Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Quanti sono i preti pedofili in Italia? Quante sono le loro vittime?

    Quanti sono i preti pedofili in Italia? Quante sono le loro vittime?

    Curato dal giornalista Federico Tulli in collaborazione con Rete L’Abuso, l’archivio sarà messo online venerdì 18 febbraio su mostrando i primi 50 casi censiti e accertati, con più di 140 vittime. Tuttavia sono oltre 300 le vicende già sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

    Queste sono le informazioni sui singoli casi contenute nel database: il nome del sacerdote (laddove è stato reso noto) condannato o sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l’anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza, l’eventuale sanzione canonica subita dall’ecclesiastico.

    Un numeratore terrà aggiornato il conteggio degli ecclesiastici coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all’archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti che certificano la denuncia, l’inchiesta, l’eventuale iter processuale e l’eventuale condanna in via definitiva del reo.

    Tulli, autore di numerose inchieste su Left e di diversi libri sul tema è uno dei massimi esperti in Italia. Per la cura del database si avvale di testimonianze dirette, di documenti originali, di fonti giornalistiche, della collaborazione di esperti in varie discipline – avvocati, psichiatri, psicoterapeuti, storici, magistrati, psicologi – e della collaborazione dell’unica onlus esistente in Italia che si occupa della tutela dei diritti delle vittime e dei sopravvissuti a stupri di matrice ecclesiastica – Rete L’Abuso.

    È grazie al prezioso archivio dell’associazione fondata da Francesco Zanardi nel 2010 se oggi esiste una prima mappatura dei crimini pedofili nelle diocesi italiane dalla quale emerge che sono almeno 300 i sacerdoti denunciati negli ultimi 20 anni. È nostra ferma intenzione andare fino in fondo a queste storie e verificare se ce ne siano altre, cosa che purtroppo sappiamo già di non poter escludere.

    La violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti «un omicidio psichico», tuttavia il nostro Paese è l’unico al mondo in cui la Chiesa e le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che purtroppo è diffuso in tutta la Penisola quanto meno da decenni.

    Da tempo su Left chiediamo che sia istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio. Ma il nostro appello fino a oggi è rimasto incredibilmente inascoltato.

    Vogliamo pertanto sopperire con il nostro database a questa grave mancanza, che è anche una inaccettabile disattenzione nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

    L’obiettivo è fornire all’opinione pubblica un quadro d’insieme della situazione italiana per fare pressione sulla politica e sulle istituzioni affinché pongano in essere tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un crimine seriale – e per garantire tutta la necessaria assistenza psicologica alle vittime.

    LEFT

  • La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    La Chiesa portoghese apre i suoi fascicoli alla commissione che indaga sugli abusi sessuali

    I vescovi portoghesi permetteranno alla commissione che studia gli abusi sessuali nella Chiesa di accedere agli archivi diocesani per conoscere quei casi che sono stati denunciati in passato all’interno di ciascuna diocesi. La decisione è stata presa questo mercoledì dal consiglio permanente della Conferenza episcopale portoghese, a cui appartengono 21 vescovi. È un passo che rafforza la strategia di trasparenza avviata a novembre, con la creazione di una commissione indipendente che studia la pederastia in ambito religioso portoghese tra il 1950 e il 2022 e che è presieduta dallo psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza Pedro Strecht.

    L’accesso agli archivi diocesani dipende dalla volontà di ciascun vescovo, che risponde solo al Vaticano. Secondo l’Agenzia Ecclesia, citata dal quotidiano Público , la missione di questi archivi è contenuta nel Codice di Diritto Canonico, che stabilisce che ogni diocesi ha un archivio per custodire “i documenti che devono essere tenuti segreti”. Nella prossima riunione plenaria della Conferenza episcopale, che si terrà ad aprile, sarà stabilita una procedura comune per trasferire alla commissione tutte le informazioni sugli abusi sessuali rinvenute negli atti.

    Nel suo primo mese di attività, la commissione portoghese ha ricevuto 214 testimonianze di vittime di abusi sessuali, anche se molte delle storie identificano aggressori che hanno abusato di diversi minori. “In molte testimonianze, le vittime non solo descrivono cosa è successo loro, ma indicano anche la consapevolezza o una forte probabilità che, in quelle circostanze di tempo e spazio, altri bambini siano stati vittime dello stesso abusatore”, sottolineano in una nota di stampa.

    I casi finora denunciati provengono da persone nate tra il 1933 e il 2006, il che indica alcune recenti aggressioni sessuali, commesse quando erano già emerse in altri paesi indagini sulla pedofilia ecclesiastica , come quella rivelata nel 2002 dal The Boston Globe su i sacerdoti che avevano commesso abusi a Boston e che erano stati protetti dalla gerarchia cattolica. Sempre nel 2002 vengono svelati in Portogallo, grazie a un’inchiesta del settimanale Expresso, l’abuso sessuale che veniva commesso per tre decenni presso la Casa Pía, istituzione statale (non religiosa) che gestiva una rete di scuole. In questa rete di pederastia sono stati coinvolti personaggi noti della politica, della televisione e della diplomazia, oltre ai dipendenti della Casa Pía.

    Le vittime che hanno trasferito la loro testimonianza alla commissione portoghese denunciano abusi commessi sia nel Portogallo continentale che negli arcipelaghi di Madeira e delle Azzorre. Il loro profilo sociale è eterogeneo. “Le storie descritte rivelano sofferenze psicologiche individuali, familiari e sociali, a volte nascoste per decenni e, in molte circostanze, tenute segrete fino al momento della dichiarazione”, ha affermato la commissione nel suo comunicato. “Questa sofferenza è associata a sentimenti di vergogna, paura, colpa e autoesclusione, rafforzando l’idea di affrontare le vite con la sensazione di essere in disparte”, aggiungono.

    La commissione portoghese è congiunta ed è composta da sei persone. Il suo presidente, Pedro Strecht, è uno psichiatra specializzato in infanzia e adolescenza che ha anche partecipato alla cura dei minori vittime di abusi nello scandalo Casa Pía, che ha dato vita a un lungo processo legale durato sei anni. Strecht è stato incaricato dalla Conferenza Episcopale di studiare gli abusi sessuali sui minori lo scorso novembre e ha accettato perché gli hanno dato mano libera per scegliere il resto della squadra, composta da professionisti di diversi campi come la sociologa Ana Nunes de Almeida, la l’ex ministro della Giustizia Álvaro Laborinho Lúcio, lo psichiatra Daniel Sampaio, la terapeuta Filipa Tavares e la regista Catarina Vasconcelos.

    Gli abusi denunciati alla commissione che non hanno prescritto saranno denunciati ai tribunali. Lo scorso ottobre il parlamento portoghese ha approvato un disegno di legge per aumentare a 15 anni i termini di prescrizione per i reati sessuali contro minori, che inizieranno a contare solo quando la vittima raggiungerà i 35 anni e non quando raggiungerà la maggiore età. In pratica, consente di estendere a 50 anni il tempo in cui la vittima può compiere il passaggio in tribunale per denunciare il proprio caso. Inoltre, se il minore aveva meno di 14 anni quando si è verificato l’abuso, la prescrizione sarà anche successiva, poiché inizierà a contare quando l’interessato compirà 40 anni (in pratica potrebbe denunciare fino a 55).

    https://elpais.com/sociedad/2022-02-10/la-iglesia-portuguesa-abre-sus-archivos-a-la-comision-que-investiga-los-abusos-sexuales.html

  • La commissione d’inchiesta per gli abusi dei preti in Italia

    La commissione d’inchiesta per gli abusi dei preti in Italia

    Non solo la Germania, non solo l’operato del Papa emerito Ratzinger sotto i riflettori. Il rapporto sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco dal 1945 al 2019, che ha fatto emergere con drammaticità lo scandalo pedofilia nella Chiesa, potrebbe avere ripercussioni anche in altri Paesi. Spagna e Italia, da sempre “resistenti” a questo tipo di indagini, in primis.  Mentre echeggiano ancora le parole di Ratzinger – che ha parlato di vergogna e dolore ma ha anche respinto ancora una volte le accuse di avere taciuto su casi di pedofilia – l’ipotesi di un’indagine tra le nostre canoniche scuote e divide la Chiesa. Tra i dubbi sul se e come procedere, tra opposizioni interne e passi in avanti, tutto è rimandato a dopo l’elezione (a maggio) del nuovo presidente della Cei, il successore del cardinale Gualtiero Bassetti.

