Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO,  Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione,  Avv.  Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . (Testo integrale diffida 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990)

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.

    A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE,  il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.

    Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato  le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei  cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.

    Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.

    L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

    «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

    La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

    A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.

    Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.

    Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.

    L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.

    Attendiamo una risposta  esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto,  non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia  dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da  ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Scoperta sul web ‘La Bibbia’ dei pedofili

    Scoperta sul web ‘La Bibbia’ dei pedofili

    Un archivio nel deep web, contentente ingente materiale pedopornografico e chiamato ‘La Bibbia‘, è stato scoperto nel corso dell’operazione della polizia postale e delle comunicazioni nell’ambito di un’indagine coordinata dalla procura di Salerno. Gli agenti hanno scoperto la “catalogazione dei files illeciti” e individuato “coloro che nel tempo avevano costituito, divulgato e implementato le cartelle informatiche”. Si tratta, fa sapere la procura di Salerno, di “circa 50 persone che, mediante chat private, erano solite scambiare materiale pedopornografico, al fine di arricchire l’archivio attualmente giunto alla versione 5.0″.

    Nell’archivio, come emerso dalle indagini, c’erano migliaia di file e video ritraenti donne, soprattutto adolescenti, nude o in pose provocanti. Il materiale choc era catalogato “minuziosamente”, ogni cartella infatti aveva un titolo per “agevolare la consultazione”.

    In alcuni casi, come ricostruito dagli agenti, c’erano riportati tutti gli elementi utili per risalire alla persona ritratta, come nome e cognome ma anche riferimenti telefonici e indirizzo, in altri casi invece venivano pubblicate informazioni private, in altri ancora le foto erano state acquisite tramite social network.

    Nel corso dell’indagine, gli agenti sono riusciti anche a chiarire “l’apporto dato all’archivio informatico da parte dei partecipanti alla chat” e sono risaliti così a chi inviava le foto della ex o le foto della sorella minore di 12 anni o a chi le sottraeva da profili pubblici. Nel mirino anche un tecnico di un centro di assistenza che aveva estrapolato leimmagini da telefoni e computer in riparazione.

    Secondo quanto si sottolinea in una nota del procuratore di Salerno, Corrado Lembo, “le condotte illecite contestate agli indagati non possono semplicemente essere ricondotte alla sola creazione del più grande archivio pedopornografico e pornografico sul territorio nazionale”, infatti “l’obiettivo ulteriore degli indagati consisteva nel rendere possibile, attraverso l’identificazione, ogni forma di molestia e di gogna mediatica“.

    Trentatré persone denunciate per detenzione di materiale pedopornografico, arresto in flagranza per detenzione di ingente quantità di materiale pedopornografico di due indagati e un arresto per produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope, sequestro di centinaia di supporti informatici contenenti migliaia di file pedopornografici. E’ il bilancio delle attività eseguite su tutto il territorio nazionale nell’ambito dell’indagine coordinata dalla procura di Salerno.

    Le perquisizioni disposte dalla procura di Salerno in 14 Regioni (Campania, Lazio, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Puglia, Sicilia, Calabria, Marche, Abruzzo, Toscana, Liguria, Trentino Alto Adige e Veneto) hanno impegnato circa 200 ufficiali di pg della polizia postale, coordinati dal Centro nazionale di contrasto alla pedopornografia online del servizio polizia delle comunicazioni di Roma.

  • Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

    Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

    Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

    L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

    Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

    Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

    Echi di una visita difficile  

    Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

    In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

    La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

    Il vescovo Juan Barros  

    Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

    Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

     http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html
  • Barros, la lettera choc che smentisce il Papa

    Barros, la lettera choc che smentisce il Papa

    L’Associated Press ha pubblicato ieri una lettera esclusiva (QUI), redatta da Juan Carlos Cruz, una delle vittime del sacerdote cileno Fernando Karadima, una missiva che di fatto smentisce il Papa sul caso della pedofilia nel clero cileno e la copertura di alcuni vescovi. Il documento, secondo diverse testimonianze di membri della commissione pontificia per la tutela dei minori, sarebbe stato recapitato nelle mani di Francesco nell’aprile 2015 dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, presidente della stessa commissione.

