Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: insabbiamenti

  • I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    I presunti abusi del prete di Milano finiscono all’Onu e inguaiano l’Italia

    di Giorgio Gandola

    Adesso la macchia d’olio sulla tonaca è grande come il mare. E sporca anche l’Italia, che rischia l’incriminazione da parte delle Nazioni unite per favoreggiamento della pedofilia clericale. Il caso di don Mauro Galli, del presunto abuso sessuale nei confronti di un minore e dell’ambigua gestione da parte di Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, ha assunto una dimensione internazionale. Ieri a Ginevra, nella sede dell’Onu, la vicenda è stata al centro di un forum sulla pedofilia del clero nel quale i testimoni di 23 Paesi del mondo hanno raccontato le loro tristi storie. Per l’Italia è stata ritenuta emblematica quella del sacerdote di Rozzano che alla fine del 2011 ha fatto dormire nel suo letto un ragazzo dell’oratorio dopo averlo confessato e in questi mesi è imputato in un processo per abusi in tribunale a Milano.

    Al culmine di un lungo e tormentato percorso durato tre anni che lo ha portato più volte sulla soglia dell’autodistruzione, il giovane ha trovato la forza di denunciare ai carabinieri gli accadimenti di quella notte attraverso la famiglia. E nel corso dell’inchiesta si è scoperto che don Mario Delpini, allora vicario episcopale di zona, e don Pierantonio Tremolada (allora responsabile dei giovani sacerdoti, oggi vescovo di Brescia) – pur sapendo due giorni dopo dei contorni di quella notte attraverso il racconto del parroco del paese, don Carlo Mantegazza – avevano deciso di non denunciare ai superiori, di non favorire l’apertura di un’indagine previa (invocata da papa Francesco) e semplicemente di trasferire il prete da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con adolescenti. L’imbarazzante storia, stigmatizzata anche dall’arcivescovo Angelo Scola in una lettera ai genitori della vittima (“Mi scuso con voi per il comportamento maldestro dei miei collaboratori”), era a conoscenza del Vaticano nel 2017 quando il Pontefice decise di promuovere Delpini e Tremolada.

    Proprio questi aspetti sono stati al centro della puntuale narrazione davanti alla commissione Children rights connect delle Nazioni unite fatta da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’abuso, che ha ricostruito la vicenda sottolineando testimonianze, perizie, incongruenze con un denominatore comune: la volontà di salvaguardare l’immagine dell’istituzione ecclesiastica prima che riconoscere il trauma della vittima.

    “Il caso dimostra la continuità della linea omissiva della Santa Sede”, ha spiegato Zanardi davanti a rappresentanti di Stati Uniti, Messico, Francia, Cile, Canada, Svizzera, Germania, Inghilterra, Argentina, fra gli altri. “Nella lunga e complessa vicenda di don Galli si vede ben documentata la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori”.

    Parole pesantissime che hanno scosso l’uditorio rispetto a una vicenda che potrebbe avere conseguenze anche per lo Stato italiano. Le Nazioni unite hanno formalmente confermato l’apertura di un’indagine di verifica nei confronti dell’Italia, che proseguirà per tutto il 2018 e si concluderà nel gennaio 2019, con un’ipotesi di reato molto imbarazzante: favoreggiamento della pedofilia clericale per condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi del clero e violazione della convenzione Onu per i diritti del fanciullo.

    Nel febbraio scorso l’associazione Rete l’abuso aveva diffidato il governo italiano per una serie di omissioni d’atti d’ufficio nella ratifica di convenzioni internazionali sul delicatissimo tema.

    L’Onu è irritata con il Vaticano fin dal 2014, quando criticò una lettera circolare inviata alle conferenze episcopali di tutto il mondo perché dava “la precedenza alle procedure della legge canonica sulle procedure penali nazionali”. E chiesero agli uffici papali di “adottare regole chiare per l’immediata denuncia di tutti i casi sospetti alle autorità civili nazionali anche nei casi in cui le leggi nazionali non lo prevedono come obbligatorio”.

    A suscitare i maggiori sospetti sono le cosiddette “aree di immunità” o meglio di impunità. Quelle zone grigie nelle quali la sottovalutazione degli atti, l’omissione dei provvedimenti, la personalizzazione dei comportamenti al di fuori dei protocolli si trasformano in pelose complicità a salvaguardia dei colpevoli e a ulteriore sopraffazione delle vittime. Proprio per costruire un fronte comune nei confronti degli abusi sui minori, oggi a Ginevra nasce Eca (Ending clerical abuse), un’associazione mondiale con il compito di dare forza al grido di dolore.

    Eppure il motu proprio Come una madre amorevole firmato nel 2016 da papa Francesco è limpido come acqua di fonte: “I vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che hanno responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”. Ricordando che il diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”, il Santo padre precisa: “Tra le dette cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Il caso milanese è aperto. E ora è l’Onu a chiedersi perché promossi invece che rimossi.

    (Trascrizione da La Verità, 7 giugno 2018)

  • Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Nella giornata di ieri il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi è stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra dove insieme ad altri rappresentanti di associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo, è stato ricevuto dai Funzionari della Commissione CRC (Children Right Connection) sollevando le problematiche del “caso italiano”.

    Nel febbraio del 2018, l’associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo Italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali, diffida che aveva inviato anche al Comitato ONU per la tutela del fanciullo.

    Nella pre sezione di ieri le Nazioni Unite confermano l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato Italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale previsto per il 18 gennaio 2019.

    Nel frattempo saranno mesi di operoso lavoro per l’associazione italiana che si è formalmente fatta carico di inviare, presso la sede ONU di Ginevra, il maggior numero possibile di report sulla situazione italiana, sconosciuta alle Nazioni Unite e mai documentata dal nostro Governo.

