Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La chiesa compra il silenzio delle vittime

    La chiesa compra il silenzio delle vittime

    Federica Tourn per DOMANI – Da quasi vent’anni Massimiliano Gamalero bussa alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo. E nessuno gli ha mai dato retta. Ma oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, sta per compiere 74 anni, ecco che fa arrivare alla vittima una proposta di risarcimento per le violenze subite.

    Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi garante dell’offerta è Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui (provincia di Alessandria) a cui Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno. Insomma: ti paghiamo in cambio dell’oblio.

    Questo è il vero buco nero della Chiesa italiana: quanti casi simili conosce? Quanti abusi sessuali dei sacerdoti sono stati seppelliti sotto la clausola di riservatezza? E questo è anche il problema del nuovo presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), il cardinale Matteo Zuppi che, come vedremo, sull’argomento è costretto a fare lo slalom tra ambiguità e contraddizioni.

    Quando iniziano le violenze, Massimiliano ha sedici anni e il prete venti più di lui. Don Carlo conosce bene il ragazzo: per otto anni è stato parroco a Mombaruzzo, il paese in provincia di Asti dove Massimiliano abita con la famiglia; è lui che lo ha cresimato soltanto due anni prima ed è stato anche il suo insegnante di religione alle superiori. «C’era un rapporto di fiducia fra di noi – ricorda Gamalero – ero stato rimandato in tre materie e mia madre gli chiese di aiutarmi in storia e letteratura in vista degli esami di riparazione». Tutti i giorni di quell’estate dell’84 Massimiliano prende il treno che da Mombaruzzo lo porta ad Acqui Terme per farsi dare lezioni di ripetizione nel Seminario vescovile di cui don Bottero è stato appena nominato rettore. Superato il grande portone d’ingresso, Massimiliano, i libri sotto il braccio, aspetta che il prete venga a prenderlo.

    «Mi portava in una stanza e lì, mentre leggevo, cominciava a toccarmi e io cercavo di sfuggire alla sua presa serrando le gambe, nella speranza che la smettesse – ricorda Gamalero – le braccia invece rimanevano inchiodate sul banco, come per far finta di niente o forse per paura di una reazione violenta». Il prete, però, continua. «Era come trasfigurato: più io tentavo di resistere, più lui usava la forza per costringermi. Cercava a tutti i costi di masturbarmi e ottenere la mia eccitazione. Alla fine è riuscito a spogliarmi e a portarmi su un divano, dove mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia».

    Nel racconto emerge a questo punto un particolare che da solo racconta dell’ambiente clericale più di molte ammissioni di colpevolezza. Durante una di queste lezioni, mentre don Bottero sta come di consueto palpeggiando il ragazzo, all’improvviso entra nella stanza un altro prete. Il nuovo arrivato non si scandalizza, anzi, comincia a scherzare con il rettore che, senza alcun imbarazzo, continua a toccare Massimiliano. «Don Carlo era lì che armeggiava con il mio corpo e con naturalezza si mise a parlare con questo prete, senza neppure tentare di nascondere quel che stava facendo», precisa oggi la vittima. Massimiliano per i due preti non è che una cosa, un oggetto inanimato a cui non è necessario prestare attenzione.

    Che cosa accadeva abitualmente nel Seminario vescovile di Acqui, se gli abusi su un minore – a maggior ragione se commessi dal rettore, esempio e guida per i seminaristi – venivano considerati normali e il sacerdote non avvertiva neanche bisogno di dissimularli? Che genere di preti può aver formato un luogo simile, dove la violenza su un ragazzo non era considerata degna di rilievo? E soprattutto, la Chiesa che cosa fa di fronte a vicende come questa che conosce in ogni particolare?

    Don Carlo Bottero rimane al suo posto di rettore del Seminario di Acqui per ben nove anni, dal 1983 fino al 1992, quando viene destinato dall’allora vescovo Pier Giorgio Micchiardi alla parrocchia di Spigno Monferrato, nell’alessandrino.

    Per Massimiliano inizia il periodo della rimozione dell’abuso: «Per vent’anni ho nascosto l’accaduto a tutti, anche a me stesso – commenta – mi vergognavo profondamente e mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendermi». Sono anni difficili, in cui non riesce ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti e anche l’inserimento nel mondo del lavoro è problematico: è demotivato e sfiduciato nei confronti della vita e delle persone che incontra. Nel ’93, arrivano i primi episodi di depressione e le crisi di panico, ma dovranno passare ancora dieci anni prima che trovi la forza di denunciare. A quel punto sono trascorsi quasi vent’anni dagli abusi, troppi per poter ricorrere alla giustizia dello Stato; ma non per quella ecclesiastica, che fissa proprio a vent’anni la prescrizione per questo genere di delitto.

    Gamalero sente l’urgenza di essere ascoltato, ma non sa che stanno per scadere i termini per la denuncia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Lo sa invece il vescovo Micchiardi: «Mi disse di stare tranquillo – racconta Gamalero – e di non preoccuparmi del prete, che ci avrebbe pensato lui». Infatti il vescovo ci pensa, guardandosi bene dall’avviare un’indagine su don Bottero, che viene però prontamente trasferito da Spigno a Canelli, nell’astigiano, dove diventa parroco della chiesa di San Leonardo. Mentre il vescovo fa melina, scatta la prescrizione anche per il processo canonico: «Micchiardi mi ha fatto perdere l’ultima occasione che avevo per portare don Carlo davanti a un tribunale», puntualizza amaro Gamalero. Se il vescovo tace, il parroco di Mombaruzzo don Pietro Bellati, a cui Gamalero chiede aiuto, non è da meno e gli suggerisce di dimenticare tutto: «Mi disse testualmente che non voleva “andare a fare del can can”».

    Intanto ansia, depressione e deliri di persecuzione continuano ad assillare la vittima: sviluppa disturbi della personalità e gli viene diagnosticata anche la fibromialgia, una malattia debilitante che comporta dolori diffusi e stanchezza cronica. A causa dei problemi fisici e psicologici causati dal trauma subito, per due anni non riesce nemmeno ad andare a lavorare. Nel 2017, sentendosi abbandonato dalle istituzioni, va a suonare alla porta di don Bottero, che nel frattempo è stato nominato responsabile della formazione degli aspiranti diaconi e direttore dell’Asilo infantile Cristo Re di Villanuova di Canelli, dove è sempre a contatto con i bambini. «Gli ho rinfacciato tutto quello che mi aveva fatto – racconta la vittima – e lui non ha negato, anzi, voleva che lo perdonassi». Don Bottero ammette quindi le violenze e di lì a poco si dimette anche da parroco, scegliendo un profilo più basso in parrocchia.

    Gamalero, non soddisfatto, a marzo di quest’anno torna alla carica con il nuovo vescovo Luigi Testore, che nel frattempo ha sostituito Micchiardi alla guida della diocesi di Acqui. Segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini dall’80 all’86, Testore è un esponente di spicco della diocesi ambrosiana e della stessa Cei, dove è membro del Consiglio per gli affari economici. Testore si dice subito pronto a ricevere Gamalero e, di fronte al racconto della vittima, si impegna a incontrare il prete e ad avviare la canonica “investigatio previa”. Indagine che si svolge velocemente tanto che, due mesi dopo, il 13 maggio scorso, il vescovo invia i risultati al Dicastero per la dottrina della fede (ex Congregazione): è vero che i fatti sono ormai prescritti, ma il Dicastero, se lo ritiene opportuno, ha la facoltà di derogare ai termini. Un mese dopo, monsignor Testore scrive a Gamalero che Bottero si è dichiarato colpevole. «Preferivo attendere istruzioni da Roma prima di comunicarglielo e Le sarei grato se Lei tenesse la cosa per sé fino a quando mi arriveranno precise indicazioni», scrive il vescovo, e aggiunge: «Ho sentito il mio predecessore, che mi ha confermato quanto da Lei riferito».

    Vent’anni dopo, dunque, monsignor Micchiardi, ormai emerito, ammette di essere sempre stato a conoscenza dell’abuso, ma non una parola viene spesa dai due vescovi sulla mancata denuncia alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. «Quando gli ho chiesto cosa pensasse del vescovo precedente, che mi aveva tenuto buono per anni impedendomi di chiedere giustizia, mi ha risposto che monsignor Micchiardi non aveva un intento malevolo ma soltanto l’intenzione di aiutarmi», commenta Gamalero. Un aiuto “spirituale” che evidentemente non poteva prescindere dal mantenere il silenzio sulla vicenda e che ha messo il prete pedofilo al riparo da indagini interne che potessero verificarne l’attitudine a occuparsi di bambini e adolescenti. Perché la conseguenza (voluta) degli insabbiamenti è proprio questa: lasciare che un pedofilo continui a venire in contatto con i minori, con la possibilità tutt’altro che infrequente che ripeta gli abusi.

    Il verdetto del Dicastero per la dottrina della fede arriva a fine estate: il vescovo Testore il 14 settembre scorso convoca Gamalero e gli riferisce che il suo caso non è stato ritenuto abbastanza grave da permettere una deroga per aprire un processo a don Bottero. «Il Dicastero ha considerato non superabile la prescrizione e che non fosse quindi possibile adottare alcun provvedimento canonico», dichiara il vescovo a Domani. Il motivo? Lo ha spiegato con parole più chiare lo stesso monsignor Testore alla vittima: «Il vescovo mi disse che il Dicastero riapre casi prescritti soltanto di fronte a situazioni estreme, come gli abusi avvenuti durante la confessione», riporta Gamalero. Par di capire cioè che per la Chiesa è gravissima la molestia sessuale durante la confessione, meno grave la pedofilia durante una ripetizione di latino. Sottigliezze teologiche sulle quali sarebbero benvenuti gli autorevoli commenti del papa Bergoglio.

    La faccenda però non si chiude qui, anzi. In mancanza di una sentenza di colpevolezza, il vescovo Testore non può sanzionare il sacerdote, per quanto reo confesso, ma propone alla vittima un risarcimento. Don Carlo Bottero è infatti pronto a mettere mano al portafoglio per poter compensare in qualche modo la sofferenza causata. Gamalero allora fa un rapido calcolo delle sole sedute di psicoterapia dal 2008 ad oggi, senza includere i farmaci, e arriva a una cifra che si aggira intorno ai 36500 euro, sottolineando che rappresentano una minima parte del danno subito. Il primo ottobre arriva, sempre tramite il vescovo, la proposta di don Bottero, in cui la somma richiesta è già drasticamente ridimensionata. Il prete, dopo aver ribadito le sue scuse per «i fatti avvenuti nel 1984», si impegna infatti a versare venticinquemila euro in cinque rate annuali «per sovvenire alle spese mediche affrontate, pur consapevole che queste siano state negli anni ben superiori». L’impegno però verrebbe meno in caso di morte o di divulgazione dell’accordo. «Il vescovo mi disse che la proposta di risarcimento di don Bottero era un atto di gratuità, perché ormai non potevo più ricorrere alle vie legali», sottolinea Gamalero.

    Un gesto che in realtà tanto gratuito non era, considerato il vincolo della clausola di riservatezza. «Desiderei che questo scritto fosse considerato strettamente privato e personale, per questo ritengo che una eventuale divulgazione farebbe venir meno l’impegno da me sottoscritto», precisa infatti il prete nel documento. «Si tratta di un atto unilaterale di grande sensibilità, che la persona ha assunto per iscritto senza averne alcun obbligo. Egli ha indicato che si trattava di “scrittura privata”, il cui contenuto andava quindi considerato confidenziale», ribadisce dal canto suo a Domani monsignor Testore.

    Il primo bonifico è già pronto a partire ma Gamalero, via mail, rifiuta la clausola di segretezza, che bolla come «falsa e immorale» perché a questo punto, persa o negata la possibilità di un processo, «non ci sarebbe nulla di ufficiale sull’ammissione di colpevolezza» di don Bottero. «Bisogna però tener conto – gli risponde il vescovo – che non si tratta di una transazione ma di un impegno unilaterale che esprime davvero un desiderio di riparazione da parte del Bottero. E che quindi va considerato e apprezzato». Gamalero però è inamovibile e ribadisce che accetterà il risarcimento «solo ed esclusivamente se reso pubblico»; chiede inoltre al vescovo copia dei documenti relativi all’indagine previa e alla risposta del Dicastero, che gli vengono negati. «L’unico documento che ho visto in tutta questa vicenda è quello di don Bottero, che pretende un inaccettabile silenzio sull’abuso in cambio di 25 mila euro, una miseria in confronto al danno psicofisico che ho subito», commenta amaramente Massimiliano Gamalero.

    Questo non è certo l’unico caso in cui la Chiesa cerca di chiudere la bocca ai sopravvissuti alla violenza clericale attraverso dei risarcimenti vincolati al silenzio. Quanti avranno avuto la determinazione (o la possibilità economica) di respingere un’offerta simile? Quanti, abusati dai preti da piccoli, una volta adulti hanno accettato questi accordi?

    «Sono transazioni note da da anni – conferma Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso – io sono a conoscenza di una quarantina di casi ma sono certamente molti di più. La somma proposta non supera mai i venticinquemila euro, ma fino a una decina di anni fa era anche più bassa, oscillava fra i cinque e i venticinquemila. Si tratta di cifre ridicole ma la vittima spesso vive in condizioni psicofisiche estreme e non è in grado di rifiutare». Queste scritture private non sono contrarie alla legge, sia chiaro: il problema si pone su un piano etico, perché si realizzano in un contesto in cui la vittima è in condizione di fragilità psicologica a causa di quello che ha passato. «Spesso le persone che hanno subito violenza, pur prendendosela con il singolo prete, si fidano del contesto ecclesiastico e non si fanno nemmeno assistere da un legale», conferma l’avvocata Daniela Cultrera, che si è occupata di queste transazioni nel contesto clericale. «Lo schema è sempre lo stesso. Il confidente spirituale o una persona che riveste un ruolo di rilievo nella comunità spinge la vittima ad accettare l’accordo, presentandolo come un gesto di riconciliazione. Siamo di fronte a una vera e propria manipolazione di queste persone, che alla fine si sentono in colpa a rifiutare un gesto che è fatto “per il loro bene”. L’obiettivo invece è difendere la Chiesa».

    Eppure il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si è sempre mostrato tiepido nei confronti di qualsiasi tipo di indennizzo alle vittime e proprio a Zanardi, durante un colloquio privato avvenuto l’estate scorsa, ha ribadito di essere contrario ai risarcimenti non per la clausola di riservatezza ma perché potrebbero incentivare le denunce a scopo di profitto. Dunque la “via italiana” della Cei alla lotta agli abusi sessuali dei sacerdoti passa attraverso questi “atti unilaterali di grande sensibilità” con vincolo di riserbo? Quanti di queste scritture private sono note alla Cei? Interpellato in proposito da Domani, il presidente della Cei si è limitato a citare le linee guida (contraddittorie) approvate dall’assemblea dei vescovi nel 2019: «La valutazione di eventuali clausole di riservatezza che potrebbero essere inserite nei contratti relativi al risarcimento del danno va fatta in relazione ai casi concreti, e in ogni caso non può di certo incidere sulla libertà della vittima di un abuso di ricercare la verità e di perseguire la giustizia negli ambiti civili e canonici». Però, precisa ancora Zuppi, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Due affermazioni incompatibili: infatti, se il silenzio sugli abusi è inaccettabile per la Cei, logicamente lo devono essere anche le clausole di riservatezza.

