Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi del prete, il pm: perizia sul ragazzo

    Abusi del prete, il pm: perizia sul ragazzo

     Paola Aurisicchio

    PESCARA. Verserebbe in «un grave malessere», come dice l’accusa, la giovane vittima di presunti abusi sessuali da parte di un prete di 42 anni che accanto all’avviso di garanzia ha ricevuto anche la richiesta di incidente probatorio da parte del pm Salvatore Campochiaro.

    E’ anche per questo che il pm, oltre a chiedere al giudice per le indagini preliminari di acquisire la testimonianza del ragazzo che, tra il 2011 e il 2012, avrebbe avuto incontri sessuali con donVito Cantò ha chiesto anche di fare una perizia medico-psichiatrica sul giovane in modo «da accertare nei suoi comportamenti elementi riconducibili o meno alle presunte condotte di abuso subìte».

    Sarà un percorso difficile quello che attende il giovane che, confortato dalla famiglia, ha denunciato quello che sarebbe accaduto dall’ottobre 2011 fino al maggio 2012: l’accusa parla di violenza sessuale da parte di don Vito Cantò, all’epoca parroco della chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore, la parrocchia che è stato costretto a lasciare nel luglio 2013 in seguito alla sospensione arrivata dall’arcivescovoTommaso Valentinetti.

    Da quel momento, per il prete di 42 anni, è partito il processo canonico, un filone parallelo a quello penale ora in corso. E’ questa una delle prime inchieste pescaresi che sta sfiorando la chiesa e con al centro un prete molto conosciuto perché, nel 2006, don Vito era stato anche protagonista di un’iniziativa rimbalzata sui giornali nazionali: il prete confessava i ragazzi durante le notti del divertimento. Tra gli incarichi affidati a don Vito c’era stato anche quello di cerimoniere della curia, un ruolo apicale e fiduciario venuto meno con la sospensione che gli aveva lasciato solo la possibilità di concelebrare la messa all’interno del convento delle suore di clausura di Pescara Colli.

    Don Vito ha anche un passato da assistente ecclesiastico nel movimento scout dell’Agesci Abruzzo fino alle dimissioni arrivate all’improvviso nell’estate dell’anno scorso dopo una presa di posizione della curia di Pescara, tenuta riservata fino a quando monsignor Valentinetti, attraverso una nota, ha spiegato: «Ho saputo della perquisizione in casa della famiglia di don Cantò e sono a disposizione della questura per aiutarla a comprendere la situazione. Dopo le segnalazioni avute riguardo don Vito», aveva detto ancora Valentinetti, «lo abbiamo allontanato dalla comunità parrocchiale con una sospensione delle mansioni proprie dell’ufficio sacerdotale “ad cautelam”».

    Il prete, secondo le indagini della Squadra Mobile alla guida di Pierfrancesco Muriana, avrebbe abusato – dice l’accusa – del ragazzo di 16 anni che gli era stato affidato, come recita il capo di imputazione, «per ragioni di educazione religiosa».

    Per cristallizzare la versione del ragazzino, il pm Campochiaro ha chiesto attraverso l’incidente probatorio di acquisire la testimonianza del giovane aggiungendo anche la richiesta di una perizia medico-psichiatrica sul minore. Sarà il giudice per le indagini preliminari ad accogliere o meno la richiesta della procura. Nel frattempo, dopo la perquisizione nella casa di Cepagatti dei genitori del prete, gli investigatori passeranno al setaccio il computer e i due telefonini sequestrati a don Vito.

  • Pescara, prete indagato per violenza sessuale

    Pescara, prete indagato per violenza sessuale

    di Pietro Lambertini

    PESCARA. «Ho appreso la notizia della perquisizione in casa della famiglia di don Vito Cantò e sono a disposizione della questura per aiutarla a comprendere la situazione». Così l’arcivescovo di Pescara,Tommaso Valentinetti, racconta quello che è successo venerdì mattina quando gli agenti della squadra mobile hanno bussato al portone del convento delle suore di clausura, ai Colli: è soltanto lì che don Vito, 42 anni, già prete a Brittoli, Civitaquana e nella parrocchia di San Camillo de Lellis in via Parigi a Villa Raspa di Spoltore, può concelebrare la messa. Solo lì, dove quasi nessuno può entrare: il parroco è indagato per il reato di violenza sessuale.

    Incontri sessuali. Secondo il capo di imputazione, tra il 2011 e il 2012, don Vito avrebbe commesso presunti abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni che frequentava, insieme agli amici, la parrocchia di Villa Raspa. In base agli atti dell’indagine, non ci sarebbero state né costrizione né violenza fisica: è lo stato di presunta «subordinazione psicologica», a cui sarebbe stato sottoposto il minorenne, a far scattare l’accusa di violenza sessuale. Dopo la visita al convento, accompagnati da don Vito, i poliziotti sono andati a Cepagatti, per perquisire la casa dei genitori del prete: è in quella casa del centro abitato che, da più di un anno, vive anche don Vito. I poliziotti sono usciti dall’abitazione con del materiale che sarà oggetto di controlli.

    Prete della movida. Don Vito è un prete conosciuto nel Pescarese. Nel 2006 era stato anche protagonista di un’iniziativa rimbalzata sui giornali italiani: sceso in strada di notte, sulla riviera di Pescara, aveva confessato i ragazzi durante la movida. «Ci siamo messi proprio qui», aveva raccontato il parroco ai giornalisti, «perché questa è la meta del passeggio notturno. Ora si chiama movida. Vogliamo essere, come dice il Vangelo, il lievito del pane, il sale che dà sapore. La nostra proposta è semplice ed è scritta nel volantino che distribuiamo a tutti: “C’è un cuore che prega per te, nella notte”». Don Vito ha anche un passato da assistente ecclesiastico nel movimento scout dell’Agesci Abruzzo: lo è stato fino alle dimissioni, arrivate all’improvviso e inspiegabili nell’estate dell’anno scorso dopo una presa di posizione della curia di Pescara, tenuta riservata fino a ieri.

    Sospeso 16 mesi fa. Infatti, si è appreso che, nei primi mesi del 2013, voci di possibili attenzioni sessuali del parroco almeno su un ragazzino sono arrivate alla curia: è lo stesso arcivescovo a confermarlo. Così nel luglio 2013, è scattata la sospensione e il parroco è stato costretto a lasciare immediatamente la chiesa di Villa Raspa disertando anche la celebrazione di un matrimonio.

