Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sovere – Padre Zanotti (dopo i 4 anni di condanna) di nuovo a processo per abusi sessuali, il racconto del giovane

    Sovere – Padre Zanotti (dopo i 4 anni di condanna) di nuovo a processo per abusi sessuali, il racconto del giovane

    Altro processo per Padre Antonio Zanotti, frate cappuccini di 73 anni, fondatore e guida spirituale della cooperativa Oasi 7 di Antegnate e della Rinnovamento di Fontanella Onlus, per anni nel convento dei Frati di Sovere, già condannato in via definitiva, aveva patteggiato la pena, a 4 anni di reclusione per la truffa dell’accoglienza dei migranti. Questa volta Zanotti è a processo perché avrebbe abusato di un giovane ospiti della sua comunità di Fontanella. Secondo l’accusa coordinata dal pm Maria Esposito, il religioso approfittando della sua posizione di comando avrebbe costretto un ragazzo straniero a subire atti sessuali, dal 2015 al 2018, con “cadenza quasi quotidiana, in un’occasione facendogli assumere anche del Viagra”. Abusi che sarebbero avvenuti “in cambio di denaro, oggetti in oro, viaggi o altri favori”. Scene che il ragazzo avrebbe anche ripreso con il cellulare in un paio di occasioni, con i filmati che ora sostengono le sue dichiarazioni nella denuncia presentata ai carabinieri di Roma dove si è trasferito dopo aver lasciato la comunità Oasi 7. Zanotti difeso dall’avvocato Rosario Minniti, si è difeso sostenendo che in realtà lui era una “vittima e costretto a fare tutto ciò che desiderava il ragazzo per evitare che spaccasse tutto”. Ma nell’udienza preliminare il gip non ha creduto alle sue parole e ora si apre per lui un nuovo processo, la prima udienza è prevista a marzo.  Il giovane era arrivato in Italia a sei anni con l’adozione, e a dieci inizia a girare per le comunità. All’Oasi di Padre Zanotti arriva nel 2014 e se ne va nel 2018, denunciando il frate.

    https://www.araberara.it/sovere-padre-zanotti-dopo-i-4-anni-di-condanna-di-nuovo-a-processo-per-abusi-sessuali-il-racconto-del-giovane/

  • “Ho svelato abusi sessuali dei preti, mi hanno buttano fuori dal seminario”: la storia che fa tremare la Diocesi

    “Ho svelato abusi sessuali dei preti, mi hanno buttano fuori dal seminario”: la storia che fa tremare la Diocesi

    Un aspirante prete buttato fuori dal seminario, un passato di abusi sessuali vissuti in silenzio e una citazione in sede civile che rischia di aprire uno squarcio, l’ennesimo, su torbidi intrecci vissuti all’ombra delle sagrestie.

    Sono gli ingredienti della storia che approderà il 18 novembre al tribunale di Messina.

    La storia di Davide, nome di fantasia per tutelare la privacy, pronto ad affrontare una lunga e delicata battaglia giudiziaria pur di tornare in seminario e completare il suo percorso.

    Il seminario è un luogo di cui tutti sanno l’esistenza, ma pochi conoscono meccanismi ed atmosfere. Immensi corridoi, stanze semplici dal sapore antico, stipate biblioteche e grandi saloni dove vivono, studiano e riflettono coloro che vogliono diventare preti. E’ in queste stanze, al seminario San Pio X di Giostra, che Davide muove i primi passi nel 2006 con la partecipazione alle settimane vocazionali e formalmente dal 2014, per coronare un sogno che è suo ma anche della sua famiglia. Una famiglia profondamente cattolica, praticanti convinti, che per tutta la sua giovane vita si sono sforzati di spiegargli che della Chiesa ci si può fidare. Anzi, ci si deve fidare. E la Chiesa si deve difendere, anche quando sembra indifendibile.

