Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Sono state annunciate oggi le dimissioni di Mons. Carlos María Dominguez, OAR, vescovo di San Rafael. E anche la nota con cui annuncia la decisione ai suoi follower.

        Per rispetto dell’incommensurabile dolore delle vittime, non diremo altro che quanto segue:

    Noi laici abbiamo un ruolo da svolgere nella Chiesa. Non siamo e non saremo clericali, come ci ha insegnato Papa Francesco. Per questo motivo, CHIEDIAMO UN PROCESSO E UNA PUNIZIONE ESEMPLARI per de Dominguez. Il fatto non può essere considerato una semplice dimissione dovuta a un mal di stomaco, e nel giro di un paio di mesi verrà assegnato come parroco in qualche paese della provincia di Buenos Aires, con la protezione dei suoi confratelli nell’episcopato e del Fratello Maggiore. E ancora meno probabile è ciò che è accaduto al suo collega Gustavo Zanchetta, che si è trovato una comoda baracca all’interno delle mura vaticane.

    Frate Carlos María Dominguez deve essere processato da un tribunale canonico e condannato. Se padre Alejandro Gwerder è stato espulso dallo stato clericale qualche giorno fa per il semplice fatto di non aver obbedito alla linea pastorale di Francesco, Domínguez dovrebbe ricevere almeno una punizione simile.

    Non resteremo in silenzio. Basta sopportare questa mandria di degenerati che si impongono a noi come vescovi.

    https://caminante-wanderer.blogspot.com/2025/02/renuncio-el-obispo-de-san-rafael-ahora.html?m=1#comment-form

  • Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    “Come mai tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”: a chiederselo è Pietro Orlandi, il fratello della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma, nel corso del programma condotto da Gabriele Raho, su Cusano tv, dedicato al mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. “La pista del rapimento a scopo sessuale non credo sia scollegata da altre”, ha dichiarato Pietro Orlandi in riferimento alle ultime dichiarazioni del deputato Pd Roberto Morassut, vicepresidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori.

    Il primo fascicolo
    Ma l’attenzione è stata posta soprattutto sulla questione del fascicolo vuoto su Emanuela, ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro, presso l’Archivio centrale dello Stato. Si tratta di un faldone intitolato “Ministero dell’Interno – Direzione centrale della pubblica sicurezza – U.C.I.G.O.S. – Scomparsa Emanuela Orlandi”. Tale fascicolo contiene solo la descrizione del suo interno e non, appunto, gli allegati indicati con il contenuto delle indagini. Si tratta in tutto di quattro fogli, il frontespizio con l’intestazione del fascicolo, e poi tre fotocopie di un faldone di tre volumi con il titolo degli incartamenti, il terzo dei quali fa riferimento genericamente a “ritagli stampa”. I primi due fanno riferimento ad Alì Agcà, al “fronte Turkesh” ma anche a “Phoenix”. Tutte piste battute negli anni. Il fascicolo è stato riversato all’Archivio centrale dello Stato nel 2017 ma per un più ampio effetto della Direttiva Renzi del 22 aprile 2014 “per il versamento di documentazione degli Organismi di informazione per la sicurezza della Repubblica al fine di consentire la ricostruzione storica di alcuni dei gravissimi fatti che hanno segnato la storia italiana”, i cosiddetti “eventi stragisti”, da piazza Fontana al Rapido 904. (fonte: ANSA). Ma perché questo fascicolo è vuoto?

    La desecretazione
    Come ha spiegato Simona Greco, responsabile delle Raccolte speciali “Con la direttiva Renzi c’è stata una interpretazione restrittiva da parte di alcuni enti che hanno riversato solo i titoli, mentre più correttamente le agenzie di sicurezza hanno dato una interpretazione estensiva della Direttiva, cioè hanno riversato l’intera serie archivistica che conteneva quella documentazione restituendo così l’intero contesto di quel fascicolo”. La desecretazione del fascicolo su Emanuela Orlandi potrebbe essere stata solo formale ma, se così fosse, il contenuto dovrebbe essere stato custodito dal Ministero degli Interni, di certo non può essere stato smarrito o sottratto o si tratterebbe davvero di un’irregolare stranezza. La stessa anomalia in cui si è già imbattuto Pietro Orlandi qualche anno fa insieme al suo avvocato Laura Sgrò, come ha raccontato ieri a Cusano tv.

