Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    L’arcivescovo Luigi Ventura, ex nunzio apostolico in Francia (2009-2019), è stato convocato davanti ad un tribunale penale di Parigi per il prossimo 10 novembre per rispondere delle accuse di molestie sessuali nei confronti di diversi giovani. La corte, ha riferito un magistrato a La Croix, non ha ancora ricevuto la conferma da parte del presule.

    L’anno scorso la Santa Sede aveva revocato la sua immunità diplomatica dopo le proteste avanzate da diverse presunte ex vittime, una delle quali era arrivata a manifestare direttamente in piazza san Pietro. Sulla testa del nunzio Ventura pesano diverse denunce da parte di quattro uomini, almeno tre dei quali lo accusano di molestie.

    Negli anni passati, quando la prima denuncia che riguardava molestie a un funzionario del municipio francese arrivò ai giornali, fece molto scalpore. In Vaticano tutti caddero dalle nuvole perché quel prelato non era mai stato chiacchierato, né oggetto di azioni disciplinari.

    Il vescovo settantacinquenne era anche stato ascoltato dalla polizia giudiziaria parigina nell’aprile del 2019 negato sempre i fatti contestati, denunciando l’esistenza di “un complotto”. Ebbe diversi colloqui con le autorità della Santa Sede e allo scadere dei 75 anni ha presentato le sue dimissioni per motivi d’età, tornando a vivere a Roma.

    Intanto però le accuse contro di lui si arricchivano con una denuncia che arrivava dal Canada, risalente a diversi anni prima. In Francia era stato il Comune di Parigi a denunciare i fatti al pubblico ministero, sulla base dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, dopo il racconto di un giovane dirigente comunale che si era lamentato di essere stato palpato durante una cerimonia protocollare presso il Municipio.

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

  • “Almeno 3.000 bambini vittime di abusi a opera di sacerdoti”: l’inchiesta shock“

    “Almeno 3.000 bambini vittime di abusi a opera di sacerdoti”: l’inchiesta shock“

    Una commissione indipendente istituita dall’episcopato di Francia ha analizzato le denunce custodite negli archivi scoprendo almeno 3000 vittime di abusi sessuali condotti da sacerdoti della chiesa cattolica dal 1950 a oggi

    Almeno tremila bambini sarebbero stati vittime di abusi sessuali ad opera di sacerdoti della chiesa cattolica francese dal 1950. È il risultato pubblicato dal Ciase, la commissione d’indagine sulle denunce di abusi sui minori presenti negli archivi delle diocesi e delle congregazioni religiose istituito dall’episcopato transalpino nel 2018.

    “Il numero reale di vittime potrebbe essere molto più alto”.

    Il presidente della commissione indipendente Jean-Marc Sauve ha detto all’agenzia France Press che in base ai dati preliminari i sacerdoti e altri religiosi autori degli abusi dovrebbero essere circa 1.500.

    La commissione è stata istituita su richiesta dei vescovi francesi dopo una serie di scandali di pedofilia che hanno fatto tremare la Chiesa d’oltralpe. Una hotline dedicata alle vittime ha ricevuto 5.300 chiamate in un anno, ha detto Sauve ai giornalisti in videoconferenza. Il numero di vittime stimate comporta una media di 40 denunce l’anno per 70 anni.

    “Sono profondamente convinto che ci siano molte più vittime” ha detto Sauve che ha fatto appello a chiunque possa fornire testimonianze. La commissione guidata da Sauve, vicepresidente onorario del consiglio di Stato, comprende legali, esperti, medici, storici e teologi e produrrà un rapporto finale il prossimo anno, con indicazioni su come prevenire gli abusi.
    https://www.today.it/rassegna/pedofilia-chiesa-francia.html

     

  • «Giovanni Paolo II ha coperto un pedofilo», l’accusa di una delle vittime di padre Maciel

    «Giovanni Paolo II ha coperto un pedofilo», l’accusa di una delle vittime di padre Maciel

    Città del Vaticano – Nel giorno del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II una delle prime vittime di padre Marcial Maciel Degollado – forse il più grande criminale della Chiesa in epoca moderna – torna puntare il dito sul pontefice polacco. A suo parere non ci sono dubbi che Wojtyla era a conoscenza dei crimini aberranti di questo pedofilo, fondatore dei Legionari di Cristo, super protetto in Vaticano tanto da non essere mai sottoposto ad alcun processo nè punito dalla Congregazione della Fede benchè su di lui vi fosse un corposo fascicolo di reati commessi tra il Messico, l’Italia, la Spagna e la Francia.

