Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

    Pedofilia recidiva del responsabile Caritas in Centrafrica: ONU interrompe i rapporti

    Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    24 novembre 2019

    OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, ha sospeso qualsiasi attività con la Caritas nella Repubblica Centrafricana. L’ex segretario generale dell’organizzazione cattolica nel Paese, Luc Delft, sarebbe sospettato di aver commesso abusi sessuali contro minori a Bangui, la capitale, e a Kaga Bandoro, città nel nord.
    Il procuratore generale di Bangui, ha aperto un’inchiesta il 7 ottobre scorso. “La bomba” è scoppiata dopo un servizio della CNN, emittente televisiva statunitense.

    Secondo quanto riportato dalla stampa belga, Delft sarebbe stato indagato per molestie sessuali su minori, per fatti risalenti al 2001. All’epoca era educatore in un collegio gestito da salesiani a Gand in Belgio e nel 2009 è stato arrestato perché trovato in possesso di materiale video-pornografico. Nel 2012 è stato poi condannato a un anno e mezzo di prigione con la condizionale, l’interdizione dei diritti civili per cinque anni e l’obbligo di sottoposizione a cicli di cure e controlli psicologici, volti a monitorare il relativo stato di salute mentale.

    Malgrado l’interdizione a svolgere qualsiasi attività con bambini e/o minori, nel 2013 è stato inviato nella Repubblica Centrafricana e nel 2015 ha ricevuto un importante incarico in seno alla Caritas nell’ex colonia francese.

    In un comunicato, l’Agenzia dell’ONU, che coordina tutte le attività umanitarie nazionali e internazionali nel Paese, ha fatto sapere: “Tolleranza zero per abusi e sfruttamento sessuale nei confronti del personale e di quello dei nostri partner, come la Caritas, che è nel Paese per aiutare la popolazione”.

    La Caritas è attiva con missioni di sviluppo e assistenza alle vittime dal 2013, subito dopo l’inizio del sanguinoso conflitto interno scoppiato alla fine del 2012. Inoltre sostiene giovani e giovanissimi vulnerabili, tra cui ex bambini soldato.

    Malgrado le pesanti condanne, il prete è stato inviato nella Repubblica centraficana per occuparsi nuovamente di bambini e giovanissimi. Dignity, fondazione cattolica belga che lotta contro gli abusi sessuali in seno alla Chiesa, aveva espresso perplessità  già a giugno, quando il sacerdote era ritornato in patria, precisando che secondo loro non avrebbe mai dovuto ricoprire alcun incarico nell’ex colonia francese.

    In passato, anche caschi blu di MINUSCA, Missione multidimensionale integrata dell’ONU nella Repubblica Centrafricana – rinnovata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, con risoluzione 2499 (2019) il 15 novembre scorso per un altro anno – sono stati accusati di abusi sessuali su minori. L’inchiesta è poi stata archiviata. Lo stesso è accaduto a diversi militari francesi della Operazione Sangaris – Missione terminata nell’ottobre 2016 – indagati dalla Procura di Parigi per gli stessi reati. Ma anche in questo caso i soldati sono stati scagionati.

    MINUSCA è attualmente presente nel Paese con 11.650 militari e 2080 poliziotti. L’ultimo trattato di pace, preparato minuziosamente sin dal 2017 dall’Unione Africana e tutti gli attori del conflitto è stato siglato a Khartoum, la capitale del Sudan, i primi di febbraio. Nessuno dei precedenti accordi è stato in grado a riportare stabilità nel Paese e ora, a quanto sembra, nemmeno l’ultimo, l’ottavo. Ancora oggi 2,6 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e il 38 per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione cronica. 1,2 milioni di centrafricani hanno dovuto lasciare le proprie case, tra loro 581 mila sfollati interni, mentre 598 mila hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

    Il conflitto ha anche conseguenze sull’educazione dei bambini. Molte scuole sono chiuse, perchè distrutte o occupate da gruppi armati; si stima che il 31 per cento dei piccoli in età scolare sia attualmente privo di istruzione.

    L’assistenza sanitaria, poi, è una delle peggiori al mondo anche per mancanza di medici e personale paramedico, 7,1 ogni 10.000 abitanti. Anche il tasso di vaccinazione è piuttosto basso e ciò aumenta il rischio di propagazione di epidemie.

    L’insicurezza costante e le cattive condizioni delle strade, rendono davvero difficile il trasporto degli aiuti umanitari, per non parlare degli attacchi a convogli e operatori da parte di gruppi armati e criminali.

    La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka, soprattutto musulmani)  alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka, miliziani cristiani,  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

    Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

    Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU (MINUSCA), che attualmente sono presenti con 12.870 uomini in divisa, oltre allo staff civile forte di 1.162 persone (tra volontari ONU, personale internazionali e locale).

    Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

    Cornelia I. Toelgyes
    corneliacit@hotmail.it
    @cotoelgyes

  • I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi votano “somma forfettaria” per le vittime di preti pedofili

    I vescovi della Francia si sono incontrati in sessione plenaria a Lourdes per decidere su una compensazione finanziaria nel “riconoscimento della sofferenza” delle vittime.

    I vescovi di Francia hanno votato questo sabato a favore di una “somma forfettaria” per il “riconoscimento della sofferenza” delle vittime dei preti pedofili quando erano minorenni, ha dichiarato al presidente della stampa Eric de Moulins-Beaufort, il presidente della Conferenza dei vescovi di Francia (CEF).

    I vescovi hanno votato “in gran parte”, secondo lui, questo dispositivo, che passa per “un’unica somma di denaro e somma forfettaria”, il cui importo tuttavia non è stato annunciato.

    Il prezzo dell’indifferenza

    I vescovi, riuniti a Lourdes , si sono assicurati di riconoscere l ‘”aggressione”, ma anche “silenzio, negligenza, indifferenza, mancanza di reazione, decisioni sbagliate o disfunzioni all’interno della Chiesa”, disse, parlando di “cattiva condotta di vari ordini all’interno della Chiesa”. Non è “né il risarcimento che dipende dalla giustizia del nostro paese o la giustizia canonica né il risarcimento”, ha affermato Eric de Moulins-Beaufort.

