Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Alto, magro, sigaretta in mano, parla come una mitragliatrice: Francesco Zanardi ci riceve nel suo piccolo bilocale, all’ultimo piano di un edificio fatiscente a Savona, cittadina costiera del nord Italia.

    Vive e lavora qui, dedicando le giornate alla sua associazione, la Rete L’Abuso, dedita alla denuncia dei preti pedofili e all’aiuto alle vittime.

    Al muro, foto di manifestazioni contro “il silenzio della Chiesa” . Con un gesto netto, tira su la manica: sull’avambraccio, tracce di punture, ricordo della sua passata dipendenza dalla droga: «Uno dei frutti dello stupro compiuto da un prete nella mia giovinezza. »

    “Lacune giuridiche italiane”
    Sul sito della Rete L’Abuso Francesco Zanardi pubblica costantemente nuovi articoli e aggiorna una mappa dei preti aggressori. « In Francia, osserva, la commissione Sauvé ha stimato in 216mila il numero delle vittime dei sacerdoti in settant’anni. Immaginate l’Italia, con il triplo dei preti…», Affermando di« non avere niente contro i cattolici, ma contro la Chiesa istituzionale» applica la regola del tre, amplia per i “vizi giuridici italiani” e per l’importanza della Chiesa nella Paese e arriva a un risultato: 1 milione di vittime. La cifra colpisce, anche se manca di solide basi.

    A differenza di Francia, Germania, Stati Uniti o, più recentemente, Spagna, nessuna commissione grande ampiezza è stata finora incaricata dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla questione.

    «Dopo il rapporto della Ciase, ho lanciato una petizione e ho scritto al presidente della Cei per chiedergli una commissione simile», racconta Paola Lazzarini, presidente di un’associazione di donne cattoliche. «Nessuna risposta…».

    “Un prete, qui, non si critica”
    «I vescovi pensano ancora di potervi sfuggire. Approfittano del fatto che non c’è una reale pressione», attacca, dal canto suo, Marco Marzano, docente di sociologia delle organizzazioni all’Università di Bergamo e autore di La Casta dei casti (ed. francese Philippe Rey, 2022, 221 pagine , 19€). Perché se in Francia l’“affare Preynat”, divenuto “l’affare Barbarin”, ha innescato un cataclisma mediatico e una forte richiesta da parte dell’opinione pubblica, in Italia la situazione non è paragonabile. «I giornalisti italiani non stanno facendo il loro lavoro» si rammarica Francesco Zanardi. «Quando parlano della Chiesa, è per applaudire il papato».

    Ottimo conoscitore della Chiesa italiana, il giornalista Iacopo Scaramuzzi è forse meno categorico.
    «Un prete, qui, non si critica», riassume. Quanto all’eventuale responsabilità dei vescovi, viene raramente messa in discussione, visto che questi ultimi sono tutelati dinanzi ai tribunali dal concordato vigente, il cui articolo 4 garantisce che essi «non sono tenuti a fornire a magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o fatti di cui hanno conoscenza a motivo del loro ministero».

    Questa protezione ha permesso, fino a tempi recenti, di continuare a spostare dalle parrocchie i sacerdoti incriminati, una pratica che, l’episcopato ci assicura, ora è definitivamente finita.

    Fare una segnalazione non basta
    «Con quanto sta accadendo in Francia e, più recentemente, in Spagna, i vescovi italiani avvertono tuttavia una forma di pressione che li spinge a cambiare», spiega un osservatore, a Roma. «Sono sempre più isolati nel mondo occidentale», vuole credere Vittorio Bellavite, già responsabile di un’associazione cattolica piuttosto progressista. Spinti dalle decisioni dei loro vicini, alcuni vescovi italiani, secondo le nostre informazioni, avrebbero già preso atto della necessità di un rapporto sulla pedofilia nella Chiesa del Paese.

    Tuttavia, avverte una fonte romana molto favorevole a che la Chiesa in Italia faccia un vero lavoro sulla questione, decidersi per un rapporto non basta. Dovrebbe essere commissionato a un organismo indipendente o dovrebbe essere preferita un’indagine interna? Concentrarsi sul passato o sulla prevenzione? Abbiamo bisogno di un’indagine statistica? Di raccomandazioni? Si può rendere pubblico? Tra i responsabili cattolici italiani, queste domande creano imbarazzo e pochi sono quelli che hanno accettato di rispondere alle richieste di La Croix .

    “I numeri ci interessano poco”
    In Curia, pur senza essere sfavorevoli per principio a un rapporto, molti ritengono che la metodologia francese costituisca un controesempio. «Con la Ciase, i vescovi francesi si sono scavati la fossa», ha detto una fonte. Molto criticato anche il termine “sistemico” , ripreso dai vescovi francesi per caratterizzare gli abusi.

    Per il momento, l’episcopato italiano sembra voler escludere l’opzione francese di una commissione indipendente e di un’importante indagine statistica. «I numeri ci interessano poco, se non per la prevenzione», risponde a La Croix mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio tutela minori della Cei. «Vogliamo un’analisi qualitativa e non quantitativa, per conoscere i nostri punti di forza e di debolezza». Gli attuali funzionari della Cei si propongono piuttosto di svolgere un’indagine in un periodo relativamente limitato – due decenni – e a partire dagli archivi diocesani.

    “Paura della valanga”
    Secondo chi chiede una commissione indipendente e multidisciplinare sul modello della Ciase, questo metodo permetterebbe soprattutto di evitare rivelazioni con cifre shock. «I vescovi hanno paura della valanga», sorride Paola Lazzarini. «Vogliono accontentarsi di un mea culpa che non parli delle vittime», lamenta Francesco Zanardi. L ‘“unica via” che trova favore ai suoi occhi sarebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, alla quale le diocesi e la Cei aprano i loro archivi, possibilità in cui lui non crede.

    Vittorio Bellavite ha un programma molto chiaro, che secondo lui i vescovi dovrebbero seguire: «Fare luce sugli eventi passati, compiere un atto collettivo di pentimento, riconoscere i torti subiti.
    Dobbiamo avere il coraggio di dire “noi abbiamo fallito, la Chiesa ha fallito”».

    Ma come in Spagna, dove i vescovi hanno cambiato rotta in poche settimane, anche in Italia la situazione potrebbe cambiare rapidamente. «Tutte le opzioni sono sul tavolo», dice una fonte romana. La scelta dipenderà ora dall’elezione a maggio dei nuovi vertici dell’episcopato italiano».

    E il papa avrà un ruolo decisivo da svolgere: è lui che designerà il presidente della Cei, tra tre nomi proposti dai vescovi. Ed è quindi Francesco, a seconda delle rispettive posizioni sull’opzione da scegliere, che si ritroverà nella posizione di arbitro.
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    Le varie commissioni per abusi sessuali nel mondo Negli Stati Uniti , nel 2004, il rapporto John Jay, richiesto dalla Chiesa cattolica, riporta oltre 10.000 vittime dal 1950. 252 sacerdoti sono stati sanzionati.
    In Irlanda, nel 2009, il Rapporto Ryan commissionato dal governo ha rilevato oltre 2.000 bambini maltrattati in 216 strutture gestite da ordini religiosi. Incriminati 800 aggressori.