    Un primo deposito di materiale italiano documenta la continuità della linea omissiva della Santa Sede, linea che è stata evidenziata in un report riguardante il caso di don Mauro Galli, emblematico perchè vede documentato ai giorni nostri la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori.

    Vediamo infatti che i due protagonisti, mons. Mario Delpini ed il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia da tempo al corrente delle accuse ben documentate nei loro confronti, lo scorso luglio, anzichè essere puniti come vuole la campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco, sono stati entrambi promossi, il primo a capo della diocesi piu grande d’Europa, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.

    L’incontro di ieri con i funzionari della Nazioni Unite fa parte di un meeting internazionale iniziato nel massimo riserbo il 4 giugno a Bernex (Francia), che terminerà il giorno 8 al quale oltre alla Rete L’ABUSO (Italia) partecipano i rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero arrivati da tutto il mondo tra cui Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina.

    Ulteriori informazioni sul meeting saranno rilasciate domani in una conferenza stampa che si terrà alle ore 9 a Ginevra.

    Il Presidente Francesco Zanardi

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  • Pedofilia, dopo sentenza su Wilson Papa commissaria diocesi di Adelaide

    Pedofilia, dopo sentenza su Wilson Papa commissaria diocesi di Adelaide

    L’arcivescovo è stato dichiarato colpevole per aver coperto abusi sessuali su minori commessi da un altro sacerdote. Al suo posto Gregory O’Kelly

    Papa Francesco ha nominato Amministratore Apostolico ‘Sede Plena’ dell’arcidiocesi di Adelaide (Australia) monsignor Gregory O’Kelly, Vescovo di Port Pirie. Il 22 maggio scorso l’arcivescovo Philip Wilson, è stato dichiarato colpevole dal tribunale di Newcastle, per aver coperto abusi sessuali su minori commessi da un altro sacerdote: Wilson, 67 anni, rischia una pena fino a due anni di reclusione per aver insabbiato gli abusi sui minori commessi dal prete Jim Fletcher negli anni ’70 nella regione di Hunter.

    Il prelato ha sempre negato le accuse e il suo staff di legali ha fatto quattro tentativi per far fallire il caso, sostenendo che la diagnosi di Alzheimer di Wilson avrebbe dovuto escluderlo dal processo – anche se questo non gli impediva di mantenere la sua posizione nella Chiesa. “Sono ovviamente deluso per la decisione”, ha commentato lui in una breve dichiarazione. “Ora dovrò considerare le motivazioni e consultare da vicino i miei avvocati per determinare i prossimi passi”. Le accuse, avanzate nel 2015, muovono dal lavoro di Strike Force Lantle, che dal 2010 ha indagato sui casi di occultamento di abusi sui minori da parte dell’ex e dell’attuale clero annesso alla diocesi di Maitland-Newcastle della Chiesa cattolica. Wilson era sacerdote a Maitland prima che Papa Giovanni Paolo II lo nominasse vescovo di Wollongong nel 1996. Cinque anni dopo è diventato l’arcivescovo di Adelaide.

    La conferenza episcopale australiana non ha voluto insistere sulla vicenda, limitandosi a diramare una nota stringata in cui assicura che “la tutela dei bambini e degli adulti vulnerabili è di primaria importanza per la Chiesa e per i suoi ministeri”.

    Bergoglio ha da poco assistito alle dimissioni in blocco della conferenza episcopale cilena, convocata in Vaticano dopo aver accertato decenni di coperture sistematiche dei vescovi nei confronti di preti che abusavano dei bambini. Ed è in attesa di conoscere il verdetto del processo, ancora in Australia, a uno dei suoi fedelissimi, George Pell. Il cardinale è ai vertici del Vaticano, da prefetto della segreteria per l’Economia e membro del C9. Del consiglio dei nove cardinali che collabora con il Papa nella riforma della Curia, tra l’altro, fa parte anche il cardinale Francisco Javier Errßzuriz Ossa, arcivescovo emerito di Santiago del Cile, al centro degli insabbiamenti degli abusi di Fernando Karadima.

    http://lapresse.it/papa-pedofilia-adelaide-australia.html

  • Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    Abusato sessualmente e sfruttato da un prete: l’uomo che ha smascherato i vertici della Chiesa cilena

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in uno studio di Santiago del Cile. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Per 20 anni è stato abusato dal sacerdote Fernando Karadima. La sua storia

    “Vogliamo comunicare che tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre, affinché decida Lui liberamente per ciascuno di noi”.

    Con queste parole, a mezzogiorno di venerdì 18 maggio, nell’aula Pio X, a pochi passi da San Pietro, tutti i 34 vescovi cileni hanno dato le proprie dimissioni. Un fatto senza precedenti nella storia della Chiesa.

    A parlare è mons. Juan Ignacio Gonzalez, vescovo di San Bernardo, un sobborgo di Santiago. Gonzalez è stato incaricato, insieme a mons. Fernando Ramos, vescovo ausiliare della capitale del Cile, di fare da portavoce dei piani alti della gerarchia ecclesiastica cilena nella loro visita di tre giorni in Vaticano.

    È stata una breve conferenza stampa. Non hanno accettato domande, hanno letto un comunicato e sono usciti da una porta secondaria. Lo scopo era quello di evitare i giornalisti e le domande scomode, perché fino a quel giorno di domande scomode ne avevano avute fin troppe e, come ormai era consuetudine, il silenzio era la loro sola risposta.

    Lo scorso 8 aprile papa Francesco invitava tutti i vescovi cileni in Vaticano per discutere delle conclusioni del Rapporto Scicluna, un documento di 2300 cartelle dove mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e conosciuto come lo 007 anti pedofili, evidenziava gli insabbiamenti compiuti dal clero del Cile delle denunce su abusi sessuali.

