Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vaticano, avviata rogatoria con gli Usa per ottenere le prove pedo-pornografiche contro il diplomatico del Papa

    Vaticano, avviata rogatoria con gli Usa per ottenere le prove pedo-pornografiche contro il diplomatico del Papa

    CITTA’ DEL VATICANO – La rogatoria è partita un po’ di giorni fa dal Tribunale vaticano. Ora ai vertici del Palazzo Apostolico non resta che attendere la risposta degli Stati Uniti per conoscere nel dettaglio quali siano le  prove in mano al Dipartimento di Stato americano contro monsignor Carlo Alberto Capella, il diplomatico di Papa Francesco che fino ad agosto lavorava come primo consigliere nella nunziatura di Washington. L’accusa formulata contro di lui è gravissima e riguarderebbe la detenzione di fotografie e immagini pornografiche di minori.

    Ieri la notizia è piombata come un fulmine sul piccolo Stato vaticano anche perché il monsignore in questione è considerato un personaggio della curia piuttosto influente, talmente influente da avere rallentato per un certo periodo di tempo – nell’ultimo scorcio del pontificato di Papa Ratzinger – l’iter sulla trasparenza delle finanze vaticane. Era il giugno del 2012 e Capella d’accordo con monsignor Ettore Balestrero (attuale nunzio in Colombia, promoveatur ut amoveatur a seguito del caso Vatileaks) scriveva all’allora capo dell’Aif, l’authority vaticana finanziaria voluta da Papa Ratzinger – l’avvocato Francesco de Pasquale – di essere «amareggiato, deluso e infastidito», ma soprattutto di non avere «mai approvato nessuna adesione al gruppo Egmont», il forum globale che riunisce attualmente le unità di informazione finanziaria di 152 Paesi e dove sono condivise regole e scambi di informazioni. L’adesione per il Vaticano avverrà solo nel luglio 2013, con l’arrivo di Papa Francesco. Monsignor Capella in uno scambio di email con de Pasquale e Balestrero riversava la sua irritazione sul capo dell’Aif,  influenzando di fatto l’iter del processo di trasparenza internazionale in corso. De Pasquale, sconcertato, si lamentava per i toni «vagamente minacciosi e aggressivi» che Capella aveva usato contro di lui, a riprova dell’influenza che poteva esercitare all’interno dell’organigramma curiale.

    In questi giorni monsignor Capella soggiorna in Vaticano nel palazzo dei Penitenzieri. Lo stesso stabile in cui è stato detenuto il nunzio polacco Wiesolowski, trovato morto l’anno scorso proprio mentre era in corso un processo in Vaticano per pedofilia.

    Capella prima di lavorare nella nunziatura a Washington è stato in Segreteria di Stato dove aveva l’incarico di seguire le questioni italiane più importanti. Il suo nome, per esempio, figura anche tra i funzionari della delegazione che firmò con il Ministro dell’Economia, Padoan la convenzione Santa Sede-Italia in materia fiscale.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_pedo_pornografia_vaticano_usa_diplomatico_capella_balestrero-3243271.html

  • Pedopornografia, il Vaticano indaga su un membro dell’ambasciata a Washington

    Pedopornografia, il Vaticano indaga su un membro dell’ambasciata a Washington

    Si tratta di un consigliere diplomatico di 50 anni di Milano. La Santa Sede ha respinto la richiesta degli Usa di farlo processare in un tribunale americano, ha mantenuto l’immunità e ha fatto partire un processo con i giudici Oltretevere

    Un nuovo scandalo di pedofilia nel servizio diplomaticopontificio. “Il 21 agosto scorso – afferma un comunicato della Sala Stampa vaticana – il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha notificato, per via diplomatica, la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. La Santa Sede, secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense, – prosegue la nota – la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano. Il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso. Si ricorda che, come è previsto dalle leggi vigenti per tutte le istruttorie preliminari, le indagini del Promotore di Giustizia sono protette dal necessario riserbo istruttorio”.

    Il sacerdote indagato, secondo quanto riferiscono fonti vaticane a ilfattoquotidiano.it, sarebbe monsignor Carlo Alberto Capella, consigliere di nunziatura, 50 anni, nato a Milano ma con origini emiliane, ordinato prete per l’arcidiocesi ambrosiana. Una tegola pesantissima per il nunzio a Washington, monsignor Christophe Pierre, che guida la rappresentanza pontificia negli Usa dall’aprile 2016. Il presule, infatti, è arrivato negli Stati Uniti mentre era in corso la rovente campagna elettorale per le elezioni presidenziali e la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton. Pierre ha ereditato il timone della nunziatura dalle mani di monsignor Carlo Maria Viganò, definito il “moralizzatore del Vaticano” per la sua lotta agli enormi sprechi economici messa in atto con determinazione nei due anni in cui ha ricoperto il ruolo di segretario generale del Governatorato dello Stato più piccolo del mondo. Un’opera che, come hanno rivelato i documenti pubblicati durante lo scandalo Vatileaks 1, si è scontrata con l’allora Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e ha costretto Benedetto XVI a spedire Viganò in punizione negli Usa.