    «Lo abbiamo allontanato». «Dopo le segnalazioni avute riguardo don Vito», rivela Valentinetti, «lo abbiamo allontanato dalla comunità parrocchiale con una sospensione dalle mansioni proprie dell’ufficio sacerdotale». Una sospensione “ad cautelam”, risalente a 16 mesi fa, che ha innescato anche un processo canonico, parallelo all’indagine della polizia. Con la sospensione, al parroco è stato vietato di celebrare la messa in luoghi aperti al pubblico mentre gli è stato concesso di concelebrare le funzioni nel convento di Pescara. «Secondo quanto richiesto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, spiega Valentinetti, in ottemperanza al Motu Proprio “Sacramentorum Sanctitatis tutela”, abbiamo avviato il procedimento canonico che attualmente si trova nella fase di processo penale canonico».

    Denuncia dei genitori. Dal processo canonico all’indagine penale, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro: la Mobile, guidata dal dirigentePierfrancesco Muriana, ha avviato gli accertamenti sul prete dopo la denuncia della famiglia del quindicenne, adesso maggiorenne. Non è stata la Chiesa, quindi, a informare la polizia dei sospetti sul parroco ma i familiari del ragazzo: in base alla versione fornita dalla famiglia, il prete avrebbe avuto incontri sessuali con il loro figlio. Sarebbero stati gesti consenzienti ma che, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzino. A raccontarlo ai genitori, nei mesi successivi, sarebbe stato proprio il giovane che avrebbe riferito degli incontri che si consumavano nell’alloggio canonico del prete.

    «Sono a disposizione». «Rammaricato», così si definisce adesso l’arcivescovo che avrebbe avuto già un primo contatto con la polizia. Valentinetti, comunque, ribadisce la sua volontà di collaborare alle indagini: «Difficile aggiungere altre parole certo è che confidiamo nella giustizia», conclude l’arcivescovo, «e continueremo a essere a disposizione per la risoluzione del caso».

  • Don Desio torna a parlare al pm

    Don Desio torna a parlare al pm

    Ma contro di lui ci sono nuove accuse.

    RAVENNA. Ha chiesto di parlare, ma ancora non si sa se sarà una confessione piena o solo mezze ammissioni in ottica processuale. Di sicuro oggi Don Desio tornerà a guardare negli occhi il pm Isabella Cavallari a sei mesi dal suo arresto per atti sessuali con minori e a tre dall’incidente probatorio nel corso del quale vennero ascoltati in ambiente protetto una decina di ragazzi che ebbero modo di frequentare l’ex parroco di Casal Borsetti negli anni passati.

    Per i rapporti avuti con due di loro Don Desio è in carcere, ma durante l’inchiesta sono emersi incontri anche con un terzo ragazzino. Di lui Don John – come amava farsi chiamare su Facebook – non aveva mai parlato. Nemmeno quando in ben due occasioni aveva chiesto (prima al gip Rossella Materia e poi al tribunale del Riesame) la sua scarcerazione e l’affidamento a una struttura protetta in Umbria. In entrambi i casi, però, l’istanza del suo legale – l’avvocato Giambattista Cavassi – era stata rigettata.

    A metà luglio i “ragazzi del Don” (tutti adolescenti di un’età attorno ai 15 anni) avevano confermato (in presenza di uno psichiatra) le accuse contro l’ex parroco, attualmente sospeso a divinis dalle alte gerarche ecclesiastiche.

    Stando alla delicatissima inchiesta condotta dalla squadra mobile di Ravenna, Desio (ex direttore del settimanale della Curia Risveglio 2000) riusciva ad assoggettare quei giovani anche dal punto di vista psicologico; alternando con scaltrezza e lucidità il ruolo autorevole di parroco educatore e quello più seducente di confessore che deteneva i loro segreti. Un quadro che emerge in tutto il suo squallore anche da alcuni dei messaggi intercettati e finiti agli atti. L’inchiesta della polizia era cominciata grazie a un genitore che si era insospettito dopo aver letto alcuni post comparsi sul profilo Facebook del figlio nei giorni successivi all’incidente subito dal prete, finito con il suo Suv da 35mila dentro il canale di Casal Borsetti a fine febbraio. Parole di fuoco contro i giornalisti, affetto e stima per don Desio. Pensieri e parole stranamente adulte, ma soprattutto false. Anche perché a scriverle era lo stesso Desio. Un rapporto così contorto da far scattare le prime intercettazioni. In una di queste il parroco fa di tutto per poter ospitare durante le vacanze di Pasqua un adolescente che gli era già stato affidato in passato dai genitori. E quando si capisce che Desio meditava anche altro è scattato l’arresto.

    http://www.corriereromagna.it/news/ravenna/7588/-Don-Desio-torna-a-parlare.html

  • Wesolowski, parlano i bambini: “Ci dava dieci euro per andare con lui”

    Wesolowski, parlano i bambini: “Ci dava dieci euro per andare con lui”

    Il quadro accusatorio nei confronti dell’ex nunzio arrestato per pedofilia si fa sempre più grave.

    L’arresto dell’ex nunzio Wesolowski – indagato per pedofilia e attualmente rinchiuso nella gendarmeria vaticana su precisa indicazione di Papa Francesco – potrebbe tramutarsi in pochi mesi in una condanna, visto il quadro accusatorio nei suoi confronti che si fa sempre più chiaro e che sembra lasciar ben poche speranze all’ex nunzio apostolico.

    Prima la scoperta dell’archivio segreto tenuto tra il computer di lavoro e il portatile personale (si parla di oltre centomila immagini e di centinaia di video, alcuni scaricati da internet, altri “creati” da lui stesso); ora iniziano a spuntare anche le prime testimonianze di bambini che sono stati oggetto delle attenzioni dell’arcivescovo.

    Lo racconta il Corriere della Sera: Le testimonianze dei tre bambini e delle loro mamme, allegate al fascicolo processuale, svelano quali fossero le aberranti modalità utilizzate dall’alto prelato. Alcuni di loro hanno accettato di raccontarlo davanti alle telecamere della televisione dominicana, che ha svolto un’approfondita inchiesta sugli abusi compiuti dal nunzio, provocando l’apertura dell’inchiesta da parte della magistratura del Paese. I minori hanno spiegato di non sapere che «quell’uomo era un prete, lui non ce lo ha mai detto.

