Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • CHIESA, PEDOFILIA E CENSURA/ Absit iniuria verbis, sit venia verbo

    CHIESA, PEDOFILIA E CENSURA/ Absit iniuria verbis, sit venia verbo

    Di Francesca Lagatta

    “Non ci sia offesa nelle parole, mi sia scusato il dire”. Suona più o meno così la traduzione del titolo, volutamente in latino, volutamente provocatorio, per protestare contro una forma di censura che giustifica a pieno il 73° posto a cui è scivolata l’Italia nella classifica della libertà di stampa. Dietro a Paesi come il Burkina Faso e Niger, tanto per fare un esempio. E infatti in Italia si dice quel che si può, perché quel che non si deve si trova sempre il modo di non dirlo.

    Il sito dell’associazione Rete L’ABUSO ONLUS, associazione nazionale contro la pedofilia clericale, nei giorni scorsi è stato raggiunto da un ultimatum inviato dai gestori del server 1and1: “O togliete quegli articoli – recitava la mail – o vi oscuriamo tra 48 ore”.

    Gli articoli si riferiscono a quelli riguardanti Francesco Rutigliano, giovane prete incardinato presso la diocesi di Locri ma attualmente viceparroco in una chiesa di Civitavecchia. E’ stato il suo legale a farne richiesta escogitando la più astuta delle mosse, evitando di sporgere regolare querela per diffamazione nei confronti dei firmatari degli articoli, consci, entrambi, che finire in tribunale sarebbe la scelta meno opportuna.

    Francesco Rutigliano per la legge italiana non è un pedofilo e forse non lo sarà mai. Anzi, è totalmente incensurato: sulla sua testa non pende alcuna condanna. Paradossalmente, invece, il suo nome è contenuto, secondo quanto si legge sul sito del Presidente Francesco Zanardi, in un documento dell’ex Sant’Uffizio. La Congregazione della Dottrina della Fede avrebbe dunque sospeso il prete dal servizio per 4 anni. Per abusi su minori.

    Non bisogna andare molto indietro nel tempo, in questi giorni i casi dei giornalisti Gialuigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi parlano chiaro. I due cronisti denunciano ogni schifezza avvenuta entro le mura del Vaticano, ma la magistratura italiana non può intervenire cercando di capire se i misfatti elencati tra le pagine del libro siano veri oppure no, essendo il Vaticano uno Stato a sé, però il Vaticano può mettere sotto inchiesta i giornalisti italiani per aver diffuso documenti riservati, accusandoli di reati contro la patria. Libera Chiesa in libero Stato, ma nessuno Stato è libero laddove c’è la Chiesa.

    E così succede per la pedofilia. Un prete non può essere accusato di pedofilia se la vittima non sporge denuncia alla magistratura entro 20 anni, anche se lo “condanna” in Tribunale Ecclesiastico. Così don Rutigliano chiede a Google il diritto all’oblio, scrive al Garante della Privacy ed esercita pressione sulla società del server per la rimozione dei contenuti che lo dipingono come un pedofilo. Ma non ci querela. Perché, oltretutto, il reato al quale si riferisce la sospensione della Curia non è ancora scaduto nei termini della prescrizione. E c’è il rischio che potrebbe aprirsi un nuovo processo. Rutigliano lo sa, aggira l’ostacolo e tenta la carta dell’intimidazione. Ma funziona solo con loro, non con noi, che gli articoli li abbiamo tolti solo per trasferirli su un server canadese, nell’America del Nord, dove generalmente viene punito chi i reati li commette e non chi li denuncia. E di sicuro non ci costringerà ad emigrare altrove.

    E mentre lui continua indisturbato a dire messa, protetto dall’indifferenza delle istituzioni e dalla cecità mentale dei timorati di Dio, noi continuiamo la nostra battaglia nella speranza che prima o poi qualcuno in Italia si svegli, e, prima ancora del leone e la gazzella, corra a presentare una qualche legge che tuteli la verità e la libertà di stampa.

    Francesca Lagatta, addetta stampa Rete L’ABUSO ONLUS

    http://www.francescalagatta.it/chiesa-pedofilia-e-censura-absit-iniuria-verbis-sit-venia-verbo/

  • Papa Francesco; “Rubare documenti è reato”. Francesco Zanardi; E stuprare i bambini?

    Papa Francesco; “Rubare documenti è reato”. Francesco Zanardi; E stuprare i bambini?

    “Rubare quei documenti è stato un reato. È un atto deplorevole che non aiuta”. Così Papa Francesco all’Angelus di ieri commenta la pubblicazioni dei libri di Emiliano Fittipaldi,  Avarizia, e di Gianluigi Nuzzi, Via crucis, dimostrando senza dubbi che lui ha ben chiara la differenza tra il “peccato” e “il reato”.

    Una differenza che però sfugge quando a subire il reato sono i bambini vittime dei suoi preti pedofili o quando a nascondere il “corpo del reato” sono i suoi ministri, se non addirittura il pontefice in persona come è accaduto nel caso di Józef Wesołowski, il Nunzio Apostolico che Papa Francesco ha sottratto all’autorità giudiziaria Dominicana e a quella Polacca che ne avevano chiesto l’estradizione, puntualmente negata dal Vaticano malgrado i mille proclami di voler collaborare con la giustizia.

    Siamo sicuri che il pontefice non ne avrà di certo a male se ci permettiamo di invitare Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi a fare come è nello stile della chiesa, due belle scuse ed è tutto è sistemato.

    D’altra parte, almeno questa volta non è stato stuprato nessuno e i due giornalisti non hanno fatto altro che contribuire alla trasparenza così tanto voluta dal Pontefice.

  • Padre Fedele a Iacchité: “Prete pedofilo dovrebbe andare nel mare con una macina da mulino al collo”

    Padre Fedele a Iacchité: “Prete pedofilo dovrebbe andare nel mare con una macina da mulino al collo”

    Lui è il francescano che ha subito dieci anni di gogna mediatica prima di essere dichiarato innocente in un processo pieno di contraddizioni per un presunto abuso sessuale ai danni di una suora risultata poi una teste inattendibile, Iacchité è la redazione on line cosentina le cui pagine, un mese fa, furono oscurate preventivamente dalla Procura di Cosenza perché le notizie in esso contenute avrebbero provocato una grave forma di ansia al sindaco della città bruzia, Mario Occhiuto. E qualche giorno l’ex capo ultras del Cosenza Calcio ha affidato un lungo sfogo alle pagine del direttore Gabriele Carchidi per esprimere il disappunto per l’accostamento della sua storia processuale a quello della segretezza mantenuta sul nome del prete indagato in città per presunti reati di pedofilia ai danni di un ragazzino. Ma la sua non vuole essere una difesa personale, piuttosto una presa di posizione e dura condanna contro il fenomeno della pedofilia e di chi continua a coprirlo. Una voce fuori dal coro, quella di Padre Fedele, come sempre fuori dai canoni, che proprio per la sua propensione di farsi beffa di convenzioni e poteri forti, potrebbe essere stato catapultato ingiustamente in un processo di cui alcuni colleghi giornalisti hanno scritto che fosse montato ad arte al fine di screditarlo.