    In Australia, nel 2017, un rapporto, realizzato dalla Commissione reale indipendente d’inchiesta su richiesta del governo, stima al 7% i sacerdoti che sono stati oggetto di accuse di abusi sessuali tra il 1950 e il 2010.

    In Germania, nel 2018, uno studio commissionato dalla Chiesa rivela che 3.677 bambini e adolescenti hanno subito abusi dal 1946. Ogni diocesi da allora ha avviato ulteriori indagini.

    In Francia, nel 2021, il rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) stima in 330.000 il numero delle vittime di pedocriminalità nella Chiesa dagli anni ’50, di cui 216.000 abusate dal clero.

    In Nuova Zelanda, nel febbraio 2022, un rapporto commissionato dalla Chiesa rivela l’entità degli abusi, non solo sessuali, dal 1950. Sono state fatte 1.680 denunce da 1.122 persone contro clero e religiosi.

    Xavier Le Normand (inviato speciale a Milano, Savona e Bergamo) e Loup Besmond de Senneville (inviato speciale permanente a Roma)

    https://www.la-croix.com/Religion/Abus-sexuels-lEglise-eveques-italiens-leveront-ils-lomerta-2022-03-28-1201207406

  • Prete, artista di fama e pedocriminale: un nuovo vecchio caso scuote la Francia

    Prete, artista di fama e pedocriminale: un nuovo vecchio caso scuote la Francia

    41022 SAINT-ETIENNE-ADISTA. Lo chiamavano “il Picasso della Chiesa”, prete-pittore le cui opere – vetrate, affreschi, quadri – sono diffuse in moltissime chiese della Francia centroorientale, tanto che nel 2020 sono state promosse, durante le Giornate del Patrimonio, su un’applicazione appositamente lanciata dalla Diocesi di Lione. Si chiamava p. Louis Ribes, si firmava RIB, e negli anni ‘70-’80 ha abusato, stando ai dati pervenuti finora, di almeno una cinquantina di bambini. Probabilmente il doppio. Sembra un nuovo “caso Preynat” – il prete che abusò di decine di scout, la cui vicenda causò le dimissioni dell’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin – anche per via della regione in cui ha agito il prete, deceduto nel 1994, che comprende le tre diocesi di Lione, Saint-Etienne e Grenoble. Il caso, emerso da poco oltralpe, sarà una cartina di tornasole della reale buona volontà della Chiesa francese di affrontare con rigore la questione degli abusi clericali, dopo lo choc del Rapporto Sauvé, che nell’autunno scorso ha rivelato l’esistenza nel Paese transalpino di 216.000 vittime di preti (v. Adista Notizie n. 36/21). Lo scorso 13 gennaio, i tre vescovi delle diocesi coinvolte – che hanno creato per questo caso una unità interdiocesana di coordinamento – hanno emesso un comunicato in cui affermavano che diverse persone si erano rivolte loro denunciando abusi sessuali perpetrati da p. Ribes: inizialmente avevano ricevuto due segnalazioni, una a Grenoble, nel 2016, da parte di Annick Moulin, e una a Lione, da parte della figlia di una vittima, Luc Gemet, nel luglio 2021. Un’altra, a gennaio 2022, è stata presentata a Saint-Etienne. «Lo scorso ottobre abbiamo acquisito la certezza della veracità dei fatti», hanno scritto, esprimendo alle vittime «la loro profonda compassione e la vergogna che un prete abbia commesso tali atti» e annunciando che «per rispetto alle vittime, le opere di p. Ribes saranno progressivamente rimosse e ritirate» dalle chiese. I vescovi inoltre hanno invitato le vittime a farsi avanti, attraverso le unità d’ascolto create nelle diocesi. Ma hanno anche organizzato un incontro pubblico in una sala comunale, il 18 gennaio, nel luogo di origine del prete, il villaggio di Grammond (Loire), alla presenza del vescovo di Saint-Etienne mons. Sylvain Bataille e del sindaco del paese. A quella riunione, cui si sono presentate ben 60 persone, ne sono seguite altre – e altre ne seguiranno – nei dipartimenti interessati: si sono presentate decine di vittime. A oggi, quelle che si sono esposte pubblicamente e che chiedono un risarcimento sono una cinquantina.

    Liberare la parola

    Il 18 gennaio, all’incontro di Grammond (800 abitanti) si conoscevano tutti e così si sono confrontati tra loro. «Tutti sapevano quello che vivevamo, ma nessuno parlava», raccontano i più anziani. «Questa riunione è importante – ha subito detto il vescovo Bataille, promotore dell’incontro –: si parlerà di un prete, pittore apprezzato, che ha abusato di bambini. Sono venuto dunque a liberare la parola». Moderava il dibattito il diacono Jean-Louis Reymondier: «Fare verità talvolta è doloroso», ha esordito. «Ci siamo attivati per sollecitare testimonianze di potenziali vittime nella diocesi e nel Comune. A oggi se ne sono presentate 5». Una voce si è levata dal pubblico: «Solo nel nostro villaggio, potete moltiplicare questa cifra per 10».