    Il senso di queste transazioni è chiaro: pagare le vittime perché tacciano la violenza subita. Dimenticare, nascondere, non far sapere: questo l’imperativo della Chiesa, che bada innanzitutto a non fare del “can can”. Un sistema che ignora la sofferenza delle vittime e la loro legittima richiesta di giustizia e, al contrario, agevola i pedofili che, protetti dalla negligenza dei loro superiori, rimangono liberi di continuare a molestare ragazzini da una parrocchia a un’altra. Nei corridoi delle curie spesso si conoscono i casi nei dettagli molto prima che arrivino (se arrivano) agli sportelli di ascolto diocesiani. Per quanto riguarda Acqui, il vescovo Testore ha assicurato a Domani che non risultano altre vittime nella sua diocesi, eppure a quanto pare don Bottero non era l’unico: il parroco di Mombaruzzo don Bellati ha confidato a Gamalero che in zona c’era un altro prete pedofilo, un’altra famiglia in preda alla disperazione. Nascondere gli abusi infatti non significa solo non voler sapere, come chiosa lo stesso Gamalero: «I preti non parlano ma le cose le sanno, eccome se le sanno».

    La storia finisce con un nuovo colpo di scena: nonostante il fermo rifiuto di Gamalero, i primi 5 mila euro del prete pedofilo sono stati accreditati sul suo conto. i primi cinquemila euro. «Ho detto al vescovo Testore di lasciarmi in pace perché sto male – taglia corto lui – e i soldi li ho già restituiti a don Bottero. Il mio silenzio non si compra».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/preti-pedofili-pagamenti-silenzio-vittime-ec52nkag

     

  • L’ ‘uomo di Dio’ e l’orco

    L’ ‘uomo di Dio’ e l’orco

    di Piero Cappelli – <<Odiate il male amanti del Signore! Il custode delle vite degli innocenti le libererà dalle mani dei malvagi>> (dal Salmo 97 str.10)

                La mattina si sveglia, fa toilette e recita l’ufficio delle letture e poi, dopo colazione, le lodi. E dalla canonica o dal vescovado scende verso la chiesa per prepararsi alla messa. La messa, quel rito eucaristico con il quale il presbitero – invocando lo Spirto santo, cioè Dio – con le sue mani stese sulla pisside ricolma di ostie e il calice contenente del vino e pochissime gocce d’acqua – ‘contribuisce’ alla transustanziazione. Quel fenomeno misterioso con il quale pur rimanendo pane e vino – ma per fede – queste due sostanze si trasformano in corpo e sangue di Gesù Cristo. Questo dopo aver letto il vangelo e averlo spiegato. Poi alla fine darà lui, sempre con le sue mani, la benedizione al popolo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Stiamo parlando di un prete, di un vescovo cattolico qualsiasi. Fa questo ordinariamente,  come se nulla fosse…?! Chissà… Cioè quando questa persona – prete o vescovo che sia -, è proprio la stessissima persona che giorni prima o successivamente – con quelle sue stesse mani, con la sua parola, e con il suo corpo e parti intime del suo corpo – ha ‘usato’ e agito in modo ‘diverso’…su un ‘altro’ corpo su un’altra ‘persona’… Ma cosa è successo?

                    È successo che questo presbitero/vescovo cattolico ha avuto un rapporto sessuale con un minore e questo non era consenziente. Praticamente il pedofilo clericale cattolico, dopo aver attratto nella ‘sua tana’ la vittima – magari sfoggiando il suo abito talare o il clergyman o anche una semplice magliettina firmata per essere più alla moda -, per cercare di consumare con lei il suo desiderio pedofilo secondo le proprie passionalità erotiche.

                    Ecco che l’ ‘uomo di Dio’, che agisce e opera in persona Christi – come si auto-definiscono i presbiteri del clero cattolico nel loro <<prolungare la presenza di Cristo…facendosi quasi sua trasparenza in mezzo al gregge loro affidato>>(Pastrores dabo vobis*, nn.15-18) – , ha agito da ‘orco’, trasformandosi in uomo voglioso e tessitore di tecniche di seduzione da sviluppare con pazienza, escogitando macchinazioni utili ad accreditarsi e apparire agli occhi sia delle ‘vittime’, sia del loro ambiente, in ottima ‘forma’, dando ‘sicurezza’ alla futura vittima, per meglio attirarla e concupirla, abusandola.

                    Il gap tra l’ ‘uomo di Dio’ e l’‘orco’ – con tutto rispetto per la bestia che vive la sua vita nella naturalità – non è stato messo in evidenza perché può scatenare un certo orrore, quando si fa risaltare come questa persona possa essere lo stesso individuo che incarna questa duplice figura così agli antipodi nell’essere tale: ecco come il forte contrasto faccia provare disgusto, orrore, raccapriccio, ripugnanza, nausea, voltastomaco, ribrezzo, insofferenza, repulsione. Anche papa Francesco ha manifestato in più occasioni simili sentimenti verso questi ‘suoi’ confratelli e ‘ministri di Dio’, riscontrati pedofili e che hanno continuato ad esercitare i due ‘ruoli’ nella stessa persona di prete o vescovo o religioso che sia. Una specie di dr. Jekyll all’altare e nella pastorale, che si trasforma in mr. Hyde quando il suo interesse va verso i ragazzini/e… O meglio, questo processo mutante è organizzato durante le sue attività pastorali, escogitando e approfittando delle situazioni in cui la stessa pratica sacerdotale gli mette a disposizione  su un ‘piatto d’argento’ fatto di contatti personali specialmente con l’ambiente giovanile locale. Ed in questi momenti può escogitare forme di plagio, ‘lanciando ami’ verso i ragazzini per farli ‘abboccare’ e raggiungere così l’obiettivo finale: fare sesso. Ed i suoi comportamenti sono rassicuranti, confortanti, protettivi, anche affettivi ma non più di tanto per non innescare ‘secondi fini’ che invece ci sono, ma che la vittima designata e i suoi familiari e amici non devono nemmeno pensare. Insomma, un gran furbone che vuole costruire una trappola fatta con tutte le astuzie del caso, seguendo il suo malsano desiderio ‘pornografico’ che lo trasforma in un vero ‘mostro’. Ciò avviene perché il suo apparire ‘al mondo’ è ‘garantito’ dall’essere ritenuto un ‘uomo di Dio’: lo stesso testo* parla del prete/vescovo come di colui che ha <<una relazione fondamentale con Gesù Cristo…partecipa in modo specifico e autorevole alla consacrazione/unzione…avendo ricevuto lo stesso Spirto di Cristo da renderlo simile a Lui…>>(idem*, nn.16 e 33) – mentre, poi, si è rivelato un grande ‘truffatore’, un vero ‘traditore’, un ‘infedele’, un ‘manipolatore di coscienze’, un abusatore, un ‘orco’ che ‘sbrana’ le sue vittime…!, ma lui è anche ‘l’uomo di Dio’… (?)

                      Perché, uno degli aspetti più mistificanti di questi personaggi ‘disturbati’, ‘malati’ o come li si voglia appellare, è quella di esser capaci di riuscire ad infondere sicurezza e fiducia nelle persone grazie alla loro figura di prete e/o di vescovo, tanto da far cascare con facilità ‘le prede’ nel loro trabocchetto. Ciò che cercano di raggiungere – e lo pre-gustando già nel percorso -, è il momento della ‘consumazione’ sessuale con la vittima designata, riuscendo con estrema freddezza ad entrare nella vita del minore in punta di piedi, quando addirittura operando nella circonvenzione del minore…E guarda caso il giovane adocchiato – divenuto la sua preda da carpire con tutta la sua ‘arte’ mistificatoria tra ‘sacro e profano’ –, non è mai una persona qualunque, ma è quella che è stata studiata, frequentata, osservata, che l’attrae più di tutte le altre e per la quale escogita una speciale premura… Così, piano piano, un po’ alla volta avanza nella sua strategia cercando di trovare il tanto desiderato incontro, da solo, con la pronosticata vittima . A volte, invece, l’incontro può essere più estemporaneo e improvviso, cogliendo l’occasione che capita o per la forte attrazione, rischiando a volte il tutto per tutto, gettando l’approccio in scherzo così da giustificare un’eventuale reazione negativa da parte della futura vittima.

    Tutto questo potrà sembrare crudo, troppo crudo e troppo fredda la ricostruzione generica raccontandola così. Come riluttanti risultano le storie vere raccontate dalle vittime. Questi pedofili double faced, che in una veste-sacra sono gli ‘uomini di chiesa’, mentre nell’altra sono degli ‘uomini-orchi’ – che cercano d’incantare il fanciullo per farlo soggiacere ai propri desideri sessuali –, escogitano quel ‘doppio gioco e ruolo’ che non ha niente di surreale, ma di pienamente coscientizzato e concretamente realizzato nella loro determinata volontà. Però, un tale abuso sessuale con un bambino – che la scienza psichiatrica parla di pedofilia con un soggetto al di sotto dei tredici anni -, può anche far pensare ad un’opera anticristica, dal punto di vista cristiano, tanto da notare come il pedofilo clericale abbandoni il suo ruolo religioso-sacrale, per approdare – sotto il segno del male concupitorio – nella psiche e nella carne della vittima ‘oggetto’ del suo desiderio. Ciò non lo scagiona, né lo assolve, né lo giustifica, però meglio ancora mette in evidenza lo ‘scarto’ tra l’uno e l’altro ruolo che lega un uomo ‘legato’ a Dio con il sacramento dell’Ordine e per quanto ‘sacralizza’ con la sua persona nel contesto liturgico e quanto invece immondamente realizza nello ‘sfruttamento sessuale’ del corpo di una giovanissima creatura umana. Un vero paradosso, tra sacro e profano, tra cristiano ed anticristiano.

                    Quelle mani che toccano con pudore l’ostia consacrata divenuta ‘corpo di Cristo’ durante la messa e quelle labbra che si avvicinano con rispetto e delicatamente al calice per bere quel vino che è ‘sangue di Cristo’, sono le stesse che ‘l’uomo di Dio’ utilizza per dedicarsi intimamente alla vittima nelle sue attenzioni fisiche. Non solo. La ‘consumazione’ carnale spesso va anche oltre con rapporti sessuali completi.

                    Le conseguenze di questi atti di abuso sessuale sulle vittime dei pedofili sono indicibili: dal senso di colpa nella vittima allo choc psicologico, alla crisi interiore con tentati suicidi, crisi della personalità, suscitando crisi di fede fino all’odio per la Chiesa e per i preti. Di tutto, di più. E poi paure: di dirlo, di averlo lasciato fare senza esser riuscito/a a reagire, a ribellarsi, a difendersi, come anche ‘auto condannandosi’ per non aver capito prima, in tempo…sensi di colpa disperati…e pesantissimi.

                    Ci sono due aspetti in queste problematiche che voglio evidenziare. Uno, nel contesto cattolico e sociale italiano e l’altro in quello prettamente ecclesiastico della Chiesa, concatenati.

    Il primo è legato al fatto che nella tradizione cattolica romana è stato portato avanti nel contesto del’Occidente europeo e specialmente in Italia, una formazione religiosa tale da costruire generazioni con coscienze tese al rispetto ‘sacrale’ delle figure rappresentative come il prete, il vescovo, il papa. Ed è proprio da questa ‘educazione cattolica’ che si è tramandando una concezionale d’intoccabilità socio-morale verso l’istituzione Chiesa e di conseguenza, se non prima e soprattutto, verso i suoi rappresentanti clericali, in maniera spesso acritica e ossequiente, rendendoli così come ‘intoccabili’, ‘puri’, perché ‘vicini a Dio’ e amministratori delle ‘cose sacre’… Soprattutto perché alcune curie, i luoghi del potere ecclesiastico-vescovile e, quella romana in particolare, han cercato di coprire e scagionare molti casi di pedofilia, nascondendo molti abusi con molte responsabilità, scagionando i propri ‘ministri’ mettendosi spesso di traverso tra il pedofilo e la giustizia italiana. La quale, a volte, si è comportata con moltissima cautela verso i clericali denunciati, vuoi perché appartenenti al mondo ecclesiastico cattolico, vuoi perché l’azione di certi vertici curiali hanno indotto l’uso dei ‘guanti bianchi’. Gli interessati ai vari livelli, vogliono evitare in primo luogo lo scandalo, il processo pubblico, la detenzione dell’accusato. Quindi si vuole evitare una pubblicità mediatica negativa, cercando d’influire sui direttori e, qualvolta, anche sugli editori per cercare di censurare la notizia evitando di portarla all’attenzione dell’opinione pubblica limitandone al massimo le conseguenze d’immagine, forse la parte che più preoccupa.