    Josè Barba Martin dal Messico fa sapere a metà degli anni Novanta assieme ad un gruppo di vittime pubblicò una letttera aperta su un giornale messicano molto letto, Milenio.  La lettera naturalmente sollevò un putiferio incredibile in tutta l’America Latina. La missiva elencava i crimini di Maciel, circostanziandoli con prove e date e portava la firma di altri sette ex legionari. Le vittime a questo punto contattarono anche l’allora nunzio apostolico in Messico, monsignor Justo Mullor Garcia.

    La stessa lettera, nel frattempo, fu inviata a tutti i vescovi messicani. Maciel Macial Degollado in Messico all’epoca era una potenza. Non solo era il fondatore di un ordine religioso ricchissimo che controllava università, scuole e istituzioni, ma aveva anche accesso ai vertici istituzionali, aveva rapporti con la Cia e tanti imprenditori influenti.

    «Nessuno ci diede mai risposta. Fummo ignorati. Io personalmente sono convinto che Giovanni Paolo II e specialmente il cardinale Ratzinger, divenuto Papa Benedetto XVI sapevano bene della colpevolezza di Maciel».

    Intanto le vittime, l’anno successivo, nel 1998 si recarono dal giudice ecclesiastico a Città del Messico, Antonio Roqueni Ornelas per inoltrare una denuncia formale a Roma, al Sant’Uffizio, tramite l’avvocata rotale Marta Vegan. La denuncia fu presentata direttamente nelle mani di monsignor Gianfranco Girotti che all’ora lavorava con il cardinale Ratzinger.

    Nel frattempo il nunzio Mullor Garcia proprio per avere dato appoggio alle vittime di Maciel subiva all’interno del Vaticano un ostracismo senza pari, persino dai vertici della Segreteria di Stato, fino alla sua totale emarginazione. Prima di morire (per una malattia) l’ex nunzio disse che era contento di avere agito sempre in coscienza e con il Vangelo in mano.

    Il postulatore della causa di beatificazione e poi di canonizzazione, monsignor Slavomir Oder ritiene, invece, che San Giovanni Paolo II non sapesse come stavano le cose. «Non ha coperto mai nessun pedofilo e se avesse saputo che era pedofilo non gli avrebbe dato alcuna copertura. E’ chiaro però che tante cose ora ci sfuggono perchè non essendo stati testimoni presenti dei fatti è difficile fare valutazioni a posteriori. Posso dire che Giovanni Paolo II aveva una esperienza diretta sul discredito che in Polonia, sotto il regime comunista, veniva gettato continuamente sui preti polacchi. I servizi segreti costruivano dossier per accusarli di cose orribili. Wojtyla conosceva che erano accuse false e montate. Finchè quindi non si trattava di una prova evidente e rimaneva un margine di dubbio egli pensava che poteva essere il frutto di una manipolazione ingiusta».