    I prelati cileni sono arrivati in Vaticano lunedì 14 maggio e il giorno dopo, durante il primo incontro con il Santo Padre, quest’ultimo ha consegnato loro una lettera, alla quale la televisione cilena Canal 13 ha avuto accesso, in cui si legge che “alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi”.

    Il papa afferma inoltre che “si sono verificati problemi nei seminari: vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l’omosessualità”.

    Parole durissime e inaspettate, soprattuto perché neanche il papa aveva creduto alle accuse che da anni si facevano contro il vescovo Juan Barros Madrid, accusato di essere stato testimone oculare delle vessazioni a danni di minori compiute dal sacerdote Fernando Karadima.

    Infatti, nel suo recente viaggio in Cile, interpellato da una radio locale, Francesco aveva affermato che tali accuse erano solo delle calunnie.

    Ma al Pontefice qualcosa non tornava e così decide di mandare mons. Scicluna in Cile e scoprire grazie al suo rapporto, di essere stato, come lui stesso ha riconosciuto, “male informato” riguardo il vescovo Barros.

    A questo punto conviene però fare un passo indietro.

    Prima che Jorge Mario Bergoglio diventasse papa, prima della storica rinuncia dei vescovi cileni, quando sul soglio Pontificio sedeva Giovanni Paolo II, un pomeriggio di inizio estate del 2003 a migliaia di chilometri di distanza, in Cile, a Santiago, nel quartiere benestante di Providencia, nella parrocchia El Bosque, il parroco Fernando Karadima era in camera sua con un bimbo di 8 anni. Da soli.

    James Hamilton, la vittima che decide di denunciare

    La chiamavano “Veronica di Jimmy” ma il suo nome è Maria Veronica, moglie di James Hamilton. Quel pomeriggio del 2003, come tutti gli altri, parcheggia la sua auto nel retro della parrocchia de El Bosque. I suoi figli sono scesi prima e sono già dentro.

    Corrono lungo i corridoi, vanno in cucina, salgono le scale del cortile, giocano. Sono anni che frequentano questo luogo e tutti li conoscono.

    Maria Veronica partecipa alla messa e si ferma a chiacchierare con delle persone. Con lo sguardo cerca suo figlio ma non lo trova. Non si preoccupa, arriverà, pensa. Per la famiglia Hamilton essere in parrocchia equivaleva all’essere a casa.

    Così decide di andare a pregare di fronte al Santissimo, momento in cui arriva James.

    – Dov’è nostro figlio? chiede lui

    – Non lo so. risponde la madre.

    A James si gela il sangue. Come un animale che riconosce l’odore del pericolo, annusa l’aria, ha paura dei suoi pensieri. Il bimbo compare all’improvviso, non era perso.

    – Dov’eri? chiede il padre
    – Ero su, in camera da letto con il prete.

    James Hamilton, guarda suo figlio e il panico si confonde con la rabbia. il viso gli si contorce. Sgrida il bambino come non lo aveva mai fatto prima “ non voglio che tu vada da solo in camera del prete!”. Veronica è confusa, non capisce il perché di tale reazione. Anni dopo in un’intervista avrebbe detto “non riuscivo a comprendere. Il prete Karadima aveva tutta la nostra fiducia. Era persino il padrino di nostro figlio”.

    James Hamilton lavora come medico chirurgo in un prestigioso studio di Santiago. Adesso ha 53 anni, è sposato in seconde nozze ed ha sei figli. Questo medico alto, occhi verdi, risoluto e allegro non vuole essere considerato una vittima anche se per 20 anni è stato abusato da Fernando Karadima.

    Gli Hamilton sono una famiglia abbiente, James ha studiato nelle migliori scuole e università, ma alle spalle aveva una storia di solitudine e abbandono che il prete, come fanno i vecchi predatori, ha percepito e sfruttato.

    Nella sua prima intervista televisiva nel 2010, James Hamilton racconta pubblicamente degli abusi a cui era stato sottomesso a El Bosque: “Avevo 17 anni quando conobbi il padre Karadima. Fu meraviglioso, sentivo che si prendeva cura di me. Diceva di voler essere mio padre”. Per James non esisteva altro mondo al di fuori della parrocchia. All’epoca la vita erano i suoi studi e Dio.

    Durante quell’intervista, James si schiarisce la voce diverse volte, ha difficoltà a parlare, piange e in silenzio elabora i pensieri. “Un giorno in parrocchia fu organizzata una gita e andammo in una casa fuori Santiago.

    Una volta arrivati il prete ordinò a tutti di andare a comprare delle cose e mi chiese di restare con lui. Ero felice. Volevo conversare ma ci mettemmo a guardare la televisione seduti su un divano, così lui mi poggiò una mano sulla gamba, come lo fa un padre, solo che poi mi toccò i genitali. Io feci cortocircuito.

    Lui cominciò a masturbarmi…mi piaceva ed ebbi un orgasmo”. James trattiene il fiato e continua “Quel giorno qualcosa si è rotto dentro di me. Non so quante persone abbiano sentito di disintegrarsi dentro, ma posso dirvi che succede”.

    Gli abusi del prete sul ragazzo non si fermano. James diventa adulto ma non riesce a scrollarsi di dosso il potere che Karadima ha su di lui. Arriva a tal punto che permette che sia lo stesso prete a combinare il matrimonio con Maria Veronica, una ragazza docile e ingenua.

    Karadima celebra le nozze e battezza i loro figli. Il parroco di El Bosque sceglie in quale appartamento deve abitare la famiglia e interferisce come una presenza invisibile nelle loro dinamiche. Il prete è il loro direttore spirituale e confessore.

