Il Gran giurì della Pennsylvania ha ritenuto valide le prove a carico di 300 preti pedofili. Spetterà alla Corte Suprema dello Stato stabilire le condanne appropriate
In Pennsylvania, il Gran giurì statale ha sancito la validità delle prove a carico di 300 sacerdoti pedofili raccolte dagli inquirenti negli ultimi due anni.
L’organo giudiziario è pervenuto a tale conclusione dopo avere ascoltato le testimonianze di dodici vittime di abusi e dopo avere analizzato più di mezzo milione di documenti riservati delle diocesi. Il fascicolo di 900 pagine inerente ai sacerdoti pedofili è stato subito trasmesso alla Corte Suprema dello Stato, la quale dovrà determinare l’entità delle condanne. Soddisfazione per il responso del Gran giurì è stata espressa dal Procuratore Generale della Pennsylvania, Josh Shapiro. Egli ha poi rivolto un appello alla Chiesa cattolica, esortandola a fornire ai magistrati americani informazioni utili a individuare altri responsabili di abusi.
I casi di pedofilia accertati dal Gran giurì avrebbero avuto luogo più di trenta anni fa in sei diocesi della Pennsylvania: Allentown, Erie, Greensburg, Harrisburg, Pittsburgh e Scranton. I 300 religiosi denunciati avrebbero goduto della protezione delle gerarchie ecclesiastiche statali. Queste ultime avrebbero volontariamente omesso di inviare alla magistratura le segnalazioni ricevute dalle vittime di abusi. Le violenze ai danni di minori sarebbero state perpetrate tra il 1971 e il 1974. Nessun dettaglio sull’identità dei sacerdoti pedofili è stato fornito dall’entourage del Procuratore Shapiro. Restano per il momento sconosciuti anche i nomi dei vescovi che non avrebbero informato l’autorità giudiziaria circa i reati sessuali commessi nelle sei diocesi.
Dopo che il Gran giurì ha sancito la validità delle prove raccolte dagli inquirenti in due anni di indagini, il Procuratore Shapiro ha dichiarato: “Oggi, il lavoro dei miei collaboratori ha ricevuto il giusto riconoscimento. La Corte Suprema dovrà attenersi alle conclusioni del Gran giurì. Dopo avere sofferto per tanti anni a causa del silenzio delle istituzioni, le vittime di pedofilia riceveranno finalmente giustizia dallo Stato della Pennsylvania.” Egli si è poi rivolto alle gerarchie ecclesiastiche, esortandole a collaborare con i magistrati: “Le indagini a carico di sacerdoti non sono dirette a diffamare la Chiesa cattolica, ma a punire chi ha infangato la reputazione di tale istituzione millenaria. I vescovi, i parroci e tutti i fedeli devono aiutare i Procuratori statali a individuare i responsabili dei reati ai danni dei minori, al fine di sradicare definitivamente la pedofilia dalle diocesi americane.” Prima del responso del Gran giurì, lo stesso Shapiro aveva inviato una lettera a Papa Francesco, al fine di informare il pontefice riguardo alla scarsa collaborazione offerta dai vescovi della Pennsylvania durante le indagini sui religiosi responsabili di abusi.
Critiche alle tesi della Pubblica accusa sono state formulate dall’associazione Catholic League. Quest’ultima sostiene che il dossier realizzato da Shapiro a carico dei 300 sacerdoti sarebbe “inquinato da testimonianze estorte”. Il Procuratore, inoltre, avrebbe “volontariamente espunto dal dossier le prove dell’innocenza dei vescovi”, al fine di “indirizzare il Gran giurì verso un verdetto sfavorevole alla Chiesa”.
Firenze – L’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori ha sospeso cautelativamente, dall’esercizio del ministero pastorale il sacerdote che lunedì è stato sorpreso in auto con una bimba di dieci anni in un’area di sosta dietro a un supermercato e arrestato dai carabinieri dopo l’intervento di un residente della zona. La sequenza dell’arresto è stata movimentata, alcune persone sono rimaste leggermente ferite. Per la bambina, seguita da tempo dai servizi sociali, è stato disposto un sostegno psicologico.
Il sacerdote don Paolo Glaentzer, 70 anni, è ospite della diocesi e non fa parte del clero fiorentino e svolge la funzione di amministratore parrocchiale nella parrocchia di San Rufignano a Sommaia (Calenzano). Accusato di violenza sessuale aggravata, l’arrestato avrebbe confessato durante l’interrogatorio al procuratore capo di Prato Giuseppe Nicolosi che non sarebbe stata la prima volta a compiere simili atti di pedofilia. L’uomo avrebbe detto che altre volte si era incontrato con quella bambina.
Nel confermare piena fiducia nell’operato degli inquirenti e della magistratura, l’arcivescovo ha precisato che alla diocesi di Firenze non erano mai arrivate informazioni o segnali che potessero lasciare intuire condotte deplorevoli né tanto meno comportamenti penalmente rilevanti; altrimenti la diocesi avrebbe immediatamente agito.
“I fatti, così come contestati, già di per sé gravissimi,? qualora fossero confermati dalle indagini per le quali ci si affida agli inquirenti, sono resi ancora più intollerabili e sconvolgenti in quanto attribuiti ad un sacerdote e sono causa di profondo dolore per le vittime e ferita aperta per l’intera comunità”, ha dichiarato in una nota della diocesi.