    Ecco, integralmente, il testo della lettera pubblicata sul sito www.iacchite.com:

    “Caro direttore, le chiedo un po’ di spazio per alcune precisazioni e riflessioni sui recenti scandali della Chiesa universale e locale.

    Un collega “giornalista” (la parola è virgolettata per ovvi motivi, intelligenti pauca) oggi mi ha accomunato ad altri ecclesiastici che si sono macchiati di gravi peccati e ricchezza sfrenata.

    Sono stanco di leggere, dopo dieci anni di calvario mediatico, durante i quali ho ricevuto pesanti insulti e grandi ingiustizie, molta sporcizia e quanto altro sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

    Nell’ultima sentenza del Tribunale di Catanzaro per il famoso complotto a mio danno, è scritto: “il fatto non sussiste, la suora è inattendibile, ecc.”. Ed allora perché accostarmi a Luberto Alfredo, ricco, opulento, ladro e approfittatore dei poveri malati, al mercante del tempio per la vendita di arredi sacri dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore, alla borsa del santuario di San Francesco di Paola abusando delle offerte dei fedeli, al prete pedofilo di San Giacomo d’Acri e all’attuale scandalo del prete pedofilo di cui non si pubblica il nome forse perché è in programma la sua promozione a vescovo?

    Sono indignato e amareggiato.

    Mi sto preparando a sorella morte. Ieri ho compiuto 78 anni ed ancora alcuni “giornalisti”, forse per riempire pagine di giornali, avvicinano l’innocente frate a questi delinquenti che Papa Francesco ogni giorno condanna.

    Permettetemi di aprire un francescano sipario, non per superbia e vanagloria, ma per la storia.

    Forse non sapete che sono uno dei sacerdoti più poveri del mondo (cfr. atto notarile del notaio Lanzillotta Stefania). Sono in lista per donare un rene da vivo ed ho in programma la realizzazione di una seconda Oasi per bambini disabili.

    Tralascio gli aiuti ai bambini africani ammalati ed affamati, che aiuto con la collaborazione degli ultrà del Cosenza Calcio.

    Se non volete pubblicare il positivo, non buttate ancora sporcizia sul mio viso e sofferenza nel mio cuore.

    Dopo la mia morte dispenso questi inqualificabili “giornalisti” a scrivere di me. Com’è strana e crudele questa vita giornalistica!

    Ripeto, sono stato buttato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, messo in carcere e poi agli arresti domiciliari, abbandonato dalla Chiesa locale fino ad oggi, dal mio Ordine e da molti confratelli diocesani, mentre questo prete pedofilo che dovrebbe andare nel profondo del mare con una macina da mulino al collo come vuole Cristo, viene “secretato” dalla magistratura e dalla Chiesa locale.

    Fortunatamente Papa Francesco tuona, rimprovera e scomunica preti e vescovi che coprono i pedofili. Condanna i vescovi affaristi che predicano bene e razzolano male.

    Seguo l’Innocente Maestro Divino, Cristo (“Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”), e questo meraviglioso Papa che ha il coraggio di dire la verità chiamando i vescovi affaristi e faraoni.

    Altro ed altri sono spazzatura…”

    Padre Fedele Bisceglia

  • Non c’è il processo, il prete sospeso dalla Curia torna in parrocchia: aiutateci a fermare i pedofili

    Non c’è il processo, il prete sospeso dalla Curia torna in parrocchia: aiutateci a fermare i pedofili

    Attenzione, vi chiediamo la massima diffusione di questo post

    La pedofilia è un fenomeno molto più diffuso di quanto si pensi. Molte delle vittime non denunciano per vergogna o per paura di non essere credute. O forse perché i soldi a volte riescono a comprare anche il loro silenzio. Sta di fatto che quando il pedofilo è un prete, spesso può succedere che venga solo sospeso per qualche tempo dalle sue funzioni e che venga successivamente riabilitato, senza essere stato curato, e messo di nuovo a contatto con bambini e adolescenti. Nelle vesti di uomo di Dio o peggio ancora di insegnante. Succede quando la vittima accetta di non rivolgersi alla Procura e di non denunciare penalmente, e si accontenta, per motivi che non sto qui ad elencare ma che voi comprenderete, della “pena” inflitta dal Tribunale ecclesiastico. Solitamente la pena è il trasferimento da una parrocchia all’altra o il buen ritiro in una struttura per preti pedofili, dove non sono sottoposti a nessuna sofferenza o costrizione. E poi tornano.

    Noi di Rete nazionale L’Abuso siamo convinti di essere proprio di fronte a un caso di questi. Siamo a conoscenza della storia di un prete mai sottoposto a processo a cui l’ex Sant’Uffizio, ora Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva inflitto 4 anni di sospensione per abusi su minore (ps. la Chiesa non una mai il termine pedofilia). Ed è proprio la mancanza di un processo penale che impedisce non solo alla Legge, ma anche ai giornalisti, di fare il proprio dovere. Non possiamo fare il nome di questo prete, che in teoria potrebbe essere il parroco della vostra parrocchia.

    Ora, noi ci chiediamo: giacché abbiamo il diritto e il dovere morale di combattere le ingiustizie e quanto meno informare quando la notizia è di interesse pubblico, a chi altro dobbiamo rivolgerci, visto che ci siamo appellati senza successo alla politica andando a raccontarlo anche in televisione, per far valere le nostri ragioni e ottenere che la storia di questo soggetto venga quanto meno sottoposta a un qualche controllo da parte delle autorità giudiziarie?

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Il nome del sacerdote indagato rimane segreto come le vergogne della chiesa cosentina

    Il nome del sacerdote indagato rimane segreto come le vergogne della chiesa cosentina

    La procura della Repubblica di Cosenza e la polizia di stato hanno fatto prevalere la linea del riserbo rispetto alla scottante vicenda del sacerdote indagato per molestie su un ragazzino di 12 anni regolarmente denunciato dai genitori.

    La Gazzetta del Sud ci fa sapere che siamo davanti a un “pezzo grosso” della diocesi di Cosenza, un prete che probabilmente è già parroco di una parrocchia che conta e che addirittura, grazie all’intercessione di un alto prelato del Vaticano, era stato proposto per la nomina a vescovo di Cosenza.

    Ma il nome no, quello no. Deve rimanere segreto, chiuso tra le stanze della chiesa corrotta, della procura sempre più porto delle nebbie e dei giornalisti che si prestano a questo gioco sporco. I “pezzi” dei giornali di regime di oggi sono rivoltanti, fanno schifo nella loro squallida carità pelosa per il ragazzino e i suoi genitori e nella loro vergognosa deferenza verso questo sacerdote pieno di santi in paradiso.

    Oggi si prendono tutte le cautele del caso per il “pezzo grosso”, ieri un sacerdote onesto come Padre Fedele è stato buttato in pasto all’opinione pubblica ed è stato assolto con formula piena dopo dieci anni di sofferenze mentre un ladro conclamato come don Alfredo Luberto dice ancora messa nell’Episcopio di Como.