    Due fronti vengono così ‘battuti’ dagli uomini di chiesa e dai loro collaboratori al fine di ‘salvare’ il pedofilo clericale cattolico: la censura della notizia e l’incredulità della gente e delle istituzioni. Questo ‘stile’ socio-politico-ecclesiastico di fatto ha contribuito a far sedimentare nella comune mentalità socio-religiosa italiana – anche grazie alla presenza condizionante come lo è ancor’oggi in Italia, del papato -, quell’idea d’‘intoccabilità’ e ‘onorabilità’ che il clero cattolico continua a ‘pretendere’ e a ‘cercare’, avendo costruito nel tempo, su di sé, la ‘figura sacra dell’ ‘uomo di Dio’. Facendo dei preti e dei vescovi non delle persone comuni, ‘normali’, ma ‘speciali’, ‘fuori dall’ordinario’ e praticamente non criticabili e non ‘condannabili’ in quanto considerate ‘persone sacre’, come ce lo narrano loro stessi quando ci parlano di sé, della loro vocazione e della loro missione religiosa, amministrando i sacramenti ‘divini’: annunziando il Regno di Dio, dicendo messa e contribuendo alla consacrazione eucaristica; distribuiscono il ‘corpo di Cristo’ e ascoltano i peccati della gente; danno l’assoluzione e battezzano ‘in nome di Dio e della Chiesa’, impartiscono l’estrema unzione ai moribondi implorando la misericordia di Dio verso i morti… Ma poi, però, molti di loro – specie nell’area occidentale europeo-americano-canadese saltano fuori da inchieste a livello internazionale dove più si scava, più si trovano casi di abusatori pedofili nelle file del clero cattolico… –, continuano a ‘rovinare’ bambini, ragazzi, se non anche adulti, maschi e femmine. Si pensi alla vita di un prete e di un vescovo che si vengono a trovare in contatto con il mondo dei giovani grazie al loro impegno pastorale: dal catechismo fin dal primo anno dell’età scolare, ai servizi liturgici in chiesa come chierichetti/e, alle associazioni cattoliche giovanili di tutti i tipi e di tutte le età. E quando i pedofili clericali vengono messi a nudo, il ‘sistema ecclesiastico’ scatta per proteggerli trovando mille scappatoie, evitando loro ogni colpa, cosicché salvaguardando anche se stessi, i loro superiori, su su fino al papa per lasciare monda l’immagine della Chiesa. Se oggi è più facile far passare che le accuse che scattano è perché ci sono vittime e testimonianze. Però, vista la chiusura del corpo clericale di fronte ai ‘suoi’ casi di pedofilia nella chiesa, una parte dell’opinione pubblica non accetta che un prete o un vescovo, benché trovato ‘con le mani nella marmellata’, possa essere riconosciuto ‘colpevole’ come pedofilo. Vige come una certa ‘sospensione’ del giudizio, come una forma di ‘immunità’ che gli viene data proprio perché ‘sono’ preti e vescovi. È quel ‘sacro piedistallo’ che li tiene su e dà loro come uno speciale fascino di rispettosità tale che risulta difficile ‘buttarli giù’, da lì, per renderli ‘semplicemente umani’. L’istituzione Chiesa ha continuato a mantenere, da secoli oramai, una divina e protettiva ‘sacralizzazione’ dei ‘suoi ministri’ da renderli come intoccabili, offrendo loro una specie d’ ‘assoluzione speciale d’ufficio’ proprio per la loro appartenenza al clero data dalla loro vocazionale originaria, ‘voluta da Dio, quindi divino-sacrale. Però infangata da quel comportamento pedofilo tale da causare un doppio ‘peccato’, verso le vittime e verso sé stessi per la ‘sacralità’ della loro storia religiosa. Queste sono persone che sono ‘cresciute’ dentro l’ambiente ecclesiastico sotto il ‘controllo’ dei loro vescovi che li hanno seguiti e ordinati preti, ma, forse non hanno ben capito chi avessero ‘di fronte’ oppure hanno minimizzato certi segnali, se ci sono stati. Quello che sembra più probabile è che i rettori, i vescovi, e i loro direttori spirituali, e qualche psicologo – se lo hanno visto -, non abbiano attuato quella doverosa ‘selezione professionale’ – a vari livelli – dei candidati al sacerdozio nei loro seminari. Ciò tira in ballo sia i metodi, sia le verifiche approntate. C’è da tener di conto che chi entra in seminario in questi ultimi decenni lo fa in una stagione già adulta, intorno ai 25-30 anni, rispetto a quando si entrava all’età delle elementari-medie. E voler ‘scolpire’ una ‘nuova’ personalità a quest’età non è facile né possibile più di tanto, se non attraverso dei notevoli ‘interventi’ di ordine psicologico, che adattativo. Per cui, anche le caratteristiche personali di questi soggetti – a partire dalle notizie inviate al vescovo dai rispettivi parroci dei candidati al sacerdozio -, non possono essere così esaustive e complete. Però la mancanza degli ‘operai nella messa evangelica’ porta i vescovi ad essere più facili al reclutamento senza grandi ‘esami’. Ciò permette, ancora oggi, un’infiltrazione nel clero di soggetti con caratteristiche ‘a rischio’ – non solo per pedofilia -, inclini ad orientamenti e deviazioni di tipo sessuale, psichico, socio-economico-finanziario, ecc, riuscendo a ‘passare’ anche grazie a qualche raccomandazione importante che in campo cattolico funzionano sempre specialmente se di alto rango episcopale. Oltre al fatto che i vescovi, padroni assoluti nella loro diocesi, si fidano alla fine solo di se stessi, sempre per lo stesso motivo di ‘superiorità sacrale’ che pretendono di avere, mentre la ristrettissima cerchia dei ‘fidi’, sono spesso accondiscendenti.

    Quello che maggiormente influisce è quindi la trasmissione dell’ideologizzazione della ‘concettualità sacrale’ che in certi seminari cattolici viene ancora inculcata nei candidati al sacerdozio tanto da portarli, dopo anni di indottrinamento, ad auto-considerarsi come dei soggetti ‘speciali’ perché la loro vocazione è come ricevuta ‘da Dio’ come ‘chiamata’. E se anche questo è giustificato in senso evangelico, dall’altra non dovrebbe trovare facilitazioni di ‘selezione’ giocando sulle ‘buone intenzioni’ del candidato e su una superficialità episcopale. E fanno sentire addosso al seminarista un gran peso psico-valoriale da ‘prescelto’, da uomo ‘speciale’, quasi un ‘perfetto’, specialmente quando gli viene trasmesso d’incarnare lo stesso Gesù (in persona Christi), elevandolo a ‘sacerdote di Dio’. Capite bene che una tale formazione clericale così improntata non può non esaltare il futuro prete. Ma la responsabilità non può che risiedere in alto, molto in alto. Perché quest’impronta, questa coniatura del candidato viaggia sotto il segno di un documento di ben trent’anni fa, ma risulta essere, ancora oggi, il testo base di formazione dei preti nel XXI secolo. È secondo l’esortazione  apostolica post-sinodale Patores Dabo Vobis del 1992 – ‘magna carta’ del sacerdozio cattolico romano a firma di san Giovanni Paolo II papa, grazie anche al contributo teologico dell’ex cardinale Ratzinger come Prefetto della Congregazione Romana della Dottrina della Fede -, che si continuano a formare i chierici nei seminari cattolici, tenendo conto anche della tradizione conciliare Tridentina (1545-63), se non anche Lateranense (V -1512), del Vaticano I e II (1869-1965). Per cui le responsabilità pescano lontano ma molto in alto, perché han voluto e continuano ad inculcare nella casta sacerdotale cattolica queste convinzioni che vengono definite come ‘volontà di Dio’. E tale volontà divina viene ‘autorevolmente’ dedotta dagli stessi interessati secondo la loro ‘interessata’ interpretazione della Scrittura cattolica, auto-definendosi e auto-legittimandosi. Che li rende oggetto di tale ‘sacro privilegio’, autorizzandoli al loro potere nella e sulla Chiesa che interpretano come ricevuto – tramite gli Apostoli di Gesù -, direttamente da Lui attraverso la ‘successione’ apostolica, in quelli che noi oggi chiamiamo vescovi: ecco la ‘loro sacralità’! Secondo noi, invece, è questo ‘gotha sacrale’ ad aver ‘piegato’ la Scrittura – nei vari momenti della storia del cristianesimo occidentale -, alla loro ideo-teologia, secondo la quale questo e solo questo – cioè quello che fa capo alla Chiesa di Roma – è il vero cristianesimo voluto da Gesù e da loro rappresentato e organizzato.

    Che fare di fronte a tali ‘giustificazioni’ e a tali auto-referenzialità? La gerarchia cattolica, cioè tutti vescovi del mondo di tutti i tempi, ha contribuito a costruire questo tipo di Chiesa cattolico-romana centrata sul ‘sacramentalismo’, sia dei soggetti che operano – cioè loro stessi -, sia delle ‘cose’ che gestiscono e governano, – dicendosi ‘mandati da Gesù’-, pretendendo quindi d’ ‘amministrare’ Dio stesso. E’ questo, alla fine, il ‘grande inganno’ del loro ‘potere assoluto’ nella e sulla Chiesa, a tutti i livelli, dal papa ai vescovi ai preti, ognuno nel loro ambito, basato sui tre grandi poteri ecclesiastici esercitati dai vescovi, fulcro del potere ecclesiastico-dottrinale-organizzativo-economico: insegnare, santificare e governare – a cui noi, aggiungiamo -,  amministrare e incrementare il patrimonio ecclesiastico di “mammona”.

                    Di fronte a questo scenario si capisce bene che andare ad accusare un prete o un vescovo di molestie e abusi sessuali verso un minore, fa subito scattare un allarme d’attenzione e prudenza, a tutti i livelli istituzionali. Infatti vediamo, come in Italia, nonostante sia arrivato il nuovo presidente dei vescovi italiani di turno, si tenti lo stesso di far di tutto per frenare e bloccare la trasparenza e l’apertura degli archivi, mentre in altri Paesi è stato ed è possibile. Ma chiunque incarna e incarnerà questi ruoli di vertice troverà sempre un grande condizionamento istituzionale in cui la tradizione dei comportamenti detta un po’ le regole. Perché le ‘anime ecclesiastiche’ che operano all’interno della Chiesa sono schierate in gruppi di potere – per un motivo o per un altro -, tanto da contrastare, boicottare, condizionare o addirittura stravolgere le volontà e le prassi dei vertici: l’abbiamo visto nel percorso storico anche recente, come certe lobby intestine al mondo cattolico clericale tanto potenti da interferire, minare e boicottare lo stesso pontefice, come è successo con Benedetto XVI e con papa Francesco: un clericalismo senza scrupoli e pericoloso, con obiettivi di potere che benché misteriosi ai più, alla fine fanno intendere che la ‘vera’ Chiesa di Cristo’ viva altrove…

    E fin qui non abbiamo ancora tirato in ballo la parola di Gesù tratta dai vangeli, ma lo facciamo ora per capire meglio dove si vengono a posizionare i soggetti del nostro racconto…da una parte i preti e vescovi pedofili e dall’altra le vittime, gli abusati, i sopravvissuti… Lo facciamo ora, per dare alla nostra argomentazione un valore secondo le parole di Gesù scritte nei vangeli. Praticamente entriamo con i ‘piedi nel piatto’ dei nostri interlocutori ecclesiastici, scendendo nel ‘loro campo’.

    Gesù ci parla ancora oggi attraverso le parole dei vangeli con racconti e parabole oltre a gesti e azioni. La sua logica la comprendiamo guardando a lui che si muove indicandoci di volta in volta quanto sia importante “capire solo dai ‘frutti’ la bontà dell’albero che li produce …ci dice anche quali siano le cose che rendono impuro un uomo…Ci dice anche che chi non è con lui, è contro di lui…E sappiamo che ha scacciato i mercanti dal tempio…ha trattato con durezza i maestri della legge e i farisei giudaici…e c’invita alla vigilanza… a stare attenti che la nostra luce non diventi tenebra…ma dobbiamo cercare di ‘passare per la porta stretta’, difficile, e non per quella facile, larga… Gesù dà importanza alla fedeltà, in tutti i sensi…e vuole che i ‘fanciulli vadano a lui’ e li benedice…ci sprona a combattere contro ogni occasione di male ovunque sia, specialmente in noi stessi…e ci dice – contro ogni pensiero benpensante -, che l’erba cattiva cresce insieme a quella buona e per non perdere il grano occorre cercare di difendersi dalla zizzania, oggi,  lasciando al momento del raccolto, domani l’ora del giudizio ultimo… che avverrà per tutti ‘nel giorno dell’incontro con Lui, faccia a faccia…>>. Non solo. Anche altro ci dice che <<non dobbiamo giudicare…ma dobbiamo invece saper perdonare fino all’infinito (70 volte 7)… perché l’amore del Padre –  secondo la parabola del padre misericordioso -, è grande fino ad amare anche i nemici…questo è l’unico comandamento nuovo che ci ha lasciato Gesù, dandoci l’esempio con la sua morte in croce…>>. Gesù, quindi, ci dice che bisogna saper perdonare e saper amare sempre!

    Se tutto questo lo mettiamo in parallelo con quanto detto nella prima parte vediamo che anche i ‘pedofili peccatori’ hanno bisogno di perdono e molto probabilmente lo riceveranno perché <<i peccati che non saranno perdonati sono quelli contro lo Spirito santo>>(Mt 12,32), cioè per chi rifiuta la salvezza che Dio offre all’uomo nel riconoscersi bisognoso del suo perdono. Quindi diventa una questione esclusivamente personale. E noi, di fronte ai pedofili, dovremmo perdonarli e lasciarli andare, così? Ma Gesù – come abbiamo detto – bisogna leggerlo ed interpretarlo nel complesso della sua vita, anche per cosa ha fatto. Altrimenti, secondo il sommo comandamento di Gesù, lui stesso avrebbe dovuto accogliere e tollerare tutti e tutto, ‘aspettando’ solo che fosse poi il Padre a giudicare le persone nell’al di là. Però non è così. Perché Gesù non è stato inerme o indifferente di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie del mondo, al dolore. Non ha lasciato scorrere tutto, non è stato zitto, ma ha denunciato, criticato, inveito, si è anche arrabbiato. Si è espresso e ha operato contro tutte quelle forme in cui il potere del Male – nelle sue diverse manifestazioni, spesso attraverso l’azione degli uomini -, ha recato sofferenze alle donne e agli uomini dei suoi luoghi, del suo tempo, ‘liberandoli’ dal loro stato di oppressione, di patimento, di dipendenza, di angoscia, di condizionamento, di paura: <<ne aveva compassione e guariva ogni malattia e infermità…>>(Mt 9,35-10,1). Quindi ha agito e agito con amore, sì, sempre, ma anche con rettitudine verso i ‘peccatori’. Perché quelle ‘guarigioni’ e quelle ‘liberazioni’ che Gesù ha concretizzato nella vita della gente, bisognosa di essere ‘amata’ e ‘sanata’, avevano comunque un risvolto sociale di cui il Figlio di Dio ha voluto trascurare. Infatti, mandava ogni ‘liberato’ e ‘guarito’ ad ottemperare come forma di ‘dovere’ verso la comunità, per quanto ‘ricevuto’ seppur gratuitamente. Cosicché dopo l’aspetto ‘divino’ e ‘salvifico’ occorre procedere anche nel contesto della convivenza civile, lasciando  che le questioni ‘del mondo’ incontrassero la loro ‘giustizia’. Cioè agendo di conseguenza secondo le regole e le consuetudine sociali.