    “Già da qualche tempo stiamo riflettendo sull’avvio di una ricognizione approfondita e seria della situazione italiana. Intanto, vogliamo raccogliere le informazioni che arrivano dai nostri Servizi diocesani per la tutela dei minori, per avere un riscontro dell’attività di questa rete del tutto nuova in Italia”, aveva detto al Corsera lo stesso Bassetti, nelle scorse settimane. Bassetti spiegava di volere adotatre un approccio metodologico ”dal basso” per non avere proiezioni o statistiche “ma arrivare ai numeri reali”.

    I tempi per un’inchiesta potrebbero quindi essere maturi, anche su sollecitazione di Papa Francesco. “La Chiesa, con l’aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma decisione l’impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai suoi membri, applicando con particolare attenzione e rigore la legislazione canonica prevista”, ha annunciato lo stesso Bergoglio nel corso di un incontro con i partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. “In questa luce ho recentemente proceduto all’aggiornamento delle Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con il desiderio di rendere più incisiva l’azione giudiziaria – ha aggiunto – . Questa, da sola, non può bastare per arginare il fenomeno, ma costituisce un passo necessario per ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo, emendare il reo”.

    Pro indagine anche il cardinale Paolo Lojudice, presule di Siena, e l’arcivescovo di Modena Erio Castellucci, entrambi candidati alla successione di Bassetti. Lojudice, che è presidente dell’Osservatorio per la tutela dei minori “Fonte d’Ismaele”, ha detto al Resto del Carlino che “un’indagine in Italia serve”.

    Netto anche il gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa. “Siamo devastati – ha detto dopo la pubblicazione del rapporto sulla Germania – dalla dimensione numerica e dal proseguimento nel tempo, per decenni, di queste violenze. Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga”. Queste inchieste per Zollner “servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia”. Anche se “ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”.

    Numeri spaventosi sono quelli snocciolati da Francesco Zanardi, fondatore e presidente della “Rete l’Abuso”, l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania: “In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse”. Il 15 febbraio vedrà la luce il  Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia #ItalyChurchToo.

    Mentre in Italia si inizia a ragionare sul tema, in Spagna l’iter sembra più avanti. L’attenzione mediatica è stata alzata anche dal racconto dello scrittore Alejandro Palomas – noto per alcuni suoi libri e per riconoscimenti letterari ottenuti – il quale si è dichiarato, in interviste con diversi media, vittima di pedofilia da parte di un religioso. Secondo l’agenzia Ansa, la Procura generale dello Stato, che coordina le azioni delle procure territoriali, ha chiesto ai vari pubblici ministeri di inviare dati sulle inchieste aperte in materia, in modo da conoscere in termini globali in quali casi si è attivata la giustizia spagnola. Dall’altro è al vaglio dell’organo di gestione della Camera dei deputati l’ammissione di una richiesta avanzata da tre partiti di aprire una commissione d’inchiesta parlamentare sugli abusi nella Chiesa, informa la stampa iberica.

    https://www.today.it/cronaca/preti-pedofili-abusi-inchiesta-italia.html

  • Vaticano, i casi di pedofilia: “E ora indaghiamo anche in Italia”, ma i vescovi sono divisi

    Vaticano, i casi di pedofilia: “E ora indaghiamo anche in Italia”, ma i vescovi sono divisi

    CITTA’ DEL VATICANO – Una commissione d’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali commessi dai preti per fare luce sugli ultimi settant’anni. L’ipotesi scuote la Chiesa italiana, divisa sia sull’opportunità di farla sia sul come farla. Tutto è rimandato a dopo l’elezione di maggio del nuovo presidente della Cei, il successore del cardinale Gualtiero Bassetti. La realtà ecclesiale italiana, insieme a quella spagnola, è quella che maggiormente resiste all’inchiesta. Il tutto nonostante Francesco, chiamando due anni fa le vittime a parlare in Vaticano davanti ai vescovi del mondo, abbia dato un chiaro segnale su quale direzione prendere. Secondo dati non ufficiali, ma che girano Oltretevere, l’Italia è il secondo Paese al mondo per numero di accuse di abusi su minori perpetrati da sacerdoti.

    Fra i vescovi che sembrano essere più aperti sull’ipotesi di un’inchiesta ci sono il cardinale Paolo Lojudice, presule di Siena, e l’arcivescovo di Modena Erio Castellucci, entrambi candidati alla successione di Bassetti. Lojudice, che è presidente dell’Osservatorio per la tutela dei minori “Fonte d’Ismaele”, ha detto al Resto del Carlino che “un’indagine in Italia serve”. “Non ci sono divieti, né muri, né impedimenti alla realizzazione di un’indagine interna sul dramma della pedofilia nella Chiesa”. Così Castellucci: “I tempi sono maturi, via libera a maggio”.

    Dichiarazioni a parte una cosa è certa: se non sarà la Chiesa a muoversi lo faranno gli Stati. In Spagna questa prospettiva è già una realtà: l’organo di gestione della Camera dei deputati spagnola (la cosiddetta “Mesa del Congreso”) ha ammesso la richiesta da parte di tre partiti di creare una commissione d’inchiesta su casi di abusi su minori commessi nell’ambito della Chiesa cattolica. Ma già in questi giorni il cardinale Gualtiero Bassetti ha fatto capire che la sua idea è di una commissione che cominci a lavorare dall’interno, e dunque dal basso, raccogliendo le informazioni che arrivano dai servizi diocesani per la tutela dei minori. Contro questa ipotesi, però, si sono espressi autorevoli esperti. Su tutti il gesuita Hans Zollner, uno dei maggiori esperti mondiali nel campo della prevenzione degli abusi sessuali, che recentemente al País ha spiegato come sia necessario un lavoro esterno: a Monaco hanno lavorato “avvocati indipendenti che non hanno mostrato il loro lavoro al cardinale, all’arcivescovo o al vicario generale prima della pubblicazione”. E ancora: “Indipendenza significa nessuna interferenza. E se ciò è garantito, i risultati possono essere gli stessi”.

    In Italia molti fedeli laici non sembrano più intenzionati a fare sconti alle gerarchie su questo tema. Il 15 febbraio nasce non a caso il Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Sigle importanti si riuniscono per andare “Oltre il grande silenzio” e lanciano l’hashtag #ItalyChurchToo. Partecipano l’Osservatorio religioso sulla violenza contro le donne, Donne per la Chiesa, la Rete l’abuso, Adista, il Comitato vittime e famiglie, Voices of faith. In queste ore è Francesco Zanardi, presidente della Rete l’abuso, associazione delle vittime di abusi sessuali da parte dei preti, a dare voce alla delusione dopo la lettera di Ratzinger. “Questa lettera – dice – mi lascia malissimo. E ha tanto il sapore di una cosa pilotata. I fatti di Monaco non li conosco ma conosco purtroppo benissimo quelli di Savona perché io ero la vittima. Malgrado i media italiani avessero scritto che nel 2013 l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio Ratzinger fosse al corrente dei fatti, poi è scesa una cappa”. Nel Coordinamento italiano ci saranno una decina di associazioni, tutte cattoliche “perché anche i cattolici si sono scocciati di tutto questo silenzio”.