    La storia dell’Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello la conoscono tutti. Si tratta della casa di cura balzata agli onori della cronaca per i trattamenti disumani nei confronti degli ospiti, quasi tutti malati di mente. E per le ruberie del prete che lo dirigeva, don Alfredo Luberto, tali da creare un buco di proporzioni gigantesche.

    A settembre 2005 il Monaco visita per la prima volta il Papa Giovanni ma nel frattempo a Cosenza è arrivato monsignor Salvatore Nunnari. L’atmosfera era a dir poco molto tesa, con i dipendenti fuori dalla casa di cura a srotolare striscioni del tipo“Luberto vattene”, “Luberto sei un ladro”e così via.

    Padre Fedele chiede di entrare insieme a una troupe della Rai ma gli viene detto di contattare il ras ossia don Luberto, il quale esplode in un ruffianissimo “E come possiamo dire di no a Padre Fedele?”. Lo “spettacolo” che gli si presenterà davanti agli occhi non lo dimenticherà mai. Riceve una lavata di testa dal suo superiore (la Rai dal canto suo non manderà mai in onda quelle immagini) e subito dopo si precipita a Reggio da Nunnari.

    Il neoarcivescovo lo tranquillizza, gli dice che non ci sono problemi ma in cuor suo Padre Fedele realizza che sta succedendo qualcosa ma non per questo si arrende. E così, pochi giorni dopo, scrive una lettera aperta agli ospiti del Papa Giovanni intitolata semplicemente “Il lager della vergogna”.

    Il destino del Monaco è segnato. E si compie quando Nunnari, ovviamente avvertito da quel “rattuso” di don Luberto, incontra il Provinciale dei Cappuccini Rocco Timpano e gli preannuncia qualche mese prima l’arresto di Padre Fedele deciso a tavolino e reso possibile dal complotto tra chiesa, politici, magistratura e forze dell’ordine. Una gran porcata che nessuno ha ancora pagato.

    E Nunnari risiede ancora a Cosenza ad ammorbarci la vista e, probabilmente, a coprire i “pezzi grossi” che non possono essere toccati. Anche se c’è una denuncia dei genitori di un ragazzino che urla a tutta una città di essere stato molestato.

    E’ vero, ci sarebbe anche un arcivescovo “nuovo”, Francescantonio Nolè, insediatosi da poco. Ma figuratevi cosa può comandare uno che è arrivato solo da qualche mese in questa “jungla”. Si adegua alla bisogna e si schiera con i più forti.

    Ma prima o poi qualche persona onesta questo maledetto nome lo tirerà fuori e allora saranno guai per tutti.

  • Chiesa e pedofilia, Federico Tulli. Non lasciate che i pargoli vadano a loro

    Chiesa e pedofilia, Federico Tulli. Non lasciate che i pargoli vadano a loro

    La pedofilia fa schifo a tutti quelli che pedofili non sono, chiunque è pronto a scagliarsi contro un pedofilo, è forse il crimine che più di qualunque altro suscita sdegno. Mi sento di concordare e chiunque non lo facesse dubito lo ammetterebbe in pubblico.

    Premesse banali direte voi. Invece di tanto banale al riguardo non vi è nulla. Il libro di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia, dimostra come dare per scontato significhi sottovalutare il problema. Si tratta diun volume documentato e preciso, dai contenuti forti, che traggono forza non dalle immagini che propone né da parole inutilmente di fuoco scagliate contro nessuno e nemmeno dalla facile pietà che l’argomento suscita. Trae piuttosto la forza dalla calma del ragionamento, dal supporto dei fatti, dalla lucidità delle argomentazioni.
    Chiesa e pedofilia si divide in tre parti: un resoconto accurato di alcuni dei più scabrosi scandali che hanno coinvolto la Chiesa; un’analisi del concetto e della pratica della pedofilia nella storia e nel pensiero occidentali; alcune interviste a persone informate sui fatti, da intendere esperti e non vittime. Non sarò certo io a stravolgere la suddivisione dell’autore, quindi procediamo per ordine.

    La prima parte di Chiesa e pedofilia è una narrazione precisa ed accurata di alcuni scandali recenti che vedono coinvolta la Chiesa. Vengono presi in considerazione, in particolare, i fatti venuti alla luce negli USA, in Canada, in Irlanda e in Germania, con qualche riferimento al buon vecchio Belpaese. Non pensiate di sapere già tutto, quanto riporta Tulli è di rilevanza assoluta e merita di essere letto, deve essere letto.
    Il problema che mette in evidenza l’autore non è quello dei pedofili presenti all’interno della Chiesa, sarebbe banale contrastarne la rilevanza argomentando che i pedofili ci sono ovunque, non solo tra i religiosi. Anche se poi viene fatto notare come i pedofili si vadano a cercare mestieri favorevoli alle loro tendenze criminose, trovando il lavoro del religioso particolarmente propizio. Ma il punto davvero importante non è questo, o almeno non solo. Non possiamo infatti negare che la Chiesa non abbia quantomeno ben vigilato al proprio interno, non abbia reso il più possibile impermeabile a questi criminali il proprio personale. In tal caso però, potremmo “solamente” accusarla di mancata accuratezza, di vigilanza svagata. Certo, sono stati distratti su una questione non da poco, ma per chi la difende esistono argomentazioni da sfruttare, anche se per il sottoscritto si tratta di argomentazioni deboli e pretestuose.

    Dicevamo, il vero punto di forza di Chiesa e pedofilia è un altro, quello di smascherare l’atteggiamento omertoso delle gerarchie ecclesiastiche, e quando si parla di gerarchie si punta in alto, fino al re papa. È sconcertante come la Chiesa abbia cercato in tutti i modi di coprire gli scandali, abbia evitato di collaborare con la giustizia laica, abbia sostanzialmente impedito che i colpevoli venissero processati e condannati. Ne viene fuori il quadro di un’istituzione impegnata soprattutto ad impedire la cattiva pubblicità, tesa a mantenere l’aura di faro morale. Un tale atteggiamento è davvero riprovevole perché ha permesso ai pedofili religiosi di scampare alla punizione prevista dalle leggi degli Stati; non solo, spostando semplicemente di parrocchia gli accusati, ha concesso loro la possibilità di perpetrare i propri crimini. Segno non solo di sostanziale interesse per la sola propria parrocchia, ma anche di unasconcertante sottovalutazione del crimine, una derubricazione di fatto (consolidata dalle parole con cui la Chiesa condanna la pedofilia, dove le vittime non vengono del tutto assolte). La Chiesa si a limita processare canonicamente i carnefici, arrogandosi il diritto di decidere la propria giustizia debba valere per tutti.