    Il suo importo sarà proposto ai vescovi nella prossima riunione a Lourdes del prossimo aprile, come fondo di dotazione specifico, che pagherà il pacchetto. Il pagamento avverrà quindi dopo questa riunione.

    Le vittime in questione sono quelle per le quali sono prescritti i fatti. Per coloro i cui atti giudiziari sono ancora pendenti, il pagamento avverrà dopo. “Ogni vescovo prenderà l’iniziativa di riconnettersi con le vittime che conosce” per offrire loro questo pacchetto. Il fondo di dotazione sarà finanziato da “vescovi, sacerdoti colpevoli quando saranno vivi e fedeli che verranno ad aiutarci”, ha detto, “ma questo può essere solo un passo volontario dei fedeli “, secondo il presidente del CEF.

    I vescovi riflettono anche sull’idea di un “gesto liturgico”. Questa potrebbe essere una preghiera per le vittime, ad esempio il Venerdì Santo, o la possibilità di presentare “storie di vita” in un “memoriale”, ritiene Eric de Moulins-Beaufort.

    “La parola” responsabilità “non appare”

    Le misure di compensazione finanziaria sono attese con impazienza dalle vittime, soprattutto quando sono prescritti i fatti. Giovedì, a Lourdes, quattro di loro avevano messo in guardia contro un atto finanziario che non avrebbe riconosciuto “la responsabilità della Chiesa”, un punto essenziale ai loro occhi.

    Tuttavia, “la parola” responsabilità “della Chiesa non appare, mi dà molto fastidio”, ha reagito Jean-Luc Souveton, sacerdote, aggredito quando era minorenne, membro del gruppo di lavoro con il CEF su questa domanda . Una critica osservata anche da un altro membro del collettivo, Michel, prete anche vittima che ha richiesto l’anonimato: “manca”.

    “In un certo senso, lo dicono senza dirlo, è molto importante”, da parte sua ha stimato Véronique Garnier, un’altra vittima. Quest’ultimo si rammarica, tuttavia, come altri, che l’episcopato non abbia aspettato la fine del lavoro di Ciase, la Commissione indipendente per gli abusi sessuali nella Chiesa, prevista all’inizio del 2021. “C’è molto poco rispetto per la competenza della commissione Sauvé “, ha dichiarato François Devaux, presidente dell’associazione La parole Libérée.

    “Non vogliono affrontare lo tsunami”

    “I vescovi aggirano le raccomandazioni della Commissione Sauvé, per non dover affrontare quello che sarà uno tsunami”, ha giudicato Olivier Savignac, un’altra persona aggredita. Lui, come Jean-Luc Souveton, si rammaricava in particolare del fatto che non fosse stato messo in atto un vero compenso, concesso da un organo indipendente, con scale secondo la singolarità di ciascun caso. “Stanno facendo il minimo.”

    “Dal 2016, le vittime ci aspettano cose, non aspetteremo fino alla primavera del 2021”, ha dichiarato Eric de Moulins-Beaufort. “Prenderemo in considerazione l’opinione di Ciase su questo dispositivo se necessario”.

    Per le altre vittime, il fatto che il pacchetto sia pagato su iniziativa del vescovo non ha senso. “Quando vediamo la tensione che può esistere tra il vescovo e la vittima in alcune diocesi”, afferma Jean-Luc Sauveton. “Rischia di lasciare indietro molte vittime”, ha detto. “A Lione, faremo affidamento su Barbarin?”, Domandò François Devaux.

    Per Jean-Luc Souveton, “abbiamo l’impressione che ci sia stata un’opera di co-creazione per le giuste misure da giocare insieme e che abbiamo perso”.

    https://www.lexpress.fr/actualite/societe/religion/les-eveques-votent-une-somme-forfaitaire-pour-les-victimes-des-pretres-pedophiles_2106366.html#C2GFjSv5Dh6kWHjx.41

  • Francia, 19enne soffoca parroco con un crocifisso: in passato il prete aveva commesso abusi

    Francia, 19enne soffoca parroco con un crocifisso: in passato il prete aveva commesso abusi

    Roger Matassoli, da 40 anni celebrava messa nel paese prima di essere sospeso a causa di molestie e abusi sessuali su chierichetti. Il giovane accusato della sua morte si trova in ospedale in stato di “semidelirio e senza possibilità di esprimersi”. Il procuratore: “Non sappiamo se ci siano legami col passato del prete”

    PARIGI – L’ex parroco di Froissy, in Picardia, nord della Francia, è stato ucciso lunedì notte. È stato soffocato con un crocifisso in gola da un 19enne che si è introdotto nella sua abitazione. Alexandre è tuttora ricoverato in ospedale, in un grave stato confusionale. Il sacerdote, Roger Matassoli, da 40 anni celebrava messa nel paese prima di essere sospeso a causa di molestie e abusi sessuali su chierichetti.

    La comunità cattolica di Froissy è sotto shock, conosce il parroco da anni, da quando era viceparroco nel 1967 fino a quando, nel 1988, aveva assunto la responsabilità della parrocchia dell’Assomption de Notre-Dame. Infine nel 2009, il parroco era stato sospeso per i gravissimi fatti di cui si era reso colpevole.

    Matassoli era stato sospeso con divieto di celebrare liturgie, anche privatamente. “Nel 2009 – si legge in un comunicato diffuso ieri sera dal vescovo della diocesi dell’Oise, Jacques Benoit-Gonnin – avendo incontrato una vittima, ho preso nei confronti di padre Matassoli misure per allontanarlo dall’esercizio pubblico del ministero. Dopo la presentazione di una denuncia, abbiamo avviato una procedura canonica che ha permesso di ascoltare la testimonianza delle vittime. A Matassoli è stato quindi vietato l’esercizio di qualsiasi ministero, anche privatamente”.