    Una domanda analoga, sebbene stavolta generica, è stata sottoposta recentemente a Papa Francesco dal giornalista spagnolo Jordi Evole in una lunga intervista. Bergoglio ha spiegato che «la verità del Vangelo ha un valore senza tempo, ma gli abusi sessuali all’interno della Chiesa sono giudicati secondo una ermeneutica dell’epoca». Come dire che in questo campo il problema deve essere contestualizzato storicamente. In ogni caso tanti dubbi restano sul terreno.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_papa_wojtyla_giovanni_paolo_ii_maciel_degollado_legionari_vittime_abusi-5234751.html

  • Pedofilia, chiesa di Francia sotto choc per le accuse a padre Finet

    Pedofilia, chiesa di Francia sotto choc per le accuse a padre Finet

    Ventisei donne hanno denunciato comportamenti devianti del sacerdote durante le confessioni

    Chiesa cattolica di Francia ancora sotto choc per i risultati delle indagini sulle azioni compiute da padre Georges Finet, sacerdote morto nel 1990 e che ha accompagnato la mistica Marthe Robin, molto conosciuta in Francia, nella fondazione dei Foyers de Charité.

    Dall’inchiesta, che ha raccolto ben 143 testimonianze risalenti al periodo 1945-1983, sono emerse “azioni gravemente devianti” compiute da padre Finet.

    “Testimonianze concordanti – si legge nella nota dei Foyers – che riguardano il contatto con il corpo, a volte anche sulla pelle, sotto i vestiti e domande invadenti sulla loro sessualità. Questi atti costituivano gravi intrusioni nella vita intima di queste ragazze e giovani donne, causando in loro lesioni psicologiche e spirituali”.

    https://www.unionesarda.it/articolo/news/mondo/2020/05/07/pedofilia-chiesa-di-francia-sotto-choc-per-le-accuse-a-padre-fine-137-1015975.html

  • Pedofilia, condannato a 5 anni l’ex parroco di Lione Bernard Preynat

    Pedofilia, condannato a 5 anni l’ex parroco di Lione Bernard Preynat

    L’accusa aveva chiesto almeno 8 anni per l’ex prete, 75 anni, ritenuto colpevole di abusi su giovani scout tra il 1971 e il 1991. Le vittime avevano tra i 7 e i 15 anni

    E’ stato condannato a cinque di carcere senza condizionale padre Bernard Preynat, l’ex parroco finito alla sbarra a Lione, in Francia, per atti di pedofilia su giovani scout tra il 1971 e il 1991, quando le vittime avevano tra i 7 e i 15 anni.
    L’accusa aveva chiesto di condannare l’ex prete di 75 anni ad almeno otto anni di carcere senza condizionale. Pena “smisurata” secondo il suo legale. La sentenza è stata pronunciata in un tribunale chiuso al pubblico e alla stampa per le nuove disposizioni contro il coronavirus.

    Due mesi fa la confessione davanti ai giudici

    Lo scorso gennaio davanti ai giudici del tribunale l’ex prelato aveva confessato che per 20 anni “succedeva tutti i fine settimana, durante i campi scout, potevano essere quattro o cinque bambini in una settimana”. E aveva aggiunto: “Per me, all’epoca, non si trattava di aggressioni sessuali, ma di carezze, di coccole. Mi sbagliavo. Ciò che me lo ha fatto capire, sono state le accuse delle vittime”.

    https://tg24.sky.it/mondo/2020/03/16/pedofilia-bernard-preynat-condannato.html?fbclid=IwAR0ayk8FBJ4zJi-qm28WTLanxa-fTwDfvgm2oFYHWpzM_8kRd6g3p_BK7EA

  • Papa: accetta dimissioni card. Barbarin

    Papa: accetta dimissioni card. Barbarin

    Era stato assolto in appello da accuse copertura pedofilia

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 6 MAR – Il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Lione (Francia) presentata dal cardinale Philippe Barbarin.
    La Corte d’appello di Lione aveva assolto il cardinale francese dall’accusa di omessa denuncia per le violenze sessuali commesse nei confronti di minori da un ex prete della sua diocesi.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/03/06/papa-accetta-dimissioni-card.-barbarin_b8af8017-3540-4444-b5b3-dbbf8ebfb004.html
     

  • Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    40135 ROMA-ADISTA. Marilène Ghanem e le altre sopravvissute agli abusi di Mansour Labaki, prete maronita incardinato a Beirut e “orco” di bambine e adolescenti, sono ancora lì, a lottare perché sia riconosciuto loro l’onore di donne e di persone, e siano ristabiliti nei loro confronti la giustizia e il pieno diritto a non essere considerate alla stregua di meretrici, come ha lasciato intendere il difensore di Labaki, Antoine Akl, intervenendo telefonicamente durante l’intervista a Ghanem nella trasmissione televisiva, Ana Héik (Sono così, 29/1/20). La loro riabilitazione sociale può venire dal pieno riconoscimento della colpevolezza di Labaki sia all’interno della Chiesa maronita, con la dimissione del prete dallo stato clericale, sia a livello di giustizia civile. Ma, colmo della beffa e della mistificazione, le sopravvissute libanesi il 16 marzo avranno sì modo di comparire davanti ai giudici, ma in un processo intentato (nel maggio 2014) contro di loro da Labaki con l’accusa di complotto ai suoi danni. Adista segue la vicenda dal 2013, n. 34; e poi con i nn. 19/14, 13 e 17/16. Nei nn. 23/16 e 10/19, è Marilène in prima persona a raccontare il dramma della violenza personale e sociale subita e della giustizia negata.

    Eppure il prete maronita, oggi 80enne, è stato riconosciuto «colpevole» dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sezione di Parigi) di «due capi di imputazione, cioè i delitti contra sextum», abusi sessuali, «verso tre minori» e «il crimen sollicitationis durante la confessione di una della vittime». Il Decreto (protocollo n. 648/2011) della Congregazione, datato 23 aprile 2012 (giudizio confermato il 19 giugno 2013), lo ha condannato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo di ritiro deciso dal Vescovo in accordo con la Congregazione» vaticana; alla «privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; alla «interdizione della celebrazione dei sacramenti coram populo, cioè in pubblico», eucarestia in primis; e alla «interdizione di assumere qualsiasi direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche (conferenze, apparizioni alla televisione, celebrazioni…), come di prendere contatto con i media o con le vittime». Il Decreto si chiude con una «precetto penale»: «in caso di grave violazione delle pene summenzionate, gli sarà applicata la “scomunica minore” il tempo necessario alla piena osservanza delle pene». Le autorità ecclesiastiche non hanno mai vegliato sull’applicazione delle pene previste: Labaki le ha in vario modo disattese, fino al punto da intentare causa alle sue vittime, pur non avendone facoltà perché sotto punizione.

    Le amicizie che contano

    La condanna non è tornata a vantaggio delle vittime, anche perché non è mai stata resa pubblica. Labaki, considerato il Marcial Maciel del Libano, in riferimento all’abusatore seriale fondatore dei Legionari di Cristo, è d’altronde un abile manipolatore e non si è fatto mettere con le spalle al muro, facendo leva sulle amicizie autorevoli e potenti di cui gode, a partire dal patriarca maronita card. Béchara Boutros Raï; amicizie anche complici, perché – c’è un “vaso di Pandora” colmo di abusi pronto a scoperchiarsi: il primo che denuncia Labaki, sarà denunciato, sintetizza Ghanem. Il quale Labaki può peraltro contare sul “buon nome” che s’è fatto, e sul lustro ricaduto sulla Chiesa libanese, con opere varie, fra le quali l’istituzione del “Foyer Notre-Dame du Sourire”, in Libano, e, in Francia, del “Foyer Notre-Dame-Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani. Foyer, quest’ultimo, che ha fornito all’orco “materiale” per continuare nel tipo di abusi già perpetrati in Libano (qui, anche su una sua nipote quattordicenne), tanto che è in corso in Francia, dal 2011, un processo che lo vede imputato di pedofilia, accusato da varie sopravvissute francesi. I magistrati francesi, non riuscendo ad ottenere mai la sua presenza al giudizio, hanno anche emesso contro l’orco libanese, nell’aprile 2016, un mandato di cattura internazionale. Senza risultato, bisogna dire.