    Dalla Casa Bianca trapela grande soddisfazione per la celerità con cui nei sacri palazzi è stata subito presa sul serio la segnalazione che era stata fatta dal Dipartimento di Stato americano. Gli Usa avrebbero voluto, però, processare direttamente il sacerdote accusato. La Santa Sede, invece, ha preferito non togliere l’immunità diplomatica al prelato e indagarlo in Vaticano seguendo la nuova legge per i reati di pedopornografia approvata da Francesco nel 2013. Per il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, “questa è una questione seria. Speriamo che la Santa Sede sarà disponibile a fornire più dettagli. Non conosciamo tutti i fatti, ma coerentemente con la nostra Carta (Charter for the protection of children and young people del 2002, ndr) ribadiamo che quando emergono simili accuse deve essere avviata un’indagine immediata, approfondita e trasparente in collaborazione con le forze dell’ordine e devono essere prese misure immediate per proteggere i bambini. La protezione dei bambini e dei giovani è la nostra responsabilità più sacra”.

    Quello avvenuto a Washington non è il primo caso di pedofilia all’interno della diplomazia vaticana sotto il pontificato di Francesco. Nel 2015, infatti, era finito alla sbarra l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana, l’arcivescovo polacco Jozef Wesoloski, morto mentre era in corso il processo penale vaticano nel quale era accusato di pedofilia e pedopornografia. Ma il presule, che era stato ordinato prima sacerdote e poi vescovo da Giovanni Paolo II, era già stato ridotto allo stato laicale sia in primo che in secondo grado nel processo canonico svolto dalla Congregazione per la dottrina della fede. Nel 2014, invece, Bergoglio aveva rimandato nella sua diocesi di origine, Taranto, l’allora numero due della nunziatura apostolica in Italia, monsignor Luca Lorusso, che aveva difeso l’ex prete romano Patrizio Poggicondannato in secondo grado dalla magistratura italiana per pedofilia.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • LUSSURIA, I PECCATI DELLA CHIESA SENZA CENSURA con EMILIANO FITTIPALDI

    LUSSURIA, I PECCATI DELLA CHIESA SENZA CENSURA con EMILIANO FITTIPALDI

    LUSSURIA, il peccato capitale dal quale la dottrina cristiana mette in guardia i propri fedeli, sembra si sia impossessato di molti uomini di Chiesa. In anteprima assoluta il giornalista processato in Vaticano Emiliano Fittipaldi, inviato speciale e firma di punta delle inchieste de L`Espresso arriva nel parterre della libreria La Bassanese con la sua nuova inchiesta su peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini. Una serata esplosiva sulle ipocrisie e i peccati della Chiesa cattolica. A Incontri senza censura “si dice il peccato e anche il peccatore”. Durante i primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate all`incirca 1.200 denunce di casi di molestie, abusi e atti sessuali sui minori da tutto il mondo da parte di preti, vescovi e cardinali. Perché Papa Francesco resta in silenzio? Perchè non riesce a far cambiare rotta a quella parte di clero depravato? Scopriremo le verità sullo scandalo dei preti pedofili in Italia e di come spesso vengono coperti da vescovi e cardinali, conosceremo i documenti che svelano chi, in Vaticano, tradisce il sesto comandamento. Dopo Avarizia, con Fittipaldi togliamo un silenzio che spesso distrugge vite di innocenti. Lussuria #senzacensura.

  • Cosa spinge un sacerdote a compiere abusi sessuali?

    Cosa spinge un sacerdote a compiere abusi sessuali?

    Sacerdoti e aspiranti sacerdoti che diventano pedofili incalliti. Cosa spinge a questa degenerazione? Ha provato ad indagare su questo delicatissimo tema Luisa Bove in “Abusi sessuali nella Chiesa? Meglio prevenire” (Ancora editrice).

    La tragedia dei preti pedofili comporta una doppia problematica: psicopatologica in quanto si tratta di pedofilia, ma anche teologica in quanto messa in atto da sacerdoti. Come mai è possibile che un problema del genere possa accadere proprio in un ambiente, come quello ecclesiale, la cui linfa vitale è esattamente l’opposto?

    Questa è la domanda da cui partire. Va premesso che per tutti l’uso strumentale della vocazione è sempre in agguato e quando si inizia a farlo (a volte già prima di entrare in vocazione) non si inizia con modi patologici. Ma con modi di fare apparentemente buoni e a volte benedetti anche dai superiori.