    E noi, oggi, come e cosa possiamo fare per ‘dirci e operare da cristiani’ secondo le indicazioni/prassi di Gesù? Dobbiamo cercare di intervenire sulla realtà umana che abbiamo intorno così da poter anche noi riuscire ad aiutare e a ‘guarire’ e portare ‘giustizia’ sia alle vittime, sia ai pedofili, con amore. Anche se questa parola e quest’azione è imbarazzante esercitarla verso persone che hanno operato violenze fisiche e psichiche su dei minori, le cui conseguenze spesso rimangono indelebili e terrificanti per decenni, per non dire per tutta la vita, sulla loro persona.  Perché questo, come cristiani, ci viene chiesto. L’impresa, però, non è facile, ma ardua. Questi preti e vescovi pedofili – che cercano di gestire la loro situazione di coscienza, magari solo attraverso la confessione e così cavarsela, o passando da un confessore ad un altro, o continuando nella loro situazione di ‘peccato’ e di violenza verso gli abusati -, alcuni di loro andranno a confessarsi, mentre altri, forse, non lo faranno nemmeno o perché si vergognano, o non ci credono o perché hanno paura d’essere smascherati, continuando però a rovinare la vita delle loro vittime. Ma c’è però anche l’altro aspetto della ‘giustizia’ che è regolata dalle leggi della nostra società. La giustizia che socialmente viene richiesta è proprio questa: dimostrare le loro colpe secondo le regole della convivenza civile e così bloccarli nelle loro azioni pericolose. So, per esperienza personale – avendo frequentato un carcere come counselor volontario e avendo avuto colloqui per incarico del direttore con diversi pedofili non clericali –, che questi soggetti, quando attraversano le soglie della detenzione rischiano le stesse violenze e non solo, di cui sono incolpati, anche senza condanna definitiva, viste le ‘regole’ che vigono per consuetudine tra i detenuti di fronte a tali crimini. Ecco perché molti magistrati evitano il carcere al clero pedofilo, anche perché le stesse celle di sicurezza non sono così ‘sicure’. Eppure gli altri pedofili, quelli che non appartengono al clero, vivono queste dure esperienze: perché i preti e i vescovi no? Sono ‘speciali’?!

    Ma da cristiani crediamo nella possibile ‘conversione’ del peccatore, <<che si converta e viva>> però si dovrebbe rendere i pedofili incapaci di poter nuocere ancora. Attivando con le autorità ecclesiastiche, sistematicamente  nei contesti di selezione del personale clericale, tutti quei meccanismi di valutazione utili a controllare ed escludere chi solo possa paventare, anche lontanamente, tendenze di questo genere. Ma anche qui, occorre – come nelle indagini su tutta la realtà cattolica italiana per i casi di pedofilia -, non porre alcun limite temporale ed affidare la selezione specialistica a commissioni indipendenti che possano dare una valutazione prettamente tecnica e precisamente idonea dei soggetti che si sentono ‘vocazionalmente chiamati’ al sacerdozio. Ciò va svolto in piena consapevolezza, lucidità e laicità. Perché l’occhio competente ‘esterno’  deve poter aiutare la Chiesa ad uscire da questa fanghiglia che non si sa quando sia iniziata e chissà mai quando finirà…nella quale sono mescolati anche personaggi arrivati in seminario con altre mire più mondane come fare carriera, cercare di arricchirsi, trovare uno stipendio… A causa di questi comportamenti non trasparenti dei vertici ecclesiastici i pedofili e molti altri sguazzano in ‘zone franche’, trovando ‘amici’ su cui contare, dove rifugiarsi e farsi proteggere. Il motto dei preti è quello di ‘lavare i panni sporchi in casa propria’, al fine di evitare altri scandali. Come se il silenzio, le coperture, gli insabbiamenti fossero utili a cancellare e a far regredire sia il problema e sia lo schifo provato dai fedeli e dal ‘mondo’ di fronte ai casi che emergono in molte nazioni. In Italia occorre fare tutto questo ‘a piene mani’, senza lasciare spazio alcuno alla tolleranza, ma cercare di depotenziare e bloccare, dal loro stato di violentatori e sfruttatori sessuali, tutti quei preti e vescovi e religiosi che sono imbrattati di tali nefandezze. Papa Francesco è arrivato a dire recentemente (cfr. VaticanNews, 9 luglio 2022) che <<la tolleranza zero contro gli abusi è irreversibile>>. Sperando che ciò valga anche concretamente per la Chiesa italiana!

    Per cui la carità cristiana non dovrebbe fargli mancare l’attenzione e l’amore per aiutarli nel migliore dei modi, prima come persone e poi come appartenenti al clero della Chiesa Cattolica Romana. Ma, e c’è un ma, non dobbiamo dimenticare le vittime. E le vittime dovrebbero ‘sempre’ trovare una Chiesa pronta sia a chiedere scusa pubblicamente e ufficialmente, come pure lo debbono fare i singoli ecclesiastici pedofili. Inoltre, l’istituzione clericale dovrebbe partecipare all’aiuto concreto economico – se necessario e voluto -, delle vittime contribuendo al recupero socio-psicologico dell’abusato, del sopravvissuto, insomma di quelle vite umane giovani vittime dei preti e dei vescovi cattolici. Perché quando hanno compiuto quelle abominevoli opere di violenza le hanno compiute senza ‘interrompere’ il loro ‘essere prete’ e il loro ‘essere vescovo’, perché – come dice la Scrittura e la Tradizione – “tu sei sacerdote per sempre”(Gen 14,18-20). Ciò significa rimanere sempre e ‘per sempre’, ‘uomo di Dio’, che benché infangato e infangatore grazie al loro comportamento, questi restano, comunque, espressione istituzionale della Chiesa Cattolica e come tali coinvolti direttamente nel rappresentarla, anche se indegnamente.

    Quindi, i passaggi civile ed ecclesiastico dovrebbero viaggiare su due binari che si sostengono vicendevolmente per aiutare tutti i soggetti coinvolti ed anche le due società interessate, quella ecclesiastico-ecclesiale e quella civile-sociale. Sia le une, sia le altre sono importanti perché l’una – da una parte – non accetta e non vuole per legge che certe violenze perpetrate ai danni di bambini e giovani di un Paese – che si voglia far chiamare ‘civile e di diritto’-, non debba ricercare e condannare i colpevoli. Dall’altra, anche la Chiesa italiana deve ancora cercare di fare un passo più evangelico…ed ecco cosa ci racconta al proposito la parabola del ‘buon samaritano’: <<…chi ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti(pedofili) – tanto da ‘portargli via tutto’(la bellezza della vita), prendendolo a bastonate(umiliazione) e poi se ne andarono (lasciandolo solo) e mezzo morto (sofferente)?, chiese Gesù al dottore della legge…>>(Lc 10,30). Ma occorre anche un passo più laico e civile collaborando con la magistratura italiana per agire verso anche una giustizia in mezzo agli uomini. La Chiesa Cattolica non può più tollerare questi comportamenti pedofili da parte dei suoi ‘ministri’, giustificandoli o ‘coprendoli’, o girando la testa dall’altra parte, quello che proprio Gesù non ha mai fatto e che lo stesso papa Francesco ci dice di non volere. Per cui è giusto che dopo il primo momento della giustizia civile, la Chiesa debba fare la sua parte fino in fondo e secondo verità, anche maturando un più intenso e capace aiuto fraterno infra-ecclesiale/ico, verso ‘i casi di pedofilia’ che ha in seno. Deve adoperarsi al fine di contribuire alla riabilitazione con amore cristiano, del ‘buon samaritano’, ma anche affrontando ogni singolo caso di pedofilia che già esiste o che salterà fuori, senza limiti temporali e senza interferenze verso nessuno, aprendo agli uomini, come a Dio, tutto quanto è utile a fare trasparenza totale nell’interesse del singolo e delle istituzioni, siano esse ecclesiastiche, siano civili e sociali. Come Chiesa occorre saper dimostrare ai fratelli di fede come pure ‘al mondo’ la nuova volontà di ‘fare giustizia nella verità’, senza salvaguardie, né offrire lasciapassare a nessuno, siano essi papi, ex papi, vescovi, preti, religiosi e laici…, anche se ‘innalzati’ sugli altari. Perché chiunque ha agito per ‘offendere’ l’altro  che doveva e rappresenta(va) per lui l’Altro, cioè Gesù, ma l’ha abusato sfruttando anche il proprio ruolo privilegiato di clericale, deve passare per le maglie strettissime della giustizia civile, ma anche di quelle amorevoli ed altrettanto severe della comunità credente che vuole la ‘salvezza’ di tutti, senza però fare sconti a nessuno.                                                                                                                                       

     Piero Cappelli

    Studioso di Scienze Religiose. Giornalista Scrittore e counselor    

     

    *Citiamo questo documento perché è ancora questo il riferimento formativo dei preti oggi e, domani, come vescovi. Ce lo dice l’articolo dell’Osservatore Romano del 20 maggio 2022 che nel raccontare il <<convegno del 9 maggio “Tra mistero e storia. La formazione permanente dei presbiteri”, organizzato e promosso dalla rivista di spiritualità pastorale Presbyteri con la collaborazione dell’Unione apostolica del clero. (Dicendoci che…) l’origine della formazione permanente del clero è riconducibile all’esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis di san Giovanni Paolo II , pubblicata nel 1992>>(il corsivo è nostro), che porta riferimenti dei documenti conciliari del Vaticano II.   

  • Vescovo accusato di abusi su bambino a cui stava dando l’estrema unzione

    Vescovo accusato di abusi su bambino a cui stava dando l’estrema unzione

    Il vescovo di Swidnica, in Polonia, è stato accusato di abusi sessuali su un bambino di otto anni, abusi che sarebbero avvenuti quando il piccolo era ricoverato in ospedale e ritenuto in fin di vita. La denuncia dell’episodio di pedofilia è stata fatta dalla stessa presunta vittima, Andrzej Pogorzelski, oggi 38enne ed ex studente del seminario, che in un’intervista a Newsweek Polska ha puntato il dito contro Marek Mendyk, oggi porporato ma all’epoca dei fatti semplice sacerdote. In risposta alla pubblicazione dell’articolo, Mendyk ha rilasciato una dichiarazione in cui nega le accuse definendole “menzogne”, chiedendo scuse pubbliche e anche in’indagine da parte del Vaticano per far luce sulla vicenda.

    Come racconta Notes From Poland, l’episodio è l’ultimo di una serie di recenti denunce di abusi sessuali da parte di membri del clero cattolico polacco e di insabbiamenti da parte della gerarchia ecclesiastica. Il Vaticano ha punito alcuni vescovi ed ex vescovi della nazione per la loro negligenza nell’affrontare il problema. Pogorzelski ha raccontato a Newsweek di essere stato ricoverato all’età di otto anni a causa di complicazioni dovute agli orecchioni. Le sue condizioni erano così gravi che la famiglia mandò a chiamare un prete della parrocchia locale, Mendyk, per dargli l’estrema unzione. Il bambino fu lasciato solo con il sacerdote e Pogorzelski afferma che Mendyk quando rimase solo con lui “prese la mia mano e la guidò verso i miei pantaloni, iniziando a toccarmi”. “Ricordo che mi vergognai e nascosi la testa sotto il cuscino”, ha raccontato.

    “Mi disse che ora sarebbe andato tutto bene, ma che dovevo essere un bravo ragazzo e tenere tutto per me, perché poteva tornare… Pensavo che dovesse essere così, ero un bambino”. Pogorzelski ha dichiarato a Newsweek – che ha recentemente nominato capo redattore Tomasz Sekielski, giornalista e regista famoso per aver scoperto casi di abusi nella Chiesa – di non aver mai parlato con nessuno di abusi sessuali subiti dal sacerdote. Secondo le leggi sulla prescrizione del Paese, quella per i reati sessuali contro i minori di 15 anni scade quando la vittima compie 30 anni, questo significa che non potrà esserci un processo per provare le accuse.

    Il vescovo nella sua difesa ha scritto che “non sopporterà che le menzogne e le calunnie siano copiate da altri media”, e ha informato di aver affidato il caso agli avvocati. Inoltre, ha chiesto all’autore dell’accusa, che “potrebbe essere sotto l’influenza di altri”, di presentare pubbliche scuse. In una seconda dichiarazione, il prelato ha anche annunciato di aver fatto appello al suo superiore, l’arcivescovo di Breslavia, affinché intraprenda “azioni in conformità con la legge canonica” volte a indagare sul caso. Mendyk ha detto di aver informato anche la nunziatura apostolica in Polonia e ha dichiarato di essere pronto a collaborare pienamente con le autorità ecclesiastiche e statali.

    https://europa.today.it/attualita/vescovo-abusi-bambino-estrema-unzione.html

  • La menzogna di Francesco.  Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    La menzogna di Francesco. Denunciano abusi e insabbiamenti in un importante collegio dei Gesuiti ai tempi di Bergoglio

    Questo sabato, nella sezione Società del quotidiano Clarín , la giornalista Mariana Iglesias ha pubblicato una grave denuncia che coinvolge papa Francesco e la sua congregazione cattolica per aver coperto gli abusi sessuali commessi dal sacerdote César Fretes contro minori. Gli eventi, secondo la testimonianza dei sopravvissuti, sono avvenuti due decenni fa in una delle scuole più “prestigiose” della Compagnia di Gesù , la congregazione dei Gesuiti che Jorge Bergoglio ha guidato per anni fino a quando si è trasferito a Roma per ricoprire il ruolo di “supremo pontefice”. “.”.

    Pablo Vio e Gonzalo Elizondo compiono oggi 31 anni. Nel 2002 avevano undici anni ed erano studenti di prima media al Colegio Del Salvador , che occupa gran parte dell’isolato che comprende Callao Avenue e le strade Lavalle, Tucumán e Riobamba nella città di Buenos Aires. La scuola (le cui rette mensili sono di circa $ 65.000) è una delle istituzioni educative più riconosciute dei Gesuiti in Argentina e lì Bergoglio era professore di Lettere e Psicologia, nonché “direttore spirituale” e “confessore”. Quando si verificarono i fatti, inoltre, l’attuale papa era già cardinale e arcivescovo di Buenos Aires .

    Da “tutor” a molestatore

    Vio ed Elizondo hanno raccontato cosa è successo loro in vent’anni. Il primo ricorda che in quella scuola frequentava la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, «dal lunedì al venerdì dalle 7.00 alle 16.00 e molte volte il sabato per qualche attività che si svolgeva a scuola». Padre Fretes è stato il suo primo “tutore”, una sorta di compagno pedagogico e spirituale. “Era uno di quei sacerdoti che si avvicinava a te e conosceva il tuo nome, ti abbracciava e ti chiedeva cose personali (…) Ha generato una fiducia in più”, dice. Anche il suo ex compagno di classe ha frequentato le scuole primarie e secondarie, con Fretes come tutor.

    Riguardo ai fatti del 2002, Vio (allora undicenne) racconta che il sacerdote portava alcuni dei ragazzi nel suo ufficio , “individualmente”. Lì ha chiesto loro delle loro conoscenze sulla sessualità. “Mi chiedevo se mi fossi masturbato e se avessi capito cosa si generava masturbandomi. Mi ha spiegato perché e come il pene si è alzato ed è diventato duro, mi ha parlato del liquido pre-seminale e dell’eiaculazione”.