Nel deprecare ripugnanti comportamenti, la diocesi ribadisce il dovere della ricerca della verità, l’attenzione e la cura per le vittime, l’impegno ad evitare ogni possibilità di reiterazione dei reati, la salvaguardia delle comunità, la fiducia nel clero, la certezza che il Signore non abbandona la sua Chiesa.
L’interrogatorio per l’arcivescovo ultra 75enne di Santiago è fissato per il prossimo 21 agosto. «Non ho mai nascosto o ostacolato la giustizia». Spunta una lettera critica di Goic al porporato per la gestione dei casi di pedofilia
Dal Cile dove rimane alta la tensione per i casi di abusi e dei loro insabbiamenti da parte della Chiesa, giunge la notizia di un “órden de comparición” recapitato all’arcivescovo di Santiago, il cardinale Ricardo Ezzati, da parte della Procura regionale di O’Higgins per rispondere davanti ai magistrati di accuse di presunti occultamenti degli abusi sessuali perpetrati dal clero cileno.
A confermare la notizia – circolata nelle scorse settimane, dopo le anticipazioni della stampa locale e del sito Il Sismografo – èla stessa Arcidiocesi di Santiago con una breve nota pubblicata sul sito ufficiale, dove vengono riportate anche le dichiarazioni del porporato che afferma: «Ribadisco il mio impegno e quello della Chiesa di Santiago per le vittime, nella ricerca della verità e del rispetto per la giustizia civile». «Ho la certezza – afferma Ezzati – di non aver mai nascosto o ostacolato la giustizia, e in quanto cittadino adempierò al dovere di fornire tutte le informazioni che potranno aiutare a chiarire i fatti».
Il secondo caso è quello della “Familia” nella diocesi di Rancagua, un’organizzazione di sacerdoti e laici che trafficava in attività omosessuali e pedofile in modo sistematico e programmato da qualche anno. Scandalo che aveva portato l’arcivescovo Alejandro Goic a rimuovere 15 dei 68 preti della diocesi (il 22% del clero diocesano).Il procuratore Arias aveva ordinato infatti una perquisizione nelle residenze delle arcidiocesi di Santiago e Rancagua, dalla quale è stata raccolta una ampia documentazione.
La notizia della convocazione di Ezzati – il secondo cardinale dopo l’australiano George Pell ad essere coinvolto in una situazione del genere – giunge all’indomani della pubblicazione diun report della Procura nazionale cilena, frutto di diverse indagini condotte dagli anni ’60 ad oggi, che riporta di 158 religiosi, tra vescovi, preti, membri di Congregazioni o laici legati alla Chiesa, sotto indagine perché vincolati a 144 casi di crimini sessuali su minori e adulti vulnerabili. In totale nel rapporto sono citate 266 vittime, 178 delle quali minorenni.
Grossi numeri per uno scandalo deflagrato a livello mondiale dopo il viaggio di gennaio di Papa Francesco nel Paese sudamericano, specie a seguito delle polemiche legate all’ormai ex vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros, contestato da anni dai fedeli della sua diocesi perché avrebbe coperto i crimini dipadre Fernando Karadima, il carismatico e noto parroco di “El Bosque”, padre spirituale e formatore della metà del clero del Paese, poi rivelatosi un abusatore seriale e condannato dalla Chiesa ad una vita di penitenza e preghiera.Il Papa ha rimosso Barros insieme ad altri due vescovi lo scorso 11 giugno, come prima effettiva risposta alle dimissioni presentate in blocco dall’episcopato cilenodopo l’incontro privato con il Pontefice in Vaticano di metà maggio.
Incontro che era seguito a quello, voluto dallo stesso Bergoglio, con le tre principali vittime di Karadima – Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo – e seguito da quello con i sacerdoti vittime di abusi sessuali, psicologici e di potere, insieme ad alcuni loro accompagnatori. Il tutto mentreera in corso ad Osorno e in altre città cilene la missione speciale di Charles Scicluna e padre Jordi Bertomeuper indagare su questi casi che hanno creato una profonda crisi nel tessuto sociale ed ecclesiale cileno.
In questi mesi di incontri privati, di scambi di lettere tra Roma e Santiago, di inchieste giornalistiche e dichiarazioni pubbliche, più volte è stato citato il nome di Ezzati, insieme a quelli del suo predecessore a Santiago, il cardinale Francisco Javier Errazuriz Ossa, anche membro del C9, e del nunzio Ivo Scapolo. I tre vertici della Chiesa cilena sono stati additati – specie da alcune vittime – come i principali responsabili della «mancanza di informazione veritiera ed equilibrata» sui casi di abusi al Papa, denunciata dallo stesso Francesco nella famosa lettera ai vescovi del Cile. Accuse sempre respinte dai diretti interessati.
Goic, mai accusato o sospettato di avere a che fare con comportamenti pedofili o con occultamenti, ma anzi, a detta di osservatori, tra i pochissimi vescovi cileni che si è sempre caratterizzato per una condotta trasparente e severa nella condanna degli abusi e delle coperture, era stato nominato presidente della Commissione nazionale di prevenzione degli abusi della Conferenza episcopale cilena (incarico dal quale si è dimesso dopo lo scandalo della “Familia”). In questa veste, il vescovo aveva inviato nel 2013 una lettera all’arcivescovo Ezzati in cui scriveva: «All’inizio del tuo servizio (2011) è stato un segno straordinario che hai incontrato le vittime di Karadima, ma purtroppo questo non è proseguito». «A volte – scriveva Goic – ho l’impressione, forse molto soggettiva, che tu non condivida i criteri della Commissione Nazionale in questi temi delicati».