    Ci avvicinava e ci dava dieci euro ogni volta che accettavamo di andare con lui. Ci portava in una casa che aveva affittato a Boca Chica. Eravamo quattro o cinque, ci faceva stare tutti insieme e poi voleva sempre farci stare con lui». Ma non è solo in Bolivia che Wesolowski avrebbe commesso i terribili reati che gli vengono imputati, le indagini si concentrano anche su alcuni viaggi all’estero organizzati apposta per partecipare a incontri a luci rosse con ragazzini,viaggi che venivano però cammuffati da viaggi pastorali.

    In particolare, sotto la lente degli inquirenti ci sono almeno tre soggiorni a Francoforte e su altri spostamenti all’estero avvenuti tra il 2011 e il 2013. Adesso si cerca soprattutto di capire quali siano le altre persone della rete pedofila di cui l’ex nunzio faceva parte.

    Da questo punto di vista, potrebbero essere molto utili le ricevute dei biglietti aerei dei suoi viaggi: “Proprio i controlli sugli spostamenti del prelato hanno consentito di individuare le persone che erano con lui, coloro che lo hanno accompagnato e assistito in quelle missioni. E avrebbero agevolato l’organizzazione di festini con ragazzini reclutati attraverso le connessioni Internet. Un viaggio certamente è avvenuto nel 2011 e da lì si parte per ricostruire la rete degli incontri in Germania e altrove”, spiega sempre il Corriere della Sera.

    http://www.crimeblog.it/post/139046/wesolowski-testimonianze-bambini-ex-nunzio-arrestato-per-pedofilia-vaticano

  • Le missioni all’estero del vescovo  per organizzare festini con minori

    Le missioni all’estero del vescovo per organizzare festini con minori

    Si indaga sui viaggi a Francoforte. I bambini testimoni: ci pagava dieci euro.Già lunedì i promotori di giustizia dovrebbero fissare l’interrogatorio di Wesolowski.

     ROMA Missioni all’estero per partecipare a incontri a «luci rosse» con minori. Viaggi pastorali che in realtà servivano a nascondere la doppia vita dell’allora nunzio di Santo Domingo, monsignor Jozef Wesolowski. Si concentrano su almeno tre soggiorni a Francoforte e su altri spostamenti all’estero avvenuti tra il 2011 e il 2013, gli accertamenti della gendarmeria vaticana che indaga sugli abusi sessuali su minori compiuti dall’alto prelato arrestato quattro giorni fa per volontà di papa Francesco e tuttora agli arresti domiciliari all’interno della Santa Sede, presso il Collegio dei Penitenzieri. Quanto emerso finora avvalora l’ipotesi che l’arcivescovo fosse inserito in una rete internazionale di pedofili e proprio su questo si concentrano le verifiche disposte dai promotori di giustizia. Anche tenendo conto che durante quei soggiorni in Germania risultano accessi ai siti specializzati in appuntamenti gay per cercare compagnia e scambiare materiale pedopornografico. È un abisso che sembra non avere fine quello svelato dall’indagine delle autorità dominicane che poi hanno trasmesso una parte degli atti alle autorità ecclesiastiche. Perché l’esame degli oltre 100 mila files trovati nel computer della nunziatura e nel portatile dell’arcivescovo, avrebbe già consentito di avere indicazioni utili sui suoi complici, sulle persone che lo aiutavano ad adescare i ragazzini e soprattutto su coloro che lo avrebbero protetto per anni. Appare infatti impossibile, vista la mole di materiale archiviato e l’attività definita «compulsiva» dagli stessi inquirenti, che nessuno sapesse che cosa accadeva. Per questo l’inchiesta riguarda tutti gli altri luoghi dove è stato prima di arrivare a Santo Domingo.

    I biglietti aerei

    Sono le ricevute dei biglietti a rivelare le date in cui Wesolowski è stato a Francoforte mentre aveva l’incarico di nunzio nel Paese centroamericano. E proprio i controlli sugli spostamenti del prelato hanno consentito di individuare le persone che erano con lui, coloro che lo hanno accompagnato e assistito in quelle missioni. E avrebbero agevolato l’organizzazione di festini con ragazzini reclutati attraverso le connessioni Internet. Un viaggio certamente è avvenuto nel 2011 e da lì si parte per ricostruire la rete degli incontri in Germania e altrove.
    Oltre a «catalogare» foto e video «scaricati» da Internet, Wesolowski filmava gli appuntamenti con i ragazzini, talvolta utilizzando il telefonino. Aveva rapporti sessuali con loro oppure assisteva ai loro amplessi, coinvolgendo anche altri adulti. E quando arrivava in un posto nuovo, si preoccupava immediatamente di attivare la connessione web per poter trovare compagnia. Un’attività alla quale si sarebbe dedicato anche quando era in missione in Germania e sono proprio questi gli indizi utili per svelare la «rete» di complicità che ha agito per anni.

    I tre piccoli e le mamme

    Le testimonianze dei tre bambini e delle loro mamme, allegate al fascicolo processuale, svelano quali fossero le aberranti modalità utilizzate dall’alto prelato. Alcuni di loro hanno accettato di raccontarlo davanti alle telecamere della televisione dominicana, che ha svolto un’approfondita inchiesta sugli abusi compiuti dal nunzio, provocando l’apertura dell’inchiesta da parte della magistratura del Paese.
    I minori hanno spiegato di non sapere che «quell’uomo era un prete, lui non ce lo ha mai detto. Ci avvicinava e ci dava dieci euro ogni volta che accettavamo di andare con lui. Ci portava in una casa che aveva affittato a Boca Chica. Eravamo quattro o cinque, ci faceva stare tutti insieme e poi voleva sempre farci stare con lui».