    In procura risultano due denunce del 2018 per violenze sessuali commesse su chierichetti fra i 10 e i 14 anni in parrocchia. Fatti che, per la giustizia, sono risultati prescritti, perché commessi nel 1962, e fra il 1976 e il 1980. Il vescovo ha chiesto “perdono” alle vittime, anche durante un incontro personale con una di loro.

    Il quotidiano Le Parisien ha incontrato una delle vittime del sacerdote che, rispondendo a un’intervista, rivela che il parroco, nel 2015, gli chiese “umilmente perdono” parlandogli dei “torti” che aveva commesso nei suoi confronti.

    Il giovane accusato della sua morte ora è in ospedale in stato di “semidelirio e senza possibilità di esprimersi” ha detto il procuratore Florent Boura, non ha “mai detto di essere stato personalmente vittima” di molestie o violenze. Matassoli però era “una persona vicina alla sua famiglia”. In queste ore vengono interrogati familiari e amici di Alexandre, che non sta bene da qualche settimana, secondo i familiari, una quindicina di giorni di fa aveva anche aggredito il padre.

    https://www.repubblica.it/esteri/2019/11/07/news/francia_parroco_ucciso_crocifisso_abusi-240532859/?fbclid=IwAR26N9B9vSGm-6Y8VvhDEHOUy6EtGCb0Wx0gExalej-zeUtN0kNL-oDPiWk

  • Ex prete ucciso con un crocifisso in gola: era accusato di pedofilia

    Ex prete ucciso con un crocifisso in gola: era accusato di pedofilia

    Roma, 7 nov – Choc in Francia, dove un ex parroco è stato trovato morto in casa, soffocato da un crocifisso nella gola. Il corpo senza vita del già prete, Roger Matassoli, è stato trovato lunedì nella sua casa di Agnetz, nel dipartimento dell’Oise, a nord di Parigi. Una notizia che inevitabilmente ha sconvolto i fedeli della chiesa dell’Assomption de Notre Dame di Froissy, in cui il religioso era stato per ben 42 anni vice parroco e parroco. Fino al 2009, quando venne sospeso dai superiori con l’accusa di molestie su chierichetti.

    Le accuse di pedofilia

    Soltanto dopo l’agghiacciante omicidio, il vescovo Jacques Benoit-Gonnin ha reso noto che all’ex prete era stato vietato l’esercizio del sacerdozio a dopo che contro di lui erano state intentate due cause civili per pedofilia. I ragazzini violentati da Matassoli furono due chierichetti fra i 10 e i 14 anni. Si tratta di due ignobili vicende, una risalente al 1962, l’altra avvenuta tra il 1976 e il 1980. Quando vennero alla luce, però, erano ormai prescritti dal punto di vista penale.

    “Oggi penso ancora alle vittime dell’abate Matassoli”, ha dichiarato il vescovo. Per l’omicidio dell’ex parroco è stato fermato un sospetto, un ragazzo 19 anni. Non è ancora chiaro ancora se il presunto omicida fosse al corrente degli abusi commessi dal prete e il procuratore Boura ha dichiarato che il 19enne “non ha mai indicato di essere stato vittima di fatti simili” da parte del sacerdote.

    Alessandro Della Guglia

    Ex prete ucciso con un crocifisso in gola: era accusato di pedofilia

  • Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Grazie a Dio: recensione del film di François Ozon

    Esce nelle sale italiane il film di Ozon premiato al Festival di Berlino

    A due anni di distanza dallo scandalosissimo Doppio Amore, François Ozon decide di tornare sul grande schermo con un’altra opera d’impatto come Grazie a Dio. Il film, premiato dalla giuria al Festival di Berlino, tratta un tema delicatissimo come la pedofilia, prendendo spunto da una storia vera scoppiata nel 2014. Così l’opera, più che la narrazione di un racconto, tratteggia una testimonianza. Approfondiamo le tematiche di Grazie a Dio in questa nostra recensione.

    Il vincitore dell’Orso d’argento a Berlino è una produzione ex aequo tra Francia e Belgio e arriva nelle nostre sale solo oggi. La pellicola si prefigura come un dramma che grazie alla bravura di Ozon, capace di rinunciare ai vezzi del cinema d’essai in virtù di un avvicinamento al cinema d’autore popolare, riesce a far ragionare riguardo al fenomeno degli abusi sui minori. Espressione di una cinematografia engagé e che per questo motivo ha accostato il film al già cult Il Caso Spotlight, Grazie a Dio è una pellicola con una sua identità. Essa infatti ha in comune col film di McCarthy solo la tematica, ma il risultato è completamente differente. L’opera qui considerata si prefigura ben congegnata, capace di ricostruire abilmente il caso Preynat, ma comunque non esente da difetti.

    La trama: Grazie a Dio

    Alexandre Guérin (Melvil Poupaud) è un quarantenne padre di famiglia che vive a Lione, ma lavora a Parigi. Cattolico praticante educa i suoi figli nel rispetto delle pratiche religiose cristiane, ma un giorno viene a sapere che Bernard Preynat (Bernard Verley), il prete che lo aveva molestato da bambino, officia ancora messa ed è ancora a contatto con i bambini. Da questo momento in poi Alexandre, preoccupato per i piccoli e in primis per i suoi figli, deciderà di avviare una crociata personale.

    In principio opterà, con un misto tra sdegno e speranza, per denunciare tutto al cardinal Barbarin (François Marthouret), che apprezza per il suo atteggiamento intransigente verso la pedofilia dei sacerdoti. Tuttavia ciò che ne emerge è sconfortante e raffigura bene la difesa stoica dei pedofili  e l’omertà all’interno del clero. Infatti dopo un fitto scambio di email Alexandre deciderà di incontrare colui che lo ha “insozzato nella carne”, ma non troverà né il pentimento né l’agognata redenzione.