    Il pedofilo si apposta, sa aspettare, blandisce, inizia con discorsi spirituali, previene le remore della vittima e ad attacco avvenuto lo fa passare come cosa normale, dalla valenza addirittura spirituale. E prima o poi, lì ritorna e ricomincia (la recidiva è pressoché la norma). Sull’impresa investe, davvero, tutte le sue energie. Ma cosa puo’ spingere un prete a diventare un pericoloso pedofilo?

    1) INNAMORAMENTO ANOMALO

    Ascoltando le biografie dei pedofili si rimane colpiti dalla cocciutaggine, destrezza, furbizia, tenacia, pazienza con cui il pedofilo persegue il suo piano, senza la considerazione del danno.

    Se, poi, ascoltiamo la biografia di altri preti che pedofili non sono, ma che sono da tutti considerati virtuosi, si può trovare la stessa tenacia e determinatezza, ma contrabbandata come virtù e zelo per la causa del Signore: destrezza negli affari, furbizia nelle alleanze, cocciutaggine a resistere nel posto che si occupa pur con l’evidenza che si è diventati un impedimento, non considerazione del peso che le proprie decisioni metteranno sulle spalle del successore.

    In entrambi i casi profondono energie per un vizio. Si innamorano della brama con cui devono raggiungere ad ogni costo il loro obiettivo.

    2) ABUSO DELLA PROFESSIONE

    Raramente il pedofilo è un pezzente, un barbone della vita, un nullatenente. Di solito è un insospettabile, uno che detiene un ruolo di autorità o di potere. Non pochi seminaristi vivono il loro sacerdozio futuro come un arrivo su cui sognare e non come un cammino da verificare nel suo svolgersi passo dopo passo.

    Questi abusi «innocui» non sono tanto strani visto che il prete riceve il potere per mandato, quindi non è un potere meritato né conquistato e, quindi, più facilmente esposto ad usi difensivi.

    3) VALORI DI COPERTURA

    Quando si scopre che un prete è un pedofilo, di solito si cade dalle nuvole. Chi mai lo avrebbe immaginato? Certo, esistono le accuse ingiuste che proliferano in tempi di caccia alle streghe o di alta rivalità (questo tipo di accusa è un metodo impeccabile per far fuori il rivale).

    Ma anche ad accusa provata ci si continua a meravigliare, perché quel prete di solito è generoso, dedito alla gente, obbediente, sostenitore delle norme e a volte fin troppo (difficilmente il pedofilo si riconosce in crisi di vocazione e raramente la lascia spontaneamente). È il «fin troppo» che avrebbe dovuto insospettire.

    LA FORMAZIONE “RISCHIOSA”

    Queste tre dinamiche toccano tre elementi della formazione vocazionale molto sensibili: gestione degli affetti, uso del potere, funzione dei valori. Se negli anni della formazione (e soprattutto in quelli della formazione permanente) non vengono monitorati, qualcosa prima o poi deborda.

    VOCAZIONE AMBIGUA

    E’ evidente che la relazione fra ciò che è successo prima e ciò che succederà dopo non è di causa ed effetto, e che i possibili segni premonitori (difficili peraltro da cogliere ad occhio nudo) vanno letti nel contesto della storia di ogni persona. Ciò non toglie che la vocazione cristiana possa essere erroneamente interpretata da persone che useranno il ruolo del sacerdote (anche) come copertura per soddisfare (non troppo inconsciamente) progetti più o meno fantasiosi e che vedono in essa promesse che la vocazione non si immagina nemmeno di offrire.

    L’ “ARRIVO” DELLA PERVERSIONE

    Quando i valori – che dovrebbero essere le travi portanti del tipo di scelta fatta – sono «obbediti», proclamati, anche praticati…, ma dal di fuori, rimasti cioè a livello di impalcatura esterna della propria casa interiore, allora, in questo caso, con il passare del tempo e quando la vita presenta il conto, quei valori appaiono in tutta la loro artificiosità, crollano e lasciano il posto non a valori migliori, ma ad un qualche tipo di perversione.

    Gelsomino Del Guercio/Aleteia Italia | Set 09, 2017

  • La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    Il nostro Paese tollera ancora la pratica delle mutilazioni genitali sulle immigrate provenienti dai Paesi musulmani. L’integrazione mancata comincia a scuola

    La tollerantissima Gran Bretagna è talmente tollerante che tollera perfino che 65.790 donne inglesi abbiano subìto mutilazioni genitali.

    Idem per la Francia: anche lei molto tollerante, riesce a sopportare che in 61mila siano state sottoposte alla stessa pratica. L’Italia, che pare un po’ meno tollerante, riesce comunque a non fare un plissé di fronte al fatto che 35mila donne siano state costrette a sottoporsi a questa umiliazione. I dati sono dell’Unicef e si riferiscono al 2015; raccolgono i numeri di diverse ricerche nazionali che, per quanto riguarda l’Italia, parlano di almeno altre mille donne a rischio mutilazione ogni anno. Qui il discorso si fa estremamente delicato, ma bisognerebbe chiedersi il motivo dell’abissale distanza tra lo scandalo che provoca lo stupro commesso da immigrati e l’indifferenza più assoluta di fronte a una pratica ugualmente violenta e ugualmente compiuta contro la volontà della donna. Probabilmente perché la mutilazione genitale femminile, che comunque è perseguibile per legge, è una pratica organica a una cultura e, se si accetta l’idea che ogni cultura va accolta così com’è occorre di conseguenza, tollerarne anche gli aspetti più odiosi e inaccettabili.