    Dice invece Paola Lazzarini, sociologa e promotrice del network cattolico Donne per la Chiesa, che ha raccolto circa 2 mila firme per chiedere un dossier sul modello francese: “Serpeggia nell’episcopato, da un lato, l’idea sempre più infondata che l’Italia sia al riparo dal problema, grazie a un’identità cattolica del Paese, per la verità ormai solo di facciata, e, dall’altro, si avverte il timore per le possibili conseguenze derivanti dal portare a galla gli abusi. Far emergere i casi non solo crea difficoltà sul piano dei rapporti con la magistratura civile, anche se oggi i chierici hanno l’obbligo morale di denuncia, ma riaccende interrogativi sulla formazione, il celibato e la sessualità dei preti”.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2022/02/09/news/vaticano_i_casi_di_pedofilia_e_ora_indaghiamo_anche_in_italia_ma_i_vescovi_sono_divisi-337016408/

  • Il legislatore spagnolo avvierà un’indagine d’ufficio sugli abusi

    Il legislatore spagnolo avvierà un’indagine d’ufficio sugli abusi

    Dopo che la Conferenza episcopale spagnola (CEE) ha rifiutato di avviare una commissione indipendente per esaminare casi storici di abusi del clero, il governo ha dato il via libera al Congresso per avviare una propria commissione.

    Il governo spagnolo di sinistra, guidato dal primo ministro Pedro Sanchez, ha deciso di svolgere un ruolo attivo nelle indagini sui casi di abusi contro minori all’interno della Chiesa cattolica. La decisione arriva pochi giorni dopo una richiesta avanzata dagli alleati di questa coalizione di governo, compreso Unidas Podemos, affinché il Congresso crei l’organismo.

    Nel frattempo, la Procura di Stato – guidata dall’ex ministro socialista Dolores Delgado – ha avviato una propria procedura. Ai 17 alti pubblici ministeri di tutte le comunità autonome della Spagna è stato chiesto di inoltrare entro 10 giorni tutte le denunce e le azioni legali che sono in corso di elaborazione su aggressioni sessuali e abusi su minori all’interno di qualsiasi istituzione religiosa.

    La portavoce del governo, Isabel Rodríguez, ha dichiarato martedì in una conferenza stampa che “il governo è dalla parte delle vittime e vogliamo un’indagine”.

    L’Esecutivo “sta studiando con determinazione tutte le formule possibili per farlo nel migliore dei modi ed evitare che ciò accada di nuovo”, ha detto. “Lo faremo e lo faremo bene”.

    Ha anche affermato che stanno ancora valutando quale sia il “meccanismo più appropriato”, che consente di “chiarire i fatti e aiutare le vittime con il loro dolore”.

    Un voto finale sulla proposta non è previsto prima del 17 febbraio. Tuttavia, i notiziari locali riferiscono ampiamente che la proposta passerà.

    Nel 2018 un’iniziativa simile è stata presentata al Congresso, ma non è riuscita a raccogliere consensi. All’epoca, i socialisti sostenevano che non spettava al governo “esporre questo tipo di requisiti. Se si ha notizia della possibile commissione di un reato, è opportuno portarla all’attenzione della Procura della Repubblica, non produrre verbale».

    I vescovi spagnoli si sono rifiutati di avviare l’indagine – che è stata commissionata da altre Conferenze episcopali nazionali, come Portogallo, Francia e Germania – sulla base del fatto che ogni diocesi del Paese sta già raccogliendo queste informazioni.

    Inoltre, alcuni vescovi hanno affermato che raccogliere tutti i dati in un rapporto invece di indagare effettivamente sulle accuse, non aiuta le vittime. Quello che propongono, invece, è di concentrare l’attenzione e le risorse sull’ascolto e sull’accompagnamento delle vittime, invitandole a denunciare o alla Chiesa o alle autorità civili.

    Il Partito popolare di sinistra ha votato contro la Commissione quando la proposta è stata discussa martedì perché voleva ampliare l’ambito dello studio per esaminare i casi di abusi sessuali contro i bambini rispetto a quelli che avrebbero potuto verificarsi in altri contesti, comprese le scuole pubbliche.

    Secondo il Center for Decease Control, una ragazza su quattro e un ragazzo su tredici subiscono abusi sessuali su minori prima di compiere 18 anni e nel 91% dei casi l’aggressore è conosciuto dal bambino o dalla famiglia, con una stima del 60% di i casi che si svolgono all’interno della famiglia.

    La richiesta di una commissione governativa arriva dopo un’indagine svolta da El Pais , quotidiano nazionale di sinistra allineato al governo. La loro relazione è stata consegnata a papa Francesco a dicembre. Secondo il quotidiano, l’inchiesta è “senza precedenti” per la Chiesa in Spagna. Comprende accuse di abusi sessuali su minori rivolte a 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose. L’inchiesta è stata aperta nell’ottobre 2018.

    Almeno nove diocesi, e la maggior parte degli ordini religiosi citati nel rapporto, hanno chiesto aiuto al giornale per contattare i sopravvissuti che sono disposti a sporgere denuncia alle autorità.

    Fonti hanno detto a Crux che uno dei motivi per cui i vescovi si sono rifiutati di fare un’indagine storica è perché sono convinti che il governo, attraverso il giornale, li abbia presi di mira e il lancio di una commissione sarebbe “ceduto”.

    Altri prelati, invece, sostengono di aver seguito ogni richiesta avanzata dalla Santa Sede. Affermano che durante le loro visite ad limina a Roma – svoltesi tra dicembre e gennaio – papa Francesco, la Congregazione vaticana per la dottrina della fede e la Congregazione per i vescovi hanno espresso soddisfazione per le iniziative intraprese per indagare sulle accuse, accompagnare le vittime e prevenire gli abusi.

    “È vero che la Chiesa in Spagna ha commesso degli errori”, ha detto a Crux una fonte interna alla conferenza episcopale . “Ma passare da ‘non abbiamo fatto tutto bene’ ad accusarci di ‘non fare assolutamente nulla’ è una vera bugia”.

    La Conferenza episcopale non ha rilasciato una dichiarazione sulla proposta di commissione, e ne ha parlato solo un vescovo – Luis Argüello, segretario generale della Cee e ausiliare di Valladolid.

    Durante un’intervista a Vatican Media dopo la visita ad limina , ha espresso preoccupazione per la proposta.

    “Stiamo assistendo anche a un uso di questa situazione: un uso mediatico, un uso politico in queste ultime ore e questo ci preoccupa”, ha detto Argüello. «Non solo perché tocca la vita della Chiesa e senza affrontare il problema degli abusi nella società nel suo insieme. Soprattutto perché ci sembra particolarmente doloroso che la situazione delle vittime possa essere usata come una disputa politica, nel confronto del Parlamento o della vita sociale e politica spagnola”.

    Lo spagnolo Yago De la Cierva, un membro laico dell’Opus Dei che ha fatto parte del gruppo di consulenza del vertice vaticano del 2019 sugli abusi del clero, ha detto a Crux che la situazione in Spagna è particolare perché è un giornale, non i vescovi, che ha preso l’iniziativa di fare ciò che la Santa Sede ha chiesto al termine di quell’incontro.

    “Il Vaticano ha detto che dovrebbero essere i vescovi a indagare e ad assumere la guida su questa questione, perché nessuno è più interessato a garantire spazi sicuri nei contesti ecclesiali”, ha affermato. Da qui il paradosso della situazione: un giornale di sinistra, e un governo socialista-comunista, sono più interessati a fare un’indagine che non la conferenza episcopale.

    “Non è che i vescovi stiano sbagliando tutto. Semplicemente non sappiamo cosa stanno facendo”, ha aggiunto.

    Questo, ha affermato De la Cierva, ha lasciato i fedeli laici in una “preoccupante situazione di abbandono”, vedendo da un lato l’aggressività di El Pais e, dall’altro, nessuna risposta da parte dei vescovi.

    “Questi problemi sono impossibili da evitare nella pubblica piazza, e meno i vescovi sono diretti nell’affrontare questo flagello sociale, peggio sarà”, ha detto.

    Inoltre, se non sono responsabili della pulizia della propria casa, non avranno alcuna credibilità nell’affrontare il problema nella società più ampia.