    Il secondo fascicolo
    “Qualche anno fa, andando all’archivio di Stato, cercando dei documenti su Emanuela insieme a uno storico, abbiamo trovato un fascicolo del Ministero degli Interni su Emanuela che era vuoto. Si tratta di un altro faldone – ha specificato Orlandi, diverso da quello ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro. Quella cartellina l’ho fotocopiata e consegnata alla commissione d’inchiesta, quando sono stato ascoltato”. Che si tratti di un altro fascicolo, lo avrebbe confermato anche De Priamo. “È vero – ha aggiunto Orlandi –, quando c’è stata la desecretazione non era obbligatorio trasmettere tutti i documenti all’Archivio di Stato, a cui sono state mandate solo le cartelline senza i documenti contenuti all’interno con la lista di cose che avrebbero dovuto contenere. Se è così il contenuto dovrebbe essere al Ministero degli Interni. Per quanto riguarda la copertina del fascicolo da me ritrovato, feci richiesta per sapere se ci sono al Ministero degli Interni dei documenti su Emanuela ma mi hanno risposto di no. Ma allora dove sono se non sono nemmeno in archivio? Possibile che tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”, si chiede il fratello della cittadina vaticana scomparsa.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/02/10/fascicoli-vuoti-emanuela-orlandi-mistero-scomparsa-ultime-notizie/7871231/

  • “Avevamo foto di Emanuela Orlandi negli zaini, alla Basilica di Santa Maria Maggiore le hanno viste e ce le hanno sequestrate”: la testimonianza esclusiva. Pietro: “Qualcuno dovrà scusarsi”

    “Avevamo foto di Emanuela Orlandi negli zaini, alla Basilica di Santa Maria Maggiore le hanno viste e ce le hanno sequestrate”: la testimonianza esclusiva. Pietro: “Qualcuno dovrà scusarsi”

    “Chi ha paura di Emanuela Orlandi?”: c’era scritto su uno degli striscioni portati sabato in piazza Cavour a Roma in occasione del sit-in per ricordare, nel giorno della sua nascita, la cittadina vaticana misteriosamente scomparsa nel 1983. Come ogni anno sono arrivati attivisti da tutto il mondo per esprimere solidarietà a Pietro Orlandi, che da 42 anni lotta insieme alla sua famiglia per sapere cosa sia accaduto a sua sorella.

    “Credo siano in tanti ad avere paura di Emanuela”, scrive Pietro oggi sul suo profilo social, in seguito a un episodio avvenuto domenica davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore. “Sabato delle persone sono venute a Roma con delle foto di Emanuela per partecipare al sit-in e dare, come nei precedenti incontri, la loro solidarietà”, spiega Pietro. “La mattina seguente – aggiunge – prima di ripartire decidono di visitare la basilica di Santa Maria Maggiore. Avevano lo zainetto con all’interno le foto utilizzate al sit-in. Come è ormai prassi, in questo periodo, vengono ispezionate le borse di chi vuole accedere alla Basilica. Aprono e non trovano pistole, bombe a mano o coltelli, ma peggio, trovano le foto di Emanuela che immediatamente vengono sequestrate e tenute fuori dalla Basilica. Solo in questo modo è stato permesso ai visitatori di entrare. Assurdo ma Emanuela, o meglio la foto di Emanuela è dovuta restare fuori: è rimasta sequestrata fuori dalla Basilica. All’uscita le foto sono state restituite le foto ai proprietari che però sono stati accompagnati ad una uscita secondaria. Siamo arrivati a questo punto – conclude in tono amareggiato il fratello di Emanuela Orlandi –, povera Emanuela, non c’è fine alla vergogna. Penso che qualcuno dovrà scusarsi”.

    La testimonianza

    Si chiama Laura e ha la stessa età che avrebbe oggi Emanuela Orlandi, 56 anni, così come le altre sue due amiche con cui ogni anno si ritrova a gennaio e a giugno, nelle date dei due sit-in per Emanuela a Roma. “Siamo venute giù in treno da tre punti diversi dell’Italia, abbiamo dormito in albergo perché rientrare in giornata non sarebbe possibile, siamo tutte e tre distanti centinaia di chilometri da Roma. Ognuna di noi riprende sempre il treno alle 12,30 del giorno dopo. Siamo coetanee di Emanuela, seguiamo la sua vicenda dal 1983, avevamo 15 anni. La nostra vita va avanti con lei da quel giorno, il suo mistero ci ha coinvolte emotivamente. Ci turba molto non sapere che fine ha fatto una ragazza come lo eravamo noi, che è uscita di casa per andare a scuola di musica e non è mai più tornata. Sentiamo da sempre molta vicinanza con questa famiglia”.