    Juan Carlos Cruz non denuncia soltanto Fernando Karadima, già condannato sia a livello civile che canonico, ma sottolinea la “copertura” che l’attuale vescovo di Osorno, Juan Barros, e altri vescovi (in particolare Andrés Arteaga, Tomislav Koljatic e Horacio Valenzuela) avrebbero al tempo offerto. Si tratta di alcuni sacerdoti, oggi appunto vescovi, che avevano come mentore proprio il Karadima e che, a detta di Cruz, erano «vicini» mentre le vittime venivano abusate e in qualche modo partecipavano, perché venivano a loro volta «toccati» in modo «inappropriato» dal Karadima. La lettera chiede al Papa di prestare ascolto a queste denunce e di restare fedele alla sua “tolleranza zero”.

    Il “caso Barros” era esploso durante il recente viaggio di Francesco in Cile (vedi QUI e QUI), quando il pontefice fece una difesa appassionata del monsignore. «Il giorno in cui qualcuno mi porterà delle prove contro il vescovo Barros, allora parlerò», disse Francesco prima di celebrare la messa fuori dalla città cilena di Iquique. «Ma non c’è una singola prova. È tutto calunnia. È chiaro?».

    Nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno verso Roma, pur portando delle scuse e distinguendo tra la parola “prova” e quella “evidenze”, il Papa di fatto confermava che il vescovo Barros rimaneva al suo posto finché, appunto, non si fossero manifestate queste «evidenze» per inchiodarlo. Non solo. La giornalista Nicole Winfield, dell’Associated Press, presente sull’aereo fece notare a Francesco che «ci sono le vittime di Karadima che dicono che Barros fosse lì…», ma il Papa rispose: «Lei, con buon volontà, mi dice ci sono delle vittime, ma io non le ho viste perché non si sono presentate» (vedi QUI).

    Ma la lettera spuntata ieri sembra appunto smentire queste affermazioni. A questo punto poi troverebbe una ragione anche il comunicato piuttosto inusuale che il cardinale O’Malley (vedi QUI) ha fatto circolare dopo la difesa che Francesco ha fatto di Barros in terra cilena, prima della conferenza stampa sull’aereo. Il cardinale statunitense, con parole molto esplicite, si metteva dalla parte delle vittime e stigmatizzava le parole del Papa, ritenendole, di fatto, poco sensibili rispetto alla testimonianza delle vittime. C’è da pensare che il cardinale di Boston, che aveva consegnato al Papa la missiva di Juan Cruz nell’aprile 2015, fosse un po’ deluso dalle parole del pontefice di cui, tra l’altro, è vicinissimo collaboratore, in quanto membro del gruppo di nove cardinali che supportano da vicino il pontefice nel governo della chiesa universale.

    Di certo la faccenda mostra una certa confusione nella gestione di un caso delicato. Mentre scriviamo il cardinale di Boston si trincera dietro a un «no comment» e dal Vaticano tutto tace, l’ultimo atto ufficiale dalla Santa Sede è di qualche giorno fa, quando il 29 gennaio è arrivata la nomina papale del vescovo maltese Charles Scicluna come inviato in Cile, «per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso» sul caso Barros. Tanti avevano salutato questa notizia come l’indicazione che alcune novità, scriveva ad esempio il vaticanista Andrea Tornielli, «sono finalmente arrivate in mano al pontefice». C’è da chiedersi però come fossero state considerate le informazioni contenute nella missiva di Juan Cruz e che verosimilmente erano nella mani del pontefice dal 2015, tra l’altro proprio in quell’anno Francesco approvava il reato “di abuso di ufficio episcopale” e nel 2016 con un Motu proprio ne ratificava la procedura per colpire appunto i vescovi “negligenti”.

    Tra l’altro Barros è stato nominato vescovo di Osorno proprio da Francesco nel 2015. Ma il Vaticano, attraverso la Congregazione per la Dottrina della fede, aveva già condotto su Barros e gli altri vescovi vicini a Karadima un’istruttoria che aveva portato alla decisione di esonerarli dai loro uffici. Ma con una lettera firmata dal Papa nel gennaio 2015 e inviata ai vescovi cileni quella richiesta di esonero viene bloccata e poco dopo Barros viene promosso da ordinario militare a vescovo di una diocesi, quella di Osorno.

