Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Preti pedofili a Brindisi: una lettera di 10 anni fa e decine di denunce rimaste nel cassetto

    Preti pedofili a Brindisi: una lettera di 10 anni fa e decine di denunce rimaste nel cassetto

    di Gianmarco Di Napoli per IL7 Magazine

    L’allarme era partito già dieci anni fa quando una lettera “firmata” inviata ad alcuni giornali locali, e partita evidentemente da ambienti ecclesiastici brindisini, segnalava una situazione anomala all’interno delle parrocchie locali: “Nella Diocesi di Brindisi-Ostuni, fino ai giorni nostri, superficialità, paure e ambiguità hanno potuto abbassare il livello di vigilanza nella selezione e causare l’affievolirsi della tensione formativa di candidati al sacerdozio che diventano preti e vengono nominati addirittura parroci, educatori in seminario e insegnanti di religione nelle scuole hanno influito in maniera determinante sulla sensibilità culturale e religiosa della nostra gente e sull’andamento del flusso vocazionale. Il popolo, dopo aver progressivamente subito ciò che gli è stato in modo indolore imposto, si è assuefatto facendo rientrare nella norma la figura del “prete celibe” come uomo piuttosto misogino o sessualmente indistinto o addirittura omofilo”.
    Quella lettera, che provocò all’epoca un grande scompiglio negli ambienti della Curia, ma solo per il fatto di essere stata diffusa e pubblicata, non portò alcun cambiamento sostanziale. Tanto che, dieci anni dopo, la Diocesi di Brindisi-Ostuni risulta essere quella a più alto tasso di pedofilia in Italia, con tre sacerdoti già condannati e una serie di ulteriori approfondimenti in corso da parte dell’autorità giudiziarie su altre vicende emerse nel frattempo.
    Cosa avrebbe potuto fare la chiesa brindisina per evitare questo tracollo, ma soprattutto tutelare l’innocenza di quei ragazzini la cui vita è stata segnata per sempre dagli abusi sessuali subiti? Molto. A partire dal seminario, le cui indicazioni fornite dagli educatori non sono state prese in considerazione dai vescovi, neanche quando i segnali emersi erano di inequivocabile incompatibilità con il sacerdozio per gravi devianze comportamentali. Del caso, clamoroso, di Caramia parliamo diffusamente in un’altra parte di questo giornale.
    Ma esiste la vicenda, anch’essa risalente ad alcuni anni fa e mai resa pubblica, di un adolescente che frequentava una parrocchia di Brindisi e che in più di una occasione era stato notato assumere atteggiamenti morbosi nei confronti dei bambini che frequentavano la chiesa e i corsi di catechismo. Quando il ragazzino, allontanato dalla parrocchia, decise di seguire un percorso autonomo per farsi prete, il parroco che ne aveva individuato gli atteggiamenti chiaramente equivoci scrisse per due volte all’allora arcivescovo, Rocco Talucci, per segnalare l’indole dell’aspirante prese e sconsigliarne l’ordinazione. Ma non servì a nulla. Il vescovo decise la sua ordinazione presbiterale. Il suo nome è comparso in recenti inchieste giudiziarie.
    Più volte, in questi anni, la Curia arcivescovile di Brindisi ha ricevuto segnalazioni – sia provenienti da ambienti religiosi che laici – di situazioni incompatibili con il ruolo di sacerdote così previsto dalla Chiesa cattolica. Ben due hanno riguardato un prete, presente nel presbiterio brindisino, effettuate (in tempi diversi) da donne il cui marito ha abbandonato la famiglia per una relazione sentimentale con il parroco. Una delle due vicende ha anche avuto un appendice giudiziale. Inutile dire che il sacerdote ha continuato regolarmente a svolgere il ministero sacerdotale. Un comportamento identico a quello adottato quando furono segnalate alla Curia le tendenze pedofile di don Giampiero Peschiulli e questi fu lasciato alla guida della parrocchia di Santa Lucia sino a quando non andarono a bussare da lui i carabinieri.
    Esiste poi un caso, gravissimo, di una minorenne che frequentava gli ambienti giovanili parrocchiali e che venne abusata da un educatore. Il caso, avvenuto diversi anni fa, non giunse mai nelle aule di giustizia, forse perché i tempi non erano maturi ma soprattutto perché la famiglia preferì non denunciare all’autorità giudiziaria, limitandosi a informare dell’accaduto quella clericale. L’educatore responsabile di quella violenza è rimasto impunito continuando a ricoprire i ruoli assegnati.
    Nell’armadietto più inaccessibile negli uffici della Curia, quello contenente i fascicoli di ogni singolo sacerdote e operatore religioso, esistono molte segnalazioni, alcune anche documentate, che però non hanno mai sortito alcun effetto. E’ stata sempre l’autorità giudiziaria a porre fine a ciò che quella religiosa non è mai riuscita ad arginare, nonostante spesso nel fosse a conoscenza.
    Dieci anni di silenzi e intrecci inquietanti che partono da quella lettera “firmata” e che arrivano alle connivenze tra don Caramia e l’ex veggente Paola Catanzaro. Ma questo è un altro, lunghissimo e ancora in parte oscuro, capitolo della storia.