    James Hamilton diventa un medico rispettato e ammirato, ma vive in un limbo fra la sua vita pubblica e ciò che succede in camera da letto di Karadima. “Lui aveva il controllo assoluto su di me. Avevo il terrore di perdere il suo favore.

    Era come perdere il favore di Dio. Ero io il colpevole di provocare il prete. Mi sentivo spazzatura e alla fine non m’importava nulla, lasciavo che mi usasse”, avrebbe ammesso anni dopo.

    James si sommerge così in una spirale sempre più distruttiva. Sensi di colpa, necessità di approvazione, una famiglia perfetta, successo professionale, attività sessuale con il parroco, tutti pezzi di un puzzle dove il tassello mancate era la sua coscienza, fino a quando suo figlio si perde in parrocchia e il medico capisce di dover affrontare la realtà. Non ci sono più scuse, bisognava agire.

    Dopo questo avvenimento James Hamilton cominciò la lotta più dura della sua vita. Una lotta che avrebbe avuto come risultato la rinuncia di tutti i vescovi cileni e la richiesta di perdono dello stesso papa Francesco perché quello che James si trovò di fronte fu un sistema che, come ha sentenziato lo stesso Santo Padre quando ha incontrato i vescovi cileni, non proteggeva le vittime.

    “Le denunce (di abusi sessuali ndr) ricevute sono state qualificate come inverosimili mentre rappresentavano gravi indizi di un delitto. Certe inchieste non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

    Ci sono state anche – prosegue il papa nel documento consegnato ai vescovi – pressioni su coloro che dovevano fare i processi, e c’è stata anche la distruzione di documenti compromettenti”.

    Le parole del Papa sono arrivate qualche settimana fa, ma mentre questo medico cileno prendeva il coraggio di denunciare gli abusi correva il 2005 e James non era altro che David contro Golia.

    Le denunce e gli insabbiamenti

    “Durante quasi dieci anni siamo stati trattati come dei nemici perché abbiamo lottato contro l’abuso sessuale e l’insabbiamento nella Chiesa”. Così cominciava lo scorso due maggio la conferenza stampa di James Hamilton e le altre due vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, tenutasi a Roma in seguito agli incontri personali dei tre con papa Francesco.

    Dopo aver letto le pagine del rapporto di mons. Scicluna in Cile, il Santo Padre ha deciso di invitare in Vaticano prima le vittime del parroco de El Bosque, poi i vescovi (visita conclusasi con la rinuncia in blocco dei prelati) e infine altri sacerdoti vittima anch’essi di abuso di potere e coscienza all’interno della parrocchia di Karadima.

    “Il Papa ci ha chiesto ufficialmente perdono – ha raccontato Hamilton alla stampa – a nome suo della Chiesa universale”. Ma prima di ricevere l’invito del papa le tre vittime hanno dovuto affrontare l’archiviazione delle loro denunce, pressioni indebite da parte dei sacerdoti della cerchia di Karadima e i loro tentativi di screditarli pubblicamente. 

    La prima a denunciare gli abusi di Karadima è stata Maria Veronica Miranda che nel 2004 dà il via ad un lungo processo canonico contro il parroco de El Bosque. L’anno dopo è stato il turno di Hamilton, ma lui aveva paura.

    Pensava che la denuncia gli avrebbe comportato ripercussioni nella sua carriera, infatti non è passato molto tempo prima che venisse licenziato dalla clinica dove lavorava.

    Il giorno in cui decidere di raccontare la sua verità porta con sé un rosario. Si siede in sala di aspetto e comincia a pregare. L’uomo finalmente è riuscito a separare la propria fede dalla figura del suo confessore e aguzzino.

    Le denunce arrivano sulla scrivania dell’allora cardinale Francisco Javier Errazuriz. In un’intervista con CNN Chile, James Hamilton racconta che la sua dichiarazione “viene consegnata al cardinale Errazuriz che procede all’archiviazione nonostante ci fosse l’indicazione di mons. Esclusero di cominciare un processo ecclesiastico contro Karadima”.

    La relazione fra James e Maria Veronica si frantuma e due coniugi chiedono la nullità religiosa del loro matrimonio per “abuso sessuale, spirituale e psicologico”, perpetrato dal direttore spirituale di James.

    Nel 2010 il caso divenne pubblico e Hamilton chiede una riunione con Taricisio Bertone, all’epoca Segretario di Stato del Vaticano, il quale si trovava in Cile in visita ufficiale ma egli si negò all’incontro.

    Hamilton afferma che “Quando venne Bertone in Cile nel 2010 io chiedo un colloquio con lui ma mi è stato rifiutato (…) mi si cerca inoltre di far firmare una lettera dove assumevo la mia omosessualità, tra l’altro non vera, e affermavo che al momento dei fatti con Karadima ero già maggiorenne”.

    Finalmente, nel 2011 la Santa Sede conferma la colpevolezza di Karadima. Il parroco de El Bosque viene scomunicato e inviato a vivere in penitenza.

    Ma, la ferita si è riaperta quando nel marzo 2015 papa Francisco nomina Juan Barros come vescovo di Osorno, prelato che nel 2012 era già stato accusato di aver partecipato agli insabbiamenti delle denunce contro Karadima.

    Insieme a Tomislav Koljatic, Andres Artega e Horacio Valenzuela, sono stati accusati da Hamilton, Cruz e Murillo di aver protetto il loro mentore Karadima.

    Dopo gli incontri che papa Francesco sta tenendo in Vaticano, sarà egli stesso che deciderà le sorti del cardinale emerito Francisco Javier Errazuriz e dei vescovi appartenenti alla cerchia di Karadima.