    L’interrogatorio e il processo

    Già lunedì i promotori di giustizia dovrebbero fissare l’interrogatorio di Wesolowski che dopo l’arresto aveva detto di voler «chiarire la mia posizione perché è uno sbaglio, non sono io ad aver commesso queste cose». In quella sede gli sarà contestata formalmente non solo l’accusa di aver abusato di minori, ma anche di aver commesso «grave violazione dei suoi doveri istituzionali tanto da aver cagionato un danno all’immagine dello Stato e della Santa Sede».
    Per arrivare al processo sono necessari anche numerosi accertamenti. L’ipotesi più probabile è che il dibattimento cominci entro la fine dell’anno, forse subito dopo il giudizio di appello contro la decisione di «dimissioni» dallo stato clericale presa nei confronti dell’arcivescovo pochi mesi dopo la scoperta dell’indagine avviata dalle autorità dominicane.

    http://www.corriere.it/cronache/14_settembre_27/missioni-all-estero-vescovo-organizzare-festini-minori-05beefc4-4610-11e4-a490-06a66b2e25ed.shtml

  • Gli incontri delle VITTIME ANONIME

    Gli incontri delle VITTIME ANONIME

    Nasce principalmente come uno spazio di incontro e di confronto tra persone che hanno vissuto la stessa esperienza.

    Spesso, le difficoltà, anche sociali ad esternare la violenza, inducono la vittima a chiudersi in se, a pensare di essere la sola ad attraversare periodi di malessere “unici” credendo di non poter essere compresi da nessuno. A causa di questo meccanismo spesso la vittima non riesce a trovare un primo punto da dove iniziare a ricostruire.

    Comprendere il proprio stato attraverso il confronto con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza risulta molto utile, perchè ci si rende conto che quel malessere “unico” forse non è così unico, ma una caratteristica comune alle vittime, dovuta al trauma subito. Si comincia a vedere che le proprie esperienze personali le vivono anche altri. Di qui si può maturare il trauma, cominciando ad affrontarsi, parlando semplicemente di se stessi o anche solo ascoltando gli altri.

    Il primo gruppo sperimentale composto da 4 – 5 persone e un moderatore (vittima) avrà inizio giovedì 31 luglio e avrà una durata di circa un’ora. Ci auguriamo che questo progetto possa presto ampliarsi ad una cerchia più ampia di persone.

    Per informazioni info@retelabuso.org

    Rete L’ABUSO

  • Il Papa: “Come Gesù userò il bastone contro i preti pedofili”

    Il Papa: “Come Gesù userò il bastone contro i preti pedofili”

    di EUGENIO SCALFARI

    Sono le 5 del pomeriggio di giovedì 10 luglio ed è la terza volta che incontro Papa Francesco per conversare con lui. Di che cosa? Del suo pontificato, iniziato da poco più di un anno e che in così breve tempo ha già cominciato a rivoluzionare la Chiesa; dei rapporti tra i fedeli e il Papa che viene dall’altra parte del mondo; del Concilio Vaticano II concluso 50 anni fa solo parzialmente attuato nelle sue conclusioni; del mondo moderno e la tradizione cristiana e soprattutto della figura di Gesù di Nazaret. Infine della nostra vita, dei suoi affanni e delle sue gioie, delle sue sfide e del suo destino, di ciò che ci aspetta in uno sperato aldilà o del nulla che la morte porta con sé.

    Questi nostri incontri li ha voluti Papa Francesco perché, tra le tante persone di ogni condizione sociale, di ogni fede, d’ogni età che incontra nel suo quotidiano apostolato, desiderava anche scambiare idee e sentimenti con un non credente. Ed io tale sono; un non credente che ama la figura umana di Gesù, la sua predicazione, la sua leggenda, il mito che egli rappresenta agli occhi di chi gli riconosce un’umanità di eccezionale spessore, ma nessuna divinità.

    Il Papa ritiene che un colloquio con un non credente siffatto sia reciprocamente stimolante e perciò vuole continuarlo; lo dico perché è lui che me l’ha detto. Il fatto che io sia anche giornalista non lo interessa affatto, potrei essere ingegnere, maestro elementare, operaio. Gli interessa parlare con chi non crede ma vorrebbe che l’amore del prossimo professato duemila anni fa dal figlio di Maria e di Giuseppe fosse il principale contenuto della nostra specie, mentre purtroppo ciò accade molto di rado, soverchiato dagli egoismi, da quelle che Francesco chiama “cupidigia di potere e desiderio di possesso”. L’ha definito in una nostra precedente conversazione “il vero peccato del mondo del quale tutti siamo affetti” e rappresenta l’altra forma della nostra umanità ed è la dinamica tra questi due sentimenti a costruire nel bene e nel male la storia del mondo. È presente in tutti e del resto, nella tradizione cristiana, Lucifero era l’angelo prediletto da Dio, portatore di luce fino a quando non si ribellò al suo Signore tentato di prenderne il posto e il suo Dio lo precipitò nelle tenebre e nel fuoco dei dannati.

    Di queste cose parliamo, ma anche degli interventi del Papa nelle strutture della Chiesa, delle avversità che incontra. Debbo dire che oltre all’estremo interesse di queste conversazioni, in me è nato un sentimento di affettuosa amicizia che non modifica in nulla il mio modo di pensare ma di sentire, quello sì. Non so se sia ricambiato, ma la spontaneità di questo assai strano successore di Pietro mi fa pensare di sì.

    Ora lo sto aspettando da qualche minuto nella piccola stanza al pianoterra di Santa Marta dove il Papa riceve gli amici e i collaboratori. Lui arriva puntualissimo senza nessuno che l’accompagni. Sa che ho avuto nei giorni scorsi qualche problema di salute e infatti mi chiede subito notizie in proposito. Mi mette la mano sulla testa, una sorta di benedizione, e poi mi abbraccia. Chiude la porta sistema la sua sedia di fronte alla mia e cominciamo.

    ***
    Pedofilia e mafia sono i due temi sui quali Francesco è intervenuto nei giorni scorsi e che hanno sollevato un’ondata di sentimenti e anche di polemiche fuori e dentro la Chiesa. Il Papa è sensibilissimo sia all’uno che all’altro argomento e ne aveva già parlato in varie occasioni, ma non li aveva ancora presi così di petto soprattutto sui punti riguardanti il comportamento d’una parte del clero.