    Ci ha creduto Davide. Una mosca rara in tempo di crisi delle vocazioni che vede solo 1804 seminaristi in tutta Italia, il 28 per cento in meno nei dieci anni che vanno dal 2009 al 2019. Ci ha creduto fino a quando, in una fredda giornata di dicembre del 2020, non lo hanno mandato via con un decreto di sospensione temporanea nonostante le riconosciute “capacità pastorali” e nessuna problematica o segnalazione che abbia potuto “sminuire il discernimento vocazionale”. Inutile chiedere, invocare, pregare. La strada è segnata. Amen. Una decisione che – si legge nell’atto di citazione – è stata preceduta senza alcun preavviso, appena un mese prima, dalla comunicazione a tutti i seminaristi dell’avvenuta sospensione per “motivi gravi”.

    Le ragioni? Sono destinate a saltare fuori alla prima udienza fissata il 18 novembre davanti al giudice del Tribunale di Messina, dove il giovane ha citato in sede civile la Diocesi con il suo legale rappresentante, l’arcivescovo monsignor Giovanni Accolla. Davide, rappresentato dall’avvocato Massimo Maiorana, ritiene di essere stato ingiustamente allontanato e di essere vittima due volte. Prima per aver subito abusi in silenzio e poi per aver osato togliersi quel peso confidandolo, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato: “tutto quello che si dice al padre spirituale – è la tesi di Davide –  dal buongiorno alla buonanotte, è come se fosse detto in confessione”.

    Ma così non è andata e quella confidenza ha dovuto ripeterla ancora, portare le prove, e infine rispondere a una domanda che lo ha spiazzato: “Contro questi preti, cosa vuoi usare? Il diritto canonino o il vangelo?”. Davide ha scelto il vangelo, come sempre. Ma quel vangelo non potrà predicarlo da prete perché gli è stato fatto il foglio di via.

    “Un provvedimento – spiega l’avvocato nell’atto di citazione – che ha immediatamente prodotto i suoi malefici effetti poiché la gente del paese lo ha ingiustamente etichettato, marchiato e continuamente diffamato ledendo la buona reputazione ed il nome anche della sua famiglia, causando così un grave danno anche all’attività economica lavorativa della famiglia stessa, si precisa altresì che il padre di Davide ricopriva cariche pubbliche ed ha dovuto rinunciare alla carriera politica”.

    “Sono stato punito e ancora non so perché”, spiega con amarezza a MessinaToday. “Puoi andare dove vuoi, mi è stato detto, in un altro seminario. Ma senza una lettera di presentazione dell’arcivescovo io non posso andare da nessun altra parte. Ho chiesto perché mi hanno fatto questo. Ma l’unica risposta è stata che sono capitato nel periodo sbagliato, perché vent’anni fa la Chiesa era interessata solo a mafia e fatti di mafia, ora è ossessionata solo dalla violenze e dagli abusi sessuali. Quindi si deve difendere in tutti i modi, anche da me che per quello che ho vissuto rappresento un potenziale pericolo. I preti di cui ho riferito però restano al loro posto”.

    Allora perché ostinarsi a tornare in seminario? “Perché so di avere la vocazione e di voler servire il signore, se tutti noi ci tiriamo indietro, lasciamo la chiesa solo nelle mani degli sciacalli”. Ed è con questa convinzione che Davide si è costituito in sede civile.  Nessuna denuncia, anche se ora non si escludono risvolti di carattere penale.

    “E’ una vicenda molto delicata – conferma l’avvocato Massimo Maiorana – Dall’evoluzione istruttoria può accadere di tutto. Temo di non poter evitare di procedere anche penalmente”. Anche perchè nell’atto di citazione non si fa segreto di quali siano stati i motivi reali dell’allontanamento, secondo la difesa del seminarista.

    “Occorre affrontare in modo chiaro e privo da qualsiasi pregiudizialità – si legge nell’atto – quali sono stati i veri motivi che hanno portato allontanamento del seminarista il quale, in realtà, si è rifiutato di piegarsi alle pressioni di carattere sessuale di cui è stato oggetto da parte di altri presbiteri appartenenti alla diocesi e, come effettivamente minacciato dagli stessi, è stato punito per avere tentato di denunciare tali abusi agli organi superiori che invece di prendere provvedimenti ai danni degli abusatori hanno eliminato in radice il problema allontanando l’oggetto del contendere, il seminarista”.