    Da quel giorno nulla nella Chiesa cilena sarà come prima e forse essa ritroverà, come ha scritto Francesco, la sua missione profetica.

    https://www.tpi.it/2018/05/29/cile-abusi-sessuali-preti-denunce/

  • Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Linea dura – Il Papa ha ammesso di aver sottovalutato il caso e ha fatto dimettere i vescovi. Ma le omertà in diocesi e nei seminari sono la norma.
    di Marco Marzano
    La decisione dei vescovi cileni di rassegnare in blocco le dimissioni dai loro incarichi al papa è clamorosa. Segnala la consapevolezza di una responsabilità collettiva dell’episcopato cileno per i gravi crimini commessi da membri della Chiesa in quel Paese. Il gesto giunge dopo decenni di insabbiamenti ed è la conseguenza di un drastico cambiamento di linea di Francesco nel contrasto alla pedofilia clericale in Cile. Sino al gennaio di quest’anno e cioè al suo viaggio nel Paese andino, Francesco non sembrava scontento di come andavano le cose nella chiesa cilena. Nel 2015, aveva promosso, nominandolo vescovo, Juan Barros, un “allievo” e amico del pedofilo abusatore Don Fernando Karadima. Quando Francesco lo ha nominato vescovo sul capo di Barros pendeva già l’accusa di aver assistito impassibile alle violenze che Karadima infliggeva ai minori. Proprio durante quel viaggio, Francesco aveva reagito con fastidio alla domanda di chi gli aveva chiesto conto del suo sostegno a Barros rispondendo che della complicità di quel vescovo con i crimini di don Karadima non c’erano riscontri certi e quindi, fino a prova contraria, quelle contro di lui erano calunnie. Quelle parole parvero l’ennesima manifestazione della complicità vaticana con gli abusatori e suscitarono la reazione indignata di molta parte dell’opinione pubblica, non solo cilena. È a quel punto che il papa fece mostra di esser pronto a cambiar linea, ammise di essersi sbagliato nel giudicare la situazione cilena, dichiarò di essere stato male informato e di voler andare finalmente a fondo della questione. Mandò un Cile un suo investigatore che acquisì nuove informazioni, poi convocò i dirigenti cileni a Roma e ottenne le loro dimissioni. Adesso gli toccherà procedere alle necessarie epurazioni, cioè al licenziamento di massa dei vescovi cileni. Se ciò non avvenisse, se il papa prendesse tempo e nel frattempo la vicenda venisse dimenticata dai media, ci troveremmo dinanzi a una sceneggiata sulla pelle delle vittime. In una lettera indirizzata ai vescovi cileni che doveva rimanere riservata (e di cui alcuni giornali hanno pubblicato stralci) Francesco ammette che i problemi in Cile vanno ben al di là del caso Karadima-Barros, che nella chiesa cilena si sono verificati nel tempo abusi e mancanze di tutti i generi, che sono stati distrutti documenti che compromettevano alcuni preti, coperti e protetti o trasferiti precipitosamente da una parrocchia all’altra e subito incaricati di occuparsi di altri minori. Le accuse hanno riguardato anche le istituzioni formative, i seminari, colpevoli di non aver arrestato la carriera di preti che già da studenti mostravano chiari segni di un comportamento patologico nella sfera sessuale e affettiva. Il problema è “il sistema” ha concluso il papa. Ed è verissimo. Il punto è: quale sistema? A meno di non voler credere che la chiesa cilena abbia sviluppato patologie tutte peculiari, che fosse una sorta di associazione a delinquere fuori controllo e a meno di negare che fenomeni identici a quelli descritti dal papa nella sua lettera si sono verificati ovunque nel mondo bisogna ammettere che il sistema è la chiesa stessa nella sua attuale forma organizzativa. Il problema è cioè un’organizzazione strutturata intorno alla supremazia di una casta clericale tutta maschile e celibe formata intorno ai valori della fedeltà assoluta e della disciplina di corpo all’interno di istituzioni totali e claustrofobiche come i seminari e poi investita del monopolio assoluto nella gestione del sacro, della competenza esclusiva di tutti gli aspetti cruciali della vita dell’istituzione. Se il pontefice vuole davvero combattere fino in fondo il sistema e debellarlo, perché non prende tutti in contropiede e assume l’iniziativa di avviare una grande riflessione collettiva e pubblica, eventualmente attraverso un sinodo straordinario, sul tema della responsabilità dei funzionari e delle
    istituzioni cattoliche nei tantissimi casi di abusi sui minori commessi dai membri della Chiesa nella sua storia recente? E perché non invita a farne parte anche quegli studiosi che da anni sostengono che il problema degli abusi sessuali da parte del clero cattolico va affrontato mettendo in conto l’eventualità di dover smantellare la tradizionale strutturale clericale che da secoli, e senza alcuna discontinuità sino al presente, governa la Chiesa ai quattro angoli della terra? Questo sì che sarebbe l’inizio della rivoluzione.
    in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2018
  • Lo scandalo abusi e l’ira del Papa:  34 vescovi cileni si dimettono

    Lo scandalo abusi e l’ira del Papa: 34 vescovi cileni si dimettono

    Ora sarà il pontefice a decidere se confermare le richieste di dimissioni. La decisione dopo lo scandalo per gli insabbiamenti, le coperture e le vittime inascoltate

    CITTÀ DEL VATICANO «Sono molto emozionato. Fa bene al nostro amato Paese, a tanta gente che ha sofferto per vescovi corrotti e falsi, a tutti i sopravvissuti ignorati nel mondo intero. Non si torna indietro. La storia è cambiata…». Juan Carlos Cruz, una delle vittime del prete pedofilo Fernando Karadima, lo aveva scritto su Twitter poco prima: «Che rinuncino tutti!». A fine aprile aveva parlato per tre ore con Francesco, «io voglio che nessuna vittima si senta più sola». Ed ora, a metà giornata, ci sono due vescovi cileni che nella sala Pio X sillabano un comunicato inaudito, alle spalle una riproduzione della Madonna di Guadalupe che schiaccia il Male: «Tutti noi vescovi presenti a Roma, per iscritto, abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre».