    Quale credibilità possono avere questi uomini che mettono il bene della Chiesa Universale davanti alla salute dei bambini? Le righe di Chiesa e pedofilia minano qualsiasi credibilità possa essere concessa a questa gente, inchioda le gerarchie ecclesiastiche ai fatti e non lascia spazio ai dubbi, chi ancora ne avesse sarebbe per partito preso, per pregiudizio inestirpabile, per fede cieca, che è poi quella su cui punta la Chiesa. Non sarebbe molto più sincera e fedele all’immagine che si vuole dare una Chiesa che mettesse pubblicamente alla gogna i propri esponenti che si macchiano di tali crimini? Davvero ne uscirebbe indebolita? Di certo, attraverso il bavaglio spontaneo di cui usufruisce, in Italia conviene così, perché le informazioni che la riguardano vengono elargite poco e male.
    Ora passo ad una considerazione strettamente personale. Se siamo d’accordo che la pedofilia è un atto criminale, se è palese che un’organizzazione ha evitato che molti propri membri venissero puniti dalla legge, come devo considerare chi di una tale organizzazione fa parte o partecipa a qualsiasi titolo? Ma sì leggetela come pura provocazione…

    La seconda parte di Chiesa e pedofilia è una carrellata rapida, non potrebbe essere altrimenti, su come la pedofilia sia parte integrante della cultura occidentale fin dall’antica Grecia e su come questa eredità porti a sottovalutare il problema ancora oggi. Fa male. Leggere righe che accusano tutta la cultura da cui traiamo le nostre radici fa male, come fanno male i dati riportati alla fine sulla pedofilia ai nostri giorni. Però è una parte importante del libro, perché chiamarsi fuori e chiamare fuori il proprio mondo è comodo e facile, invece è necessaria la consapevolezza, come sempre. Detto questo non è il caso di buttare dalla finestra tutta una cultura, è sufficiente riconoscere dove ha sbagliato e correggerla.Non dobbiamo fare come la Chiesa, dichiariamo chiaramente cosa non va, scartiamolo e andiamo avanti tenendoci tutto il buono. Ricordiamoci però di una cosa, di contestualizzare. È nostro dovere estirpare ciò che di sbagliato rimane di quella cultura oggi, ma abusare di un adolescente duemila anni fa o oggi non può avere la stessa valenza, quantomeno perché oggi la legge lo condanna.

    La terza parte di  Chiesa e pedofilia è costituita da interviste ad esperti (vaticanisti, giornalisti, psichiatri, politici), ognuno dei quali mette in luce qualche aspetto. Non si tratta di interviste lunghe, sono poche domande in cui il cuore della questione viene subito a galla, dritto al punto, come tutto il libro.

    Chiesa e pedofilia non è solo quello che ho raccontato io, è molto di più, è necessario leggerlo.

    Attraverso questo libro ho scoperto il documentario Unrepentant di Kevin Annett sul genocidio canadese, decine di migliaia di bambini abusati e uccisi nelle scuole residenziali canadesi. Dopo averlo guardato mi sono informato su Annett e secondo alcuni la sua attività attuale non ha la stessa spinta rigorosa dell’inizio. A prescindere da ciò, su cui non ho strumenti per pronunciarmi, il documentario è un lavoro importante e valido, una denuncia che dovrebbe essere divulgata il più possibile. Governo canadese e Chiesa si sono scusati, il Canada ha anche pagato somme in denaro, negare l’esistenza di quei fatti è ormai impossibile. Non si tratta di un crimine della sola Chiesa Cattolica, sono coinvolte altre chiese e lo Stato canadese. Ma a destare sconcerto sono le scuse quasi abbozzate che la Chiesa si è premurata di fare solo dopo essere stata sollecitata. Mai che ne faccia di sua spontanea volontà e sempre come se bastasse qualche parola per meritarsi il perdono.

    Infine consiglio il film The Woodsman – Il Segreto, con un Kevin Bacon in forma smagliante. The Woodsman – Il Segreto tratta il tema della pedofilia senza avvalersi di immagini cruente di violenza, ma sviscerando l’animo di chi è carnefice (anche se il protagonista non ha mai commesso violenza sessuale, ma ricordiamo che è pur sempre colpevole) racchiuso in una malattia difficile da debellare, senza presentare un personaggio macchiettistico fin troppo facile da digerire. Sia ben chiaro che le vittime vengono prima di tutto, ma questo punto di vista, per la qualità racchiusa nel film, diventa interessante.

    Chiesa e pedofilia, Federico Tulli. Non lasciate che i pargoli vadano a loro

  • Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Estratto dagli atti;“io ricordo bene la notte in cui Pinetto mi invitò nel suo letto, in seminario: lui indossava un pigiama di flanella, giacca e pantaloni a righe azzurre e bianche: anche io avevo il pigiama, ma lui strofinò il pene sulla mia coscia, io ero un bambino di 12 anni ma non ero mica scemo: ricordo benissimo quando cercò di entrare la seconda volta nel mio letto, in camera con tutti i seminaristi, subito dopo avermi spalmato la crema sulla caviglia e aver cercato di massaggiarmi le parti intime“.

    Anche per noi della Rete L’ABUSO sta diventando davvero imbarazzante denunciare ancora una volta, carte alla mano, la profonda disonestà intellettuale della diocesi di Savona – Noli, del suo vescovo Vittorio Lupi e di molti dei sacerdoti che la compongono. Quello che indigna ulteriormente è il messaggio altamente diseducativo che la chiesa savonese in questi anni, attraverso i diversi casi ha dato ai giovani, un messaggio che nella sostanza insegna che qualunque malefatta si può mettere a tacere, basta screditare chi la denuncia, fare un bel comunicato stampa, chiedere scusa e si ricomincia da capo.

    Abbiamo scelto di non pubblicare l’intero carteggio sul caso di don Pietro Pinetto, ci limiteremo a rendere pubblici solo pochi atti, quelli essenziali.

    Riassumiamo brevemente le fasi dell’indagine durata più 4 anni che hanno portato ad accertare che Pietro Pinetto ha molestato dei ragazzini.

    Il caso di don Pietro Pinetto viene portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria il 4/12/2010 quando Francesco Zanardi raccoglie le confidenze di un ex seminarista, un affermato e stimato cittadino savonese impegnato nel sociale. La segnalazione verrà prontamente trasmessa alla magistratura la quale però dovrà fermarsi di fronte alla prescrizione. Parallelamente però, grazie al contributo di don Giovanni Lupino, quell’ex seminarista che per il Codice Canonico non è prescritto, denuncerà già nel 2010 le molestie subite al vescovo di Savona Vittorio Lupi, il quale però sceglierà di non intervenire.

    Tutto tace fino al 2013 quando lo scandalo savonese di don Nello Giraudo trasmesso dal noto programma televisivo LE IENE darà la forza di uscire allo scoperto ad un altro ex seminarista, anch’esso vittima di don Pietro Pinetto. Ma anche questa volta l’intervento dei termini di prescrizione costringerà l’autorità giudiziaria a fermarsi. In quella occasione la Diocesi di Savona, attraverso un comunicato stampa dichiarerà che se quei gravi fatti prescritti per l’autorità giudiziaria ma non per il codice canonico, saranno accertati, si procederà con un processo canonico nei confronti del sacerdote.

