Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Un tipo sinistro

    Un tipo sinistro

    Nel 2000 Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, si unì al coro dei gerarchi della Chiesa che fecero pubblica penitenza per il sostegno garantito tra il 1976 e il 1983 dalla Conferenza episcopale argentina alla giunta civico-militare responsabile di almeno 30mila sparizioni forzate e di migliaia di altri crimini contro l’umanità. Omicidi, rapimenti, torture e furti di neonati compresi. Il gesto, forse un po’ tardivo, fu un’autoassoluzione dell’istituzione che chiedeva perdono per i preti che avevano “peccato” dando appoggio logistico e materiale oltre che spirituale ai carnefici della generazione scomparsa? Oppure fu un’ammissione di colpa? Sta di fatto che mai durante il regime l’allora capo dei gesuiti argentini, come del resto gran parte dei suoi colleghi di culto, aveva preso pubblicamente posizione contro le violenze di Stato perpetrate nei confronti di chiunque fosse anche solo stato sospettato di essere un “sovversivo”. Cosa che invece nel vicino Cile, per esempio, fece il cardinale di Santiago, Raúl Silva Henríquez, il quale dall’11 settembre 1973 in poi non smise mai di puntare il dito contro le politiche repressive del dittatore fascista Augusto Pinochet e dei suoi guardaspalle. Palesemente diverso rispetto al silenzio mantenuto durante la dittatura è stato l’atteggiamento di Bergoglio nei confronti delle istituzioni democratiche. Nel 2010 quando era capo della Conferenza episcopale argentina si scagliò senza esitare contro il Parlamento reo di aver introdotto nell’ordinamento il matrimonio gay. Definendo la legge frutto della «invidia del demonio» che «vuole distruggere il piano di Dio».

    Con la stessa veemenza, fresco di nomina a capo della Chiesa argentina, si era schierato nel 2005 contro il ministro della Sanità del governo Kirchner, Ginés González García, perché aveva proposto la depenalizzazione dell’aborto. La negazione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza per Bergoglio è un chiodo fisso. La libertà di scelta, l’autodeterminazione, la sessualità della donna nel suo pensiero non sono contemplate. In totale continuità con la misoginia dei suoi predecessori anche da pontefice egli relega la donna entro un recinto predefinito, annullandone l’identità. La donna è tale solo se vergine o madre. «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa» dice da pontefice sull’aereo di ritorno dal viaggio pastorale in Brasile il 28 luglio 2013. «Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre» ribadisce a Santa Marta il 9 febbraio 2017. «Sentir dire che tre figli già sono troppi mi mette tristezza, perché tre figli per coppia sono il minimo necessario a mantenere stabile la popolazione» aveva detto sul volo di ritorno dalle Filippine il 19 gennaio 2015. Madri sì ma con moderazione, per non turbarlo. Tuttavia non si era affatto intristito quando, dieci anni prima, il capo dei cappellani militari argentini, monsignor Antonio Baseotto, affermò che González García, il ministro pro-aborto, avrebbe meritato che gli fosse messa una pietra al collo e fosse buttato in mare. La scelta di questa immagine presa in prestito dal Vangelo di Luca (17, 1-2), che richiama alla memoria i voli della morte e la tragedia che ha segnato il destino di migliaia di suoi connazionali e la vita dei loro familiari, deve aver profondamente colpito Jorge Mario Bergoglio. In positivo. Incurante dell’incidente diplomatico provocato da Baseotto con il governo argentino, e di tutto ciò che a livello emotivo può evocare una frase del genere nei confronti dei familiari di desaparecidos, il pontefice l’ha fatta sua otto anni dopo, l’11 novembre 2013. Durante un’omelia in Vaticano ha auspicato la macina al collo e la fine in mare per «i cristiani e i preti corrotti» dalle tangenti. L’attacco agli evasori suscitò la profonda ammirazione in Italia dell’intero arco costituzionale e della stampa tutta. E poco importa se tra le vittime dei famigerati voli della morte ci sono anche migliaia di nostri connazionali.

    Aborto, donne, diritti umani. Già quanto detto fin qui basterebbe per non vedere mai accostate nella stessa frase “papa Francesco” e le parole “Sinistra” o “Rivoluzione”. Tanto più in un momento storico culturale come quello attuale in cui la donna è al centro di un’offensiva violenta senza tregua. Gli omicidi, le percosse, lo stalking, innumerevoli stupri sono all’ordine del giorno. La negazione e l’annullamento dell’identità femminile spesso porta a un tentativo di coercizione e di annientamento fisico che si oppongono sia al processo di emancipazione cioè al riconoscimento di una uguaglianza giuridica sia alla liberazione, vale a dire alla accettazione di una diversa soggettività della donna. Emancipazione e liberazione della donna sono delicatissimi processi ancora in atto. Affinché siano portati a compimento occorrono fondamentali cambiamenti sul piano culturale e sociale di cui solo la Sinistra in quanto tale se ne può fare carico. Rifiutando in primis i fautori della mentalità patriarcale e religiosa che vogliono la donna inchiodata al ruolo di moglie e madre. Tra questi papa Bergoglio è la punta di diamante. Per essere certi di non lasciare adito a dubbi ricordiamo un altro paio di episodi. Il capo della Chiesa che il 2 febbraio 2014 dal balcone di piazza San Pietro ammoniva la platea affermando: «La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine», è lo stesso sacerdote che ha militato nella Guardia de Hierro, il settore giovanile del peronismo di destra. La Guardia de Hierro nel 1976, il più cruento dei sette anni di dittatura, propose una laurea honoris causa all’ammiraglio Massera. Il titolo fu poi conferito al genocida della caserma Esma di Buenos Aires, il 25 novembre 1977, dall’Università del Salvador (Usal), della cui amministrazione faceva parte il futuro pontefice. E ancora, a proposito di cappellani militari giova ricordare la vicenda di monsignor Christian Federico von Wernich, l’ex cappellano della polizia di Buenos Aires soprannominato “il prete del diavolo”. Costui sconta l’ergastolo dall’ottobre del 2007 perché il tribunale federale di La Plata lo ha riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per aver partecipato a 6 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri. Di fronte ai familiari delle vittime, dei sopravvissuti e ai giudici, il monsignore si è sempre dichiarato innocente, privo di colpe. Nel senso che lui non aveva mai fatto nulla di male. Commentando la sentenza, nel sottolineare «il dolore che ci provoca la partecipazione di un sacerdote in delitti gravissimi», il cardinale Bergoglio si limitò a sottolineare la necessità di una «riconciliazione», rilevando inoltre che l’Argentina doveva allontanarsi «sia dall’impunità sia dall’odio e dal rancore».