    “La corruzione di un fanciullo” dice “è quanto di più terribile e immondo si possa immaginare specialmente se, come risulta dai dati che ho potuto direttamente esaminare, gran parte di questi fatti abominevoli avvengono all’interno delle famiglie o comunque d’una comunità di antiche amicizie. La famiglia dovrebbe essere il sacrario dove il bambino e poi il ragazzo e l’adolescente vengono amorevolmente educati al bene, incoraggiati nella crescita stimolata a costruire la propria personalità e a incontrarsi con quella degli altri suoi coetanei. Giocare insieme, studiare insieme, conoscere il mondo e la vita insieme. Questo con i coetanei, ma con i parenti che li hanno messi al mondo o visti entrare nel mondo il rapporto è come quello di coltivare un fiore, un’aiuola di fiori, custodendola dal maltempo, disinfestandola dai parassiti, raccontandogli le favole della vita e, mentre il tempo passa, la sua realtà. Questa è o dovrebbe essere l’educazione che la scuola completa e la religione colloca sul piano più alto del pensare e del credere al sentimento divino che si affaccia alle nostre anime. Spesso si trasforma in fede, ma comunque lascia un seme che in qualche modo feconda quell’anima e la rivolge verso il bene”.

    Mentre parla e dice queste verità il Papa mi si avvicina ancora di più. Parla con me, ma è come riflettesse con se stesso disegnando il quadro della sua speranza che coincide con quella di tutte le persone di buona volontà. Probabilmente  –  dico io  –  quella è gran parte di quanto avviene. Lui mi guarda con occhi diversi, improvvisamente diventati duri e tristi. “No, purtroppo non è così. L’educazione come noi l’intendiamo sembra quasi aver disertato le famiglie. Ciascuno è preso dalle proprie personali incombenze, spesso per assicurare alla famiglia un tenore di vita sopportabile, talvolta per perseguire un proprio personale successo, altre volte per amicizie e amori alternativi. L’educazione come compito principale verso i figli sembra fuggito via dalle case. Questo fenomeno è una gravissima omissione ma non siamo ancora nel male assoluto. Non soltanto la mancata educazione ma la corruzione, il vizio, le pratiche turpi imposte al bambino e poi praticate e aggiornate sempre più gravemente man mano che egli cresce e diventa ragazzo e poi adolescente. Questa situazione è frequente nelle famiglie, praticata da parenti, nonni, zii, amici di famiglia. Spesso gli altri membri della famiglia ne sono consapevoli ma non intervengono, irretiti da interessi o da altre forme di corruzione”.

    A Lei, Santità, risulta che il fenomeno sia frequente e diffuso?
    “Purtroppo lo è e si accompagna ad altri vizi come la diffusione delle droghe”.

    E la Chiesa? Che cosa fa in tutto questo la Chiesa?
    “La Chiesa lotta perché il vizio sia debellato e l’educazione recuperata. Ma anche noi abbiamo questa lebbra in casa”.

    Un fenomeno molto diffuso?
    “Molti miei collaboratori che lottano con me mi rassicurano con dati attendibili che valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento. Questo dato dovrebbe tranquillizzarmi ma debbo dirle che non mi tranquillizza affatto. Lo reputo anzi gravissimo. Il due per cento di pedofili sono sacerdoti e perfino vescovi e cardinali. E altri, ancor più numerosi, sanno ma tacciono, puniscono ma senza dirne il motivo. Io trovo questo stato di cose insostenibile ed è mia intenzione affrontarlo con la severità che richiede.

    Ricordo al Papa che nel nostro precedente colloquio lui mi disse che Gesù era l’esempio della dolcezza e della mitezza ma a volte prendeva il bastone per calarlo sulle spalle dei manigoldi che insozzavano moralmente il Tempio. “Vedo che ricorda molto bene le mie parole. Citavo dei passi dei Vangeli di Marco e di Matteo. Gesù amava tutti, perfino i peccatori che voleva redimere dispensando il perdono e la misericordia, ma quando usava il bastone lo impugnava per scacciare il demonio che si era impadronito di quell’anima”.

    Le anime  –  anche questo lei me l’ha detto nel nostro precedente incontro  –  possono pentirsi dopo una vita di peccati anche nell’ultimo momento della loro esistenza e la misericordia sarà con loro.
    “È vero, questa è la nostra dottrina e questa è la via che “Cristo ci ha indicato”.

    Ma può darsi il caso che qualche pentimento dell’ultimo minuto di vita sia interessato. Magari inconsapevolmente, ma interessato a garantirsi un possibile aldilà. In quel caso la misericordia rischia di finire in una trappola.
    “Noi non giudichiamo ma il Signore sa e giudica. La sua misericordia è infinita ma non cadrà mai in trappola. Se il pentimento non è autentico la misericordia non può esercitare il suo ruolo di redenzione”.

    Lei, Santo Padre, ha tuttavia ricordato più volte che Dio ci ha dotato di libero arbitrio. Sa bene che se scegliamo il male la nostra religione non esercita misericordia nei nostri confronti. Ma c’è un punto che mi preme di sottolineare: la nostra coscienza è libera e autonoma. Può in perfetta buonafede fare del male convinta però che da quel male nascerà un bene. Qual è, di fronte a casi del genere, che sono molto frequenti, l’atteggiamento dei cristiani?
    “La coscienza è libera. Se sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Noi non possiamo dire di più perché non sappiamo di più. La legge del Signore è il Signore a stabilirla e non le creature. Noi sappiamo soltanto perché è Cristo ad avercelo detto che il Padre conosce le creature che ha creato e nulla per lui è misterioso. Del resto il libro di Giobbe esamina a fondo questo tema. Si ricorda che ne parlammo? Bisognerebbe esaminare a fondo i libri sapienzali della Bibbia e il Vangelo quando parla di Giuda Iscariota. Sono temi di fondo della nostra teologia”. E anche della cultura moderna che voi volete comprendere a fondo e con la quale volete confrontarvi. “È vero è un punto capitale del Vaticano II e dovremo al più presto affrontarlo”.

    Santità, c’è ancora da parlare del tema della mafia. Lei ha tempo?
    “Siamo qui per questo”.

    ***

    “Non conosco a fondo il problema delle mafie, so purtroppo quello che fanno, i delitti che vengono commessi, gli interessi enormi che le mafie amministrano. Ma mi sfugge il modo di pensare dei mafiosi, i capi, i gregari. In Argentina ci sono come dovunque i delinquenti, i ladri, gli assassini, ma non le mafie. È questo aspetto che vorrei esaminare e lo farò leggendo i tanti libri che sono stati scritti in proposito e le tante testimonianze. Lei è di origine calabrese, forse può aiutarmi a capire”.

