Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Il promotore della giustizia Vaticana Alessandro Diddi avvierà nuove indagini in relazione alla scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta a Roma nel giugno del 1983.

    In base a quanto si apprende l’iniziativa è legata ad una serie di istanze presentate in passato da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela.

    “Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati”, dice la legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, commentando con l’ANSA la notizia della riapertura delle indagini vaticane.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/01/09/caso-orlandi-il-vaticano-avvia-nuove-indagini_6fe41984-644f-4df2-b5fb-23ae9fcef203.html

  • Benedetto XVI, Pietro Orlandi: “Mai una parola su Emanuela”

    Benedetto XVI, Pietro Orlandi: “Mai una parola su Emanuela”

    La morte del Papa emerito Benedetto XVI non cancella il senso di amarezza nella famiglia di Emanuela Orlandi, la figlia del commesso vaticano scomparsa nel nulla il 22 giugno del 1983. “Per chi muore c’è sempre rispetto – premette all’Adnkronos Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che da allora non ha mai smesso di cercare la verità sulla scomparsa della sorella -.

    Ma io continuo a pensare che Ratzinger fosse a conoscenza dei fatti visto che all’epoca era pressappoco il braccio destro di Wojtyla. Eppure, non ha mai detto una parola di solidarietà su Emanuela, nonostante i tanti nostri appelli. Non ci ha mai ricevuto, in questa vicenda è stato un po’ pilatesco, nel senso che se ne è lavato le mani, io non sono mai riuscito ad avvicinarlo. Chissà che magari non abbia lasciato due righe per la famiglia, che arrivassero all’improvviso. Non si sa mai, magari”.

    Pietro Orlandi ritorna al giugno 2008, cadevano i venticinque anni dalla scomparsa di Emanuela: “Mia mamma andò dall’allora segretaria di Ratzinger, che abitava davanti a casa sua, per chiederle se Ratzinger poteva rivolgere una preghiera per Emanuela all’Angelus del 25 giugno. Quella domenica, in piazza San Pietro, aspettammo di sentire una parola su Emanuela: nulla.

    Mamma non si diede per vinta e incontrò di nuovo la segretaria di Ratzinger che le riferì che, alla richiesta, il Santo Padre aveva allargato le braccia dicendo che doveva chiedere. Era chiaro che si trattava di un no. Tempo dopo lessi la lettera nella quale la segreteria di Stato consigliava al Papa di non intervenire perché l’opinione pubblica avrebbe pensato che anche il Santo Padre nutrisse dubbi sulla vicenda o che la pensasse come me. Io chiedevo sempre un gesto di coraggio, non è mai arrivato”.

  • Abusati dal prete: segnalazioni già 12 mesi fa

    Abusati dal prete: segnalazioni già 12 mesi fa

    Non un caso isolato. “Rete l’abuso” – l’associazione che raccoglie e ’scheda’ le denunce delle vittime dei sacerdoti accusati di pedofilia – avrebbe ricevuto diverse segnalazioni con al centro il sacerdote sottoposto a processo canonico e rimosso la scorsa settimana dalla parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto.

    La prima arrivata e verificata circa dodici mesi fa, ha preceduto di poco quella inoltrata all’associazione dai due fratelli. Nel loro caso si tratterebbero di fatti che vanno indietro nel tempo oltre 25 anni, quando il sacerdote era parroco in Santo Stefano nel quartiere di Porta a Lucca. Ma è a seguito di quella prima e precedente segnalazione – non rimbalzata sulle cronache – che il nome (foto compresa) del monsignore 73enne era stato già inserito nel database on line della Rete, visibile da tutti.

    Dopo l’ultimo caso, diventato pubblico venerdì scorso, però i contatti con l’associazione sono aumentati. Altri episodi sarebbero arrivati sul ’tavolo’ della “Rete”. Altre persone che, così sembra, avrebbero subito lo stesso genere di abuso, anche in periodi diversi, dal sacerdote. Denunce, queste, tra le quali andrà ovviamente fatta una scrematura per capire quali siano realmente circostanziate e quali, invece, scattate sull’onda emotiva degli ultimissimi giorni. E se “Rete l’abuso” ribadisce di essere a disposizione incoraggiando le altre presunte vittime a non aver paura (“Scriveteci!), un altro soggetto avrebbe contattato direttamente i due fratelli, per offrire non solo solidarietà ma anche testimonianza diretta.