    Come dire, “scordiamoci il passato”. Una indulgenza che vale per un sadico torturatore omicida, e vale ancora oggi poiché von Wernich non risulta né pentito né dimesso dallo stato clericale, ma non per una donna che se decide di interrompere una gravidanza esercita un diritto, tutela la propria salute psicofisica e non uccide nessuno (perché il feto è un feto e chi non è nato non può morire). «Assoluzione dal peccato di aborto solo se c’è pentimento» ha ribadito papa Francesco a novembre 2016 in vista del Giubileo straordinario. Con questo interessante curriculum in tasca, niente affatto ignoto e davvero difficile da annoverare a “sinistra” e nel pantheon della laicità, il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio appena nominato papa si è affacciato al famoso balconcino e ha detto «buonasera» urbi et orbi. Suscitando immediatamente entusiasmi e ottenendo un’apertura di credito incondizionata. L’elenco di genuflessioni parlamentari ed extraparlamentari a sinistra è lunghissimo. Basti in questa sede pensare al recente discorso davanti ai sindacalisti della Cisl durante il quale papa Francesco ha lanciato i suoi anatemi contro «le pensioni d’oro» perché sono «un’offesa al lavoro». Siamo tutti d’accordo che certi assegni mensili siano indecenti ma non un sopracciglio si è alzato per far notare a Bergoglio che lo Stato italiano elargisce queste pensioni sulla base di leggi italiane. Lui che c’entra? Tanto meno – da destra a sinistra, passando per i sindacati – c’è stato qualcuno che abbia avuto l’ardire di ricordare che sempre lo Stato italiano paga profumate pensioni, per dirne una, ai cappellani militari che rispondono agli ordini dei gerarchi vaticani. Anzi.

    A fronte di un (imbarazzante) silenzio tombale sull’ingerenza di un capo di Stato straniero negli affari italiani è via via montata una (altrettanto imbarazzante) marea di osanna dei media e degli opinionisti per la “sensibilità” del pontefice verso i lavoratori sotto pagati. È questa la reazione da quando il gesuita argentino ha pronunciato il fatidico «buonasera» di quattro anni fa. Una reazione che non tiene mai conto dell’inapplicabilità di una visione laica – che parta cioè dal rispetto dei diritti inalienabili della persona e dal pensiero che siamo tutti esseri umani dalla nascita – a un’organizzazione come quella della Chiesa cattolica che per sua natura e cultura si oppone a questi stessi princìpi. Davvero occorre ricordare ai fan progressisti di papa Francesco che costui oltre a essere il capo di una religione monoteista che crede nel peccato originale e nell’esistenza del diavolo, è un monarca assoluto a cui tutti i suoi sudditi devono obbedienza e che detiene i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di una elezione decisa da una casta di circa 200 persone, tutti uomini? Cosa c’è di sinistra in questo? E di laico? C’è per caso qualcosa di laico e di sinistra cui ispirarsi, nella consueta linea politica di marca gesuita, che consiste nel rimproverare gli sfruttatori e al tempo stesso predicare mansuetudine presso gli sfruttati, egregiamente sintetizzata da papa Francesco nel discorso pronunciato il 4 febbraio 2017 durante un incontro con il movimento dei Focolari? Nel mondo ideale di papa Francesco i ricchi rimangono ricchi e i poveri rimangono poveri. “I poveri vanno accompagnati”. Nulla viene detto o fatto per toglierli dalla condizione di povertà. È questa la nuova idea di uguaglianza a sinistra? Bergoglio lo ha detto chiaramente, basta leggere questa frase. «Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione». Quell’“economia che include i poveri” sta lì a dire che la realtà sociale di queste persone è per il papa immodificabile. Siamo ben lontani da un’economia che produce reddito e redistribuisce equamente ricchezza rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Così c’è scritto nel secondo comma dell’articolo 3 della nostra laica Costituzione. Per ridare slancio alla sinistra queste parole non sono assai più utili di quelle del gesuita papa Francesco? Domanda pleonastica.

    Torniamo infine alla stretta attualità e al modo in cui il papa sta conducendo la sua presunta battaglia contro la pedofilia nel clero. Cosa c’è di laico e di umano nel considerare un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio, lo stupro di un bimbo di tre anni da parte di un adulto cinquantenne? E sempre a proposito di superamento delle disuguaglianze, è forse laica e di sinistra la frase pronunciata da papa Bergoglio l’8 gennaio 2014? «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato» disse nell’udienza generale a Santa Marta. Queste parole possono essere declinate in diversi modi, basti citarne uno per tutti: un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino ebreo. Di fondo c’è l’idea non proprio laica e di sinistra secondo cui l’identità umana è data dal battesimo. Se il battesimo non c’è, non ci sono nemmeno l’identità e l’uguaglianza tra esseri umani. La pretesa che i vari Bertinotti, Pisapia, Renzi, Fassina e tanti altri, hanno di indicarlo come guida morale della nostra società si scontra con questa visione della natura umana che distingue le persone cattoliche da quelle che non lo sono. È una visione figlia di una cultura che attraversa fino a oggi la storia millenaria poco edificante dell’istituzione che papa Francesco rappresenta, segnata da intolleranze verso le altre religioni monoteiste, da inaudite violenze contro le donne e gli eretici e dagli abusi psicologici e fisici su minori affidati alla sua cura.

    A proposito della pedofilia, si diceva, senza dover andare troppo lontano nel tempo ecco uno dei passaggi più significativi del durissimo atto di accusa delle Nazioni Unite contro la Santa Sede per la sua ambiguità nella gestione della pedofilia clericale, elaborato nel 2014 in virtù della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».

    La Convenzione cui la Santa Sede aderisce, prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. Secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, come si evince dal rapporto pubblicato il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013. Pur senza citarli, l’Onu ha puntato quindi il dito contro gli ultimi tre capi della Chiesa: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Il riferimento alle carenze normative non è casuale ed è tuttora valido. Già perché l’acclamatissimo inasprimento delle norme penali attuato da Francesco a cosa può davvero servire se per i “peccatori” la pena consiste nel dover recitare più avemmarie in un convento? Finché in Vaticano si continuerà a considerare le violenze sui bambini un peccato e non un reato, cioè un crimine contro la persona, la “tolleranza zero” contro la pedofilia ecclesiastica che tante volte abbiamo sentito invocare prima da Benedetto XVI e poi da Bergoglio sarà un annuncio fine a sé stesso. Buono solo per convincere parte dell’opinione pubblica che qualcosa effettivamente stia cambiando dopo decenni di complicità con migliaia di pedofili e impegni in serie non mantenuti. È questa la chiave per comprendere come mai papa Francesco abbia prima deciso di affidare a monsignor George Pell la guida del superministero dell’Economia, rimanendo sordo agli avvertimenti ricevuti ovunque, e poi lo abbia lasciato andare quando ormai era diventato indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica. In cima ai pensieri di un papa c’è sempre la tutela dell’istituzione. L’obiettivo primario è quello di sostenerne l’immagine e il buon nome. Sempre. Le persone non contano. “Vatican first”, possiamo dire parafrasando Trump. Prima c’è la Chiesa, poi, se c’è tempo e spazio ci si può occupare delle persone (se sono battezzate). Ma anche qui c’è una gerarchia. In cima ai pensieri del papa non ci sono le vittime dei preti pedofili che da 40 anni in Australia attendono giustizia, ma il monsignore chiacchierato cui ha concesso l’aspettativa per andarsi a difendere di persona in Patria. Affinché tenga l’ormai ingombrante ombra lontana dalla Santa Sede. E se ancora siete perplessi, badate bene che lo ha rifatto. Consegnando le chiavi della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), l’organismo della Santa Sede presso cui sono accentrati i processi più gravi per pedofilia, all’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer. E cosa c’è nel palmares di questo monsignore? Nel 2012 quando era segretario della Cdf mise la sua firma insieme all’allora prefetto Llevada sulla sentenza di condanna di un prete pedofilo nella quale si intimava di non rendere pubblica la notizia. E che fine fece questo signore? Scontata la penitenza, con il suo bell’abito talare decise di diventare allenatore di una squadra di calcio giovanile. All’insaputa della condanna, tante famiglie gli affidarono i loro bambini. Nel 2015 è stato arrestato, questa volta dalla polizia italiana. Stando alle accuse ne ha violentati almeno dieci. E però Jorge Mario Bergoglio è un rivoluzionario, lava i piedi ai carcerati e ha detto «buonasera» a tutti.