    Il poco che posso dirle è questo: la mafia  –  sia calabrese sia siciliana sia la camorra napoletana  –  non sono accolite sbandate di delinquenti ma sono organizzazioni che hanno leggi proprie, propri codici di comportamento, propri canoni. Stati nello Stato. Non le sembri paradossale se le dico che hanno una propria etica. E non le sembri abnorme se aggiungo che hanno un proprio Dio. Esiste un Dio mafioso.
    “Capisco quello che sta dicendo: è un fatto che la maggior parte delle donne legate alla mafia da vincoli di parentela, le moglie, le figlie, le sorelle, frequentano assiduamente le chiese dei loro paesi dove il sindaco e altre autorità locale sono spesso mafiose. Quelle donne pensano che Dio perdoni le orribili malefatte dei loro congiunti?”.

    Santità, gli stessi congiunti spesso frequentano le chiese, le messe, le nozze, i funerali. Non credo si confessino ma spesso si comunicano e battezzano i nuovi nati. Questo è il fenomeno.
    “Quello che lei dice è chiaro e del resto non mancano libri, inchieste, documentazioni. Debbo aggiungere che alcuni sacerdoti tendono a sorvolare sul fenomeno mafioso. Naturalmente condannano i singoli delitti, onorano le vittime, aiutano come possono le loro famiglie, ma la denuncia pubblica e costante delle mafie è rara. Il primo grande Papa che la fece proprio parlando in quelle terre fu Wojtyla. Debbo dire che il suo discorso fu applaudito da una folla immensa”.

    Lei pensa che in quella folla che applaudiva non ci fossero mafiosi? Per quanto ne so ce n’erano molti. Il mafioso, lo ripeto, applica un suo codice e una sua etica: i traditori vanno uccisi, i disobbedienti vanno puniti, a volte l’esempio viene dato con l’omicidio di bambini o di donne. Ma questi per il mafioso non sono peccati, sono le loro leggi. Dio non c’entra, i santi protettori tantomeno. Ha visto la processione di Oppido Mamertina?
    “Erano migliaia gli intervenuti. Poi la statua della Madonna delle Grazie si è fermata davanti alla finestra del boss che è in custodia per ergastolo. Appunto, tutto questo sta cambiando e cambierà. La nostra denuncia delle mafia non sarà fatta una volta tanto ma sarà costante. Pedofilia, mafia: la Chiesa, il popolo di Dio, i sacerdoti, le Comunità, avranno tra gli altri compiti queste due principalissime questioni”.

    È passata un’ora e mi alzo. Il Papa mi abbraccia e mi augura di risanare al più presto. Ma io gli faccio ancora una domanda: Lei, Santità, sta lavorando assiduamente per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani… Mi interrompe continuando: “Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i Pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei”.

    Ebbene, molti di questi sacerdoti o pastori sono regolarmente sposati. Quanto crescerà col tempo quel problema nella Chiesa di Roma?
    “Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

    Ormai siamo fuori dal portone di Santa Marta. Ci abbracciamo di nuovo. Confesso che mi sono commosso. Francesco mi ha accarezzato la guancia e l’auto è partita.

    http://www.repubblica.it/cultura/2014/07/13/news/il_papa_come_ges_user_il_bastone_contro_i_preti_pedofili-91416624/

  • OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

    OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

     Decine di bambini e ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, gli ex allievi trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì  Per oltre un secolo è stato un simbolo della carità della Chiesa: una scuola specializzata per garantire un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro. L’Istituto Antonio Provolo di Verona ospitava i piccoli delle famiglie povere, figli di un Nord-est contadino dove il boom economico doveva ancora arrivare. Fino alla metà degli anni Ottanta è stato un modello internazionale, ma nel tetro edificio di Chievo, una costruzione a metà strada tra il seminario e il carcere, sarebbero avvenuti episodi terribili.

    Solo oggi, rincuorati dalle parole di condanna pronunciate da papa Ratzinger contro i sacerdoti pedofili, decine di ex ospiti hanno trovato la forza per venire allo scoperto e denunciare la loro drammatica esperienza: “Preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”. Un’accusa sottoscritta da oltre 60 persone, bambini e bambine che hanno vissuto nell’Istituto, e che ora scrivono: “Abbiamo superato la nostra paura e la nostra reticenza”.

    Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984. Sono pronti a elencare una lunga lista di vittime e testimoni, ma non possono più rivolgersi alla magistratura: tutti i reati sono ormai prescritti, cancellati dal tempo. I sordomuti che dichiarano di portarsi dentro questo dramma sostengono però di non essere interessati né alle condanne penali né ai risarcimenti economici. Loro, scrivono, vogliono evitare che altri corrano il rischio di subire le stesse violenze: una decina dei religiosi che accusano oggi sono anziani, ma restano ancora in servizio nell’Istituto, nelle sedi di Verona e di Chievo. Per questo, dopo essersi rivolti al vescovo di Verona e ai vertici del Provolo, 15 ex allievi hanno inviato a ‘L’espresso’ le testimonianze – scritte e filmate – della loro esperienza.

     Documenti sconvolgenti, che potrebbero aprire uno squarcio su uno dei più gravi casi di pedofilia in Italia: gli episodi riguardano 25 religiosi, le vittime potrebbero essere almeno un centinaio.

    La denuncia

    Gli ex allievi, nonostante le difficoltà nell’udito e nella parola, sono riusciti a costruirsi un percorso di vita, portandosi dentro le tracce dell’orrore. Dopo l’esplosione dello scandalo statunitense che ha costretto la Chiesa a prendere atto del problema pedofilia, e la dura presa di posizione di papa Benedetto XVI anche loro hanno deciso di non nascondere più nulla. Si sono ritrovati nell’Associazione sordi Antonio Provolo e poi si sono rivolti alla curia e ai vertici dell’Istituto. Una delle ultime lettere l’hanno indirizzata a monsignor Giampietro Mazzoni, il vicario giudiziale, ossia il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. È il 20 novembre 2008: “I sordi hanno deciso di far presente a Sua Eminenza il Vescovo quanto era loro accaduto. Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave).

    I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna”. E ancora: “Come non bastasse, i bambini e ragazzi sordi venivano sottoposti a vessazioni, botte e bastonature. I sordi possono fare i nomi dei preti e dei fratelli laici coinvolti e dare testimonianza”. Seguono le firme: nome e cognome di 67 ex allievi.

