimale, hanno avuto luogo ritiri, meditazioni, conferenze, imperniati sul tema degli abusi e sulla manipolazione di persone vulnerabili operata in nome di Dio. il quotidiano cattolico La Croix e la rivista Pélerin hanno lanciato una ampia consultazione che durerà fino al 7 giugno, sul tema «Ripariamo la Chiesa»: un invito «a fare una diagnosi sulla situazione attuale della Chiesa, ma anche a proporre una maggiore fedeltà al Vangelo», per rispondere al quale è stato attivato un indirizzo mail (reparons-l-eglise@bayard-presse.com).

    La Conférence des Baptisé-e-s Francophones, associazione che fa capo alla filosofa e teologa Anne Soupa, fondatrice del Comité de la Jupe (che di recente ha provocatoriamente chiesto la scanonizzazione di papa Wojtyla, sotto il cui pontificato il clima di omertà e gli insabbiamenti dei casi di abusi raggiunsero l’apice, v. Adista Notizie n. 11/19), ha organizzato incontri con esperti sul tema degli abusi, per mettere a nudo «la cultura che mescola autorità, obbedienza e silenzio», «comprenderne le radici profonde per finirla con questa cultura dell’abuso, contraria al messaggio di liberazione del Vangelo». La Conférence ha anche lanciato una petizione per «far sentire la parola delle donne nella Chiesa» (www.change.org/p/pape-françois-église-catholique- ça-suffit) che ha raccolto quasi 7mila firme in poche settimane.

    Anche le religiose si stanno mobilitando. In testa al loro fronte, c’è la presidente della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia (Corref) suor Véronique Margron, che ha appena pubblicato un libro sul tema degli abusi sessuali nella Chiesa, Un moment de vérité (edizioni Albin Michel). Nel libro, la religiosa traccia un percorso di verità per la Chiesa in 12 punti: mettere le vittime al centro, desacralizzare la figura del prete, decostruire il sistema clericale, promuovere il ruolo della donna, trasformare la crisi in mutamento, cambiare lo stile della Chiesa, rafforzare il dialogo con la società, fare verità per ritrovare fiducia, formare i preti sulle questioni affettive, combattere i fenomeni di potere sulle persone, rivedere l’esercizio del potere nella Chiesa; tutto questo consentirà, alla fine, di mettere in atto politiche di tolleranza zero. «Sapevamo di abusi di potere da parte di alcuni preti e di superiore, ma non conoscevamo la portata di questi crimini», tuttora difficile da cogliere nella sua totalità per il rifiuto di molte vittime di denunciare, ha affermato suor Margron in ad un incontro molto affollato nella chiesa di Sainte Clotilde a Parigi, il 10 aprile scorso; «Non crediate che preti e vescovi da soli possano cambiare la Chiesa. I laici come voi devono prendere parte a questo rinnovamento».

    Quale obbedienza?

    Oggetto di molte riflessioni e critiche è il voto di obbedienza delle religiose, un’obbedienza malintesa: «Significa che le religiose vogliono che la loro vita sia un dono di sé per servire gli altri, secondo il Vangelo, in una comunità riconosciuta dalla Chiesa cattolica», ha spiegato Christiane Hourticq, ex superiora delle Soeurs Auxiliatrices des âmes du Purgatoire, intervistata da Global Sisters Report. «Accettare l’obbedienza significa non decidere mai da sola dove vivere e in cosa consiste la propria missione». Ma c’è sempre un dialogo: «Quando una suora esprime speranze o desideri o timori, non sta rifiutando l’obbedienza. La superiora prende la decisione ma solo dopo una vera discussione, che fa bene a entrambe le parti». C’è un’enorme differenza, insomma, tra obbedienza e costrizione. «In un contesto di manipolazione, l’obbedienza, o piuttosto la sottomissione, è presentata in modo assoluto come una virtù fondamentale», ha spiegato suor Chantal- Marie Sorlin, ex canonista del Tribunale ecclesiastico di Digione, illustrando come molti abusi siano avvenuti in comunità nate dopo il Concilio, le cosiddette “communautés nouvelles”, che includevano laici, famiglie e religiosi, apparentemente prive di una gerarchia e di confini netti nei comportamenti, ma soprattutto guidate da personaggi magnetici che prendevano il posto di Cristo e che diventavano oggetto di venerazione. Tali comunità si trasformavano in una sorta di Chiesa parallela, autosufficiente e autoreferenziale, in cui la formazione «era basata sulla parola del fondatore, non sulla Scrittura». Tra queste vi era la Comunità di San Giovanni, fondata nel 1975, con le sue branche dei Fratelli di S. Giovanni, delle Suore apostoliche e delle suore contemplative, nate negli anni ’80. Nel 2009 emersero gli abusi che avvenivano nella comunità contemplativa, che ricadeva sotto l’autorità di Barbarin; venne sciolta nel 2013, quando la maggior parte delle suore rifiutò la nuova superiora, nominata dall’arcivescovo stesso. Ne faceva parte Marie-Laure Janssens, autrice del libro Le Silence de la Vierge, in cui descrive l’isolamento, la mancanza di comunicazione e l’abuso spirituale subito. Se ne allontanò nel 2009, chiedendo l’autorizzazione a denunciare la situazione al suo vescovo, mons. Henri Bricard (morto nel 2014), che la spinse al silenzio, spacciato per «atto di misericordia verso le persone» e «segno del dono di sé, linguaggio di servizio, come ci ha insegnato la Vergine Maria».