    https://left.it/2017/08/17/un-tipo-sinistro

  • Verità sulla setta Forteto, basta silenzio

    Verità sulla setta Forteto, basta silenzio

    Non fabbricava solo formaggi, ma era teatro di abusi sessuali su minori. La cooperativa Forteto dopo tutti gli orrori commessi è ancora viva e vegeta e fattura milioni. Mentre i politici dormono, il Papa riceve in udienza le vittime della setta. Verità sul Forteto, basta silenzio.

    Il Senato a maggio ha dato il via libera all’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti avvenuti nella setta, ma ora il voto passa alla Camera. Le vittime sono in attesa inoltre di sapere la data della discussione alla Cassazione. Nel frattempo il Forteto continua indisturbato a produrre e ad esportare i propri formaggi in tutto il mondo.

    Insomma, l’incredibile vicenda della cooperativa agricola Il Forteto continua a infliggere dolore anche oggi. Sono moltissime le vittime che non hanno ricevuto nemmeno un euro di risarcimento e Roberto Fiesoli, detto “il profeta”, capo della setta, nonostante la condanna a sedici anni di galera, è a piede libero.

    Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione vittime del Forteto

    Notizia di questi giorni è l’incontro di Papa Francesco previsto per il 30 agosto con le vittime del Forteto, un passo avanti in questo mare di silenzio, o quanto meno un primo segnale di riconoscimento ufficiale della tragedia. Sputnik Italia per fare il punto sulla situazione ha raggiunto Sergio Pietracito, presidente dell’Associazione Vittime del Forteto.

    — Il Papa incontrerà le vittime del Forteto. Sergio, avete chiesto voi l’udienza, com’è andata?

    — La notizia per noi è meravigliosa, è il frutto di un percorso che abbiamo iniziato un paio di anni fa con una lettera al Papa, poi con un incontro con il Cardinale Betori e poi con la recente visita di Bergoglio nel Mugello a Barbiana dove ha fatto scuola Don Lorenzo Milani.

    In quell’occasione avevamo scritto al Cardinale di ricordarsi di noi per farci partecipare alla visita del Santo Padre. Ci hanno risposto che il Papa non avrebbe avuto in quel caso abbastanza tempo da dedicarci, poi ci hanno scritto che si sarebbero impegnati ad organizzare una visita privata. Noi volevamo molto far sapere al Papa che anche Don Lorenzo Milani e quel luogo erano stati contaminati dal Forteto, basta pensare ai libri scritti al Forteto dove si parla di continuazione dalla scuola di Barbiana al Forteto stesso.

    La scuola di Barbiana, dai lavori elettrici al giardinaggio, per un certo periodo era stata gestita dal Forteto. Rodolfo Fiesoli, detto il profeta, era presente nell’istituzione Don Milani nel Cda. Ci sembrava opportuno un segnale di condanna e di distanza, questa storia la racconteremo direttamente a Roma.

    — È comunque un segnale positivo che il Papa parli con voi?

    — È molto importante perché si tratta di un riconoscimento. Se il Papa ci vuole vedere, vuol dire che la Chiesa riconosce la nostra denuncia. Io spero che poi ci sia un movimento anche sul fronte politico. La benedizione spirituale è importante per le persone che hanno subito i drammi del Forteto, dall’altro canto spero che i politici, i quali hanno dormito finora, si sveglino e facciano qualcosa.

    — Sul fronte politico che cosa si è fatto?

    — C’è stata una sentenza di primo grado con condanna a 17 anni e mezzo per Rodolfo Fiesoli. In secondo grado i condannati sono diventati dieci, la condanna al Fiesoli è diventata più corta di un anno, la sostanza è stata comunque consolidata. Un anno fa è uscita la seconda commissione regionale che ricondanna la vicenda e si pone l’obiettivo di individuare le responsabilità politiche e istituzionali a causa delle quali per 40 anni non è successo niente nonostante le denunce, la sentenza europea del 2000 dei diritti dell’Uomo, la sentenza dell’85 contro il Fiesoli per abusi specifici su minori. Fra i reati del Fiesoli: masturbava disabile alla presenza di minorenni. È scritto nero su bianco nei reati al primo processo. Dopo la sentenza a questo signore sono stati mandati quasi 100 bambini dalle istituzioni. Questa è una vergogna incredibile e nessuno riesce a spiegarsi il perché.

    — A che punto sta la Commissione Parlamentare a la Cassazione?

    — Dopo la sentenza di secondo grado di luglio 2016 siamo ancora in attesa di sapere la data della discussione alla Cassazione. Stanno dormendo e so che il Forteto si è preso i migliori cassazionisti d’Italia da un punto di vista di parcelle, che verranno pagati con il sangue di chi è stato privato di ogni diritto in quella vicenda. Siamo in attesa e speriamo si muova qualcosa dopo la pausa estiva. Non abbiamo nemmeno la data della discussione.

    Sul fronte politico c’è stato un risultato positivo di recente al Senato, dopo il diniego del 2015 della mozione Bergamini che chiedeva il Commissariamento, appoggiato fra l’altro da tutte le forze dell’opposizione. A maggio al Senato dopo un faticoso percorso è stato votato a favore, penso al lavoro del questore M5S Bottici che ha fatto una sorta di pressing a Grasso. È arrivato l’ok unanime del Senato e ora manca la Camera, speriamo il Papa porti fortuna.

    — Il Forteto è tuttora vivo e vegeto, l’azienda continua a produrre formaggi e a venderli in giro per il mondo. Chi compra questi formaggi non può nemmeno immaginare in che luogo siano stati prodotti, una setta dove venivano fatti abusi sessuali su minori. È paradossale, no?