    Ma la cultura si forma a scuola e quella dei Paesi del Mena (Medio Oriente e Nord Africa), dove la pratica della mutilazione genitale femminile coinvolge fino al 90% delle donne, rivela tutta la sua debolezza. Il grafico pubblicato in queste pagine mostra il numero di anni che mediamente un adulto dei vari Paesi dell’area Mena ha trascorso sui banchi di scuola. In Yemen, Sudan Mauritania, Marocco, Oman, Iraq, Siria, Kuwait, Egitto e Tunisia non si raggiungono i 7 anni di studio. Ed è da notare un fatto importante: è vero che tra questi ci sono Paesi tra i più poveri del mondo per di più martoriati da anni di guerra, ma altri sono Paesi non solo pacifici, come Marocco e Tunisia, ma anche ricchi, anzi, ricchissimi, come l’Oman (26esimo Stato più ricco del mondo), l’Arabia Saudita (14esimo), Emirati Arabi (nono) e Kuwait (sesto). Significa che l’educazione non è affatto solo una questione di possibilità economiche ma è soprattutto un tema di priorità politica. Se un adulto europeo (Europa a 22) ha studiato in media 9,6 anni, non è solo perché l’Europa se lo può permettere, ma è perché l’Europa ha da sempre considerato l’educazione come strategica.

    E, in questo senso dovrebbe far riflettere (molto) la smania del ministro Valeria Fedeli di abbassare il numero di anni di formazione. Alla Fedeli, che ha deciso di far partire una sperimentazione a livello nazionale per portare gli anni di liceo da 5 a 4, si è aggiunta la sottosegretaria Angela d’Onghia che, al grido «ce lo chiede l’Europa», ha evocato la possibilità di tagliare, invece, la scuola media (da 3 a 2 anni). In questo modo l’Italia, dove la sola scuola dell’obbligo dura 8 anni e dove mediamente un adulto va a scuola per 13,2 anni, si avvicinerebbe agli standard della Libia (7,35 anni) rinunciando a raggiungere la media britannica di 14,2.

    Violenza sulle donne, scarsa alfabetizzazione e, anche, criminalità giovanile. Se sia possibile mettere in relazione i tre fenomeni è argomento da simposio, ma si guardano i numeri pubblicati dal sito Truenumbers.it sul numero dei minori che, in un Paese a noi molto vicino politicamente e geograficamente come la Turchia, fanno avanti e indietro dalle carceri si resta francamente impressionati. I dati provengono dai rapporti della polizia turca che segnala un aumento senza sosta del numero di ingressi di minorenni nelle carceri turche. Nel 2016 ci sono stati 218mila ingressi di minorenni maschi e 115mila di minorenni femmine. Attenzione: il rapporto segnala gli ingressi, non il numero di persone: significa che ai 333mila ingressi totali non corrispondono a 333mila minori (una persona può essere entrata ed uscita più volte nel corso dell’anno), ma resta il fatto che il numero complessivo registrato l’anno scorso è superiore del 10% rispetto a quello del 2015 ed è in costante crescita dal 2010. Il dettaglio drammatico è che il 21,9% dei ragazzini entrati in carcere ha meno di 11 anni. Secondo la polizia il primo motivo dell’incarcerazione è «attacco armato» mentre il secondo motivo è, sia per i maschi che per le femmine, «abusi sessuali». Tutto torna.

    http://www.ilgiornale.it/news/violenza-silenziosa-italia-35mila-bimbe-infibulate-1436877.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=La%2Bviolenza%2Bsilenziosa%3A%2Bin%2BItalia%2B35mila%2Bbimbe%2Binfibulate%2B-%2BIlGiornale.it&utm_campaign=Facebook+Page

  • Abusi nel santuario di Padre Pio, è Benedetta Sirignano l’avvocato di Anna Verde

    Abusi nel santuario di Padre Pio, è Benedetta Sirignano l’avvocato di Anna Verde

    Anna Verde, una donna che lavorava nel monastero del Santo di Pietrelcina denuncia: «I frati hanno abusato di me». E produce registrazioni e sms pornografici. La procura avvia un’inchiesta. Secondo le accuse della donna, il sesso si mischia alla violenza e alle ritorsioni nel convento più famoso nel mondo religioso, quello in cui ha vissuto padre Pio a San Giovanni Rotondo. Centinaia di conversazioni telefoniche avrebbero lasciato traccia della triste storia di alcuni religiosi accusati di avere abusato e molestato una ragazza che lavorava nel convento, come ha raccontato anche l’Espresso in una inchiesta integrale in edicola lo scorso venerdì 10 giugno.