    https://www.adista.it/articolo/61189

  • Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Pedofilia: giri di vite (antiorari) vaticani

    Esistono Paesi dove i sacerdoti sono esonerati dal dovere di fornire alla magistratura le informazioni che essa richiede, anche quelle al di fuori del “segreto confessionale”; uno di quei Paese è l’Italia e la norma in questione deriva dal patto concordatario tra l’Italia e la Santa sede.

    Esistono poi Paesi dove i sacerdoti sono tenuti, come qualunque altro cittadino, perfino a denunciare i reati di cui vengono a conoscenza. In caso contrario si rischia di essere incriminati per aver intralciato la giustizia. Uno di quei Paesi è la Francia, che infatti ha recentemente condannato Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, a sei mesi di reclusione in primo grado proprio con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, tale Bernard Preynat, ostacolando così il corso delle indagini.

    A onor del vero il crimine in questione pare sia avvenuto diversi anni prima che Barbarin ne venisse a conoscenza, che tuttavia verrà giudicato in secondo grado dal momento che ha presentato richiesta di appello, ma è comunque evidente la differenza che passa tra le esenzioni rico­no­sciute in Italia ai preti soltanto per il fatto di essere tali e il trattamento che riserva loro la Francia, dove hanno gli stessi doveri di qualunque altro cittadino.

    Secondo quanto stabilito dal papa nell’ultimo summit proprio sulla pedofilia ecclesiastica, però, queste esenzioni dovrebbero avere vita breve. Dovrebbero! Perché il papa è stato chiaro con tutti i presidenti delle conferenze episcopali presenti: «anche se si trattasse di un solo caso di abuso la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità». I preti quindi dovrebbero denunciare. Dovrebbero! Per cui Barbarin, condannato giusto due settimane dopo quel summit, avrebbe dovuto essere il primo esempio di questo ennesimo giro di vite.

    Che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Giro di vite che però forse è stato dato in senso antiorario, perché infatti Barbarin ha sì presentato le proprie dimissioni subito dopo la sentenza, ma Bergoglio le ha altrettanto immediatamente respinte. La ragione di questa decisione del papa sarebbe il principio di presunzione d’innocenza, il che sembra veramente pretestuoso. Non che per Barbarin la presunzione d’innocenza non valga, ci mancherebbe altro, ma questa riguarderebbe eventualmente il reato di favoreggiamento nei confronti di Preynat, non il fatto che ha taciuto le notizie che gli sono pervenute. E comunque, che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

    Non che la cosa sorprenda. Giusto sette mesi fa pubblicavamo un articolo in cui facevo l’elenco delle sterili promesse vaticane sulla pedofilia, in quel caso parlando delle reazioni negative (per la Chiesa) in Irlanda, e aggiungerne un’altra non è che sia poi così clamoroso. Così come non sorprende il fatto che anche in Francia l’immagine della Chiesa bergogliana non è che sia esattamente splendida; sembra anche che sia in aumento il numero dei battezzati che chiedono di abbandonare formalmente la Chiesa mediante sbattezzo, proprio per via dello squallido teatrino tra Barbarin e Bergoglio. Nel frattempo l’idea più geniale è venuta a Bergoglio pochi giorni fa: ha introdotto tre leggi motu proprio che consentono di agire d’ufficio contro i reati di pedofilia perpetrati nella Città del Vaticano. Quanti bambini pensate possano vivere all’interno delle Mura leonine?