    — È un paradosso. I mercati internazionali che prendono i prodotti dal Forteto, dall’Oceania, Stati Uniti, gli Emirati penso non siano a conoscenza della genesi dell’azienda, che è andata avanti nonostante gli orrori emersi nella sentenza. Non sappiamo con esattezza che cosa avviene ora in quel luogo, sappiamo che i minori non vengono più affidati. Sappiamo che non si può scindere la realtà cooperativa dalla comunità-setta, questo lo dice la sentenza.

    Non mi risulta che mai sia uscita da parte della Lega delle Cooperative una presa di distanza netta sugli orrori pregressi, mi risulta che i condannati e i falsi testimoni vivano ancora nella Cooperativa, non so a che titolo. Il movimento delle cooperative sia esso Lega che Confederazione non ha mai chiesto un incontro con l’associazione vittime del Forteto.

    So che all’interno della Cooperativa è nato qualche bambino, cosa che seconda la filosofia del Forteto era proibita. Lì le donne e gli uomini non si potevano guardare, perché la donna era considerata il male del mondo, i rapporti potevano essere solo omosessuali. Non è mai nato un bambino (salvo un paio d’incidenti di percorso tra giovani sfuggiti al controllo), venivano presi dall’esterno. Va detto, parliamo di un branco di malati di mente socialmente pericolosi ed è la politica che, leggendo le sentenze, deve far sì che la comunità venga sciolta.

    — Il Fiesoli è sotto arresto o è in libertà?

    — Non si sa esattamente perché, non siamo super esperti di diritto, ma Fiesoli non è in prigione. Nonostante la condanna a 16 anni e 10 mesi hanno ritenuto che Fiesoli potesse essere libero. Lui può fare e vedere chi vuole fino alla sentenza definitiva. Si è stabilito in un paesino vicino al Forteto, si sta accreditando molte persone, le capacità manipolatorie certo non gli mancano, recentemente ha aiutato un parroco a prendere le offerte in una chiesa, anche questo andrà detto al Papa.

    — Qual è il messaggio che vorresti lanciare da parte delle vittime del Forteto? Qual è la vostra speranza?

    — Noi speriamo in un riconoscimento pubblico da parte delle istituzioni. Vogliamo le scuse da parte delle istituzioni. Bisogna che i media nazionali ne parlino, molta gente ancora non sa se queste storie sono vere o meno, non vanno a leggersi le sentenze. Le istituzioni devono farsi carico delle persone che hanno vissuto quest’esperienza e che sono state messe lì dalle istituzioni, un luogo dove non dovevano stare.

    Dopo la sentenza definitiva dell’85 al Forteto non dovevano mandare neanche un bambino. I bambini che hanno vissuto al Forteto oltre ad avere una vita distrutta, hanno problemi nell’autodeterminarsi ed organizzarsi una vita futura. C’è bisogno di aiutarli da un punto di vista psicologico. Il Forteto ha rovinato la vita a cento bambini e in totale a più di mille persone.

    — Che cosa vorreste esattamente?

    — Servono risorse per aiutarli. La straordinarietà della vicenda Forteto, la sua pervasività, il maltrattamento istituzionale ormai appurato, rendono necessario un altrettanto straordinario rimedio istituzionale, ad oggi l’assessore alla sanità Saccardi ha per due anni aperto un bando per la riparazione e il sostegno alle vittime. Solo che siamo alla fine del secondo anno che scade ad ottobre, le risorse sono sempre poche ed a oggi non abbiamo certezza se continuerà.

    Questa cosa ci fa riflettere e ci chiediamo perché il Presidente Rossi così come gli enti locali hanno scelto di non chiamare come responsabile civile la cooperativa. Eppure la corte ha condannato in solido anche l’azienda, perché come scritto in sentenza, erano la faccia della stessa medaglia.

    Le poche parti civili che l’hanno fatto sono state risarcite, ma si sa se non si chiede non si può ottenere. Forse con quelle risorse la Regione Toscana avrebbe potuto aiutare le vittime per il tempo necessario, ed anche sciogliere la comunità. Moltissimi non hanno nemmeno avuto il diritto ad un euro di risarcimento per sopraggiunta prescrizione. Lo Stato a mio avviso dovrebbe farsene carico, dovrebbe chiedere scusa e dovrebbe pagare per gli errori fatti dai suoi rappresentanti o far pagar quest’ultimi, invece si fanno le carriere.

  • Corradi sapeva di fatti gravi nel Provolo platense

    Corradi sapeva di fatti gravi nel Provolo platense

    Una lettera che ha inviato un sacerdote nel 2003 lo avvertiva di “prendere azione nel fatto” per queste situazioni. Lo scritto fa parte degli elementi sequestrati dal pubblico ministero nell’istituto di Luján.

    Una lettera con data del 30 di agosto del 2002 firmata da un membro dell’ordine del Provolo in La Plata e diretta al sacerdote Nicola Corradi (81) mette in evidenza che il capo dei preti imputati e detenuti per abuso sessuale e corruzione di bambini sordi nell’istituto mendocino era al corrente di situazioni ed episodi di promiscuità nella sede platense. E che anche la Chiesa a livello nazionale lo era, anche se non ha iniziato un’indagine ecclesiastica come invece è stata fatta dopo che si è saputo degli episodi denunciati nella nostra provincia (di fatto, i casi in La Plata sono venute alla luce in seguito alle denunce in Mendoza).

    Questo dato si evince dal primo materiale che è stato analizzato ieri dal pubblico ministero che istruisce la causa, Gustavo Stroppiana, e che fa parte della grande quantità di documentazione che è stata sequestrata durante l’ultima perquisizione.

    Cosa dice la lettera

    Secondo quanto ha potuto sapere Los Andes, la missiva diretta a Corradi era firmata da un membro della congregazione nella capitale Buenos Aires (J.G.J., le sue iniziali), il quale nello scritto avvisa di essere preoccupato per il ritorno all’ordine di un novizio dai marcati comportamenti promiscui.

    Inoltre, aggiunge che nonostante si fosse opposto alla reintegrazione di questa persona, questi è stato difeso “a cappa e spada” da un altro prete di gerarchia superiore del Provolo de La Plata. J.G.J. indica anche a Corradi che, nel precedente soggiorno nel Provolo platense, al controverso e recidivo aspirante seminarista erano state trovate nel computer visite a pagine pornografiche.

    Il remittente della lettera   -che ha una parte manoscritta ed un’altra dattiloscritta- spiega all’oggi ottantenne sacerdote detenuto per gli episodi in Mendoza, che era stato l’arcivescovo emerito di La Plata, Carlos Galán, chi gli aveva consigliato di scrivere a Corradi per fare un rapporto della situazione. L’autore autorizza il prete italiano (agli arresti domiciliari) a mettere al corrente della situazione gli altri religiosi che svolgevano le loro funzioni in Mendoza, tra loro Horacio Corbacho (l’altro detenuto nella nostra provincia) se lo considerava necessario.