    Francesco aveva concluso giovedì l’ultimo dei quattro incontri con i 34 vescovi convocati a Roma dopo lo scandalo pedofilia che ha travolto la Chiesa in Cile: insabbiamenti, vittime inascoltate e calunniate. Fin dal primo giorno i monsignori avevano dichiarato — anche perché non avevano scelta — di rimettersi alle decisioni del Papa. Sarà il pontefice a decidere se e chi confermare. Del resto, in una lettera riservata ai vescovi, Bergoglio parla di un problema che non si risolve «solo con la rimozione di persone, che pure bisogna fare»: non è che «muerto el perro se acabó la rabia», la rabbia non finisce perché muore il cane, «il problema è il sistema».

    In dieci cartelle, Francesco scrive di «negazione di ascolto e giustizia», denunce e «gravi indizi qualificati come inverosimili», «gravissime negligenze nella protezione dei bambini», sacerdoti «sospettati di praticare l’omosessualità» e messi alla guida di seminari, pedofili spostati e «accolti in altre diocesi», «documenti distrutti» per occultare prove, «pressioni» su chi doveva istruire processi. Una Chiesa «narcisistica e autoritaria», «elitarismo e clericalismo» come «sinonimi di perversione ecclesiale».

    Tutto nasce dal caso Barros, il vescovo accusato di aver coperto Karadima, ora 87 anni, potente fin dagli anni della dittatura di Pinochet. In Cile, a gennaio, il Papa aveva difeso Barros: «Sono calunnie, per due volte ho respinto le sue dimissioni, non ci sono evidenze». Ma poi ha disposto un’indagine affidata in febbraio all’arcivescovo Charles Scicluna: 64 testimoni sentiti a Santiago del Cile, 2300 pagine. Prima dei vescovi, ha ricevuto le vittime. Cruz, James Hamilton e José Murillo hanno accusato in particolare i cardinali Ricardo Ezzati, arcivescovo di Santiago e Francisco Javier Errázuriz, l’emerito che fa parte del «C9» del Papa: «Sono criminali». Errázuriz non ha presentato rinuncia perché è in pensione e a Roma si è mostrato indignato, «mi diffamano, il Papa ha detto che l’ho informato bene».

    Francesco tuttavia aveva chiesto perdono alle vittime e ammesso i suoi errori«specie per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». È solo l’inizio. Marie Collins, la vittima che abbandonò polemica la Commissione vaticana, non si fida: «Nessun vescovo rimosso, solo disposti a dimettersi. Niente in realtà cambia».

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_maggio_18/pedofilia-vescovi-cileni-rassegnano-dimissioni-blocco-8aed0750-5a8c-11e8-be88-f6b7fbf45ecc.shtml
  • La doppia morale della chiesa di Bergoglio; tante scuse alle vittime e collette per pagare i processi ai pedofili in sottana

    La doppia morale della chiesa di Bergoglio; tante scuse alle vittime e collette per pagare i processi ai pedofili in sottana

    La grande tolleranza zero di Bergoglio si sta trasformando in uno spettacoluccio davvero becero e di cattivo gusto, l’ennesimo schiaffo alle vittime, questa volta direi davvero raccapricciante: arriva da oltre oceano, dall’Australia dove l’arcidiocesi di Sidney ha avviato una raccolta fondi per sostenere le spese legali non delle vittime, no, quelle del cardinale Pell, accusato di abusi sessuali e di insabbiamenti in favore di sacerdoti suoi sottoposti.

    Il cardinale avrebbe difficoltà nel sostenere le spese legali perché, in virtù dell’umiltà francescana tanto acclamata nel papato di Bergoglio, il cardinale ha scelto il team legale più prestigioso, quello del penalista Robert Richter che costerebbe, secondo le indiscrezioni dei media australiani, decine di migliaia di dollari al giorno.

    La cosa irrita parecchio, perché il problema è una quotidianità per le vittime e proprio pochi giorni fa la mamma di una vittima seguita dall’associazione, lamentava le difficoltà nell’affrontare le spese legali che spesso costringono la vittima a patteggiare poche decine di migliaia di euro di risarcimento, cifre che non bastano neppure per sottoporsi a qualche ciclo di analisi.

    Quella di Pell è decisamente vergognosa ma, purtroppo, non è la prima volta che siamo costretti ad assistere e subire queste disparità, guardate il caso che coinvolge la diocesi di Milano, difesa insieme al sacerdote a ella parrocchia da un altro prestigioso studio legale, quello del Professor Mario Zanchetti, otto avvocati, la vittima si è accontentata di uno… e si è trovata costretta a patteggiare per l’impossibilità economica a proseguire il processo. Ricordiamo poi il discusso caso di don Luciano Massaferro che, in terzo grado, se pur perdendo, trovò le risorse per farsi difendere niente popò di meno che dall’avvocato Franco Coppi.