  • “Celare realtà degli abusi è un errore gravissimo”

    “Celare realtà degli abusi è un errore gravissimo”

    “Celare realtà degli abusi è un errore gravissimo” Parola di Papa Francesco.

    Ormai i proclami di Papa Francesco sugli abusi sessuali, la pedopornografia, la tolleranza zero della chiesa sono QUOTIDIANI e sembrano più importanti del Vangelo.

    Non sto parlando a caso: è sufficiente impostare un alert sulla propria casella di posta elettronica con l’etichetta “Papa Francesco” per rendersi conto della portata di questo fenomeno. Più della metà delle notizie riportate dai media OGNI GIORNO riguardano discorsi che il Papa fa in ogni occasione per sbandierare da ogni punto di vista quello che la Chiesa starebbe facendo nella lotta alla pedofilia dei preti. Quindi qual è il problema? Così sembra una realtà assolutamente fantastica, meravigliosa: finalmente un Papa che mette a posto le cose!

    Già.

    Se non si approfondisce il problema, se si rimane in superficie, se ci si affida solo alle notizie meravigliose che praticamente tutta la stampa ci offre senza il minimo senso critico, si ha una visione assolutamente parziale, di facciata, che non corrisponde alla realtà. Solo in Italia siamo quasi in 700 persone, vittime di preti pedofili, ad esserci rivolte ad Associazioni specifiche (come Rete L’Abuso), ma siamo solo la punta di un iceberg. Perché siamo la punta di un iceberg? Perché è difficilissimo trovare il coraggio di denunciare, perché prima di arrivare alla consapevolezza che tutti i malesseri devastanti successivi all’abuso sessuale sono una conseguenza di esso, passano anni, dolorosissimi anni, e spesso il reato cade in prescrizione … perché la quasi totalità delle vittime è cattolica e non concepisce la possibilità di denunciare un sacerdote, si affida ai Tribunali Ecclesiastici fidandosi … perché una  vittima viene spesso giudicata come quella che in qualche modo è la “causa” della “caduta” del sacerdote… perché una vittima non viene creduta, viene giudicata da cattolici benpensanti che “metterebbero la mano sul fuoco” per difendere il prete (per fortuna questo non sempre avviene dai veri amici con i quali si condivide davvero un percorso di fede, anzi vi è un sostegno dalla comunità parrocchiale)… ma è comunque complicato e doloroso arrivare alla denuncia e dunque siamo davvero la punta di un iceberg.

    Ogni vittima ha la sua storia, praticamente ognuno ha scritto al Papa, ognuno aveva grandi aspettative di essere ascoltato, accolto, capito, aiutato. NESSUNO ha ricevuto risposta, nessuno.

    Per una vittima, o per un familiare di una vittima come me, leggere OGNI GIORNO i proclami del Papa, i continui annunci su ogni giornale, di questa lotta alla pedofilia che NEL CONCRETO E’ INESISTENTE, rappresenta un dolore continuo, una ferita che si apre ogni giorno. La realtà è ben diversa da quella che racconta il Papa e che I GIORNALISTI SI PRESTANO A RACCONTARE. Per le vittime non c’è nulla, nessuna attenzione, nessun aiuto concreto, nessun supporto. Solo, sempre e soltanto belle parole: parole che ogni volta sono come una spada affilata. Parole di cui siamo stufi.