    Ciò che richiama l’attenzione è che J.G.J. manifesta al destinatario della lettera di avere già parlato con lui di queste strane situazioni e nello stesso momento lo rimbrotta per non avere fatto niente a rispetto. Insiste nella richiesta che “prenda azione nel fatto”.

    Altre irregolarità

    In un altro dei paragrafi, l’autore della lettera fa anche riferimento ad alcune irregolarità nell’amministrazione di abiti ed alimenti che avrebbero dovuto essere stati consegnati ai bambini che stavano nel convitto di La Plata. Concretamente, accusa le suore (le quali avevano questo compito) di avere lasciato 578 maglioni negli armadi “a riempirsi di camole” e di “venderé gli abiti che ci vengono donati per due o tre pesos”. Allo stesso modo, sottolinea che vengono serviti ai bambini alimenti già scaduti.

    Il contenuto di questa lettera è stata fatta recapitare anche alla diocesi bonaerense, con gli stessi dettagli specificati ma mai è stata iniziata un’indagine al rispetto.

    Lenta analisi delle prove sequestrate

    Tutti e ciascuno dei passi e misure che si stanno prendendo in relazione all’indagine per gli abusi denunciati nell’istituto religioso per sordi, Antonio Provolo (Luján), contro ragazzi sordomuti, richiede una grande prudenza.

    È per questa ragione che il pubblico ministero Gustavo Stroppiana e tutte le parti (accusatori e difensori dei 6 imputati) sono rimasti ieri per 4 ore ed un quarto ad analizzare il materiale e la documentazione che sono stati trovati nell’ imponente edificio di Boedo 385 (Carrodilla) durante l’ultima perquisizione sul posto (26 di giugno).

    In quell’occasione sono stati sequestrati libri, documenti, note e lettere, in spagnolo e in italiano (l’ordine ha la sua sede centrale in Italia e di lì è anche il capo dei preti detenuti, Nicola Corradi)-. Tutto questo materiale è rimasto conservato in 12 casse che sono state chiuse e sigillate con lacca per evitare qualunque inconveniente.

    Solo 2 di queste casse sono state aperte ieri, mentre nei prossimi giorni Stroppiana si incaricherà di  selezionare questo materiale per determinare cosa considera utile per la causa.

    Lo stesso farà l’accusa (che rappresenta i denuncianti) e gli avvocati difensori dei preti Corradi e Horacio Corbacho, dalla suora Kumiko Kosaka e degli ex amministrativi Jorge Bordón, José Luis Ojeda e Armando Gómez.  

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://www.losandes.com.ar/article/corradi-sabia-de-hechos-graves-en-el-provolo-platense

  • Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

    Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

    Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

    Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

    I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

    Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

    Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

    Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

    È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

    Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

    Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

    Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

    Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

    La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

    UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

    ” UOMO: “pronto?

    MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

    UOMO: si io si, te?

    MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

     La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

    MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

    UOMO: ma dici che è quello…?

    MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

    È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

    Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

    Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

    In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

    “ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

    Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

    Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

    Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

    Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

    Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

    Direi proprio di si.

    È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

    Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

    Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

    Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

    Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

    Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

    Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

    Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

    Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

    Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

    In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

    Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

    A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

    L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

    Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

    Direi geniale …

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO.


    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

  • George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    George Pell tra accuse, riforme economiche sospese e dubbi australiani

    L’approfondimento di Andrea Mainardi

    Appena sei minuti. Tanto è durata la prima udienza del processo al cardinale George Pell. Nessun dettaglio sulle accuse per presunti abusi sessuali su minori di decenni fa. Appena sei minuti di udienza preliminare che aprono un processo che si annuncia non breve se letto nel piano di riforma economica del Vaticano di cui il cardinale è uomo chiave. Se tutto fila spedito, ci vorrà un anno. Altri analisti prevedono un calendario più lungo, almeno fino al 2020. E per Papa Francesco che ha concesso a Pell un congedo dalla segreteria dell’Economia di cui è prefetto per difendersi dalle accuse, si proporrà il dilemma se e quando nominare un successore.

    DAVANTI ALLA CORTE TRA SOSTENITORI E OPPOSITORI

    Pell è arrivato alla Magistrates Court di Melbourne mercoledì mattina scortato dalla polizia. Assediato da fotografi e giornalisti non ha rilasciato dichiarazioni. Solo un cenno a un gruppo di sostenitori, che affollavano gli ingressi del tribunale. Pochi metri più in là, il gruppo degli oppositori. In Aula il legale del cardinale ha ribadito che il cardinale si dichiarerà non colpevole e “confermerà la sua innocenza”. La polizia di Ballarat, città natale del prelato che ha incriminato Pell, ha tempo fino ai primi di settembre per presentare le sue carte alla difesa. Delle accuse ad oggi si sa solamente che risalgono agli anni tra i Settanta e gli Ottanta, quando il porporato era solo don George, e che sarebbero riferite a più episodi, denunciati da più querelanti. Il processo è stato aggiornato al 6 ottobre.

    I DUBBI SULLA POSSIBILITÀ DI UN PROCESSO EQUO

    Inevitabile l’attenzione della stampa internazionale per il processo che vede incriminato il numero tre del Vaticano. Un’attenzione che in Australia sta cominciando a far dubitare che il cardinale possa avere un processo equo, non condizionato dalla pressione sociale. Angela Shanahan, columnist di punta del diffusissimo The Australian, ha descritto il porporato come vittima di una “caccia alle streghe”. Amanda Vanstone, politico e già ambasciatore in Italia, si definisce niente affatto “fan della religione organizzata”, ma sul The Sydney Morning Herald ha decretato “l’isteria dei media sul cardinale”. Già nel 2002 precedenti accuse furono archiviate. La pubblicità che circonda Pellpreoccupa anche i giudici. Il procuratore Andrew Tinney ha letto in tribunale un forte avvertimento alla stampa: “Qualsiasi pubblicazione di materiale che speculasse circa la fondatezza o meno del caso, se l’accusato dovesse o non dovesse essere stato accusato, la probabilità di condanna o di assoluzione, sarebbe in disprezzo del tribunale”.

    LA FIDUCIA DI TRE PAPI

    L’ex giocatore di football di Ballarat è passato al vaglio di tre papi. Giovanni Paolo II lo ha fatto vescovo e cardinale, Benedetto XVI ne stimava la solidità dottrinale. Nei primi anni del 2000 emergono le prime accuse sul prelato australiano. Tutte archiviate. Francesco nell’aprile 2013, a un mese dall’elezione al Soglio, lo nomina nel ristretto consiglio dei cardinali per la riforma della Curia. Un anno dopo lo chiama definitivamente a Roma a presiedere il superministero dell’Economia.