    Episodi sepolti magari per decenni che ora riemergono. Ad aver fatto venire alla luce l’abuso è stato, per i due fratelli, un lungo percorso di psicoterapia. Così sono riusciti, a distanza di anni, a trovare la forza per denunciare. Il ’loro’ caso è giunto di fronte al tribunale ecclesiastico ad aprile. Tribunale che avrebbe poi appurato la veridicità delle accuse anche a seguito delle ammissioni dello stesso sacerdote. “Un momento di debolezza”, un “cedimento” che ha visto i due fratelli entrambi vittime e protagonisti in qualcosa di più grande di loro.

    “A nome mio e della Chiesa pisana – queste le parole dell’arcivescovo Benotto (nella foto), nell’annunciare la sospensione del sacerdote dalle facoltà inerenti al suo ministero fino al termine del processo canonico – chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti soffrono per lo scandalo che oscura il volto della Chiesa. Domando a tutti di pregare il Signore perché non venga meno la fede in chi è stato offeso e perché si rinnovi in tutti un autentico cammino di conversione”.

    E adesso? I due fratelli potrebbero intentare causa civile — la prescrizione in questo caso, a differenza del penale, parte dal momento della presa di coscienza della molestia subita — per chiedere un risarcimento al sacerdote (che attualmente si trova ospite di un parente in un quartiere lontano da entrambe le parrocchie) e alla Diocesi. Alla Procura di Pisa al momento non sarebbe arrivata, ad oggi, alcuna notizia di reato. Un’inchiesta che, con tutta probabilità, non potrà che essere archiviata visto che il fatto sarebbe accaduto quando i due avevano 9 e 13 anni.

    (foto di copertina: parrocchia di Santa Maria Madre della chiesa (foto Del Punta per Valtriani)

  • Le vittime del parroco, l’ipnosi svela gli abusi sessuali

    Le vittime del parroco, l’ipnosi svela gli abusi sessuali

    Pisa, 18 settembre 2022 – Un’esperienza traumatica, rimossa e sepolta per anni nei meandri del subconscio. Ma riaffiorata solo la scorsa primavera, quando uno dei due fratelli (e in seguito anche l’altro), nell’affrontare un percorso di psicoterapia, viene sottoposto a sedute di ipnosi regressiva che riportano la sua mente indietro nel tempo, alla fine degli anni Novanta quando entrambi frequentavano – con tutta la famiglia, con gioia e assiduità – la parrocchia pisana di Santo Stefano extra moenia, nel quartiere di Porta a Lucca, zona residenziale di ville e villette liberty, tra la Torre pendente e l’Arena Garibaldi. Qui il monsignore che i due bimbi di allora (avevano 10 e 13 anni, oggi sono uomini) accusano di abusi sessuali, ha trascorso molti anni. Prima come cappellano poi come parroco (fino al 2002), periodo interrotto soltanto da una breve parentesi in una frazione di periferia.

    Ed è qui che 25 anni fa si sarebbe consumato quello che il sacerdote stesso, nel faccia a faccia con l’arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto, a cui ha rassegnato le dimissioni, avrebbe ammesso esser stato “un momento di debolezza”. Non sarebbe un caso isolato. Il condizionale è d’obbligo, in attesa dei riscontri preliminari da parte della giustizia vaticana, ma c’è già un’altra presunta vittima che si sarebbe fatta avanti, contattando i due fratelli e trovando la forza di raccontar loro di aver ricevuto analoghe attenzioni morbose da parte del ‘don’.

    Intanto a Pisa c’è un’intera comunità di fedeli sotto choc. È un autentico tsunami quello che ha travolto tutti – i fedeli di oggi e quelli che nel periodo in cui i due fratelli sarebbero stati molestati frequentavano la parrocchia, tra catechismo e campi estivi –, una notizia impossibile da digerire.

