Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Caso Barros, Papa Francesco: «Ho commesso errori di valutazione, mancate informazioni veritiere»

    Caso Barros, Papa Francesco: «Ho commesso errori di valutazione, mancate informazioni veritiere»

    Lettera del Pontefice ai vescovi cileni sul caso di pedofilia: «Dolore e vergogna per le molte vite crocifisse». E per ora non annuncia provvedimenti specifici

    «Riconosco di aver commesso errori gravi di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». Tradotto: non me l’avete raccontata giusta. La lettera di Papa Francesco ai vescovi cileni dopo il caso Barros, resa pubblica mercoledì sera, fa pensare che le cose dovranno cambiare nella Chiesa cilena e le sue gerarchie, «sarebbe anche opportuno porre la Chiesa del Cile in stato di preghiera». Per ora il Papa non annuncia provvedimenti specifici, né contro Barros né contro altri vescovi accusati dalle vittime di aver coperto il prete pedofilo Fernando Karadima, uno scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena e funestato la visita di Francesco a gennaio. Ma Francesco ripete di provare «dolore e vergogna per «le molte vite crocifisse», scrive e convoca i vescovi a Roma «per discutere insieme» e decidere «atti concreti», ovvero «misure a breve, medio e lungo termine» per «ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, riparare lo scandalo il più possibile e ripristinare la giustizia». È notevole il fatto che il Papa riceverà in Vaticano anche le vittime che accusano Barros e altri vescovi: «Mi scuso con tutti coloro che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone sentite» durante l’inchiesta.

    L’inchiesta

    Francesco, a febbraio, aveva infatti mandato in Cile l’arcivescovo Charles Scicluna, uomo di punta del Vaticano nelle indagini contro gli abusi su minori, per fare luce sul caso Barros e ascoltare i suoi accusatori. Già il 16 gennaio,appena arrivato in Cile, aveva espresso «dolore e vergogna». Su Barros però aveva esclamato: «Non c’è l’ombra di una prova, sono calunnie». Nel volo di ritorno si era scusato («so che molta gente abusata non può portare prove») ma aveva spiegato di aver respinto per due volte le dimissioni di Barros dopo avergli parlato, di essere «convinto sia innocente» e di non poter condannare senza «evidenze»: «Io non ho sentito nessuna vittima di Barros, non si sono presentate. Se una mi dà evidenze, ho il cuore aperto». Pochi giorni dopo, il Vaticano informava che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute» Francesco avrebbe inviato Scicluna in Cile. È lo stesso Francesco a scrivere che sono stati sentiti 64 testimoni e raccolte 2300 pagine di verbale: «Dopo una lettura meditata degli atti di questa missione speciale, credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno e senza edulcorazioni di molte vite crocifisse e vi confesso che questo mi causa dolore e vergogna». Oltre a Barros, le vittime accusano altri tre monsignori, Andrés Arteaga Horacio Valenzuela Tomislav Koljatic, pure loro nella «fraternità» di Karadima e divenuti vescovi, come Barros, ai tempi di Wojtyla. E hanno accusato i cardinali Ricardo Ezzati e Francisco Javier Errázuriz di aver mentito e coperto lo scandalo, un’accusa pesante: i due proporati sono l’arcivescovo di Santiago e l’emerito che fa parte del «C9», il gruppo di consiglio del pontefice.

    La difesa dei vescovi

    I crimini di Karadima, «guida spirituale» della «Pia unione» fondata nella parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque, iniziarono negli anni Ottanta, ancora nel pieno della dittatura di Pinochet. Il presidente della Conferenza episcopale del Cile, monsignor Santiago Silva, ha assicurato che anche l’episcopato condivide «il dolore» del Papa, «forse non abbiamo fatto tutto quanto avremmo dovuto. Nostro impegno è che cose del genere non si ripetano mai più». E le informazioni non veritiere arrivate al Papa? «Non si riferiva a noi», dice.

  • Vaticano, arrestato per possesso di pedopornografia l’ex consigliere a Washington monsignor Capella

    Vaticano, arrestato per possesso di pedopornografia l’ex consigliere a Washington monsignor Capella

    di Francesco Antonio Grana – Monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere diplomatico a Washington, è stato arrestato dalla Gendarmeria Vaticana. Su di lui pesa la pesante accusa di pedopornografia. “Questa mattina – si legge in un comunicato della Santa Sede – su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato – precisa ancora la nota – è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia”.

  • Abusi sessuali per mano di un sacerdote? Inizia l’ascolto della presunta vittima

    Abusi sessuali per mano di un sacerdote? Inizia l’ascolto della presunta vittima

    È cominciato in mattinata, presso il Tribunale dei Minorenni l’incidente probatorio. Nella prossima udienza camerale, il pm, gli avvocati ed i consulenti tecnici potranno rivolgere alla 13enne, le domande che riterranno più opportune per far luce sulla delicata vicenda.

    È cominciato, in mattinata, l’incidente probatorio per ascoltare la 13enne, presunta vittima di abusi sessuali per mano di un sacerdote. Innanzi al gip Cinzia Vergine, presso il Tribunale dei Minorenni, ha, dunque, preso inizio “l’ascolto protetto” alla presenza di una psicologa. La giovane, per circa cinque ore, ha risposto alle domande, ma sul contenuto delle risposte vige il massimo riserbo. Il giudice ha rinviato al 31 maggio prossimo, per continuare a sentire la ragazza. Nella prossima udienza camerale, il pubblico ministero, gli avvocati ed i consulenti tecnici potranno rivolgere alla 13enne, tramite il gip, le domande che riterranno opportune per far luce sulla delicata vicenda. Le dichiarazioni verranno poi vagliate dal consulente tecnico nominato dal giudice ( dr.ssa Francesca Panico), per accertarne l’attendibilità. Nel frattempo, anche i legali e la Procura hanno nominato un proprio consulente di parte.

    L’inchiesta

    Nella richiesta d’incidente probatorio inoltrata al gip, a firma del pm Stefania Mininni, comparivano i nomi dei tre indagati: il prete risponde di violenza sessuale aggravata, con riferimento a palpeggiamenti, avances di natura sessuale ed anche a rapporti “completi” con la ragazzina.

    La madre è accusata dello stesso reato, ma per presunte “molestie” che si sarebbero consumate tra le mura domestiche. Si tratterebbe anche in questo caso, di un’accusa tutta da verificare. Inoltre, il genitore risponde delle ipotesi di reato di false informazioni al pubblico ministero e favoreggiamento personale. Avrebbe riferito di non aver più avuto contatti telefonici con il sacerdote, dal momento in cui la figlia era stata allontanata da casa, dopo il provvedimento del Tribunale dei Minori. In realtà, ritiene la Procura, la donna avrebbe mantenuto contatti quasi quotidiani con il prete, anche attraverso una terza persona. Non solo, poiché la signora lo avrebbe aiutato ad eludere le indagini, consigliandogli di non utilizzare i social network o schede telefoniche che già utilizzava.

    Infine, risulta indagata la nonna della ragazzina, sempre con l’accusa di false informazioni al pubblico ministero, poiché non avrebbe detto tutta la verità al pm, sulla presunta relazione tra il sacerdote e la madre della presunta vittima. In particolare, “tacendo” su una vacanza al mare di cinque giorni, trascorsa dalla figlia con il sacerdote.

    Le accuse al prete

    Le accuse al prete hanno preso avvio dalla denuncia di una zia (parente del padre) residente in Campania della 13enne, depositata nell’agosto scorso.

    I fatti contestati si sarebbero verificati tra dicembre del 2016 e giugno del 2017, in un paese dell’hinterland di Lecce. Il sacerdote non è stato mai sospeso dalla Curia che lo ritiene assolutamente estraneo ai gravi addebiti contestatigli.

    Durante le indagini, condotte dai Carabinieri del Norm di Lecce, sono stati sequestrati il telefonino del parroco e della presunta vittima, per essere analizzati da un perito informatico nominato dalla Procura. Nel frattempo sono stati depositati gli esiti della consulenza, eseguita dal dr. Claudio Leone.

    La ragazza è stata anche sentita, attraverso un primo “ascolto protetto”, alla presenza di una psicologa. Per due volte. Anzitutto, subito dopo la denuncia, ma anche in seguito alla visita ginecologica che non avrebbe riscontrato i segni di una violenza sessuale.

    Il ruolo della famiglia

    Dunque, sulla scorta di questi accertamenti, la Procura intende verificare la fondatezza delle accuse. Anche nei confronti della madre. Ciò che è certo, è che ci si trova di fronte ad un contesto familiare degradato, caratterizzato da un’accesa conflittualità e segnato anche da difficoltà economiche. I genitori sono da tempo separati e il padre ha una recente condanna penale alle spalle.