    I PASSI DI PELL NELLE RIFORME VATICANE

    Pell comincia a scostare le tende sulle finanze della Chiesa. Subito scova un tesoretto di un miliardo di euro: fondi extrabilancio che nessuno aveva comunicato, nascosti in vari conti da diverse organizzazioni della Santa Sede. Non sono fondi neri, precisa, ma rimane il mistero su chi e perché abbia occultato quel denaro. Dal 2015 affianca il suo lavoro alla Segreteria il revisore generale Libero Milone. Professionista stimato, Milone si dimette improvvisamente a metà giugno. Sulle ragioni di quel repentino passo indietro nulla è trapelato. L’impressione, in molti, è che il duo Milone-Pell stesse scoperchiando un vaso di Pandora.

    WEIGEL E UNA “REGIA ROMANA” DIETRO LE ACCUSE

    Esplicito il commento di George Weigel, tra gli intellettuali più stimati degli Stati Uniti, biografo di Giovanni Paolo II e dichiaratamente amico di Pell. Già un mese fa si domandava sul National Review se le carsiche accuse su faccende di pedofilia al porporato non siano da leggere in collegamento all’opera di riforma finanziaria del Vaticano: “Pell ha molti nemici in Australia, politici ed ecclesiastici, che per decenni hanno trovato sponda nei media”. Secondo Weigel “non è irragionevole immaginare, anzi, è più che probabile, che quando le sue riforme hanno cominciato a minacciare gravi conseguenze finanziarie, e forse legali, quelli determinati a mantenere lo status quo da cui avevano beneficiato si sono impegnati a far deragliare il cardinale, promuovendo nuove false accuse in Australia, dove si è trovato un terreno già avvelenato e preparato a coltivare le calunnie”.

    RISARCIMENTI ALLE VITTIME, TRA ACCUSE E TUTELE

    Pell sconta un piglio pastorale e manageriale piuttosto deciso. Sul fronte pedofilia, da arcivescovo di Melbourne, già nel 1996 mette a punto un sistema di assistenza e risarcimento per le vittime di abusi sessuali da parte del clero. È un progetto pilota, uno dei primi nel mondo, il primo in Australia, che gli avrebbe attirato “l’inimicizia di alcuni colleghi vescovi”, come annota David Marr, corrispondente da Sydney per il britannico The Guardian e considerato uno dei commentatori australiani più influenti. Nel 2013, quando Pell è chiamato a Melbourne a fare chiarezza sulla gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa, ai membri della commissione che gli domanda dell’esiguità dei risarcimenti da riconoscere alla vittime in via extragiudiziale (un massimo di 50mila dollari australiani), replica che quelli erano gli standard adottati al tempo nell’intera nazione. La soglia massima dei risarcimenti nel frattempo era stata elevata a 75mila e, dal primo gennaio scorso, portata a 150mila dal successore di Pell a Melbourne (vedi qui). Per i detrattori sono briciole, rispetto a quanto le vittime potrebbero ottenere se decidessero di andare in causa. Ma, scriveva Pell nel 2010, ancora era arcivescovo di Sydney, “quando vengono presentate accuse che si riferiscono a decenni prima, le vittime sono sempre incoraggiate ad andare alla polizia. Questo è quello che noi preferiremmo. Ma le vittime spesso vogliono la privacy. Il tema è troppo triste e troppo serio perché possa circolare disinformazione, aggiungendo dolore alle vittime”. Le norme ecclesiastiche sugli abusi sessuali, precisava il cardinale, “non sono mai state interpretate come un divieto di denunciare i crimini alle autorità civili”. Titolava quell’intervento l’Osservatore Romano “La cattiva informazione aggiunge dolore alle vittime”.

    http://formiche.net/blog/2017/07/28/pell-accuse-riforme/

  • Accuse di abusi sessuali, il cardinale Pell ai giudici in Australia: «Mi dichiaro innocente»

    Accuse di abusi sessuali, il cardinale Pell ai giudici in Australia: «Mi dichiaro innocente»

    Il cardinale George Pell, 76 anni, è apparso davanti a un tribunale di Melbourne per una breve udienza preliminare durante le quale si è dichiarato innocente dall’accusa di abusi sessuali su minori commessi negli anni 70 e 90. La prossima udienza è prevista il 6 ottobre.
    «Un crimine orribile»

    Il prelato, lo scorso giugno, aveva preso un congedo dal Vaticano dove nel 2014 era stato incaricato di guidare la Segreteria per l’economia, un nuovo organismo curiale creato da Papa Francesco per unificare e ammodernare il governo dell’economia vaticana, divisa fino ad allora in una decina di amministrazioni autonome l’una dall’altra. Il cardinale si è sempre dichiarato innocente: «Considero l’idea stessa di abuso sessuale un crimine orribile» aveva detto in una conferenza stampa in Vaticano qualche settimana fa.

    La protesta

    A Melbourne, davanti al tribunale, si sono radunati alcuni manifestanti con cartelli che invocavano giustizia. «Non sei mai troppo vecchio per essere arrestato per pedofilia» recitava uno. «Grazie al Parlamento per aver creduto ai sopravvissuti». In Australia molte le voci che si sono levate in sua difesa: «Spero che la commissione reale sugli abusi sui minori sia in cerca della verità, non di un sacrificio di sangue per placare la folla urlante» aveva scritto Amanda Vanstone, ex ministra ed ex ambasciatrice australiana in Italia. Tony Abbott, ex primo ministro, cattolico, ha detto di attendere il corso della giustizia ricordando però l’amico di vecchia data come «un uomo molto buono».

    http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_26/australia-cardinale-pell-giudici-mi-dichiaro-innocente-b8f20f82-71d1-11e7-9029-c4822e477054.shtml#

  • Se un don sciupafemmine preoccupa più di un prete pedofilo

    Se un don sciupafemmine preoccupa più di un prete pedofilo

    La Chiesa cattolica ha troppo spesso chiuso gli occhi. Condannando più degli orchi i sacerdoti donnaioli perché rischiavano lo scandalo della paternità. Ma chi crede che il matrimonio per gli ordinati possa essere la soluzione, sbaglia.

    Matteo, nel suo Vangelo (18,6), cita una terribile frase di Gesù contro chi scandalizza i «piccoli»: meglio legarsi una macina di mulino al collo e sprofondare negli abissi del mare. Spesso gli esegeti ufficiali del sacro libro dicono che l’evangelista non necessariamente con quel «piccoli» intendeva i bambini e quindi sarebbe forzato voler legare la macina al collo dei pedofili. Il Papa nero o superiore generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, ha detto parlando genericamente di Vangelo che occorre «discernimento», come sempre ricorda Papa Bergoglio, e poi ai tempi di Gesù non c’erano registratori e quindi «bisognerebbe incominciare una bella riflessione su quanto ha detto veramente Gesù». Parole grosse.