    Domenica scorsa, al mattino, Laura e le sue due amiche si erano messe in coda per visitare la Basilica di Santa Maria Maggiore, non l’avevano mai vista. “Ci siamo messe in fila dopo aver fatto colazione. La prima d noi che era in coda si è costruita da tempo un cartoncino giallo con su la foto di Emanuela che porta sempre al sit-in: era arrotolato e chiuso nello zaino, e la foto di Emanuela era avvolta nella parte interna. Avevamo tutte delle foto di Emanuela che portiamo sempre al sit-in ma nessuna di noi si sarebbe permessa di esporla: non vorremmo mai creare un danno o qualcosa di negativo a questa famiglia. Le forze dell’ordine all’ingresso hanno chiesto alla mia amica cosa fosse questo cartoncino che fuoriusciva un po’ dallo zaino e anche un po’ usurato. Dopo che hanno visto la foto di Emanuela Orlandole hanno fatto aprire lo zaino chiedendole cosa altro avesse. Ne aveva un’altra dentro e l’ha data loro. Davanti a me c’era l’altra delle tre e io ero l’ultima in fila, quando ho capito la situazione mi sono autodenunciata e ho consegnato le foto di Emanuela che avevo con me. Sia io che la mia amica gliele abbiamo date prima che ci controllassero. Poi ce le hanno ridate all’uscita, le abbiamo richieste. Siamo donne di una certa età, persone rispettabili, madri di famiglia, non volevamo certo creare problemi. Non mi sarei messa mai la foto di Emanuela al collo dentro la Basilica. Il clima che si respira è di tensione e preconcetto, c’è molta paura”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/21/avevamo-foto-di-emanuela-orlandi-negli-zaini-alla-basilica-di-santa-maria-maggiore-le-hanno-viste-e-ce-le-hanno-sequestrate-la-testimonianza-esclusiva-pietro-qualcuno-dovra-scusarsi/7845565/

  • “I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

    “I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

    “C’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati”. È un racconto senza filtri, a tratti crudo, quello di Martina Pucciarelli, scrittrice esordiente che il 21 gennaio debutta con Il Dio che hai scelto per me: edito da HarperCollins, è un romanzo-verità ad alto tasso autobiografico, in cui racconta la sua esperienza di vita, sofferenza e rinascita, da quando ha lasciato i Testimoni di Geova ed è stata letteralmente “cancellata” dalla sua famiglia. Un percorso lungo, pieno di dolore, che ha anticipato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui svela i traumi che l’hanno spinta ad andare in psicoterapia e poi a lasciare la comunità di cristiani millenaristi. A cominciare dalla violenza subita da un ragazzo, amico di famiglia, e diventato un tabù per molti anni.

    “Il dolore più grande è stato che non venisse data importanza alla cosa. Devo riconoscere a mia madre che lei se ne era accorta, io le ho chiesto di portarmi da una sorella di fede che era come una seconda madre, cui ero legatissima e lei ha peccato di superficialità. Comunque ci sono ragazze che hanno subito abusi ben peggiori”, svela la Pucciarelli. Ma la spinta ad allontanarsi dai Testimoni di Geova arriva con la maternità, che coincide con la messa in discussione della fede. “Mi ero sposata, i figli non arrivavano. E dicevo a Geova: ‘Sono sempre stata brava e ubbidiente e ho sempre fatto quello che volevi, ho rinunciato a tante cose per te e una cosa ti chiedo, una cosa voglio, perché non me la dai?’. Ci credevo e all’epoca pensavo che mi stesse punendo per qualcosa che non avevo capito”.