    A supporto della tesi, risultano agli atti, messaggi inviati nelle chat telefoniche (“limitandoci per buongusto solo a quelli che si possono mostrare”, scrive il legale), quale prova inconfutabile dell’avvenuto abuso che comunque sarebbe stato riconosciuto anche dai vertici della Diocesi che hanno preso atto di “una ricca documentazione di materiale inquietante riguardante sacerdoti del nostro presbiterio” messa a disposizione “non come materiale di ricatto, bensì di riscatto”.

    Un riscatto che ora Davide vuole portare avanti fino in fondo.

    https://www.messinatoday.it/cronaca/chiesa-abusi-sessuali-citazione-civile-seminario-processo.html

  • Pedofilia nella Chiesa: mancano risposte concrete, il lionese François Devaux minaccia i vescovi di appellarsi alla Repubblica francese

    Pedofilia nella Chiesa: mancano risposte concrete, il lionese François Devaux minaccia i vescovi di appellarsi alla Repubblica francese

    A Lourdes i vescovi francesi, riuniti per il loro incontro annuale, hanno a disposizione una settimana per riflettere sul seguito del rapporto sulla violenza sessuale nella Chiesa, recentemente pubblicato da Ciase .
    Il risultato del loro lavoro, che inizia martedì 2 novembre, sarà messo ai voti l’8 novembre.

    Le questioni della “responsabilità” della Chiesa ma anche del dispositivo finanziario che consentirà di versare, in futuro, un contributo alle vittime saranno studiate durante questo convegno, e anche tra le “priorità” di questo incontro, secondo il episcopato.

    Vittima di padre Preynat e cofondatore dell’associazione “ La Parole Libérée ”, il lionese François Devaux si spazientiva. Ha appena partecipato, il 25 ottobre, alla creazione di un nuovo collettivo, che ha lanciato una petizione online.

    Il collettivo “Dalle parole ai fatti”, che riunisce le vittime, e le associazioni in particolare, fa pressione sui vescovi francesi e chiede risposte concrete alla Chiesa, in particolare su questo risarcimento. Manutenzione.

    Yannick Kusy  : Dopo aver condotto la sua battaglia – molto pubblicizzata – con l’associazione “La Parole Libérée”, lei è ancora una volta impegnato nella Chiesa, all’interno di questo collettivo “Dalle parole ai fatti”. Perché questa nuova iniziativa?

    François Devaux  : È solo la pressione che spinge questi vescovi, che procrastinano ormai da 20 anni. Una procrastinazione che peraltro ha assunto molta grandezza dall’arrivo di “La parole libérée” e dalla sua copertura mediatica, e che è proseguita nonostante il lavoro del Ciase (Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa). Da allora, non hanno smesso di tenere conferenze stampa per annunciare le cose a monte. Veniamo ora al 5 ottobre ( pubblicazione della relazione di Jean-Marc Sauvé …) e poi a questa plenaria a Lourdes. E siamo tutti sbalorditi, vittime, laici, cattolici, istituzioni cattoliche, giornalisti e persino sacerdoti, nel vedere l’impreparazione e il dilettantismo dei vescovi. Eppure, la tabella di marcia è abbastanza chiara.

    Dal 5 ottobre nessun vescovo ha potuto pronunciare il riconoscimento della responsabilità istituzionale. Quindi abbiamo il diritto alle scuse, al perdono, qualunque cosa vogliamo. Che bisogna “ascoltare le vittime”, ecc… Ci viene detto che, in definitiva, il rapporto tra le leggi della Repubblica e il segreto della confessione “non è così scontato”. E che, comunque, non hanno soldi. ” Non ci sono lingotti nelle cantine », come afferma Moulins-Beaufort (presidente della Conferenza episcopale). Quindi, in effetti, non c’è nulla che suggerisca che siano sulla strada giusta per prendere le decisioni necessarie. C’è stata “la Parola liberata”, a proporre la verità, che è stata acclamata con la relazione del Ciase. Ora che questa verità è stabilita e che non può più essere negata, dobbiamo passare dalle “parole ai fatti”. Vale a dire, applicare questa tolleranza zero che è stata sostenuta per diversi decenni. Il collettivo è stato creato su questa riflessione.