    Nel caso di Elizondo, oltre a portarlo nel suo ufficio e parlargli di questioni sessuali, padre Fretes lo ha abusato fisicamente durante un ritiro spirituale chiamato “Incontro con Cristo ” . L’uomo spiega che, mentre dormiva in una delle stanze durante quel ritiro, si è svegliato “nel mezzo della notte” e ha trovato Fretes nel suo letto. “Avevo una delle sue mani dentro i pantaloni, a toccarmi i genitali. Quando mi sono svegliato, ha cominciato a togliere la mano dai miei pantaloni e mi ha detto ‘stavi sonnambulo, ti ho trovato nel corridoio e ti ho portato nella stanza’. Mai, né prima né dopo, sono stato sonnambulo”, chiarisce.

    Per entrambi i bambini (e secondo loro anche per altri dieci studenti) queste situazioni li riempivano di confusione , incertezza e paura . “Per anni non ho capito cosa fosse successo e l’ho considerato un errore o un semplice incidente”, dice Elizondo. Da parte sua, Vio fa notare che appena 17 anni dopo ebbe un paio di colloqui che gli fecero “sbloccare” qualcosa in lui “che aveva in testa da tempo e non sapeva come canalizzare”.

    “Nel 2019 ho passato il Natale con un altro studente della scuola, che mi ha detto che la sua famiglia aveva denunciato il prete per l’abuso di un altro compagno di classe. Il rettore era Rafael Velazco , che decise di trasferire Fretes a Mendoza. Quello stesso fine anno uno dei miei migliori amici venne a raccontarmi un evento accaduto a scuola in quel periodo con César Fretes. Ha riportato alla mente ricordi e gli ho raccontato cosa mi era successo”, racconta Vio a Clarín .

    In effetti, Fretes è stato “improvvisamente” trasferito da Buenos Aires a Mendoza nel 2003 , a seguito di denunce contro di lui presentate da tre famiglie davanti alle autorità scolastiche. Così, probabilmente, è diventato un “tutore, consulente e consigliere” per gli studenti della scuola San Luis Gonzaga, situata nel centro della capitale Cuyo. Secondo la versione della Compagnia di Gesù, nel 2007 il sacerdote è stato “espulso” dalla congregazione dopo una “indagine” interna . Nel 2015 è morto di cancro, impunito dall’opera e dalla grazia dello spirito di corpo della Chiesa.

    bergoglio sapeva

    Sebbene la nota di Clarín e le sue ripercussioni su altre grandi società giornalistiche minimizzino le colpe di papa Francesco, sia la verticalità che la gelosa segretezza che caratterizzano la Chiesa cattolica evitano dubbi sulla conoscenza (e probabile responsabilità) di ciascuno di questi movimenti. cardinale Bergoglio. Ancor meno quando i protagonisti appartenevano alla propria congregazione.

    Elizondo afferma che “prima del trasferimento di Fretes c’era solo silenzio intriso di voci”, che per lui significa un “chiaro insabbiamento” che “è riuscito a non far parlare nessuno” . Così, ha finito per rimanere in silenzio. “Per molti anni mi sono dimenticato, insieme a una grande difficoltà di parlare dei miei sentimenti e delle mie emozioni… Però mi è tornato in mente, e sempre più spesso negli ultimi anni. Il contesto sociale, con le numerose denunce di abusi, le campagne che sottolineano l’importanza della denuncia… Il dolore e l’indignazione per un simile insabbiamento mi hanno fatto fare qualcosa… Ho chiesto spiegazioni”, precisa.

    Il sociologo oggi aggiunge che nel febbraio 2020 ha ricevuto “una lettera”. Sebbene non fornisca dettagli sul mittente, si trattava di una lettera dei gesuiti. “Ho provato un grande dolore , delusione e rabbia . Dolore, perché anche oggi ho grande difficoltà a parlare di quello che è successo con i miei cari. Delusione, per come l’istituzione ha agito in passato, per averci lasciato vittime in silenzio, per la sensazione che a nessuno importasse di noi. Indignazione, per la smentita dell’accaduto, perché non è andato davanti alla giustizia, per aver sentito che anche oggi c’è resistenza a farlo conoscere».

    Mesi dopo decise di inviare un messaggio in Vaticano. “Il 21 giugno 2020 ho inviato una lettera a papa Francesco, anch’egli appartenente alla Compagnia di Gesù, chiedendogli di intercedere per ottenere risposte concrete dall’istituzione. Non ho ricevuto risposta . È triste che coloro che furono rettori del Colegio del Salvador e ricevettero le prime denunce di abusi da Fretes, siano oggi le massime autorità della Compagnia di Gesù in Argentina”, aggiunge Elizondo.

    Il suo ex compagno di scuola aggiunge che la mattina del 9 settembre 2020 si sono incontrati entrambi “in un ufficio al secondo piano della Scuola” con chiunque fosse rettore all’epoca delle denunce di abusi e 18 anni dopo lui era nientemeno che il capo dei Gesuiti in Argentina , Rafael Velasco . “Ci hanno ascoltato e ci hanno spiegato perché avevano deciso di non fare nulla e il protocollo che hanno ora. Ci hanno chiesto di cercare di non fare molto all’esterno , dato che c’erano molti genitori che portavano i figli a scuola e questo avrebbe solo creato un problema per i terzi ”, ”Vio dettagli.

    Con tutto questo al seguito, Vio ed Elizondo hanno presentato qualche giorno fa una “ricorso amministrativo” alle autorità della Compagnia di Gesù , ritenendosi vittime di “danni morali, psicologici e patrimoniali ” . Allo stesso tempo, chiedono “risarcimento” (nonostante vi sia un danno irreparabile) per quanto subito, come previsto dal Diritto Internazionale dei Diritti Umani . Nel testo presentato, i due uomini citano lo stesso Francesco quando afferma (cinicamente) che «perché questi casi, in tutte le loro forme, non si ripetano, è necessaria una continua e profonda conversione dei cuori, accompagnata da concrete e che coinvolgano tutti nella Chiesa”.

    Che Dio ti aiuti

    Poche ore dopo la pubblicazione a Clarín della nota di Mariana Iglesias , la Compagnia di Gesù ha pubblicato sul proprio sito una breve dichiarazione che, curiosamente, non è stata rilasciata attraverso gli account ufficiali che l’ente ha su Facebook , Twitter e Instagram . Il testo è interessante per diversi aspetti.

    Da un lato, le autorità gesuitiche non negano una sola parola di Vio ed Elizondo . Già questo la dice lunga, vista la consueta reazione della Curia a casi simili o peggiori. Il “manuale” non scritto del Vaticano ordina, innanzitutto, di accusare le denunce di “calunnia” e di cercare di comprare (ad ogni costo) il silenzio dei sopravvissuti.

    D’altra parte, non fanno altro che giustificare le loro azioni di insabbiamento nei confronti di Fretes . Al limite della provocazione, affermano che poiché nel 2003 le famiglie “non ritenevano opportuno sporgere denuncia in ambito civile”, non potevano far nulla a causa “della legislazione dell’epoca”. Vale a dire, riconoscono la loro inerzia in termini giudiziali di fronte ai reati commessi da Fretes nei confronti di vari bambini, dando di fatto la copertura penale totale e, quindi, permettendogli di continuare ad abusare se ne avesse l’opportunità .

    Allo stesso tempo, dicono di “rimpiangere profondamente l’accaduto”, che “il dolore è grande” ed è per questo che chiedono “perdono alle vittime” che “non avrebbero dovuto soffrire così”. Oltre ad esprimere un impegno molto poco credibile per “l’accompagnamento di tutte le persone colpite, oltre a continuare il massimo sforzo di prevenzione per evitare il ripetersi di questo tipo di abusi”.

    Cosa diranno ora gli apologeti di Francisco, che negano la loro responsabilità di insabbiamento in casi che si ripetono in tutto il mondo e si uniscono anche alla campagna vaticana di stigmatizzazione e rivittimizzazione di chi riesce a denunciare dopo anni di silenzio tortuoso?

    Come sarebbero diverse le cose se la Chiesa fosse davvero del tutto separata dallo Stato e cessasse di godere di tutti i benefici e privilegi che le sono stati conferiti attraverso leggi, decreti ( molti della dittatura ) e il disastroso “Concordat” firmato nel 1966 da Paolo VI e Juan Carlos Onganía, ancora in forza.

    https://www.laizquierdadiario.com/Denuncian-abusos-y-encubrimiento-en-un-importante-colegio-jesuita-en-tiempos-de-Bergoglio

  • Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    I fratelli e padri maristi hanno educato primi ministri, giudici, cardinali e All Blacks nelle loro scuole superiori cattoliche. Ma il loro record di abusi sessuali è orribile. Peggio ancora è stata la loro gestione degli abusi quando sono stati smascherati. In questa serie The Secret History, Steve Kilgallon indaga sul potere, gli abusi e gli insabbiamenti nel cuore di due gruppi religiosi molto influenti e ricchi.

    Questa è la parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    Avvertimento: questa storia potrebbe essere sconvolgente per alcuni.

    Quando John Wilson* aveva 12 anni, fu ripetutamente violentato e abusato sessualmente dal suo preside della scuola, Kevin Waters.

    Per due anni allo Xavier Intermediate di Christchurch , John è stato curato, poi minacciato, picchiato e persino bruciato con un accendisigari. Era un chierichetto e Waters avrebbe ingannato John convocandolo nella cattedrale cattolica della città con la scusa di aiutare a una messa, quindi abusando di lui.

    “Da ragazzo di 12 anni, avere questo ragazzo imponente in piedi sopra di te con una tunica nera: era molto intimidatorio”, dice John. “Era un uomo orribile”.

    Waters, solitamente noto come Fratel Giles, faceva parte di un ordine religioso chiamato Marist Brothers , un gruppo cattolico dedito all’istruzione.

    Giovanni lo disse al padre profondamente religioso, che si rifiutò di credergli; ha distrutto la loro relazione.

    L’abuso ha creato altri danni per tutta la vita. Pietrificato dall’idea di andare a scuola, John ha smesso a 14 anni e si è messo al lavoro per pulire i filtri dei camion; non ha mai completato la sua formazione.

    Ha tentato il suicidio due volte da giovane e alla fine ha parlato dei suoi abusi solo quando ha minacciato il suo matrimonio.

    Se dorme senza farmaci, viene svegliato dagli incubi.

    “Ti fa a pezzi emotivamente”, dice, 41 anni dopo. ”Ecco da dove provenivano i miei passati tentativi di suicidio. Vieni abbattuto quando pensi a quello che hai passato. Cerchi di tenerlo insieme, perché ho dei figli piccoli e un matrimonio, ma quando inizi a lasciarti arrivare, ti distrugge”.

    Waters ha insegnato per oltre mezzo secolo nelle scuole di tutto il paese prima della sua morte nel 2011, all’età di 83 anni, una morte segnata nella newsletter dei maristi con un elogio che celebrava la sua “attenzione speciale per gli sfavoriti e … ricercando l’amore di Dio”.

    John dice di aver identificato personalmente almeno altri 10 sopravvissuti agli abusi di Waters. Ci sono prove che le lamentele fatte – negli anni ’50, ’60 e ’70 – mentre Waters insegnava ancora furono ignorate.

    La storia di Giovanni è una delle tante. Per questa serie, Stuff ha intervistato 21 sopravvissuti a terribili, spesso duraturi abusi da parte dei Fratelli Maristi (fondati nel 1817) e dei Padri Maristi (fondati nel 1816), ufficialmente conosciuti come Società di Maria.

    I due gruppi correlati ora hanno solo 179 membri viventi in Nuova Zelanda, ma hanno lasciato una scia spesso appena riconosciuta di abusi sessuali sui bambini alle loro cure.

    Quando sbarcarono per la prima volta nel porto di Hokianga nel Northland nel 1838, i maristi progettarono di educare i “selvaggi” e mantenere viva la fede cattolica.

    Jean-Claude Pompallier, l’uomo inviato a guidare la missione dalla Francia, luogo di fondazione dei maristi, partì “piuttosto felice per la fine del mondo… per quei selvaggi che non conoscono il nostro salvatore”.

    I Padri guidarono la missione originaria, ma furono i Fratelli che iniziarono a fondare scuole nel 1876. Il governo non finanziava scuole religiose , quindi queste erano spesso sovraffollate, piene di irlandesi della classe operaia con Fratelli non pagati alla lavagna.

    Nel 1880 avevano 131 scuole a livello nazionale, mentre un altro boom con l’arrivo dell’istruzione secondaria obbligatoria nel 1946 vide una nuova ondata di scuole superiori maschili. Entrambi i gruppi ora possiedono importanti scuole superiori a livello nazionale.

    Al loro apice, i Brothers hanno fornito 100 insegnanti nelle scuole superiori della Nuova Zelanda e altri 60 nelle primarie e nel Pacifico. Stabilirono anche una rete di vecchi ragazzi che iniziò con una biblioteca e una sala da biliardo ad Auckland nel 1904 e si espanse in una rete di club di calcio , cricket, rugby, campionato, atletica leggera, boxe, nuoto e basket nella maggior parte delle grandi città.

    Significava che i due gruppi esercitavano un’enorme influenza sulla società neozelandese come i maggiori fornitori di istruzione cattolica, data a circa il 9% dei kiwi. Ne hanno raggiunti molti di più attraverso quella rete sportiva .

    I vecchi maristi si sono laureati nelle gerarchie della polizia, del servizio civile, della magistratura, dei media, dello sport e della chiesa. La storia centenaria del liceo maschile di Auckland, il fiore all’occhiello dei fratelli, il Sacro Cuore, si vantava di aver educato un cardinale, cinque vescovi, 137 sacerdoti, 30 fratelli religiosi, quattro studiosi di Rodi, 36 professori universitari, quattro cavalieri, 10 giudici, un capo del Commonwealth di stato, cinque parlamentari, tre ministri di gabinetto e oltre 100 sportivi internazionali, tra cui 20 All Blacks e un capitano di cricket.

    Quella storia, tuttavia, non menzionava che un ex preside, Ken “Brother Bosco” Camden, faceva parte di una lunga lista di pedofili attivi in ​​entrambi gli ordini.

    Secondo le sue stesse statistiche conservatrici, la Chiesa cattolica neozelandese stima che circa il 7% dei suoi sacerdoti siano pedofili . Si ritiene che il numero negli ordini religiosi – monaci, monache e fratelli – sia molto più alto, intorno al 14%.

    Le statistiche della chiesa registrano 157 accuse mosse contro 59 fratelli maristi tra il 1950 e il 2021, circa il 12% dei 484 membri dell’ordine. La Società di Maria – i Padri Maristi – ha presentato 118 denunce contro 43 membri, circa il 6% dei suoi 781 sacerdoti.

    Ma gli attivisti ritengono che le cifre reali potrebbero essere il doppio o più: la chiesa non ha tenuto registri prima del 1995 e molte, molte vittime sono state messe a tacere o non si sono mai lamentate. A livello internazionale, si ritiene che solo il 25-30% delle vittime di abusi sessuali si faccia avanti. Anche la stessa chiesa considera le cifre troppo basse: Tim Duckworth dei padri maristi afferma: “Credo che tutti gli episodi di abusi e violenze sessuali siano sottostimati”.