    Gli abusi di p. Ribes

    La maggior parte degli abusi di Ribes – mai assegnato a una parrocchia – avveniva nel contesto della sua attività di pittore, usando la sua doppia autorità di sacerdote e artista per attirare i bambini in una trappola. Aggirando la vigilanza degli adulti, li spingeva a spogliarsi per le sue “opere”, sottolineando quanto fossero importanti per la loro realizzazione. Li aggrediva sessualmente, poi li riempiva di regali mettendo la museruola alle loro parole. «Mi faceva posare nudo per le sue opere», racconta Gemet, 58 anni, padre di quattro figli, abusato dagli 8 ai 15 anni a Vienne e oggi uno dei testimoni principali, spinto dalla figlia a denunciare l’accaduto e motivato dal desiderio che suo nipote «non debba più vivere niente del genere»; «Diceva che era amore, l’amore di Dio, usava la religione per sottomettermi». La sua famiglia, molto osservante, aveva conosciuto il prete convalescente dopo un infarto. «Ha usato il pretesto che aveva bisogno di me per fare degli esercizi di respirazione. Bisognava salirgli sopra, sui suoi polmoni perché espirasse, poi deviava verso il sesso: mi baciava sulla bocca, mi imponeva delle fellatio, mi stuprava». Ribes era un manipolatore: «Ero attirato dal lato artistico, era colto. Mi faceva posare nudo, poi mi faceva regali, una batteria, strumenti musicali». «Pensavo di essere solo – confessa Gemet, che poi ha trovato la forza di raccontare la sua storia al settimanale Marianne (17/1) – ma mi rendo conto che c’è stato un numero enorme di vittime, un centinaio come minimo». Ribes era molto noto e ricercato nella regione per la sua pittura di ispirazione cubista, e questo gli rendeva molto facile trovarsi da solo con bambini, che utilizzava come modelli, come conferma anche Annick Moulin: «Faceva degli schizzi – racconta – in camera sua, sul suo letto. Una volta finito il disegno, mi toccava» (Francebleu, 17/1). «Era arte, e in più lui era un artista conosciuto. Era un amico dei miei, che erano a mille miglia dall’immaginare ciò che accadeva». Annick aveva 9 anni. I fatti, ovviamente, sono caduti in prescrizione, e la Chiesa afferma di esserne venuta a conoscenza l’autunno scorso in seguito al Rapporto Sauvé. Ma per Annick, la Chiesa avrebbe potuto rendersene conto già alla morte del prete, quando fra i suoi averi saltò fuori materiale pedopornografico: «C’erano schizzi di bambini nudi, Polaroid, talvolta in pose allusive. Sopra c’erano i nostri nomi! Quando si trovano cose del genere, qualche domanda ce la si pone», afferma Annick suggerendo che all’epoca la cosa sia stata intenzionalmente taciuta, distruggendo i documenti. «È un grande passo ora, che la Chiesa ci riconosca come vittime. Ma io ho deciso di parlare, voglio che queste cose si sappiano. È stato talmente venerato!». Dopo Luc e Annick, in tanti, all’incontro di Grammond, si sono fatti avanti a denunciare «la capacità di presa di quest’uomo, con la sua pittura, la sua aura, le sue conoscenze, i suoi regali… ci ha ingannati tutti», come afferma una donna. «Solo adesso, con l’ondata mediatica che c’è stata, ho preso coscienza che anch’io, avendo posato nuda per lui, sono una vittima». Un’altra confessa: «Oggi sono felice, tutti sanno chi era quest’uomo. Non ho mai detto niente ai miei genitori». Stordito dalle testimonianze il vescovo: «Sono molto addolorato con voi, è spaventoso. Bisogna creare un gruppo di discussione». Luc concorda: «Dobbiamo aiutare le persone a ricostruire la loro vita. Il risarcimento va elargito subito, prima che qualcuno si suicidi».

    Le vittime si organizzano

    In questi pochi mesi, le vittime hanno lanciato un collettivo, con l’obiettivo di scambiarsi informazioni, di sostenersi a vicenda e di andare avanti insieme, per ottenere risarcimento. «È inevitabile, quando si comprende la portata di questa vicenda, che si senta il dovere di unire le forze», afferma la figlia di Luc, Danaï Gemet, membro del collettivo. Queste persone che sono state in silenzio per anni, devono essere consce dell’entità del danno. E poi, quando una vittima passa davanti a un quadro, davanti alle vetrate, è una ferita profonda. Per noi, è davvero una lotta per far togliere queste produzioni. Tutto ciò che potrebbe toccare la commercializzazione delle produzioni di Ribes… c’è stata un’asta, credo, negli anni ’90, la diocesi di Lione ha commercializzato un libro… vogliamo che tutto ciò che può portare soldi sia fermato, e che le persone colpite da questa vicenda non debbano più soffrire».

    La risposta della Chiesa

    L’attività pedocriminale del prete e le denunce delle vittime oggi non possono più restare senza risposte. Le tre diocesi francesi sembrano aver capito di doversi mobilitare su diversi fronti. In primis, l’ascolto delle vittime: «È stata creata un’unità di coordinamento interdiocesana. Alcune carenze in termini di archiviazione o di trasmissione delle informazioni alla gerarchia sono state identificate e sono state messe in atto soluzioni per migliorare la raccolta e il follow-up delle testimonianze delle vittime», affermano i tre vescovi. «Questa dolorosa vicenda ci impegna a continuare il lavoro già iniziato negli ultimi anni, che ha portato in particolare alla creazione di unità di ascolto nelle nostre diocesi (che lavorano sette giorni su sette, 24 ore su 24, ndr), alla pubblicazione del rapporto Ciase e ora all’istituzione dell’INIRR (Autorità Nazionale Indipendente di Riconoscimento e Riparazione, ndr) nonché, a livello locale, a gruppi di discussione». «Per quanto riguarda le richieste di riconoscimento e di riparazione (sostegno, mediazione, eventuale importo del risarcimento, ecc.), ribadiamo – affermano i vescovi – la nostra volontà di accompagnare le vittime delle nostre diocesi nei loro sforzi e ricordiamo che i vescovi di Francia hanno incaricato e finanziato un’Autorità nazionale indipendente di riconoscimento e riparazione (INIRR), che sarà operativa entro la fine del mese. Speriamo sinceramente che possa aiutare le vittime». Tutte e tre le diocesi hanno fatto inoltre una segnalazione alla Procura della Repubblica, trasmettendo il numero e i nomi delle persone coinvolte. La Procura deciderà poi se procedere a un’indagine o meno. Le ombre sul passato restano, ovviamente: p. Ribes ha certamente beneficiato della complicità di persone che sapevano e hanno taciuto. A questo proposito, i vescovi hanno anche affermato di aver appreso, il 28 gennaio, che nel 1994, alla morte del prete, erano stati ritrovati disegni e schizzi «nel suo appartamento del seminario maggiore di Vienne-Estressin (dove aveva trascorso gli ultimi 26 anni della sua vita, ndr), in seguito bruciati da un prete e da una laica, come riferito alla giustizia. Inoltre, ci possono essere foto, dipinti e schizzi di proprietà privata». Come quelle in possesso di Luc Gemet, che ha deciso di pubblicare su Marianne. Quanto alle opere, sono state quasi tutte collocate in locali diocesani inaccessibili al pubblico. Una, monumentale, è temporaneamente coperta. Discorso più complesso per le vetrate delle chiese nella diocesi di Lione, di proprietà del Comune: sono state inviate lettere agli otto sindaci interessati perché prendano una decisione. «Dal momento che le realizzazioni pittoriche sono frutto di violenza sessuale, non sono opere, non sono arte», è stato affermato.

    E adesso?

    Il timore delle vittime è che dopo l’esplosione iniziale, tutto si sgonfi. Dalla pubblicazione del Rapporto Sauvé certamente qualcosa è cambiato, ma basterà? «Nel nostro caso, le cose sono andate così: la maggior parte delle vittime, 49, ha inviato la propria testimonianza alle tre diocesi interessate e sono state ricevute; altre non vogliono più avere contatti con l’istituzione della Chiesa cattolica», racconta ad Adista il 23 marzo Annick Moulin. «Da parte mia, ci sono andata il 5 febbraio con le mie due sorelle e mio fratello, anche loro vittime, e siamo stati accolti piuttosto bene. Le diocesi ci hanno informato di aver fatto una denuncia al Pubblico Ministero perché i fatti erano stati denunciati nel 1976 ma sono stati taciuti e coperti da persone ancora in vita. Inoltre, un prete e una laica hanno distrutto prove al momento della morte di Ribes». Quanto alla rimozione delle opere, «le diocesi hanno accolto le nostre richieste, ma non ci sono più notizie riguardo alla rimozione delle vetrate». «Abbiamo anche chiesto – ci spiega Annick – di mettere a disposizione un fondo di emergenza per le vittime in sofferenza morale in modo che possano accedere alle cure psicologiche, e ci è stato detto di contattare l’INIRR. Questo organismo però è entrato in funzione alla fine di febbraio e i dossier non saranno trattati per diversi mesi… Dal 19 febbraio, non ci sono più notizie dalle diocesi». L’inquietudine, dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora, è tanta: «Domenica 20 marzo è stata una giornata nazionale di preghiera per le vittime della violenza sessuale e degli abusi di potere e di coscienza all’interno della Chiesa. Nessuno di noi è stato contattato dalle tre diocesi». I giorni passano, il silenzio è il peggior nemico, e le vittime non hanno più tempo: «Dalla presentazione del Rapporto Sauvé, nell’istituzione della Chiesa cattolica le cose finora sono cambiate poco», conclude Annick con amarezza.