    Fatti che si sarebbero svolti per lungo tempo a San Giovanni Rotondo. Storie incise sui nastri audio o scritte nei messaggi di cui “l’Espresso” ha preso visione. La vittima degli abusi è Anna Verde, oggi ha 40 anni. Ha avuto il coraggio di dire basta ai soprusi e alle molestie, denunciando prima alla polizia di Foggia e poi ai carabinieri della sezione della procura della Repubblica. La vicenda è anche approdata alla trasmissione di Italia Uno ,”una storia raccapricciante,” di mobbing, molestie sessuali, lavori in nero ed omertà”. E’ la storia, triste, di Anna Verde, che Matteo Viviani ha ripercorso nella puntata de ‘Le Iene’e che si sarebbe consumata in uno dei luoghi di culto più importanti al mondo, il Convento di Padre Pio. Un’infanzia difficile e tredici anni di sofferenza, di presunti abusi che un prete avrebbe compiuto su di lei durante le ore di lavoro. Troppo bella per resistervi, troppo giovane per non invaghirsene. Il primo episodio – racconta la vittima – si sarebbe consumato in cucina: “…lui si avvicina, mi tocca da dietro, si alza il saio e si masturba…”. E poi ancora: “Mi toccava con la forza che voleva togliermi il camice”, ricorda. A uno degli atti osceni avrebbe assistito anche Don Peppino, che all’inviato del programma di Italia Uno rivela: “Io vivo qua, la mia situazione è drammatica, delicatissima”.

    Il prete ha paura di affermare quello che ha visto, ma nel corso dell’intervista Viviani riesce a strappargli ugualmente più di una conferma. Sono telefonate registrate ed sms a luci rosse scritti dai frati che svelano il lato oscuro di un mondo in cui vivono alcuni di loro, tenuto segreto e nascosto ai fedeli. È il modo con il quale viene sottomessa una povera ragazza attraverso tentativi di violenza sessuale e molestie, pena il licenziamento in caso di rifiuto. Fatti che si sono svolti per lungo tempo a San Giovanni Rotondo. I frati che hanno confermato le accuse, testimoniando a favore della donna, pare siano sono stati puniti dai loro superiori e trasferiti in altri conventi. La procura di Foggia su queste accuse, ha mandato sotto processo un laico per molestie e violenza sessuale, poi assolto in primo grado. Mentre per i frati è stata chiesta l’archiviazione.   La giovane donna, Anna Verde, non si rassegna, chiede giustizia, rivolgendosi all’avvocato cilentano – Benedetta Sirignano – per capovolgere il processo in secondo grado e per una eventuale riapertura delle indagini a carico dei frati.

    http://www.giornaledelcilento.it/it/abusi_nel_santuario_di_padre_pio_e_benedetta_sirignano_l_avvocato_di_anna_verde.html#.WaZRxchJa71

  • PROVOLO: Papa Francesco sbaglia congregazione e commissaria IL NULLA ?

    PROVOLO: Papa Francesco sbaglia congregazione e commissaria IL NULLA ?

    Di pochi giorni fa la notizia che papa Francesco ha commissariato, per mano della Congregazione Vaticana per gli Istituti di Vita Consacrata, tutte le sedi del don Provolo nominando come Commissario Apostolico della congregazione Alberto Bochatey, il quale garantisce che la Chiesa sarà «implacabile» e che «Qui nessuno potrà scappare» …

    Al di la del fatto che il don Provolo non è una congregazione religiosa e non è stato per nulla commissariato, si deve prendere atto che il Vaticano, dopo dieci anni di denunce inascoltate da parte degli ex allievi di Verona, dopo un’indagine interna, dopo una commissione di inchiesta, si confermava che gli abusi c’erano stati e anche questa volta interviene solo dopo l’azione della magistratura, alla vigilia del processo e quando oramai la situazione è disastrosa e ci sono delle altre vittime. Ammettere oggi che «da parte dei superiori non c’è stata conduzione adeguata» è francamente inaccettabile.

    Ma che cosa è successo in concreto ? Chi o cosa è stato commissariato?

    È necessario fare un rapidissimo viaggio nel passato per poter capire: La scuola Don Provolo  per l’educazione dei sordomuti venne fondata nell’ottobre del 1830 e fu una tra le prime in Italia. Il 3 settembre del 1839 don Provolo volle costituire anche una comunità di sacerdoti che si dedicassero in particolare all’istruzione dei sordi,  la Congregazione della “Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti”.

    Due anni più tardi, nel 1841, come auspicava anche l’allora Vescovo di Verona Mons. Aurelio Mutti, don Provolo diede vita anche alla congregazione femminile, le “Suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute” di cui diventerà la direttrice una delle sue più strette collaboratrici, Fortunata Gresner. Verso la metà del ‘900 le due congregazioni della Compagnia di Maria chiesero e ottennero il riconoscimento giuridico con gli effetti civili dello Stato.