    Se la Dottrina della fede non aveva condotto una buona istruttoria sui vescovi cileni, chi ha fornito informazioni rassicuranti al Papa? Come mai la lettera consegnata dal cardinale O’Malley nella primavera 2015 non è stata considerata degna di attenzione? Quali novità hanno determinato la nomina del vescovo Scicluna? La faccenda diventa un rompicapo e uno scoglio molto difficile per il pontificato di Francesco.

    http://lanuovabq.it/it/barros-la-lettera-choc-che-smentisce-il-papa

  • UCCISO IN COLOMBIA DINO CINEL, L’EX PRETE ALLONTANATO DAL CLERO PER PEDOFILIA

    UCCISO IN COLOMBIA DINO CINEL, L’EX PRETE ALLONTANATO DAL CLERO PER PEDOFILIA

    CITTADELLA – E’ stato assassinato in Colombia l’ex prete di Rossano Veneto allontanato dal clero dopo uno scandalo pedopornografico. – Servizio Filippo Fois, immagini Archivio Repertorio, montaggio Francesco Rataj – Segui Antennatre anche sul digitale terrestre! Visita il sito www.antennatre.it per ulteriori informazioni.

  • In Vaticano due rinvii a giudizio per autoriciclaggio

    In Vaticano due rinvii a giudizio per autoriciclaggio

    Il promotore di giustizia apre l’Anno giudiziario e risponde a Moneyval. Di imminente pubblicazione la sentenza sulla «mala gestio» dello Ior. Due le indagini per pedofilia

    Una richiesta di rinvio a giudizio per il reato di autoriciclaggio è stata depositata al Tribunale vaticano «pochi giorni or sono» e una seconda sarà depositata «in tempi brevi». Due (solo uno, relativo a un diplomatico (Carlo Capella) in servizio presso la Nunziatura negli Usa, era noto) i casi di pedofilia sotto inchiesta. Lo ha rivelato il promotore di giustizia vaticano, l’avvocato Gian Piero Milano, all’odierna inaugurazione dell’Anno giudiziario dello Stato pontificio, con una relazione nella quale ha risposto alle recenti obiezioni di Moneyval circa «l’avvio di concrete iniziative giudiziarie» in materia di contrasto ai reati finanziari. È di «imminente pubblicazione» la sentenza relativa alla «mala gestio» di cui sono accusati due «dirigenti apicali» dello Ior. Il procuratore generale vaticano ha anche fatto il punto su due processi di ampia risonanza mediatica: quello sul processo sui documenti riservati filtrati alla stampa (Vatileaks), registrando che le condanne di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui non sono state appellate e sottolineando che il tema del diritto dell’informazione e della libertà di coscienza, in forza dei quali il tribunale ha constatato la carenza di giurisdizione nei confronti dei giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, è «meritevole di riflessioni e forsanche di una opportuna contestualizzazione»; e quello nei confronti dell’ex presidente dell’ospedale Bambino Gesù Giuseppe Profiti, la cui sentenza di condanna di primo grado, ha detto, è stata depositata «pochi giorni addietro». Nella relazione anche le cifre dell’attività della Gendarmeria per contrasto a furti, truffe e, in due casi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

    Riforma economica, Moneyval, autoriciclaggio

    «Posso comunicare», ha detto il Promotore di giustizia, «che gli sviluppi realizzati in talune fattispecie, anche sulla base di conferme provenienti da attività di cooperazione internazionale recentemente portate a termine, hanno consentito di depositare, proprio pochi giorni or sono, una richiesta – la prima – di rinvio a giudizio per autoriciclaggio; un caso assai complesso e delicato, originato da un esposto di una Istituzione vaticana ed un successivo Rapporto dell’AIF, posso altresì anticipare che a questa prima iniziativa farà seguito, in tempi brevi, una seconda richiesta di rinvio a giudizio, sempre per auto riciclaggio». L’ufficio del Promotore «avverte con responsabilità la delicatezza» di questa fase di messa in pratica della riforma avviata da Benedetto XVI e rafforzata da Francesco in materia di contrasto ai reati finanziari, «e l’esigenza di dare risposte concrete e convincenti alle aspettative interne ed esterne», ha detto Milano, rivendicando «l’effettività della lotta al riciclaggio da parte della giurisdizione vaticana».