    Massimo Maiurana

    I giri di vite (antiorari) vaticani sulla pedofilia


  • Il Papa sul caso Barbarin: “presunzione di innocenza”

    Il Papa sul caso Barbarin: “presunzione di innocenza”

    Di ritorno dal Marocco il Papa ha chiarito meglio la sua decisione in merito al rifiuto delle dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, condannato in Francia a sei mesi di prigione con la condizionale e in attesa di un processo di appello.

    Nessun processo canonico per Barbarin

    La Santa Sede non ha invece annunciato alcun processo canonico nei confronti di Barbarin come avvenuto nel caso del cardinale George Pell, condannato in Australia a sei anni di prigione e che pure continua a dichiararsi innocente.

    In attesa del verdetto civile

    “Cosa dice la giurisprudenza mondiale? – si è interrogato il Papa sul volo che lo riportava a Roma – Che se una causa è aperta c’è la presunzione d’innocenza. Forse non è innocente ma c’è la presunzione. Una volta ho parlato di un caso in Spagna di condanna mediatica che ha rovinato la vita di alcuni sacerdoti che poi sono stati riconosciuti innocenti. Prima di condannare dal punto di vista mediatico, meglio pensarci due volte”.

    Barbarin ha comunque preferito ritirarsi, prendere un congedo volontario e lasciare al vicario generale gestire l’arcidiocesi finché il tribunale dia la sentenza finale.

    Le critiche contro la Santa Sede

    Le critiche che sono piovute sulla Santa Sede precisano che nel caso di Barbarin Papa Francesco non si è attenuto ai criteri della “tolleranza zero”, ma piuttosto ai principi garantisti che lui stesso ha evocato nel summit vaticano del 21-24 febbraio nei 21 “punti di riflessione” consegnati ai partecipanti.

    https://it.euronews.com/2019/04/01/il-papa-sul-caso-barbarin-presunzione-di-innocenza

  • Pope Issues Law, With Penalties, for Vatican City to Address Sexual Abuse – Il Papa emette la legge, con sanzioni, per la Città del Vaticano per affrontare gli abusi sessuali

    Pope Issues Law, With Penalties, for Vatican City to Address Sexual Abuse – Il Papa emette la legge, con sanzioni, per la Città del Vaticano per affrontare gli abusi sessuali

    By Jason Horowitz and Elisabetta Povoledo

    ROMA – Papa Francesco ha emesso un’attesissima legge per i funzionari e i diplomatici della Città del Vaticano all’estero per contrastare gli abusi sessuali, istituendo un modello per la Chiesa cattolica in tutto il mondo, richiedendo, per la prima volta, che le accuse vengano immediatamente segnalate ai procuratori vaticani.

    Il Vaticano ha caratterizzato la legge – e le linee guida pastorali di accompagnamento – come un riflesso del pensiero più avanzato sulla prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali nella chiesa. La legge, datata 26 marzo, invita le autorità ecclesiastiche ad ascoltare immediatamente le persone che dichiarano di essere vittime e a segnalare eventuali accuse credibili ai pubblici ministeri.

    Coloro che non riescono a segnalare potrebbero essere soggetti a sanzioni finanziarie e carcere.

    “La protezione dei minori e delle persone vulnerabili è una parte essenziale del messaggio evangelico che la chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere in tutto il mondo”. Il papa ha scritto in un editto personale che promulgava la legge. Francis ha dichiarato di voler “rafforzare il quadro istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro minori e persone vulnerabili”.