«Ci sono laici e persino alcuni vescovi che mi dicono di provare un po’ di inibizione davanti a te – scriveva l’arcivescovo nella missiva presente tra i documenti sequestrati dal procuratore Arias al vescovado di Rancagua -. Hanno paura delle conseguenze che potrebbero avere le loro eventuali discrepanze con te, e questo impedisce loro di dare un contributo che potrebbe essere prezioso. La paura li paralizza ed è evidente che questo non è salutare». Infine, l’attuale vescovo emerito di Rancagua sottolineava nella lettera che «una politica di maggiore trasparenza è un segnale necessario e indispensabile», oltre che «una questione cruciale». Parole che, a distanza di cinque anni, alla luce di quanto accaduto in Cile, appaiono più che mai veritiere.
Un prete 70enne è stato sorpreso da un passante mentre si trovava appartato in auto, semi nudo, con una bambina di 10 anni nel parcheggio di un supermercato. Alcuni residenti della zona, subito avvertiti dell’accaduto, hanno tentato di aggredire il sacerdote, che è stato salvato dall’intervento di una pattuglia dei carabinieri. È successo a Calenzano, in provincia di Firenze, nella tarda serata di lunedì. Don Paolo Glaentzer, di origini altoatesine, si trova ora in stato di fermo, agli arresti domiciliaricon l’accusa di violenza aggravata su minore. Da quanto è emerso, durante l’interrogatorio il sacerdote avrebbe confessato al procuratore capo di prato, Giuseppe Nicolosi, di essersi appartato più di una volta con la bimba, che era seguita dagli assistenti sociali. Non solo, ha dichiarato anche di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa.
“Ho visto un prete uscire dalla casa dei vicini, dopo un po’ non l’ho visto tornare e ho pensato di andare a controllare. Ho notato la bambina in macchina con lui e con il mio babbo siamo intervenuti” racconta l’uomo che ha sorpreso il sacerdote a Repubblica. “La piccola aveva i pantaloni e la maglietta tirati giù e noi – aggiunge – abbiamo bloccato il prete“. Il sacerdote non avrebbe detto alcunché né cercato di scappare: “Ha guardato verso l’infinito – ha spiegato – e ha pianto senza cambiare espressione”, mentre la bambina “ha avuto un attacco di isteria e spavento” ma “abbiamo cercato di tranquillizzarla creando una situazione per fargli affrontare quei terribili momenti”.
Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nella sua auto, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia. Per lei è stato disposto un sostegno psicologico. I carabinieri di Signa con il coordinamento della Procura sono al lavoro anche per accertare se altre giovani vittime siano state molestate o abusate dal parroco. Il sacerdote avrebbe dovuto lasciare la parrocchia il prossimo settembre e, secondo quanto appreso, non apparterrebbe al clero fiorentino, ma sarebbe stato “incardinato” in un’altra diocesi.
Il sacerdote è stato sospeso”cautelativamente”, dall’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, “dall’esercizio del ministero pastorale”. “Alla diocesi di Firenze non erano mai arrivate informazioni o segnali che potessero lasciare intuire condotte deplorevoli né tanto meno comportamenti penalmente rilevanti – spiega una nota della curia dove si ricorda che don Paolo Glaentzer è ospite della diocesi e non fa parte del clero fiorentino – altrimenti la diocesi avrebbe immediatamente agito”.
Un prete settantenne appartato in auto, in atteggiamenti intimi, con una bambina di 10 anni, una sua parrocchiana che i genitori, come altre volte, gli avevano affidato. Sorpreso da una persona, l’uomo, don Paolo Glaentzer, ha rischiato il linciaggio da parte dei residenti della zona che lo hanno scoperto. A salvarlo è stato solo l’intervento di una pattuglia di carabinieri che passava in zona. È accaduto lunedì scorso, intorno alle 22.30, in un comune della provincia di Firenze, al confine col territorio di Prato, in un’area di sosta dietro a un supermercato.
Per lui è scattato l’arresto in flagranza per violenza sessuale su minore. L’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, lo ha sospeso ‘cautelativamentè dall’esercizio del ministero pastorale. La scena è stata vista, secondo quanto appreso, da un uomo che è intervenuto aprendo la portiera, afferrando la bimba e portandola fuori dall’auto. Poi ha iniziato a gridare chiamando i vicini. Ne è nato un parapiglia, interrotto dai militari. Sul posto anche i sanitari del 118, per soccorrere la bambina e alcune persone rimaste ferite. Interrogato, il sacerdote avrebbe ammesso tutto, confessando anche di aver avuto più di un incontro con la bimba. «Era lei a prendere l’iniziativa», avrebbe detto agli investigatori e al procuratore capo di Prato, Giuseppe Nicolosi, che coordina le indagini.