    Leggere: “In moltissime occasioni e in tanti Paesi i miei occhi incontrano quelli dei bambini, poveri e ricchi, sani e malati, gioiosi e sofferenti.. essere guardati dagli occhi dei bambini è un’esperienza che tutti noi conosciamo e che ci tocca in fondo al cuore… che cosa facciamo noi perché questi bambini possano guardarci sorridendo e conservino uno sguardo limpido, ricco di fiducia e di speranza?” fa pensare che Papa Francesco non ha mai incontrato gli occhi di un bambino abusato da un prete, non ha mai incontrato gli occhi di un bambino mentre fa la sua deposizione in Tribunale incalzato dall’avvocato che difende il prete pedofilo, non ha mai guardato gli occhi di un bambino che ha costantemente gli incubi notturni dopo l’abuso, non ha mai guardato gli occhi di un adolescente mentre dice “non so se credere in Dio ma certamente non credo più in questa chiesa marcia!” e non va più a Messa a causa di un prete… forse Papa Francesco dovrebbe GUARDARSI UN PO’ PIU’ INTORNO prima di scrivere e dichiarare banalità che risultano essere solo offensive.

    Quanti giornalisti si sono presi la briga di raccontare “il rovescio della medaglia”?

    Quanti giornalisti hanno almeno cercato di approfondire il problema?

    Quanti giornalisti hanno sentito il parere delle vittime o dei familiari?

    Quanti giornalisti hanno verificato seriamente se quanto annunciato, proclamato o promesso dal Papa fosse poi effettivamente messo in pratica?

    Quanti giornalisti hanno sentito le Associazioni delle vittime che davvero conoscono a fondo la realtà?

    CERTO: E’ PIU’ FACILE RIPORTARE PAROLA PER PAROLA CIO’ CHE DICHIARA IL PAPA, FARE IL COPIA-INCOLLA DI OGNI DISCORSO, DIFFONDERLO IL PIU’ POSSIBILE…

    Forse ci si aspetterebbe qualcosa in più, qualcosa di più serio e intellettualmente onesto.

    Un lettore cattolico, padre di una vittima

  • Australia, da marzo cinquanta testimoni al processo a Pell per abusi

    Australia, da marzo cinquanta testimoni al processo a Pell per abusi

    Le audizioni dureranno una settimana, a quel punto il tribunale di Melbourne deciderà se il porporato deve essere processato

    A partire dal prossimo cinque marzo, e per quattro settimane, una cinquantina di testimoni compariranno in aula a Melbourne per sostanziare l’accusa di abusi sessuali su minori indirizzata al cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia dall’estate scorsa in congedo, per volontà di Papa Francesco, per difendersi in tribunale in Australia . A quel punto la corte di Melbourne deciderà se il porporato dovrà essere giudicato.

    L’ex arcivescovo di Sidney, 76 anni, ha deciso di essere presente alla seconda udienza preliminare che si è svolta oggi (notte in Italia), pur non essendo tenuto a comparire, dopo la prima udienza di luglio scorso. Il porporato, scortato da un cordone di poliziotti, è stato accolto da una consistente folla di contestatori, giornalisti fotografi e cameramen. Presenti anche alcuni sostenitori del cardinale: «Sappiamo che è un uomo integro», ha detto Carmen Zahra, citata dall’agenzia France Presse.

    George Pell contesta ogni accusa e si dichiara innocente. Il tribunale non ha fornito dettagli sui capi di accusa, relativi, comunque, a «delitti di aggressioni sessuali antiche» che sarebbero avvenuti negli anni Settanta nella città di Ballarat, stato australiano di Victoria, quando Pell era semplice sacerdote. Ad accusare il porporato, sin da subito, «numerose persone» hanno depositato denuncia.

    Per ragioni legali i dettagli di questa ultima udienza non possono essere riferiti dalla stampa ma la giudice Blinda Wallington ha annunciato che tutti i testimoni sono stati ammessi tranne cinque, il che significa che una cinquantina di persone possono essere ascoltate, tra i quali adulti che all’epoca dei fatti contestati erano bambini che cantavano nel coro della cattedrale. L’avvocato di Pell, Robert Richter, ha detto che è «impossibile» che la cattedrale di Melbourne possa essere stata teatro di simili reati.