    Andata perduta così la fiducia nel cardinale, emergeranno invece la rabbia e l’indignazione di Alexandre, sentimenti che aveva represso durante la sua adolescenza. In tal modo il protagonista farà il primo passo verso la giustizia e denuncerà l’accaduto alla polizia. Successivamente con l’aiuto di François (Denis Mènochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud), anche loro vittime degli abusi, considererà l’idea di rendere pubblica la responsabilità della Chiesa nell’affaire; in questo modo, con l’aumentare del numero delle denunce riguardanti le violenze subite, formeranno un associazione che deciderà di costituirsi in giudizio legale.

    Le consuetudini e la responsabilità della Chiesa

    In Grazie a Dio fin da subito spiccano la tematica della pedofilia e la correlata responsabilità della Chiesa. Tuttavia il film non si limita a segnalare gli abusi, ma cerca di esplorare il tema in maniera piuttosto sfaccettata e approfondita. Ora per Ozon non ci si può limitare ad una mera descrizione del problema, ma bisogna sviscerarne l’essenza. Pertanto il regista deve rivelare il meccanismo che rende effettivamente l’abuso sessuale un problema interno al chiericato, vale a dire una conseguenza intrinseca della sua stessa organizzazione simbolica. Un’organizzazione narrata con molta perizia e che si concentra prevalentemente su quello che potremmo chiamare, riecheggiando Slavoj Zizek, il “cuore di tenebra delle consuetudini”. Tutto ciò emerge lapalissianamente nella prima parte del film e in quelle che sono le figure del cardinal Barbarin e di padre Preynat.

    Essi incarnano l’inconscio istituzionale che sostiene tutte le istituzioni e che si manifesta nell’identificazione anche dei loro lati oscuri. Chi non lo fa infatti diventa automaticamente un emarginato, un soggetto escluso dalla comunità. In questo caso quindi Barbarin potrà limitarsi ad un’ammissione minimizzatrice solo nei confronti delle vittime e all’interno dell’istituzione, ma non gli sarà mai consentita una confessione pubblica e la conseguente destituzione di padre Preynat. Quest’ultimo invece raffigura il prodotto del procedimento sovrariportato, in quanto da un lato è la vittima di questo sistema ecclesiastico, ma dall’altro è il carnefice di tanti piccoli innocenti.

    In questo caso il regista coglie in pieno il paradosso della pedofilia nella Chiesa e la sua responsabilità. Quest’ultima nell’opera ha una duplice faccia: quella della mancata ammissione e dell’insabbiamento, ma anche quella della reiterazione del fenomeno mediante la messa a tacere degli scandali. Padre Preynat non si fermerà mai e questo anche per colpa dell’assenza di una punizione somministratagli fin dall’inizio.

    Il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare

    Grazie a Dio evidenzia anche due punti fondamentali della denuncia delle vittime, vale a dire il contrasto credenza/ateismo e il rapporto familiare degli abusati. In primo luogo, per quanto si tratti tutto in maniera un po’ semplicistica, si denota la volontà di mettere in gioco la differenza tra il vivere la pedofilia da credente e il non viverla, tra l’abbandonare la fede per colpa dell’abuso o invece credere ancora nei dogmi cristiani.

    Il film riproduce bene queste esperienze differenti e lo fa sopratutto tramite la caratterizzazione dei personaggi. Essi, per quanto stereotipati, in questo senso rappresentano le diverse attitudini alla fede. Infatti si va dall’ateo al fervente credente, passando infine per il cattolico non praticante. In tal modo il film riesce ad analizzare il contrasto tra il voler cambiare la Chiesa dall’interno o il volerla smantellare, nonché a rileggere platonicamente il conflitto tra giustizia e vendetta. In un certo senso così il film diventa corale, facendo entrare diversi tipi di testimonianze. Queste esplicitano le differenti influenze che gli abusi possono provocare nella maturazione di un individuo.

    Il rapporto familiare è invece l’esemplificazione del sovvertimento dell’equilibrio costituito in seno alla famiglia, in quanto la decisione di uscire dal silenzio tende ad intaccare spesso i rapporti con i propri parenti. Dall’altro lato la famiglia, ovvero l’altra istituzione del film, in un certo senso si presta un po’ al gioco della Chiesa dal momento che spesso, per evitare lo scandalo e distruggere la normalità, decide di rimanere inerte davanti alla sacra istituzione. La comunità familiare, così come quella ecclesiastica, predilige quindi la normalità. La stessa normalità con cui beffardamente Barbarin pronuncia le parole che danno il titolo al film e che raffigura la scandalosa visione del problema da parte della Chiesa.

    Il lato tecnico – Grazie a Dio recensione

    Procediamo nella recensione di Grazie a Dio approfondendo il lato tecnico dell’opera. Tecnicamente l’opera risulta sicuramente ben interpretata e vede in Melvil Poupaud e François Marthouret dei buonissimi caratteristi. Inoltre è indubbia anche la pregevole caratterizzazione di Denis Menochet, ma più di tutti stupisce un istrionico Swann Arlaud. Egli non solo ci fa vivere il dramma interiore di questo personaggio, bensì risulta convincente anche nella rappresentazione fisica.

    La regia di Grazie a Dio è molto buona e riesce sicuramente a fare un bel compendio tra la perizia tecnica, testimoniata soprattutto in apertura con piani sequenza e inquadrature di stampo godardiano, e il contenuto della narrazione. Molto interessante anche la scelta della lettura delle email con la voce fuori campo, la quale dona al tutto una dimensione più intima, quasi si tratti di una confessione. Tuttavia la scelta più brillante del comparto registico è da ritrovarsi nei flashback degli abusi dove la fotografia tocca le sue vette più alte. Allo stesso tempo la pellicola realizza una vera e propria trasformazione dei luoghi sacri in spazi esecrabili.

    La scenografia è convincente e a tratti sorprende, così appunto come la fotografia. Grande pecca del film risulta essere invece la colonna sonora, a tratti impalpabile e per niente d’effetto. Inoltre la seconda parte della pellicola contiene alcuni errori di scrittura grossolani, i quali purtroppo intaccano quanto di buono fatto nella prima parte. Infatti il film ha il suo più grande difetto in un differenziale che viene a costituirsi tra prima e seconda parte del lungometraggio; questo da un lato è sicuramente un problema da imputare al montaggio, ma non preclude le responsabilità del regista.