    Sullo sfondo di questo complesso quadro, emergerebbe il ruolo del prete. Una figura di “supporto” ad una famiglia segnata da enormi difficoltà e conflittualità,con un continuo “rimpallo” di responsabilità? Il sacerdote, infatti, pur non essendo un “amico di famiglia” in svariate occasioni si sarebbe offerto di dare una mano anche dal punto di vista economico. Oppure, il prete avrebbe approfittato della fiducia incondizionata accordatagli dalla famiglia per molestare la 12enne? Domande a cui daranno una risposta nei prossimi mesi gli inquirenti.

    Il sacerdote è assistito dai legali Stefano De Francesco e Vittorio Vernaleone. La madre e la nonna della minore sono invece difese dall’avvocato Francesco Cavallo. Invece, il padre della persona offesa, è assistito dal legale Benedetto Scippa. È stata invece nominata nelle vesti di curatrice speciale della 13enne, l’avvocato Agnese Caprioli.

    http://www.leccenews24.it/cronaca/abusi-sessuali-inizia-ascolto-vittima-sacerdote.htm

  • A Spalato frate sospettato di pedofilia

    A Spalato frate sospettato di pedofilia

    di Giovanni Vale

    Sospeso dall’Arcidiocesi, l’anziano religioso per anni ha guidato un coro di voci bianche. Tre le denunce di abusi

    ZAGABRIA. Un affare di pedofilia sta scuotendo la Chiesa cattolica croata, alle prese con uno scandalo che da qualche giorno non accenna a sgonfiarsi.

    A Spalato, un frate del monastero francescano è stato sospeso dai suoi superiori per aver commesso «un possibile reato», come ha indicato la stessa arcidiocesi di Spalato e Macarsca in un comunicato pubblicato martedì. Inizialmente, l’arcivescovo Marin Barišic aveva ammesso soltanto l’esistenza della sanzione, ma si era rifiutato di precisare di quale tipo di reato si parlasse, con l’intento di «proteggere la reputazione di tutti, in primo luogo della vittima». A distanza di appena un giorno, tuttavia, i dettagli cominciano già ad emergere. Il quotidiano locale Slobodna Dalmacija fa infatti sapere che la persona in questione è «un frate di 78 anni che per anni ha condotto il coro dei bambini al monastero di San Francesco di Spalato».

    E non solo. Secondo il giornale, «almeno due uomini hanno riportato di essere stati abusati sessualmente (dal frate) nel corso degli anni». Il caso iniziale, emerso questa settimana e all’origine della sospensione del prelato, sarebbe dunque soltanto la punta dell’iceberg. Per conoscere tutti i risvolti della vicenda, tuttavia, bisogna fare affidamento ancora una volta alla stampa croata e alle informazioni ufficiose che quest’ultima ha raccolto tra i membri della parrocchia spalatina. Jutarnji List scrive ad esempio che l’uomo vittima degli abusi «ha chiesto ai frati 15mila euro in cambio del suo silenzio e ha successivamente aumentato la propria richiesta ad un appartamento, cosa che i frati hanno a quanto pare rifiutato».

    A quel punto, l’uomo si è deciso a denunciare il caso, avendo prima l’accortezza di trovare altre due vittime con cui fare fronte comune. Di fronte all’azione dell’uomo e all’insistenza dei cronisti locali che hanno cominciato a investigare sul caso, l’arcidiocesi ha allora annunciato di aver «nominato un giudice d’inchiesta e dei notai a cui è stato affidato il compito di far luce sui fatti, le circostanze e le responsabilità». Ma la posizione della Chiesa, che ha sospeso il prelato dopo aver ricevuto delle informazioni su «un possibile reato» senza tuttavia allertare la polizia, è ancor più compromessa date le nuove rivelazioni. Slobodna Dalmacija si chiede infatti come sia possibile che la Chiesa non abbia trasmesso alle forze dell’ordine «delle informazioni su delle aggressioni che, secondo quanto riportato, sono note già dal 2011».

    In quell’anno, infatti, una delle vittime aveva fatto richiesta di «aiuto spirituale» presso la parrocchia. Inoltre, il caso scoppiato questa settimana è stato fatto presente dalla vittima alle gerarchie ecclesiastiche già a dicembre, ma la Chiesa ha deciso di portare avanti un’inchiesta interna senza coinvolgere la polizia.

  • Pedofilia: l’arcivescovo di Milano Mario Delpini Insabbia volutamente il caso.

    Pedofilia: l’arcivescovo di Milano Mario Delpini Insabbia volutamente il caso.

    Don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile di Rozzano, l’8 marzo 2018 durante l’udienza del procedimento penale a carico di don Mauro Galli, accusato quest’ultimo di abuso sessuale aggravato ai danni di un minore, ricostruisce con precisione giorno dopo giorno gli avvenimenti dal presunto abuso alla decisione maldestra del Vescovo di spostare il prete ancora con i minori.

    “Delpini sapeva, il 24 dicembre 2011 eravamo in tre, Io (don Alberto Rivolta vice parroco), don Carlo Mantegazza (Parroco) e il vescovo mons. Mario Delpini”.

    Finalmente sono disponibili le trascrizioni integrali degli interrogatori avvenuti lo scorso 8 marzo nell’udienza a porte aperte, e nonostante L’ESTREMO TENTATIVO MALDESTRO DA PARTE DELLA DIOCESI DI SCREDITARE LE TESTATE GIORNALISTICHE (che viceversa sono presenti a tutte le udienze e che si sforzano di raccontare con precisione i fatti), LA VERITA’, QUELLA PROCESSUALE, QUELLA GIURATA DAVANTI AD UN COLLEGIO GIUDICANTE IRROMPE CON TUTTA LA SUA SCIOCCANTE, DISARMANTE, DEVASTANTE DRAMMATICA TRASPARENZA.

    Il tentativo maldestro di mettere a tacere quanto emerge in udienza, ad opera del portavoce ufficiale del Vescovo Delpini, don Davide Milani, è presto smentito in aula da chi ha vissuto direttamente quei momenti ed è, per altro, parte della stessa chiesa, don Alberto Rivolta.

    Mentre don Milani si precipitava a inviare una e-mail segreta a tutti i parroci della Diocesi, invitando a diffondere il più possibile il contenuto del comunicato ufficiale della curia Milanese “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti” (disponibile da tempo on-line e ripreso in più occasioni da Vatican Insider), esortando a diffondere di non dar credito a quanto scrivono i media definiti scorretti e diffamatori, raccomandandosi infine di non rendere però nota la stessa “comunicazione segreta”… don Rivolta, alla luce del sole raccontava pubblicamente ai Giudici (e ai giornalisti accusati ingiustamente di diffondere notizie false), quanto era accaduto dal giorno del presunto abuso alla scelta maldestra di Delpini di mettere don Galli ancora a contatto con i minori, semplicemente spostandolo in un’altra parrocchia a pochi chilometri di distanza (decisione maturata in soli 20/30 giorni).

    Per comprendere il peso delle diverse deposizioni E’ FONDAMENTALE PRECISARE CHE DA PARTE DEL CLERO, DON ALBERTO RIVOLTA E’ STATO L’UNICO CHE HA VISTO E PARLATO REALMENTE E DIRETTAMENTE CON LA PRESUNA VITTIMA GIA’ DAL GIORNO STESSO DOPO LA NOTTE DEL PRESUNTO ABUSO: infatti, sia don Carlo Mantegazza sia mons. Delpini giurano alle autorità di non aver visto né parlato con il minore.

    Pertanto: quanto riportato da don Alberto a mons. Delpini, è la fonte più diretta e puntuale che lo stesso monsignore aveva quando ha preso la decisione di spostare don Mauro ancora una volta come responsabile della pastorale giovanile senza ritenere di dover avviare alcuna indagine canonica, detta INDAGINE PREVIA, prevista invece per questi casi. 

    LA RICOSTRUZIONE PRECISA DI DON ALBERTO RIVOLTA E LE ALTRE TESTIMONIANZE IN AULA:

    1. Don Alberto ha visto immediatamente il minore, esattamente il giorno 20 dicembre 2011, la notte tra il 19 e il 20 dicembre don Mauro aveva portato nel suo letto matrimoniale il ragazzo.
    2. Don Alberto è stato avvisato dai genitori, che erano stati allertati a loro volta dalla scuola dove il minore era stato accompagnato in macchina da don Mauro stesso, la mattina del 20 dopo la fatidica notte.
    3. Gli insegnanti avevano subito chiamato i genitori perché avevano visto il ragazzo sotto shock, e avevano dunque telefonato ben due volte ai genitori, a breve distanza di tempo, per andare a scuola a prendere immediatamente il figlio.
    4. Don Alberto il 20 dicembre ha trovato a casa il minore in stato di shock:

    Don ALBERTO: “…era sicuramente molto scosso. Molto… Sì, era scosso, era un po’… era scosso, era angosciato, era sicuramente stato… così, aveva vissuto… era rimasto… Era in una situazione certo non normale, non ottimale. Sicuramente era un ragazzo scosso, mi vien da dire forse impaurito o comunque certamente non parlava con libertà e tranquillità.”