    La vicenda è distinta dall’inchiesta condotta per quattro anni dalla Royal commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, che ha visto Pell comparire in video-collegamento da Roma per rispondere a febbraio del 2016 , questa volta, ad accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti.

    http://www.lastampa.it/2017/10/06/vaticaninsider/ita/news/da-marzo-cinquanta-testimoni-al-processo-a-pell-in-australia-per-abusi-iyEtLSa5NeKfeFhsw5kPGM/pagina.html

  • Non rimosse don Desio fino all’arresto; Ghizzoni nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori

    Non rimosse don Desio fino all’arresto; Ghizzoni nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori

    La Conferenza Episcopale Italiana ha posto Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, a capo del gruppo di lavoro per la prevenzione della pedofilia. Ed è anche stato nominato referente italiano nella Commissione pontificia per la Tutela dei minori presieduta dal cardinale Sean O’Malley.

    Un segno peggiore i vescovi non potevano darlo. Ghizzoni infatti rappresenta nel modo più compiuto il “vecchio” metodo di gestione della pedofilia.

    Quando venne arrestato don Giovanni Desio, l’ex prete condannato a 8 anni e 8 mesi per violenza sessuale e atti sessuali su quattro ragazzini minorenni che frequentavano la sua parrocchia, Ghizzoni era il suo vescovo. Fino al giorno dell’arresto don Desio ha mantenuto tutti i suoi incarichi in curia, dalla direzione del settimanale diocesano alla segreteria dell’ufficio per le comunicazioni sociali. Se non fosse intervenuta la magistratura (e siamo sicuri che il vescovo abbia effettivamente collaborato?) don Desio sarebbe ancora al suo posto, inattaccabile. Possibile che in un anno e mezzo di episcopato non si fosse accorto proprio di nulla? Viene sbandierato il titolo di “psicologo” di Ghizzoni. Uno “psicologo” che non si era accorto di nessuna stranezza del prete, neppure quando don Desio cadeva nel canale ubriaco con il SUV da 35 mila euro, o quando i parrocchiani raccoglievano le firme per farlo allontanare.

    Ma il marciume nella diocesi guidata da Ghizzoni non si ferma certo qui. Le vicende legate a Mons. Giansandro Ravagna si sono risolte con la sua recente scomparsa.

    Quelle legate all’altra indagine di punta condotta dalla magistratura nei confronti di un altro prete accusato da più parti di pedofilia hanno scatenato più di una richiesta di riduzione allo stato laicale o temporaneo allontanamento di preti della diocesi. Qualcuno forse sarà l’indagato?

    Se la nomina di Ghizzoni vuole esportare il modello ravennate al resto d’Italia ci sarà sempre una soluzione per ciascun prete pedofilo italiano: far finta che non esista, sperare che se ne vada da solo, o aspettare che muoia.

    Alla faccia della “prevenzione”.

    di Redazione

  • Scandalo pedopornografia. Il Papa chiama a Roma il nunzio Pierre per consultazioni

    Scandalo pedopornografia. Il Papa chiama a Roma il nunzio Pierre per consultazioni

    Il superiore di monsignor Capella in Vaticano il 2 ottobre

    Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha aperto Presso l’Università Gregoriana una Conferenza internazionale sulla protezione dei bambini dallo sfruttamento e abuso sessuale on line, dopo a fine agosto un diplomatico di alto rango dell’Ambasciata della Santa Sede di Washington è stato richiamato Oltretevere dopo essere stato incriminato in una indagine giudiziaria americana e per possesso di pornografia infantile. La scorsa settimana il Canada ha chiesto in più l’arresto della stesso diplomatico, monsignor Carlo Alberto Capella , per possesso e distribuzione di materiale pedopornografico. Nei cui confronti è partita anche un’indagine del Promotore di giustizia vaticano.

    È «una vicenda dolorosissima», ha commentato a margine della Conferenza, Parolin . È una «pena molto grande per tutti coloro che sono coinvolti – ha aggiunto Parolin -. Stiamo trattando il caso con il massimo impegno, massima attenzione e massima serietà». Il Segretario di Stato ha anche sottolineato che la vicenda va trattata con il «riserbo necessario a proteggere le indagini e con ciò la verità e la giustizia».

    Quella annotazione, (“è una pena grande per tutti coloro che sono coinvolti”) , probabilmente fa riferimento alla posizione del numero uno della sede diplomatica di Washington, il nunzio Cristophe Pierre, nominato nell’aprile 2016, superiore di monsignor Capella (arrivato nella capitale degli Stati Uniti dopo la firma del trattato fiscale dell’Italia con l’Italia, nell’aprile 2015, cui aveva fattivamente collaborato).