Avrebbe anche dichiarato di intendere il loro rapporto come una relazione affettiva. Anche gli altri episodi sarebbero avvenuti sempre nella sua auto, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della piccola, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia. Paolo Glaentzer, nato a Roma, è incardinato in una diocesi del Lazio ed è ospite di quella fiorentina. Come precisato dalla curia del capoluogo toscano, «non fa parte del clero fiorentino». In una nota la curia, esprimendo piena fiducia negli inquirenti e vicinanza alla piccola e alla sua famiglia, ha precisato che in passato «non erano mai arrivate informazioni o segnali che potessero lasciare intuire condotte deplorevoli né tanto meno comportamenti penalmente rilevanti».
I fatti contestati, «se confermati», sono definiti dalla curia fiorentina «intollerabili e sconvolgenti». Domani mattina don Paolo Glaentzer, difeso dagli avvocati Valeria Fontana e Filippo Bellagamba, comparirà davanti al gip del tribunale di Prato Francesco Pallini per l’interrogatorio di convalida dell’arresto.
Secondo il Corriere della Sera, edizione Firenze, il prete accusato di aver abusato di una piccola bimba di 10 anni avrebbe risposto così appena contattato dai colleghi dell’edizione locale: «abusi? I giornali esagerano, ma non voglio parlare adesso di questo». Intanto però, la Procura di Prato ha iniziato ad indagare dopo l’arresto ai domiciliari del sacerdote ormai in pensione: la piccola avrebbe appunto 10 anni ma su di lei ci sono molti aloni di mistero ancora. Non si sa da dove venga, se abbia famiglia e cosa ci faceva, ovviamente, alle 22.30 di un lunedì sera vicino ad un supermercato in compagnia di un prete anziano. Di certo, la posizione del sacerdote sentito dai giudici verrà ben verificata e andrà valutata al meglio prima di giungere a “facili giudici” che in queste ore, come normale che sia trattandosi di un caso così delicato, si stanno diffondendo non solo a Calenzano.
PRETE IN AUTO CON UNA BIMBA
«La sta molestando»: questo deve essere stato il grido di un residente di Calenzano (Firenze) quando si è accorto che dietro al supermercato Conad un prete anziano si sarebbe appartato con una bambina all’interno di un’auto. Insospettito dalla situazione avrebbe poi aperto lo sportello di colpo e fatto uscire la piccola bimba: il tutto dopo aver avvisato alcuni vicini e altri clienti del negozio, accorsi per vedere cosa stava succedendo. Il triste quadro è avvenuto lunedì scorso, attorno alle 22.30 nel paese vicino a Firenze: al momento non si hanno conferme sull’effettivo “consumo” del rapporto o dell’abuso, ma evidentemente il caso ha avuto subito clamore e questa mattina è stato raccontato da La Nazione, ripreso poi anche dall’Ansa. Il sacerdote coinvolto nel presunto scandalo ha 70 anni, è originario dell’Alto Adige e si chiama Don P.G.: da tempo parroco alla Chiesa di San Ruffignano a Sommaia, sarebbe anzi andato in pensione a settembre secondo quanto raccolto dai colleghi de La Nazione. Il prete al momento è in stato di fermo in attesa che ulteriori testimonianze e prove effettive vengano portate alla luce ai magistrati che hanno iniziato ad indagare sul caso ancora molto misterioso.
LE ACCUSE
Il sacerdote altoatesino è accusato di molestie e violenza aggravata su minore: per questo motivo sarebbe al momento agli arresti domiciliari in attesa che i carabinieri e la Procura di Firenze annuncino provvedimenti ulteriori in merito. Dopo aver fatto uscire la bimba dall’auto, il residente assieme ad altri vicini ha iniziato una colluttazione con il prete 70enne e nel giro di pochi secondi si è rischiato il completo linciaggio del prete di Calenzano. Tutto sarebbe stato fermato da una pattuglia dei carabinieri giunta quasi subito sul luogo: «Nella zona del Conad sono poi state chiamate anche tre ambulanze, per assistere la bambina e soccorrere le varie persone che si erano ferite, anche se in modo lieve, nel corso della colluttazione», riportano i colleghi de La Nazione. La bimba ora è seguita dai servizi sociali e sostenuta da aiuti psicologici anche se ovviamente bisognerà capire cosa sia realmente successo e da dove venga la bimba, se ha famiglia e altre informazioni di primissima necessità: quello che è certo, purtroppo, è che per il sacerdote giustificare la sua presenza a quell’ora di notte da solo con la piccola non sarà per nulla facile e servirà una spiegazione adeguata che lo possa scagionare dalla gravissima accusa di pedofilia.
A farsi portavoce della protesta degli ecclesiastici è stato Padre Scott Armstrong, presidente della Australian Confraternity of Catholic Clergy: “È un’intrusione dello stato nel dominio del sacro, un simile obbligo non sarebbe comunque di alcun aiuto”
In Australia 600 preti sono contrari all’ipotesi di legge che chiede ai sacerdoti di denunciare casi di pedofilia appresi in confessione. La norma viene vista come “un’intrusione dello stato nel dominio del sacro”, delle leggi che minano la libertà di religione. “Ogni sacerdote degno del suo nome farebbe tutto il necessario per proteggere i bambini, un simile obbligo non sarebbe comunque di alcun aiuto per loro” ha detto il presidente dell’Australian Confraternity of Catholic Clergy, padre Scot Armstrong, per giustificare la presa di posizione dei presuli. La decisione dei 600 sacerdoti fa appello al diritto canonico riguardante il sacramento della penitenza per il perdono dei peccati: secondo i preti, la legislazione in via di approvazione farebbe fallire il rapporto religioso inviolabile tra il penitente con Dio.