    La prima fu quella maschile (quella attualmente commissariata dal Vaticano) che ottenne dall’allora Presidente provvisorio della Repubblica Italiana Enrico De Nicola, con D.P.R. n.925 del 22.07.1947, il riconoscimento giuridico. La sede della Casa Generalizia veniva indicata in Stradone Antonio Provolo n.20 a Verona, la congregazione veniva denominata “Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti” e sarà quella che gestirà la scuola maschile, l’Istituto Antonio Provolo.

    Otto anni dopo anche quella femminile chiederà e otterrà il riconoscimento giuridico con D.P.R. n.149 del 22.01.1955 e, pur ereditando quelli che sono i principi e valori del fondatore don Provolo, avrà un decreto a se e la sede sempre in Stradone Provolo ma non allo stesso numero dell’istituto maschile, poco più in la, dopo la chiesa al numero 43 e sarà denominata “Suore della Compagnia di Maria per l’istruzione delle sordomute”.

    Quindi scopriamo ci sono due congregazioni di Diritto Pontificio con nomi simili ed entrambe ispirate agli stessi valori, quelli di don Antonio Provolo, quella maschile (attualmente commissariata) alla quale appartengono Corradi e Corbacho e che si chiama “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti” e quella delle “Suore della Compagnia di Maria per l’istruzione delle sordomute” che tutti, compresi noi della Rete L’ABUSO e anche i colleghi dell’Associazione Sordi Provolo Onlus di Verona, pensavamo gestisse solo l’altro istituto, il Fortunata Gresner di Verona.

    Ed è qui il colpo di scena, perchè le “Suore della Compagnia di Maria per l’istruzione delle sordomute”, che gestiscono l’Istituto Fortunata Gresner di Verona, già nel 2012, quando un loro ex allievo, Giuseppe Consiglio, denunciò anche all’autorità giudiziaria di essere stato molestato sessualmente da G.M., un prete dell’Istituto adiacente (tutt’ora nell’istituto), il Provolo, negarono qualsiasi contatto con quei sacerdoti. Situazione che ribadirono ancora pochi mesi fa nell’intervista di Sacha Biazzo per Fanpage.

    Oggi scopriamo che invece da anni sembrerebbe siano loro, le “Suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute” a gestire tutti gli istituti Antonio Provolo, quelli in Argentina (Mendoza e La Plata), in  Paraguay , in Bolivia e in  Romania : lo dicono sul loro sito web … quello argentino di La Plata !

    A questo punto siamo costretti a farci qualche domanda perchè dai documenti in nostro possesso, siamo certi che nel 2003 almeno l’istituto argentino di La Plata  era gestito dalla Compagnia di Maria ed era diretto da don Giovanni Granuzzo, oggi rientrato a Verona e non dalla Suore della Compagnia di Maria. Lo dice l’INFORMATIVA DEL REGISTRO DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA (vedi documento tradotto a lato). Quando è avvenuto il cambio della guardia ? E se c’è stato, perché è avvenuto così di nascosto?

    Sia a noi che ai colleghi di Verona la cosa sembra davvero troppo grossa, incredibile perchè, se quanto abbiamo scoperto fosse vero, sarebbe come dire che di fatto papa Francesco ha commissariato il NULLA in quanto la sede veronese del Provolo è praticamente inattiva da anni, il distaccamento di Chievo è in stato di abbandono tranne qualche area che però è gestita da cooperative e non più dai preti della “Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti”.

    Andiamo quindi a cercare conferme alla nostra incredulità e troviamo addirittura un comunicato stampa dell’attuale Superiora generale del Gresner di Verona, Madre Elisa Duarte Cabrera, nel quale lei stessa conferma che sono proprio le “Suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute” a gestire gli istituti esteri. In quello stesso comunicato però si dissocia – stranamente –  solo dall’istituto di Mendoza. Lì per lì la dichiarazione della superiora ci suona un po’ strana perché l’istituto mendocino dipende da quello platense, e se quello platense è delle Suore della Compagnia di Maria, suona strano che quello mendocino non sia gestito da loro.