    Pierre è stato chiamato in Vaticano per dare tutte le spiegazioni del caso ed è stato ricevuto in udienza lunedì 2 ottobre da Papa Francesco.

    Il caso di Capella è il secondo che coinvolge diplomatici vaticani, dopo quello del 2015 dell’ex nunzio apostolico nella Repubblica Domenicana, l’arcivescovo Wesoloski (poi morto in Vaticano, mentre aspettava l’inizio del processo).

    «Gli abusi sessuali nei confronti di minori costituiscono un fenomeno immensamente vasto e diffuso. In questi ultimi decenni, tale drammatica realtà è venuta prepotentemente alla ribalta nella Chiesa cattolica e sono emersi fatti molto gravi», ha affermato nel suo intervento il Segretario di Stato Vaticano, sottolineando però l’impegno della Chiesa stessa per difendere la dignità e i diritti dei minori. E ha aggiunto: ” Per i cristiani abusare dei bambini non solo è un crimine , è un sacrilegio ma anche un sacrilegio, cioè una profanazione di ciò che è sacro, la presenza di Dio in ogni essere umano”. Parolin ha sottolineato che «si è andati progressivamente prendendo coscienza dei danni subiti dalle vittime, della loro sofferenza e della necessità di ascoltarle per poi operare in molte direzioni diverse, con una vasta gamma di interventi che vanno messi in atto per sanare le ferite, ristabilire la giustizia, prevenire i delitti, formare gli educatori e le persone che trattano con i minori, nella prospettiva di diffondere e consolidare una nuova cultura della protezione dei minori un vero “safeguarding” che garantisca efficacemente la loro crescita in ambienti sani e sicuri».

    Gli organizzatori della Conferenza della Gregoriana sostengono che il caso di monsignor Capella dimostra la necessità dell’incontro i cui partecipanti ( tra cui anche dirigenti di Facebook e Microsoft, responsabili delle forze dell’ordine e esponenti accademici ) si recheranno da Papa venerdì 6 ottobre ( giorno in cui riprende a Melbourne il processo contro il cardinale George Pell per abusi sessuali su minori).

    Il responsabile del Centro per la protezione dei minori dell’Università Gregoriana (che è un Centro di eccellenza per la protezione dei minori), che ospita la Conferenza mondiale (rappresentanti sono venuti a Roma dalla Cina all’Arabia Saudita, al Brasile), il padre gesuita Father Hans Zollner, ha dichiarato al National Catholic Register che il richiamo in Vaticano del diplomatico, riflette il nomale protocollo internazionale per i diplomatici, ma il sospettato deve subire il processo e una condanna, se riconosciuto colpevole.

    Presenti alla giornata di inizio anche il presidente del Senato, Piero Grasso, e il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, la Baroness Joanna Shields, presidente di We Protect, una alleanza globale contro la pedofilia on line, e Ernesto Caffo presidente di Telefono azzurro.

    http://www.huffingtonpost.it/2017/10/03/scandalo-pedopornografia-il-papa-chiama-a-roma-il-nunzio-pierre-per-consultazioni_a_23231529/?utm_hp_ref=it-homepage

  • Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare la piaga degli abusi sessuali sui minori. In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare e prevenire la piaga degli abusi sessuali sui minori. La finalità è “accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi”.

    Non ci sono numeri precisi

    In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani che sono stati individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede istituito presso la Congregazione per la Dottrina della Fede per essere giudicati. Non ci sono numeri e non ci sono statistiche. Il segretario della Cei, Nunzio Galantino ha suggerito ai giornalisti che chiedevano ieri una “valutazione numerica” sul fenomeno italiano, di svolgere da soli le indagini: “Fate voi le ricerche”.

    Gruppo di lavoro della Cei

    I membri del Consiglio permanente della Cei “avvertono come prioritario concerne la sfera della prevenzione” della pedofilia “e della formazione” in materia di abusi sessuali sui minori. Per questo, ha spiegato in conferenza stampa mons. Nunzio Galantino illustrando il comunicato stampa finale della riunione del “parlamentino” dell’episcopato, la prima sotto la guida del cardinale Gualtiero Bassetti, “hanno salutato con favore la recente costituzione, presso la Segreteria Generale, di un gruppo di lavoro, dal profilo multidisciplinare, attento ad approfondire tanto gli ambiti educativi e organizzativi, quanto quelli di carattere più giuridico e comunicativo.