L’iter della legge, tuttavia, va avanti. A ottobre il South Australiasarà il primo stato ad abolire l’esenzione finora accordata al segreto del confessionale dall’obbligo di denuncia. I sacerdoti saranno passibili di multe di 10mila dollari (6500 euro) se non riferiranno informazioni su casi di abusi apprese in confessione. Leggi simili sono state annunciate in Western Australia, in Tasmania e nel Territorio della capitale federale Canberra. Il nuovo codice di leggi intende applicare una delle 122 raccomandazioni della Commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi di pedofilia.
La legge che si sta dibattendo trova terreno fertile dopo un recente caso di cronaca che vede protagonista l’arcivescovo di AdelaidePhilip Wilson, che lavorava con un prete finito in carcere per abusi su minori negli anni ’70. I giudici hanno stabilito che il presule era a conoscenza dei fatti e all’epoca non ha informato le autorità civili: per questo motivo è stato condannato a 12 mesi di reclusione. Il prete che abusò è morto nel 2006 in carcere dopo circa un anno di detenzione all’età di 65 anni. A metà agosto i giudici decideranno se concedere gli arresti domiciliari a mons. Wilson per motivi di salute.
I vescovi australiani auspicano che questa condanna possa dare “un senso di pace e di guarigione a quanti sono stati abusati dal defunto sacerdote”, pur riconoscendo che “gli effetti di un abuso sessuale possono durare per tutta una vita”. Venuta a conoscenza di questi episodi, la chiesa australiana ha deciso di portare avanti significative riforme con l’intento di scongiurare qualsiasi altro episodio simile e di proteggere i bambini all’interno delle comunità cristiane. Sulla vicenda è intervenuto anche il vescovo Greg O’Kelly, nominato dal Papa il 3 giugno scorso e amministratore apostolico “Sede Plena” dell’arcidiocesi di Adelaide: “In queste circostanze – ha detto – dobbiamo essere molto consapevoli dell’impatto sui sopravvissuti, sulle loro famiglie e su tutti coloro che li amano. Ho assistito all’angoscia e al dolore delle vittime. La Chiesa deve continuare a compiere ogni sforzo per ascoltarli e sostenerli. Il nostro impegno per la sicurezza di ogni bambino nella nostra Chiesa e nelle nostre scuole è fondamentale”.
IL DOSSIER “DELPINI” INVIATO ALL’ONU DOCUMENTA IL “SISTEMA” DI INSABBIAMENTO DI ABUSI SESSUALI NELLA CHIESA, FATTO DI OMISSIONI CONNIVENZE E COMPLICITA’: TUTTI I NOMI E I RUOLI DEGLI ALTI PRELATI COINVOLTI.
Grazie al prezioso e meticoloso lavoro dell’associazione Italiana Rete l’ABUSO, da anni impegnata nella lotta contro la pedofilia nella Chiesa e oggi membro ufficiale rappresentante per l‘Italia, della più grande organizzazione mondiale contro gli abusi sessuali nel Clero “ECA” – Ending Clerical Abuse, le Nazioni Unite hanno ufficialmente aperto una indagine volta a documentare “il caso italiano”.
Si tratta del più grande lavoro di documentazione mai realizzato composto da centinaia di casi di abusi sessuali avvenuti sul territorio italiano, ad opera del clero, ai danni di minori, e il sistematico metodo di insabbiamento, connivenza e complicità messo in atto dai più alti vertici della Chiesa, garantiti da una protezione e impunità aberrante.
Il primo dei dossier relativo al “caso italiano”, consegnato ufficialmente da parte della Rete l’ABUSO alle Nazioni Unite, riguarda il complesso “caso Delpini”.
Il puntuale e dettagliato lavoro di raccolta di tutte le prove, durato anni, sul caso che riguarda don Mauro Galli sacerdote del Milanese, oggi sospeso e attualmente sotto processo con la pesantissima accusa di “abuso sessuale aggravato” ai danni di un minorenne, processo che si sta celebrando presso la quinta sezione penale del tribunale di Milano, ha portato alla realizzazione di un dossier completo che sintetizza quanto appreso durante le fasi processuali pubbliche a cui la Rete l’ABUSO insieme ad alcuni giornalisti d’inchiesta ha pazientemente assistito.
Grazie alla collaborazione di diversi sacerdoti, ed ex sacerdoti, che non riescono più a vivere nel terribile compromesso di accettare aberranti realtà di perpetrati e reiterati abusi, sistematicamente coperti, schiacciati e oppressi tra gli alti valori che annunciano e vorrebbero testimoniare e, ancora, l’obbedienza per appartenenza “costi quel che costi”… è stato possibile raccogliere documenti e prove di questo e molti altri casi che, nel breve, verranno protocollati all’ONU anch’essi come il caso “Delpini”.