    “A nome mio e della Chiesa pisana – così l’arcivescovo Benotto, nell’annunciare la sospensione del sacerdote dalle facoltà inerenti al suo ministero fino al termine del processo canonico, iniziato a fine aprile appena ricevuta la denuncia – chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti soffrono per lo scandalo che oscura il volto della Chiesa”.

    E sul foglio parrocchiale ‘Incontri’ distribuito ogni settimana in chiesa, don Carlo e don Federico, i due parroci succeduti al prete accusato di pedofilia, citano le parole del Salmo 85, misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace di baceranno: “Preghiamo per tutti coloro che sono stati vittima di abusi e domandiamo al Signore che in tutti noi si rinnovi un autentico cammino di conversione”. luigi gabriellini

  • Caso Orlandi, la lettera segreta di Andreotti: così Don Vergari chiese aiuto per il presunto boss della Magliana

    Caso Orlandi, la lettera segreta di Andreotti: così Don Vergari chiese aiuto per il presunto boss della Magliana

    Emergono scambi epistolari tra Giulio Andreotti e Don Vergari. Ed escono fuori i movimenti di Andreotti, a fine anni ’80, per la famiglia De Pedis. Ovvero dell’uomo indicato da pentiti e poliziotti come boss della Banda della Magliana, anche se non è mai stato condannato.

    Nel 1989 il Divo Giulio era a capo del governo italiano. In quell’anno il rettore della Basilica di Sant’Apollinare Don Vergari gli scrisse per chiedergli un favore per il fratello di Enrico De Pedis, alias Renatino.

    Ovvero Marco De Pedis. «La sera del 18 agosto sono intervenuti nel ristorante per un controllo gli agenti di polizia, stilando un verbale, perché Jean e Taddeo, avevano il certificato di robusta e sana costituzione fisica fatto nella Caritas e secondo gli agenti non era sufficiente. Marco De Pedis, proprietario del locale, avrà dei problemi per questo».

    Il prete e il premier

    E ancora: «La pratica è presso il commissariato di Trastevere. Non mi sembra giusto infierire e far avere dei dispiaceri a Marco De Pedis». Questo scrive Don Vergari ad Andreotti in una lettera datata 29 agosto del 1989. A riportarlo è Repubblica che è venuta in possesso dei fogli.

    REPUBBLICA | Lettere tra Andreotti e Don Vergari

  • Pedofilia – Marist Brothers ha nominato preside della scuola di Melbourne nel 1980, ha detto il tribunale

    Pedofilia – Marist Brothers ha nominato preside della scuola di Melbourne nel 1980, ha detto il tribunale

    Un ordine cattolico ha preso la decisione “impensabile” di nominare un noto molestatore di minori come preside di una delle sue scuole di Melbourne , permettendogli di molestare i ragazzi nel suo ufficio senza controllo su “base regolare”, ha sentito un tribunale.

    I Marist Brothers sono stati citati in giudizio per gli abusi subiti da una serie di ragazzi all’Immaculate Heart College di Preston negli anni ’80 da Gregory Vincent Coffey, il primo preside laico della scuola ed ex fratello cattolico.

    I Marist Brothers stanno difendendo il caso, contestando la portata della conoscenza dell’ordine su Coffey prima della sua nomina.

    Venerdì la corte suprema del Victoria ha ascoltato accuse scioccanti sulla portata della conoscenza dell’ordine degli abusi sui bambini da parte di Coffey prima di assumerlo, prima come insegnante nei primi anni ’70 e poi come preside nel 1980.

    Coffey, ora morto, iniziò a lavorare come insegnante laico all’Immaculate Heart nel 1972, arrivando poche settimane dopo essersi dichiarato colpevole di aver abusato di un ragazzo come fratello cattolico con i Salesiani in una scuola a Port Pirie, nell’Australia meridionale, che ha portato a una condanna e una pena detentiva con sospensione della pena di due anni.