    La chiesa ha avuto un problema con gli abusi sessuali su minori sin dai primi giorni del cristianesimo, con documenti che risalgono al Sinodo di Elvire, nel 305 d.C., discutendo la questione.

    Ma, dice padre Tom Doyle, esperto mondiale di abusi sessuali cattolici, la Chiesa moderna ha sempre optato per la segretezza, proteggendo la propria gerarchia sulle vittime.

    “È stato sepolto in segreto”, dice. “Perché si rendono conto che se questo viene a conoscenza, la credibilità dell’istituzione affonderà come una palla da bowling in un lago”.

    La Nuova Zelanda non era immune da questa cultura. Nel 1934, Michael Liston, settimo vescovo cattolico di Auckland (1929-1970), ricevette una denuncia da una donna che un prete aveva molestato sessualmente sua figlia. La sua risposta, citata nella biografia di Liston di Nicholas Reid, diceva: “Sono sicuro che farai in modo che non si parli dell’incidente”.

    Doyle dice che le crepe hanno cominciato a emergere con un caso del 1984 in Louisiana, che i media hanno coperto, piuttosto che ignorato; poi, nel 1989, sono stati denunciati abusi diffusi in un orfanotrofio Christian Brothers in Canada.

    Papa Giovanni Paolo II inizialmente respinse la scoperta di preti pedofili all’interno della sua chiesa come un “problema americano” – ma presto fu in Irlanda, Austria e ovunque.

    “Gli unici posti su questo globo in cui non ci sono prove di abusi sessuali da parte di sacerdoti sono i regni del Bhutan e del Nepal, perché non ci sono sacerdoti, e l’Antartide, perché sono tutti pinguini”, dice Doyle.

    Nel 2002 esplose la bomba per la Chiesa cattolica. Il team investigativo Spotlight del Boston Globe ha denunciato abusi sessuali sistematici tra i sacerdoti di Boston e l’insabbiamento progettato dal loro leader, il cardinale Bernard Law. Il loro lavoro è stato trasformato nel film premio Oscar 2012 Spotlight .

    La denuncia del Boston Globe ha innescato un’ondata mondiale di denunce di abusi sessuali da parte dei sopravvissuti. Un rapporto successivamente commissionato dalla chiesa stessa al John Jay Institute di New York identificherebbe il 2002 come il “picco” della crisi per la denuncia dei casi (il picco effettivo dei reati si è verificato a metà degli anni ’70).

    L’onda si è mossa velocemente, colpendo la Nuova Zelanda nello stesso anno. Un documentario televisivo ha attivato 137 chiamate a una hotline istituita dai Padri Maristi.

    Ma – come in tanti altri casi in tutto il mondo – i Padri sapevano che c’era un problema molto prima di ammettere pubblicamente qualcosa. Chanel Houlahan, un sacerdote marista di Auckland esperto nella riabilitazione dei pedofili, a metà degli anni ’90 raccontò ai padri maristi il ​​problema degli abusi in mezzo a loro. È stato ignorato.

    “Eravamo inorriditi… non eravamo impegnati in alcun modo per consigliare la chiesa”, dice.

    Fino al 1995, tutti i rami della Chiesa cattolica della Nuova Zelanda hanno risolto i casi in modo confidenziale. Non sono stati tenuti registri e l’abuso è stato trattato come un fallimento morale da risolvere tra sacerdote e superiore.

    Nel 2002 i religiosi più anziani della chiesa neozelandese si sono incontrati per affrontare finalmente la questione e stabilire quanto pagare le sue vittime. Hanno deciso di mantenere segreti gli importi. E il più basso possibile.

    “Il nostro obiettivo non è eludere alcun obbligo morale che potremmo avere per riparare alle ingiustizie, ma è esercitare una gestione responsabile delle risorse che provengono principalmente dal popolo cattolico … il popolo cattolico ha già contribuito al fondo ACC istituito dal governo proprio per soddisfare tali esigenze”.

    Entrambi i gruppi maristi – i Fratelli ei Padri – erano presenti all’incontro, ed erano entusiasti di questo approccio. I Padri Maristi decisero che la sua vincita massima sarebbe stata di soli $ 20.000 (in seguito $ 30.000) – o $ 10.000 se l’aggressore fosse morto. I Fratelli Maristi adottarono una scala leggermente inferiore.

    Fino ad oggi, ai sopravvissuti della Nuova Zelanda vengono pagati importi pietosi rispetto agli insediamenti multimilionari all’estero. La Chiesa cattolica qui – ei maristi in particolare – hanno perseguito una politica deliberata di limitazione dei pagamenti.

    Entrambi i gruppi maristi sono estremamente ricchi, possiedono enormi proprietà immobiliari residenziali, contanti, azioni e obbligazioni – e il vigneto Mission Estate estremamente redditizio. La ricerca di Stuff suggerisce che i due gruppi maristi valgono, secondo una stima prudente, circa $ 400 milioni.

    Entrambi hanno compiuto sforzi concertati per ridurre al minimo i loro pagamenti ai sopravvissuti. In questa serie, Stuff mostrerà come avvocati ben pagati hanno affrontato i denuncianti per dissuaderli dall’intraprendere azioni legali.

    Nessuno dei sopravvissuti a cui Stuff ha parlato ha ricevuto più di $ 50.000 di risarcimento. Ma quasi tutti hanno subito profondi impatti per tutta la vita.

    Tre hanno trascorso la maggior parte della loro vita adulta scontando più pene detentive. Alcuni hanno avuto problemi di droga e alcuni hanno sofferto di gravi problemi di salute mentale. La maggior parte ha segnalato difficoltà nel formare relazioni personali e professionali, lotte con figure di autorità e perdita della fede religiosa o “omicidio dell’anima”. Molti si incolpano: “Ho vissuto una vita in cui cercavo continuamente di rimediare per essere una persona cattiva”, dice un sopravvissuto.

    Evadere la giustizia

    Una fila di lapidi nel cimitero Waikaraka di Auckland segna l’ultimo luogo di riposo di molti fratelli maristi. Tra loro ci sono pedofili condannati; ancora più numerosi sono quelli credibilmente accusati, ma che sono morti senza mai affrontare la giustizia.

    In questa serie esporremo le strutture che hanno permesso a questo abuso di prosperare, impunite, ai più alti livelli di entrambe le società, permettendo a questi uomini di andare alle loro tombe con una reputazione intatta.

    Mostreremo come le autorità mariste non sono riuscite a fermarlo, non hanno indagato su di esso, hanno chiuso un occhio e, quando alla fine si sono confrontate con la verità degli abusatori in mezzo a loro, non sono riuscite a creare salvaguardie per prevenire la recidiva.

    Mostreremo come questi uomini sono stati in grado di ferire più vittime in carriere lunghe e decorate – e come molti, come Kevin Waters e Ken Camden, sono saliti al grado di preside in alcune delle scuole più prestigiose della Nuova Zelanda. Spesso i pedofili si raggruppavano in gruppi in un’unica scuola.

    Adottando quello che Tom Doyle chiama il “playbook universale”, i trasgressori si sono commossi quando sono emerse le denunce, consentendo loro di continuare ad abusare in altre città, o talvolta nelle isole del Pacifico . Mostreremo come i trasgressori sono stati spostati silenziosamente in nuovi ruoli con facile accesso ai bambini anche quando erano state presentate denunce.

    Murray Heasley è il leader di un gruppo di supporto per i sopravvissuti chiamato Network of Survivors of Abuse in Faith-based Institutions and their Supporters. “I maristi sono arrivati ​​in Nuova Zelanda ispirati, in teoria, dall’esempio della Vergine Maria”, dice. “Ma si sono rivelati i precursori dell’orrore, di abusi sessuali su minori senza rimorsi e incessanti aggravati dal suo occultamento e spostamento dei predatori”.

    Sia i fratelli che i padri maristi si sono scusati. In una dichiarazione, Tim Duckworth dei padri ha dichiarato: “Non sarebbe mai dovuto accadere. Faccio fatica a capire come alcuni membri di una congregazione … avrebbero dovuto offendere in modo così spregevole i giovani e gli adulti innocenti e vulnerabili. Mi dispiace.”

    Il delegato dei Fratelli Maristi Peter Horide ha detto: ”’Sono profondamente consapevole che questo è motivo di vergogna, di rammarico e che le persone che hanno vissuto queste cose saranno profondamente angosciate. Ci scusiamo che questo sia mai successo, non sarebbe dovuto accadere e il loro dolore è qualcosa di cui siamo molto consapevoli.”

    “Mi ha rovinato la vita”

    I Marist Brothers si sono scusati con John Wilson, ma non hanno ancora accettato alcun compenso per il suo orribile abuso.

    Le loro offerte, dice, sono state “offensive”. Anche se non nominerà le cifre precise, dice che coprirebbero solo le fatture dei suoi avvocati, che ammontano a $ 15.000.

    L’abuso “mi ha rovinato la vita”, dice John. I suoi fratelli, che non sono stati maltrattati, sono ricchi e di grande successo. Ha sempre condotto una vita solitaria, da lavoratore autonomo.

    “Non sto vivendo lo stile di vita che avrei potuto vivere, perché lui [Waters] me l’ha rubato … non posso lavorare per altre persone. Ho faticato a relazionarmi con le persone. Ho lottato per mantenere le amicizie”.

    A volte invia un’e-mail ai fratelli nelle prime ore del mattino. “Ho fatto loro sapere che sono completamente sveglio. ‘Come ti senti?’

    “Questo è il mio mondo. Non ti lascia mai. Non lo augurerei a nessuno”.

    Questa è la Parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    CORREZIONE: una versione precedente di questa storia identificava erroneamente il cimitero di Waikumete. Il cimitero corretto è Waikaraka. Ha anche erroneamente descritto il gruppo di supporto di Murray Heasley come la Rete dei sopravvissuti agli abusi sessuali della Chiesa e dei loro sostenitori. La corretta designazione del gruppo è Rete dei sopravvissuti agli abusi nelle istituzioni religiose e dei loro sostenitori. Modificato 8:10, 2 luglio 2022.

    https://www.stuff.co.nz/national/129032595/a-secret-world-of-power-abuse-and-coverups-in-new-zealand-schools

  • Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Una nuova iniziativa di un gruppo che rappresenta i sacerdoti cattolici statunitensi per informare i religiosi dei loro diritti canonici quando sono accusati di cattiva condotta, compresi gli abusi sessuali, sta attirando le critiche dei sostenitori dei sopravvissuti, che affermano che potrebbe aiutare a mettere i sacerdoti accusati in una luce eccessivamente comprensiva.

    Ma il clero dietro lo sforzo dell’Associazione dei Preti Cattolici degli Stati Uniti , o AUSCP, sostiene che sia necessario. Negli ultimi 20 anni, dicono, i leader diocesani non hanno rispettato i diritti dei sacerdoti secondo il diritto canonico, in alcuni casi permettendo ai chierici accusati di languire nel “limbo” amministrativo per diversi anni mentre le autorità civili e ecclesiastiche indagano sulle accuse mosse contro di loro.

    “E in così tanti casi è praticamente impossibile provare la loro innocenza, perché è piuttosto difficile dimostrare un negativo”, ha detto p. Mike Sullivan, un parroco del Minnesota, avvocato canonico e membro del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione, ha detto a NCR.

    Quel gruppo di lavoro, dopo quasi due anni di consultazioni con vescovi, canonisti e sacerdoti, ha elaborato un documento che delinea i diritti dei membri del clero ai sensi del Codice di diritto canonico quando sono accusati di illeciti, compreso l’abuso sessuale.

    L’associazione sta inviando quel documento, e una carta formato portafoglio di accompagnamento, agli oltre 30.000 sacerdoti diocesani e religiosi del Paese che sono elencati nell’elenco ufficiale cattolico .

    “Non prendiamo posizione sul fatto che qualcuno sia colpevole o non colpevole. Stiamo dicendo che c’è un giusto processo, ecco di cosa si tratta e ti aiuteremo ad accedervi se non riceverai quell’aiuto dalla tua diocesi”, disse p. Stephen Newton, un sacerdote della Santa Croce che serve come direttore esecutivo dell’associazione.

    Ma mentre sono d’accordo sull’importanza di un giusto processo, i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e i loro sostenitori esprimono preoccupazione per il fatto che porre troppa enfasi sulla difficile situazione dei sacerdoti accusati rischi di tornare ai giorni in cui la chiesa licenziava regolarmente le vittime e proteggeva i sacerdoti che le abusavano.

    «Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini. Il problema è che non tutte le accuse sono vere.’
    —Nicola Cafardi

    “Capisco l’angoscia dei sacerdoti

     che vengono ingiustamente accusati e strappati fuori da una parrocchia senza alcuna spiegazione. Ma per tutta quell’angoscia che provano, è minore rispetto al dolore, alla perdita e al tradimento vissuti dai sopravvissuti, dalle loro famiglie e le loro comunità parrocchiali”, ha affermato Donna Doucette, direttrice esecutiva del gruppo di riforma Voice of the Faithful, fondato a Boston dopo la denuncia nel 2002 di abusi e insabbiamenti in quell’arcidiocesi.

    Michael McDonnell, un portavoce del Survivors Network of those Abuded by Priests, ha citato una ricerca che, secondo lui, sottolinea la realtà che i ranghi dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero superano quelli dei preti falsamente accusati “di un ordine di grandezza”.

    “Riconosciamo che chiunque sia accusato di un crimine in America ha diritto a un giusto processo”, ha detto McDonnell a NCR. “Riaffermiamo inoltre che crediamo ai sopravvissuti e sosterremo coloro che si fanno avanti con accuse di abusi poiché, molto probabilmente, le loro storie sono vere”.

    I sacerdoti affiliati all’AUSCP hanno detto a NCR che non stanno cercando di distogliere l’attenzione dai sopravvissuti o di ostacolare le indagini sugli abusi sessuali da parte del clero. Hanno affermato che i sacerdoti condannati per aver abusato di bambini e adulti vulnerabili dovrebbero essere ritenuti responsabili dei loro crimini.

    “Non cerco di far assolre i preti colpevoli, non è il mio lavoro”, ha detto Sullivan, uno dei fondatori di Justice for Priests and Deacons , un’organizzazione con sede a Las Vegas che fornisce consulenza ai membri del clero sui loro diritti canonici.

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”.
    —Terence McKiernan

    Sullivan e altri leader dell’associazione hanno affermato che il clero accusato ha ancora diritti ai sensi del diritto canonico e hanno suggerito che i leader della chiesa hanno spesso ignorato tali diritti, soprattutto nei 20 anni da quando i vescovi statunitensi hanno adottato la Carta per la protezione dei bambini e dei giovani a giugno 2002.