Grazie ad alcuni “rari” giornalisti che si sforzano di “investigare” per far emergere la verità, grazie ancora a molte persone che, nell’anonimato, inviano informazioni preziose, grazie alla tenacia delle vittime sopravvissute che combattono ogni giorno con il loro dramma, grazie alla collaborazione di alcuni professionisti, avvocati, psicologi, professori, sociologi che dedicano del loro tempo e la loro professionalità gratuitamente per “perorare la causa”, grazie ai pochi ma preziosi contributi e sostegno di alcuni volontari, è stato possibile ricevere e consegnare un documento come quello prodotto alle Nazioni Unite che qui riportiamo integralmente, in versione in lingua italiana, fatta eccezione per gli allegati in copia autentica che, per ovvie ragioni di privacy e riservatezza, sono qui omessi.
Contrariamente a quanto si possa pensare, le informazioni più complete sono normalmente rivelate e svelate proprio dall’interno della Chiesa, informazioni autentiche consegnate da chi, in prima persona, ha vissuto ed è testimone, oppure semplicemente ha accesso a documenti o documenta, a sua volta, situazioni comprovanti: segno che probabilmente, nell’indifferenza totale spesso dei mezzi di comunicazione, ci sono anime che non riescono più a tacere, o a rendersi in qualche modo complici di un sistema che, tuttavia, se non vengono allo scoperto comunque li protegge.
Ciò che lascia estremamente perplessi è il numero delle persone a vario titolo conniventi con il sistema, evidentemente abituate ad accettare passivamente ciò che, di volta in volta, qualcun’altro come mons. Delpini attivamente compie, sempre nell’ottica di salvaguardare se stessi, la propria immagine e l’immagine dell’istituzione, della Chiesa stessa, non preoccupandosi degli enormi e gravissimi danni irreparabili che lasciano sul campo: vittime, persone, famiglie intere distrutte, sottoponendo altri bambini al medesimo rischio e sorte, “costi quel che costi”, a qualsiasi prezzo pur di “non dare scandalo”…
Un mondo incredibilmente falso e malefico fatto di menzogne, sotterfugi, silenzi, coperture, insabbiamenti e omissioni, spiegabili ma non giustificabili, dal fatto che molti sono, a loro volta, ricattabili perché compromessi… Un sistema che in questo modo si auto alimenta.
E’ davvero impressionante come possano mentire tutti, sapendo di mentire e pur sapendo di poter essere smentiti…
Ma sanno benissimo che possono contare sulla compattezza della corporazione, nessuno chiederà mai conto del loro operato… come potrebbero, chi potrebbe farlo?
Il prefetto per la congregazione della dottrina della Fede mons. Ladaria? Per ruolo, sarebbe competente ma, a sua volta, è pesantemente accusato di aver insabbiato lui stesso casi di abuso sessuale e coperto Vescovi che hanno a loro volta insabbiato (con tanto di prove e documenti ormai pubblici da lui firmati)
Mons. Tremolada ammette chiaramente, per il caso di don Galli, che lui stesso e mons. Delpini hanno sbagliato ma non hanno il dovere di giustificarsi o chiedere scusa, “se qualcuno gli chiederà spiegheranno”… sapendo benissimo che mai nessuno chiederà! Il Vaticano sapeva e il Santo padre li ha promossi entrambi confermando la loro impunibilità!
Potrà un giorno il Santo Padre dire che non era stato adeguatamente informato come per i Vescovi cileni?
Possono tutti contare sulla goduta credibilità a discapito di tanti fedeli inconsapevoli e in buona fede, esattamente come i farisei, o i sepolcri imbiancati, ai tempi di quel Gesù che professano e segretamente sconfessano.
Non temono di essere a loro volta sconfessati, in quanto nessun’altra organizzazione ha la medesima forza di comunicazione capillare, nessuna disponibilità economica che possa competere: quindi possono raccontare qualsiasi falsità o “comunicato per comprendere la (loro artefatta) verità dei fatti”, come nel caso della Diocesi di Milano, ripresa fedelmente da diversi quotidiani come Avvenire, la Stampa e il Corriere della Sera, per citarne alcuni che, ovviamente, non concedono nemmeno il diritto di replica stabilito dalla legge italiana…
Possono contare sull’impunità dovuta anche alla complicità di quasi tutta la stampa e i mezzi di comunicazione compiacenti, possono contare sull’indifferenza che fondamentalmente riguarda la maggior parte delle persone che escludono a priori che possano esserci illustri personaggi come l’Arcivescovo di Milano coinvolti e complici di questi abusi, non denunciandoli, non fermandoli, non approfondendo, consentendo e in qualche modo agevolando di fatto la reiterazione.
Impensabile per la gente comune e soprattutto per i cattolici praticanti che addirittura un Vescovo scientemente possa rappresentare concretamente la regia dell’insabbiamento sistematico di questo tipo di reati, viceversa sono tutti pronti a schierarsi in difesa a prescindere e senza documentarsi.
Purtroppo quanto è successo in Cile, mediaticamente sotto gli occhi di tutti, non è un caso isolato nel mondo, quanto la regola, l’ECA si pone l’obiettivo di documentarlo, paese per paese, nella speranza di indurre, anche con il contributo delle Nazioni Unite, gli Stati e la Chiesa a porre un concreto rimedio.
Un rimedio concreto non certo come quello promesso e messo in atto per il Cile che, fino ad ora, ha prodotto l’accettazione delle dimissioni da parte di Papa Francesco di due Vescovi: non per ciò che hanno commesso in Cile ma per raggiunti limiti di età, in pensione perché anziani (grande atto simbolico per la lotta alla pedofilia), e l’accettazione di un anno di sospensione “anno sabbatico” del principale autore degli insabbiamenti sempre in Cile, il Vescovo Barros.