    Difficile comunque convincere i “piccoli”, siano essi come dicono gli esegeti i piccoli nella fede, i mezzo cristiani o un terzo di cristiani, o i veri piccoli e le loro famiglie, che la macina non sia appropriata per i pedofili e in particolare per i preti pedofili. L’ultimo caso è quello che sfiora Georg Ratzinger, fratello del Papa emerito, monsignore e maestro di cappella e direttore per molti anni del coro del Duomo di Ratisbona, istituzione dove l’ultimo atto d’accusa sulla pedofilia sacerdotale parla di 67 casi in vari decenni. Ratzinger qualcosa sapeva, dice l’indagine commissionata dalla curia per fare chiarezza, ma non ha agito.

    Sono più di 30 anni che il binomio pedofilia-clero è entrato nelle cronache, da quando nel 1985 l’americano National Catholic Reporter di Kansas City, Missouri, uscì con la prima denuncia di casi ripetuti e dell’incapacità dei vescovi ad affrontare il problema. Dal 2004 al 2014 sono arrivati all’esame del Vaticano 3.400 casi. E i preti ridotti allo stato laicale sono stati numerosi, 384 negli ultimi due anni del pontificato di Papa Ratzinger, mentre i provvedimenti continuano.

    LA CRISI DELLE VOCAZIONI. Per chi conosce poco la Chiesa cattolica resta il dubbio che ci sia qualche lacuna nella formazione dei sacerdoti e che, in alcuni casi, questo possa portare a colpevoli devianze sessuali. Ma nella stragrande maggioranza dei seminari non c’è mai stata nessuna spontanea “educazione” alla morbosità. I dubbi per chi ha familiarità con l’ambiente sono di altro genere e riguardano alcuni principi che hanno governato la formazione del clero per secoli, e fino a pochissimi decenni fa. I pedofili che hanno fornito le cronache di tante tristi vicende erano i seminaristi di 50 o 40 o 30 anni fa. Oggi poi, con la scarsità paurosa in Europa di quelle che venivano definite vocazioni, non si sa neppure quali siano i principi di formazione del clero. I seminari minori (medie e ginnasio) sono chiusi da decenni e i maggiori (liceo e teologia) spesso sono stati costruiti per 200 seminaristi e ne hanno 20, di cui 10 magari di troppo perché sbandati in cerca di uno status.

    TRA CHIESA E MONDO. La Chiesa cattolica era, ed è ancora nonostante tutto, l’ultima teocrazia d’Occidente. In ogni diocesi e quindi in ogni seminario il vescovo era il rappresentante di Dio in terra, in quel lembo di terra. Lo è tutt’ora, soprattutto se ha ancora un seminario, e per i suoi seminaristi. Al seminarista veniva insegnato che esistevano due realtà, la Chiesa prediletta da Dio e “il mondo” irto di insidie. Nel mondo occorreva muoversi, dopo esserne stati tenuti al riparo in seminario per lunghi anni, per salvarlo. La realtà femminile restava, più che un mistero, una terra incognita. Alle visite domenicali ai seminaristi erano gradite le mamme, ovviamente, ma non quelle graziose e tantomeno le sorelle formose. La mamma, in fondo l’unica figura femminile concepibile, doveva essere l’immagine del ruolo sofferente di Maria.

    OBBEDIENZA LASCIAPASSARE. La virtù di gran lunga prediletta dai superiori era l’obbedienza. Non di rado, va detto, si trattava di persone di ottimo livello umano e culturale, ma non certo tutti. I più obbedienti, i più ligi al vescovo, i più ossequienti, erano in genere i peggiori, e i più ignoranti, ma i più potenti. Il rendimento scolastico veniva dopo, e la promozione negli esami interni non si negava a nessuno. Pio, ligio, obbediente, entusiasta e rispettoso: questo il buon seminarista. Poi, a 23 o 24 anni l’ordinazione sacerdotale, tutto cambiava, dal refettorio dei seminaristi si passava a quello dei superiori, e si aprivano le porte del “mondo”, dove i più entravano come pulcini bagnati fuori dalla stoppa.

    Che cosa è cambiato oggi? I seminaristi sono quattro gatti, e non solo in Italia: l’intera Francia ha ordinato l’anno scorso 84 preti. Nessuna “professione” è geriatrica come quella del clero cattolico nei nostri Paesi. Le nuove leve hanno trattamenti d’emergenza. Oggi si diventa preti senza studi classici, per quanto rabberciati, senza latino, lasciamo perdere il greco prima lingua della cristianità, con una teologia più che approssimativa, perché valli appenniniche o prealpine che hanno otto chiese e avevano otto parroci oggi ne hanno uno solo, se ce l’hanno, e ci sono tra l’altro grossi beni immobiliari dal salvaguardare e amministrare. La liturgia ormai è altra cosa. D’altro canto chi si fa prete con retta intenzione conosce abbastanza il “mondo”, ne fa parte, vive in simbiosi, e se armato di fede profonda e tanta generosità è meno estraneo al terreno che dovrà poi praticare.

    ATTENTI AL DON SCIUPAFEMMINE. Molti vescovi e sacerdoti con responsabilità su vari confratelli sono stati accusati di avere taciuto, non avere agito tempestivamente su casi di pedofilia, che in genere riguardava bambini o ragazzini di sesso maschile, ma non sempre. Chi ha qualche esperienza di curie vescovili ha sempre avuto la sensazione che la gerarchia si preoccupasse più per un parroco che notoriamente “curava” troppo alcune signore e signorine del suo gregge che non per un sacerdote troppo suadente verso qualche bambino, o bambina. In genere il vescovo interveniva, di fronte a forti sospetti o fatti concreti, allontanando, ma raramente denunciando. Mentre il parroco sciupafemmine veniva più prontamente redarguito e punito, come disonore per tutto il clero. La realtà era che lo sciupafemmine poteva mettere incinta qualche parrocchiana, di interruzione della gravidanza naturalmente non si poteva parlare, e il figlio del prete era un problema per tutta la diocesi. Si dice in genere che la soluzione sarebbe il matrimonio. Ma non è che un potenziale molestatore di bambini sia un buon marito. Né è provato che un buon marito possa essere anche un buon prete.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/07/23/se-un-don-sciupafemmine-preoccupa-piu-di-un-prete-pedofilo/212373/

  • Docu-film riapre il caso pedofilia di Lione e punta l’indice su Papa Bergoglio

    Docu-film riapre il caso pedofilia di Lione e punta l’indice su Papa Bergoglio

    Città del Vaticano Le testimonianze choc di un docum-film non solo riaprono il caso Barbarin – il cardinale di Lione accusato di non avere fatto abbastanza nei confronti di un prete pedofilo – ma puntano il dito direttamente su Papa Bergoglio. Già, perché – è la domanda che fa da sottofondo al filmato – non è stato ancora realizzato il tribunale vaticano che avrebbe dovuto processare quei vescovi accusati di atteggiamenti omertosi verso gli orchi? Un progetto avanzato dalla Commissione pontificia per la tutela dei minori e approvato dallo stesso Francesco l’anno scorso ma poi finito misteriosamente nel dimenticatoio. “Dietro l’altare” è il titolo della sconvolgente inchiesta internazionale dello storico John Dickie sui casi di pedofilia nella Chiesa. Il filmato Sky andrà in onda il 26 luglio alle 21,10 in prima tv mondiale. L’inchiesta si è sviluppata in Francia, in Italia, negli Stati Uniti, in Germania, in Honduras, in Argentina. «Vescovi e cardinali omertosi non solo non sono stati puniti ma sono stati pure promossi» ha spiegato l’autore.