    “Forse il pendolo è andato troppo oltre”, ha detto p. Ed Palumbos, sacerdote della diocesi di Rochester, New York, che serve come presidente del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione. Palumbos ha affermato di credere che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sia nel mezzo di una “correzione del corso” nel modo in cui giudica i casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Quello che troviamo è che quando i ragazzi vengono accusati, falsamente o in altro modo, vengono immediatamente chiamati nell’ufficio della cancelleria, ed è quasi una situazione in cui sei colpevole fino a prova contraria, che è l’esatto opposto di ciò che è giusto e giusto”, Palumbos detto a NCR.

    Nicholas Cafardi , un avvocato civile e canonico non affiliato all’AUSCP, ha detto a NCR di vedere l’iniziativa come “un tentativo di riportare il pendolo un po’ più verso il centro, dove dovrebbe essere”.

    “Il problema è che i sacerdoti vengono chiamati in cancelleria non appena [un’accusa] arriva e prima che ci sia stato qualsiasi tipo di indagine preliminare. Tecnicamente, questo non dovrebbe accadere. L’indagine dovrebbe essere svolta prima di agire contro il sacerdote “, ha detto Cafardi, che ha suggerito che i vescovi cattolici statunitensi oggi “sono estremamente spaventati”.

    “Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini”, ha detto. “Il problema è che non tutte le accuse sono vere”.

    Il fatto che il gruppo parli a favore dei diritti canonici del clero accusato di abusi sessuali presenta alcuni punti di tensione unici per un’organizzazione cattolica che è relativamente progressista e ha collaborato con i gruppi di sopravvissuti del clero per sostenere la responsabilità nella chiesa.

    “Molti [membri dell’associazione] sono membri della nostra organizzazione. Abbiamo un ottimo rapporto”, ha affermato Doucette, che ha notato che Voice of the Faithful e l’associazione hanno pubblicato congiuntamente un white paper del 2019 sul clericalismo. Ha detto a NCR che i gruppi hanno lavorato insieme per raccogliere contributi durante il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia nel 2014 e che hanno collaborato a iniziative relative al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica.

    Doucette ha detto che Voice of the Faithful non è coinvolta nel progetto per i diritti dei sacerdoti dell’AUSCP. Doucette ha aggiunto che, come ha fatto in passato, quest’anno ha partecipato all’assemblea annuale dell’AUSCP . Si è tenuto dal 20 al 23 giugno a Linthicum, nel Maryland, e ha visto gli interventi principali di due vescovi: Lexington, il vescovo del Kentucky John Stowe e il cardinale Peter Turkson, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali del Vaticano.

    “Penso che la paura tra il clero sia che alla gerarchia non importi se l’hanno fatto o meno”, ha detto Doucette. “[I vescovi] vogliono solo che se ne vada e il prete verrà calpestato nel processo. È un problema e penso che tu debba guardare ogni caso. Non c’è una risposta facile a questo”.

    Newton, il direttore esecutivo dell’associazione, ha detto a NCR che l’iniziativa del gruppo ha lo scopo di informare i sacerdoti dei loro diritti canonici. Ha detto che l’associazione sosterrà i membri del clero che si sentono disorientati e isolati quando accusati di aver commesso un errore.

    “Possiamo riferire [preti accusati] ad avvocati canonici. Possiamo anche indirizzarli ad avvocati civili se è appropriato”, ha detto Newton. “Non ci coinvolgiamo affatto come associazione nel caso del sacerdote, in un modo o nell’altro. Ma vogliamo che la persona sappia cosa può fare e cosa funziona e cosa non funziona”.

    La carta formato portafoglio dell’associazione istruisce i sacerdoti, se ricevono una chiamata inaspettata dalla loro cancelleria, a chiedere il motivo per cui sono chiamati a presentarsi alla sede diocesana. La carta dice di “SEMPRE” portare con sé un “fidato amico sacerdote”.

    Citando il diritto canonico, la carta consiglia ai sacerdoti di non firmare nulla in cancelleria o di dimettersi dalla loro posizione e di far prendere appunti al loro amico. Il sacerdote accusato ha il diritto di chiedere che la diocesi paghi per i suoi canonici e avvocati civili, si dice. La scheda rileva anche che i sacerdoti hanno il diritto di rimanere in silenzio e afferma che il loro amico dovrebbe porre e rispondere alle domande.

    “Voglio dire, non voglio rendere le cose difficili a vescovi e diocesi, ma se voglio rimanere sacerdote, non mi giova versare le mie viscere”, ha detto Sullivan, l’avvocato canonico che ha detto a NCR che il diocesano i funzionari spesso dicono ai sacerdoti accusati che sarà meglio per loro essere disponibili.

    “Quindi la maggior parte dei sacerdoti tende a pensare che sia una specie di confessione”, ha detto Sullivan. “Ma non è tenuto segreto, e non sono sicuro di come [parlare] ti avvantaggia. I sacerdoti non devono collaborare; ecco perché dovrebbero portare qualcuno con loro che parli per loro”.

    Potrebbe essere un buon consiglio dal punto di vista legale, ma dal punto di vista di un sopravvissuto, sembra che a un membro del clero venga data “una licenza per fare ostruzionismo”, ha affermato Terence McKiernan, co-fondatore e presidente di BishopAccountability.org .

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”, ha detto McKiernan, che ha detto a NCR che l’iniziativa dell’associazione rischia di proteggere i sacerdoti dalla responsabilità, indipendentemente dalle prove contro di loro.

    “Posso capire perché parecchi sacerdoti – a sinistra, a destra e al centro – si sentono come se fossero stati buttati fuori con l’acqua sporca. È un ambiente molto impegnativo per loro”, ha detto McKiernan. “Ma se vuoi sistemare quell’ambiente, vuoi davvero rendere più difficile rendere la chiesa un luogo veramente sicuro?”

    Cafardi ha affermato che il Codice di diritto canonico, come scritto, “è molto giusto” e consente a una diocesi di indagare sulle accuse nel rispetto dei diritti di un sacerdote. Il problema, ha detto, è che il codice “non è sempre seguito” e si traduce in situazioni in cui i sacerdoti sono effettivamente nel “limbo” mentre i loro casi languiscono per anni.

    “E’ più o meno un carcere diocesano”, ha detto Cafardi, che ha detto di ritenere che un’iniziativa come quella dell’Auscp si sarebbe dovuta fare anni fa.

    “È giusto che i diritti canonici di un sacerdote siano protetti”, ha detto, “così come è giusto che ascoltiamo le vittime per determinare se le loro storie sono vere”.

    Brian Fraga

    https://www.ncronline.org/news/effort-educate-catholic-priests-what-do-when-accused-abuse-draws-criticism

  • A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    Federica Tourn – Sono ottanta i casi di abuso accertati fino ad ora dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone, in un arco di tempo che va dal 1945/50 fino agli anni ’90. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. Lo attesta il report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che la Chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile don Gottfried Ugolini.

    Nel periodo successivo si registrano “soltanto” tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi whatsapp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia risolta – precisa Ugolini –  ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».

    La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima a dotarsi di uno sportello per le vittime di pedofilia nella Chiesa già nel 2010 e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sul lavoro e i dati raccolti dai Servizi diocesani e dai centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del cardinale Zuppi.

    In pratica, come funziona in Alto Adige? Chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail alla responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non apertamente riconducibile alla Chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla Procura – anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent’anni fa». Inoltre, un gruppo di esperti religiosi e laici affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici.

    Nel 2021, il salto di qualità: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un’indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «molti superiori hanno detto che avevano già risolto i casi interni risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. «Sulla prevenzione sono tutti d’accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti», aggiunge Ugolini fuori dai denti.

    Lintner e Ugolini sono anche fra i redattori di una mozione  approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano, che prevede l’istituzione di una commissione indipendente che indagherà sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un’iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la Chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza, senza contare che il no del vescovo a un’indagine interna, a gennaio, è coincisa con la denuncia del coinvolgimento di Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, che ha più volte proposto senza successo a monsignor Muser di costituire un gruppo consultivo delle vittime. «Chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all’interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano», sottolinea Hochgruber.

    La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che  mi era successo – racconta Ulrike (nome di fantasia) – e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una “normalità” su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma – dice – avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria». A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa – precisa il vicario generale Eugen Runggaldier – Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere».

    Una preoccupazione che non deve aver pesato sulla coscienza dei superiori delle congregazioni religiose che hanno osteggiato l’indagine interna, o nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l’accusa di aver stuprato una bambina dai 9 ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un’assoluzione in primo grado, il prete fu condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prosciolto in Cassazione nel 2009 per prescrizione del fatto. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull’accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò. Monsignor Muser non commenta e ribadisce soltanto di essere «convinto del’innocenza di don Giorgio Carli». Oggi don Giorgio è incaricato per la pastorale di lingua italiana nell’Alta val d’Isarco e si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno.

    Sullo sfondo imponente delle Dolomiti, grossi crocefissi di legno troneggiano lungo le strade, in mezzo ai grandi prati verdi pettinati con cura e persino nelle trattorie, segno tangibile del peso che il cattolicesimo esercita su queste zone. Una presenza caratterizzata però anche da ambiguità e colpevoli silenzi. L’ultimo, emerso di recente, riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, colpevole di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e – soprattutto – delle restrizioni a non lavorare con i minori. Restrizioni che sono sempre state ignorate, perché non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi ma stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, ne erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori o alle parrocchie a cui padre Timothy era stato assegnato», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell’ordine: sulla lista c’era anche padre Timothy. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c’era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano – commenta il vescovo Muser – Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried Ugolini». Nell’agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall’incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X – per una curiosa coincidenza, la stessa di don Carli – e da allora non si sa più nulla di lui.

    Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l’impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall’iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica – o di aufarbeiten, di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo. «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner.

    Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio e una terza proposta di indagine interna, che mira a capire se la Chiesa abbia risposto adeguatamente ai bisogni delle vittime, sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. «Per ora abbiamo soltanto una traccia – avverte il vicario generale – ma manca ancora la parte, fondamentale, della prevenzione». Non è l’unico limite: basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l’inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. La punta dell’iceberg delle vittime sarà dunque appena scalfita, con buona pace dei sommersi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    A tre anni dalla sua promulgazione ad experimentum, è ormai chiaro che il motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi sulla gestione degli abusi nella Chiesa, in paricolare da parte dei vescovi, è inefficace ed è stata ampiamente disattesa. Ma potrebbe funzionare, se si apportassero delle correzioni di rotta. Le propone Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org – archivio online dei casi di abusi nmegli Stati Uniti, fondato nel 2003 –  in un articolo pubblicato sul settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter (25/5) col titolo “Francis’ clergy abuse law, ‘Vos Estis,’ isn’t working. Here’s how to fix it”. Lo proponiamo in traduzione italiana.

    Tre anni fa, mentre la Chiesa cattolica affrontava una resa dei conti senza precedenti nel campo degli abusi sessuali da parte del clero, papa Francesco ha introdotto una legge ecclesiastica che prometteva di ritenere i vescovi e i superiori religiosi responsabili degli abusi che commettono o insabbiano.

    Intitolata Vos Estis Lux Mundi, la normativa è stata propagandata dai portavoce papali come un punto di svolta nella lotta agli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. È “rivoluzionario”, ha affermato il cardinale Blase Cupich di Chicago. “Il silenzio, l’omertà e gli insabbiamenti possono ora diventare un ricordo del passato”, ha dichiarato l’arcivescovo maltese Charles Scicluna, fidato investigatore degli abusi del papa.

    Vos Estis, motu proprio firmato il 9 maggio 2019, è stato originariamente promulgato per un periodo di prova di tre anni che termina questo 1 giugno. Nell’attesa di vedere se Francesco ora renderà la legge permanente, è un buon momento per valutare quale sarà probabilmente la risposta più significativa di questo papa alla crisi degli abusi cattolici.

    Finora, il Vaticano non ha rilasciato informazioni sul numero o sui nomi dei vescovi indagati in base a Vos Estis. BishopAccountability.org è stato in grado di identificare 28 casi in cui è stato utilizzato per procedere con accuse di insabbiamento o abuso da parte dei vescovi. Ci auguriamo che venga utilizzato più ampiamente di così: i vescovi cattolici sono 5.600! Ma non possiamo esserne sicuri.

    Almeno 11 dei casi ricaduti sotto Vos Estis o simili a questi si sono verificati negli Stati Uniti. Due di questi vescovi sono stati sanzionati, tre sono stati “tolti di mezzo” e sei devono affrontare indagini in corso.

    Ma la più grande concentrazione di casi, curiosamente, è stata in Polonia, dove le procedure di Vos Estis sono state applicate contro 16 dei 209 vescovi attivi o in pensione del Paese. Undici sembrano essere stati giudicati colpevoli dal Vaticano di negligenza, con sanzioni annunciate in otto di questi casi; un arcivescovo si è “autopunito”; altri due sono stati allontanati; e altri due casi sono in corso.

    Perché concentrarsi sulla Polonia? È probabile che i funzionari vaticani abbiano visto un’opportunità per limitare i danni in questo Paese cattolicissimo, che è diventato un punto critico nella crisi globale della chiesa. Dal 2019, in conseguenza di inchieste mediatiche e di due roventi documentari, la Polonia è scossa da rivelazioni di diffusa complicità da parte dei suoi vescovi. La metà di tutti i polacchi intervistati lo scorso autunno ha affermato che l’intero episcopato dovrebbe dimettersi.

    E nonostante l’ondata di sanzioni, un gruppo di presunti favoreggiatori rimane al potere nella Chiesa polacca.

    Il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, è accusato di aver concesso di esercitare il ministero a due diversi sacerdoti dopo che erano stati condannati per reati sessuali su minori. Il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, è stato recentemente assolto dall’accusa di negligenza in un caso di abuso clericale, nonostante un sacerdote che aveva denunciato insistesse di aver informato Dziwisz di persona dell’abuso. Il verdetto del Vaticano riguardava solo un caso polacco; non ha preso in considerazione le accuse secondo cui Dziwisz, in qualità di segretario di Papa Giovanni Paolo II, avrebbe respinto le segnalazioni di abusi sia contro p. Marcial Maciel Degollado, il fondatore disonorato dei Legionari di Cristo, sia contro l’ex cardinale Theodore McCarrick.

    La nostra valutazione, fino a questo momento, di Vos Estis, basata sui casi che abbiamo monitorato in Polonia, negli Stati Uniti e altrove è che troppo pochi vescovi sono stati giudicati colpevoli, sono stati puniti con troppa leggerezza e quasi nessuna informazione sui loro misfatti è stata divulgata.

    Certo, con Vos Estis una dozzina o più di vescovi complici o abusivi sono stati rimossi dall’incarico, ed è già qualcosa.

    Ma è una goccia nel mare.