Se questo è il frutto della tanto ormai decotta “TOLLERANZA ZERO” di Papa Francesco, significa che siamo ormai giunti alla imperdonabile “CREDIBILITA’ ZERO”.
Prima applicazione in Vaticano della riforma del codice penale del luglio 2013. Pende l’esame del Comitato diritti umani dell’Onu
Una condanna pesante, in linea con le richieste del Promotore di giustizia, Giampiero Milano, giunta al termine di sole due udienze pubbliche, visto che il reato contestato è stato ammesso dallo stesso imputato l’ex diplomatico vaticano monsignor Carlo Alberto Capella.
E’ la prima volta che viene applicata in Vaticano la riforma del codice penale del luglio 2013 che ha introdotto il reato di pedofilia e pedopornografia, visto che un altro imputato nel 2015, l’ex Nunzio Jozef Wesolowski è morto prima dell’inizio del processo.
Quella di oggi è una decisione che va ben al di là dell’esito processuale, soprattutto in un momento nuovamente molto delicato per la Santa Sede e il Vaticano in rapporto alla pedofilia del clero cattolico. Un incubo che ritorna.
Un membro del C9, il cosiddetto consiglio della Corona, di papa Francesco, il cardinale George Pell è sotto processo in Australia con accuse personali di abusi sessuali, che lui però ha sempre negato. Un altro, il cardinale Errazuriz è accusato dai fedeli in Cile di essere tra coloro che hanno insabbiato per anni il caso del vescovo di Osorno, in Cile, Juan Barros, di cui Francesco ha accettato pochi giorni fa le dimissioni, dopo che la sua vicenda ha scatenato accuse contro l’intera chiesa di quel Paese e ha messo in difficoltà lo stesso Papa che aveva continuato a difenderlo sulla base di informazioni sbagliate che gli erano state fornite . Un terzo cardinale americano, l’ ex arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, è stato sospeso dal Papa dall’esercizio pubblico del sacerdozio, nei giorni scorsi.
Mentre tra appena un mese il Vaticano e a Santa Sede dovranno essere nuovamente valutati dal Comitato per i diritti umani dell’Onu a Ginevra (Comitato contro la Tortura) dopo che nel 2014 erano stati richiesti 9 cambiamenti sulla pedofilia, pena una pesante sanzione internazionale.
L’imputato Capella, oggi, è stato ritenuto colpevole di “divulgazione, trasmissione, offerta e detenzione” di materiale pedopornografico di qualcosa come 40 – 55 files , comprendenti foto,films, animazioni giapponesi, di cui si è esclusa la ricerca casuale od occasionale sul web , ma il cui reperimento e molto complesso, e il cui uso – è stato sottolineato dal Promotore di Giustizia – comporta lo sfruttamento dei minori.
Una condanna in cui – come spiega il dispositivo della sentenza – la pena base quattro anni di reclusione ed euro 4.000 di multa, sono stati aumentati per la continuazione del reato nella misura finale di cinque anni e cinquemila euro di multa.
La condanna non è stata ancora più pesante solo perché il Tribunale presieduto da Giuseppe Dalla Torre ha operato il bilanciamento dell’ aggravante dell’ingente quantità (prevista dall’art. 10, comma 5, della legge n. VIII del 2013) con le attenuanti generiche (art. 59 c.p., così come modificato dall’art. 26 della legge n. L del 1969), concesse anche in ragione del comportamento processuale dell’imputato che si è dichiarato colpevole.
Capella ha cercato di spiegare anche in aula, che la sua condotta è stata generata da un periodo di crisi, dovuta ad una forte insoddisfazione professionale. Un’insoddisfazione seguita al suo trasferimento a Washington come numero quattro della Nunziatura, dopo cinque anni passati (2011- 2016) all’interno della sezione rapporti con gli Stati della segreteria di stato e poi presso la nunziatura in Italia, anni in cui aveva seguito tutti i dossier economici vaticani più importanti dall’antiriciclaggio, alla creazione dell’AIF, fino alla firma del Trattato fiscale con l’Italia, che ha permesso il rientro dei capitali detenuti presso lo IOR da soggetti italiani per circa un miliardo di euro.
Una “giustificazione” che è stata contestata non solo dal rappresentante dell’accusa, ma anche dal Presidente del Tribunale. Tra l’altro, risulta dagli atti processuali, che monsignor Capella ha continuato ad accedere e scaricare il materiale pedopornografico anche dopo che era stato richiamato in Vaticano, a seguito di una notifica del Dipartimento di Stato americano e di un mandato di arresto spiccato contro di lui dalle autorità canadesi appunto per dettesione e distribuzione di materiale pedopornografico .
L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, si è soffermato sul profilo psicologico del suo assistito: «Questi comportamenti – ha detto – non sono indice di pericolosità ma di un disagio: non si può sempre parlare di detenzione, ci sono terapie e percorsi riabilitativi che le autorità ecclesiastiche ben conoscono. C’è la possibilità di un cammino terapeutico».
Capella , adesso, però dovrà affrontare anche il processo canonico, e potrebbe essere anche spretato.