    Poiché ogni Paese è diverso, ha detto, i regolamenti della Santa Sede sono applicati in modo diverso. Ma al termine del vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali a Roma, la Santa Sede ha chiesto ai presuli di indagare sulle accuse di abusi, di andare a cercare i sopravvissuti e di riparare. Se i vescovi spagnoli possono garantire che ciò avvenga a livello diocesano, «forse non c’è bisogno di un’indagine a livello nazionale».

    “Ma l’opinione pubblica non è divisa per diocesi, ed è molto difficile per ogni diocesi fare la stessa cosa, con lo stesso spirito, metodologia e dedizione, della diocesi della porta accanto”, ha detto De la Cierva. “Per questo le Conferenze episcopali di tutto il mondo hanno deciso di fornire un servizio alle diocesi particolari affinché vi sia una sistematizzazione”.

    Eppure ha detto che i vescovi spagnoli sono molto gelosi delle loro diocesi e dubitano che la Conferenza episcopale possa fare un lavoro migliore.

     De la Cierva ha affermato di temere che ciò significhi che la Chiesa spagnola potrebbe cadere nel dimenticatoio nell’affrontare gli abusi in modo sistematico.

    “Non c’è ingiustizia peggiore dell’ingiustizia comparata. Non ha senso trattare una persona maltrattata a Madrid peggio di una di Huelva o di una maltrattata da un marista. Perché né i fedeli né la società accettano questa differenza”, ha detto.

    Segui Inés San Martín su Twitter:  @inesanma

    Spain’s legislature to launch clerical abuse investigation

  • IN TUTTO IL MONDO LA CHIESA HA NASCOSTO CASI DI ABUSI SU MINORI. SERVE UN’INDAGINE ANCHE IN ITALIA.

    IN TUTTO IL MONDO LA CHIESA HA NASCOSTO CASI DI ABUSI SU MINORI. SERVE UN’INDAGINE ANCHE IN ITALIA.

    Il rapporto pubblicato il 20 gennaio in Germania sui casi di pedofilia che si sono verificati nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga – e che accusa per sospetta copertura, tra gli altri, anche Joseph Ratzinger – non è certo il primo scandalo per abusi che vede coinvolta la Chiesa Cattolica. Dai primi anni 2000, infatti, l’istituzione clericale è stata oggetto di inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno svelato una realtà troppo a lungo celata dalle alte sfere ecclesiastiche.

    Una delle prime e più importanti inchieste sull’insabbiamento da parte di vescovi e alti prelati di molestie e atti di pedofilia da parte del clero risale al 2001, quando il quotidiano The Boston Globe accusò il cardinale Bernard Francis Law di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti nelle parrocchie della sua diocesi. La Chiesa Cattolica fu quindi costretta a fronteggiare un problema che fino ad allora era riuscita a tenere nascosto, ma non lo fece certo nel migliore dei modi, se pensiamo che il cardinal Law fu sì rimosso dal suo incarico a Boston, ma venendo promosso e diventando arciprete a Roma in una delle quattro basiliche costantiniane, la chiesa di Santa Maria Maggiore, un luogo di enorme importanza simbolica per la cristianità cattolica. L’indagine del Boston Globe, però, ottenne il Premio Pulitzer e diede il via a numerose altre indagini su casi di abusi all’interno della Chiesa.

    L’inchiesta di Monaco, rispetto alle inchieste fatte finora, contiene in sé alcune importanti novità: innanzitutto mette sotto accusa l’operato di un arcivescovo che fu poi a capo di tutta la Chiesa cattolica e in secondo luogo è un’indagine voluta dalla Chiesa stessa. Il rapporto, realizzato dallo studio legale tedesco Westphal Spilker Wastl, fa riferimento a un totale di 497 persone che subirono abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga dal 1945 al 2019, un vero e proprio “bilancio dell’orrore” come l’hanno definito gli avvocati che hanno presentato l’inchiesta.

    Le vittime sono in maggioranza giovani maschi, ma fra di loro ci sono anche molte donne, perlopiù minorenni. Il 60% di essi, all’epoca dei fatti, aveva un’età compresa fra gli 8 e i 14 anni e i responsabili individuati sono 235, tra preti, diaconi, impiegati nel settore scolastico, insegnanti ed educatori. L’avvocata che ha portato avanti questa indagine ha confermato che questi violentatori hanno continuato a esercitare il loro ministero e i loro incarichi, grazie a un sistema di insabbiamento strutturato e attivo per tutelare l’istituzione ecclesiastica.

    L’indagine coinvolge anche Joseph Ratzinger, in quanto, quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, non prese provvedimenti adeguati di fronte a quattro casi di preti pedofili che avevano abusato sessualmente di minori tra il 1977 e il 1982. Due di questi casi riguardarono sacerdoti che, nonostante fossero stati accusati di molestie sessuali, continuarono a mantenere il loro incarico proprio nel periodo in cui Ratzinger era arcivescovo e quindi fu grazie al suo benestare che questi non lasciarono il loro esercizio del ministero.

    La reazione a queste accuse da parte degli ambienti più conservatori della Chiesa cattolica non si è fatta attendere. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana per 16 anni (a partire dal 1991), ha detto che le accuse sono “assurde” e che mai Ratzinger avrebbe accettato di divenire pontefice “se la sua coscienza gli avesse rimproverato qualcosa”. Il movimento cattolico Comunione e Liberazione ha definito i dati del rapporto “accuse infamanti”. Il sito Vatican News ha poi ricordato come proprio Benedetto XVI fosse stato il primo pontefice a incontrare le vittime degli abusi e a mostrare una Chiesa “che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza”. Ma è anche vero che Ratzinger non poteva muoversi in altro modo: nei suoi anni di pontificato, dal 2005 al 2013, scoppiarono infatti scandali in Germania, Francia, Belgio, Irlanda, Malta e Australia, che il Capo della Chiesa non poteva certo ignorare, anche perché era cresciuta negli anni la consapevolezza, anche fra i credenti, che le accuse fossero reali e che per decenni la Chiesa avesse coperto gli abusi del clero.

    Durante la compilazione del rapporto, Ratzinger aveva affermato di non sapere delle accuse contro un prete colpevole di abusi sessuali su minori e di non esser stato presente a una seduta, tenutasi il 15 gennaio 1980 nella quale si decise di accoglierlo all’interno della diocesi di Monaco. I legali estensori del rapporto avevano già giudicato però questa affermazione “poco credibile” e negli scorsi giorni il papa emerito ha ammesso di aver fornito agli investigatori informazioni false.

    Che Ratzinger sia responsabile o meno della copertura di preti pedofili non deve essere però l’unico focus della questione. Certo, fu lui l’arcivescovo di Monaco in una frazione del periodo temporale analizzato dall’inchiesta, in anni in cui si alternarono ben tre pontefici in Vaticano: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Se possiamo sospendere il giudizio su Papa Luciani che regnò solo 33 giorni, papa Montini e papa Wojtyla – il cui procedimenti di santificazione è peraltro stato messo recentemente in dubbio – non hanno molte scusanti per non aver agito contro la piaga della pedofilia, avendo governato su tutta la Cristianità cattolica rispettivamente 15 e 26 anni. Tralasciando il fuoco incrociato che l’ammissione del papa emerito ha aperto fra i suoi difensori e accusatori, occorre concentrarsi sull’altro dato importante di questa inchiesta: la sua commissione, che molto ci può dire su come il Vaticano si stia approcciando in modo diverso alla questione degli abusi sessuali.

    Il rapporto realizzato dallo studio legale tedesco Westphal Spilker Wastl, infatti, è stato richiesto dalla Chiesa Cattolica tedesca stessa e in particolare dal cardinale Reinhard Marx, un cardinale progressista (se di progressismo si può parlare all’interno del cattolicesimo), che ora controlla la stessa diocesi che fu di Ratzinger. Marx è forse il porporato tedesco più vicino all’attuale Papa Bergoglio, a cui nei mesi scorsi aveva rassegnato le dimissioni, poi respinte, proprio perché credeva di aver agito troppo timidamente sulla questione degli abusi. In questa ricerca di verità, c’è da scorgere la volontà dell’attuale papa di non voler più subire gli scandali, ma di diventare promotore delle inchieste che li portino alla luce. Eppure, questa ricerca non sembra proprio interessare all’Italia, probabilmente a causa della CEI e dello scandalo che non sarebbe in grado di gestire, data la presunta entità della sua ampiezza, ben più tragica rispetto a quella di altri Paesi.