    Considerazioni finali: Grazie a Dio recensione

    È necessario sottolineare come la pellicola si qualifichi come una buonissima opera filmica. Essa è capace non solo di riportare abilmente i fatti accaduti nel 2014 in Francia, ma riesce a far riflettere e pensare. Vi è poi da lodare la ricerca dell’opera di approcciarsi in maniera originale all’argomento trattato, ponendo in primo piano le vittime della pedofilia. Inoltre forse i 140 minuti del film sono un po’ troppi nell’economia dell’opera; visto e considerato che gli ultimi venti non aggiungono nulla alla ricostruzione storica dei fatti.

    Concludendo la nostra recensione di Grazie a Dio si capisce come il film abbia avuto il consenso della critica, ma con un occhio più attento si possono trovare dei difetti, alcuni purtroppo anche importanti. Pertanto il film, pur ritagliandosi un suo spazio e risultando ben più che interessante, a tratti risulta deficitario e non riesce a tenere l’asticella alta. Per questo motivo la valutazione non può che essere buona, ma non ottima come la prima parte del film aveva fatto intravedere.

    Grazie a Dio

  • Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Il regista francese racconta a Il Sole 24 Ore il film «Grazie a Dio», Orso d’argento a Berlino, ispirato a una storia vera, sugli abusi di un sacerdote di Lione sui ragazzi della sua parrocchia

    di Cristina Battocletti

    Grazie a Dio è l’ultimo film di François Ozon, che ha vinto l’Orso d’argento alla scorsa edizione del festival del cinema di Berlino, nei cinema da giovedì, distribuito da Academy Two. La pellicola, che ha fatto un milione di spettatori in Francia, è tratta da una storia vera , accaduta nella diocesi di Lione, in cui decine di bambini, ormai diventati adulti, fanno i conti con l’abuso sessuale subito dal parroco Bernard Preynat (nel film interpretato dal Bernard Verley). Nonostante i molti anni passati, gli ex ragazzi, vittime di pedofilia, nell’accorgersi che il parroco è ancora a contatto con i bambini, decidono di interpellare il responsabile della diocesi, il Cardinale Barbarin (François Marthouret) perché lo scempio non si ripeta.

    Scritto dallo stesso regista francese, il film ha inizio dalla storia di Alexandre Guérin (Melvil Poudad), un uomo che, nonstante abbia una bella e numerosa famiglia, non riesce a dimenticare ancora le ferite di quelle”attenzioni”. Quando si imbatte in un muro di gomma da parte della Chiesa che tenta di insabbiare la vicenda, decide di denunciare padre Preynat, supportato da altre due vittime, François Debord (Denis Ménochet) ed Emmanuel Thomassin (Swann Arlaud).

    Il Sole 24 Ore lo ha incontrato a Milano, Fraçois Ozon.

    È vero che avete girato il film in segreto per paura delle interferenze della Chiesa cattolica?

    Sì, abbiamo utilizzato un titolo diverso durante le riprese, perché se avessi usato quello con cui ora il film esce nelle sale, Grazie a Dio, avrebbero tutti collegato la trama al cardinale Barbarin, che pronunciò quella frase, riferita alla prescrizione della pena, facendo un enorme scalpore in Francia. Il titolo utilizzato era Alexandre e fingevamo fosse la storia di tre amici sulla quarantina che si ritrovavano. Questo ci ha permesso di girare in luoghi che altrimenti non sarebbero stati autorizzati.

    Poi però quando è stato pubblicato il trailer e si è capito quale fosse effettivamente il soggetto del film, immediatamente gli avvocati delle gerarchie ecclesiastiche si sono mossi cercando di impedirne l’uscita, in particolare quelli del sacerdote, di Preynat, chiedendo che venisse rimandata dopo il processo. Il problema è che il processo a tutt’oggi non è stato fatto e chissà mai se mai si farà. Il tentativo evidente era quello di impedire che il film uscisse. I giudici hanno dovuto mettere sul piatto della bilancia la libertà creativa e di espressione di un artista, e dall’altra la presunzione di innocenza dell’imputato. Hanno deliberato a favore della libertà creativa, determinando appunto che il film fosse di pubblica utilità, anche perché Preynat non ha mai negato di aver effettivamente abusato di questi bambini. Tutto questo ci ha procurato molta pubblicità e il film ha fatto un milione di spettatori in Francia.

    Io forse sono stato un po’naif perché la mia scelta è stata quella di mantenere i veri nomi dei rappresentanti della Chiesa esattamente come sono ed è per questo che sono stato attaccato; ma del resto non c’è alcuna rivelazione, alcuno scoop rispetto alle azioni che ha fatto la diocesi di Lione e la Chiesa tutta in merito a questa vicenda. Tutto quello che viene detto nel film da parte loro era già uscito e pubblicato sugli organi di stampa. Gli elementi nuovi che introduce il film riguardano le vittime stesse, il loro privato, i loro rapporti familiari e personalmente mi sarebbe sembrato ipocrita cambiare i nomi del cardinale, del sacerdote. Questo dimostra quanto il cinema faccia paura.

    Che reazioni ha avuto dalla gente comune che si considera cattolica?

    Penso che il successo del film sia dovuto ai cattolici che sono venuti a vedere il film in massa a Lione. È evidente che nessun cattolico può dichiararsi a favore della pedofilia. Alcuni cattolici hanno fatto delle dichiarazioni a favore di Barbarin, dicendo che ha agito bene, nelle sue facoltà. Ovviamente tutti i cattolici sono contro Preynat, ma ce ne sono alcuni a favore del cardinale.