Lo scandalo della Chiesa cilena continua a far parlare di sé. Vengono fatti i nomi del cardinal Sodano e di un gesuita “consigliere” di Bergoglio. Karadima sarebbe stato vicino all’ex segretario di Stato, mentre un gesuita “bergogliano” avrebbe avuto un ruolo nell’elevazione a vescovo di Barros
Lo scandalo cileno ha travolto la Chiesa cattolica. L’intero episcopato della nazione sudamericana ha rimesso le proprie dimissioni nelle mani di Papa Francesco.
Le prime tre “rinunce” accettate da Bergoglio sono state quella del vescovo Barros, quella dell’arcivescovo Cristián Caro Cordero e quella del vescovo Gonzalo Duarte García de Cortázar. Tutti e tre sarebbero in qualche modo coinvolti nei casi affrontati di questi tempi dal Vaticano. Barros, nello specifico, è stato uno dei più stretti collaboratori di padre Karadima, l’uomo già condannato a una vita di preghiera e penitenza per abusi ai danni di minori.
Sempre Barros, che è l’ex arcivescovo della diocesi di Osorno, era finito al centro delle polemiche dopo che, durante la visita pastorale in Cile del pontefice argentino, Il Santo Padre aveva parlato di “calunnie” fino all’emersione di prove. Evidenze che sarebbero poi arrivate, tanto che il Papa ha ammesso di aver commesso “errori di valutazione”. Charles Scicluna, il “plenipotenziario” per la lotta alla pedofilia, è da poco tornato dal suo secondo viaggio nella nazione cilena. Il primo era risultato fondamentale per lo sviluppo di un dossierdenso di testimonianze, lo stesso che ha “costretto” i vescovi alle dimissioni collettive. Bergoglio ha optato per “spedire” Scicluna in Cile una seconda volta.
Alla base di questi “errori di valutazione”, però, ci sarebbe stata la mancanza di “informazioni veritiere ed equilibrate”. Da allora la domanda che circola è sostanzialmente una: chi potrebbe aver tratto in inganno il pontefice argentino? Sì perché Barros, nonostante le accuse provenienti da più parti, era stato elevato vescovo della diocesi citata.
Bergoglio ha da poco incontrato il fratello di Karadima. Quest’ultimo è stato intervistato da La Tercera, uno dei principali quotidiani cileni. In uno dei virgolettati riportati da Il Faro di Roma, il fratello minore del padre carsimatico cileno ha dichiarato:”Quando il Papa mi ha chiesto di parlargli di Barros io gli ho riferito che Barros ha mentito. Egli era amico di mio fratello e faceva parte della sua stretta cerchia. Barros, ma anche Koljatic, Valenzuela e Arteaga sono stati fatti vescovi grazie a mio fratello che era molto vicino all’allora nunzio in Cile, il cardinale Angelo Sodano che poi è diventato Segretario di Stato vaticano. Lo sanno tutti qui in Cile che sono diventati vescovi grazie a lui”.
Le informazioni che potrebbero essere dedotte, prendendo per buone queste dichiarazioni, sarebbero due: Barros stesso avrebbe mentito a Papa Francesco; Karadima sarebbe stato “vicino” all’ex segretario di Stato Angelo Sodano, quando questi era nunzio apostolico. Spunterebbe quindi una nuova ipotesi: Karadima avrebbe fatto elevare a vescovi membri della sua “cerchia ristretta” utilizzando la “sponda” del cardinale italiano. Uno scandalo nello scandalo?
Su Il Messaggero, all’interno di questo pezzo, si legge:”Il cardinale Angelo Sodano – già Segretario di Stato e attuale Decano del Collegio Cardinalizio – non solo era molto vicino a padre Fernando Karadima, il pedofilo seriale cileno attualmente in pensione, ma i tre vescovi in Cile che hanno insabbiato il caso, ignorando le reiterate denunce delle vittime, diventarono tutti vescovi grazie ai buoni uffici di Karadima che ne consigliò la promozione all’allora nunzio apostolico Sodano. Un sistema marcio alle radici”. Il nome fatto dal fatello di Karadima è di quelli pesanti. Inutile aggiungere che si attendono possibili prese di posizione da parte della Santa Sede. Ma non è tutto.
Il vaticanista Sandro Magister, sul suo blog de L’Espresso, ha parlato di un altro uomo di Chiesa, il gesuita Arana, che sarebbe molto vicino a Bergoglio e che “aveva avuto un ruolo decisivo, tre-quattro anni prima, nella nomina di Barros a vescovo di Osorno, stando – sottolinea Magister – a quanto asserito con sicurezza lo scorso maggio sul sito paravaticano “Il Sismografo” dal suo fondatore e direttore Luis Badilla, vaticanista cileno che vive a Roma, già giornalista della Radio Vaticana, dopo che le prime indiscrezioni sul ruolo del gesuita erano apparse sul sito spagnolo “Infovaticana””.
La questione, insomma, si farebbe complicata. I responsabili indiretti delle promozioni discusse potrebbero essere alti prelati vaticani, nel caso di Sodano, che magari era stato malconsigliato da Karadima. In relazione al presunto ruolo di Germàn Arana verrebbe tirato in ballo, invece, un gesuita considerato consigliere del Papa. Un “bergogliano”, si direbbe in termini sintetici. Mentre in Vaticano continua la battaglia per la trasparenza, ci si aspetta di capire se qualcuno ha davvero avuto un ruolo in queste discusse “promozioni”. Lo scandalo cileno sembra non finire più.