    “Dalle parole ai fatti” unisce le persone come mai prima d’ora. In 6 anni di impegno associativo, non ho mai visto una tale mobilitazione di diverse associazioni o collettivi di vittime, ma anche di istituzioni cattoliche che ci sostengono. Tutti sono unanimi. L’idea era quella di dare una capacità di poter interagire e di porre un’ingiunzione ai vescovi.

    Qual è il suo obiettivo?

    La costituzione di questo collettivo si riduce a ciò che chiamiamo le 4 R, vale a dire Riconoscimento, Responsabilità, Riparazione e metodologia della Riforma. Tutto questo si basa sul lavoro di Ciase. E domenica sera va detto, perché è da un po’ che aspettiamo.

    stiamo creando un incontro che si svolgerà in due luoghi: a Lourdes e a Parigi davanti alla Conferenza dei Vescovi di Francia (CEF), sabato 5 novembre alle 14:00.

    Come pensi di agire, concretamente?

    Invitiamo i cattolici e tutti coloro che lo desiderano, perché noi vittime non siamo in grado di farlo. Si mobilitino per venire a dire ai loro vescovi che questo processo deve essere avviato. E stiamo organizzando un incontro che si svolgerà in due luoghi: a Lourdes e a Parigi davanti alla Conferenza dei Vescovi di Francia (CEF), sabato 5 novembre alle 14. Saremo quindi alla vigilia delle conclusioni del CEF. Invitiamo tutti coloro che lo desiderano a riunirsi intorno a un simbolo che è il nastro viola, che sarà ampiamente distribuito. E la gente leggerà le testimonianze che sono nel libro ” da vittima a testimone ” (indirizzato a Ciase). L’idea è quella di creare un’unità intensa e sorprendente affinché i vescovi si assumano finalmente le loro responsabilità.

    Si aspetta una vera mobilitazione?

    Per darvi un’idea, il “matrimonio per tutti” aveva raccolto tra le 400.000 e 1 milione di persone secondo le fonti. Vedremo se anche i cattolici ne saranno consapevoli. Perché, in fondo, la domanda è sostanzialmente la stessa. Riguarda la vita. Questo difende gli stessi valori cardinali. Il popolo cattolico, se si sente tradito, deve fare la sua parte. Cerchiamo di dare un po’ di spazio in modo che possa esprimersi e anche liberare il suo discorso. E per incoraggiare, ancora una volta, i vescovi ad avviare un vero processo.

    Quale gesto concreto della Chiesa potrebbe convincervi che le cose stanno cambiando? Partenze?

    È certo che a un certo punto dovremo far scendere dal treno coloro che non sono stati d’accordo né con le leggi della Repubblica, né con ovvi principi morali, né con il rispetto della vita, né con il rispetto delle direttive della Chiesa. e diritto canonico. Penso, per esempio, a questo vescovo di Montauban, per esempio. Bernard Ginoux non ha rilasciato i suoi archivie suona lo stupito. (Il rapporto Sauvé ricorda che solo una diocesi in Francia non ha aperto i suoi archivi: è quella di Montauban. Il vescovo sostiene comunque di aver restituito la ndr). Non so quale crimine nasconda questo signore. Ma credo che non abbia più alcuna legittimità per occupare la sua posizione oggi. Questi sono crimini contro i bambini e insabbiano. Si sta compiendo un’opera di verità. E che, se questo signore non rispetta questo lavoro, e che in più ci prende per c… Dovremo andarlo a cercare per la pelle delle natiche. Questo non è possibile nella Repubblica!

    E se questi quattro assi non fossero attuati dall’Istituzione?

    Il prossimo passo sarà un invito alla Repubblica ad assumersi le proprie responsabilità. Si parla ancora di centinaia di migliaia di vittime. La pazienza sta cominciando a raggiungere i suoi limiti.