    Nel quinquennio 2013-2017, ha detto, «è stato disposto il sequestro complessivo di: euro 21.847.983,23, dollari 4.762.850,25, sterline 1.471,949,59, dollari australiani 805.174,45, franchi svizzeri 650.275,81».

    Rispetto alla originaria valutazione di Moneyval del 2013, «sono stati compiuti significativi passi in avanti con risultati che possono dirsi ampiamente soddisfacenti, soprattutto per quanto riguarda il rafforzamento attuato sul piano giuridico e nel sistema di vigilanza e sanzionatorio», ha rivendicato il Pg vaticano, rilevando altresì che «se può dunque dirsi colmato il gap iniziale rispetto agli standard internazionali per ciò che riguarda le azioni di prevenzione e monitoraggio, vanno per contro registrate forti sollecitazioni per l’avvio di concrete iniziative giudiziarie (prosecutions)» perché Strasburgo ha «evidenziato il permanere di criticità riguardanti l’attività degli organi giudiziari inquirenti, in particolare la mancanza di rinvii a giudizio per ipotesi di riciclaggio».

    Prima ancora di comunicare la richiesta di rinvio a giudizio per i due casi di autoriciclaggio, l’avvocato Milano ha rilevato, al proposito che gli accertamenti che competono all’autorità giudiziaria «presentano modalità e tempi di svolgimento assai diversi da quelli, ad esempio, effettuati dalle autorità amministrative interne competenti in materia di riciclaggio», quali l’AIF vaticana; che un «altro fattore che imbriglia l’attività inquirente è collegato alla stessa fisionomia del sistema penale, soprattutto dopo l’espresso recepimento del principio di non colpevolezza», dal quale risulta che «se la prova è sin dall’inizio incerta, e non supportata da evidenze acquisite in sede di attività di intelligence od investigativa di Polizia Giudiziaria, si impone, per esigenze di giustizia, oltre che di economia processuale, che il procedimento si arresti sulla soglia del dibattimento»; che, ancora, quanto allo specifico reato del «riciclaggio», lo Stato vaticano è «inidoneo, direi refrattario, alle insidie delle attività di riciclaggio» e «il processo di selezione “riduttiva” della clientela avviato dall’Ior (che ci si ostina erroneamente a definire come banca, ma tale non è, né come tale agisce) ha certamente ridotto enormemente eventuali spazi di coltura delle pratiche di riciclaggio»; e che, infine, questo tipo di reato richiede spesso il ricorso alla cooperazione giudiziaria internazionale che «costituisce uno dei fattori di rallentamento e di ulteriore incertezza della fase istruttoria».

    Il Tribunale vaticano, ha reso noto Milano, «ha portato a conclusione due giudizi originati da segnalazioni dell’AIF: un caso è stato, ab origine, derubricato rispetto alla prospettata ipotesi di riciclaggio, e si è comunque concluso con l’assoluzione dell’imputato; nell’altro caso si è avuta sentenza di condanna per violazione della normativa sul trasporto transfrontaliero di denaro».

    Restano a oggi aperti otto fascicoli, «per i quali occorrerà compiere ulteriori approfondimenti istruttori rispetto alle valutazioni sintomatiche compiute in ambito di intelligence ed investigativo».

    Il Pg vaticano ha rimarcato che, nel quadro della riforma economico-finanziaria, vi sono ormai «stabili forme di cooperazione, di scambio di informazioni a fini investigativi tra l’Autorità di Informazione Finanziaria, l’Ufficio del Promotore di Giustizia ed il Corpo della Gendarmeria».