    https://www.adista.it/articolo/67798

  • AVVISO AZIONE – Lancio dell’invito all’azione dei sopravvissuti al G7 per porre fine alla violenza sessuale infantile

    AVVISO AZIONE – Lancio dell’invito all’azione dei sopravvissuti al G7 per porre fine alla violenza sessuale infantile

    Domani, giovedì 24 febbraio 2022, i leader del G7 si incontreranno in  un  vertice virtuale  come incontro di avvio per preparare il vertice principale del G7 il 26-28 giugno in Germania.
    La task force per la mobilitazione dei sopravvissuti del G7 ha approvato l’invito all’azione del G7 per porre fine alla violenza sessuale nell’infanzia ha approvato la scorsa settimana un invito all’azione del G7 dei sopravvissuti per porre fine alla violenza sessuale nell’infanzia e dozzine di organizzazioni e alleati di sopravvissuti si stanno unendo a questa campagna di advocacy.
    RICHIESTA DI AZIONE:
    Si prega di contattare gli sherpa del G7, i capi di Stato e i ministeri dei governi sono la nostra massima priorità oggi a causa della chiamata virtuale dei leader del G7 domani. Puoi trovare la presentazione con i dettagli degli sherpa G7 qui .   
    Se hai ulteriori informazioni/informazioni di contatto sugli sherpa G7, ti preghiamo di condividerle in modo che possiamo aggiornare la presentazione.
    PUNTI DI DISCORSO   per conversazioni o e-mail con gli sherpa del G7 qui .
    ELENCO OBIETTIVI G7  con una scheda per ogni paese G7 qui   Se hai ulteriori informazioni/informazioni di contatto, condividilo in modo che possiamo aggiornare il foglio di calcolo.
  • La Chiesa spagnola commissiona a uno studio legale un audit indipendente sugli abusi sessuali

    La Chiesa spagnola commissiona a uno studio legale un audit indipendente sugli abusi sessuali

    La Conferenza episcopale spagnola (CEE) ha incaricato lo studio legale Cremades & Calvo Sotelo di svolgere un audit indipendente sulle accuse di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica . Come precisato lunedì dalla CEE in un comunicato, lo studio professionale aprirà un “canale indipendente” per ricevere le denunce e riesaminerà le procedure legali “volte a punire le pratiche criminali”, oltre ad offrire la propria collaborazione alle autorità per aiutare a chiarire i fatti e istituire un sistema di prevenzione “che soddisfi le esigenze sociali al riguardo”.

    Il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Juan José Omella, e il presidente dello studio legale Cremades & Calvo Sotelo, Javier Cremades, compariranno martedì davanti alla stampa per spiegare i dettagli di questa indagine. Contattata da questo giornale per ampliare le informazioni su questo annuncio, la CEE ha risposto che attenderà detto annuncio per dare maggiori informazioni.

    Questo audit indipendente arriva in un momento di tensione per la Chiesa cattolica spagnola. L’abuso sessuale commesso da religiosi è uno dei temi centrali del dibattito politico, dopo che il Vaticano ha annunciato l’indagine su 251 casi di pederastia ineditinella Chiesa fornita da EL PAÍS. Questa iniziativa della Santa Sede ha attivato diversi movimenti per rispondere al problema. Ci sarà quindi un’indagine del potere politico, ma la formula non è ancora chiara: la Moncloa scommette che sia guidata dall’Ombudsman, mentre United We Can preferisce una commissione d’inchiesta al Congresso dei Deputati, proposta che hanno presentato insieme a ERC e EH Bildu e che è stato ammesso alla lavorazione all’inizio di febbraio. I socialisti hanno valutato “positivamente” l’audit annunciato dalla Cee, riferisce Europa Press, mentre il gruppo viola lo ritiene “insufficiente”.

    Inoltre, l’ufficio del procuratore generale dello Stato ha notificato la scorsa settimana che ci sono 68 procedure aperte per abusi sessuali nelle istituzioni religiose . La cifra corrisponde ai casi attivi nel 2022, che non rappresentano tutti i reati, poiché non comprende le condanne del passato e una parte di esse non arriva alla giustizia civile, ma viene istruita nei processi ecclesiastici. Finora sono emersi almeno 611 casi e 1.246 vittime , secondo i resoconti tenuti da questo giornale, l’unico in Spagna in assenza di dati ufficiali o della Chiesa.

    I vescovi rimangono poco chiari se collaboreranno con quell’indagine ufficiale. Inoltre, la Conferenza episcopale ha definito una “trappola sadducea” la possibilità che venga promossa dalla camera bassa e non si è espressa sull’opzione di farsi guidare dall’istituzione guidata da Ángel Gabilondo. «L’indagine ufficiale deve continuare il suo corso. La Chiesa non dovrebbe avere il privilegio di indagare su se stessa o di scegliere il modello con cui farlo. Lo Stato ha l’obbligo di vigilare affinché tutte le istituzioni che lavorano con i bambini siano luoghi sicuri”, afferma Miguel Ángel Hurtado, vittima di abusi nel monastero di Montserrat che ha raccolto 70mila firme chiedendo che si indaghi sulla pederastia .

    “mossa di scacchi”

    Fernando García Salmones, membro dell’associazione Infanzia rubata e anche lui vittima di pederastia nella Chiesa, ritiene che questo annuncio preveda che la Chiesa non collaborerà con l’indagine ufficiale. “Quindi possono dire di aver già creato questa commissione, che è indipendente. Ma penso che sia una mossa di scacchi affinché altre commissioni non vadano avanti”, critica García Salmones. “Il messaggio è che non collaboreranno e senza di loro [l’indagine] non si può fare. È un modo per dire che stanno facendo qualcosa e che hanno fatto un passo davanti ai fedeli che devono avere la coscienza pulita”, aggiunge.