    La gerarchia ecclesiastica era molto inquieta e preoccupata per il film. Una volta che l’ha visto si è rilassata perché ha trovato che fosse un film molto equilibrato e ha avuto la conferma che non è contro il dogma della religione cattolica, ma contro quella parte di istituzione cattolica teatro di queste vicende. Ora la Chiesa cattolica utilizza il mio film per la formazione dei giovani sacerdoti.

    https://www.ilsole24ore.com/art/ozon-la-chiesa-voleva-fermare-mio-film-pedofilia-ACathBs

  • Ozon, la mia storia di preti e pedofilia

    Ozon, la mia storia di preti e pedofilia

    In sala ‘Grazie a Dio’. Regista, racconto fragilità degli uomini

    ROMA – ‘Grazie a Dio’ di Francois Ozon è un film sorprendente, duro, che, nonostante il tema per nulla mainstream (preti e pedofilia), ti prende come il più appassionante dei thriller. Il fatto è che in questo film, tratto da una storia vera (il caso Preynat-Barbarin su abusi sessuali ai danni di minori commessi nella diocesi di Lione) e in sala dal 17 ottobre con Academy Two, le emozioni sono tante: uomini adulti che confessano nei minimi particolari, e tra mille imbarazzi, gli abusi subiti trent’anni prima e, soprattutto, la prepotenza della Chiesa nel negare i fatti, la sua ostentata impunità.

    “Non volevo fare un film sul cattolicesimo e sulla pedofilia, ma piuttosto sulla fragilità maschile. Una cosa che si vede poco al cinema” ci tiene a dire oggi a Roma il regista. Protagonista del film – che ha vinto il premio della Giuria al Festival di Berlino – è Alexandre (Melvil Poupaud) che un giorno scopre come padre Preynat (Bernard Verley), il prete che lo ha molestato durante l’infanzia, è tornato a dir messa nella regione di Lione. Una cosa assurda perché Alexandre, oltre ad essere una vittima, è anche un padre e non accetta che il sacerdote possa avere ancora contatti con altri bambini. Considerato che la Chiesa si rifiuta di sanzionare Preynat, grazie anche alla copertura dal cardinale Barbarin (Francois Marthouret), Alexandre è pronto ad agire per conto suo, e poi insieme ad alcuni amici di vecchia data ed ex vittime, Francois (Denis Ménochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud). Iniziano così le denunce alla giustizia ordinaria, anche se nella maggior parte dei casi i reati sono andati in prescrizione. Lentamente le vittime degli abusi escono allo scoperto e prendono coraggio, anche grazie alla costituzione di un’associazione che raccoglie le testimonianze degli abusi, e così la battaglia all’omertà ecclesiastica prende forza fino a trovare giustizia.

    Questa la situazione giudiziaria ad oggi. Preynat è stato costretto dalla Chiesa alle dimissioni dello stato clericale, ma è ancora sotto processo per la giustizia ordinaria, mentre il cardinale Barbarin, colpevole di “omessa denuncia di maltrattamenti” in primo grado, ha presentato le sue dimissioni a Papa Francesco che le ha però rifiutate. “A Lione il film ha avuto un successo imprevedibile e inatteso – dice Ozon – come d’altronde in tutta la Francia dove ha ottenuto un milione di spettatori. Va detto che c’è stata una forte resistenza della Chiesa, una cosa che alla fine ci ha fatto anche pubblicità. Ma una cosa è certa, a pochi giorni dall’uscita prevista del film nessuno di noi era certo che sarebbe mai arrivato in sala”. “Da parte della Chiesa – spiega il regista – si continua a parlare di tolleranza zero verso queste cose, ma di fatto le azioni non sembrano seguire questa volontà. Ad esempio – conclude – dispiace pensare che Papa Francesco a tutt’oggi non abbia accettato le dimissioni di Barbarin”.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2019/10/10/ozon-storia-di-preti-e-pedofilia_3ba3209d-f592-4169-b2f6-e40afbea189b.html

  • Pedofilia, i sacerdoti predatori dell’abbazia di Monserrat

    Pedofilia, i sacerdoti predatori dell’abbazia di Monserrat

    Decine di giovani abusati dal 1960 al 2000. Dopo decenni di silenzio le vittime denunciano le sevizie: lo scandalo colpisce uno dei monasteri più celebri del paese, meta ogni anno per milioni di pellegrini

    A poco piú di un’ora da Barcellona, direzione entroterra, si innalza la montagna piú emblematica della Catalogna. È il massiccio del Motserrat, un complesso di rocce che si erigono ex abrupto, una catena formata da vari picchi brulli che sembra la scenografia di un racconto di fate. La cima più alta del Montserrat raggiunge mille e duecento metri.

    Nell’ 880 dei pastori scorsero una luce in una grotta, entrarono e trovarono l’iconografia di una vergine mulatta. Quando i pastori avvisarono il vescovo di Manresa, si cercò di spostare la figura al santuario piú vicino. Ma la figura della Madonna divenne improvvisamente pesante. Fu costruita una cappella. Centocinquanta anni più tardi furono messe le basi per quello che oggi è uno dei monasteri benedettini più famosi di Spagna, con un flusso turistico che potrebbe competere con Disney-Land.

    Al Montserrat ci si arriva a piedi, in bicicletta, in macchina, in treno, in metro, con la funivia. Inoltre c’è uno dei cori di voci bianche più apprezzati della penisola iberica. La domenica, alle messe dell’abbazia del Montserrat c’è la tendenza pronunciata a valicare i confini spirituali con quelli temporali: celebri sono le omelie pronunciate dall’abate Josep Maria Soler, nelle quali inneggia all’indipendentismo denunciando la dittatura dello stato spagnolo.

    E invece qualche giorno fa, mentre chiedeva «perdono» alle vittime degli abusi sessuali avvenute nella sua stessa abbazia, lo stesso abate Josep Maria Soler non sembrava possedere più nulla di quel fuoco né di quell’entusiasmo politico. Nessuna emozione. Nessuna empatia si leggeva sul suo volto. Potrebbe star leggendo un atto notarile. La testa bassa, non ha quasi mai alzato lo sguardo dal foglio che manteneva con entrambe le mani. Ha chiesto. Dicendo che l’abbazia farà di tutto per riparare al danno. Poi ha promesso che se ci sarà bisogno chiederà scusa nuovamente. Che ci saranno controlli più stretti.