    Anche quanto alla cooperazione (per esempio, rogatorie) con la magistratura di altri Stati, in particolare con l’Italia, «si consolida – ed è un dato che si può registrare con compiacimento – un’aperta, sollecita cooperazione con la Magistratura italiana, che ha dato significativi risultati». Nel corso del 2017 il Tribunale vaticano ha ricevuto sei richieste di rogatoria, quattro delle quali provenienti dall’Italia, è stata data esecuzione a quattro richieste, per altre due sono in corso approfondimenti, mentre la magistratura vaticana, da parte sua, ha inoltrato due richieste di cooperazione, che hanno ottenuto «sollecita esecuzione».

    Tra le informazioni fornite dal Procuratore generale nella sua relazione, anche quelle relative alla ristrutturazione dell’ufficio della pubblica accusa, con Roberto Zanotti a capo della unità funzionale dei reati in materia economico-finanziaria, la nomina di due nuovi magistrati Eugenio Selvaggi e Carlo Bonzano, l’incremento della pianta organica del personale amministrativo, il trasferimento dell’ufficio del Promotore di Giustizia – sinora nella sede della magistratura giudicante – in nuovi locali del Governatorato, oltre alla assegnazione alla Gendarmeria di due unità specializzate provenienti dall’Arma dei Carabinieri e dal corpo della Guardia di Finanza.

    Ior  

    Il Promotore di giustizia ha inoltre reso noto «una vicenda giudiziale avviata in sede civile nei confronti di dirigenti apicali dell’Istituto per le opere di religione, citati per mala gestio e conseguenti danni da investimenti finanziari altamente onerosi per l’Istituto; i convenuti hanno contestato la fondatezza degli addebiti ed agito in riconvenzionale. Una questione molto complessa e dibattuta, che ha richiesto numerose udienze istruttorie anche con ricorso a perizie di carattere finanziario». Un probabile riferimento alla vicenda relativa all’ex presidente Ior Massimo Caloia. L’ufficio del Promotore «è intervenuto nei termini previsti dal codice “per far valere diritti nell’interesse pubblico”. Si è in attesa della sentenza, di imminente pubblicazione».

    Pedofilia 

    Il procuratore generale vaticano ha poi affrontato il tema della pedofilia e della pedopornografia, rendendo noto che sono due, non uno, i casi sotto indagine in Vaticano. Era noto il caso di un sacerdote membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. «Sono recentemente giunti all’attenzione dell’Ufficio del Promotore di Giustizia due casi di differente configurazione e rilevanza rientranti nell’ambito dei delitti contro la persona, in particolare contro i minori», ha reso noto Milano. «Gli accertamenti avviati sono alla fase preliminare e si svolgono, doverosamente, nel riserbo più assoluto, per rispetto di tutti i soggetti coinvolti; così come ferma è la determinazione a scandagliare in tutti i risvolti fattuali, giuridici ed umani la fondatezza e i contenuti delle ipotesi di reato (tali sono allo stato), alla ricerca della verità. È opera difficoltosa, sia sul piano tecnico-giuridico (a partire dalla individuazione di elementi di fatto riguardanti i soggetti passivi, rilevanti ai fini dell’inquadramento della fattispecie) sia, soprattutto, per i profili di impatto psicologico di quanti sono coinvolti in questi reati e per l’allarme che, in qualunque ambito, destano a livello sociale siffatte vicende. Con questa consapevolezza è intendimento dell’Ufficio svolgere gli accertamenti con estrema attenzione, senza nulla trascurare o sottacere, in tutte le direzioni».

    Vatileaks  

    In merito al processo dell’anno scorso sui Vatileaks, «la sentenza ha statuito la condanna dei principali imputati e non è stata appellata, significativamente», ha rilevato Milano, mentre «per gli altri coimputati a titolo di concorso, è stata rilevata la carenza di giurisdizione». La «corposa motivazione» ha riconosciuto «il diritto di informazione» e «per tal via la sentenza è giunta ad individuarne il fondamento nella libertà di coscienza, risalente nei suoi principi ispiratori ultimi al diritto divino. È affermazione di particolare interesse, meritevole – secondo il promotore di giustizia – di riflessioni e forsanche di una opportuna contestualizzazione».