    Oltre agli insegnati, ai genitori, a don Alberto, anche la fidanzatina del tempo, quello stesso giorno, poco prima di don Alberto, aveva visto il ragazzo visibilmente scosso come ha testimoniato durante il processo:

    FIDANZATA: “…Mi ricordo di averlo trovato nella sua camera ed era visibilmente scosso. Non riusciva a parlare, non riusciva a dirmi cosa fosse successo. Mi diceva solo che era successo qualcosa di brutto. Di fatti non sono rimasta per tanto tempo perché lui era molto, molto scosso. Era rannicchiato sulle scale in un angolo.”

    Praticamente tutti quelli che hanno visto o voluto vedere il minore concordano nell’averlo visto in stato di shock.

    1. Don Alberto parla subito con don Mauro Galli, con don Carlo Mantegazza e quindi, insieme a quest’ultimo, a mons. Mario Delpini.

    Don ALBERTO: “A quel punto… non so la cronologia esatta, comunque ho fatto tre cose. Anzitutto ho chiesto un colloquio a don Mauro dicendo: “Don Mauro ho bisogno di parlarti”. Ho avvisato l’allora Parroco, don Carlo Mantegazza che era Parroco, il mio Parroco che avevo a Rozzano. Dopodiché insieme abbiamo avvisato, appunto, il Vicario Episcopale.”

    Don Alberto il 21 dicembre parla con don Mauro e il 24 dicembre, insieme a don Carlo, parlano a Delpini.

    1. Don Alberto riferisce a Delpini che aveva visto subito, dopo quella notte, il ragazzo, che era visibilmente scosso, che aveva dormito insieme a don Mauro nel suo stesso letto matrimoniale, avendolo premeditatamente chiesto ai genitori e pur avendo altre soluzioni ospitali (lo specificherà meglio don Carlo, parlando del nuovissimo divano letto in sala o della camera degli ospiti con un letto e una brandina).

    Riferisce che il ragazzo gli aveva detto che il don Mauro aveva toccato il petto del ragazzo, lo prendeva dal petto…

    Don ALBERTO: “Allora, Xxxxxxxxx mi ha detto che quella notte loro avevano dormito insieme in questo letto matrimoniale in casa di don Mauro. Avevano dormito insieme e durante la notte lui si era sentito toccare il petto, prendere per il petto, toccare per il petto. Niente e poi la mattina… Quindi questo la notte. Lui non aveva dormito, aveva fatto fatica a dormire e al mattino don Mauro, dopo la preghiera, l’aveva portato a scuola. L’aveva portato a scuola, insomma.”

    (audizione Don CARLO MANTEGAZZA):

    PRESIDENTE – Quindi il letto nel quale erano stati insieme era stato il letto, invece, proprio di don Mauro.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Proprio di don Mauro.

    PRESIDENTE – Ed era un letto ad una, a due piazze o a una piazza e mezzo?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – No. Era un letto matrimoniale.

    PRESIDENTE – Era un letto matrimoniale. Quindi i posti letto, per dire così, nell’appartamento erano quello del letto matrimoniale utilizzato dal Sacerdote.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Sì.

    PRESIDENTE – Quello, se c’era, della camera degli ospiti…

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Della camera degli ospiti…

    PRESIDENTE – E in più un divano letto…

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Un divano letto.

    PRESIDENTE – Che era un divano letto ad una piazza e mezza, dice?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Sì, almeno ad una piazza e mezza. Non penso che fosse matrimoniale penso che fosse un (inc) come si chiama.

    1. Don Carlo precisa che anche solo aver portato un minore nel proprio letto è una cosa molto grave che quindi certamente, come qualsiasi altra persona di buon senso, in assenza di altre informazioni, non poteva avere la serenità, e tanto meno la certezza, che non fosse successo altro.

    PRESIDENTE – Quando dice: “Quello che era accaduto” vuol dire, partire dal presupposto che avessero dormito insieme come fatto accertato o dando come fatto accertato che fosse accaduto qualcos’altro?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – No, il dormire insieme certo.

    PRESIDENTE – Era il dormire insieme con un ragazzo che era una cosa considerata grave da lei e, diciamo, dalla struttura ecclesiastica oppure il sospetto piuttosto che la convinzione che fosse successo anche un contatto sessuale? Per intenderci.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – A me personalmente, perché posso rispondere per me, a me sembrava già grave quello.

    PRESIDENTE – Era quello che volevo, che intendevo domandarle.

    1. Pertanto mons. Delpini sapeva con certezza che don Mauro aveva dormito con il ragazzo nel letto matrimoniale, nonostante fosse tutto premeditato, poiché aveva chiesto il consenso ai genitori e non aveva voluto utilizzare le soluzioni ospitali a sua disposizione, camera degli ospiti o divano in sala, (lasciando però loro intendere che ci fosse tutto il gruppo di adolescenti per dormire in oratorio, i genitori non immaginavano certo che il figlio fosse solo e che avrebbe dormito nella casa di don Mauro e tanto meno nel suo letto matrimoniale; questo lo precisa anche don Carlo nella sua testimonianza).

    Don CARLO: “…Naturalmente, ovviamente, i genitori sapevano che avrebbe dormito a casa di don Mauro ma non immaginavano nello stesso letto, ecco.”

    1. Delpini sapeva che il ragazzo riferiva che si sentiva toccato da don Mauro, lo aveva riferito a don Alberto, unica persona che aveva cercato e visto il ragazzo.

    Don ALBERTO: “…quella notte loro avevano dormito insieme in questo letto matrimoniale in casa di don Mauro. Avevano dormito insieme e durante la notte lui si era sentito toccare il petto, prendere per il petto, toccare per il petto.

    1. Delpini non ha voluto approfondire alcunché prima di decidere lo spostamento di don Mauro ancora a contatto con i minori, magari incontrando i familiari o il minore. Le informazioni riportate da don Alberto, da don Carlo e da don Mauro stesso, (quest’ultimo lo ha personalmente incontrato e gli ha confermato di aver portato nel suo letto il minore, aggiungendo però che non era successo nulla), gli erano sufficienti.
      Delpini ha ritenuto sufficiente che don Mauro gli avesse detto che non fosse accaduto nulla, salvo portare a letto un minore, (sapeva che tutti avevano visto sotto shock il ragazzino dopo la fatidica notte, incluso don Alberto che glielo riferisce di persona il 24 dicembre 2011), informazioni sufficienti per non avere dubbi e quindi decidere scientemente con “scrupolo e coscienza”, dirà poi attraverso i comunicati stampa.

    Senza sentire il minore oppure i familiari decide di non avviare alcuna indagine.

    Decide quindi con “scrupolo e coscienza” di spostare prudenzialmente, “per precauzione” (come riporta il comunicato della diocesi) il don Mauro ancora incaricato della pastorale giovanile in un’altra parrocchia poco distante (Legnano) ancora a contatto con i minori, possibilmente con un maggior numero di ragazzi poiché era passato da responsabile di due oratori, a Rozzano, a responsabile di quattro oratori, a Legnano.

    Nonostante tutto ciò, alla polizia riferirà poi che lo stesso don Carlo Mantegazza lo aveva allertato, prima dell’incontro del 24 dicembre 2011 dove si sono riuniti in tre (mons. Delpini, don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta).

    Don Carlo gli aveva esplicitamente anticipato la grave situazione telefonicamente e Delpini giura alla polizia precisando che in quella telefonata, “in quella circostanza” don Carlo gli aveva poi detto che il minore aveva segnalato presunti abusi sessuali.

    Sostanzialmente mons. Delpini attraverso il comunicato della Diocesi vuole tentare di far credere che non aveva capito, contrariamente a tutti gli altri che pure avevano parlato con lui, don Carlo e don Alberto, i quali dissentivano rispetto al maldestro spostamento (come da registrazioni acquisite in aula) e riconosciuto poi anche dal Cardinale Scola in una lettera inviata ai familiari. Tutti i testimoni fino ad ora ascoltati, i genitori e parenti, tre amici e l’ex. fidanzata, con le medesime informazioni che aveva appreso Delpini, avevano dedotto che il loro amico fosse stato abusato sessualmente, tutti lo giurano alle autorità come riportato dai documenti integrali in un precedente articolo http://retelabuso.org/2018/03/28/larticolo-di-vatican-insider-diffuso-dalla-chiesa-di-milano-smontato-nelle-menzogne-paragrafo-per-paragrafo-contiene-documenti/

    Come è possibile dunque che solo mons. Delpini non ha il minimo dubbio? Perchè non avvia l’indagine interna?

    Il comunicato sostiene che Delpini in quei giorni aveva chiesto e sentito il parere di uno psicologo che aveva ricevuto il compito di sentire don Mauro.