     

    La finalità è quella di accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi. I Vescovi hanno evidenziato come da un simile impegno possa venirne beneficiata tanto la Chiesa, in termini di fiducia e credibilità, quanto il più ampio contesto sociale. Su proposta della Presidenza, il Consiglio Permanente ha designato Sua Eccellenza mons. Lorenzo Ghizzoni (psicologo oltre che vescovo, ndr.) quale referente della CEI per la Pontificia Commissione per la tutela dei minori” guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley. La commissione parteciperà al convegno sugli abusi sessuali nella Chiesa ospitato la prossima settimana dalla Pontificia università Gregoriana.

    Cambio di mentalità?

    I Vescovi, si legge ancora nel comunicato finale, “nel presentare tali iniziative, hanno dato voce alla necessità di favorire in maniera decisa un cambio di mentalità e di atteggiamenti, anche sulla scorta dei continui richiami del Santo Padre. Si tratta di un percorso che intendono portare avanti congiuntamente con i referenti del mondo dei religiosi”.

    http://www.today.it/cronaca/cei-gruppo-lavoro-contro-pedofilia.html

     

  • Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Don Ruggero Conti, condannato in via definitiva nel 2015 a una pena di 14 anni e due mesi, è evaso da una clinica di Genzano alle porte di Roma, dove si trovava ai domiciliari. L’ex parroco di Selva Candida si trovava nella struttura per ragioni di salute. Era stato arrestato nel giugno del 2008 poco prima di imbarcarsi con alcuni piccoli parrocchiani su un volo per l’Australia dove si celebravano le Giornate della gioventù.

    Ecco una sintesi della vicenda che è conclusa con la condanna per pedofilia più pesante mai inflitta a un sacerdote della Chiesa cattolica in Italia.

    Con l’accusa di aver abusato di sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia, don Ruggero Conti, allora potentissimo parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima” a Selva Candida, viene fermato il 30 giugno 2008 dai carabinieri mentre con i ragazzi della parrocchia era in procinto di partire per Sidney, dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù in programma dal 12 al 21 luglio. I grandi scandali europei del 2009-2010 dovevano ancora scoppiare pertanto, di norma, per non far innervosire la Conferenza episcopale di Ruini e Bagnasco i media italiani non davano mai grande risalto alle storie di pedofilia clericale. Ma – forse per la prima volta – il caso Conti non rimase a lungo relegato nelle pagine di cronaca locale. Sin da subito lo abbiamo seguito su Left ma come raramente accade in questi casi, ha trovato spazio anche su altri media nazionali. Risultò difatti impossibile ignorare che a fronteggiarsi in sede civile si sarebbero trovati a un certo punto niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo.

    Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo Conti verteva su diversi punti. Non solo perché don Ruggero fino a poche settimane prima dell’arresto – e dunque nel periodo che comprendeva gli stupri a lui imputati – era stato il garante della famiglia del candidato sindaco di Roma (poi vincitore) Gianni Alemanno. Oltre a questo, per la prima volta un tribunale riconobbe l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non fu operata dal Comune di Roma, quindi dal sindaco Alemanno, ma da un cittadino, il futuro segretario dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, esercitò “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. E questo fu il caso del Campidoglio che espresse la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ammise la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune.

    In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiarava «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combinava con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Il resto è cronaca nera.

    Nel febbraio del 2011 Ruggero Conti viene condannato a quindici anni e quattro mesi per prostituzione minorile e per aver abusato di sette bambini tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi. Secondo il Pm Francesco Scavo, il sacerdote aveva indotto due dei ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il Pm a definì «di inaudita gravità», perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato di situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso, un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre; ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definirono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

    Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione.

    Torniamo alle grane processuali dell’ex parroco. Il 31 maggio 2013 l’uomo di cui si era fidato anche Alemanno è stato condannato in Appello a quattordici anni e due mesi di reclusione per violenza sessuale continuata e aggravata. La pena inflitta al prelato in primo grado venne ridotta in secondo grado (e poi confermata in via definitiva nel 2015) perché nel frattempo tre degli episodi contestati sono risultati prescritti. Per quanto riguarda la curia guidata dal vescovo Gino Reali, dopo l’arresto non prese alcun provvedimento. Tanto meno si mosse il Vaticano. E così è stato per tutta la durata del processo di primo grado. Solo dopo la prima condanna a quindici anni e quattro mesi don Ruggero è stato sospeso a divinis.