    Nel frattempo gli attivisti della Rete L’ABUSO iniziano a raccogliere una serie di segnalazioni, tra queste anche quella riguardante un ragazzo poco più che 20enne, con evidenti problematiche psicofisiche che disegnano il profilo di una vittima nel pieno del trauma. Ad accreditare ulteriormente il profilo della presunta vittima sono le voci che da tempo si rincorrono in paese. La magistratura a questo punto interviene, sembra finalmente la volta buona, sembra, perché quando gli inquirenti ascolteranno la presunta vittima, questa confermerà si, la sua frequentazione con il sacerdote, ma negherà le molestie.

    A questo punto l’indagine sembra arenarsi ancora una volta, ma accade qualcosa che darà l’opportunità agli inquirenti di poter procedere con l’accertamento degli altri casi, quelli per i quali non si era potuti procedere in precedenza a causa dei termini di prescrizione.

    Il sacerdote Pietro Pinetto, certo di averla fatta franca, sporgerà querela per diffamazione nei confronti di quattro persone, una delle vittime, Francesco Zanardi portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, uno del SECOLO XIX e l’altro di LA REPUBBLICA. Grazie a questa arrogante querela l’autorità giudiziaria si troverà costretta ad indagare per accertare la veridicità della presunta diffamazione invocata dal sacerdote e nell’eventualità procedere contro i quattro querelati.

    Comincerà quindi da parte degli inquirenti l’audizione delle vittime e in alcuni casi anche dei loro famigliari. Emergerà una lettera autografa scritta da un bambino, all’ora seminarista, negli anni 70 nella quale il 12enne racconta l’accaduto. La madre ha conservato per tutti questi anni quella lettera che quando è depressa rilegge.

    Dalle deposizioni delle persone ascoltate emergerà che quel sacerdote era già stato denunciato ai massimi vertici della chiesa savonese negli anni 70, ma l’allora vescovo mons. Sibilla non fece nulla.

    Tra i racconti emerge anche il dolore della madre la quale a seguito della fuga del figlio dal seminario savonese, prima di affrontare l’allora vescovo di Savona, si era rivolta ad alcuni sacerdoti savonesi, uno morto ma gli altri due ancora vivi, denunciando l’accaduto e chiedendo loro consigli su come procedere.

    La donna racconta agli inquirenti; “a me il vescovo sembrava fosse dispiaciuto e speravamo togliesse di mezzo quel prete, invece nulla: XXXXX era un bambino a quei tempi: il prete si chiamava don Pinetto, pressappoco, un nome cosi: ha cercato di fargli le cose che sono scritte qui: XXXXXX è scappato dal seminario e con questa lettera ha provato a raccontare quello che era successo, ma noi non lo abbiamo ascoltato. Il padre l’ha picchiato credendo che non fosse una cosa vera: la verità è che non è successo una volta sola. XXXXXX è rimasto sperando che il prete la smettesse. Invece poi il prete ha continuato e XXXXXX è scappato. Noi eravamo persone semplici, siamo venuti grandi in un paesino così e credevamo che il seminario fosse sicuro e che non potessero succedere delle cose cosi”.

    Anche il padre della vittima non si da pace e dichiara agli inquirenti; “io so che mio figlio è scappato dal seminario perché ha visto violentare un altro bambino e poi mi ricordo che io l’ho picchiato: io poi credevo che il prete che ha cercato di violentare (anche mio figlio) XXXXXX fosse morto, prendo atto che lei ora mi dice che è vivo. Di lui non mi interessa nulla , però voglio dirle che mio figlio per colpa di quel prete ha avuto la vita rovinata: e basta, non voglio dire altro”.

    Un’altra delle vittime racconterà agli inquirenti; “ricordo che la prima volta che mi ha toccato nelle parti intime è stato quando mi voleva spiegare come bisognava lavarsi nelle parti intime. Ha iniziato a mostrarmi concretamente come fare, facendomi spogliare e manovrando il mio pene. Questa cosa è successa, per quanto ricordo due o tre volte, probabilmente perché ho iniziato a mostrare il mio disappunto e quindi non ha più insistito a chiamarmi. Preciso che il tutto veniva effettuato senza alcuna violenza fisica, ma violenza psicologica perché era più subdola, in quanto faceva apparire reali e onesti questi atteggiamenti, che in realtà non lo erano”continua”Preciso inoltre che i toccamenti sono sempre stati effettuati da don Pinetto sulla mia persona e non viceversa”.

    Ma c’è un’altra testimonianza, questa volta indiretta e a raccontarcela è Roberto Nicolick, fratello di Alessandro, purtroppo deceduto. Alessandro di famiglia cattolica praticante entra in seminario con una forte vocazione, voleva diventare un sacerdote. Ma all’improvviso, una notte Alessandro scappa dal seminario. Non vorrà mai spiegare alla famiglia i motivi di quella fuga, si confiderà con il fratello Roberto solamente anni dopo e in punto di morte. Ad accreditare ulteriormente questo racconto indiretto è quanto accade il 4 dicembre del 2013, nel pieno delle indagini della magistratura, quando 2 sacerdoti, uno dei quali si qualifica come il vice del vescovo, l’altro invece di origine indiana, si presentano dalla madre di Alessandro alla quale chiederanno di sottoscrivere una dichiarazione riguardante il figlio. La donna all’epoca 91enne firma quella dichiarazione di cui non ricorda bene il contenuto e della quale non viene lasciata copia. I due sacerdoti, prima di uscire da casa della donna gli raccomandano di non parlare con nessuno di quella loro visita, soprattutto con figlio Roberto. Nei giorni scorsi Roberto Nicolick ha chiesto all’autorità giudiziaria di fare chiarezza sull’accaduto anche per capire meglio cosa sia stato fatto firmare all’anziana madre.

     Arriviamo ai giorni nostri quando don Pietro Pinetto malgrado quanto certificato dall’autorità giudiziaria già nel luglio del 2013, verrà trasferito dal vescovo di Savona Vittorio Lupi nella parrocchia di S. Francesco da Paola, dove tra le altre cose abita una delle vittime. In un primo momento la notizia passa inosservata ma poche settimane dopo qualche genitore dei molti bambini che frequentano quella parrocchia comincia ad avere il sospetto che quel nuovo sacerdote possa essere quel Pietro Pinetto di cui anche i giornali avevano parlato tanto pochi anni prima. Alcuni genitori contattano Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO il quale confermerà che si tratta proprio di quel sacerdote.

    I circa 70 genitori chiederanno spiegazioni al parroco don Danilo Grillo il quale malgrado la vicenda sia oramai ben nota ai vertici della diocesi di Savona, si limiterà a tranquillizzarli, ma nessuno rimuove Pinetto.

    Per quanto riguarda quella provvidenziale querela che avviò le indagini della procura, fatta da don Pinetto ai danni di una delle vittime, del portavoce di Rete L’ABUSO e i due giornalisti, è stata ritirata dal sacerdote accusato di calunnia nei confronti dei quattro, il 3 dicembre del 2013.