    Quella di Pell è particolarmente raccapricciante, ricordiamo che il Vaticano è lo stato più ricco al mondo (qui i costi dell’Italia) e se voleva assumersi una tale difesa per un suo ministro doveva finanziarla: una raccolta pubblica di fondi così esosa, anche se raccolti da uno studio legale ma di fatto veicolata dall’arcidiocesi, forse avrebbe avuto un senso se fosse stata per tutti gli avvocati, vittime e cardinale.

    di Francesco Zanardi

  • Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

    Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

    Le parole di Cruz, Hamilton e Murillo con la stampa internazionale dopo i giorni trascorsi con Papa Francesco: «Gli insabbiatori ci hanno fatto più male di Karadima»
    Che cosa può esserci di peggio, di più corrotto e criminale di un prete che grazie alla sua posizione di potere e alla sua influenza abusa sessualmente di bambini e adolescenti? Che cosa può esserci di peggio di questo reato, di questo peccato, di questo crimine che «uccide l’anima» (copyright monsignor Charles Scicluna) delle vittime? Che cosa può esserci di peggio di chi scandalizza i piccoli, gli innocenti, i più deboli, e invece di farli crescere nella fede li annienta rovinando loro la vita? Chi ha seguito mercoledì 2 maggio 2018 la conferenza stampa di Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo , le tre vittime del prete pedofilo cileno Fernando Karadima che sono state lungamente ricevute da Papa Francesco nei giorni scorsi, ha potuto ascoltare una risposta tremenda e illuminante.

    Hamilton, rispondendo alla domanda su che cosa avrebbe voluto dire a Karadima se il suo abusatore fosse stato davanti alla diretta tv in quel momento, ha risposto: «A Karadima non voglio dire niente. Ma vorrei dire ai vescovi insabbiatori che il maggior danno non è stato quello che mi ha fatto Karadima ma quello che mi hanno fatto loro. Mi hanno ucciso di nuovo quando sono venuto a chiedere il loro aiuto, quando stavo morendo dentro e loro hanno fatto di tutto per uccidermi per la seconda volta. Sono dei criminali».

    Ecco, anche se potrebbe sembrare strano – come si può concretamente paragonare l’abuso sessuale con l’insabbiamento? – ciò che questa vittima di abusi ha percepito è stato l’essere ucciso una seconda volta. E dunque è arrivato a dire chi può essere peggiore di un prete abusatore. Un superiore, un vescovo che invece di accogliere, ascoltare, confortare la vittima che denuncia l’abuso, rifiuta di riceverla. Rifiuta di incontrarla. La considera un “nemico” del buon nome della Chiesa, minimizza i suoi racconti considerandoli certamente calunniosi prima ancora di averli ascoltati. Non si cura del bambino, del ragazzo, dell’adolescente o dell’uomo devastato, che domanda innanzitutto di essere preso sul serio, accolto, sostenuto, aiutato. Lo respinge, e invece di proteggere la vittima, protegge il carnefice, cioè il prete che ha compiuto quegli abusi che Papa Francesco ha paragonati ai sacrifici satanici.

    Non si può comprendere la vicenda cilena, come a quella di tanti altri Paesi dove questa piaga (o questa «epidemia» per usare l’espressione cara alle tre vittime di Karadima) è diffusa, senza partire dalla sofferenza degli abusati. Sofferenza che le coperture e gli insabbiamenti hanno reso ancor più terribile, al punto da far apparire queste ultime persino più dolorose della stessa esperienza degli abusi.

    Ciò che emerge dai racconti di questi tre uomini, le cui vite sono state distrutte dalla rapacità di padre Karadima ma anche dal vergognoso atteggiamento di chi lo ha coperto, garantendogli l’immunità e l’impunità per anni, nonostante le denunce, è dunque emblematico. E ci dice quanto importanti siano i gesti di accoglienza, di ascolto, di vicinanza. Come pure ci dice quanto sia importante che la ferita non venga chiusa frettolosamente e che la Chiesa cilena assuma quella consapevolezza penitenziale contenuta nella lettera di Francesco all’episcopato . Senza fare lo scaricabarile, ma riconoscendo le gravi mancanze commesse innanzitutto nell’aver respinto queste vittime di abusi abusando nuovamente di loro.

    «Durante quasi dieci anni noi siamo stati trattati come nemici perché lottavamo contro l’abuso sessuale e le coperture nella Chiesa. In questi giorni abbiamo conosciuto un volto amichevole della Chiesa, totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto prima», hanno affermato Cruz, Hamilton e Murillo. Colpisce che quell’attenzione e quella accoglienza che non hanno potuto sperimentare nel loro Paese, le tre vittime di Karadima l’abbiano incontrata in Vaticano, visitando il successore di Pietro. «Per me è stato un incontro molto gratificante e riparatore – ha detto Hamilton parlando del lungo tempo trascorso a tu per tu con il Pontefice – e la sua richiesta di perdono era molto sincera. Ci siamo trovati di fronte ad un uomo non superbo. Dicendoci che lui si era sbagliato, era il segno che non è infallibile. Perché se si sbaglia e lo riconosce, si trasforma in infallibile! È stato davvero umano».

    E Juan Carlos Cruz ha raccontato: «Ho parlato con il Papa delle coperture, nel dettaglio, approfonditamente. Io non ho mai visto uno così contrito nel chiedere perdono. Una richiesta di perdono che veniva dal cuore. Per me, nel mio caso, il Papa era veramente dispiaciuto e per me è stato veramente importante. “Io sono stato parte del problema, chiedo perdono”, ha riconosciuto. Ora il perdono richiede azioni nel futuro, spero che non gli tremi la mano nelle decisioni che deve prendere».

    http://www.lastampa.it/2018/05/03/vaticaninsider/abusi-quel-dolore-delle-vittime-uccise-due-volte-zAmYiI11wwoikHxjtf1muI/pagina.html

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • Commissione per la Tutela dei minori, il Papa approverà definitivamente lo statuto

    Commissione per la Tutela dei minori, il Papa approverà definitivamente lo statuto

    Lo rende noto un comunicato dell’organismo a conclusione della plenaria di aprile. I 16 membri a confronto con il Survivor Advisory Panel della Chiesa di Inghilterra e Galles

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di confermare definitivamente lo statuto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Lo rende noto un comunicato dell’organismo presieduto dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, diffuso oggi pomeriggio, a conclusione della plenaria primaverile che si è svolta a Roma.