    Il patriarca libanese sta dalla parte del prete pedofilo

    Secondo il cardinal patriarca Raï sarebbe in atto una «campagna diffamatoria» contro Labaki, e sarebbe dimostrata dal carteggio di circa 2mila e-mail intercorse privatamente tra le autorità ecclesiastiche e le vittime in cerca di giustizia. Tale documentazione è stata letteralmente rubata con l’ausilio di esperti hacker ed è servita al prete abusatore per citare in giudizio per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo avevano condannato (uno dei quali è Luis Ladaria, allora segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e oggi prefetto della stessa), colpevoli, a dire dell’“orco”, di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe, di volta in volta, nientemeno che la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Il “malloppo” di e-mail è stato consegnato, i primi di febbraio del 2016, dal patriarca Raï a papa Francesco «come prova di innocenza di Labaki». Secondo Raï, il prete abusatore sarebbe sotto attacco non per i crimini di pedofilia (il patriarca non ne tiene proprio conto), ma a motivo di una decisione d’autorità non gradita alle persone che l’hanno subita e che perciò avrebbero scatenato la guerra, dando il via, appunto, a una «campagna diffamatoria». Ecco infatti cosa dichiarò l’alto gerarca maronita il 18 marzo 2016, dopo l’incontro con Bergoglio, durante il discorso tenuto nella scuola di San Giuseppe a Aintoura: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche. Tutti i documenti (consegnati al papa, ndr) mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui». Della quale avrebbero evidentemente profittato, per distruggere il “poveruomo”, massoneria internazionale, sionismo e sette sataniche.

    Che in tutta la torbida vicenda papa Francesco sia stato manipolato si desume da un altro episodio: a marzo 2018, l’uscente ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, Antoine Andari, ha scattato una foto del momento in cui Francesco dedicava una copia del suo libro Dio è giovane al prete abusatore, scrivendo: «Al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco».

    Un mezzo mea culpa

    Il processo, nella cui udienza del 16 marzo prossimo verranno interrogate varie sopravvissute libanesi per rispondere all’accusa di associazione a delinquere e falsa testimonianza – accusa rivolta anche contro l’allora monsignore o oggi cardinale Luis Ladaria –, non è praticamente mai iniziato: agli appuntamenti fissati dal tribunale, un paio l’anno dal 2014, l’accusa non si è mai presentata, costringendo il giudice a indicare una nuova data. Sicuramente l’accusa punterà al massimo sulla prova che giudca schiacciante, il carteggio delle e-mail.

    La difesa, invece, produrrà fra le prove una lettera del 2003 scritta a mano e firmata da Mansour Labaki, indirizzata a una donna-vittima, una lettera che è un mea culpa ma dai toni decisamente manipolatori: «Carissima XXXX, consapevole della sofferenza che ancora subisci a causa di un atteggiamento ambiguo che ho avuto verso di te 19 anni fa, quando sei venuta per offrire i tuoi servizi al Foyer di XXXX, vengo a chiedere il tuo perdono per la ferita che ti ho causato, quando ero completamente inconsapevole della portata di infelicità di un gesto che volevo paterno. Il mio carattere orientale esuberante può essersi prestato a confusione. Ma, carissima, eri così dolce, così pura, così bella, così sorridente che pensavo di aver visto in te una santa o addirittura la Beata Vergine. Strigendoti al mio cuore, ero certo di abbracciare una Santa-Teresa che tu rappresentavi per me. Come immaginare uno sbandamento? Non riesco ancora a immaginarlo. Stavo oscurando un fiore, tanto era luminoso il profumo della tua purezza! Ma, ecco, ora capisco che queste azioni ti hanno ferito. Oh! come sono dilaniato. E quando XXXX e XXXX sono venuti a chiedermi spiegazioni, diedi loro in coscienza la mia versione delle cose. Il che ha potuto far loro pensare che tu stessi mentendo. No mia cara! Non stavi mentendo. Stavi soffrendo. Ma ero ingenuo e in buona fede. Sono quindi responsabile del male che hai provato e che continui a vivere. Davanti a Dio e davanti a te, chiedo perdono e, dimmi, come vuoi che ripari? Spiritualmente, dirò molte messe e preghiere per te affinché tu possa trovare la pace del cuore, e per me affinché io comprenda e mi converta».