    Come già detto al principio dell’articolo, non riteniamo necessario pubblicare l’intero carteggio acquisito presso l’autorità giudiziaria il quale andrebbe solo ad accentuare ulteriormente la miseria morale ed intellettuale di molti sacerdoti di questa diocesi, vertici compresi.
    La Rete L’ABUSO chiede ancora una volta pubblicamente al vescovo di Savona Vittorio lupi di procedere come promesso alle vittime e all’intera comunità cattolica savonese nel comunicato della diocesi datato 7 marzo 2013 (Comunicato della Curia diocesana ), come prevede il Codice Canonico ad un processo nei confronti del sacerdote Pietro Pinetto.

    Il buonsenso invece vorrebbe che lo stesso sacerdote sia allontanato da luoghi frequentati da minori, ma questa è scelta della chiesa alla quale lasciamo la decisione.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

  • 8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    E’ piuttosto controversa la moralità di certi uomini di chiesa i quali, quando vengono a conoscenza di reati commessi da membri del clero invitano le vittime a non denunciare dicendo loro che “ci penserà la giustizia divina”. Ma quando sono loro la presunta parte lesa invece, “la giustizia divina” non vale più e corrono subito a sporgere denuncia, spesso anche in malafede.

    E’ il caso di don Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona, il quale in data 27/06/2013 deposita per mano dell’avvocato Giuseppe Sanguineti un esposto nei confronti di Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO di Savona.

    Monsignor Antonio Ferri lamenterebbe che “in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Libreria Ubik di Savona in data 23 maggio 2013 (alla quale era stato invitato, quale relatore, il signor Kevin Annet, antropologo noto per aver pubblicato 2 libri relativi agli abusi subiti dagli aborigeni canadesi da parte di sacerdoti), il signor Zanardi ha testualmente affermato che il vicario della diocesi, con un fascicolo aperto su un prete pedofilo, convoca le vittime per chiedere di ritrattare”.

    Secondo il prelato savonese, Zanardi lo avrebbe diffamato anche attraverso una dichiarazione pubblica fatta sul social network Facebook nella quale denunciava il tentativo di inquinamento di prove riguardanti a un’indagine su un prete pedofilo.

    Lo stesso Zanardi denunciava anche di essere stato avvicinato da alcune parrocchiane, le quali, nell’intento di sapere i nomi delle presunte vittime sentite dalla procura, si proponevano di offrire sostegno a questi malcapitati.

    Una delle parrocchiane in questione era la povera Luisa Bonello, la quale accortasi del raggiro a suo danno e delle vittime, denunciò questa circostanza prendendo le distanze dalla curia savonese e riportando questi sotterfugi all’attenzione di Papa Francesco.

    In quell’esposto don Antonio Ferri, lui stesso precisa che “Orbene, anche se il mio nominativo non viene esplicitamente fatto, il riferimento è comunque preciso ed inequivocabile, in quanto l’ufficio che ricopro ed il contesto locale porta necessariamente a riferire quanto pubblicato alla mia persona”.

    Qui avviene il primo “miracolo” perché don Antonio Ferri, stranamente si riconosce in una dichiarazione che non solo non indicava la diocesi dove stavano avvenendo questi fatti, ma non indicava neppure il nome del vicario interessato, il tutto avveniva all’interno di una conferenza stampa dove era ospite Kevin Annet come già indicato, esperto sugli abusi subiti dagli aborigeni canadesi.

    La cosa suona parecchio strana anche per il fatto che Zanardi è portavoce di una associazione nazionale che in tutta Italia ha procedimenti penali aperti nei confronti di sacerdoti pedofili, curioso che Antonio Ferri si sia riconosciuto in quelle dichiarazioni.

    Mons. Antonio Ferri continua lamentando che quelle dichiarazioni, nelle quali si sarebbe riconosciuto in modo così inequivocabile, lederebbero gravemente la sua persona, nonché la sua onorabilità e chiede all’autorità giudiziaria “di verificare se nel comportamento del signor Francesco Zanardi siano ravvisabili estremi di reato e le chiedo altresì di indagare – ove ritenuto – con la necessaria discrezione, onde evitare che un delicato problema di giustizia diventi spunto per alimentare campagne mediatiche tutt’altro che serene ed obiettive, come purtroppo sin qui pare essere avvenuto”.

    Le dichiarazioni di Zanardi, anche se non veniva indicata la diocesi e il prelato coinvolto, arrivavano effettivamente da due presunte vittime del sacerdote Pietro Pinetto.

    Passa poco tempo dalla segnalazione di quelle due vittime quando il 4 dicembre del 2013 Zanardi raccoglie un’altra segnalazione, questa volta da parte di Roberto Nicolick, fratello di un’altra presunta vittima, purtroppo deceduta. Nicolick apprende dalla sua compagna che due persone, approfittando della sua assenza, si sarebbero presentate a casa della madre alla quale avrebbero fatto firmare una dichiarazione riguardante le presunte molestie subite dal fratello Alessandro presso il Seminario Vescovile di Savona. I due uomini, uno italiano e l’altro di origine indiana, si sarebbero qualificati davanti alla donna che all’epoca aveva 91 anni, il primo come il vice del vescovo e l’altro come un suo collaboratore. I due prima di andarsene avrebbero raccomandato all’anziana donna, di non riferire a nessuno di quella visita, soprattutto al figlio Roberto che guarda caso è anche un collaboratore della Rete L’ABUSO.

    L’anziana donna in un primo momento mantiene il segreto, ma poi, perplessa su cosa gli fosse stato fatto firmare e presa dall’ansia confida tutto alla compagna del figlio Roberto, la quale allarmata lo avvisa immediatamente.

    Francesco Zanardi verrà formalmente indagato dalla procura della repubblica di Savona per l’esposto depositato dal vicario mons. Antonio Ferri, in data 23/05/2013 con l’accusa di diffamazione aggravata ai danni del Ferri.

    Ma il 4 febbraio 2015 accade il secondo “miracolo”, chissà, forse L’Arcangelo Gabriele apparso probabilmente in sogno al vicario mons. Antonio Ferri suggerisce – al prelato che precedentemente aveva chiesto alla procura di ravvisare i reati commessi a suo danno da Francesco Zanardi – di depositare un altro documento nel quale dichiarerà; “Premetto che non era mia intenzione, con la mia segnalazione del 19 giugno 2013 denunciare o comunque chiedere l’accertamento di fatti di reato a mio carico ma piuttosto di contribuire al lavoro della procura apportando elementi che ritenevo potessero essere di ausilio per una migliore comprensione dei fatti oggetto delle ripetute denunce/esposti del signor Francesco Zanardi”.