    Hurtado, da parte sua, ritiene che l’indagine dello studio legale sarà positiva solo se “andrà a fondo della questione”. “È in gioco la credibilità di Cremades & Calvo Sotelo. Se l’obiettivo non è chiarire la verità, ma collaborare a imbiancare l’immagine, il danno reputazionale sarà notevole”, indica Hurtado. García Salmones parla anche di “riciclaggio dell’immagine”. Ritiene che sia “oltraggioso” affidare questo compito a uno studio legale. “È giunto il momento di mettere a capo di un audit esterno persone con una comprovata esperienza in questi temi, che soddisfino veramente i parametri richiesti di indipendenza e trasparenza e, naturalmente, la voce chiara e forte delle vittime”, aggiunge Stolen Childhood in una dichiarazione. . Manuel Barbero, padre di una vittima e fondatore dell’associazione Mans Petites,

    avvocati tedeschi

    Secondo Hurtado, il lavoro affidato a Cremades & Calvo Sotelo dovrebbe essere simile a quello svolto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl (WSW), che ha svolto lo stesso compito a Monaco di Baviera. “È un ottimo esempio. Un’azienda privata ha indagato su 50 anni di abusi, svolgendo un ottimo lavoro. Non hanno stretto la mano nemmeno per accusare Benedetto XVI di un insabbiamento”. Questo rapporto indipendente, pubblicato all’inizio di quest’anno, stima che ci siano state 497 vittime di abusi sessuali commessi da 235 religiosi tra il 1945 e il 2019. In generale, la conferenza episcopale tedesca ha avviato un’indagine nel 2014 su casi passati, culminata nel pubblicazione di un rapporto nel 2018 che stimava 3.677 vittime di abusi sessuali commessi da 1.670 religiosi. Il documento specificava che la metà di loro aveva al massimo 13 anni. In questo caso, la Chiesa tedesca ha commissionato lo studio a un team interdisciplinare composto da criminologi, gerontologi e psicologi.

    Nei giorni scorsi diversi rappresentanti della gerarchia ecclesiastica spagnola hanno valutato positivamente l’indagine sulla pederastia nell’istituto. La voce più pesante che si è espressa a favore è quella del cardinale Carlos Osoro, vicepresidente della Conferenza episcopale spagnola. “Che non ci siano denunce non significa che non ci siano casi. I casi del passato sono casi del presente. In una linea simile a quella di Osoro, altri prelati si sono espressi, come Burgos o Zamora, a favore della creazione di commissioni parlamentari o indipendenti per indagare sull’accaduto. Il Vescovo delle Isole Canarie ritiene che “tutti i casi di pederastia debbano essere indagati” e che le vittime debbano essere “aiutate e riparate”. “La proposta di una commissione parlamentare sugli abusi nella Chiesa,ha detto la scorsa settimana l’arcivescovo di Santiago de Compostela .

    https://elpais.com/sociedad/2022-02-21/la-iglesia-espanola-se-sometera-a-una-auditoria-independiente-sobre-los-abusos-sexuales.html

  • “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    Sono passati quasi 39 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne romana di cui si sono perse le tracce dal lontano pomeriggio del 22 giugno 1983. Tra ipotesi, supposizioni e indagini ad ampio raggio, il caso continua a essere tra i più intricati e controversi della cronaca degli ultimi 50 anni.

    Le recenti rivelazioni dell’ex procuratore di Roma Giancarlo Capaldo hanno aperto nuovi scenari sulla misteriosa vicenda. “Due ‘alte cariche’ della Santa Sede si resero disponibili a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per farci avere ‘i resti’ di Emanuela”, conferma alla nostra redazione Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

    Pietro, lo scrittore Tommaso Nelli ha raccontato che nei diari di scuola di Emanuela figurerebbe il numero telefonico di una persona, tal “Federica”, mai identificata. Può confermarlo?

    “Si, era in un’agendina”.

    Di chi si tratta?

    “Non saprei, probabilmente un’amica o una compagna di scuola. Chiaramente è impossibile che conoscessi tutte le amicizie di mia sorella”.

    Accanto al nome compare un’annotazione: “Indovina chi è”. Secondo lei, cosa significa?

    “Non credo sia un dettaglio rilevante. Bisogna tenere conto che all’epoca Emanuela aveva 15 anni , era poco più che una bambina. Forse – ma è solo un’ipotesi – era qualcuno che le piaceva e ci scherzava su con un’amichetta. Chissà. In ogni caso, nulla di importante”.

    Esclude che possa entrarci qualcosa con la scomparsa?

    “Sì, direi proprio di sì. Così come escludo, in generale, che dei ragazzini – parlo di amici e compagni di scuola di Emanuela – possano entrarci qualcosa con il rapimento di mia sorella”.

    Di recente è emerso un altro retroscena. Pare che nella primavera del 2012 due emissari di Papa Ratzinger, verosimilmente due “alti prelati”, avrebbero dato la disponibilità del Vaticano a far ritrovare “i resti” di Emanuela. Lo conferma?

    “Assolutamente sì. Anzi fu prospettata una sorta di trattativa”.

    Che genere di trattativa?

    “Il Vaticano chiese alla Procura di Roma ‘un aiuto’ per spostare le spoglie di Enrico ‘Renatino’ De Pedis (ex boss della Banda della Magliana, ndr) dalla Basilica di Sant’Apollinare, dov’era stato sepolto, perché ovviamente creava imbarazzo alla Chiesa. Giancarlo Capaldo, all’epoca procuratore e titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, propose una contropartita”.

    Cioè?

    “Il dottor Capaldo chiese in cambio che fossero restituiti ‘i resti’ di Emanuela alla nostra famiglia”.

    E quale fu la risposta?

    “Ci furono due colloqui tra Capaldo e due emissari della Santa Sede. Durante il primo incontro dissero che ‘gli avrebbero fatto sapere’ dopo essersi confrontati con altre persone ‘più in alto nella gerarchia’. In quello successivo confermarono che il Vaticano era disponibile a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.

    Lasciarono intendere che avrebbero collaborato o il consenso fu esplicito?

    “‘Va bene’, fu la loro risposta”.

    E per quale motivo la trattativa sarebbe sfumata?

    “Dopo poco il dottor Giuseppe Pignatone venne nominato capo della procura e chiese l’archiviazione del fascicolo riguardante la scomparsa di mia sorella, che Capaldo rifiutò di firmare. E poi, nel giro di pochi mesi, Papa Ratzinger si dimise”.

    Quali sono stati i risvolti successivi?

    “Lo scorso dicembre, il dottor Capaldo è stato sentito in Procura nell’ambito di un fascicolo aperto a modello 45, quindi senza indagati né ipotesi di reato, dopo che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva chiesto informazioni ai magistrati sull’esposto presentato dall’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, sui colloqui intercorsi tra il i magistrati della Procura e il Vaticano”.

    Cosa è emerso? Ma soprattutto, chi sarebbero i “due emissari” coinvolti nella trattativa?

    “Due ‘alte cariche’ della Santa Fede. Quello che ritengo importante però, al di là delle persone coinvolte, è che per la prima volta il Vaticano abbia ammesso di avere informazioni sulla scomparsa di Emanuela. Lì dentro sanno bene cosa è successo”.

    Nel corso degli anni sono state formulate molteplici ipotesi sulla scomparsa di Emanuela. A oggi, quale pista scarterebbe?

    “Quella dell’allontanamento volontario. Le altre, per una ragione o per un’altra, sono tutte plausibili”.