    Per anni e con tutti i ricorsi possibili e immaginabili a vescovi e al Vaticano, le vittime lottano perché sia resa loro giustizia e perché l’opinione pubblica sia resa consapevole della cultura della predazione che vige invitta nel loro Paese (e non solo). Per questo chiedono, fra l’altro, che Labaki sia dimesso dallo stato clericale e che sia pubblicizzato il provvedimento, e che si indaghi sulle autorità ecclesiastiche che hanno coperto i suoi crimini, a partire dai vescovi di Beirut che si sono succeduti negli anni.

    https://www.adista.it/articolo/62887

  • PEDOFILIA ECCLESIASTICA: IL CASO DEL CARDINALE BARBARIN – QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

    PEDOFILIA ECCLESIASTICA: IL CASO DEL CARDINALE BARBARIN – QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA

    con un commento di padre pierre vignon alla sentenza della corte d’appello di lione del 30 gennaio 2020 che assolve il cardinal philippe xavier ignace barbarin dal reato di omessa denuncia. [PUBBLICATO SU “NONMOLLARE N. 57 DI LUNEDI’ 3 FEBBRAIO 2020]

    di emanuela provera

    Dopo aver ricevuto la notizia della sua condanna a sei mesi di carcere il 7 marzo del 2019, il cardinale Philippe Barbarin annunciò che avrebbe fatto ricorso avanti la Corte di Appello di Lione.

    Gli accadimenti che coinvolgono i protagonisti di questa drammatica vicenda hanno avuto una importante eco mediatica, tanto da essere raccontati nel film di François Ozon intitolato Grazie a Dio, uscito in Italia il 17 ottobre 2019.

    La vicenda processuale è complessa perché coinvolge più persone e più fatti, e si fondata su due chiari addebiti mossi al cardinale Barbarin: non avere prevenuto, come avrebbe potuto, gli abusi nei confronti dei minori, e non avere denunciato gli abusi nei confronti dei minori, di cui sarebbe stato a conoscenza.

    All’udienza del 30 gennaio scorso la Corte d’Appello di Lione ha assolto il cardinale Barbarin confermando che era a conoscenza dei fatti, ma stabilendo la prescrizione per il reato di omessa denuncia, a differenza di quanto invece aveva sostenuto in primo grado.

    La sentenza che assolve Barbarin probabilmente non chiude il procedimento giudiziario che proseguirà in Corte di Cassazione, come annunciato da François Devaux, presidente dell’associazione “La Parole Libérée”.

    Senza sminuire la valenza delle reazioni umane che provengono dalle vittime, con le quali ho rapporti costanti e alle quali mi sento sensibilmente più vicina, ho posto la mia maggiore attenzione ai contenuti tecnici della sentenza interpellando padre Pierre Vignon, che in queste ore ha dato la sua disponibilità a fornire un commento. Vignon è prete diocesano da quaranta anni, ha studiato a Friburgo (Svizzera), Roma (Gregoriana) e Parigi (Istituto cattolico). È stato giudice ecclesiastico al tribunale regionale di Lione. L’incarico gli fu revocato proprio dal cardinale Barbarin allorché si delinearono le responsabilità del cardinale quanto alla copertura dei crimini di Bernard Preynat. Ha pubblicato libri su abusi e derive settarie. È diventato famoso in Francia come “lanceur d’alerte”.

    Secondo Vignon il passaggio decisivo della sentenza («che pone un problema»” mi ha riferito) è a pagina 36:

    Si ce délai, comme le délai encore plus important de cinq années qui s’était écoulé entre l’entretien de mars 2010 et la mise à l’écart de Bernard PREYNAT par le Cardinal BARBARIN de toute activité impliquant des contacts avec des enfants est sérieusement contestable sur le plan moral, cette circonstance est sans effet sur l’existence de l’infraction litigieuse.