    Qui tra questi massicci fuori dal tempo, una commissione interna composta da tre membri: Begoña Elizalde, psicologa, Cristina Vallejo, avvocato, Xavier Pomés, medico, ha portato alla luce 14 casi accertati di abusi sessuali, in un periodo che va dal 1960 al 2000.

    Secondo le ricostruzioni e le interviste a otto delle vittime ormai adulte, i casi certi sono ad opera di due monaci. Il primo sembra abbia compiuto “solo” due abusi alla fine degli anni sessanta. Non si forniscono altre informazioni perché, si afferma, è un ex monaco che ha ammesso questi due abusi, che ha novanta anni, che ha una famiglia, e che già nel 1980 si era allontanato di sua volontà dall’abbazia.

    E in più, ammette lo stesso abate Josep Maria Soler in un’intervista a La Vanguardia “perché il nome dell’abusatore si potrebbe confondere con un monaco più giovane in quanto possiedono lo stesso nome e le stesse iniziali del cognome». Alle timide domande dei giornalisti riguardo al perché ci volle tanto tempo, dalla fine degli anni sessanta al 1980, e che alla fine tal monaco se ne andò di sua volontá, Josep Maria Soler e la comunità del Montserrat affermano che l’allora abate in carica aveva immediatamente allontanato il monaco. Come?

    Inviandolo ad un altro monastero. E dopo spedendolo in Francia a studiare.

    Del secondo monaco invece sappiamo tutto. Andreu Soler si occupava degli scout Els Noi de Servei dell’abbazia. Nelle pagine della commissione si fa riferimento a Andreu Soler come un «predatore sessuale e pederasta», che faceva degli abusi «una condotta di vita reiterata», specialmente su adolescenti tra i 15 e i 17, ma a volte anche su adolescenti maggiorenni.

    Tra il 1972 e il 2000 Andreu Soler ha agito indisturbato. La commissione afferma che non c’è la certezza che i vertici dell’abbazia fossero al corrente degli abusi. Ma nel 1999 arrivano le prime denunce. E di nuovo, Andreu Soler rimane lí dov’era. Fino al 2008, anno della sua morte. Com’è facile costruire il mostro e gettargli fango in faccia una volta che il mostro è morto. Miguel Angel Hurtado, la prima vittima che denunciò gli abusi di Andreu Soler nell’anno 1999, e che da allora capeggia la crociata di tutte quante le vittime, afferma che la commissione «non è credibile, non è leggittima né indipendente e che mira solamente a minimizzare il danno mediatico dell’abbazia del Montserrat».

    E si dice insoddisfatto anche riguardo al numero delle vittime come quello dei carnefici. «Solo la giustizia civile potrà fare giustizia» rincalza. E per finire, oltre al danno c’è la beffa: nel 2007 esce un libro pubblicato direttamente dalla casa editrice dell’abbazia del Montserrat che elogia il mandato e il lavoro del «predatore sessuale e pederasta» Andreu Soler. É l’anno in cui giá l’attuale abate Josep Maria Soler è a conoscenza dei fatti.

    «Allora questo monaco ( Andreu Soler) era malato di cuore e cominciava la dialisi», dice Josep Maria Soler a La Vanguardia, «Solo pochi monaci sapevano, e il direttore delle pubblicazioni dell’abbazia non era tra questi. E riguardo le pubblicazioni che escono io non ho potere, il direttore delle pubblicazioni possiede piena libertà se fosse successo oggi sarei molto piú puntiglioso e gli spiegherei i fatti alla casa editrice. Hurtado ha ragione a lamentarsi riguardo gli elogi del libro al monaco».

    Ebbene bisognerebbe, giusto per onore di cronaca, andare a controllare adesso quanto pesa quell’iconografia della Vergine trovata piú di mille anni fa. Magari ora è talmente leggera da alzare i tacchi e andarsene via da sola.

  • ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    Marco Tosatti

    Cari amici e nemici di Stilum Curiae, nei giorni scorsi si è molto parlato sui giornali del fatto che la Procura Vaticana aveva rinviato a giudizio un sacerdote e il rettore del pre-seminario dove vivono a due passi da Santa Marta i “chierichetti del papa”. I provvedimenti datano dal 16 e 17 settembre. Notizia interessante, perché conferma, ancora una volta, l’ennesima, che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò racconta cose vere. Infatti qualche mese fa l’’ex Nunzio negli Stati Uniti concedeva un’intervista al Washington Post, e in riferimento al Summit sugli abusi svoltosi in Vaticano a febbraio, e alla real volontà del vertice di combatterli, si diceva molto scettico, dando due esempi; il primo riguardava l’attuale Sostituto alla Segreteria di Stato, Pena Parra. Il secondo era questo, che però il Washington Post ha deciso di non pubblicare (come peraltro il precedente). Diceva Viganò:

    §§§

    Si dice che il primo sia accaduto all’interno delle stesse mura del Vaticano, al Pius X pre-seminario, che si trova a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove vive papa Francesco. Quel seminario forma i minori che servono come chierichetti nella Basilica di San Pietro e nelle cerimonie papali.

    Uno dei seminaristi, Kamil Jarzembowski, un compagno di stanza di una delle vittime, afferma di aver assistito a dozzine di episodi di aggressione sessuale. Insieme ad altri due seminaristi, ha denunciato l’aggressore, prima di persona ai suoi superiori pre-seminario, poi per iscritto ai cardinali, e infine nel 2014, sempre per iscritto, a papa Francesco stesso. Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni. Il presunto aggressore era un seminarista di 21 anni, Gabriele Martinelli.