    In Italia, infatti, la Chiesa cattolica non teme come altrove altri credi cristiani o altre religioni, vantando una presenza decisamente maggioritaria, e questo dato aumenta enormemente le probabilità che i casi siano più numerosi e forse più gravi rispetto ad altrove. Le diocesi in Germania sono solo 27, in Francia 98, 22 in Irlanda e 32 in Australia, ma in Italia sono ben 226 . Questa maggiore presenza fa supporre che i numeri celati finora siano decisamente più importanti di quelli emersi in altre nazioni cattoliche. Sebbene Papa Francesco abbia lasciato i singoli episcopati liberi di scegliere il modo che reputavano più idoneo nel combattere la piaga della pedofilia, appare infatti evidente, ogni anno di più, che l’assenza di indagini in Italia sia un tentativo della Chiesa di non fare i conti con il suo passato e il suo presente, nel territorio in cui è più radicata.

    Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, incaricato da Papa Francesco, ha dichiarato in un’intervista alla Stampa: “Nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5 per cento dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi”. Per questo serve un’inchiesta anche in Italia, eppure pare che ne manchi il coraggio. Il cardinale Bassetti, Presidente dei vescovi italiani, al momento temporeggia ed evita di aprire un’inchiesta simile a quella di Monaco, ma il suo mandato scade a fine maggio di quest’anno. I nomi che circolano per il suo successore nell’ambiente ecclesiale sono quelli di Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, Augusto Paolo Lojudice, cardinale di Siena, e quello dell’arcivescovo di Modena, Erio Castellucci. Tutti e tre sono di nomina bergogliana e negli anni hanno mostrato molta vicinanza alla sua linea pastorale.

    Parte dell’episcopato italiano sembra aver compreso l’importanza di far ammenda, fronteggiando un segreto che ormai, seppur non nominato, è a conoscenza di tutti, e denunciando chi fino a oggi è stato protetto e allontanando coloro che hanno coperto questi crimini, altri temono, giustamente, che uno scandalo di portate imponenti possa allontanare i fedeli. Quindi è difficile escludere a priori un colpo di coda dell’area conservatrice che potrebbe portare alla CEI un nome a lei gradito. Occorre attendere questa nomina nella speranza che la Chiesa italiana trovi la stessa determinazione nell’affrontare gli abusi che mette nell’ostacolare progressi importanti per la società italiana come il ddl Zan o il referendum sull’eutanasia. In assenza di ciò, occorrerebbe che questa inchiesta fosse promossa da altre istituzioni, giornalistiche o giudiziarie, in modo da concedere alle vittime ciò che la Chiesa ha negato loro fino a oggi, ed evitare che questi abusi continuino ad essere perpetrati.

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  • La Chiesa cattolica rivela enormi statistiche sugli abusi, ma è una “goccia nel secchio” affermano i sopravvissuti

    La Chiesa cattolica rivela enormi statistiche sugli abusi, ma è una “goccia nel secchio” affermano i sopravvissuti

    Per la prima volta nella sua storia, la Chiesa cattolica neozelandese ha pubblicato dati che mostrano la portata degli abusi commessi dai suoi sacerdoti e altri funzionari religiosi.

    Ma nonostante i 1680 casi di presunti abusi in cui ha ammesso, i sopravvissuti affermano che la cifra rappresenta una “goccia nel secchio” del totale effettivo e stimano che potrebbe essere solo il cinque per cento del numero reale.

    Il calo dei dati arriva appena una settimana prima che la Royal Commission of Inquiry into Abuse in Care inizi un’udienza di una settimana su uno dei peggiori casi di abuso della Chiesa, quello della scuola del Maryland a Christchurch.

    La scuola residenziale, gestita dall’ordine cattolico di San Giovanni di Dio, rappresenta il 14% di tutte le denunce ricevute e i tre trasgressori più prolifici – tutti con più di 15 denunce registrate – lavoravano tutti nel Maryland.

    Ma Murray Heasley, portavoce della Rete dei sopravvissuti agli abusi religiosi e dei loro sostenitori, ha affermato che ciò ha solo illustrato che le cifre reali erano ben nascoste.

    “Riflette il fatto che la polizia ha stanziato risorse per uno sguardo indipendente su un’istituzione – questo è il motivo per cui si ottiene quel numero distorto”, ha detto.

    “Se la polizia dovesse stanziare risorse per indagare su altre entità gestite dalla chiesa, allora inizieresti a vedere le cifre reali”.

    La ricerca è stata richiesta dalla Royal Commission e presentata loro come prova, ma è stata rilasciata pubblicamente per la prima volta. Fu raccolto da Te Rōpū Tautoko, un gruppo istituito dalla Chiesa per trattare con la Commissione Reale.

    Te Rōpū Tautoko ha riferito:

    • 1680 denunce di abusi, formulate da 1122 individui, contro chierici, fratelli, monache, suore e laici dal 1950.
    • 835 denunce riguardavano abusi sessuali (quasi la metà).
    • 687 denunce erano in un contesto educativo, 425 in residenze, 228 nelle parrocchie, 122 altrove e 219 non identificate.
    • Sono state presentate denunce contro circa il 14 per cento di tutti i sacerdoti diocesani, l’8 per cento di tutti i membri di altre congregazioni (ad es. fratelli) e il tre per cento di suore e suore.
    • Sei molestatori hanno presentato più di 15 denunce contro di loro; questi sei rappresentavano oltre il 10% di tutti i rapporti

    “L’aspetto davvero agghiacciante sono… i criminali seriali”, ha detto Steve Goodlass, un sopravvissuto agli abusi al Catholic St Bernard’s College, a Wellington, negli anni ’80.

    “L’aspetto devastante è che non è possibile che queste [persone] religiose abbiano abusato di così tanti bambini e nessuno lo sapeva – illustra come non fosse stato affrontato e causato così tanto danno”.

    Mentre il 75% delle denunce registrate riguarda incidenti prima del 1990, una ricerca internazionale ha dimostrato che i sopravvissuti ad abusi religiosi impiegano circa tre decenni per presentare denunce formali.

    Goodlass ha affermato che le cifre sarebbero una “goccia nel secchio”, citando un sondaggio del 2019 del Ministero della Giustizia che ha rilevato che solo il 6% dei sopravvissuti ad abusi sessuali si è lamentato con la polizia e tenendo conto degli atteggiamenti storici e che molti casi sarebbero andati via non registrati perché la chiesa dell’epoca li avrebbe ignorati.

    Chris Longhurst, convocatore di SNAP (Survivors Network of those Abuded by Priests) è d’accordo, dicendo che i dati erano “solo numeri” e che la chiesa dovrebbe anche pubblicare i nomi.

    “Dov’è la trasparenza?” disse Longhurst. “Non sono trasparenti o proattivi. Nonostante le loro parole, la nostra esperienza è che stanno trascinando la catena, producendo con riluttanza le informazioni minime richieste”.

    Longhurst ha detto che diversi ordini cattolici gli avevano detto che non avevano tenuto registri. “E’ un report interno autoprodotto con numeri che significano poco… e non possono riflettere la realtà. Questo è il tentativo della Chiesa di presentare ancora una volta l’immagine di essere responsabili».

    Nella dichiarazione, Catherine Fyfe, presidente di Te Rōpū Tautoko, ha affermato che la chiesa era “impegnata a garantire trasparenza” e ha definito il lavoro un “grande esercizio che ha coinvolto dozzine di persone in due anni, inclusa la ricerca di file cartacei risalenti a 70 anni fa in centinaia di posti.”