    Bambino Gesù 

    Nel corso del 2017, ha poi ricordato l’avvocato Milano, il Tribunale vaticano «si è occupato di due casi di diversa gravità e contenuti, giungendo in un caso ad una sentenza di condanna per appropriazione indebita (così derubricata rispetto all’originaria accusa di peculato) a carico di uno dei due coimputati, e all’assoluzione dell’altro», l’ex presidente dell’ospedale Bambino Gesù, Giuseppe Profiti, e il suo collaboratore, Massimo Spina.

    Una affermazione che Giuseppe Profiti rettifica, in una dichiarazione a Vatican Insider, ricordando che la sentenza di condanna di primo grado «ha avuto come oggetto il reato di abuso di ufficio e non quello di appropriazione indebita o di altro reato corruttivo». Il procuratore generale vaticano ha poi sottolineato che «la sentenza è stata depositata pochi giorni addietro».

    Nel corso dell’anno passato, ha detto ancora Milano, vi è stato anche un secondo caso di cui si è occupato il tribunale vaticano, che «riguardava un tentativo di corruzione, dal quale l’imputato è stato assolto».

    Droga, truffe e furti 

    Il promotore di giustizia ha infine reso noti alcuni dati relativi alle indagini del Corpo della Gendarmeria guidato dal comandante Domenico Giani che «ha compiuto operazioni di particolare impegno riguardanti: contrasto del fenomeno della detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti con due casi scoperti; contrasto dei reati di truffa e falsificazione di timbri e sigilli; contrasto di reati predatori all’interno della Basilica vaticana, dei Musei, della farmacia ed Economato, con significativi risultati operativi». Il risultato di queste indagini hanno portato a quattro persone arrestate, 61 fermate, 18 diffidate, 186 hanno ricevuto una contravvenzione. Settanta le denunce di furto, 27 di tentativi di truffa, 68 i sinistri stradali in Vaticano.

    Era presente tra gli altri alla inaugurazione dell’Anno giudiziario dello Stato Pontificio il ministro della Giustizia italiano, Andrea Orlando.

  • Pedofilia: Papa invia Scicluna in Cile

    Pedofilia: Papa invia Scicluna in Cile

    Dopo polemiche su vescovo di Osorno accusato coprire abusi

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 GEN – Il Papa manda un suo inviato in Cile per approfondimenti sul caso ‘pedofilia’. “A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno, in Cile”, il Papa ha disposto che mons. Charles Scicluna, Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, “si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”. Il caso è stato al centro anche della recente visita del Papa nel Paese latinoamericano. Il vescovo è accusato di aver coperto gli abusi di p. Fernando Karadima, suo padre spirituale.

  • Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    Vescovo cileno Barros: il papa ci ripensa e manda un suo uomo ad ascoltare le vittime

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Dal Bollettino della Santa Sede di oggi 30 gennaio 2018: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Non è ancora l’apertura di un’indagine sul vescovo di Osorno, mons. Juan Barros, accusato da vittime e testimoni di aver coperto l’ex sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali su minori, ma forse è l’inizio: l’indagine potrebbe essere avviata se l’inviato pontificio, mons. Charles Scicluna, nella diocesi cilena dovesse riscontrare elementi a carico del vescovo.

    Papa Francesco sta dunque ritornando sui suoi passi. Aveva detto a Iquique in Cile: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». «Non posso condannarlo perché non ho le evidenze », aveva detto ricorrendo alla parola “evidenze” a correzione di quella, «prova», che aveva tanto offeso le vittime che pure avevano avuto il coraggio e la pena di raccontare quello che era loro successo o avevano visto, ma solo per aggiungere «io sono convinto che sia innocente».

    Francesco si era così tirato addosso gli strali di una ampio fronte di critiche, a partire da quella autorevolissima del card. O’Malley, l’arcivescovo di Boston a capo della Commissione vaticana antipedofilia, secondo il quale le affermazioni del papa trasmettevano «il messaggio “se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto”» (v. adista.it 21/1/18).