    I più alti ranghi dei Salesiani erano a conoscenza della sua condanna, il tribunale ha ascoltato, con il capo dell’ordine che ha fornito prove in un procedimento penale per conto di Coffey, mentre l’ordine era a conoscenza anche di altre denunce per i suoi abusi sui ragazzi a Rupertswood, un’altra scuola salesiana a Sunbury, Victoria.

    I Marist Brothers sapevano anche “abbastanza su di lui per sapere che era un rischio per i bambini piccoli” quando hanno assunto per la prima volta Coffey come insegnante nel 1972, ha sentito la corte. Prima di essere condannato nel 1972, lo stesso Coffey disse a uno psichiatra che l’ordine marista “sapeva” degli abusi di Port Pirie quando lo assunse.

    “Non ci sono prove che [i Marist Brothers] abbiano fatto qualcosa in relazione a questo”, ha detto alla corte David Campbell SC, agendo per conto di due ragazzi maltrattati.

    Otto anni dopo, i Marist Brothers promossero Coffey a preside.

    “Per elevarlo [a] status di preside in seguito … era solo qualcosa che era impensabile”, ha detto Campbell. “Perché allora era lui il supervisore, non il sorvegliato.”

    La corte ha sentito che uno dei fratelli cattolici che ha fornito un “riferimento brillante” a sostegno della domanda di Coffey come preside della scuola aveva ricevuto direttamente denunce da ragazzi abusati da lui. Il riferimento è stato “senza dubbio determinante” per ottenere il lavoro, ha sentito la corte.

    Una volta in ufficio, Coffey ha usato la sua autorità per facilitare i suoi abusi sui bambini senza controllo, è stato detto alla corte.

    Ha costruito una porta in più per il suo ufficio, permettendo ai bambini che ha portato dentro di andarsene senza essere visti senza dover passare un ufficio amministrativo.

    “Molti di loro hanno raccontato di essere stati angosciati, piangendo, quando hanno lasciato l’ufficio, quindi questo dispositivo significava che nessuno era in grado di valutare il fatto che c’erano bambini in difficoltà che lasciavano il suo ufficio su base regolare”.

    “Certo, questa è una circostanza che potrebbe essere capitata da qualcuno che è stato messo in una posizione di autorità assoluta”.

    Il processo coinvolge due querelanti, entrambi rappresentati da Ken Cush e Associates, che sono stati maltrattati da Coffey da ragazzi.

    La corte venerdì ha ascoltato prove strazianti sugli abusi di uno dei querelanti che è stato ripetutamente chiamato nell’ufficio del preside da ragazzo in età prepuberale.

    Nella prima occasione gli furono fatte domande esplicite e picchiato con un righello di metallo quando non poteva fornire risposte. Sul secondo, è stato costretto a esporsi a Coffey mentre piangeva per l’angoscia.

    Coffey gli avrebbe detto: “Asciugati gli occhi e torna in classe”.

    L’abuso è continuato per diversi anni fino a quando il ragazzo, incapace di sopportarlo, ha rifiutato.

    “Ha detto: ‘No, non mi lascio cadere i pantaloni’”, ha detto Campbell alla corte. “Coffey poi dice: ‘Beh, se non fai quello che ti dico, verrai espulso e ti metterai nei guai con i tuoi genitori’”.

    “Quindi l’attore ha reagito… è un peccato che l’abbia mancato, ma gli ha lanciato un dispenser di nastro adesivo e gli ha detto senza mezzi termini – parole sue non mie – ‘vaffanculo’”.

    La corte ha sentito che gli abusi hanno devastato la vita del ragazzo. “È uscito dai binari” e ha iniziato a usare droghe e alcol, litigando e lottando a scuola. L’abuso ha fratturato la sua vita con la sua famiglia, la corte ha sentito, e presto si è trasferito e ha iniziato a guidare un camion a lungo raggio in modo da poter essere solo.

    La corte ha sentito che sua madre chiedeva spesso: “Cosa ho mai fatto di così sbagliato da perdere il mio bambino felice?”