    Con la fecondazione assistita (“sempre secondo le regole della comunità, con il seme del marito”) i figli arrivano, ma nel frattempo i dubbi crescono, complice anche l’uscita dai Testimoni del fratello maggiore, che viene “ripudiato” dai genitori (“Mio padre ha scelto di fare l’anziano, sacrificando di fare il padre, con mio fratello, ha cacciato il figlio per salvare la sua reputazione”). Al settimo mese di gravidanza, in attesa del secondo figlio, la Pucciarelli decide di entrare in terapia: “Qualcosa non mi tornava. Loro ti promettono una felicità tanto più grande quanto più rinunci alle cose: io avevo rinunciato a tutto ma ero infelice. E allora o il problema sono io, come volevano farmi credere, o la ricetta non funziona”. Grazie al lavoro con la sua psicologa, prende consapevolezza di tante cose e decide di lasciare la comunità – e una vita di proibizioni, a cominciare dai regali di compleanno e Natale, mai ricevuti o donati – e la spinta più forte gliela danno i figli: “Sono uscita per i miei figli, per me non ci sarei riuscita, forse non mi volevo bene abbastanza”.

    Oggi ammette che le manca la fede mentre non le manca l’ipocrisia nella quale a vissuto, soprattutto quella legata al sesso e alla vita familiare. Lei e il fratello maggiore (che la madre ha avuto con un altro uomo), entrambi cancellati dalla vita della loro famiglia, hanno infatti scoperto molte cose che non sapevano dei loro genitori. A cominciare dal loro essere libertini: “Vivevano in uno stile beat generation, una giovinezza di eccessi, mio padre l’ha confessato a mio fratello. Questa era la loro maniera di ribellarsi. Alla fine, si sono auto-puniti… convertendosi. Ho provato rabbia, giustificata, perché c’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati. Dovevano limitarsi a immolare sé stessi. Mi hanno tolto l’adolescenza”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/18/i-miei-genitori-facevano-orge-in-casa-poi-mi-volevano-vergine-al-matrimonio-quando-ho-lasciato-i-testimoni-di-geova-mi-hanno-cancellata-la-storia-di-martina-pucciarelli/7842302/

  • Sacerdoti commissionano rapina per nascondere un ricatto sessuale, 3 arresti

    Sacerdoti commissionano rapina per nascondere un ricatto sessuale, 3 arresti

    Sacerdoti nei guai dopo aver commissionato una rapina in modo da nascondere un ricatto sessuale. Per questo sono scattati oggi tre arresti ad Afragola, in provincia di Napoli.

    Stamattina, nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura di Napoli Nord, i Carabinieri della Stazione di Afragola hanno infatti dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Napoli Nord su richiesta della Procura aversana, che dispone la misura della custodia cautelare in carcere per un soggetto e la misura degli arresti domiciliari per altre due persone, gravemente indiziati del delitto di rapina aggravata in concorso.

    L’indagine: rapina per recuperare video e chat a sfondo sessuale

    Il provvedimento cautelare costituisce l’epilogo di un’articolata attività di indagine avviata immediatamente dopo l’esecuzione di altra misura cautelare emessa nei confronti di 5 persone nel mese di luglio 2024, a seguito della denuncia sporta da due uomini residenti ad Afragola, vittime di una rapina commissionata da un frate del Santuario Santa Maria Occorrevole di Piedimonte Matese, interessato a recuperare immagini e le chat memorizzate nei telefoni delle vittime, attinenti a fatti a sfondo sessuale relativi al periodo in cui svolgeva le sue funzioni presso la Basilica di Sant’Antonio da Padova in Afragola.

    Le indagini, svolte anche con l’utilizzo di strumenti tecnici, hanno consentito di identificare – si legge in una nota a firma del procuratore Maria Antonietta Troncone – ulteriori soggetti coinvolti nel grave fatto criminale e di accertare manovre finalizzate ad impedirne l’identificazione eseguite anche mediante promesse di denaro ai parenti di alcuni dei soggetti già tratti in arresto. Le investigazioni, giovatesi degli elementi indiziari emergenti dalle conversazioni intercettate in carcere durante i colloqui dei rapinatori con i familiari, hanno consentito di accertare il complesso contesto in cui era maturata la rapina e di acquisire ulteriori riscontri sul movente che aveva indotto l’elevato numero di persone coinvolte a sottrarre i telefoni cellulari delle due vittime.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/sacerdoti-commissionano-rapina-per-nascondere-un-ricatto-sessuale-3-arresti_4DJ3vLd6cQBbfMZCcEigoQ

  • Il suicidio dei genitori di Chiara era una tragedia annunciata: avevano già venduto casa e farmacia