    Anche rispetto a quest’aspetto iniziano ad emergere i primi interessanti particolari:

    In un sito web noto negli ambienti ecclesiastici “COME GESU’ blog di don Mauro Leonardi” don Leonardi dopo essere stato invitato nelle due trasmissioni di Gianluigi Nuzzi, Quarto Grado, dove ha trattato il caso del presunto abuso di don Galli, ha pubblicato alcune sue riflessioni e come sempre avviene, alcuni utenti hanno partecipato alla discussione.

    https://mauroleonardi.it/2018/03/24/quarto-grado-la-puntata-preti-pedofilia-2/

    In particolare una assidua frequentatrice del Blog, scrittrice e nota commentatrice di don Leonardi, in merito al caso don Galli scrive:

    “Nel caso di Rozzano indubbiamente la Diocesi di Milano ha sottovalutato la questione.

    Il sacerdote è stato sottoposto a 26 sedute dallo psicoterapeuta e direzione spirituale prima di essere spostato a Legnano sempre a contatto con ragazzi, nel 2011.” 

    L’episodio richiamato da don Leonardi nell’ultimo suo commento: “Se non ho fatto male i conti il nuovo episodio di cui si è parlato nella puntata è avvenuto quando don Mauro Galli era seminarista…” si riferisce ad un altro evento inquietante emerso proprio grazie alle trasmissioni televisive. Infatti, un giovane ha riferito di avere a sua volta ricevuto il medesimo invito da parte del don Galli ovvero era stato obbligato a dormire nel suo letto matrimoniale in una gita con l’oratorio quando ancora il Galli era seminarista, almeno un paio d’anni prima dell’episodio in contestazione.

    Quest’ultimo evento certamente apre nuovi inquietanti interrogativi, tuttavia tornando al blog di don Leonardi, non è ancora chiaro come la signora M. Céline, sia evidentemente a conoscenza che don Mauro a seguito del presunto abuso avvenuto a fine dicembre 2011, sarebbe stato visto dallo psicoterapeuta 26 volte prima del suo trasferimento a Legnano avvenuto il 1 marzo 2012.

    Il presunto abuso è avvenuto tra il 19 e il 20 dicembre 2011, il 24 dicembre Delpini incontra don Don Carlo, don Alberto e poi don Mauro, nei giorni successivi ci sono state le prime azioni dei religiosi.

    Se anche i colloqui con lo psicologo fossero iniziati immediatamente dopo le festività, dal 2 gennaio fino alla decisione del trasferimento – decisione che ragionevolmente è stata presa almeno 10/15 giorni prima del trasferimento reale avvenuto il 1 marzo (anche solo per motivi logistici e per trovare la nuova destinazione) – significa che gli incontri con il terapeuta si sono concentrati in circa un mese e mezzo.

    Lo psicologo in 6 settimane avrebbe visto don Mauro ben 26 volte: quindi in realtà 4/5 incontri settimanali fissi, il che significa tutti i giorni escluso il sabato e domenica dall’evento fino alla decisione del trasferimento.

    Una mole impressionante di psicoterapia… ma qual è il professionista che agisce in questo modo?!?

    Se uno psicologo ravvisa la necessità di sottoporre un paziente ad un incontro giornaliero di psicoterapia o, viceversa, se un paziente manifesta la necessità irrefrenabile di essere sottoposto a psicoterapia quotidiana, quantomeno il sospetto che possa esserci qualche motivo sarebbe dovuto venire a mons. Delpini che si è appunto avvalso della consulenza dello specialista (stando alla ricostruzione del comunicato della diocesi) per avvalorare la propria decisione.

    Diversamente i 26 incontri si riferiscono ad un periodo più esteso prima della fatidica decisione: il che significherebbe che don Mauro era già in cura da uno psicologo… pertanto ci sarebbe da domandarsi il motivo… e questo aprirebbe nuovi altrettanto inquietanti scenari poiché don Mauro era stato ordinato sacerdote da soli pochi mesi!

    Tuttavia, limitandosi alle puntuali affermazioni, significherebbe che chi ha deciso di trasferire don Mauro ancora una volta a contatto con i minori, non ha in alcun modo parlato con il professionista: sarebbe oltremodo ingiustificata, imprudente, prematura e grave la decisione del nuovo incarico.

    Dunque o si sta parlando di cose diverse, non uno psicologo ma un amico, un confidente, magari un padre spirituale laureato in teologia che ha sostenuto un esame di psicologia… ma di certo non un professionista del campo oppure non è vero che ci sono stati questi incontri da lei menzionati, lo escludo nella maniera più assoluta. Salvo che, ripeto, chi ha deciso il trasferimento in quelle condizioni con il contesto rappresentato, lo ha fatto assumendosi una responsabilità enorme, contro il parere di tutti, mettendo scientemente a rischio altri minori… non si fanno 4/5 sedute a settimana se non è successo nulla, perché non vi è la necessità e non è assolutamente il modo di procedere, se non dovuto ad un reale bisogno che evidenzia appunto l’estrema gravità della situazione.

    Di cosa avrebbe dovuto parlare don Mauro tutti i giorni, per un mese e mezzo, con lo psicologo, se non era accaduto nulla, se aveva semplicemente dormito?

    Infine: per quale motivo successivamente all’incontro con i genitori del ragazzo avvenuto nel settembre 2012 (non nel 2013 come falsamente riportato dal comunicato della diocesi) il don Galli è nuovamente spostato (via da Legnano), non avendo ancora completato un anno nemmeno ora, questa volta nella pastorale sanitaria?

    L’incontro con Delpini (registrato e depositato agli atti) è stato preteso dai familiari a seguito dell’amara scoperta del trasferimento del don Galli ancora a contatto con i minori, incaricato della pastorale giovanile, quando questi ultimi avevano esplicitamente chiesto, come unica garanzia, l’esatto opposto ed erano stati rassicurati, dal parroco don Mantegazza, che pur sapeva della decisione del monsignore.

    Come si evince dalle registrazioni, la segnalazione del presunto abuso era la medesima dei primi giorni, identica a quella fornita da don Alberto a mons. Delpini il 24 dicembre 2011, non avevano arricchito il racconto con nuovi particolari, dunque: per quale motivo il vescovo con le identiche informazioni a sua disposizione l’1 novembre 2012 allontana don Mauro dai minori?

    E’ dunque evidente che la scelta del primo trasferimento è stata maldestra come poi ammetterà lo stesso cardinale Scola parlando delle decisioni di Delpini.

    In tutti i casi comunque mons. Delpini non avvia nessuna Indagine Previa (obbligatoria secondo il codice canonico can. 1717) per cercare di capire, evidentemente non era il suo obiettivo.

     La Redazione

  • L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    Di Francesco Zanardi

     Ritorno a parlare dell’articolo di Vatican Insider a firma di Andrea Tornielli a seguito di un così detto colpo basso della diocesi di Milano che, in data 26-3-18, ha diffuso tramite mailing-list privata (vedi allegato) – vendendolo come chiarificatore – l’articolo che di seguito riporterò rivedendolo in ogni passaggio con gli stralci delle prove documentali agli atti, le stesse sulle quali il vaticanista Andrea Tornielli, che sostiene di averli letti, basa la sua tesi ma che, ahimè, riportati per intero, danno un significato che, come vedrete, non è poco differente.

    Anche se forse è superfluo ritengo opportuno ricordare, per completezza, che stiamo parlando di violenza sessuale: un evento traumatico, devastante, che spesso la stessa vittima rifiuta e che richiede una rielaborazione non indifferente perché possa essere affrontato.

    Il fatto che chi ha subito un forte trauma non riesca ad esplicitare da subito, nel dettaglio, i particolari scabrosi ed imbarazzati è già la prova che il trauma c’è ed è importante (è un normale e sempre presente meccanismo di difesa e negazione). Sarebbe impossibile il contrario, ovvero se una persona, un ragazzino, fosse in grado di raccontare con lucidità e “serenità”, con una descrizione meticolosa, i particolari del proprio abuso subito, sarebbe verosimilmente falso perché non è compatibile con il trauma, con l’essere scioccato.

    Essere riuscito a dire “quello che si può immaginare” e il giorno stesso dire a don Alberto che si è sentito toccato, abbracciato (ovvero oltre ad aver raccontato di aver dormito nello stesso letto matrimoniale, ha da subito esplicitato il contatto fisico), tutto questo in uno stato di shock come quello raccontato da tutti i testimoni, sia in aula che in precedenza alla polizia, a partire dagli insegnanti, genitori, don Alberto, la fidanzata ecc.. ovvero tutti quelli che lo hanno realmente visto il giorno successivo al presunto abuso, è il modo con cui tutti quelli che hanno realmente subito un abuso sessuale pesante gridano al mondo il loro trauma, è il massimo che ci si può aspettare, soprattutto nei primi giorni.