    Mons. Scicluna è un personaggio di asosluto rilievo nella lotta alla pedofilia. Dal 2002 al 2012 era stato intransigente promotore di giustizia (una sorta di procuratore generale) presso la Congregazione per la Dottrina della Fede nella delicata questione degli abusi sessuali, questione avocata alla Cdf, appunto, nel 2001. Poi, nel 2012, era stato improvvisamente allontanato dal dicastero vaticano e inviato nella “sua” Malta come vescovo ausiliare; una rimozione causata probabilmente anzitutto dal suo rigore, poco gradito ad alcuni settori della gerarchia vaticana: aveva insistito affinché le Chiese locali collaborassero pienamente e senza reticenze con la giustizia civile; aveva invitato le vittime a denunciare gli abusi e intimato a vescovi e preti colpevoli di farsi da parte o dimettersi. Inoltre, aveva preteso che ogni Conferenza episcopale si dotasse di linee guida severe e rigorose nel contrasto ai preti pedofili, senza lesinare critiche a quelle, compresa quella italiana, ritenute inadempienti o lacunose nel dare seguito alle indicazioni del Vaticano.

    Nel 2015 era tornato pienamente nelle sue vesti con la nomina a presidente del nuovo Collegio della Cdf incaricato di esaminare i ricorsi contro le sentenze sui delicta graviora, i delitti che la Chiesa considera più gravi in assoluto (quelli contro l’eucarestia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento di un chierico con un minore di diciotto anni, ossia la pedofilia). Tale Collegio era stato creato da papa Francesco nel novembre 2014 allo scopo di accelerare le procedure. Scicluna aveva svolto un ruolo chiave anche nella vicenda che portò alle dimissioni del conclamato pedofilo p. Marcial Maciel Degollado dalla Congregazione da lui fondata, quella dei Legionari di Cristo (v. Adista nn. 23 e 32/10).

    http://www.adista.it/articolo/58204

  • Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita di Francesco in Sudamerica

    In modo clamoroso si riapre il caso del vescovo cileno Juan Barros, vescovo di Osorno. È stato lo stesso Papa Francesco che “a seguito di informazioni recentemente pervenute” ha inviato a Santiago del Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia dei “delicta graviora”, tra i quali appunto quelli di pedofilia, “per ascoltare coloniche che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”.

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita del Papa in Sudamerica dal 15 al 22 gennaio 2018, tra le proteste di molti abitanti della città che hanno contestato già da anni la nomina di Barros e la sua presenza alla messa papale.

    Il vescovo Barros infatti è stato un allievo del sacerdote cileno Fernando Karadima che era stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 3 luglio 2011, durante il pontificato di Benedetto XVI.

    Per ben due volte Francesco ha affermato – durante il suo ultimo viaggio – che gli accusatori di Barros, in mancanza di prove, lo stanno calunniando. Poi nella conferenza stampa sul volo di ritorno Francesco si è corretto a parlando della necessità di “evidenze” .