    Il suicidio dei genitori di Chiara era una tragedia annunciata: avevano già venduto casa e farmacia

    Alessandro Giacoletto e sua moglie Cristina Masera si sono tolti la vita a causa di un dolore insostenibile: il suicidio della loro unica figlia, Chiara, avvenuto due anni fa dopo gravi abusi. La mattina del 9 dicembre Alessandro aveva inviato un messaggio alla sorella Carla per annunciare il gesto. Nonostante i soccorsi, Cristina è morta il 17 dicembre e Alessandro il 23. La coppia, chiusa nel dolore, aveva venduto casa e farmacia, donando tutto a una causa benefica. Familiari e vicini ricordano il loro carattere dolce e il forte impegno sociale, mentre si chiede maggiore sostegno per famiglie colpite da traumi simili.


    L’annuncio sul telefonino

    Era la mattina di lunedì 9 dicembre quando sua madre, Carla, aveva ricevuto un messaggio sul telefonino. Poche righe nelle quali suo fratello annunciava il suicidio. Carla abita anche lei in frazione Pasta di Rivalta. È uscita di casa di corsa diretta verso la villa del fratello, una costruzione su due piani, con giardino in via Pascoli 31.


    La scoperta della tragedia

    Quando è arrivata, la tragedia era già compiuta. Alessandro e sua moglie Cristina Masera erano in auto, privi di sensi. Carla ha chiamato il 118 e i carabinieri, ma i soccorsi si sono rivelati inutili. Dopo un primo tentativo di rianimazione, Cristina è stata trasportata con l’elicottero del 118 alle Molinette di Torino, mentre Alessandro è stato portato in ambulanza al San Luigi di Orbassano. Sono morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra: Cristina il 17 dicembre, Alessandro lunedì 23.


    Una tragedia annunciata

    La coppia non aveva mai superato la perdita dell’unica figlia, Chiara, che si era tolta la vita due anni fa dopo aver subito gravi abusi. Il peso di quella tragedia era diventato insostenibile, tanto da spingerli a un gesto estremo.


    Lo sapevamo che sarebbe successo

    «Lo sapevamo che prima o poi sarebbe successo», dice adesso una vicina la cui casa si affaccia proprio sull’ingresso della villa che fu di Alessandro e Cristina. «Qualche mese fa avevano venduto quella casa lì davanti. E pure la farmacia di Orbassano, doveva lavorava lei, la San Giovanni». La figlia era già mancata da qualche mese. Raccontarono che i soldi li avevano donati a un’organizzazione benefica per i bambini africani. Poi si erano chiusi nel loro dolore, lasciando il mondo fuori. Pochi amici. I parenti che sapevano tutto. I pettegolezzi in paese.

    La farmacia

    La farmacia San Giuseppe, nel giorno di Santo Stefano è chiusa. Alle 10 del mattino, una cliente abituale, Alessandra D. parla di Cristina con delicatezza e rispetto: «Era donna di una dolcezza infinita. Preparatissima nel suo lavoro. Le dirò di più: era sempre disposta ad ascoltare i problemi dei clienti». Ma il suicidio di Chiara? «L’aveva distrutta. A Orbassano sapevamo tutti l’inferno che stava attraversando: Non se ne parlava, ovviamente. Ma si vedeva che soffriva. Che non era più lei».


    Aiutare le famiglie

    Di suo marito, invece parla Michele Colaci, che è il presidente di Confapi Salute: «Alessandro era riservato, ma aveva un cuore grande così». E aggiunge: «Mi piacerebbe che le istituzioni, tutte, nessuna esclusa, aiutassero le famiglie che vivono traumi come questo. Che le sostenessero e le aiutassero con percorsi di sostegno». E Francesco Bona (direttore Hospice Terapia Antalgica e Cure Palliative di Candiolo) aggiunge: «Ci siamo conosciuti 25 anni fa. Io ero anestesista a Candiolo e lui che era medico di famiglia e otorinolaringoiatra, veniva ad assistere agli interventi. Era uno che non si tirava mai indietro. Era inserito nel tessuto sociale cittadino, aveva fatto parte dei Lions e accompagnava i malati a Lourdes. Quando sono diventato direttore dell’Hospice, mi aveva inviato alcuni suoi pazienti». Si era mai confidato con lei su quanto accaduto alla figlia? «Assolutamente no. E non credo si sia mai lasciato andare con qualcuno».