    [«Se questo ritardo ad agire, come il ritardo ancora più lungo di cinque anni intercorso tra l’incontro del marzo 2010 e l’allontanamento di Bernard Preynat da parte del cardinale Barbarin da qualsiasi attività che implicasse dei contatti con dei bambini è seriamente contestabile a livello morale, questa circostanza è senza conseguenze sull’esistenza dell’infrazione oggetto del contenzioso».]

    Prosegue Vignon: «Il Tribunale, dall’estratto della sentenza a pagina 36, riconosce che il tempo impiegato dal cardinale per agire nel caso Preynat è seriamente contestabile sul piano morale, ma non sul piano legale. Dal momento che le vittime adulte gli rivelarono che i problemi avuti da bambini con Preynat non li mettevano al tempo in pericolo, il cardinale non aveva l’obbligo di denunciarli alla giustizia. Questo ragionamento giuridico non parla del dovere che incombe al superiore di Bernard Preynat di proteggere i bambini in generale affidandogli nuove responsabilità pastorali. In più, dietro a questo giudizio c’è un problema di società in generale: di fronte al flagello degli abusi sessuali, fino a quale grado la legge deve incoraggiare la denuncia? Due scuole legali ormai si scontrano. Quella che vuole limitare la trasparenza e quella che vuole promuoverla. L’atteggiamento del cardinale Barbarin, di cui si parla già da più di quattro anni, continuerà a far parlare ancora di sé per parecchi anni, fino a quando la Corte di Cassazione e in seguito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronunceranno».

    QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA BARBARIN
    https://critlib.it/2020/02/03/pedofilia-ecclesiastica-il-caso-del-cardinale-barbarin-qui-il-testo-integrale-della-sentenza/

  • Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Cardinal Barbarin assolto in Appello: l’arcivescovo di Lione “non coprì il prete pedofilo Preynat”. Restano però le dimissioni inviate al Papa

    Il Cardinal Philippe Barbarin è stato assolto da ogni accusa in Appello dopo la condanna di primo grado presso la Procura di Francia: l’Arcivescovo di Lione era stato accusato di aver coperto gli abusi sessuali su minori di un ex prete pedofilo, Bernard Preynat (destituito dallo stato clericale l’estate scorsa). Il prelato si è sempre definito innocente, spiegando che il suo unico giudice è Dio, ma l’opinione pubblica in Francia da tempo ne chiedeva le dimissioni perché lo considerava, anche prima della sentenza di Primo Grado, colpevole per aver coperto gli abusi del suo ex sacerdote nella Diocesi di Lione: 6 mesi con la condizionale per «omessa denuncia» prese ormai all’inizio del 2019, oggi però in Appello la sentenza è stata del tutto ribaltata. «Non ho mai – ripeto: mai – cercato di nascondere né tantomeno di coprire questi fatti orribili», si è sempre difeso Barbarin che nel 2015 sospese e rimosse Preynat da ogni incarico dopo aver ricevuto le prime denunce nel 2014 (secondo l’accusa). Il procuratore generale di Lione ha osservato nella sua requisitoria che «le vittime, divenute adulte, potevano presentare loro stesse denuncia alle autorità e bisognava distinguere le responsabilità morali e penali della Chiesa come istituzione dal caso individuale di Barbarin, considerato che i fatti erano avvenuti decenni prima che fosse nominato arcivescovo».