    La complicità collettiva della gerarchia cattolica, che va dalla negligenza all’ignoranza volontaria fino all’inganno scaltro, ha facilitato gli stupri e le aggressioni sessuali di centinaia di migliaia, se non milioni, di bambini. Una Chiesa pentita, impegnata a porre fine alla sua cultura e al suo sistema di insabbiamento, avrebbe allontanato e dimesso dallo stato clericale centinaia di vescovi complici, non una o due dozzine.

    Inoltre, la maggior parte dei casi sanzionati da Vos Estis era un atto dovuto per motivi di pubbliche relazioni. In tutti i casi statunitensi tranne due, ad esempio, la capacità del vescovo di guidare era già compromessa da accuse pubbliche. Allo stesso modo, quasi tutti i vescovi polacchi penalizzati da Vos Estis erano già stati colpiti da uno scandalo pubblico.

    La debolezza di Vos Estis risiede principalmente nella sua concezione: è una autoregolamentazione travestita da trasparenza.

    In Vos Estis, il papa ha dato priorità all’isolamento e al contenimento, mantenendo la gerarchia nel controllo totale del processo di segnalazione e investigazione. Ha scelto di non richiedere la denuncia alle autorità civili. Ha scelto di omettere qualsiasi obbligo di informare il pubblico. Ha limitato il coinvolgimento dei laici a ruoli frammentati, senza alcun potere e (quasi certamente) vincolati alla riservatezza.

    Per essere lo strumento di trasformazione necessario, Vos Estis deve essere rinnovato. Ecco cinque (importanti) modifiche che potrebbero renderlo efficace.

    Obbligo alla denuncia alle autorità civili

    Con Vos Estis, la maggior parte dei vescovi del mondo è autorizzata a non dire alle autorità civili che un prete sta violentando un bambino. Questo perché nella maggior parte delle giurisdizioni civili, il clero non sono obbligati a denunciare e Vos Estis al massimo richiede la segnalazione solo quando lo richiede il diritto civile.

    Bisogna cancellare l’ articolo 19, cenno minimo di Vos Estis alla cooperazione con il diritto civile, e sostituirlo con una segnalazione obbligatoria alle autorità civili indipendentemente dal fatto che la legge locale lo richieda o meno. Cioè, istruire ogni sacerdote e religioso a notificare alle autorità civili reati sessuali sospetti o noti, così come sospetti insabbiamenti da parte di funzionari della Chiesa.

    Bisogna esentare il clero da questo requisito in quelle poche giurisdizioni del mondo in cui vi sono buone ragioni per temere che tale segnalazione possa mettere in pericolo la sicurezza degli accusatori e/o sospetti delinquenti. Rinomate organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International potrebbero essere chiamate a redigere l’elenco dei Paesi esentati.

    Allentare la presa del Vaticano

    Vos Estis ha comportato un raddoppio del controllo del papa e del Vaticano su questioni di disciplina episcopale: una mossa ironica, da parte di un papa che denuncia il clericalismo.

    Con Vos Estis, il Vaticano controlla ogni decisione chiave. Solo il Vaticano ha il potere di autorizzare un’indagine, di emettere un verdetto e di determinare sanzioni.

    Il problema? Quasi invariabilmente, il papa e i funzionari vaticani sono indulgenti nei confronti dei vescovi accusati.

    Si consideri la decisione di Francesco del 2020 di reintegrare il vescovo argentino Gustavo Zanchetta in un incarico vaticano, anche se il vescovo era ancora sotto inchiesta nel suo Paese natale per presunti abusi sessuali (Zanchetta alla fine ha dovuto tornare in Argentina per il processo ed è stato recentemente condannato a quattro anni di carcere.)

    Oppure si consideri lo scioccante verdetto del Vaticano, lo scorso anno, nel caso canonico del vescovo Joseph Hart, che ha guidato la diocesi di Cheyenne, nel Wyoming, dal 1978 al 2001. Nonostante le accuse secondo cui Hart avrebbe aggredito sessualmente più di 15 bambini e nonostante l’incrollabile insistenza dell’attuale vescovo di Cheyenne nel ribadire che le vittime sono credibili, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha scagionato Hart su ogni punto. (Nota: il caso di Hart non era un caso ricadente sotto Vos Estis, presumibilmente perché il Vaticano iniziò la sua indagine prima della sua emanazione, ma il processo canonico era simile.)

    Rottamare il “modello metropolitano”. Gli arcivescovi non possono indagare obiettivamente sui loro vicini.

    Vos Estis incarica i metropoliti – arcivescovi ordinari che governano simbolicamente le loro province ecclesiastiche nel mondo – di valutare e supervisionare inizialmente le indagini sulle accuse contro i vescovi nelle loro province.

    Non sorprende che il risultato sia stato un conflitto di interessi, reale e percepito. Gli arcivescovi stanno indagando sui vescovi vicini che sono loro colleghi, loro collaboratori e, a volte, loro amici.

    Consideriamo il caso Vos Estis del vescovo in pensione di Brooklyn Nicholas DiMarzio. Dopo essere stato accusato di abusi sessuali su minori alla fine del 2019, il Vaticano ha incaricato il suo metropolita, il cardinale Timothy Dolan dell’arcidiocesi di New York, a supervisionare le indagini.

    Nel suo podcast poche settimane dopo, Dolan non ha fatto alcuno sforzo per apparire imparziale. «Adoro quest’uomo, è un buon amico», ha detto del suo collega. (Nel settembre 2021, Dolan ha annunciato che il Vaticano aveva ritenuto DiMarzio innocente.)

    In un altro caso ricadente sotto Vos Estis, il metropolita è implicato in un presunto atto di insabbiamento insieme al vescovo su cui sta indagando. Il vescovo Richard Stika di Knoxville, Tennessee, è indagato per insabbiamento dall’arcivescovo in pensione di Louisville Joseph Kurtz, che ha preceduto Stika come vescovo di Knoxville.

    Stika sta affrontando una serie di accuse, inclusa una emersa in una causa che ha risolto lo scorso luglio. Una donna ha accusato la diocesi di negligenza nella risposta al presunto abuso e sfruttamento sessuale che aveva subito da parte di un sacerdote diocesano di lunga data, p. Michael Sweeney. Nel 2005, Sweeney aveva ammesso al suo allora vescovo – nientemeno che Kurtz – di aver iniziato a fare sesso con la donna dopo averla convertita al cattolicesimo e aver servito come suo direttore spirituale.

    Kurtz mantenne il sacerdote nel ministero nonostante la sua cattiva condotta conclamata, e quando Stika successe a Kurtz, mantenne anche lui il sacerdote nel ministero.

    Autorizzare i laici a giudicare i casi di Vos Estis.

    Se il controllo del Vaticano viene allentato e il modello metropolitano demolito, chi giudicherà le accuse contro i vescovi?

    Che ne dite dei laici? Molti hanno osservato che Vos Estis non prescrive il coinvolgimento dei laici. In pochi hanno sottolineato che esso, in realtà di fatto vieta la possibilità che i laici in qualsiasi ruolo possano esaminare le accuse contro i prelati. Consente solo l’arruolamento di singoli esperti laici in casi ad hoc (articolo 13). Queste persone devono essere giudicate “idonee” e sono tenute a prestare giuramento.

    Anche questo deve cambiare: il controllo esterno è fondamentale. In ogni Conferenza episcopale dovrebbe esserci una commissione permanente di laici dedicata alla valutazione dei vescovi. Sarebbe simile al modello promosso nell’autunno del 2018 dall’arcivescovo Allen Vigneron e dal cardinale Daniel DiNardo, ma più indipendente e potente di quanto proposto da quei vescovi. Non dovrebbe includere alcun membro del clero, ma comprendere persone che criticano esplicitamente la gestione degli abusi da parte della Chiesa, e deve avere il potere di denuncia alle autorità civili.

    Richiedere la divulgazione al pubblico.

    Vos Estis consente la segretezza. Secondo Vos Estis, è lecito tenere il pubblico all’oscuro dall’inizio alla fine. Non prevede alcun obbligo di informare i fedeli.

    Questo va cambiato. Obbligo della divulgazione. Per citare Scicluna, «l’informazione è essenziale se vogliamo davvero lavorare per la giustizia». È anche fondamentale al fine di scoraggiare crimini e insabbiamenti.

    Si cominci a pretendere che il pubblico sia informato di tutte le accuse plausibili contro il clero e i vescovi. Si chieda anche la notifica pubblica degli esiti. Si adotti la ragionevole raccomandazione della Royal Commission australiana sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali su minori di «rendere pubbliche le decisioni in materia disciplinare relativa agli abusi sessuali su minori e fornire motivazioni scritte per le decisioni [della Chiesa]».

    Soprattutto, si rispetti il diritto all’informazione di un denunciante. Si richieda alle autorità ecclesiastiche di tenere regolarmente aggiornate le vittime e gli altri denuncianti sullo stato delle indagini. Su richiesta, si rilascino alla vittima i fascicoli relativi al suo caso, oscurando i nomi delle altre vittime.

    In gioco c’è la fiducia

    Ad aprile, Francesco ha chiesto alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori di produrre relazioni scritte che tracciassero le iniziative anti-abuso della Chiesa. Spera che queste relazioni mostrino passi avanti.

    «Senza questo progresso», ha avvertito, «i fedeli continueranno a perdere la fiducia nei loro pastori».

    È sconcertante che questo papa non abbia ancora attuato le riforme coraggiose che renderebbero la gerarchia più corretta, responsabile e onesta nel prevenire abusi e insabbiamenti.

    Il problema è che il papa vuole ristabilire la fiducia alle sue condizioni impossibili. Vos Estis riflette il suo rifiuto di accettare la lezione inconfutabile di questa crisi catastrofica: la gerarchia cattolica non può autodisciplinarsi.

    È possibile che Vos Estis, insieme alla rimozione del segreto pontificio nei casi di abuso, sia l’ultima grande legislazione sugli abusi del papato di Francesco. Speriamo possa essere rivisto. Nella sua forma attuale, non otterrà la trasformazione di cui i bambini e i cattolici hanno così disperatamente bisogno e che meritano.

    https://www.adista.it/articolo/68143

  • “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    ROMA. – In Italia, ci sono “164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno”. Sono gli ultimi dati raccolti dalla Rete L’Abuso, ad oggi uno dei punti di riferimento più forti per i “sopravvissuti” di predatori pedofili. A questi numeri si deve aggiungere quello che secondo Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e membro del Coordinamento di Italy Church Too, è “il dato più importante” e cioè i “471 casi impuniti”, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime “non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvi motivi”.

    Secondo alcuni calcoli di proiezione elaborati in base al caso irlandese, ha fatto anche sapere Zanardi, “in Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216 mila vittime e si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano – ha aggiunto – ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile”.

    La proposta della nuova Cei targata Zuppi di affrontare il nodo pedofilia e coperture con una “commissione interna che parta dal 2000 e faccia leva sui centri di ascolto diocesani senza aprire gli archivi”, per Zanardi è irricevibile. Il Coordinamento di Italy Church Too è un’associazione di vittime costituitasi negli ultimi mesi dal basso con il dichiarato intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero nel nostro Paese su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

    Per Zanardi restano infatti da sciogliere molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il concordato, come il fatto che non esista l’obbligo di denuncia e punta il dito, oltre che sugli insabbiamenti dei vertici ecclesiastici, anche, dice, “su una certa omertà che lo stesso stato italiano concede alla Chiesa”.

    Sul nuovo presidente della Cei il Coordinamento Italy Church too, per quanto abbia sottolineato con forza di non aver avuto alcuna risposta formale né dai vertici Cei né dai dicasteri vaticani a cui ha fatto pervenire, anche per via Pec, la propria lettera di richieste, vuole comunque concedere una linea di credito: “La valutazione è sospesa” dice Michelangelo Ventura, uno dei portavoce, ma solo perché si auspica che quanto prima dal cardinale Zuppi arrivino “segnali concreti e puntuali” nel senso di una indagine che “garantisca la terzietà”.

    “Voi capite bene – ha osservato Zanardi – che le vittime non vanno in chiesa cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perchè temono di non essere credute”. Secondo Zanardi inoltre, non voler indagare prima del 2000 è sbagliato “perchè una vittima di abuso sessuale, è ormai riconosciuto, impiega 30 o 40 anni a fare outing e a prendere coscienza della violenza subita. Si rischia di lasciare fuori centinaia di vittime”.

    (di Nina Fabrizio/ANSA)

  • MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    Una vicenda che ha dell’incredibile riporta alla luce ancora una volta le leggerezze della diocesi Ambrosiana e le recidività del suo arcivescovo, Mario Delpini, promosso tale da papa Francesco dopo aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, oggi nascosto nel seminario di Seveso e già condannato in primo grado e in appello dal tribunale italiano, che con molta probabilità vedrà confermata in Cassazione il prossimo 9 giugno la condanna definitiva.

    Un caso che fece molto clamore soprattutto perché malgrado gli insabbiamenti noti in Vaticano, vide papa Francesco nominare Delpini comunque arcivescovo di Milano.

    Ma Delpini ci ricasca, in sprezzo oltre che alla salute dei minori affidati alle sue parrocchie, anche alle direttive di papa Francesco.

    Tutto accade a Milano dove poche settimane fa, a seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due fratelli Lucchina, in questo caso Alberto, la Rete L’ABUSO che è titolare dei procedimenti avviati nei confronti dei due, pubblica la notizia della condanna di Alberto, riportando le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannarlo a 5 anni sottolinea al nostro avvocato che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo più 4 anni dei 5 inflitti.

    Pochi giorni dopo la pubblicazione della notizia, diverse segnalazioni dei parrocchiani giungono alla Rete L’ABUSO,qualcuno addirittura ci accusa di mentire sulla vicenda dicendo che don Alberto Lucchina non è affatto sospeso, fa il sacerdote nel quartiere Isola da un anno, insieme al fratello Maurizio.

    Ma i poveri parrocchiani non sanno che anche il fratello di Alberto, Maurizio è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità.

    Naturalmente nella sede operativa della Rete L’ABUSO a Savona lo sesso Presidente Zanardi è incredulo alle segnalazioni che in poche ore diventano parecchie e non si spiega, soprattutto perché in un periodo dove la CEI che è alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente sta vantando l’efficienza degli sportelli diocesani, che qualcuno possa avere azzardato una simile idiozia e ordina al distaccamento operativo di Milano un’immediata verifica delle segnalazioni.

    Passeranno meno di 24 ore per accertare che le segnalazioni sono più che fondate. Immediatamente la sede operativa di Savona informerà sollecitamente la Procura Penale e quella minorile di Milano, continuando a presidiare le due parrocchie e scoprendo un terzo parroco don Aurelio, in realtà il titolare delle due parrocchie dove i Lucchina sono nascosti dalla Diocesi.

    E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Zanardi