    Poi la notizia del duplice tentativo di suicidio. In frazione Pasta ne parlavano tutti. E tutti sapevano le ragioni: la morte di Chiara, che si era tolta la vita due anni fa.

    https://www.lastampa.it/torino/2024/12/27/news/alessandro_giacoletto_cristina_masera_rivalta_suicidio-14907554/

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro: “Pista inglese è valida”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro: “Pista inglese è valida”

    La pista inglese su Emanuela Orlandi “è valida, ci sono tante coincidenze” anche se “non porta a capire tutto”. Lo ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, in un incontro pubblico nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Orlandi ha ricordato la versione raccontata da Sabrina Minardi e si è detto convinto che effettivamente Emanuela “è stata riconsegnata perché c’era stato un ricattatore ed, evidentemente, le richieste del ricattatore sono state accontentate”.

    Secondo Pietro tuttavia a quel punto “Emanuela era una testimone vivente di quello che era successo” quindi “non potevano riconsegnarla alla famiglia” né eliminarla quindi “l’hanno messa in un ambiente della chiesa, in Inghilterra. Cosa è successo dopo non lo so”.

    Secondo Orlandi la commissione di inchiesta o la procura dovrebbero risalire e convocare l’uomo che “diceva di essere una persona vicina ai Nar” con il quale ebbe uno scambio di messaggi. “Ho consegnato tutti gli scambi di messaggi alla Commissione”, ha continuato Pietro.

    “Lui mi ha detto che Emanuela è stata fatta salire su un volo in estate e portata a Londra”, ha continuato il fratello di Emanuela aggiungendo che sempre secondo quanto gli è stato riferito tutto era legato a un ricatto.

    “Emanuela era una cittadina vaticana e non poteva essere lei l’oggetto di un ricatto enorme, era una ragazzina. L’oggetto di ricatto doveva essere più pesante”, ha precisato Pietro. Secondo quanto gli è stato riferito, ha raccontato Pietro, “c’erano festini all’epoca e qualcuno ha deciso di usare quella situazione come oggetto di ricatto”.

    “Da ex maestro coro parole importanti, Chaouqui venga ascoltata”

    “Mons. Miserachs ha detto cose importanti”, ha detto ancora Orlandi, facendo riferimento all’audizione della scorsa settimana dell’ex maestro di coro della scuola di musica frequentata da Emanuela davanti alla Commissione di inchiesta. Pietro Orlandi ha detto che anche alla luce di questa ultima audizione “presumo che a breve possa essere ascoltata” anche Francesca Immacolata Chaouqui.

  • “Abusi sessuali durante le preghiere”, condanna annullata per il prete

    “Abusi sessuali durante le preghiere”, condanna annullata per il prete

    PALERMO – La sentenza di condanna è stata annullata dalla Cassazione. Dovrà essere celebrato un nuovo processo di appello nei confronti del frate cappuccino Salvatore Anello a cui erano stati inflitti, sia in primo che in secondo grado, sei anni e 10 mesi di carcere per violenza sessuale.

    Secondo l’accusa, avrebbe abusato di sei donne, di cui due minorenni durante le preghiere di liberazione dal maligno. Padre Anello, ospite del convento dei Cappuccini, nel 2016 fu arrestato.

    “Facile suggestionabilità”

    I supremi giudici hanno accolto il ricorso dell’avvocato Fausto Amato. Non si conoscono ancora le motivazione. ll legale ha puntato, tra le altre cose, sulla mancata valutazione dell’attendibilità delle presunte vittime.

    Soggetti “fragili, con intensa propensione a vivere intensamente le esperienze spirituali, che considerano come reale il mondo magico-superstizioso”. Donne “convinte di essere disturbate da entità negative, demoniache”, che vivrebbero un “modello culturale caratterizzato da facile suggestionabilità, da dipendenza ed influenzabilità dagli altri”.

    Le donne descrissero di avere subito ripetuti palpeggiamenti nelle parti intime. Il prete avrebbe usato delle pratiche che nulla c’entravano con la preghiera. La difesa sollevò il sospetto che si fossero messe d’accordo per accusare padre Anello.