    Il processo prosegue davanti alla giustizia Jacinta Forbes.

    https://www.theguardian.com/australia-news/2022/may/14/marist-brothers-appointed-known-child-abuser-as-principal-of-melbourne-school-in-1980-court-told

  • A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    Federica Tourn – Sono ottanta i casi di abuso accertati fino ad ora dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone, in un arco di tempo che va dal 1945/50 fino agli anni ’90. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. Lo attesta il report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che la Chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile don Gottfried Ugolini.

    Nel periodo successivo si registrano “soltanto” tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi whatsapp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia risolta – precisa Ugolini –  ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».

    La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima a dotarsi di uno sportello per le vittime di pedofilia nella Chiesa già nel 2010 e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sul lavoro e i dati raccolti dai Servizi diocesani e dai centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del cardinale Zuppi.

    In pratica, come funziona in Alto Adige? Chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail alla responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non apertamente riconducibile alla Chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla Procura – anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent’anni fa». Inoltre, un gruppo di esperti religiosi e laici affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici.

    Nel 2021, il salto di qualità: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un’indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «molti superiori hanno detto che avevano già risolto i casi interni risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. «Sulla prevenzione sono tutti d’accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti», aggiunge Ugolini fuori dai denti.

    Lintner e Ugolini sono anche fra i redattori di una mozione  approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano, che prevede l’istituzione di una commissione indipendente che indagherà sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un’iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la Chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza, senza contare che il no del vescovo a un’indagine interna, a gennaio, è coincisa con la denuncia del coinvolgimento di Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, che ha più volte proposto senza successo a monsignor Muser di costituire un gruppo consultivo delle vittime. «Chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all’interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano», sottolinea Hochgruber.

    La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che  mi era successo – racconta Ulrike (nome di fantasia) – e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una “normalità” su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma – dice – avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria». A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa – precisa il vicario generale Eugen Runggaldier – Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere».

    Una preoccupazione che non deve aver pesato sulla coscienza dei superiori delle congregazioni religiose che hanno osteggiato l’indagine interna, o nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l’accusa di aver stuprato una bambina dai 9 ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un’assoluzione in primo grado, il prete fu condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prosciolto in Cassazione nel 2009 per prescrizione del fatto. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull’accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò. Monsignor Muser non commenta e ribadisce soltanto di essere «convinto del’innocenza di don Giorgio Carli». Oggi don Giorgio è incaricato per la pastorale di lingua italiana nell’Alta val d’Isarco e si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno.

    Sullo sfondo imponente delle Dolomiti, grossi crocefissi di legno troneggiano lungo le strade, in mezzo ai grandi prati verdi pettinati con cura e persino nelle trattorie, segno tangibile del peso che il cattolicesimo esercita su queste zone. Una presenza caratterizzata però anche da ambiguità e colpevoli silenzi. L’ultimo, emerso di recente, riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, colpevole di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e – soprattutto – delle restrizioni a non lavorare con i minori. Restrizioni che sono sempre state ignorate, perché non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi ma stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, ne erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori o alle parrocchie a cui padre Timothy era stato assegnato», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell’ordine: sulla lista c’era anche padre Timothy. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c’era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano – commenta il vescovo Muser – Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried Ugolini». Nell’agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall’incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X – per una curiosa coincidenza, la stessa di don Carli – e da allora non si sa più nulla di lui.

    Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l’impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall’iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica – o di aufarbeiten, di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo. «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner.

    Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio e una terza proposta di indagine interna, che mira a capire se la Chiesa abbia risposto adeguatamente ai bisogni delle vittime, sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. «Per ora abbiamo soltanto una traccia – avverte il vicario generale – ma manca ancora la parte, fondamentale, della prevenzione». Non è l’unico limite: basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l’inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. La punta dell’iceberg delle vittime sarà dunque appena scalfita, con buona pace dei sommersi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • la scuola cattolica

    la scuola cattolica

    Tra il 29 e il 30 settembre del 1975 avviene l’efferato delitto del Circeo. I responsabili sono ex studenti di una scuola privata frequentata dalla migliore borghesia romana.