    In questo caso peraltro ci sono delle aggravanti (che corrispondono anche inevitabilmente ad aumentare il trauma e la derivante difficoltà di esplicitarlo dettagliatamente): parliamo di un ragazzino di 15 anni, cattolico, che ha subito l’evento traumatico non da una persona qualunque, ma da colui che era la sua guida spirituale, nel suo mondo di ragazzino, una figura importante, di cui si fidava e a cui confidava la parte più intima di se.

    Il presunto abuso è, tra le altre cose, di carattere omosessuale, per pregiudizio ancora più difficile da ammettere, soprattutto per chi ha un orientamento etero sessuale.

    È oltremodo disonesto non tenere presente che proprio per la natura del trauma A. non avrebbe probabilmente denunciato per anni se non fosse stato per la caduta in stato di shock, che ha dato ai suoi familiari l’allarme, e costretto A. ad affrontare una situazione che, come leggeremo nella deposizione della sua neuropsichiatra e, come è normalità in tutti i casi simili, non era ancora “pronto” ad affrontare.

    n.b. le parti in rosso tra i paragrafi dell’articolo sono le mie annotazioni e riflessioni


    Abusi, il processo a don Galli: ecco ciò che dicono le carte

    di Andrea Tornielli

    Continua il processo penale che ha come imputato un giovane sacerdote milanese, don Mauro Galli, e con il passare delle settimane emerge il tentativo di coinvolgere nella vicenda l’attuale arcivescovo di Milano, attribuendogli responsabilità nella vicenda. Alcuni media e siti web infatti hanno affermato che monsignor Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, non si sarebbe comportato come previsto dalle norme canoniche* di fronte alle denunce di abusi sessuali. Vatican Insider ha letto il fascicolo con le testimonianze rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero da tutte le parti in causa.

    *Norme canoniche relative all’INDAGINE PREVIA

    Don Galli è stato accusato  di violenza sessuale ai danni di un giovane che nel dicembre 2011, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni. Il sacerdote è attualmente sospeso dall’attività sacerdotale ed è in corso, oltre al processo penale, anche quello canonico secondo le procedure previste.

    Il fatto avviene nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 in una parrocchia di Rozzano. A. è un ragazzo emotivamente fragile e quella sera viene invitato da don Galli a dormire a casa sua, con il consenso dei genitori. Nè la vittima né i suoi genitori però si aspettano che il prete faccia dormire il ragazzo nel suo letto a due piazze.  Il giorno successivo, a scuola, A. denuncia un malessere e tornato a casa racconta ai suoi di essere sconvolto per quanto accaduto nella notte precedente. Non racconta però di aver subito un abuso, una tentata violenza sessuale.

    Quella stessa sera i genitori di A. chiamano don Alberto Rivolta, un sacerdote che conosce la famiglia e che ha un primo colloquio col ragazzo, il quale confermerà davanti al GIP di aver raccontato al prete «soltanto il preambolo e il dopo» di quanto accaduto. Successivamente lo zio del ragazzo contatta anche don Carlo Mantegazza, all’epoca parroco di Rozzano, per chiedere che don Galli venga subito allontanato. I familiari raccontano che A. è rimasto sconvolto per aver dormito insieme al giovane prete. Ecco un brano della testimonianza preliminare di don Mantegazza, resa il 7 ottobre 2014: «Lo stesso A. aveva raccontato loro (ai suoi genitori, ndr) che durante la notte non erano accaduti fatti di approcci sessuali e rapporti sessuali, ma che il solo fatto di aver dormito insieme lo aveva molto agitato e scompensato… I genitori e lo zio mi chiesero espressamente che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia per evitare ulteriori contatti con A.».


    Ci sono alcune riflessioni da fare, la prima: la reazione della famiglia, alla quale è possibile che A. non sia riuscito a dichiarare nell’immediato il rapporto sessuale per i motivi che abbiamo citato in premessa, ma lo stato di shock del ragazzo, come successivamente leggeremo nelle testimonianze, era tale al punto di allarmare la famiglia che interviene proprio nel tentativo di comprendere meglio cosa fosse successo quella notte, perché era evidente che qualcosa fosse successo, qualcosa di così devastante che già la mattina successiva costringeva la scuola a dover chiamare i genitori perché andassero a prendere A., in evidente stato di shock, così evidente che la sera stessa i genitori di A. chiesero al parroco, don Mantegazza, l’allontanamento di don Mauro Galli dalla parrocchia.

     

    A supporto della sua tesi il vaticanista Tornielli cita quanto dichiarato il 7 ottobre 2014 da don Carlo Mantegazza, ma non tiene in considerazione che quella dichiarazione, leggendo le carte, vacilla parecchio perché smentita dal diretto interessato, monsignor Delpini, che dichiarerà alla p.g. “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    In uno dei tanti audio inediti, è lo stesso don Mantegazza che, parlando con la famiglia, ribadisce quanto accaduto nel dicembre 2011, confermando la dichiarazione fatta agli inquirenti da Delpini e smentendo la sua del 7 ottobre 2014, rivelando anche un altro passaggio importantissimo che chiarisce l’assoluta malafede della diocesi in questa vicenda, spiegando il perché la denuncia fatta nell’immediato alla chiesa milanese sia stata formalizzata all’autorità giudiziaria solo anni dopo.

    Mantegazza nell’audio dirà “quando vi capita un’altra volta una famiglia che invece di denunciare viene a dirti, come avete fatto voi, è successa sta cosa”.


    Come conferma anche la neuropsichiatra infantile Benedetta Olivari, che ha in cura il ragazzo e che il 22 ottobre 2014 davanti al Pubblico ministero dichiara: «No, A. non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti… Quello che emergeva era una grande confusione rispetto a quello che ricordava esattamente o una sua rielaborazione o interpretazione di quanto ricordava.  Diceva che era andato a dormire con il sacerdote e che si era svegliato urlando, non ricordava però il motivo per cui aveva urlato». Anche i tre migliori amici di A. nelle loro testimonianze confermano che il loro compagno non aveva parlato di abuso sessuale.


    Questo passaggio è davvero forviante perché Tornielli estrapola da un contesto ben più ampio, della stessa risposta data agli inquirenti dalla psichiatra Benedetta Olivari, un solo passaggio che, letto così ahimè pare sostenere la tesi che A. non abbia affatto denunciato, ma se invece lo proponiamo integralmente dà una chiave di lettura parecchio differente.

    Intanto emerge che l’affermazione della psichiatra è strettamente personale, si comprende la sua cautela e, in quanto medico, tiene conto di quello che ho scritto in premessa riguardo allo stato di shock della vittima, infatti: non solo afferma che A. in quel momento non era “pronto” – quindi lei non cerca di fare pressioni – ma dichiara che A. “non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti”, cioè non esclude affatto che questo non ci sia stato, anzi accresce, sottolineando che “verso l’inizio del 2012 (ovvero poco dopo i presunti abusi) A. ha cominciato a raccontare spontaneamente ed inaspettatamente un evento che era successo qualche mese prima” facendo un esplicito riferimento a quella notte.

    Come da manuale emerge l’ovvia confusione di A. e la difficoltà ad esternare – anche per via del peso che aveva la figura di don Mauro, suo padre spirituale – alternando la conseguente negazione dell’evento a tentativi di esternarlo.

    La stessa dottoressa sottolinea – anche se A. non aveva ancora dichiarato a lei personalmente – che “quella frequentazione e quell’evento in particolare era già conosciuto perlomeno dai suoi genitori”, cioè smentisce il fatto che A. non avesse detto o cercato di esternare a nessuno e in nessun modo gli abusi, dichiara che non ha riferito a lei personalmente “un chiaro episodio di abusi sessuali” dichiarazione tra le altre cose ovvia e corretta perché, qualora la dottoressa avesse appreso direttamente da A. degli abusi, in quanto pubblico ufficiale, avrebbe avuto l’obbligo di denunciare.

     

    Anche le deposizioni dei tre migliori amici di A. pur ammettendo che non vi è stata da parte sua una esplicita dichiarazione di abuso sessuale, non nascondono quanto era evidente, persino per degli adolescenti: ovvero il messaggio di A. riguardo a quella notte e la difficoltà ad ammetterlo esplicitamente era comprensibilmente legata allo stato di shock e alla vergogna di fare una simile ammissione.

       


    Va sottolineato che nell’immediatezza del fatto l’«abuso» che emerge da parte del prete è innanzitutto quello di aver fatto dormire il ragazzo nel suo letto. E poi – racconta don Galli – di averlo abbracciato per evitare che cadesse dal letto. A., a sua volta, racconta di essersi svegliato urlando e di essere stato abbracciato dal sacerdote. Le testimonianze di don Galli e del ragazzo nella sostanza dunque coincidono. A. per diversi anni non offre ulteriori chiarimenti sui fatti di quella notte e non racconta ad alcuno di aver subito un abuso sessuale.