    Suor Margaret Anne Mills, presidente della Congregational Leaders Conference di Aotearoa, Nuova Zelanda (che rappresenta gli ordini religiosi cattolici), ha affermato che ogni dato “rappresenta la vita di molte persone. Gran parte di esso rappresenta un terribile danno commesso da una persona su un’altra. Possiamo Non dimenticarlo mai.”

    Il cardinale John Dew, il cattolico più anziano della Nuova Zelanda, ha affermato che le statistiche sono “orribili e qualcosa di cui ci vergogniamo profondamente”.

    Heasley ha affermato che le cifre richiedono un’azione urgente da parte dei quattro vescovi cattolici, guidati da Dew.

    “Dov’è l’azione? Cosa stanno facendo questi quattro vescovi per riparare e rimuovere il trauma e affrontare il dolore e la sofferenza che hanno riconosciuto? Tutto questo parlare di comprensione non significa nulla a meno che non ci sia qualcosa dietro.

    Heasley ha affermato che dovrebbero essere presi provvedimenti immediati per garantire che tutti i nomi di molestatori siano rimossi dalle istituzioni cattoliche, come le scuole, e un aumento immediato dei pagamenti di compensazione, che di solito sono compresi tra $ 5000 e $ 15.000, molto più bassi che in altri paesi, dove alcuni gli insediamenti sono stati oltre $ 1 milione.

    Heasley ha detto che la chiesa “non aveva un posto dove nascondersi, sono moralmente obbligati ad agire ora”.

    Ha affermato che è importante che il rapporto rilevasse che il 75% dei casi di abuso si verificava in contesti non residenziali, poiché escludeva l’argomento secondo cui la fine dei collegi cattolici aveva gravemente limitato l’opportunità che si verificassero abusi.

    La tempistica del rilascio prima dell’udienza del Maryland è intrigante.

    Goodlass si è detto grato che la chiesa avesse rilasciato le cifre quando la Commissione non l’aveva fatto. In Australia, il legale della Commissione, Gail Furness, aveva letto i numeri nel registro pubblico in modo che fossero accessibili.

    In una dichiarazione, Katherine Anderson, Counsel Assisting the Royal Commission, ha affermato di aver ricevuto fogli di calcolo di dati a metà dicembre.

    Da allora, il personale lo stava elaborando prima che potesse essere rilasciato pubblicamente.

    “Questi processi richiedono tempo per garantire l’accuratezza, quindi i dati possono essere presentati come prove per i risultati della Royal Commission”, ha affermato Anderson.

    I dati erano “che fanno riflettere”. Ha detto che l’udienza della prossima settimana “darebbe ai sopravvissuti una piattaforma per riprendersi il potere e riguadagnare il loro mana. La Chiesa cattolica e lo Stato saranno interrogati sul loro ruolo negli abusi che si sono verificati”.

    https://www.stuff.co.nz/national/crime/127650689/catholic-church-reveals-huge-abuse-stats–but-its-a-drop-in-the-bucket-say-survivors

  • La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda ammette che il 14% del clero è stato accusato di abusi dal 1950

    La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda ammette che il 14% del clero è stato accusato di abusi dal 1950

    La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda ha ammesso che il 14% del suo clero diocesano è stato accusato di aver abusato di bambini e adulti dal 1950.

    La chiesa ha diffuso i dati su richiesta della commissione reale sugli abusi nelle cure, istituita nel 2018 dal primo ministro Jacinda Ardern, che ha affermato che il Paese doveva affrontare “un capitolo oscuro” della sua storia, e successivamente lo ha ampliato per includere le chiese e altre istituzioni basate sulla fede.

    Un rapporto provvisorio della commissione a dicembre ha rilevato che fino a un quarto di milione di bambini, giovani e adulti vulnerabili hanno subito abusi fisici e sessuali nelle istituzioni religiose e statali della Nuova Zelanda dagli anni ’60 all’inizio degli anni 2000.

    Te Rōpū Tautoko, il gruppo che coordina l’impegno della chiesa con la commissione reale, ha cercato ed esaminato i documenti delle sei diocesi cattoliche del paese e di 43 congregazioni religiose cattoliche (note anche come istituti, ordini o associazioni religiose). La ricerca ha incluso i documenti di 428 parrocchie cattoliche, 370 scuole cattoliche e 67 altri istituti di cura.

    Le accuse di abuso hanno catturato abusi fisici, sessuali ed emotivi o psicologici e negligenza. Sono state incluse anche la mancata risposta alle segnalazioni e l’agevolazione degli abusi.

    L’entità delle accuse di abusi nella chiesa di Aotearoa, in Nuova Zelanda, non era stata confrontata prima d’ora, ha affermato Catherine Fyfe, presidente di Te Rōpū Tautoko.

    “Il progetto di raccolta di informazioni è stato un importante esercizio che ha coinvolto dozzine di persone in due anni, inclusa la ricerca di file cartacei risalenti a 70 anni fa in centinaia di luoghi”.

    I risultati hanno rilevato che dal 1950, 1.350 bambini e 164 adulti hanno riferito di aver subito abusi, con l’età di altri 167 anni non stabilita dalla ricerca. Di 1.680, quasi la metà (835) erano segnalazioni di presunti danni sessuali contro un bambino e l’80% di tutte le segnalazioni riguardava bambini. Del totale, 687 si riferiscono a strutture educative, 425 a strutture residenziali, 228 a parrocchie e 122 ad altre località e il resto si trova in località non identificate.

    Sono state avanzate accuse contro: il 14% del clero diocesano cattolico, che lavorava per un vescovo e non una congregazione, l’8% dei membri maschi della congregazione (fratelli o sacerdoti) e il 3% delle donne membri della congregazione (suore o monache). La maggior parte degli abusi segnalati è avvenuta negli anni ’60 e ’70, con il 75% che si è verificato prima del 1990.

    Te Rōpū Tautoko ha affermato che i documenti non rappresenteranno tutti gli abusi avvenuti nelle cure della chiesa cattolica, poiché la ricerca copre solo i rapporti registrati che presunti abusi.

    La rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati maltrattati dai sacerdoti (Snap) ha affermato che la portata effettiva degli abusi sarebbe probabilmente molto più alta in base alle informazioni che ha dai suoi membri – “fino a dodici volte, dati i dati che indicano che solo uno su 12 ha segnalato [ abusi] nelle regioni della Nuova Zelanda”.

    “La chiesa ha semplicemente rilasciato le informazioni che ha registrato e questo non dovrebbe essere visto come un elenco completo di tutti gli abusi che si sono verificati. L’effettiva portata degli abusi sessuali è molto difficile da misurare”.

    Snap ha detto che mentre la chiesa riconosce che il danno è stato fatto, non c’è stato alcun cambiamento sostanziale nei metodi e nella cultura di formazione interna della chiesa. “Nella gestione delle denunce di abuso, i suoi processi investigativi si basano sull’equilibrio delle probabilità e non sono centrati sul denunciante”.

    Le statistiche erano “orribili” e qualcosa di cui la chiesa “si vergognava profondamente”, ha affermato il cardinale John Dew, presidente della Conferenza episcopale neozelandese.

    “Sono grato che sia stato fatto così tanto lavoro nella ricerca dei dettagli e nel renderli pubblici.

    “Mentre continuiamo a rispondere agli abusi della commissione reale e costruiamo una chiesa più sicura per tutti, spero fermamente che fatti come questi ci aiutino ad affrontare la triste realtà. La Chiesa imparerà da questo e affermerà il suo impegno nell’opera di salvaguardia”.

    https://www.theguardian.com/world/2022/feb/01/new-zealands-catholic-church-admits-14-of-clergy-have-been-accused-of-abuse-since-1950

  • 497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    40936 MONACO-ADISTA. In quasi 1.900 pagine, il rapporto sugli abusi di Monaco, elaborato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl (WSW), pubblicato integralmente il 20 gennaio sul sito dello stesso, e presentato in una gremita conferenza stampa, in presenza e online, descrive un abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership. Commissionato alla fine di febbraio 2020, a copertura di casi che arrivano fino al 2019, identifica le omissioni dei singoli responsabili e chiarisce come i casi di abuso siano stati coperti. Una prima indagine, completata nel dicembre 2010 ma mai pubblicata, ha coperto il periodo dal 1945 al 2009; ora, numerose informazioni aggiuntive, disponibili grazie al maggiore coinvolgimento delle vittime, hanno consentito di avere un quadro più preciso, giacché l’insabbiamento è potuto avvenire grazie a dossier addomesticati e manipolati, quando non distrutti.