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    Roma, 1975. Edoardo frequenta un istituto scolastico maschile privato di stampo cattolico, l’Istituto San Luigi nel quartiere “bene” Parioli. Tra i suoi compagni c’è il timido e remissivo Salvatore Izzo, fratello del più smaliziato Angelo; ci sono poi l’intelligentissimo Carlo Arbus, figlio di un professore di logica matematica all’università, il quale desidera conseguire il diploma con un anno d’anticipo, stufo dell’ambiente del liceo; “Pik” Martirolo, ragazzo problematico figlio una bellissima ex-attrice; Gioacchino Rummo, figlio di una numerosa famiglia dalla religiosità prossima al bigottismo.

    Attorno a loro gravitano altri personaggi come Gianni Guido, amico fraterno di Angelo e il cui padre Raffaele è particolarmente esigente e violento, e altri ragazzi e ragazze che vivono come loro la tarda adolescenza. Edoardo li osserva attentamente mantenendo un atteggiamento quasi sempre super partes e si rende conto che la rigida morale impartita a scuola fa emergere le molte contraddizioni della loro piccola comunità, in cui il più debole viene sempre sottomesso dal più forte e qualsiasi ambizione, fantasia o impulso di ribellione viene prontamente represso in ambito scolastico e/o familiare.

    Nei primi mesi dell’anno, Edoardo e i suoi amici affrontano i consueti problemi della loro età, come il disastroso approccio con le ragazze; man mano, tuttavia, iniziano situazioni sempre più morbose. Arbus, ad esempio, riesce a conseguire il diploma ma subito dopo suo padre fugge dopo essersi dichiarato omosessuale; Pik scopre che la madre intrattiene una relazione sessuale col suo compagno di scuola Stefano Jervi; la famiglia Rummo perde in tragiche circostanze la figlia più piccola, evento che segna tutti a vita; Angelo sospetta una latente omosessualità di Salvatore e lo provoca di continuo, arrivando perfino a molestare alcune ragazze. Edoardo viene invitato alla riunione di una setta satanica formata dai suoi compagni e amici e ne resta al tempo stesso affascinato e impaurito.

    Tutto questo va avanti fino a quando Angelo e Gianni non adescano due bellissime ragazze, la diciassettenne Donatella Colasanti e la diciannovenne Rosaria Lopez, portandole in una villa al Circeo con la scusa che arriverà il loro amico Carlo. Qui le violentano e massacrano per giorni in compagnia del loro amico Andrea Ghira. Rosaria muore durante le violenze subite dai ragazzi, mentre Donatella, fingendosi morta, riesce a sopravvivere. Verrà ritrovata viva, arrotolata in sacchi di plastica, nel portabagagli della Fiat 127 di Gianni, sdraiata sopra al cadavere di Rosaria Lopez.

    Angelo, Gianni e Andrea vengono catturati e incarcerati ma il delitto sconvolge l’intera scuola e porta Edoardo a riflettere sul fatto che, in qualche modo, l’ipocrisia della morale cattolica abbia causato quello e tutti gli altri drammi. Al termine della storia, le didascalie spiegano che Angelo Izzo, liberato nel 2005, ha poi ucciso altre due donne; Gianni Guido nel 2009 è stato rimesso in libertà dopo un’evasione; Andrea, riuscito a fuggire, è morto latitante nel 1994; Donatella è morta a soli 47 anni nel 2005. Dopo il processo per il Massacro del Circeo, nell’opinione pubblica si apre il dibattito sullo stupro che nel 1994 da reato contro la morale pubblica diventa reato contro la persona.

    https://it.wikipedia.org/wiki/La_scuola_cattolica_(film)

  • Frate André Gouzes accusato di stupro di un minore

    Frate André Gouzes accusato di stupro di un minore

    Il frate domenicano André Gouzes, famoso nella comunità cattolica per i suoi canti liturgici e per la sua azione a favore dell’abbazia di Sylvanès (Aveyron), è accusato di aver violentato un minore, secondo le informazioni rivelate da La Croix venerdì 6 maggio. “Un’indagine è in corso a seguito della denuncia fatta dai dominicani nell’autunno del 2021”, ha detto al quotidiano il pubblico ministero di Rodez.