    Qui rimando alle testimonianze dei tre amici e alla dichiarazione di Delpini già discussa prima, fatta alla p.g. e riferita al Natale 2011; “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Trovo davvero volutamente ignorante e offensivo sindacare sul fatto che A. (un 15enne in quel momento sotto shock) non avesse nell’immediatezza chiaramente espresso alla psichiatra i fatti o non li avesse confidati interamente agli amici e gridati ai quattro venti.

    Qui si parla già chiaramente di abuso sessuale, e non è limitato al fatto che A. avesse semplicemente dormito con don Mauro. Come conferma persino l’allora fidanzatina di A., il giorno successivo all’evento il sospetto era cosi reale che persino una 15enne, con tutta l’inesperienza di quell’età, comprendeva chiaramente che il suo fidanzato era stato molto probabilmente vittima di un abuso sessuale, la situazione era così chiara da aver mandato tutti in allarme e aver preteso nell’immediato che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia.

     

    È davvero scorretto giocare su questo punto: esisteva non solo un più che ragionevole dubbio, ma oltre alla deposizione di Delpini che Tornielli, chissà perché, non ha citato, anche in quella della fidanzatina di A. che Tornielli nuovamente, chissà perché, non cita, c’è chiaramente scritto che: la sera successiva al fatto “i genitori di A. avevano chiamato al telefono mia madre alla quale avevano raccontato l’abuso fatto da don Galli su A.”.

    La conferma che A. avessero dormito nello stesso letto avvalorava la tesi e, non che l’aver dormito insieme fosse l’oggetto dell’abuso e del conseguente shock.


    Che cosa avviene subito dopo? Quali decisioni vengono assunte nei confronti del giovane prete? Appena vengono a conoscenza dell’accaduto, così come è stato presentato loro dai protagonisti (ricordiamo che nessuno parla di atti sessuali o di tentato abuso sessuale), i superiori di don Galli affidano il giovane sacerdote a uno psicologo perché inizi un percorso che lo aiuti a comprendere la grave imprudenza compiuta dormendo nello stesso letto con un ragazzo il quale – a detta del sacerdote – appariva bisognoso di conforto e protezione. Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato ufficialmente dall’allora vicario generale della diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo era avvenuto ben prima.


    Devo dire che sono davvero perplesso, riassumiamo fino a qui l’esposizione di Tornielli:

    nessuno avrebbe per il momento denunciato un abuso sessuale;

    nessuno avrebbe alcun sospetto di abuso sessuale;

    l’unico “abuso” che emergerebbe consisterebbe unicamente nel fatto che il minore ha dormito con il prete;

    il prete lo avrebbe soltanto abbracciato solo per evitare che cadesse dal letto…

    ma allora perché don Mauro viene affidato ad uno psicologo? Perché ha dormito nel letto con un 15enne quando, peraltro, aveva almeno altri tre letti disponibili tra la stanza degli ospiti e il divano letto in sala?

    Ma se dormire nel letto con un prete è un abuso, siccome in parrocchia si sapeva che quella notte A. avrebbe dormito da don Mauro, perché nessuno glielo ha impedito ?

     

    Siamo seri, ma quanti preti in gita o in campeggio dormono con adolescenti? Non mi risulta che, tornati dal campeggio, finiscano sulla poltrona di uno psicologo. Se i fatti stanno come dice Tornielli, qui dallo psicologo ci deve andare chi ha mandato don Mauro, non lui.

    Ma nulla, nel passaggio successivo, siccome non era successo nulla e non vi erano motivi neppure per avviare un indagine previa, oltre ad andare dallo psicologo don Galli viene affidato alla sorveglianza di due preti più anziani ? ? ?


    Il vicario di zona, monsignor Mario Delpini (in quel momento non ancora vicario generale della diocesi di Milano), affida don Galli alla cura e alla sorveglianza di due preti più anziani chiedendo loro di accompagnarlo e di vigilare su di lui. Rimane coinvolto nella pastorale giovanile. In quel momento non c’è alcun sospetto di abuso sessuale: il giovane sacerdote ha commesso una grave imprudenza, va seguito, sorvegliato e soprattutto deve prendere coscienza dell’errore che ha compiuto. L’accompagnamento psicologico deve servire per fare emergere le sue fragilità. La prima decisione della Curia ambrosiana non risponde alle procedure codificate da attuare nel caso di un sospetto abuso, semplicemente perché la vittima non ha denunciato abusi sessuali.

    Nel luglio 2012 Delpini viene scelto dal cardinale Angelo Scola come suo vicario generale. Nel settembre 2012 avviene un incontro tra la famiglia di A. e monsignor Delpini.   Il colloquio viene segretamente registrato dai genitori del ragazzo e la trascrizione è agli atti del processo. Proprio su questa trascrizione si fonda il tentativo di addossare responsabilità all’attuale arcivescovo di Milano. Di fronte ai familiari del ragazzo – persone molto religiose e molto attive nella vita della loro parrocchia – i quali si rammaricano per il fatto che don Galli sia stato trasferito di parrocchia, ma non allontanato dalla pastorale giovanile, il vicario generale spiega come ha agito.

    Afferma Delpini, nel dialogo con i genitori di A.: «Il tentativo che è stato fatto, è stato quello di metterlo (don Galli, ndr) nelle condizioni di essere vigilato e di essere seguito, quindi vuol dire affidamento ad un certo parroco, le informazioni su quello che è successo e quindi su quello che il parroco deve vigilare, insomma, per quanto è possibile. Il fatto che viva in un posto, e presti il ministero in un altro posto, il fatto che abbia questo accompagnamento psicologico evidentemente io penso che gli psicologi che l’hanno seguito sono professionisti, che possono aver dato delle risposte, posso anche risentire evidentemente il mio dovere, non è soltanto di accontentare voi, ma è di garantirmi… che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare».


    Un modo originale quello di mettere un prete, che pur sostenendo non abbia commesso alcunché, malgrado nessuno avesse sospetti minimi, sia finito tuttavia dallo psicologo e sia sorvegliato da due colleghi sacerdoti per oscuri motivi non comprensibili a noi comuni mortali, finisca ancora in mezzo a dei ragazzi per far sì che Depini abbia la garanzia “che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare”, il buonsenso a me farebbe fare il contrario e a voi ?


    Qui Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato. L’abuso di cui parla il vescovo non equivale ad «abuso sessuale» semplicemente perché fino a quel momento né la vittima né altri hanno raccontato ai superiori di don Galli di presunti tentativi di violenza sessuale.

    Delpini continua ribadendo ai genitori che l’atteggiamento di don Galli è «certamente da condannare, cioè non è che io non sto dicendo che non ha fatto niente o che ha fatto poco, sto dicendo che è una cosa sciocca e stupida, e dolorosa oltretutto, anche per la vittima». Ancora una volta, il quadro dei fatti ai quali fa riferimento il vescovo è quello dei primi racconti, delle prime testimonianze peraltro concordanti nei fatti, della vittima e del giovane prete. Dalla registrazione si evince bene che anche il padre di A. ammette che non ci sia stata violenza sessuale, parlando soltanto di «vari abbracci». Ma senza mai far riferimento a tentativi di stupro, a tentata violenza sessuale.


    Doveroso !!! CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

    La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.


    «Non abbiamo detto a don Mauro “guarda che hai fatto una stupidata adesso ricominciamo da capo”– continua ancora Delpini – gli abbiamo detto: “hai fatto una stupidata che rivela qualcosa che non va” perché nessuno vuol dire, non è grave, però qualcosa che non va c’è nel personaggio…». Dopo l’approfondito colloquio con i familiari di A., Delpini aggiunge (un’altra citazione dalla trascrizione della registrazione effettuata): «Possiamo anche dire che ci sono delle cose da rettificare, perché evidentemente la decisione è stata presa con gli elementi che avevo al mese di gennaio, di quando è stato mandato via, e quindi… e anche con le garanzie che avevo dello psicologo e del padre spirituale: insomma di tutto quello che la Chiesa può mettere in atto. Per dire, non è che adesso uno, va be’, ha fatto una stupidata, lo cambiamo e le continua a fare… questo evidentemente… io sono allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla luna».

    Delpini, dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie». E il mese successivo, il 31 ottobre 2012, don Mauro viene destinato alla Cappellania ospedaliera di S. Maria Annunciata in Niguarda, dunque lontano dal contatto con i minori. Passa qualche altro mese, e il 10 luglio 2013 viene inviato a Roma, ospite di istituto religioso abitato solo da persone adulte. Da allora non ha più ricoperto incarichi ecclesiali. Mentre nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica, il sacerdote viene allontanato dal contatto con i minori e mandato a centinaia di chilometri di distanza da Milano.


    Ma come? All’inizio di questo paragrafo Tornielli afferma che finalmente Delpini “dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie»” e poco più avanti ribadisce che “nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica”.

    Ma povero don Galli: perché allora lo hanno prima mandato dallo psicologo, poi affidato a due sacerdoti per essere sorvegliato, adesso lo mandano a Roma, così, ancora una volta senza motivo?