    Le cifre

    Il rapporto ha constatato un totale di 42 casi di cattiva condotta da parte di funzionari della Chiesa nell’affrontare casi di abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: gli arcivescovi e cardinali defunti Michael Faulhaber, Joseph Wendel e Julius Döpfner, ma anche Joseph Ratzinger (arcivescovo dal 1977 al 1982), il card. Friedrich Wetter (1983-2008) e il card. Reinhard Marx, dal 2008 alla guida della diocesi bavarese. Nel loro esame, gli esperti hanno identificato 235 presunti colpevoli dal 1945 al 2019, di cui 173 sacerdoti; 497 il numero delle vittime di cui 247 maschi e 182 femmine; di 68 non è stato possibile conoscere il sesso.

    Quasi il 60% di questi crimini sono stati commessi quando le vittime avevano tra gli 8 e i 14 anni, e per lo più tra gli anni ’60 e ’70, ma un numero impressionante di accuse è emerso dal 2015 in poi. Questi numeri, ha detto l’avvocato Martin Pusch, che ha illustrato i risultati dell’indagine, sono solo la punta dell’iceberg. Secondo Pusch, 67 chierici meritavano una sanzione canonica per «l’alto livello di sospetto», ma in 43 casi ciò non è avvenuto: 40 di loro hanno continuato a essere impiegati nella cura pastorale, e tra essi 18 sacerdoti addirittura anche dopo una condanna penale da parte di un tribunale secolare. Fino al 2002, ha osservato l’avvocato, le vittime non hanno ricevuto alcun tipo di attenzione dalla gerarchia; se la ottenevano, era solo «perché erano visti come una minaccia per l’istituzione». D’altronde, occorre ricordare che, negli Stati Uniti, il documento del 2001 con cui Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, avocava a sé la gestione dei casi di pedofilia, chiedendo assoluta riservatezza (l’epistola De Delictis gravioribus), provocò la citazione in giudizio di Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).

    Secondo l’accusa, infatti, il testo della CDF avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla Corte un ordine di comparizione per il prefetto. Ma il 19 aprile 2005, Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito, ormai capo di Stato. L’Amministrazione Bush acconsentì (v. Adista Notizie n. 25/05).

    Una leadership compromessa

    Il rapporto sugli abusi inchioda Ratzinger, Wetter, Marx, e altri funzionari. Ratzinger viene giudicato responsabile di cattiva condotta in 4 casi durante il suo incarico di arcivescovo; Wetter in 21 casi e Marx in 2. Pusch ha anche sottolineato che Ratzinger ha respinto ogni addebito in una memoria di 82 pagine pubblicata con il suo consenso insieme al rapporto. Due casi riguardano sacerdoti che sono stati sanzionati penalmente da Ratzinger per abusi, ma ai quali è stato permesso di continuare a lavorare come pastori: nessuna azione è stata intrapresa contro di loro né per la cura delle loro vittime. Dal punto di vista degli avvocati, le dichiarazioni di Ratzinger offrono «una visione autentica » dell’atteggiamento personale di un importante rappresentante della Chiesa nei confronti degli abusi: le smentite del papa emerito, che ha addotto la sua totale estraneità ai casi, dei quali non sarebbe stato al corrente, sono «difficili da conciliare» con i dati in possesso degli avvocati, ha detto Pusch. L’esempio più chiaro viene dal caso del prete Peter H., predatore seriale spostato di parrocchia in parrocchia (v. Adista Notizie n. 2/22): Ratzinger nega di aver partecipato all’incontro dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 in cui se ne decise il trasferimento da Essen a Monaco, ma il verbale dell’incontro, a disposizione della cancelleria, contiene una relazione dell’allora cardinale sulla sepoltura del cardinale berlinese Bengsch e sui tentativi di mediazione relativi al caso del teologo “disobbediente” Hans Küng.

    Marx: mancanza di impegno

    Gli esperti accusano Marx di non prestare sufficiente attenzione alla gestione dei casi di abuso sessuale. La sua sorprendente assenza alla conferenza stampa ne sarebbe un segno: «Lo abbiamo specificamente invitato», ha detto l’avvocatessa Marion Westpfahl, mentre la telecamera mostrava la sedia riservata al cardinale, vuota. Marx avrebbe dovuto coinvolgersi maggiormente sulla questione degli abusi: una questione «di priorità assoluta», ha affermato Pusch.

    Nonostante il gran numero di segnalazioni di abusi operati da ecclesiastici pervenute dal 2010, per gli esperti Marx, da arcivescovo, si occupò di ben poche inchieste: si limitò ad attuare i provvedimenti proposti dall’amministrazione, delegando al vicario generale e all’ordinariato la gestione dei casi. Come arcivescovo – questa la giustificazione di Marx – «non si occupava principalmente di compiti amministrativi» ma «dell’annuncio della parola di Dio, della celebrazione dei sacramenti e della pastorale generale per il popolo di Dio». Un comportamento inadeguato, secondo Pusch. In due casi, però, Marx si comportò in modo palesemente errato: la questione era se fosse stato inviato un rapporto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un grido di dolore

    «Di quanti rapporti ancora ha bisogno il Paese per affrontare questa situazione?», ha chiesto l’avvocato Ulrich Wastl, facendo riferimento a un approccio ecclesiale caratterizzato da una costante clemenza nei confronti dei sacerdoti carnefici, allo scopo di proteggere l’istituzione e la sua reputazione rispetto alla verità e alla giustizia per le persone colpite. Un fallimento multisistemico: clericalismo, spirito di corpo ed eccessiva tutela istituzionale; deficit del diritto penale ecclesiastico e inadeguata cultura giuridica ecclesiastica interna; mancanza di competenza nell’amministrazione e nella giustizia ecclesiastica; mancanza di responsabilità e mancanza di conseguenze per azioni sbagliate, con un interesse per le vittime cresciuto solo lentamente, a partire dal 2010. Appare schiacciante, ha proseguito l’avvocato Wastl, la mancanza di una cultura della responsabilità personale. A quanto pare nessuno vuole davvero assumersela e, se si leggono in filigrana le dichiarazioni dei preti coinvolti, emerge chiaramente che i documenti decisivi sono passati di scrivania in scrivania, che gli arcivescovi hanno agito, se hanno agito, in modo evasivo, restando in ogni caso poco coinvolti.

    Una lunghissima lista di raccomandazioni

    Gli avvocati hanno sottolineato la necessità di cambiare approccio, in primis attraverso un maggiore ascolto delle vittime: la gerarchia della Chiesa deve esporsi alla sofferenza delle persone colpite. «Ci si può aspettare dagli alti funzionari che, in quanto pastori, siano in grado di farlo; altrimenti, devono essere acquisite le qualifiche necessarie», hanno detto con freddezza i legali. Inoltre, c’è bisogno di un difensore civico indipendente per le vittime che possa schierarsi a loro favore; esse devono avere sempre accesso ai casi che le riguardano; bisogna attuare il regolamento sui fascicoli personali dei chierici e dei funzionari ecclesiastici; è necessaria una azione di monitoraggio.