    Excusatio non petita, accusatio manifesta. “Scusa non richiesta, accusa manifesta”

    Leggendo meglio quello che scrive la suora notiamo altre stranezze, per esempio il fatto che quel comunicato sia stato scritto dalle suore del Gresner per prendere le distanze dall’arresto della suora Kosaka Kumico. Ma che motivo aveva la superiora del Gresner per prendere le distanze da una situazione accaduta oltreoceano, dove nessuno metteva in mezzo le suore veronesi ? Perché si sono sentite tirate in causa ? Soprattutto se poi, come dichiara la superiora, con Mendoza loro non centrano. (leggi articolo a lato al quale le suore hanno risposto)  (leggi il comunicato della superiora integrale firmato)

    Andiamo allora a cercare nelle dichiarazioni della diocesi di Mendoza e troviamo quella del portavoce Marcelo de Benedictis che nel novembre scorso, pochi giorni dopo l’arresto dei sacerdoti Corradi e Corbacho, sottolineava che “In Argentina l’Istituto Provolo ha sede centrale ne La Plata e dipende dalla Suore della Compagnia di Maria, un ordine religioso per sordi. “Appena abbiamo saputo della denuncia abbiamo comunicato con la casa centrale in Verona per essere messi al corrente di ciò che stava succedendo. Se avessimo avuto qualche indizio, avremmo fatto noi la denuncia”… (leggi articolo originale del Clarin a lato, di cui abbiamo riportato il testo tradotto)

    Giusto per scrupolo, grazie a Google Steet View andiamo a vedere le riprese dei vari Istituti Antonio Provolo nel mondo che vi proponiamo qui sotto e che, tra tutti quelli dove è stato possibile vedere tramite il servizio di Google, in alcuni emergerebbe persino nelle insegne che gli Istituti Antonio Provolo non sono più gestiti dai preti ma dalle “Suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute”.

    Quindi, che cosa è successo e cosa potrebbe ancora succedere ? Quali sono i possibili scenari futuri ?

    Ci sono due aspetti della stessa vicenda: il primo di carattere religioso e relativo alla sola “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti”, il secondo invece economico perchè se la congregazione venisse soppressa, che fine farebbero i beni materiali ?

    Per il momento, anche se praticamente inattiva, la “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti” è di fatto commissariata. Il Commissario Apostolico raccoglierà quanto richiesto dalla Santa Sede e lo consegnerà a Roma. Viene da sè che non necessariamente lascerà una copia dove il materiale verrà raccolto: la Santa sede potrebbe anche decidere di sottoporre tutto al Segreto Pontificio.

    Per quanto riguarda la congregazione, dopo il commissariamento la stessa potrebbe essere soppressa, i preti incardinati passati ad altre congregazioni e la “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti” cesserebbe di esistere.

    Sarebbe certo una bella beffa soprattutto per le vittime perchè in questo caso i beni materiali, a meno che non siano già stati trasferiti ad un altro ente religioso, potrebbero ritornare al Vaticano o magari potrebbero essere donati ad un’altra congregazione religiosa, anche alle Suore della Compagnia di Maria, perché no? Di fatto hanno assorbito la missione dei sacerdoti e, dal momento che la stanno portando avanti e usano le loro strutture, perché non donargliele?

    Per le vittime la cosa sarebbe di certo tragica perché, ad esempio, gli edifici che ospitano le scuole nei vari paesi, è verosimile pensare che siano di proprietà della “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti”, con casa madre a Verona.

    Bene: nessuno di questi immobili al momento risulta pignorato, solo Mendoza che è solo sequestrato dall’Autorità Giudiziaria. Se per esempio la “Compagnia di Maria per l’istruzione dei sordomuti” decidesse – in vista di una ipotetica soppressione della congregazione dopo il commissariamento – di donarli ad un’altra congregazione, sarebbe possibile farlo. Ed essendo la congregazione donante residente, e come abbiamo visto dalla Gazzetta Ufficiale giuridicamente registrata in Italia, basterebbe che l’Istituto Provolo in Stradone Provolo 20, facesse donazione con un atto notarile. La stessa cosa accadrebbe anche se questi beni andassero al Vaticano.

    Certo che, dopo una eventuale condanna dei preti e nell’ipotesi di una richiesta di risarcimento civile, per le vittime potrebbe rimanere davvero poco da prendere. Di certo gli imputati andrebbero in carcere, questo sembra inevitabile, ma se i beni oggi passassero a altri, oggi che non sono pignorati, diverrebbero intoccabili in futuro.

    Come per le vittime veronesi, anche quelle argentine oltre al danno la beffa.

    Faremo altre ricerche. Continua …

  • Pedofilia, dopo gli scandali in Argentina pugno di ferro del Vaticano: commissariata la Congregazione Provolo

    Pedofilia, dopo gli scandali in Argentina pugno di ferro del Vaticano: commissariata la Congregazione Provolo

    Papa Francesco ha preso una decisione drastica nei confronti dell’istituzione religiosa travolta dallo scandalo pedofilia in Sud America, che coinvolge anche la sede-madre in Veneto, dove ha operato un anziano sacerdote finito agli arresti a Mendoza alcuni mesi fa.

    E pensare che a febbraio Papa Francesco aveva autorizzato il decreto con cui venivano riconosciute le virtù eroiche del veronese don Antonio Provolo (1801-1842), fondatore della Congregazione che si occupa dell’educazione dei sordomuti. Praticamente l’anticamera della beatificazione. Adesso il Vaticano ha preso una decisione drastica nei confronti dell’istituzione religiosa travolta dallo scandalo pedofilia in Argentina, che coinvolge anche la sede-madre in Veneto, dove ha operato un anziano sacerdote finito agli arresti a Mendoza alcuni mesi fa.