    Continua affermando “Ho, peraltro, preso atto della circostanza che, in ragione di tale comunicazione è stato aperto un fascicolo contrassegnato dal n. 3460/13/21, e, per l’effetto, fermo quanto sopra in ordine alla natura della mia comunicazione del 19 giugno 2013 dichiaro di non aver interesse ad alcun accertamento di condotte illecite nei miei confronti con il riguardo alle dichiarazioni rese dal signor Francesco Zanardi e meglio descritte nella comunicazione medesima”. “Pertanto, nell’evenienza in cui la mia comunicazione dovesse effettivamente essere qualificata come querela, con la presente dichiaro formalmente di voler rimettere la stessa e di non avere interesse alcuno alla prosecuzione delle indagini”.

    Va di certo detto che quel procedimento penale per diffamazione a carico di Francesco Zanardi, qualora la magistratura avesse appurato che diffamazione non era ma anzi, che i fatti dichiarati da Zanardi fossero veri, si sarebbe trasformato in un procedimento per calunnia a carico di mons. Antonio Ferri ai danni di Zanardi. La stessa cosa che è accaduta a don Pietro Pinetto, accusato di aver calunniato con false dichiarazioni di innocenza rilasciate al Pubblico Ministero, una delle vittime, due giornalisti e lo stesso Zanardi.

    Naturalmente nei prossimi giorni gli avvocati della Rete L’ABUSO chiederanno all’autorità giudiziaria di fare chiarezza non solo sull’esposto depositato da mons. Antonio Ferri e poi ritirato, ma unitamente a Roberto Nicolick chiederanno che venga fatta chiarezza su chi e soprattutto cosa, fu fatto firmare alla madre.

    F.

  • Pedofilia,gli ammanchi,il giallo dell’eredità: monsignor Raspanti fa chiarezza sulle nubi

    Pedofilia,gli ammanchi,il giallo dell’eredità: monsignor Raspanti fa chiarezza sulle nubi

    Ha risposto con franchezza alle domande dei cronisti l’amministratore apostolico Antonino Raspanti, che avrà la reggenza della diocesi fino alla nomina del sostituto di La Piana. Dalle polemiche, al giallo dell’eredità, passando per i temi legati alla pedofilia ed agli ammanchi nelle casse, il vescovo di Acireale ha fatto chiarezza.

    Non guarda la tv sin da quando era ragazzo, per scelta religiosa. Si informa attraverso la rete e la carta stampata. Non ha volutamente letto nulla sulle polemiche post dimissioni di La Pianaperché preferisce informarsi direttamente alla fonte. Ma ai giornalisti messinesi monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e amministratore apostolico dell’Arcidiocesi di Messina (una sorta di reggente) ha risposto con franchezza, senza sottrarsi, per quanto di sua conoscenza, persino a quelle domande alle quali l’ex arcivescovo non ha voluto rispondere. Non si è nascosto dietro nessun silenzio monsignor Raspanti e cercherà di affrontare tutti i nodi che sono venuti al pettine, nei limiti del possibile e per il tempo che avrà a disposizione fino alla nomina del nuovo arcivescovo.

    “Messina non la conoscevo proprio, fin qui sono dovuto venire usando google maps, ma non mi sottrarrò all’impegno ed approfitto della stampa per salutare i fedeli, coloro che si riconoscono nella fede cattolica ed anche quanti non si riconoscono. Ho iniziato a pregare per tutti voi sin dal giorno della mia nomina”.

    Una breve introduzione, poi il fuoco di fila di domande per cercare di far luce sul clima nebuloso che ha caratterizzato gli ultimi mesi della presenza di La Piana.

    LA SITUAZIONE DELLA DIOCESI

    “Ho ancora pochi elementi, non ho voluto appositamente basarmi sulle polemiche apparse sulla stampa ma accertarmi di persona. Non c’è molta serenità in alcuni, è chiaro, ma non c’è stato un cataclisma vero e proprio. Certo, potrò esprimermi più chiaramente nelle prossime settimane e non voglio affatto minimizzare, ma neanche accentuare i toni. Serve tempo. Se crolla un tetto il problema si risolve rapidamente, se ci sono ferite in alcuni sacerdoti non è facile allo stesso modo, ho bisogno di parlare con loro e approfondire”.

    IL CASO DON CHIARENZA

    L’arrivo a Messina di monsignor Raspanti è coinciso con una lettera inviata dall’associazione “La caramella buona” a Papa Francesco, nella quale si stigmatizza la decisione del vescovo di far concelebrare, alcuni giorni fa, una messa ad Aci San Filippo a don Chiarenza,condannato dal Tribunale ecclesiastico per abusi sessuali su un minore.

    “Cerco di essere sintetico ma chiaro. Martedì si festeggiavano i 25 anni di sacerdozio del parroco di Aci San Filippo. Padre Chiarenza vive proprio di fronte la chiesa ed è stato lo stesso parroco a chiedermi di concedergli il permesso, visto che officiavo io ed io ho anche questa prerogativa. Ho tenuto conto di una serie di fattori, mi sono consultato anche con la Congregazione e poi ho deciso. Tra l’altro il decreto cautelativo nei confronti di don Chiarenza l’ho emesso io e per ben 2 volte”.

    Monsignor Raspanti ha spiegato che in attesa della sentenza (che ha condannato il prete perpedofilia all’allontanamento ed al divieto di officiare) è stato proprio lui ad emettere il decreto cautelativo durato 2 anni. Nel luglio del 2013 è arrivata la condanna, ma don Chiarenza ha presentato ricorso e l’istanza ha sospeso il provvedimento cautelativo. Papa Francesco nel frattempo ha nominato una nuova Commissione internazionale per i casi di pedofilia e da allora la mole enorme di fascicoli è in fase di analisi.

    “Ho periodicamente sollecitato notizie sull’esito del ricorso, l’ultima volta in estate. Lo faccio nell’interesse della vittima, Pulvirenti, ma lo stesso don Chiarenza me lo chiede. Nel frattempo ho emesso un secondo decreto cautelativo autorizzando don Chiarenza a vivere dove si trova adesso ma vige il divieto di celebrazione. Il permesso, che è stato un caso isolato è di mia pertinenza, ma mi sono sentito con la Santa Sede e con la Congregazione. La Caramella buona mi ha sempre dato atto di essere inflessibile, mi stupisce quindi questa nota. Mi auguro che il clamore possa magari accelerare l’esito del ricorso, nell’interesse di tutti”.

    Proprio in relazione alla pedofilia l’amministratore è stato sollecitato a rispondere in merito alla presenza in Curia di un prete indagato per molestie su un minore, non ha esitato: “Non c’è alcun dubbio che approfondirò la questione e faremo chiarezza, esistono le leggi, le regole, su questo non si discute, sarò fermissimo, come ho dimostrato.

    I BUCHI E GLI AMMANCHI

    “sì ho sentito di queste voci. A me non risultano né ammanchi né buchi. Ne ho parlato con l’arcivescovo e mi ha lasciato una corposa documentazione. Certo, alcune entrate sono venute meno come del resto in tutte le case. Altre spese sono sopravvenute nel caso di appalti per ristrutturazioni o costruzioni di nuove Chiese a causa di varianti o imprevisti.Serve un piano di ristrutturazione, un piano di risparmio e chiederò a tutti di tirare un po’ la cinghia. Farò come Renzi, una spending review.