    Il rapporto formula anche raccomandazioni per la legislazione ecclesiastica e la cultura giuridica, che manca di una precisa definizione di reati e sanzioni. Anche con la riforma globale del diritto penale che papa Francesco ha promulgato lo scorso anno, la “violazione del sesto comandamento” rimane la categoria centrale per la registrazione dei reati sessuali nel diritto ecclesiastico: una categoria non leggibile immediatamente per tutti e quindi inadeguata, come dimostra una dichiarazione del papa emerito, il quale richiama la norma penale ecclesiastica pertinente al momento del delitto (can. 2359 § 2 CIC/1917) e sostiene che sono atti sessuali solo quelli “con” minori, ma non gli atti esibizionistici “davanti” a minori.

    Nel diritto processuale penale, secondo le raccomandazioni della relazione, è necessario rafforzare i diritti della parte lesa. Anche i tribunali ecclesiastici, che raramente si occupano di casi penali, hanno bisogno di una riforma. Richiesta anche la pubblicazione delle sentenze, che attualmente avviene solo in casi eccezionali, oltre un ruolo maggiore per le donne nella leadership della Chiesa.

    Il rapporto chiede cambiamenti anche nell’area amministrativo-organizzativa: una professionalizzazione dei meccanismi di controllo e una maggiore competenza dei dirigenti. In discussione, soprattutto, è la figura del vescovo: una guida spirituale troppo spirituale e poco guida che non corrisponde alla definizione del ministero episcopale di Lumen gentium.

    https://www.adista.it/articolo/67396

  • Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovado di Bilbao ha preso le distanze dalla linea della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), che ha criticato il rapporto EL PAÍS con 251 casi di pedofilia per una presunta mancanza di rigore che “rende difficile trarre conclusioni che possano essere utilizzate per una possibile indagine ”, E in tono molto diverso questo martedì ha valorizzato il lavoro svolto da questo giornale. “Riconosciamo il lavoro svolto dal quotidiano EL PAÍS nel suo Rapporto sui casi di abuso sui minori nella Chiesa spagnola ” , ha dichiarato in una nota . “Evidenziamo in particolare lo sforzo compiuto dalle vittime che si lamentano. Condividiamo la ricerca del chiarimento di ogni caso di abuso che possa essersi verificato e che, senza dubbio, avrà come frutto la conoscenza di la verità, con un’attenzione particolare ai bisogni delle vittime e alla non ripetizione di eventi come quelli denunciati”.

    In questo senso il Vescovo di Bilbao, Joseba Segura, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e invita chiunque a denunciare nella sua mail possibili abusi in passato sui minori: “Ricordiamo la determinazione della diocesi, in linea con quanto contenuto nel Vangelo e costantemente citato dal Santo Padre Francesco, per conoscere, seguendo le norme vigenti, la verità dei casi che potrebbero essersi verificati, assistere le vittime e sradicare ogni tipo di abuso nella Chiesa”. Sono casi come quello di Leonor García, che ha denunciato in EL PAÍS abusi nel sanatorio di Santa Marina de Bilbao negli anni ’70. È una delle lamentele contenute nel rapporto.

    In un clima di scontro tra le diverse sensibilità della Chiesa spagnola, la diocesi di Bilbao è una delle poche che finora ha reagito pubblicamente all’inchiesta aperta dopo la consegna del dossier . Questo giornale ha inviato il suo studio al Papa il 2 dicembre e al presidente della Cee, il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, ​​il 10 dicembre. EL PAÍS si è messo a disposizione delle autorità ecclesiastiche per facilitare il contatto con i denuncianti degli abusi e affinché in questo modo possano essere ascoltati e curati, ma la risposta finora è caotica e disomogenea. Ogni ordine e diocesi va per conto proprio, con modalità diverse e gradi diversi di volontà e trasparenza.

    Da parte della Chiesa non c’è nessuna iniziativa per coordinare questo compito e la Cee non ha risposto alle domande al riguardo, per chiarirlo, per una settimana. È infine questo giornale a mediare per gestire il complesso compito di mettere in contatto più di 250 denuncianti con 70 entità diverse, poiché i casi riguardano 31 diocesi e 31 ordini, a loro volta suddivisi in province autonome. La maggior parte degli ordini ha già chiesto a EL PAÍS di comunicare con le vittime, ma solo quattro diocesi hanno scritto a questo giornale per richiederlo: Zamora, Barcellona, ​​Bilbao e Orihuela-Alicante. Un quinto, Mondoñedo-Ferrol, lo ha fatto per segnalare un errore, poiché un caso attaccato alla sua diocesi apparteneva in realtà a quella di Santiago de Compostela.

    In altri paesi la Chiesa o lo Stato hanno creato una commissione d’inchiesta indipendente che accentra il lavoro, ma in Spagna la CEE si rifiuta (a differenza di Francia o Germania) e anche le istituzioni si ignorano (contro Belgio, Irlanda o Australia, che ha istituito commissioni ufficiali). D’altra parte, la maggior parte delle vittime diffida della volontà della Chiesa di indagare sugli abusi e rimprovera la mancanza di trasparenza del processo. La stessa Cee ha ammesso in questi anni di aver ricevuto a malapena denunce, ma nel frattempo più di 600 persone hanno scritto alla mail di EL PAÍS. Dopo tre anni di lavoro, questo giornale ha pubblicato un centinaio di casi e ne ha raccolti altri 251 nel rapporto consegnato al Vaticano, davanti alle resistenze della Chiesa spagnola a indagare su di lui e perché in molti casi ha disobbedito allo stesso Papa. Pureha avviato l’unico caso contabile in Spagna , in assenza di dati ufficiali o ecclesiastici. In questo momento, sommando le denunce contenute nel dossier consegnato al Vaticano, si registrano almeno 602 casi – ognuno riferito a un imputato – e 1.237 vittime dagli anni Trenta.

    Anche la Cee si è inizialmente disinteressata all’inchiesta e alle sue procedure , e ha spiegato il 20 dicembre che sarebbe stato il Vaticano a dirigere il processo, posizione che ha creato sorpresa nella Santa Sede. I vescovi spagnoli hanno persino chiesto al giornale stesso di inviare le informazioni sui loro casi alle diocesi e agli ordini coinvolti, anche se la Cee ha finalmente iniziato a farlo quella stessa settimana. La Conferenza spagnola dei religiosi (Confer), che raggruppa la maggior parte delle congregazioni spagnole, ha ricevuto i casi degli ordini e li ha inviati a tutti i superiori di ogni congregazione il 27 dicembre, come confermato dal suo segretario generale, José Miguel Zamora.

    “Si tratta di una sfocatura nella vita delle congregazioni”

    Gli ordini religiosi, che si sono occupati del 77% dei casi del rapporto, hanno subito aperto un’inchiesta nella maggior parte dei casi e hanno mostrato una disposizione iniziale diversa dalla Cee . “Non c’è dubbio che tutto questo è una macchia confusa nella vita delle congregazioni”, riconosce Zamora. “Credo che nelle manifestazioni che hanno fatto i superiori di ciascuna delle suddette congregazioni, la prima cosa, ovviamente, è chiedere perdono perché qualcosa che non hanno generato o iniziato è in qualche modo caduto su di loro. Le vittime vengono prima di tutto e devi cercare di metterti in contatto con loro. Non vogliamo mettere a tacere qualcosa che è un problema e per quanto possibile abbiamo cercato di dargli il tribunale il prima possibile”.

    La maggior parte delle ordinanze ha chiesto a questo giornale di contattare le vittime, tuttavia, non hanno previsto di coordinare e centralizzare l’assistenza e l’aiuto ai denuncianti, come ammette Zamora: “In linea di principio, non abbiamo preso alcuna risoluzione per fare qualcosa che sia impostato. Dal momento che sappiamo che molte delle congregazioni hanno già iniziato a fare le proprie indagini e lavorare. Quando abbiamo parlato con la Conferenza Episcopale, ci hanno detto solo che ci stavano inviando le informazioni che avevano. Siamo in grado di camminare contemporaneamente con la Conferenza Episcopale senza alcun problema”.

    https://elpais.com/sociedad/2022-01-04/el-obispo-de-bilbao-reconoce-el-trabajo-de-el-pais-para-investigar-la-pederastia-y-el-esfuerzo-de-las-victimas-para-denunciar.html