    CARDINAL BARBARIN CONFERMA LE SUE DIMISSIONI

    Ora che però la sentenza lo assolve da ogni colpa, il Cardinal Barbarin che lo scorso 19 marzo si era già dimesso da Arcivescovo di Lione per le pressioni fortissime giunte sulla sua missione di pastore della Diocesi (ma che erano state rifiutate da Papa Francesco) ha deciso di rinnovare la sua scelta, ripresentando le dimissioni al Vaticano. «Questa sentenza permette di voltare pagina. Rimetterò di nuovo il mio incarico di arcivescovo di Lione nelle mani del Santo Padre. Naturalmente, se il Santo Padre desidera vedermi, andrò a Roma. A marzo aveva respinto le mie dimissioni, accettando che mi ritirassi per la durata del processo. Ora posso serenamente rinnovare la mia domanda. I miei pensieri vanno alle vittime. Continuerò a pregare per loro e le loro famiglie, ogni giorno», ha spiegato ai cronisti il Cardinal Philippe Barbarin, in attesa di una nuova decisione della Santa Sede circa le sue dimissioni. In una nota in serata della Sala Stampa Vaticana, il portavoce di Papa Francesco Matteo Bruni fa sapere «La Santa Sede ha appreso la notizia della sentenza della Corte d’Appello di Lione nei confronti del Cardinale Philippe Barbarin e della decisione di Sua Eminenza di rimettere nuovamente il suo mandato nelle mani di Papa Francesco». Lo stesso portavoce conclude poi come «Unitamente alla Conferenza episcopale francese, la Santa Sede riafferma la propria vicinanza a tutte le vittime di abusi, nella loro sofferenza, e alle loro famiglie e comunità, ed è al fianco della Chiesa di Lione, duramente provata. Il Santo Padre, che continua a seguire da vicino lo svolgimento di queste dolorose vicende, comunicherà la propria decisione a tempo debito».

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

  • Il cardinale Barbarin assolto in appello, non coprì pedofili ma le vittime vogliono ricorrere alla Corte Suprema

    Il cardinale Barbarin assolto in appello, non coprì pedofili ma le vittime vogliono ricorrere alla Corte Suprema

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il cardinale era stato condannato in primo grado a 6 mesi di prigione per avere coperto un prete pedofilo, ma in secondo grado l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin è stato assolto. Il processo che si è svolto in questi mesi è stato molto seguito dalla stampa e dall’opinione pubblica francese. Era la prima volta che in Francia un cardinale si trovava sul banco degli imputati con una accusa tanto grave.

    Al centro della vicenda ci sono gli abusi su un ragazzino di 15 anni da parte di un sacerdote di Lione, la diocesi amministrata da Barbarin. Sullo sfondo di questo processo, invece, le responsabilità del sistema vaticano che fino a poco tempo fa era ben poco sensibile alla collaborazione con le autorità civili e piuttosto orientato a risolvere lo scandalo senza troppi clamori, spesso spostando il prete pedofilo da una parrocchia ad un’altra. Una tendenza che, almeno fino a una ventina di anni fa, è stata suggerita in curia su esplicita indicazione di Roma come testimonia anche una vecchia lettera di un cardinale (Castrillon Hoyos) che si compiaceva con un vescovo per non avere ceduto alle pressioni della polizia e avere tutelato il sacerdote.

    Barbarin in questi mesi si è sempre detto estraneo e ha rigettato ogni accusa. Il cardinale era comparso il 28 novembre davanti alla Corte d’appello di Lione presentando ricorso contro la condanna pronunciata dal Tribunale penale di Lione il 7 marzo 2019. «Non ho mai, ripeto mai, cercato di nascondere nulla, tantomeno questi fatti orribili», si era difeso Barbarin davanti al giudice, in occasione della prima udienza. Dopo la condanna Barbarin fu ricevuto da Papa Francesco, dove andò per presentargli le dimissioni che però non furono accolte. «Per tutti vale la presunzione di innocenza». Nel frattempo Barbain lasciava la guida della diocesi e al suo posto veniva nominato un amministratore, monsignor Michel Dubost. Ma la battaglia giudiziaria andrà avanti, visto che le associazioni che difendono le le vittime si sono dette pronte a ricorrere alla Corte Suprema.

    Il prete pedofilo, Bernard Preynat, ridotto allo stato laicale, è stato riconosciuto dalle autorità francesi colpevole di avere abusato ragazzi di età compresa tra i 7 e i 15 anni. Il verdetto definitivo sarà emesso il 16 marzo.

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