    Una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz su Twitter ha scritto nei giorni scorsi: “Come se uno avesse potuto scattarsi un selfie o una foto mentre Karadima abusava me o altri, con Juan Barros, fermo a lato e che vedeva tutto”. La testimonianza di Cruz è corroborata da due altri sopravvissuti alle violenze di Karadima.
    Il caso Barros ha tenuto banco su tutti i media internazionali (dal New York Times al South China Morning Post) poiché ha costituito un test della capacità del Pontefice di affrontare la piaga della pedofilia del clero. Sulla vicenda, e prima di giungere in Perù, per partecipare alla messa finale celebrata dal Papa è intervenuto con un comunicato ufficiale il cardinale di Boston Sean O’Malley il quale aveva sottolineato che le parole del Papa avevano causato una “grande sofferenza” negli abusati cileni.
    Il caso Barros è segnalato nel Rapporto che il 5 settembre 2017 lo Snap (associazione di 18 mila sopravvissuti agli abusi sessuali dei preti) ha presentato al Comitato dell’Onu contro la Tortura che tra quattro mesi deve sottoporre a nuova valutazione la Santa Sede e il Vaticano, dopo i rilievi critici ottenuti nel 2014. Già allora, Papa Francesco era stato criticato dalle vittime per aver promosso due prelati cileni (accusati da alcune vittime) di aver “coperto” Karadima: si tratta dell’allora arcivescovo di Santiago, Francisco Javvier Erraruriz e il suo successore Ricardo Ezzati.
    Ezzati fu fatto cardinale cardinale nel febbraio 2014. “Erraruiz – prosegue il documento del 2014 – è stato nominato da papa Francesco nel selezionato consiglio degli otto cardinali, chiamati a riformare la Curia”.
    “Durante questo periodo (2014-2017, Ndr) – si legge ancora nel rapporto del 5 settembre scorso – Papa Francesco ha proseguito sulla sua strada nominando il vescovo Juan de la Cruz Barros capo della Diocesi di Osorno in Cile, malgrado le accuse documentate che era complice degli atti commessi da Karadima” e “nonostante una protesta senza precedenti in Cile”. Dopo la nomina (marzo 2015) il Papa aveva pubblicamente chiamato i critici “stupidi”.
    L’inviato del Papa in Cile il vescovo maltese Scicluna è stato a lungo il rappresentante dell’accusa presso la Congregazione della dottrina della Fede, per tutto il periodo del Pontificato di Benedetto XVI, ed è stato colui che ha portato alla condanna del più famoso prete pedofilo dell’America Latina, il fondatore della Legione di Cristo, Macial Maciel.
    Il vescovo Barros ha dichiarato di aver accolto “con fede e gioia la decisione del Papa di inviare Scicluna” in modo che venga stabilita la verità (stando ad un comunicato ufficiale di un portavoce della Conferenza episcopale cilena). L’arcivescovo Scicluna partirà per il Cile subito, ma naturalmente dopo aver preparato con attenzione la sua missione. Non è invece chiaro se si recherà negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove risiede una delle vittime che è appunto Juan Carlos Cruz.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/30/vescovo-juan-barros-il-papa-manda-un-inviato-in-cile-per-indagare-sui-casi-di-pedofilia_a_23347758/

  • I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    Si è parlato tanto dei processi Canonici e dei Tribunali Ecclesiastici fatti apparire come una rivoluzione senza precedenti. Peccato che si siano dimenticati di dire che cosa è in realtà un Tribunale Ecclesiastico, come funziona e quale sia il rischio per la vittima.

    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma dove paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.

    Quali sono le basi sulle quali si sviluppa il processo canonico?

    Anche in questo caso esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali che tutti conosciamo.

    Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, non è un reato penale nel quale la vittima è la parte lesa, bensì un’offesa morale a Dio. Ne viene da se che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come colui ha subito la violenza.

    Esiste ancora un’altra differenza, questa volta tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi, il sacerdote in quanto ministro di Dio è valutato ad un livello decisamente superiore di quello della vittima, la quale invece è un comune fedele, ovvero un peccatore ché ha permesso al sacerdote di “cadere in tentazione“.

    È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre e accoglie come “una madre amorevole” il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero di cui vi ho parlato pochi mesi fa, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene “rigenerato” nella sua parte morale e spirituale attraverso la preghiera, pentimento e isolamento.

    La fregatura per la vittima

    La Rete L’ABUSO sconsiglia caldamente ai propri assistiti di prestarsi ai Processi Canonici, almeno fino a quando sono in atto procedimenti nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo, ma state molto attenti perché il rischio è quello di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.

    “L’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia.”

    Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». cit. LEFT del 10-12-16 pag. 32 (di federico Tulli)

    Cosa succede in caso di condanna del sacerdote?

    Nei Tribunali Canonici la massima pena che si può infliggere ad un sacerdote è la scomunica. Viene da se che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili a meno che non sia la vittima a farlo.  Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché se per la chiesa la vittima è colei che ha portato lo sventurato sacerdote in tentazione, ci manca che la risarciscano pure.

    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa paghi, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perché la vittima non denunci alle autorità civili. In questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.

    Anche nel caso il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa in quanto qualora l’Autorità Giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa ad un processo penale e/o ad un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.

    In genere è comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che questo non diventi troppo ingombrante per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa.

    Troviamo infatti ancora preti personaggi come don Mauro Inzoli riabilitato proprio da papa Francesco, o come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben 3 volte.

    Il nostro consiglio quindi è quello di aspettare almeno che terminino eventuali procedimenti civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile la chiesa non vorrà nemmeno più fare in quanto il vero obiettivo non è punire il prete, ma aggiustare al meglio la vicenda.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

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