    Se ci sono diverse centinaia di vittime in Francia, ce ne sono diversi milioni nel mondo che sono ancora vivi. In termini di “crimine di massa”, non abbiamo fatto di meglio per molto tempo.

    Intendi dire che ti rivolgerai agli eletti?

    Sì, al governo, al Presidente e direi anche… all’umanità. Se ci sono diverse centinaia di vittime in Francia, ce ne sono diversi milioni nel mondo che sono ancora vivi. In termini di “crimine di massa”, non abbiamo fatto di meglio per molto tempo. Le cose dovranno muoversi rapidamente ora. Infatti, se i vescovi mancano la porta d’uscita di questa plenaria, è certo che non avremo altra scelta che impadronirci della Repubblica.

    Come lo farai concretamente?

    Lo faremo attraverso due assi: uno attraverso un foro, e l’altro attraverso procedimenti legali contro i vescovi, per concretizzare la loro responsabilità istituzionale, che non sono in grado di pronunciare. Quando avremo, così, venti fascicoli in diverse diocesi, potremo avviare delle trattative con questi vescovi. O andiamo in tribunale, o stabiliscono un risarcimento per le vittime.

    Come percepisci l’atteggiamento della Chiesa?

    Siamo sempre di fronte a questa subdola malevolenza, anche al machiavellismo. Li sentiamo vicini a “l’animale a sangue freddo” come ha detto un vescovo (mons. Pascal Wintzer, arcivescovo di Poitiers, ndr) nella tribuna della Croce . È abbastanza sorprendente vedere la loro incapacità emotiva e la freddezza con cui trattano l’argomento, tagliati fuori da ogni emozione, su valori che sono tuttavia i valori principali della Chiesa cattolica. Il bambino è – vi ricordo – presente in ogni pagina del Vangelo.

    Siamo di fronte a una differenza di trattamento tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Questo non sarà accettabile per molto tempo quando metteremo questo argomento sul tavolo.

    Se fai il passo successivo che annunci, quali saranno le conseguenze?

    Se la Repubblica inizia a ficcare il naso in questo fascicolo, sarà un disastro. La separazione tra Chiesa e Stato non è mai stata convalidata – va ricordato – dalla Chiesa. Sono nate associazioni diocesane con statuti molto particolari, e specificità molto accomodanti. La Chiesa istituzionale è una moltitudine di associazioni diocesane, che non hanno persona giuridica. Non si può quindi mettere in discussione la responsabilità morale dell’Istituzione dinanzi alla giustizia francese. Si tratta di “un buco nel racket” nella legislazione francese. Tutto questo è legato alle finalità dell’opera di separazione tra Chiesa e Stato che all’epoca era mal riuscita.

    E questo cosa cambia?

    Se mettiamo questo fatto di fronte alla Repubblica francese, rischia di complicarsi. Siamo di fronte a una differenza di trattamento tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Questo non sarà accettabile per molto tempo quando porteremo questo argomento sul tavolo. Se l’argomento della Chiesa per impedire il risarcimento delle vittime è proprio quello di una legislazione troppo complicata per finanziarla, va bene. Basterà rimuovere queste associazioni diocesane dalla legislazione francese. E creare associazioni religiose, come per tutte le altre religioni. Ciò consentirà sia di avere una persona giuridica che di risarcire le vittime. E di avere parità di trattamento tra le diverse religioni. Potrebbe pungere un po’ forte lì.

    Se apriamo questo, secondo me, potrebbe non rimanere molto dell’attuale organizzazione della Chiesa, come la conosciamo in Francia.

    Durante la sua recente visita al Papa, il primo ministro Jean Castex non è stato particolarmente vendicativo. Lo stato ti aiuterà?