    In una dichiarazione di venerdì, Alessandro Gisotti, il portavoce vaticano, ha detto che papa Francesco sperava che, nonostante le misure applicate allo Stato della Città del Vaticano e alla sua amministrazione, “tutti potrebbero sviluppare nella consapevolezza che la chiesa deve sempre essere sempre più una casa sicura per bambini e persone vulnerabili. “

    Il Papa ha scritto: “La consapevolezza di tutti aumenta il fatto che gli abusi devono essere segnalati alle autorità competenti e per la necessità di cooperare con loro nelle attività di prevenzione e contromisure”.

    Ma la legge chiarisce anche che i chierici dovrebbero essere presunti innocenti fino a prova contraria, e che se condannati in un giusto processo in Vaticano, dovrebbero essere rimossi dai loro incarichi e, nel caso di un prete, essere sottoposti alle sanzioni del diritto canonico

    Di fatto, il papa, che ha fatto della misericordia una pietra angolare del suo pontificato, ha provveduto alla cura di coloro che sono stati riconosciuti colpevoli.

    Francesco ha scritto che coloro che sono condannati per “abusi contro minori o persone vulnerabili dovrebbero essere rimossi dalle loro responsabilità e, allo stesso tempo, ricevere un sostegno adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche con l’obiettivo di reintegrazione sociale”.

    I funzionari della Chiesa avevano annunciato che la legge era in lavorazione a conclusione di un incontro tenutosi il mese scorso con vescovi e cardinali in Vaticano per affrontare il flagello degli abusi sessuali del clero. Francesco aveva convocato l’incontro in una rinnovata sensazione di crisi nella chiesa.

    Le indagini civili sugli abusi da parte di religiosi cattolici negli Stati Uniti, in Australia, in Cile, in Francia e in altri paesi hanno rivelato ancora una volta il problema sistemico dei preti abusatori che sfruttano il loro ministero e prelati che coprono la cattiva condotta.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, il cane da guardia per la dottrina della chiesa, dovrebbe anche rilasciare ai suoi vescovi di tutto il mondo un manuale di buone pratiche per prevenire e denunciare gli abusi nella chiesa.

    Ma se il Vaticano avesse voluto presentare questo modello come modello per le conferenze episcopali in tutto il mondo, le associazioni che difendevano le vittime si lamentavano che il nuovo editto non era all’altezza delle loro aspirazioni.

    La clausola di segnalazione obbligatoria stabilisce che “quelle relazioni dovrebbero essere fatte ai procuratori interni del Vaticano, non ai funzionari di polizia indipendenti e laici”, vediamo in una dichiarazione di SNAP, la rete dei sopravvissuti per le vittime di abusi. L’associazione ha affermato che la storia recente ha chiarito “che la chiesa non può autogestirsi” e che la nuova legge avrebbe dovuto rendere obbligatoria la segnalazione alla polizia locale e ai pubblici ministeri.

    Gisotti, portavoce vaticano, ha osservato che i tre documenti emessi dal papa rispondono “alle richieste concrete espresse dal Popolo di Dio per affrontare il flagello dell’abuso sessuale dei minori”. Insieme, “rafforzano la protezione dei minori rafforzando il quadro normativo”, ha aggiunto.

    I tre documenti firmati da Francesco – l’editto personale sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili; la nuova legge per lo Stato della Città del Vaticano che si estende alla Curia romana; e le linee guida pastorali – “in qualche modo rappresentano il primo frutto” dell’incontro tenutosi in Vaticano il mese scorso, Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione vaticano, ha scritto in una nota esplicativa diffusa dal Vaticano.

    Anche se le norme e le linee guida si riferiscono specificamente allo Stato del Vaticano, dove, ha osservato Tornielli, ci sono molti chierici ma “pochissimi bambini”, ha detto che sono stati comunque “esemplari” in quanto hanno preso in considerazione “il più avanzato internazionale” pensando alla questione.

    Nell’editto personale, il papa afferma un “principio significativo”, ha scritto Tornielli. “Tutti devono diventare consapevoli del dovere di denunciare abusi alle autorità competenti e di collaborare con loro” nella prevenzione degli abusi.

    Il fatto che il papa abbia anche firmato gli altri due documenti, che potrebbero essere stati pubblicati da altre istituzioni vaticane, “indica l’importanza che voleva dare a queste norme”, ha scritto Tornielli.