    La Congregazione è stata commissariata, con la contemporanea nomina del vescovo ausiliare di La Plata, monsignor Alberto Bochatey, quale “commissario apostolico” di tutte le sedi dell’organizzazione che gestisce l’istituto di Mendoza. E quindi è finita sotto tutela anche l’attività italiana, che si è diversificata nei settori dell’educazione all’infanzia e della formazione professionale. Il Vaticano, attraverso la Congregazione per gli istituti di vita consacrata, ha quindi optato per il pugno di ferro, a distanza di parecchi mesi dalla diffusione della notizia sullo  scandalo per abusi sessuali ai danni di almeno 22 bambini sordomuti.

    Le indagini in terra argentina hanno portato all’arresto di due religiosi, uno dei quali è veronese. Si tratta di don Nicola Corradi, di 83 anni, poi scarcerato per motivi di salute, che si trova da tempo un Sud America. L’altro è don Horacio Corbacho. Il vescovo di La Plata, dopo i provvedimenti restrittivi, aveva detto: “Se i fatti saranno accertati dalla magistratura, la Chiesa sarà implacabile. Qui nessuno potrà scappare”. E il garante per i diritti e la protezione dei portatori di handicap di Mendoza, Juan Carlos Gonzalez, aveva chiesto che i responsabili religiosi della sede locale del Provolo lasciassero la provincia: “L’istituto ha perso ogni autorità morale e, sebbene non sia obbligato legalmente a farlo, dovrebbe consegnare la sua sede allo Stato ed andarsene”. L’inchiesta è aperta anche nei confronti di un chierichetto e di due impiegati amministrativi. Inoltre, lo scorso maggio in Argentina era stata arrestata per abusi sessuali anche una religiosa, Kosaka Kumiko, 42 anni, che alcuni ex studenti dell’istituto avevano chiamato la “suora cattiva”, come riportato dai giornali locali. L’interessata aveva però negato tutto.

    In Italia la “Rete L’Abuso Onlus” ha presentato alcuni mesi fa tre denunce alla Procura della Repubblica di Verona, chiedendo di approfondire le indagini in Italia per verificare se siano accaduti episodi analoghi a quelli contestati in Argentina. “Tre fascicoli e decine di documenti dimostrano nero su bianco che le autorità ecclesiastiche sapevano dei preti accusati di molestie al Provolo di Verona” aveva dichiarato Francesco Zanardi, presidente della Rete. Nelle denunce si ricorda lo scandalo avvenuto a Verona, che risale a oltre un decennio fa e che aveva portato al trasferimento oltreoceano di don Corradi. “Le gerarchie conoscevano dal 2009 la pericolosità di quel prete” ribadisce Zanardi. Eppure in Argentina non era mai arrivata dalla sede di Verona la comunicazione dei sospetti di pedofilia emersi in Italia.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/21/pedofilia-dopo-gli-scandali-in-argentina-pugno-di-ferro-del-vaticano-commissariata-la-congregazione-provolo/3808031/

  • Caso Provolo in Argentina, l’istituto è stato commissariato dal Vaticano

    Caso Provolo in Argentina, l’istituto è stato commissariato dal Vaticano

    Il commissario apostolico per tutte le comunità della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti è il vescovo ausiliare di La Plata Alberto Bochatey

    È stata l’agenzia di stampa argentina DyN a diffondere circa un mese fa la notizia, riportata sui media argentini e il suo eco ora è arrivato anche in Italia. Alberto Bochatey, vescovo ausiliare di La Plata, è stato nominato commissario apostolico per tutte le comunità della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti, la congregazione fondata dal veronese Don Antonio Provolo che gestisce l’istituto Provolo di Mendoza, istituto al centro dell’indagine sui casi di abusi sessuali sui minori.

    La nomina vaticana è arrivata attraverso la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e nel comunicato ufficiale, citato da DyN, si legge che ad Alberto Bochatey vengono conferiti tutti i poteri attribuiti al governo dell’istituto religioso commissariato.

    Nell’inchiesta che riguarda gli abusi all’istituto Provolo di Mendoza è coinvolto anche il sacerdote veronese 82enne Nicola Corradi, insieme ad altri soggetti sia religiosi che laici. Su di loro pendono almeno 27 denunce e Bochatey ha annunciato che la sua missione sarà quella di far emergere tutta la verità su ciò che è accaduto al Provolo.

    http://www.veronasera.it/cronaca/provolo-commissariato-21-agosto-2017.html

  • I figli dei preti

    I figli dei preti

    Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

    Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

    Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

    Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

    Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

    Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

    Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

    Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

    Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

    «Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

    In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

    Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

    Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

    http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/