    Allora ribaltiamo la domanda: Qual è l’ipotesi più attendibile?

    “Emanuela è stata oggetto di un ricatto, qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiega perché dopo tutto questo tempo la verità non sia ancora saltata fuori”.

    Un ricatto tra chi e per cosa poi?

    “Per certo non c’entrano i soldi. Un affare, forse uno scambio, in cui sono coinvolti uomini di potere. Quello di mia sorella è stato un rapimento organizzato, su questo non c’è ombra di dubbio”.

    Cosa glielo fa pensare?

    “Tante cose. Sin da quella famosa telefonata dopo il rapimento – intendo la prima – in cui Emanuela raccontava di essere una ‘ragazza di 15 anni iscritta alla scuola di musica eccetera’. La sensazione è che si trattasse di una registrazione, magari un’intervista che le avevano fatto nei giorni antecedenti alla scomparsa. E poi c’è quella frase di Papa Giovanni Paolo II che non scorderò più: ‘Esistono casi di terrorismo internazionale’, furono le sue testuali parole quando venne a trovarci per gli auguri di Natale”.

    Anche il nome dell’ex boss della Banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis, torna sempre in questa storia. Secondo lei, perché?

    “Penso che abbia avuto un ruolo secondario nella vicenda. Nel senso che è stato impiegato per un lavoro di ‘manovalanza’, mettiamola così. Ma c’erano – ci sono – poteri ben più consolidati e personalità ricattabili che c’entrano con il rapimento di Emanuela”.

    Sono 39 anni che si batte per la verità. Dove trova la forza?

    “La forza la trovo nell’ingiustizia che Emanuela ha subito e ancora subisce. Lo dico da 39 anni: finché non mi daranno prova del contrario continuerò a inseguire la verità e cercare mia sorella da viva. Emanuela era ed è registrata all’anagrafe come ‘cittadina vaticana vivente’”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pietro-orlandi-ammisero-avere-informazioni-su-emanuela-poi-2009900.html

  • Impedire che altri sacerdoti violentino bambini, un impegno di civiltà. Nasce l’archivio di Left

    Impedire che altri sacerdoti violentino bambini, un impegno di civiltà. Nasce l’archivio di Left

    Chi è il pedofilo? Cos’è la pedofilia? Cosa contraddistingue quella di matrice ecclesiastica? Quali sono le conseguenze per una vittima? Quanti sono i preti pedofili in Italia? Quante sono le loro vittime? Cosa fare quando si viene a conoscenza di una violenza subita da un bambino? A chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare?

    Sin da quando è nato Left – oggi, 17 febbraio sono esattamente 16 anni – dare una risposta a queste domande è stato uno dei nostri impegni prioritari. E lo abbiamo fatto con inchieste giornalistiche, dando voce alle vittime inascoltate e ignorate dalle istituzioni, oltre che con articoli divulgativi avvalendoci della competenza di esperti in varie discipline – avvocati, psichiatri, psicoterapeuti, storici, magistrati, psicologi. Siamo infatti convinti che uno degli errori più grandi del giornalismo in Italia consista nel raccontare il fenomeno criminale della pedofilia di matrice clericale come fosse una “semplice” somma di vicende di cronaca isolate, che accadono per caso all’interno delle parrocchie.

    Una delle conseguenze è che, soprattutto dai grandi media e dalla tv, viene restituita all’opinione pubblica un’immagine falsata, parcellizzata di un crimine violentissimo che invece purtroppo è diffuso ovunque ed è malamente affrontato sia dalle istituzioni ecclesiastiche che da quelle laiche. Come se non ci fosse nulla da fare. Come se fosse inevitabile. La pedofilia è divenuta ormai un fenomeno endemico alla Chiesa cattolica. È stato accertato dalle inchieste realizzate negli ultimi 15 anni in Paesi come gli Stati Uniti, Olanda, Belgio, Irlanda, Germania, Francia, Australia. Ma è falso che non ci sia nulla da fare. Le stesse inchieste hanno dimostrato che solo affrontando la pedofilia clericale senza tare ideologiche, con l’obiettivo di mettere definitivamente la parola fine e avendo chiaramente presente cosa comporti per un bambino essere stuprato da un adulto di cui è stato indotto a fidarsi, solo così, dicevamo, si può iniziare a pensare di poter sradicare questo crimine da un ambiente culturale che per decenni, o meglio per secoli, ha sempre pensato a preservare l’istituzione religiosa da scandali che difficilmente avrebbe saputo giustificare, e mai si è preoccupato di tutelare i bambini dalla violenza. Una violenza omicida.

    Chi legge Left sa che per noi questo è un punto cardine. Sulle nostre pagine più volte la violenza di un adulto su un bambino è stata definita da psichiatri e psicoterapeuti «un omicidio psichico». Tanto basterebbe, a nostro avviso, per mettere in allarme le autorità laiche preposte alla prevenzione e alla repressione di questi reati. Tanto dovrebbe bastare per non tollerare nemmeno una violenza in più e fare di tutto per impedirla. Invece nulla di tutto ciò. E questa intollerabile indifferenza è una delle concause che hanno reso endemica la pedofilia negli ambienti ecclesiastici.

    Ormai l’Italia è rimasto l’unico Paese in cui la Chiesa e lo Stato non hanno mai voluto realizzare un’indagine su scala nazionale. Come leggerete nell’articolo di Marina Turi persino la “cattolicissima Spagna” si sta attivando per realizzare un’inchiesta indipendente. Una svolta storica resa possibile dall’eccellente lavoro d’inchiesta del quotidiano El Pais che nel 2018 ha preso le mosse dalla realizzazione di un database pubblicato sul proprio sito.

    Da tempo noi di Left chiediamo che sia istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio. Ma il nostro appello fino a oggi è rimasto incredibilmente senza riscontro. Vogliamo pertanto sopperire a questa grave mancanza di informazioni con un nostro archivio online, il primo in Italia realizzato da una testata giornalistica. Una mancanza che è anche una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

    Realizzato in collaborazione con l’associazione di vittime Rete L’Abuso che da anni gestisce un proprio archivio, lavorando su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche, il database indica, laddove è possibile renderlo noto, il nome del sacerdote condannato o sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l’anno in cui è stato compiuto il reato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza. Un numeratore terrà aggiornato il conteggio dei sacerdoti coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all’archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti. L’archivio è online dal 18 febbraio mostrando i primi 60 casi censiti e accertati (chiesaepedofilia.left.it). Sarà aggiornato costantemente e vi anticipiamo sin da ora che sono almeno 300 le “situazioni” documentate negli ultimi 20 anni, con centinaia e centinaia di vittime; sarà inoltre implementato da inchieste originali, interviste, analisi e riflessioni di esperti per dare un’interpretazione dei risultati ottenuti, con linguaggio chiaro e divulgativo.