    Le linee guida pastorali redatte per la Città del Vaticano sono notevolmente più brevi di quelle redatte dalle conferenze episcopali in tutto il mondo, dato che ci sono solo due parrocchie nella Città del Vaticano e pochi bambini che risiedono lì, ha osservato.

    La nuova legge ha molte misure significative: tutti i reati relativi all’abuso di minori, non solo quelli di natura sessuale, saranno trattati automaticamente, anche in assenza di un reclamo specifico. La legge stabilisce anche “l’obbligo di denunciare e sanzionare il pubblico ufficiale che omette di denunciare gli abusi dell’autorità giudiziaria vaticana di cui è venuto a conoscenza”, tranne attraverso la confessione.

    Tali sanzioni si applicherebbero ai membri dello Stato del Vaticano, alla Curia Romana e al personale diplomatico al servizio delle nunziature, che fungono da funzionari pubblici, come fanno oltre il 90 per cento di coloro che lavorano in Vaticano o per la Santa Sede.

    Ma la legge non ha chiarito se i diplomatici vaticani che lavorano nelle ambasciate all’estero dovrebbero fare rapporto all’autorità locale e il Vaticano non ha risposto a una richiesta di chiarimenti.

    “La Santa Sede userà queste nuove leggi per mantenere procedimenti penali interni contro cardinali e diplomatici vaticani accusati di crimini in altri paesi?” Anne Barrett Doyle, condirettore di BishopAccountability.org, che documenta gli abusi nella Chiesa cattolica romana, ha detto in una dichiarazione. Ha definito la legge “un piccolo passo nella giusta direzione”, ma ha detto che non è stata all’altezza delle “coraggiose e ampie riforme” che Papa Francesco potrebbe mettere in atto, compresa la modifica del diritto canonico.

    Sebbene l’editto includa alcune raccomandazioni fatte dai gruppi di vittime agli organizzatori del summit il mese scorso, alcune misure non sono attuabili, ha detto in un comunicato Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, la prima associazione di supporto per i sopravvissuti agli abusi clericali in Italia.

    Il signor Zanardi ha accolto, ad esempio, l’istituzione all’interno del Vaticano di una struttura che fornirebbe un aiuto medico e psicologico per le vittime di abusi, ma si chiedeva se dovevano recarsi in Vaticano per ottenere il sostegno. “Questo è inaccettabile”, ha detto.

    La legge dice anche che “le persone vulnerabili” – compresi i malati, le persone con disabilità fisiche o mentali e le persone con una limitata libertà personale – hanno diritto alla stessa protezione dei minori.

    “È un chiarimento importante perché si estende agli adulti che potrebbero non essere in grado di resistere agli abusi perché si trovano in situazioni in cui sono in posizione di inferiorità rispetto ai loro superiori”, ha detto Gerard O’Connell, un giornalista che ha a lungo lavorato per il Vaticano. Potrebbe anche estendersi ai chierici che abusano sessualmente delle suore.

    I critici, tuttavia, hanno indicato che quello che hanno detto è una grande lacuna nella legge – l’incapacità di mettere in atto ciò che Peter Isely, un sopravvissuto di Milwaukee e un membro fondatore del gruppo Ending Clergy Abuse, che raccoglie vittime da 17 paesi, ha chiamato “tolleranza zero.”

    “Ogni sacerdote, questo è stato determinato, che ha abusato di un minore deve essere rimosso permanentemente dal ministero e, pensiamo, poi laicizzato”, ha affermato Isely in un’intervista telefonica.

    Né il papa ha rimosso i termini delle prescrizioni per denunciare i crimini. Invece, la nuova legge stabilisce a 20 anni dal raggiungimento dell’età adulta. “Sappiamo che per le vittime di abusi, le denunce avvengono in ritardo, ben oltre i 38 anni per la maggior parte delle vittime”, ha detto Isely.

    “Non è vero che questa è la legge più avanzata del suo genere”, ha continuato. “Il pericolo è presentarlo come modello e come il modello più avanzato e completo per i vescovi di tutto il mondo.”

    (Traduzione con Google)
    https://www.nytimes.com/2019/03/29/world/europe/pope-sexual-abuse-law-vatican.html