    Le storie

    I protagonisti della denuncia citano un elenco di casi addirittura molto più lungo, che parte dagli anni Cinquanta. Descrivono mezzo secolo di sevizie, perfino sotto l’altare, in confessionale, dentro ai luoghi più sacri.

    Quei bambini oggi hanno in media tra i 50 e i 70 anni: il più giovane compirà 41 anni fra pochi giorni. Qualcuno dice di essere stato seviziato fino quasi alla maggiore età. Gli abusi, raccontano, avvenivano anche in gruppo, sotto la doccia. Scene raccapriccianti, impresse nella loro memoria. Ricorda Giuseppe, che come tutti gli altri ha fornito a ‘L’espresso’ generalità complete: “Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia”. Ma la storia più angosciante è quella di Bruno, oggi sessantenne, che alla fine degli anni Cinquanta spiccava sugli altri bambini per i lineamenti angelici: era il ‘bello’ della sua classe. E solo ora tira fuori l’incubo che lo ha tormentato per tutta la vita: “Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai seguenti preti e fratelli.”. Ha elencato 16 nomi. Nella lista anche un alto prelato, molto famoso a Verona: due sacerdoti del Provolo avrebbero accompagnato Bruno nel palazzo dell’ecclesiastico.

    “Era il 1959, avevo 11 anni. Mi ha sodomizzato e preteso altri giochi sessuali. È stata un’esperienza terribile che mi ha procurato da adulto gravi problemi psicologici”.

    Il dramma

     Un altro ex allievo, Guido, dichiara di essere stato molestato da un prete: “Avveniva nella sua stanza all’ultimo piano. E mi costringeva a fare queste cose anche a Villa Cervi durante le colonie estive e al campeggio sul lago di Garda”. Carlo è rimasto all’istituto dai 7 ai 18 anni, e chiama in causa un altro sacerdote: “Mi costringeva spesso con punizioni (in ginocchio per ore in un angolo) e percosse (violenti schiaffi e bastonature) ad avere rapporti con lui”. Altre volte si sarebbe trattato di bacchettate sulle mani, mentre di notte “nello stanzone dove dormivo con altri sordi spesso mi svegliava per portarmi nei bagni dove mi sodomizzava o si faceva masturbare. Non ho mai dimenticato”.

    Sono racconti simili. Tragedie vissute da bambini di famiglie povere, colpiti dalla sordità e poi finiti tra le mura dell’istituto; drammi tenuti dentro per decenni. Ricostruisce Ermanno: “La violenza è avvenuta nei bagni e nelle stanze dell’Istituto Provolo e anche nella chiesa adiacente”. “Se rifiutavo minacciava di darmi un brutto voto in condotta, questi fatti mi tornano sempre in mente”, scrive un altro. Giuseppe qualche volta a Verona incontra il suo violentatore, “ancora oggi quando lo vedo provo molto disagio. Non sono mai riuscito a dimenticare”. Stando alle denunce, le vittime erano soprattutto ragazzini. Ma ci sono anche episodi testimoniati da bambine. Lina ora ha cinquant’anni, è rimasta “all’istituto per sordomuti dai sei ai 17 anni. A tredici anni nella chiesa, durante la confessione faccia a faccia (senza grata), il sacerdote mi ha toccata il seno più volte. Ricordo bene il suo nome. Io mi sono spaventata moltissimo e da allora non mi sono più confessata”. Giovanna scrive che un altro prete “ha tirato fuori il membro e voleva che lo toccassi”. E per molte ragazzine i fatti avvenivano nella chiesa dell’istituto, sotto l’altare. A qualcuna, però, è andata molto peggio.

    Gli esposti

    Oggi l’Istituto Antonio Provolo ha cambiato completamente struttura e missione. Le iniziative per il sostegno ai sordomuti sono state ridimensionate e vengono finanziate anche dalla Regione Veneto. Adesso l’attività principale è il Centro educativo e di formazione professionale, gestito interamente da laici, che offre corsi d’avanguardia per giovani ed è specializzato nella riqualificazione di disoccupati. Al vertice di tutto ci sono sempre i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti, che dipendono direttamente dalla Santa Sede. Alla Congregazione si sono rivolti gli ex allievi chiedendo l’allontanamento dei sacerdoti chiamati in causa. Secondo la loro associazione, “c’è già stata più di un’ammissione di colpa”. La più importante risale al 2006, quando don Danilo Corradi, superiore generale dell’Istituto Provolo, avrebbe incontrato più di 50 ex allievi. Secondo l’Associazione, il superiore a nome dell’Istituto avrebbe chiesto 12 volte scusa per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s’inginocchia. Ma i sordomuti avrebbero preteso l’allontanamento dei sacerdoti coinvolti, senza ottenerlo. A ‘L’espresso’ don Danilo Corradi fornisce una versione diversa: “Ho sentito qualcosa, ma io sono arrivato nel 2003 e di quello che è successo prima non so. Non rispondo alle accuse, non so chi le faccia: risponderemo dopo aver letto l’articolo”.

    La Curia

    Da quasi due anni gli ex allievi si sono appellati anche alla Curia di Verona, informandola nel corso di più incontri. Il presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, Giorgio Dalla Bernardina, ne elenca tre: a uno hanno preso parte 52 persone. E scrive al vescovo: “Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all’istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta”. L’ultima lettera è dell’8 dicembre 2008. Pochi mesi prima, a settembre, avevano fatto l’ennesimo tentativo, inviando una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, “nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento”. Questa missiva è stata firmata da tre associazioni di sordi: Associazione Sordi Antonio Provolo, Associazione non udenti Provolo, Associazione sordi Basso Veronese-Legnago.

    Il vescovo, interpellato da ‘L’espresso’, replica con una nota scritta: “Il Provolo è una congregazione religiosa. In quanto tale è di diritto pontificio e perciò sotto la giurisdizione del Dicastero dei religiosi. La diocesi di Verona, sul cui territorio è sorta la Congregazione, apprezza l’opera di carattere sociale da essa svolta in favore dei sordomuti”. Poi monsignor Giuseppe Zenti entra nel merito: “Per quanto attiene l’accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all’oscuro. A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell’eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l’impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti”.