    Quel pre-seminario è sotto la responsabilità della diocesi di Como ed è gestito dall’Associazione Don Folci. Un’indagine preliminare fu affidata al vicario giudiziario di Como, don Andrea Stabellini, che trovò elementi di prova che giustificavano ulteriori indagini. Ho ricevuto informazioni di prima mano che indicavano che i suoi superiori hanno proibito che continuasse le indagini. Egli stesso può testimoniare per se stesso, e esorto ad andare a intervistarlo. Prego che troverà il coraggio di condividere con voi ciò che ha così coraggiosamente condiviso con me.

    Insieme a quanto sopra, ho appreso come le autorità della Santa Sede si sono occupate di questo caso. Dopo che le prove furono raccolte da don Stabellini, il caso fu immediatamente nascosto dall’allora vescovo di Como, Diego Coletti, insieme al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di papa Francesco per la Città del Vaticano. Inoltre, il cardinale Coccopalmerio, allora presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, che è stato consultato da don Stabellini, lo ha fortemente ammonito di interrompere le indagini.

    Potreste chiedervi come è stato chiuso questo caso orribile. Il vescovo di Como rimosse don Stabellini dalla carica di vicario giudiziario; l’informatore, il seminarista Kamil Jarzembowski, fu espulso dal seminario; i due compagni seminaristi che si erano uniti a lui nella denuncia lasciarono il seminario; e il presunto violentatore, Gabriele Martinelli, è stato ordinato sacerdote nel luglio 2017. Tutto questo è accaduto all’interno delle mura vaticane, e non ne è uscita una parola durante il summit”.

    §§§

    Ma, comunque, il Vaticano è arrivato buon terzo, dopo la denuncia di Viganò e la giustizia civile, come ormai sembra prassi. Infatti Il Messaggero dell’8 agosto scriveva:

    “Violenza sessuale con l’aggravante dell’abuso di autorità. La procura di Roma è pronta a chiudere le indagini nei confronti di Don Gabriele Martinelli. Le accuse mosse dagli investigatori, nei confronti del sacerdote 26enne riguardano presunti episodi di abusi avvenuti dentro la Città del Vaticano. La vittima è un seminarista del Preseminario San Pio X che ospita i chierichetti che prestano il servizio liturgico nella Basilica di San Pietro con il Papa. «Il Preseminario – come è scritto nel sito internet- accoglie ragazzi della scuola media».

    Ebbene lo stesso Don Martinelli, adesso è un sacerdote, era un seminarista. Tuttavia rispetto alla vittima, all’epoca delle presunte violenze, rivestiva un ruolo superiore. Una sorta di capo classe. Martinelli avrebbe sfruttato questa sua posizione per imporsi nei confronti dell’altro seminarista. Da qui l’ipotesi dell’aggravante dell’abuso di autorità. Un’inchiesta delicata portata avanti dai carabinieri e dal pubblico ministero Stefano Pizza. Gli inquirenti hanno potuto lavorare a questo caso, su episodi che riguardano uno stato straniero, anche in virtù di una serie di accordi che derivano dai Patti Lateranensi.

    Gli episodi indicati nella denuncia, sporta dal seminarista, riguardano casi di violenze che si sarebbero consumati intorno al 2012. Tuttavia la vittima ha accusato Don Martinelli di averlo molestato anche in anni precedenti. Quando entrambi erano minorenni, tanto che anche la procura dei minori ha aperto una fascicolo (a carico di ignoti) per fare piena luce sul caso. Oltre alla giustizia italiana si sarebbe interessata del caso anche quella Vaticana. Intanto Gabriele Martinelli, il 10 giugno del 2017, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Como”.

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    E comunque chi si occupa di abusi, come la Rete, https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/07/28/don-martinelli-mai-sospeso-la-finta-tolleranza-zero-di-papa-francesco/, ha i suoi motivi per condividere lo scetticismo di Viganò. Anche perché, come scriveva sempre Il Messaggero, i parametri utilizzati non sembrano gli stessi per tutti:

    Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza…

    Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio (che ora ha una ventina d’anni).

    L’ultimo passaggio è risultato terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato e riguarda una frase di Bassetti – durante una conferenza stampa – ha pronunciato, affermando di non conoscere affatto quel caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare).

    Di fatto il caso Delpini è chiaro per tutti che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

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    Vi alleghiamo alcuni link agli articoli che troverete di sicuro interessanti. Buona lettura.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_pre_seminario_chierichetti_papa_abusi_molestie_comastri_lettere_anonime-3383213.html

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    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molesta_seminarista_sacerdote_don_gabriele_martinelli_violenza_sessuale-4664502.html#

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    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

  • Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale

    Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori

    MILANO – Pedofilia, il sacerdote di Lione dimesso dallo stato clericale. Il sacerdote Bernard Preynat è riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori. E dimesso dallo stato clericale dal Tribunale ecclesiastico collegiale. Dopo che il 73enne è accusato di aver abusato di giovani scout che gli erano stati affidati alla periferia di Lione. Secondo quanto ha riferito Vatican News, in attesa di un processo civile la cui data non è ancora fissata, un tribunale ecclesiastico si è riunito per emettere il proprio verdetto. Il caso ha suscitato grande clamore nella diocesi di Lione e in tutta la Chiesa di Francia. Questo caso ha provocato il ritiro del cardinale Barbarin. Che non era a capo della diocesi di Lione al momento dei fatti, ma aveva lasciato Preynat in carica in parrocchia fino al 2015.

    Padre Preynat “è riconosciuto colpevole di aver commesso atti delittuosi di carattere sessuale su minori di età inferiore ai 16 anni”. Questa è la formula usata dal Tribunale ecclesiastico collegiale incaricato del suo processo penale, in un comunicato diffuso dalla Conferenza dei vescovi di Francia. “Il Tribunale ha deciso di applicare la pena massima prevista dal diritto della Chiesa in questo caso, cioè le dimissioni dello stato clericale”, ha proseguito. Padre Preynat può ancora fare appello al Tribunale della congregazione per la dottrina della fede entro un mese, sottolinea Vatican News, periodo intercorso il quale la condanna diventerà esecutiva.

    (LaPresse)