    Il frate cappuccino era stato arrestato assieme colonnello dell’esercito Salvatore Muratore, animatore della comunità “Rinnovamento dello spirito santo”. A fare scattare le indagini era stata la denuncia di una donna e delle sue figlie. Poi arrivarono le altre denunce, ritenute credibili e genuine dai giudici del Tribunale e della Corte di appello.

    Per la difesa nulla di tutto ciò è accaduto. Nel ricorso l’avvocato Amato ha ripercorso la vita religiosa del sacerdote che negli ultimi anni ha sostenuto con la preghiera fino a 70 persone a settimana eppure “a dolersi dei toccamenti impropri sarebbero state soltanto quattro donne e due minori segno – per non essere fraintesi – che quelle benedizioni non erano mai state travisate da nesssun altro”.

    Le donne che avrebbero percepito “i toccamenti impropri non erano mai da sole ma in compagnia del marito, del fidanzato, dei genitori o di amici, ed il sacerdote ha sempre agito in loro presenza, senza nessuna obiezione da parte di queste persone circa quanto stava accadendo”.

    Come raccontato da alcuni testimoni, “durante la preghiera di sovente i fedeli urlavano, si dimenava in modo incontrollato, vomitavano, sputavano, si buttavano a terra e in taluni casi reagivano in modo anche violento verso il prete. Nei casi più gravi di possessione demoniaca, acclarato da padre Anello nel corso delle preghiere, i fedeli venivano invitati dallo a rivolgersi anche a preti specializzati in esorcismi”.

    “Abusi sessuali durante le preghiere”, condanna annullata per il prete

  • ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

    ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

    CASERTA – Padre Domenico Silvestro e padre Nicola Gildi, originario di Lusciano, sono stati scarcerati dal Tribunale del Riesame, annullando l’ordinanza di custodia.

    I due religiosi, rispettivamente parroco della Basilica di Sant’Antonio da Padova ad Afragola e frate al convento di Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, erano stati arrestati all’inizio dello scorso mese di agosto con l’accusa di violenza sessuale, reato compiuto secondo la procura aversana quando entrambi erano di stanza ad Afragola.

    Don Silvestro è completamente libero, padre Gildi, invece, resta agli arresti domiciliari, accusato anche di rapina aggravata in concorso.

    Entrambi già sono stati trasferiti in due conventi nel Nord Italia gli ex parroci del santuario di Sant’Antonio ad Afragola, sospesi dal loro incarico dall’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia.

    ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

  • Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”: il messaggio arriva da Caltabellotta, nel cuore della Sicilia dove Pietro Orlandi è stato ospite pochi giorni fa del PaceFest per affrontare il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi.

    “Continueremo a batterci per conoscere verità”, ha dichiarato il fratello della cittadina vaticana rapita nel cuore di Roma il 22 giugno del 1983. E lo ha fatto in una villa comunale gremita di gente all’inverosimile, segno che questa oscura vicenda del nostro Paese continua a turbare l’animo degli italiani. Il direttore di Grandangolo, Franco Castaldo, per un’ora e mezza ha conversato con Orlandi, intervenuto nella rassegna dedicata proprio alle verità sospese, ai cold case e ai casi irrisolti.

    “È importante parlarne nelle scuole, sento nei giovani un senso di giustizia che non hanno gli adulti. Noi non ci rassegneremo mai alla scomparsa di mia sorella e continueremo a batterci per conoscere la verità”, ha dichiarato il fratello di Emanuela Orlandi che non ha mai smesso di lottare per la verità in questi 41 anni.

    Al momento, da quasi due anni, è stata aperta sulla sua scomparsa un’inchiesta interna al Vaticano, coordinata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, la stessa in cui fratello ha ammesso di non avere fiducia. Ma su Emanuela indagano anche la procura di Roma e la commissione bicamerale d’inchiesta nata nel 2023 e presieduta dal parlamentare di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo. E a FQmagazine Pietro Orlandi smentisce la notizia emersa dalle cronache, nelle ultime ore, su un suo recente incontro con Papa Francesco: “Non ho mai incontrato Francesco se non nel 2013, davanti la chiesa di sant’Anna in Vaticano ma mai privatamente. Nonostante le tante richieste fatte, non mi è stata data mai questa possibilità”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/26/emanuela-orlandi-il-fratello-chiarisce-mai-incontrato-il-papa-privatamente-francesco-non-ha-mai-accolto-le-mie-tante-richieste/7669594