    Il viaggio di Dickie inizia da Lione e ha come sottofondo una frase di Papa Francesco («non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori. Dobbiamo difendere i minori. Dobbiamo punire severamente gli abusatori»). A Lione davanti alle telecamere la vittima di padre Prenant, Alexandre Ezez, un uomo di 44 anni, documenta non solo come avvenivano le violenze quando era un piccolo scout, ma di come la Chiesa lionese abbia cercato di tacitare le cose per non creare scandali, tanto che a distanza di tanti anni Alexandre, scoprendo che padre Prenant era ancora prete e continuava indisturbato ad avere contatti con i bambini, contattà il cardinale di Lione Barbarin per informarlo. Per avvertirlo. Scoprendo così che dal 1991 la diocesi di Lione sapeva tutto dell’inclinazione pedofila di Prenant. L’orco aveva abusato bambini già dal seminario. Più di 70 denunce in tutto. «Eppure la diocesi non si è fatta promotrice di una linea severa a tutela dei bambini», certifica una giornalista del quotidiano cattolico La Croix che a sua volta in passato aveva condotto una approfondita inchiesta. Morale: padre Prenant solo l’anno scorso è stato sospeso a divinis ma il cardinale Barbarin è ancora saldamente al suo posto.

    Il filmato nella parte italiana mette in evidenza come sia ancora impossibile avere dei dati certi sui preti che finora sono stati ridotti allo stato laicale a causa di problemi con la pedofilia. Poi si parla del clamoroso caso di don Inzoli, il prete di Cl che solo recentemente è stato ridotto allo stato laicale. In prima istanza Papa Bergoglio era intervenuto per impedire che fosse ridotto allo stato laicale. Di fronte alle testimonianze ha poi detto ai suoi collaboratori di essere stato informato male. «Chi lo ha informato male?» si chiede l’autore del filmato che subito dopo aggiunge. «Cosa vuole fare Papa Bergoglio con la pedofilia?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vescovi_omerta_lione_barbari_film_sky-2577046.html

  • Così la sessuofobia della Chiesa alimenta la pedofilia clericale

    Così la sessuofobia della Chiesa alimenta la pedofilia clericale

    Dal prete di Cremona don Mauro Inzoli, condannato per pedofilia e per questo spretato da Francesco, al cardinale George Pell, prefetto degli Affari economici del Vaticano, incriminato per molestie e stupro, messo in aspettativa dal Papa e volato in Australia per discolparsi, ai 547 bambini vittime di violenze del coro di Ratisbona, diretto per 30 anni, dal 1964 al 1994, dal sacerdote Georg Ratzinger, fratello di Benedetto XVI, sono gli ultimi casi che evidenziano un rapporto tra Chiesa cattolica e pedofilia.

    A differenza dell’ omosessualità, la pedofilia non potrà mai essere accettata, perché la prima è tra due individui consapevoli, liberi e responsabili, mentre la seconda non prevede la libertà del bambino, anzi il pedofilo approfitta della sua fiducia (l’evangelico “Se non sarete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”)… per questo l’ex presidente Usa Barack Obama parlò di pena di morte ipotizzabile in soli due casi: uccisione di bambini e stragi (se fosse in Italia, ne aggiungerebbe un terzo: la mafia).

    Come noto, il pedofilo è quasi sempre stato vittima di pedofilia. Si può quindi ipotizzare una sorta di malattia che si è trasmessa di generazione in generazione nei seminari – ovvio non si può generalizzare -. A ciò si aggiunga che nel passato l’omosessualità era tabù (Dante mette i sodomiti all’Inferno) ed era così naturale che gli omosessuali, e a maggior ragione i pedofili, finivano per scegliere la via del sacerdozio. Ma c’è molto di più. C’è una ragione potenziale, per così dire intrinseca, al ruolo sacerdotale.

    La commissione di psichiatri incaricata dalla stessa Chiesa di far luce sui casi di molestie e pedofilia nelle diocesi Usa dal 1960 al 1980 riscontrò negli accusati le due caratteristiche psichiche tipiche del pedofilo: il narcisismo e l’asocialità. Che cosa c’è di più narcisista di un prete, un uomo che porta la veste, che è il tramite tra gli uomini e Dio, che quindi è un semi-dio, che fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) celebrava la messa dando le spalle ai fedeli? Che cosa c’è di più asociale di un prete, che è amico di tutti, ma alla fine si ritrova la notte da solo in casa?

    Alla base di tutto, c’è il sesso visto come un problema, il sesso come massimo allontanamento/avvicinamento a Dio. È vero che Matteo nel suo Vangelo parla di “eunuchi per vocazione religiosa”, ma anche che Pietro era sposato e che Paolo scrive ai vescovi rivolgendosi ai loro figli biologici. Del resto il celibato dei sacerdoti fu introdotto nel Basso Medioevo   – e divenne poi disciplina col Concilio di Trento (1545-1563) – perché papi e vescovi avevano figli che abusavano del proprio potere e compivano nefandezze. Sarà quindi inevitabile che si elimini questa paura per il sesso, che sia abolito il celibato. Ne va della stessa sopravvivenza della Chiesa. Del resto al vertice di quella luterana di Svezia è stata nominata Eva Brunne, donna e lesbica… e come dice Martin Lutero “chiunque può prendere una posizione sulla fede e sulla Bibbia”.

    http://www.affaritaliani.it/politica/cosi-la-sessuofobia-della-chiesa-alimenta-la-pedofilia-clericale-491497.html

  • Violenze sui bambini del Coro di Ratisbona: il 30ennio di Georg Ratzinger e quella promozione del cardinale Müller

    Violenze sui bambini del Coro di Ratisbona: il 30ennio di Georg Ratzinger e quella promozione del cardinale Müller

    Il fratello di Benedetto XVI e lo stesso Pontefice emerito sono legati a doppio filo al Regensburger Domspatzen, eccellenza mondiale tra i cori maschili di voci bianche. Padre Georg ne è stato il direttore dal 1964 al ’94, ovvero quando sono maturati gli abusi, anche sessuali: ha ammesso di essere a conoscenza degli schiaffi. Determinante, in questa storia, la gestione della diocesi: a dirigerla fino al 2012 è stato il cardinale Gerhard Ludwig Müller, poi nominato al vertice dell’ex Sant’Uffizio dal predecessore di Bergoglio. Quest’ultimo, però, qualche settimana fa lo ha silurato. Su di lui le accuse di non aver contribuito a far emergere la verità sui casi di pedofilia nella Chiesa