    L’obiettivo è fornire all’opinione pubblica un quadro d’insieme della situazione italiana per fare pressione sulla politica e le istituzioni affinché pongano in essere tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un crimine seriale – e per garantire tutta la necessaria assistenza psicologica alle vittime. Ci pare il minimo sindacale in un Paese civile.

    https://left.it/2022/02/17/impedire-che-altri-sacerdoti-violentino-bambini-un-impegno-di-civilta-nasce-il-database-di-left/

  • Prete in Germania sotto processo per 118 abusi, violenza anche su una bambina di 11 anni

    Prete in Germania sotto processo per 118 abusi, violenza anche su una bambina di 11 anni

    Città del Vaticano – La Germania è letteralmente sotto choc, alle prese con uno dei casi più eclatanti di pedofilia, dopo che l’ufficio del Procuratore di Colonia ha formalmente accusato un ex prete di ben 118 abusi sessuali. Le accuse si riferiscono ad un periodo compreso tra il 1993 e il 2018.

    La lunga lista di crimini

    L’uomo, 70 anni, chiamato solo U., avrebbe violentato nove ragazzine quando avevano meno di 14 anni. Secondo l’accusa avrebbe commesso anche 31 atti di abuso contro le sue tre nipotine, all’epoca minorenni, nella cittadina di Gummersbach tra il 1993 e il 1999. Alla lunga lista di crimini che sono stati letti in aula, anche l’avere approfittato di una bambina di appena 11 anni che aveva incontrato attraverso una famiglia di fedeli che seguiva in qualità di sacerdote e padre spirituale dei genitori. Nessuno avrebbe mai sospettato una condotta talmente obbrobriosa.

    Il processo di U. è in corso da qualche tempo ed è considerato, tra tutti, il più grave da quando è esploso in Germania lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, sollevando dubbi su come le autorità ecclesiastiche finora hanno gestito tante informazioni riservate sui sacerdoti. Generalmente la regola che veniva seguita dai vertici, su indicazione di Roma, era di tutelare l’immagine della istituzione cattolica a scapito delle vittime, solitamente ignorate o messe a tacere.

    L’ex cappellano dell’ospedale U. è sotto processo da novembre. Il sacerdote ha confessato molti abusi e il verdetto è atteso intorno al 24 febbraio. Rappresentanti di spicco della Chiesa, come l’arcivescovo di Amburgo e l’ex capo del personale di Colonia, monsignor Stefan Hesse, e il canonista Guenter Assenmacher hanno testimoniato nel processo.

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/prete_germania_abusi_sessuali_bambina_pedofilia_cosa_e_successo-6508319.html

  • Il Coordinamento anti-abusi nella Chiesa in Italia: “Serve inchiesta ma inutile senza leggi”

    Il Coordinamento anti-abusi nella Chiesa in Italia: “Serve inchiesta ma inutile senza leggi”

    Una commissione d’inchiesta indipendente può aprire il vaso di Pandora dei casi di pedofilia nella Chiesa in Italia, ma per rendere efficace la sua azione serve un intervento Parlamentare e legislativo. Lo ha detto a Fanpage.it Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso per i sopravvissuti alle molestie in ambito ecclesiastico. Rete L’Abuso fa parte del Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia che comprende anche l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of faith,  Adista, Comité de la jupe, Comitato vittime e famiglie e Noi siamo Chiesa. Tramite la campagna #ItalyChurchToo, il Coordinamento chiede non solo l’istituzione di una commissione d’inchiesta governativa sui casi di pedofilia nella Chiesa, ma un intervento strutturale a modifica delle leggi.

    Perché ritiene che la situazione dell’Italia sia diversa da quella di altri Paesi che hanno istituito commissioni d’inchiesta indipendenti?

    Perché qui non solo serve una commissione d’inchiesta terza, ma anche l’intervento legislativo. Mi spiego: in Francia esiste l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini. Se un qualunque cittadino fosse a conoscenza di un qualunque abuso su un minore nell’ambito della sua parrocchia, per esempio, sarebbe tenuto a denunciare. Può scegliere di non farlo, ma non risponde a un obbligo penale. Se dovesse essere aperta un’inchiesta e dovesse emergere la mancanza, dovrebbe risponderne davanti alla legge in quanto complice. In Italia quest’obbligo riguarda solo i pubblici ufficiali. La mancanza dell’obbligo di denuncia ostacola anche i vescovi: se domani di presentassero davanti alle autorità per fornire informazioni su casi di pedofilia, mancherebbe la querela di parte per far partire gli accertamenti. Qui non basta far solo luce su quanti e quali sono i casi.

    Come si potrebbe ovviare al problema?

    In modo molto semplice, in realtà. Una legge esiste e riguarda il pubblico ufficiale, basterebbe cambiare la dicitura estendendola a tutti i cittadini.

    Quindi per essere efficace l’azione deve essere su tre punti: ecclesiastica, indipendente e legislativa?

    Esatto. Il problema però è che la Chiesa rappresenta un argomento blindato sul quale nessuno osa intervenire. Quello che la riguarda non è neppure oggetto di discussione tra parti politiche. Fino a ora si è puntato sui tribunali canonici che però rispondono al Codice Canonico e basta. Certo, è giusto che anche la Chiesa abbia i suoi tribunali, ma alla vittima di abusi questo non basta. Serve una sinergia con lo Stato. Le persone non vengono risarcite dal punto di vista legale, per intenderci.

    La nostra magistratura però è indipendente come quella spagnola, per esempio

    Certo. In Spagna per esempio il quotidiano El Pais ha pubblicato un elenco riguardante 250 casi di pedofilia in 70 anni. La magistratura poi ha acquisito autonomamente i dati e ha aperto un’indagine. Il governo l’ha seguita nell’inchiesta e ora partecipa. In Italia con Rete L’Abuso abbiamo contato 360 casi in soli 15 anni. La magistratura potrebbe seguire lo stesso iter, ma abbiamo comunque carenze legislative importanti.

    La proposta della sola Cei non è sufficiente quindi

    Per niente. Se la Cei domattina istituisse una commissione d’inchiesta sulla cosa, risulterebbe comunque poco credibile visto quanto accaduto negli ultimi anni. Abbiamo parlato per anni di tribunali per processare i vescovi, ma c’è stato un nulla di fatto. Ci sono casi noti sui quali non si agisce: ci sono vescovi che denunciano di avere in diocesi preti accusati di pedofilia provenienti dall’estero, ma perché non si indaga su chi ha mandato questa persona in Italia probabilmente per nasconderla? Così sono solo belle parole. Ribadisco però che l’inchiesta indipendente non basta se non si toccano le leggi perché così le catene non si spezzano. In questo modo tra 20 anni dovremmo creare una nuova commissione d’inchiesta.