    Vale la pena soffermarsi su mons. Reali perché in qualche modo avrebbe potuto mettere il sindaco di Roma sul chi vive. Nel corso del dibattimento il ‘superiore’ di don Conti è stato infatti accusato di non aver dato importanza alla lettera di denuncia che era stata presentata alla diocesi dai genitori di alcuni bambini. Lui si è difeso facendo presente di aver inviato a don Conti una nota di ‘scorrettezza’ nella quale lo invitava a «un corso di esercizi spirituali e a una costante frequenza al sacramento della Penitenza». Quindi sapeva. E in seguito è stato accertato che l’ex parroco continuò ad abusare dei bambini fino a tre mesi prima di essere arrestato. Proprio mentre collaborava con Alemanno, contribuendo, grazie al potere di cui godeva nel quadrante nord-ovest della Capitale, a farlo diventare il sindaco del “decoro” e “antidegrado”.

    di Federico Tulli

    https://left.it/2017/09/29/chiesa-e-pedofilia-chi-e-lex-parroco-ruggero-conti-evaso-da-una-clinica/

  • Abusò di un chierichetto di 8 anni, don Francesco Caramia condannato a 8 anni di carcere

    Abusò di un chierichetto di 8 anni, don Francesco Caramia condannato a 8 anni di carcere

    È di otto anni di reclusione la condanna per avere compiuto atti sessuali su minori per l’ex parroco della chiesa San Giustino de Jacobis di Brindisi, don Francesco Caramia, di 43 anni. Il giudice ha accolto la richiesta del pm. Il prete era stato arrestato nel giugno 2016 e aveva poi ottenuto i domiciliari presso una comunità religiosa fuori regione.

    La sentenza è stata emessa in tarda serata dal Tribunale di Brindisi (presidente Genantonio Chiarelli). Caramia, assistito dagli avvocati Giancarlo Camassa e Rosanna Saracino, aveva scelto di essere processato con rito ordinario. I fatti risalgono agli anni 2008 e 2009: il sacerdote è stato riconosciuto colpevole di avere abusato di un chierichetto che all’epoca aveva 8 anni. La denuncia fu presentata da un pediatra e poi confermata dalla vittima.

    http://www.leggo.it/italia/cronache/abuso_di_un_chierichetto_di_8_anni_don_francesco_caramia_condannato_8_anni_di_carcere_foto_28_settembre_2017-3268082.html

  • In Parlamento una mozione per obbligare i preti a denunciare i pedofili ai magistrati

    In Parlamento una mozione per obbligare i preti a denunciare i pedofili ai magistrati

    In Parlamento si torna a parlare della possibilità di apportare una piccola modifica ai Patti Lateranensi tra Italia e Santa Sede per obbligare i parroci e i vescovi a denunciare alla autorità civile – magistrati e polizia – i preti pedofili. Attualmente l’articolo 4 del Concordato stabilisce che gli ecclesiastici siano esentati dal dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.

    A sollevare la questione finora mantenuta sotto la cenere, sono state «le sacrosante parole di Papa Francesco contro i preti pedofili. Parole che a questo punto possono scendere su un terreno laico e concreto solo attraverso la revisione del Concordato». A parlarne sono stati i deputati Pippo Civati e Andrea Maestri che hanno depositato alla Camera una mozione per superare «questa anacronistica e ingiusta esenzione dalla giurisdizione, che per gli ecclesiastici costituisce norma speciale rispetto alla disciplina del segreto professionale».

    «Forse è arrivato il momento – spiegano i parlamentari – che il Governo e il Parlamento assumano le necessarie iniziative per promuovere la negoziazione di un accordo con la Santa Sede che, nel rispetto dell’indipendenza degli ordinamenti civile e canonico e della distinzione della sfera propria a ciascuno riservata secondo i principi della Costituzione, disciplini gli aspetti della cooperazione e della mutua assistenza giudiziaria tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica nell’esercizio delle funzioni dei rispettivi organi giurisdizionali e, per quanto attiene in particolare alla materia penale, limitatamente alle fattispecie di doppia incriminazione rilevanti per entrambi gli ordinamenti».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/pedofilia_camera_papa_concordato_modifica_preti_clero_santa_sede-3255592.html

  • Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Un documento choc esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un’anticipazione.

    di EMILIANO FITTIPALDI

    Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l’obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. “Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati,” aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po’ tornai alla carica.

    Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia.” Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro.

    Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran.

    Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un’altra sezione del dicastero della Curia romana che “più da vicino”, come spiega il sito del Vaticano, “coadiuva il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione”.

    Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l’estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997.

    La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l’autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, “come da richiesta”.

    Leggo il testo della prima pagina tutto d’un fiato.

    “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina emanuela orlandi (roma 14 gennaio1968),”, è il titolo.

    “La prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi.

    “La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda.

    “Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell’impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso.

    “L’attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute.

    “Il documento non include l’attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al ‘Commando 1’, in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata.

    “I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate.”

    La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni.

    Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire.

    L’elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”. La Orlandi, nell’ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C’era un’altra spesa per la “preparazione all’attività investigativa estera” costata altre 450.000 lire, uno “spostamento” da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le “rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra”.

    Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l’indirizzo: a quello giusto c’è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell’arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d’Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese).

    La prima pagina si chiude con i costi per l’”indagine formale in collaborazione con Roma” (23 milioni) e con la misteriosa “attività di indagine riservata extra ‘Commando 1’, direzione diretta Cardinale Casaroli”, per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’inizio.

    La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l’”allontanamento domiciliare” di Emanuela nel periodo “febbraio 1985-febbraio 1988”. Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in “ginecologia”. Si parla di “un secondo” e di “un terzo trasferimento”, di decine di milioni di lire per “rette omnicomprensive” di vitto e alloggio.

    Gli anni scorrono. Arrivo all’ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo “allontanamento domiciliare” si riferisce stavolta al periodo “aprile 1993-luglio 1997”. Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con “il dettaglio mensile e annuale in allegato 22”) e ad altre “spese sanitarie forfettarie”, figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: “Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000”.

    La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. “Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28.”

    Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l’una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate.

    In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto “interno” alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?

    Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte “sgradevoli”?

    È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare” della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un’operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori.

    La missiva è “presentata in triplice copia”, come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell’archivio dell’Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell’enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontifice commissioni.

    Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico “Commando1” guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza.

    Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo “spostamento” la bellezza di 4 milioni di lire.

    Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.

    Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni “rette vitto e alloggio” elencate in un report che ha come titolo “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” e per il suo “allontanamento domiciliare”? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, “presso la sede l. 21”, una “trasferta” da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all’inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie – come segnala ancora l’estensore dello scritto – per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla “dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology” dello stesso nosocomio un’unica “attività economica a rimborso” di cui il capo dell’Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i “dettagli in allegato 28”? (contattata da l’Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela)

    La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull’ “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”. Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la “pratica” di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?

    A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è ha conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un’istanza di accesso agli atti per poter visionare “un dossier custodito in Vaticano”. Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento”. Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l’esistenza di qualsiasi carta riservata: “Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso”. Anche il cardinale Re interviene, assicurando che “la Segreteria di Stato” di cui nel 1997 lui era sostituto “non aveva proprio niente da nascondere.

    Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull “allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L’inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: “Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone”. Clic.

    La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell’ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest’ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici.

    La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell’ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014.

    Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell’immobile e s’era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro.

    A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell’ufficio esisteva “un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda”, custodito inizialmente “in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore”; aggiunge che “dopo il furto, l’archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo”. Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte “portarono via soldi e delle monete, dall’armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell’archivio riservato… alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero”.

    Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal “Banchiere di Dio”, Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore – insieme a Licio Gelli – della loggia massonica deviata P2.

    “Cosa c’era nel plico?” chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. “Documenti di dieci, vent’anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore,” risponde il prelato. “Nel riordinare i fogli dopo l’effrazione, vidi che gli atti contenuti nell’archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato,” ma a fatti che il monsignore definisce “sgradevoli”. “Sgradevoli,” ripeto tra me e me.

    Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte.

    Cominciai a leggere il volume della Chaouqui…Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l’effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un’accusa pesantissima.

    Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell’ufficio, ha sempre negato ogni addebito…L’avvocatessa calabrese – che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione – è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l’effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti “sgradevoli”, la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”…

    Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l’hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/18/news/_oltre_483_milioni_di_lire_spesi_dal_vaticano_per_l_allontanamento_di_emanuela_orlandi_-175790108/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1#gallery-slider=175790425