    Stando alla ricostruzione di Tornielli, don Galli è indubbiamente vittima di mobbing da parte dei superiori !!!


    La situazione cambia radicalmente l’anno successivo, a metà del 2014, quando A. racconta una nuova versione, penalmente rilevante, descrivendo nel dettaglio quanto ricorda essere accaduto nel dicembre di tre anni prima. Dirà infatti che nel letto a due piazze, quella notte, don Galli ha tentato di abusare di lui , cercando di penetrarlo. Nel luglio di quattro anni fa i legali della famiglia di A. presentano una formale denuncia contro il sacerdote. Il 21gennaio 2015, dopo i primi accertamenti in loco, viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la dottrina della fede presso la Santa Sede. Il dicastero vaticano, esaminate le carte, affida la questione al Tribunale ecclesiastico lombardo (organismo regionale indipendente dalla diocesi di Milano) per l’apertura della formale causa canonica penale. Il 18 maggio 2015 a don Galli viene notificato il provvedimento di sospensione in modo cautelativo dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    «Queste decisioni – affermava in un comunicato del dicembre 2017 la diocesi ambrosiana – mai hanno avuto l’intento di “coprire” il caso…  Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento». «Non a caso – continua la nota della Curia milanese – la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché». È infatti emerso dalle testimonianze preliminari, confermate anche da quelle rese fino ad oggi durante il dibattimento, che la famiglia di A. ha appreso i fatti con maggiore contezza soltanto nel 2014 quando don Galli era già stato trasferito a Roma da un anno.

    Proprio sul modo con cui viene usato dai protagonisti della vicenda il termine «abuso» e sulla mancata chiarezza tra ciò che era conosciuto nell’immediatezza del fatto e ciò che emergerà solo nel 2014, si gioca la partita mediatica di chi cerca di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e più in generale dei responsabili della Curia di Milano la responsabilità di non aver agito adeguatamente. Le decisioni che vennero prese subito dopo il fatto si possono ovviamente discutere, specialmente col senno di poi, ma non è corretto leggerle alla luce della denuncia formale del 2014 quando venne attestato per la prima volta che il ragazzo ricordava di aver subito un tentativo di violenza sessuale.


    Tra coloro quindi che secondo Tornielli cercherebbero “di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e, più in generale, dei responsabili della Curia di Milano, la responsabilità di non aver agito adeguatamente” c’è anche un nome illustre, quello del cardinale Scola che, in una lettera ai familiari…

    I responsabili della diocesi ambrosiana non sono parte del processo penale. Mentre la famiglia ha rinunciato a costituirsi parte civile avendo concordato con don Galli un risarcimento. Né la parrocchia di Rozzano né la diocesi di Milano hanno avuto alcun ruolo nella transazione e dunque non hanno contribuito a pagare alcun risarcimento: si è trattato infatti di un accordo avvenuto tra la vittima e il sacerdote. Il processo stabilirà le responsabilità del giovane prete in questa triste vicenda. Il tentativo strumentale di «processare» mediaticamente l’arcivescovo ambrosiano, alla prova dei fatti, appare in tutta la sua inconsistenza.


    Personalmente, da vittima e anche da presidente di un’associazione di vittime, mi sento offeso da questo articolo e dalla disonestà intellettuale con la quale è stato scritto.

    Un articolo che il vaticanista Andrea Tornielli scrive omettendo i documenti di base come la deposizione del diretto interessato, monsignor Mario Delpini – che già da sola invalida sin dalla prima riga dell’articolo l’intero contenuto – basandosi invece su testimonianze di persone che pur avendo compreso l’accaduto non avevano avuto testimonianza diretta.  Calca la mano sulla fragilità del minore che come avete letto dalle testimonianze, soprattutto quelle che Tornielli ha omesso, dà chiari ed espliciti segnali sin da subito, tant’è che persino i tre adolescenti che lo stesso Tornielli cita – omettendone però la deposizione – dichiarano di aver capito fin da subito, anche senza la conferma della presunta vittima, quanto fosse accaduto.

    Quello che è imperdonabile è che senza alcun rispetto Tornielli fa leva su un ragazzino 15enne, presunta vittima di stupro, per non essere riuscito immediatamente ad esternare ancora più chiaramente di quanto avesse fatto i dettagli di quella notte. Al tempo stesso, a fronte della dichiarazione dello stesso mons. Delpini che ammette che SUBITO gli fu comunicato l’abuso sessuale, nessuna critica sul fatto che per tre anni non sia intervenuto e non abbia avviato alcuna procedura canonica, se non solo dopo la denuncia della presunta vittima all’autorità civile.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO

  • Don Silverio, anche il vescovo «indaga»

    Don Silverio, anche il vescovo «indaga»

    Il sacerdote accusato di abusi a Nola: il giallo del doppio nome. Le mamme stanno raccogliendo altre informazioni in paese

    MONTÙ. Il vescovo di Tortona verrà a Montù con le informazioni raccolte sul caso don Silverio. Non si ferma, infatti, la mobilitazione delle famiglie del paese per il caso di don Silverio Mura, il sacerdote napoletano accusato di abusi sessuali (il caso è stato riaperto dal Vaticano), che è rimasto per circa un anno nel paese oltrepadano sotto falso nome.

    E proprio sull’identità utilizzata per nascondere il suo passato, don Saverio Aversano, emergono nuovi sviluppi: il cognome è quello della madre, scomparsa alla fine del 2016, poco prima che il sacerdote partisse da Ponticelli per approdare in Oltrepo. Inoltre sembra che nei giorni precedenti alla fuga avesse fatto scorta di farmaci, come se si stesse preparando a lasciare il paese, avvisato da qualcuno.

    Le mamme investigatrici A guidare la mobilitazione c’è il gruppo di mamme del paese, i cui bambini frequentavano il catechismo proprio con don Silverio/Saverio. Superato il rammarico per non essere riuscite a fermarlo in tempo, ora hanno deciso di proseguire nelle indagini e hanno lanciato un tam tam sui social.

    «Nel nostro piccolo qualcosa siamo già riusciti a fare – commentano -. Ora ci auguriamo che questa mobilitazione anche a livello nazionale contribuisca a scovarlo». Nel frattempo le mamme stanno cercando di capire dai loro figli come si comportava durante il catechismo: «Era molto severo e durante gli incontri non volava una mosca – spiegano -. Voleva che i bambini imparassero le preghiere in latino.

    Inoltre parlava spesso del diavolo». Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda resta quello del falso nome con cui si spacciava don Silverio: «Quando è arrivato si è sempre presentato come don Saverio» assicura un abitante del paese. Questa identità fasulla sarebbe stata utilizzata anche in altre occasioni, visto che, nell’ultimo anno, la corrispondenza arrivava in canonica a nome di don Saverio Aversano.

    Nessuno, però, al suo arrivo, ha chiesto i documenti al sacerdote. L’altro enigma riguarda l’arrivo del sacerdote a Montù come aiuto pastorale dalla diocesi di Nola. I legami tra la diocesi campana e quella di Tortona partono da lontano e sono legati al vescovo Egisto Melchiori: prima di diventare vescovo di Tortona, infatti, Melchiori fu per dieci anni, dal 1924 al 1934, vescovo di Nola e da lì porto con sé a Tortona il giovane Arturo D’Onofrio, che poi fu ordinato sacerdote.

    D’Onofrio scese di nuovo a Nola nel 1943 e fondò la Congregazione dei missionari della Divina Redenzione, che nel 2010 tornò con padre Egidio Pittiglio a reggere la parrocchia di Montù. Nel 2014, poi, padre Egidio divenne superiore della Congregazione e fu nominato parroco padre Simone Baggio. Nell’ottobre 2016 è stato proprio padre Simone a chiedere alla diocesi di Nola un aiuto per la celebrazione delle messe (sotto la parrocchia ricadono anche le chiese di Costamontefedele, San Damiano al Colle, Villa Marone, Mondonico, Soriasco e Donelasco) tramite padre Egidio, che, non a caso, la settimana scorsa era a Montù, probabilmente per cercare una soluzione. Prima del servizio in tv de “Le Iene” (che ha sollevato il caso) intorno alla figura di don Silverio/Saverio non sono mai sorti dei sospetti: «Era quasi sempre sorridente – afferma un residente – Partecipava alle iniziative della parrocchia, come il pranzo degli anziani, andava a benedire le case ed è anche andato a dare l’estrema unzione ad un parrocchiano». Ora i fedeli attendono risposte dalla diocesi di Tortona, che non si è ancora espressa: «Padre Simone ci ha assicurato che il vescovo Viola sta raccogliendo informazioni sulla vicenda e che presto verrà a Montù a parlare con la comunità. Lo aspettiamo» concludono le mamme.