    IL GIALLO DELL’EREDITA’

    Tra le polemiche legate alla gestione La Piana c’è anche quella relativa all’eredità Bertolami,il medico di fiducia della Curia e dello stesso arcivescovo, morto nel 2013 lasciando tutti i beni proprio a monsignor La Piana. La storia è sconfinata poi nella leggenda perché si vocifera di un lascito milionario. Entro dicembre l’avvocato Vermiglio, nominato esecutore testamentario dovrebbe ultimare l’inventario e le operazioni esecutive.

    “Anche di questo ho parlato con l’arcivescovo che mi ha detto di non aver mai fatto neanche un gesto per accettare l’eredità ma di voler esprimere la volontà di lasciare alla diocesi i beni. Se non lo ha ancora fatto con atto pubblico non ho dubbi che lo farà quanto prima perché mi ha precisato proprio questo, di non aver accettato alcunché e di non voler nulla ma di voler lasciare ogni bene a Messina. Tra l’altro si parla di 6 milioni di euro ma la cifra da quel che ho compreso è di gran lunga inferiore ed in ogni caso lui non vorrà nulla. Penso che lo chiarirà ufficialmente entro dicembre o pochi mesi”.

    LA CASA DEL CLERO

    L’ultima vicenda finita nel calderone è la transazione per circa 900 mila euro per la Casa del clero a Collereale, sede scelta sin dai tempi di monsignor Paino per i sacerdoti “in pensione”.

    “Mi è parso di capire che La Piana ha concluso una vicenda iniziata molti anni fa e chiusa anche con il rispetto delle regole, delle autorizzazioni e nell’interesse della Diocesi stessa. E’ un problema che ha ereditato e risolto. Comunque anche questa vicenda la approfondirò. Sarò qui a Messina due giorni a settimana e avrei piacere anche di incontrare più spesso i giornalisti, sono a disposizione per qualsiasi chiarimento e approfondimento e vi chiedo scusa se adesso devo lasciarvi”.

    In poco più di mezz’ora invece monsignor Raspanti ha risposto con franchezza, nei limiti di quanto poteva essere di sua conoscenza, a tutte quelle domande rimaste con il punto interrogativo sin dal giorno delle dimissioni dell’ex arcivescovo La Piana e della successiva conferenza stampa.

    E da cronisti questo dobbiamo sottolinearlo.

    Rosaria Brancato

    Pedofilia,gli ammanchi,il giallo dell’eredità: monsignor Raspanti fa chiarezza sulle nubi

  • Scandalo chiesa di S. Francesco da Paola; spergiuri nella casa di Dio

    Scandalo chiesa di S. Francesco da Paola; spergiuri nella casa di Dio

    All’indomani dell’incontro con i genitori avvenuto ieri sera presso la parrocchia di S. Francesco si infiamma l’indignazione di alcuni presenti per gli spergiuri fatti al cospetto di Dio dal parroco di S. Francesco. La riunione infatti si è tenuta non nelle opere parrocchiali come doveva essere, ma in Chiesa dove il parroco avrebbe mentito ai presenti dichiarando sul caso di don Pietro Pinetto, il sacerdote pedofilo trasferito da Celle nella parrocchia savonese sarebbe innocente. Il parroco infatti ha prima omesso ai presenti che Don Pinetto è stato rinviato a giudizio per aver mentito al pubblico ministero Dott. Giovanni Battista Ferro, dichiarando la sua innocenza e querelando ingiustamente 4 persone (tra cui una vittima) per diffamazione. Querela, che poi si è ritorta contro egli stesso, perchè la Procura della Repubblica di Savona costretta ad indagare a seguito della querela del sacerdote, dopo aver accertato la veridicità dei fatti, ha accusato a sua volte il sacerdote di calunnia nei confronti dei 4 querelati appurando che avevano detto la verità. Ma non finisce qui perché il parroco di S. Francesco Don Daniele Grillo, avrebbe anche dichiarato che ben tre delle 4 vittime che accusavano Don Pinetto avrebbero ritrattato le loro dichiarazioni, cosa che non è affatto vera, infatti solo 1 di quelle vittime avrebbe negato le molestie subite. Per quello che riguarda la quarta vittima sempre il parroco di S. Francesco, avrebbe riferito con evidente disprezzo, che era un “tossico” e che anche la madre di quest’ultima vittima (deceduta da anni) avrebbe confermato ad alcuni prelati innanzi tutto il suo sostegno generico alla Chiesa e al Pinetto , poi avrebbe detto, sempre secondo il Parroco che la anziana donne, all’epoca 91 enne, avrebbe negato che il figlio Alessandro Nicolick sarebbe stato oggetto di molestie sessuali all’interno del Seminario Vescovile di Savona e in quello estivo di Piana Crixia. Ed è proprio a questo punto che esplode la profonda amarezza e quindi l’ira, del prof. Roberto Nicolick, fratello proprio di quella vittima il cosidetto “tossico” dal Parroco, fuggita anni prima dal seminario di Savona, senza mai volere dare una spiegazione se non in punto di morte al fratello medesimo. Infatti risulta agli atti della Rete L’ABUSO un fatto molto sinistro e datato di qualche anno, quando il professor Roberto Nicolick, fratello del defunto Alessandro, apprese dalla sua compagna, che due persone, don Antonio Ferri attuale Vicario Generale ed un altro sacerdote di colore non identificato, sarebbero andati a trovare a casa la madre 91enne e le avrebbero fatto firmare delle carte non ben precisate, raccomandando alla donna di non parlarne con il figlio Roberto. L’anziana donna però, spaventata, si sfogò con la compagna del figlio Roberto, la quale insospettita glielo riferì. Di li venne immediatamente formalizzato l’accaduto, che la Rete L’ABUSO, di cui Roberto Nicolick fa parte, segnalò prontamente alla procura della repubblica . Ora ci si chiede come sia possibile che ieri sera il parroco di S. Francesco abbia accennato questo fatto ai genitori presenti, dal momento che lui risulterebbe estraneo a questa vicenda? Viene da se, che qualcuno lo abbia informato, qualcuno interno alla curia savonese ed in grado di avere accesso a quella documentazione riservata e precedentemente estorta ad una donna di 91 anni, profondamente Cattolica e fermamente credente, intimidita dal fatto che il figlio defunto non venisse tirato in ballo in una vicenda dolorosa oramai da dimenticare. Rimaniamo colpiti dalla profonda insensibilità e aridità con cui gli uomini della Chiesa hanno voluto trattare le sofferenze di una madre come hanno voluto strumentalizzare ancora volta la morte di giovani che si erano affidati nelle loro mani, non sapendo in quale infermo si erano messi. Come di consueto Monsignor Vittorio Lupi si è reso irreperibile ai giornalisti che lo hanno cercato per avere chiarimenti in merito.

    Francesco Zanardi

    Roberto Nicolick