    I fatti sarebbero stati commessi alla fine degli anni 2000, su un ragazzo che ora ha 22 anni. Secondo la testimonianza della madre della vittima, raccolta da La Croix, il giovane è stato violentato tra i 4 ei 6 anni dal fratello domenicano, allora sessantenne (oggi ne compie 78), oggi, ndr). Il monaco avrebbe costretto il ragazzo a fargli sesso orale. La vittima non ha rivelato queste ripetute aggressioni sessuali a sua madre fino al settembre 2021. Gravemente malato, il fratello André Gouzes ha lasciato l’Abbazia di Sylvanès nel 2018.

    I domenicani cercano altre testimonianze

    Due giorni prima di queste rivelazioni a La Croix, i domenicani della provincia di Tolosa avevano emesso un comunicato in cui citavano fratelli che ”  sono stati accusati di gravi atti di natura sessuale contro minori, fatti purtroppo confermati  “, scrivono. Questo testo, firmato da Fr. Olivier de Saint-Martin, Provinciale dei Domenicani di Tolosa, e Antoine Garapon, Presidente della Commissione Indipendente di Riconoscimento e Riparazione (CRR), organismo creato in CORREF dopo la pubblicazione del rapporto Ciase, non menzionare qualsiasi nome ma lancia un appello per trovare possibili altre vittime o testimonianze:“per una sollecitudine di protezione, giustizia e verità nei confronti di persone che hanno frequentato i conventi della provincia (Bordeaux, Tolosa, Montpellier, Marsiglia, Sainte-Baume e Nizza) o luoghi comuni di apostolato (in particolare Notre-Dame de Boscodon, Fanjeaux e Sylvanès), è nostro dovere fare in modo che non ci siano altre vittime”.

    I domenicani chiedono a tutte le persone ”  a conoscenza di atti riprovevoli commessi da un frate domenicano della provincia di Tolosa” di farsi avanti tramite due indirizzi email: sos.abus@dominicains.com ), o direttamente al CRR ( victim@crr .contact ).

    https://www.famillechretienne.fr/38309/article/le-frere-andre-gouzes-accuse-de-viol-sur-mineur

  • Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, 5 maggio 2022 – «Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo”. Con queste parole, nel 2020, una donna accusò l’allora parroco di Inzago, don Alberto Lucchina, di averla violentata negli anni Novanta, quando era un giovane sacerdote nel Varesotto. Il procedimento davanti al Tribunale ecclesiastico della Lombardia nei confronti del religioso, che si è autosospeso quando la lettera della donna è stata pubblicata dall’associazione Rete L’Abuso e larcidiocesi di Milano ha avviato un’indagine, si è concluso con una condanna a cinque anni di esercizio del sacerdozio solo presso una casa di riposo per anziani, con sospensione dalle attività con minori.

    Ascoltata dal Tribunale ecclesiastico la donna, assistita dall’avvocato Daniela Cultrera, ha confermato le violenze sessuali. E il procedimento ha segnato anche un inedito, dal punto di vista giuridico. “Per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato ad affiancarla – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione che si occupa di abusi sessuali in ambienti ecclesiastici – mentre in altri casi chi ha subito le violenze si è trovato solo in aula, senza neanche un supporto”. Le decisione di sospendere don Alberto Lucchina per cinque anni “conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia”.

    Anche il fratello di don Alberto, il sacerdote milanese don Maurizio Lucchina, è accusato di abusi sessuali, nei confronti di un’altra donna. Episodi non collegati fra loro. Il caso è approdato in Procura, dopo che la vittima ha denunciato episodi risalenti al 2016. Il pm ha chiesto l’archiviazione, in quanto la denuncia è stata presentata oltre il limite temporale. Istanza alla quale si è opposto il legale della donna che ha chiesto l’imputazione coatta del sacerdote 65enne, indagato per violenza sessuale.