    Oliviero Maggi

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/03/22/news/don-silverio-anche-il-vescovo-indaga-1.16625999

  • Montù Beccaria, visita del Vescovo per far luce sul prete accusato di pedofilia

    Montù Beccaria, visita del Vescovo per far luce sul prete accusato di pedofilia

    Ha confermato la sua imminente venuta a Montù, il vescovo di Tortona Vittorio Viola, chiamato in causa dalla piccola comunità oltrepadana dopo che la presenza in paese di un sacerdote coinvolto in una grave vicenda pedofilia è diventata di dominio pubblico grazie soprattutto a un’inchiesta della trasmissione Le Iene. Don Silverio Mura, il prete accusato di abusi sessuali compiuti diversi anni fa quando era parroco nel napoletano, era arrivato a Montù da circa un anno e mezzo e qui da tutti sembra fosse conosciuto con un alias, un nome falso, ovvero Saverio e non Silverio, Aversano, il cognome della madre scomparsa nel 2016. Dopo il servizio delle Iene dei primi di marzo, in cui venivano intervistate alcune presunte vittime, sembra che l’uomo abbia fatto scorta di farmaci e se ne sia andato a bordo di una fiat punto. Dove, non si sa. Ma intanto, in paese è scoppiato il caso. Il parroco don Simone Baggio domenica scorsa a messa ha assicurato che tutti erano all’oscuro della vicenda e delle pesantissime accuse mosse a don Silverio, lo stesso ha fatto il sindaco Amedeo Quaroni, ma a diversi genitori che ai cui figli il don sotto accusa aveva fatto catechismo questa storia non è andata giù- Alcune mamme sono determinate a sapere la verità e per questo hanno chiesto l’intervento del vescovo Viola che al momento starebbe raccogliendo informazioni sul caso per poi venire in paese ad incontrare i genitori. Perché un prete coinvolto in accuse così pesanti è stato mandato a 800 kilometri da casa e rimesso a contatto con i bambini – si chiedono. Intanto, il vaticano ha riaperto l’inchiesta su quello che, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere uno dei casi più ecclatanti di abusi nella storia recente della chiesa.

  • “Mio figlio a catechismo con quel prete accusato di pedofilia”

    “Mio figlio a catechismo con quel prete accusato di pedofilia”

    “Mio figlio ha 9 anni, fa la terza elementare. Una volta a settimana faceva catechismo con don Saverio”. Simona, la mamma, è ormai l’abitudine di chiamarlo così, ma il suo vero nome è don Silverio Mura. Vi avevamo parlato del sacerdote in un servizio del 7 marzo in cui raccoglievamo la denuncia di una sua presunta vittima di atti di pedofilia, risalenti a 25 anni fa, a Napoli.

    “Noi mamme non avevamo visto il servizio del 7 marzo”, ci spiega Simona. “Le mamme spesso evitano di leggere o guardare servizi di pedofilia, fa troppo male pensare che potrebbe succedere a tuo figlio. Ma appena abbiamo saputo che un servizio de Le Iene parlava di don Silverio, ci siamo informate”.

    Abbiamo contattato al telefono Simona, una delle mamme di Montù Beccaria (Pavia) che solo dopo aver visto il servizio della Iena Pablo Trincia hanno saputo delle accuse che il sacerdote aveva ricevuto in passato. Anche perché, nel paesino, don Silverio era conosciuto con il nome di don Saverio Aversano (in realtà il cognome della madre). Ieri vi abbiamo raccontato come nonostante le accuse, fino al 7 marzo don Silverio ha continuato tranquillamente a insegnare, sotto falso nome, catechismo ai bambini. La parrochia pavese si era già difesa sostenendo: “Non sapevamo nulla del passato di Don Silverio”. Prima avevamo contattato Diego (il nome è di fantasia), una delle presunte vittime, mentre anche Papa Francesco aveva chiesto di riaprire le indagini su don Silverio. “Se perdo io, nesssuno denuncerà più gli abusi dei preti”, ci aveva detto nell’intervista Diego.

    “Abbiamo capito subito la possibile gravità della cosa e il pericolo che i nostri figli avrebbero corso facendo catechismo con lui da ottobre 2017”, racconta Simona. Quando le mamme hanno capito che si trattava di don Silverio sono andate in parrocchia, ma il sacerdote aveva già lasciato Montù Beccaria. Al suo posto hanno trovato il parroco, don Simone Baggio, che “si è subito mostrato molto collaborativo. Era mortificato, neanche lui sapeva niente”.

    Cosa ha detto a suo figlio dopo aver scoperto che il suo catechista era stato in passato accusato di pedofilia? “È difficile. La prima cosa che ho fatto è stato spiegare a un bambino di 9 anni cos’è la pedofilia. Ho cercato di chiedere a mio figlio se don Silverio si era comportato in maniera troppo intima”. E il bambino capiva? “Ha capito subito che era una cosa negativa, non c’è stato bisogno di molte parole”. “Mi ha risposto subito ‘ma scusa mamma, credi che mi farei abbracciare o toccare da qualcuno che non è i miei genitori?’’”.

    Ora alcune mamme di Montù Beccaria si stanno organizzando per incontrarsi con il vescovo di Tortona, per raccogliere più informazioni possibili. Simona è credente non praticante, quindi non frequenta spesso la Chiesa. Ma ha deciso di mandare suo figlio a catechismo “per dare a lui la possibilità di scegliere”. Ma aggiunge: “Certo che se il primo impatto con la religione cattolica è questo, non è un inizio positivo”.

    Guarda il servizio di Pablo Trincia sul caso che abbiamo mandato in onda il 7 marzo.

  • «Non sapevamo delle accuse di pedofilia»

    «Non sapevamo delle accuse di pedofilia»

    MONTU’ BECCARIA. Anche il parroco ha fatto un cenno alla questione, ieri mattina, al termine della messa domenicale, ribadendo di non sapere nulla del passato di don Mura fino al servizio delle Iene e di essersi subito mosso per risolvere un caso che rischiava di diventare spinoso. La comunità di Montù Beccaria è scossa dal caso di don Silverio Mura, che se ne è andato dal paese oltrepadano nei giorni scorsi. Il sacerdote di Ponticelli (Napoli) era a Montù da circa un anno. E’ coinvolto in un presunto caso di pedofilia, su cui di recente, per volere di papa Francesco, è stata riaperta l’inchiesta, chiusa due anni fa. Don Silverio, nel frattempo, aveva fatto perdere le sue tracce e la diocesi di Nola aveva dichiarato ufficialmente che si trovava chiuso in un convento senza contatti con il pubblico.

    In realtà negli ultimi dodici mesi era sulle colline dell’Oltrepo, ospite della Congregazione dei missionari della Divina Redenzione, di cui fa parte il parroco di Montù, padre Simone Baggio. Il parroco si sarebbe messo in contatto con la diocesi di Nola, chiedendo un aiuto pastorale per la Congregazione, e così è stato mandato don Silverio. Ma sia il Comune che la parrocchia giurano di non essere mai stati a conoscenza del passato del sacerdote, anche se, appunto, al momento, non ci sono conferme ufficiali delle accuse a lui rivolte. Il caso è tornato alla luce la scorsa settimana, quando è andato in onda un servizio de “Le Iene” in cui è stato intervistato il 40enne che accusa don Silverio di aver abusato di lui quando aveva tredici anni. E’ stato solo allora che in paese molti hanno riconosciuto nell’accusato il sacerdote che da un anno incontravano ogni giorno al bar e in parrocchia. Ed è subito scoppiata la polemica, tanto che il sindaco Amedeo Quaroni, che era fuori sede, è dovuto rientrare in paese e a Montù è arrivato padre Egidio Pittiglio, parroco fino al 2014 e ora Superiore della Congregazione, che ha sedi a Visciano, Nola e anche in Veneto. Il sindaco cerca di abbassare i toni: «Io non sapevo nulla e nemmeno il nostro parroco era a conoscenza di questa situazione – commenta Quaroni -. Tra l’altro, quando ho chiesto informazioni sul caso, il sacerdote era già stato allontanato. Chiedo a tutti di usare la massima prudenza». A Montù nessuno ha mai espresso lamentele sul comportamento del sacerdote.

    La versione è stata confermata anche dal parroco, che ieri mattina, al termine della messa, ha ribadito di non sapere nulla del passato di don Silverio e di essersi subito mosso per risolvere un caso che rischiava di diventare spinoso. Tanto che, nel giro di qualche giorno, don Silverio ha lasciato Montù Beccaria per un’altra destinazione. I montuesi, però, non nascondono il loro disappunto per la presenza del sacerdote nella loro comunità: «Quando abbiamo visto il video siamo rimasti scioccati anche perché, per qualche tempo, don Silverio ha fatto anche catechismo ai nostri bambini – afferma un residente -. Bisogna dire che si è sempre comportato bene, ma è vergognoso che il vescovo di Nola dica che era in convento, quando invece era a Montù».

    Oliviero Maggi

    http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/03/19/news/non-sapevamo-delle-accuse-di-pedofilia-1.16612595