    L’Associazione sordi Antonio Provolo risponde al vescovo negando qualunque ricatto o interesse economico: “Gli abbiamo soltanto fatto presente i problemi, noi vogliamo che quei sacerdoti vengano allontanati perché quello che hanno fatto a noi non accada ad altri”.

    PAOLO TESSANDRI

    http://amedit.wordpress.com/2009/01/22/oltre-60-bambini-sordomuti-vittime-di-25-preti-pedofili/

  • Scaduti i termini cautelari  Padre Nuvola torna libero

    Scaduti i termini cautelari Padre Nuvola torna libero

     PALERMO – E’ di nuovo un uomo libero. Non più prete libero perché è stato sospeso a divinis.Aldo Nuvola ha lasciato il carcere dell’Ucciardone per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Un recente pronunciamento delle sezioni unite della Cassazione ha risolto il contrasto sull’interpretazione dell’articolo 600 bis del codice penale stabilendo che “la condotta consistente nel promettere o dare denaro o altra utilità, attraverso cui si convinca una persona tra i 14 e i 18 anni a intrattenere rapporti sessuali esclusivamente con il soggetto agente, non integra l’induzione alla prostituzione minorile”.

    Su questa base, i difensori dell’indagato, gli avvocati Nino Caleca e Mario Zito ne hanno chiesto la scarcerazione. I pubblici ministeri Claudio Camilleri e Calogero Ferrara hanno dato parere favorevole. Ad una condizione, però, accolta dal giudice: l’obbligo di non allontanarsi da casa tra le 19 e le 9 del mattino. Proprio per evitare quegli incontri sessuali che rischiano di costargli una condanna a sei anni.

    A tanto ammonta la pena chiesta per Aldo Nuvola, arrestato a luglio scorso, per atti sessuali con minori. Il 9 giugno la sentenza davanti al Gup Riccardo Ricciardi. Gli investigatori hanno individuato cinque ragazzini con i quali il prete avrebbe avuto rapporti a pagamento o avrebbe tentato di averli. Le relazioni del sacerdote vennero fuori nel corso dell’indagine sull’omicidio dell’imprenditore Massimo Pandolfo, ucciso il 24 aprile dello scorso anno. I carabinieri intercettarono una telefonata tra il diciassettenne arrestato per il delitto e il prete. I due avrebbero avuto una relazione. Il minorenne chiamò don Nuvola pochi minuti dopo l’assassinio. Interrogato dai carabinieri il 17enne confessò i suoi rapporti col sacerdote che venne intercettato: da qui la scoperta del giro di prostituzione minorile che padre Nuvola frequentava. Come ha puntualizzato il pm nella sua requisitoria, il prete regalava i soldi per le sigarette o per la spesa e li convinceva a prostituirsi. Faceva leva sui bisogni delle vittime – adolescenti cresciuti tra povertà, ignoranza e degrado – le riempiva di sms, parlava di sentimenti, di amore. E tra un messaggio hard e l’altro assicurava che avrebbe pregato per loro. Il prete è stato già condannato dalla corte d’appello a un anno di reclusione per atti sessuali a pagamento con un altro minorenne.

    http://livesicilia.it/2014/05/13/scaduti-i-termini-cautelari-padre-nuvola-torna-libero_486718/

  • Lagonegro (PZ). Don Carlo, prete pedofilo, punito dal Sant’uffizio, Divieto di messe solenni per crimini prescritti. E poi tarallucci e vino

    Lagonegro (PZ). Don Carlo, prete pedofilo, punito dal Sant’uffizio, Divieto di messe solenni per crimini prescritti. E poi tarallucci e vino

    Divieto di messe solenni per crimini prescritti. E poi tarallucci e vino

    Lagonegro è nella diocesi di Tursi – Lagonegro.

    Diocesi di Lagonegro La Chiesa condanna il «pretepedofilo»

    di Fabio Amendolara

    LAGONEGRO – L’hanno privato di qualsiasi ufficio ecclesiastico e della facoltà di confessare minori. Don Carlo continuerà a indossare la tonaca e a celebrare l’eucarestia, ma senza solennità. La sentenza, con tanto di sigillo con i simboli della chiesa cattolica, è della diocesi di Tursi-Lagonegro. Ed è firmata dal vicario giudiziale, monsignor Francesco Sirufo. Don Carlo è accusato di «grave delitto»: la pedofilia.Il documento – di cui la Gazzetta è in possesso – risale al 4 ottobre del 2013, ma è stato notificato al «denunciante» – la persona che ha svelato al vicario giudiziale «di aver subìto abusi sessuali in età minorile» – solo qualche giorno fa. Ma è stato inviato anche alla Congregazione per la dottrina della fede.

    Sono stati proprio i sacerdoti che compongono la Congregazione per la dottrina della fede a esaminare il caso. «Processo diocesano», lo definisce don Sirufo nella comunicazione alla parte offesa. E scrive: «La Congregazione, pur ritenendo prescritto il reato, ha concesso la deroga e chiesto all’ordinario del posto di comminare la pena opportuna». Ecco la pena per il prete: «È privato di qualsiasi ufficio ecclesiastico. È privato della facoltà di confessare i minori in quei luoghi e circostanze in cui la loro presenza è preponderante o totale (collegi, colonie, scuole, incontri con soli ragazzi o giovani). Può celebrare l’eucarestia quotidiana, senza alcuna solennità, e offrire l’assistenza spirituale solo nei luoghi di dolore e di sofferenza (case di riposo per anziani, cliniche e ospedali), non solo per espiare la sua colpa, ma specialmente per pregare e meditare sull’umana sofferenza e sulla fragilità morale che, senza la grazia di Dio e l’aiuto della chiesa, rischia di renderci non graditi al Signore e non idonei per la salvezza dei fratelli». La comunicazione si chiude con un pensiero del vescovo. Scrive don Sirufo: «Il vescovo, mentre conferma la sua vicinanza e chiede umilmente perdono a nome suo e di don Carlo per il male morale, spirituale e psicologico arrecato alle vittime, si dichiara completamente disponibile per l’accompagnamento spirituale ed ecclesiale dei fedeli laici coinvolti». E don Carlo? Continuerà a dare la comunione, ma «senza solennità».
    01 Maggio 2014

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/diocesi-di-lagonegro-la-chiesa-condanna-il-prete-pedofilo-no714532