    Lo statuto, pubblicato l’8 maggio 2015, era stato approvato il successivo 21 aprile ad experimentum per tre anni dal cardinale segretario di Stato Parolin per mandato del Pontefice; la bozza, all’epoca, era stata presentata per l’approvazione dal cardinale O’Malley.

    I 16 membri della Commissione, otto uomini e otto donne, tra cui alcune vittime di abusi, nominati a febbraio scorso e provenienti dai cinque continenti, sono stati ricevuti dal Papa ieri mattina sabato 21 aprile. I contenuti dell’udienza non sono stati resi noti dalla Sala Stampa della Santa Sede, al contrario di quanto avvenuto per l’udienza di fine plenaria del 21 settembre 2017, quando Papa Francesco rivolse ai membri un forte discorso tutto a braccio in cui ribadì la volontà di «non concedere la grazia» a nessun sacerdote che si fosse macchiato del reato di pedofilia.

    Nel corso dell’incontro di ieri mattina, i membri della Pontificia Commissione hanno spiegato al Papa su quali priorità si concentrerà il loro lavoro, avviato ormai quattro anni fa. Tali priorità si riflettono nei seguenti gruppi di lavoro: “lavorare con i sopravvissuti”, “istruzione e formazione”, “linee di base e standard di protezione”.

    I gruppi sono «parte integrante» della struttura di lavoro della Commissione. Nei mesi che intercorrono tra le due plenarie annuali previste dagli statuti, questi team conducono ricerche e progetti in aree fondamentali per la missione di rendere la Chiesa «una casa sicura» per bambini, adolescenti e adulti vulnerabili. Ovvero l’obiettivo primario per cui il Papa decise di istituire un organo consultivo anti-abusi in Vaticano con un chirografo del 2014.

    Tra le novità della plenaria di aprile va segnalato l’incontro dei 16 commissari pontifici con i membri del Survivor Advisory Panel (Sap), comitato consultivo per i sopravvissuti nato in seno alla Chiesa cattolica di Inghilterra e Galles per garantire che la National Catholic Safeguarding Commission (Ncsc) possa ricevere informazioni appropriate e tempestive oltre che suggerimenti sulle azioni da condurre a favore delle vittime.

    Come informa la nota pubblicata oggi, l’incontro tra i due organismi rientra nell’impegno costante con cui la Pontificia Commissione per la Tutela dei minori vuole garantire che le idee e il contributo delle persone che hanno subito abusi marchino tutti gli aspetti del lavoro.

    Da parte loro, gli ospiti inglesi hanno affermato che l’essere stati ascoltati in modo così attento dai membri di un organismo vaticano li ha «responsabilizzati»: «Hanno potuto vedere che la loro condivisione e il mettere le vittime al primo posto avevano un impatto sulla Commissione».

    Uno dei componenti del Survivor Advisory Panel ha dichiarato infatti: «Spero che la nostra visita aiuti la Pontificia Commissione per la Tutela dei minori a sviluppare una rete più ampia di sopravvissuti che sono disposti a consigliare e sostenere il lavoro in corso della Commissione in modo analogo».

    O’Malley e gli altri membri si dicono anche grati al gruppo del Sap «per aver condiviso così generosamente le proprie conoscenze ed esperienze con l’Assemblea. Ciò aiuterà la Commissione a sviluppare modi efficaci per integrare la voce delle vittime e dei sopravvissuti nella vita e nel ministero della Chiesa».

    Durante la plenaria, infine, la Commissione anti-abusi ha ascoltato le presentazioni su: “I risultati della Royal Commission australiana”; “La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia” e “Il ruolo delle comunità di fede nel superare il trauma degli abusi”.

    Come accennato, Papa Francesco ha rinnovato l’organigramma della Commissione pontificia il 17 febbraio 2018, alcuni mesi dopo la scadenza del mandato di tutti i membri. Tre dei quali si erano volontariamente dimessi: l’ex vittima Marie Collins, oltre un anno fa, suscitando grande scalpore; la psicologa francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori; Peter Saunders, anche lui sopravvissuto, già sospeso dal febbraio 2016 dopo aver espresso durissime critiche al cardinale George Pell in una tv australiana su presunti casi di insabbiamenti, infine dimessosi volontariamente a dicembre 2017, pochi giorni prima dello scadere del mandato.

    Attualmente fanno parte della Commissione pontificia nove nuovi commissari: suor Jane Bertelsen, F.m.d.m. (Gran Bretagna); suor Arina Gonsalves (India); Ernesto Caffo (Italia, fondatore e presidente del Telefono azzurro); Neville John Owen (Australia); Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Nelson Giovanelli Rosendo dos Santos (Brasile); Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Sinalelea Fe’ao (Tonga); Teresa Kettelkamp (Stati Uniti d’America). Sono invece stati riconfermati: Gabriel Dy-Liacco (Filippine); monsignor Luis Manuel Alì Herrera (Colombia); padre Hans Zollner, SJ (Germania); Hanna Suchocka (Polonia); suor Kayula Lesa, RSC (Zambia); suor Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); monsignor Robert Oliver (Usa). Confermato anche il cardinale O’Malley come presidente.

    http://www.lastampa.it/2018/04/22/vaticaninsider/commissione-per-la-tutela-dei-minori-il-papa-approver-definitivamente-gli-statuti-o8s2xUG5Ql8xPy9SYJD4XI/pagina.html