    Certo, i bambini. Nel 2008 siamo riusciti a portare la cosa in un’interrogazione parlamentare, ma nessuno ha risposto. Nel 2019 abbiamo portato il tutto alle Nazioni Unite, segnalando una violazione della Convenzione della tutela dell’infanzia. Le Nazioni Unite ci hanno dato ragione sottolineando inoltre grande preoccupazione per il numero bassissimo di denunce e di provvedimenti penali su questo tipo di casi. L’Italia ha sottoscritto la Tutela dell’infanzia, ma dal ’91 al 2019 le leggi dovevano essere adeguate.

    https://www.fanpage.it/attualita/il-coordinamento-anti-abusi-nella-chiesa-in-italia-serve-inchiesta-ma-inutile-senza-leggi/

  • Nasce il coordinamento contro gli abusi della Chiesa in Italia

    Nasce il coordinamento contro gli abusi della Chiesa in Italia

    Italy Church Too, ovvero «anche la Chiesa italiana». È questo l’hashtag – rielaborazione del Me too del movimento femminista contro le molestie sessuali – scelto dalle associazioni che ieri hanno presentato il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia.

    La Conferenza episcopale italiana continua sostanzialmente a eludere il problema e a rifiutare la proposta di costituire una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero, per esempio come quella voluta dall’arcidiocesi di Monaco di Baviera-Frisinga, che ha messo sotto accusa sia Joseph Ratzinger sia il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, ovvero colui che quella commissione ha voluto. L’unica apertura – si fa per dire – arrivata dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, in un’intervista al Corriere della Sera a fine gennaio, è quella di una raccolta dei dati in possesso dei Servizi diocesani per la tutela dei minori. Non una commissione indipendente quindi, ma una specie di indagine interna affidata agli stessi organismi ecclesiastici. Senza contare poi che la proposta Bassetti arriva a poco più di tre mesi da suo pensionamento: a maggio, infatti, i vescovi italiani sceglieranno il nuovo presidente della Cei. Se fosse stata seria, avrebbe potuto realizzarla nei cinque anni in cui è stato alla guida della Chiesa italiana (da maggio 2017) e non lanciarla alla vigilia del suo addio, anche perché pressato dagli organi di stampa.

    La spinta allora parte dal basso, da sette associazioni (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe) e due riviste (Adista e Left) che decidono di muoversi su tre fronti: ecclesiale, politico e dell’informazione. Alla Chiesa italiana viene chiesto di avviare una commissione indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero. Lo Stato è invitato a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono lo svolgimento dei processi e il Parlamento sollecitato a valutare la possibilità di costituire una specifica commissione di inchiesta. E venerdì 18 febbraio verrà messo online, dal settimanale Left, un database che, anche grazie alle informazione raccolte negli anni dall’associazione di vittime “L’Abuso”, documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana.

    «Chiediamo che la Cei affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa – spiega Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa -. Chiediamo che a guidarla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. E chiediamo che sia un’indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale, per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime».

    «Serve adeguare le leggi», aggiunge Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo. «Sono state avanzate istanze allo Stato e all’Onu – prosegue -, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine, ma la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima. Si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti, sarebbe già una svolta. Bisogna poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori. E attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime».

    A differenza di molti Paesi nel mondo – aggiunge Ludovica Eugenio, responsabile dell’agenzia di informazioni Adista – dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine». Il coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia «vuole essere uno strumento di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime».

    https://ilmanifesto.it/nasce-il-coordinamento-contro-gli-abusi-della-chiesa-in-italia/

  • Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    Vaticano, i preti pedofili e gli scandali da silenziare

    I panni sporchi si lavano in famiglia. È questo il senso della lettera che il cardinale Luis Ladaria, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex sant’Uffizio), nel febbraio 2015 inviò al cardinale Philippe Barbarin, allora vescovo di Lione, che chiedeva come comportarsi con don Bernard Preynat, sul cui conto erano arrivate in diocesi diverse denunce per pedofilia.

    «Questa Congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso di Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando scandali pubblici», si legge nella lettera di Ladaria, riportata ieri sul quotidiano Domani da Emiliano Fittipaldi. «Fermo restando – conclude la lettera – che in queste condizioni non può essere affidato un altro ministero pastorale che includa eventuali contatti con i minori».

    Barbarin obbedì, e tutto rimase nascosto ancora per un anno. Nel 2016, infatti, in seguito alle denunce penali di alcune vittime, Preynat fu processato e nel 2020 condannato a cinque anni di reclusione per abusi sessuali su minori. Barbarin invece – che nel marzo 2020 si è dimesso da vescovo -, dopo essere stato condannato in primo grado per omessa denuncia, l’anno scorso è stato definitivamente assolto.

    Quella a Barbarin non è stata l’unica lettera scritta da Ladaria, nel 2008 nominato da papa Ratzinger segretario della Congregazione per la dottrina della fede, promosso prefetto dello stesso dicastero nel 2017 da papa Francesco, il quale l’anno successivo lo ha creato cardinale. Ve ne è un’altra pressoché identica, datata 2012, inviata all’allora vescovo di Lucera (Foggia), a proposito di don Giovanni Trotta, dimesso dallo stato clericale perché pedofilo, ma con la raccomandazione che la destituzione del prete restasse in penombra, per non «generare scandalo ai fedeli». Così accadde anche stavolta, ma le conseguenze della consegna del silenzio furono ben più gravi: da laico, Trotta iniziò ad allenare una squadra di calcio giovanile e commise abusi sessuali su diversi piccoli atleti, venne denunciato dalle famiglie di alcune vittime e due anni fa è stato condannato in appello a venti anni di carcere.

    Le lettere «fotocopia» di Ladaria testimoniano che non si tratta di due casi, ma di una prassi che vuole coprire i preti pedofili per difendere l’istituzione. Non quindi un «sistema Ladaria», ma un «sistema vaticano» che, come rileva Luis Badilla, direttore del Sismografo (sito di informazione indipendente, ben accreditato in Vaticano), obbedisce a un articolo del Codice di diritto canonico: «Per una trasgressione occulta non si imponga mai una penitenza pubblica».

    A questo punto papa Francesco, se vuole davvero dare concretezza alla «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia clericale, non può non prendere tre decisioni: rimuovere Luis Ladaria, modificare il Codice di diritto canonico e imporre l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei preti pedofili (per scongiurare nuovi casi Trotta).

    In Italia intanto qualcosa si muove. Se la Cei è ferma nel non volere una commissione di inchiesta indipendente sulla pedofilia (come quella della diocesi di Monaco che ha messo sotto accusa Ratzinger, o quella della Chiesa francese), prendono l’iniziativa dal basso le associazioni che martedì prossimo daranno vita al Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica. «L’Italia è rimasto praticamente l’unico Paese dove non si è nemmeno pianificata un’indagine indipendente sugli abusi», spiega al manifesto Ludovica Eugenio, direttrice dell’agenzia di informazioni Adista, promotrice dell’iniziativa (insieme, fra gli altri, a Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Noi siamo Chiesa e le associazioni delle vittime L’abuso e Comitato vittime e famiglie).

    «Poiché tutto fa ritenere che il numero di casi in Italia sia molto elevato, un’indagine indipendente è urgente e necessaria come primo passo di un cammino di giustizia soprattutto nei confronti delle vittime, le cui vite sono devastate anche dall’omertà e dagli insabbiamenti».

    https://ilmanifesto.it/vaticano-i-preti-pedofili-e-gli-scandali-da-silenziare/