    Ci sono le apparenze e poi la realtà. Abbiamo visto chiaramente, nel discorso di Gérald Darmanin, ministro del culto, e suo portavoce, un’ingiunzione che non soffre di alcuna esitazione. E inoltre, come diretta conseguenza, Eric de Moulins-Beaufort ha pubblicato un comunicato stampa in cui cade completamente. Siamo vicini alla “impiallacciatura della cattedrale”. È vero che Jean Castex non era affatto all’altezza del compito. Ma, intanto, Sauvé ha presentato il suo progetto alla Commission des lois. La rabbia sta fermentando. La Repubblica coglie il momento in cui dovrà affrontarla. Se apriamo questo, secondo me, potrebbe non rimanere molto dell’attuale organizzazione della Chiesa, come la conosciamo in Francia. È certo che la Repubblica francese non sarà in grado di liberarsi dalla sua responsabilità per quanto sta accadendo sul suo suolo.

    La sola Francia può fare la differenza?

    Penso che la Repubblica speri che i vescovi prendano le decisioni necessarie. Sapendo, inoltre, che diverse materie legate al diritto canonico (come la riforma della teologia, il posto delle donne nell’Istituzione…) sono piuttosto nelle mani del Papa stesso. Ad un certo punto, quindi, sarà necessaria una mobilitazione internazionale se quest’ultima non intraprenderà questo lavoro. Richiederà inevitabilmente un riconoscimento internazionale della responsabilità del Vaticano nell’insabbiamento dei suoi crimini, in tutto il mondo.

    Spera quindi in una mobilitazione più ampia?

    Tutto questo sta emergendo nella coscienza. Si parla di milioni di vittime nel mondo, del completo crollo del messaggio spirituale. Ora che la commissione francese ha chiaramente individuato la dimensione sistemica del problema, trovo davvero difficile pensare che potranno evitare questo argomento per molto tempo. I tedeschi hanno già ordinato per la terza volta un nuovo rapporto, per rileggere i fatti da una nuova prospettiva. Questo scatenerà inevitabilmente altre commissioni, probabilmente in Spagna, poi l’Italia sarà costretta ad andarci. E lì, sarà terribile. Chiaramente la pressione sta crescendo intorno alla Chiesa.

    Ci troviamo, infatti, in uno stato la cui definizione somiglia a una rivoluzione, nel vero senso del termine. Vale a dire un popolo che si oppone al potere in atto.

    Ci credi davvero?

    La domanda che mi ponevo già alla fine del mio intervento, consegnando il rapporto Sauvé: possiamo immaginare che la Chiesa sia capace di riformarsi? È un po’ come se avessimo chiesto, nel 1789, se il Re era capace di riformare il suo potere e lasciare un po’ più di spazio al popolo. In ogni caso, c’è spazio per il dubbio e nulla invita a pensare che i cambiamenti prenderanno la stessa direzione. Ci troviamo, infatti, in uno stato la cui definizione somiglia a una rivoluzione, nel vero senso del termine. Vale a dire un popolo che si oppone al potere in atto. Il che non è all’altezza di ciò che sostiene e delle aspettative della sua gente.

    Le cose possono davvero muoversi velocemente?

    Tutto questo avrà un effetto crescente. In Francia abbiamo proprio questa immagine della figlia maggiore della Chiesa. La nostra posizione morale è un punto di riferimento. Siamo una democrazia dei diritti, degli equilibri… Il paese dei diritti umani, dei diritti del bambino e della libertà di espressione… Se la Francia scende dal treno e mette la Chiesa di fronte alle sue responsabilità, inevitabilmente ci vorranno molti altre nazioni con esso. Se questa Istituzione non pronuncia un vero processo di riforma e responsabilità, la nostra Repubblica dovrà mettersi in gioco. Quindi i vescovi stanno segando il ramo su cui stanno mettendosi. Continuano a procrastinare. La buona notizia è che oggi il popolo cattolico ne è consapevole. Se non fanno nulla, la Chiesa si ritroverà vuota di significato, vocazione, finanze e fedeli.

  • Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Dopo 30 anni il giorno di gloria per Arturo Borrelli, il suo aguzzino condannato a risarcire

    Sono all’incirca le 10,40 del 28 ottobre 2021, mi trovo a Pavia in tribunale. Al mio fianco, poche seggiole più avanti, don Silverio Mura che attende di essere interrogato dai giudici avrebbe utilizzato un nome falso (Saverio Versano) per far perdere le tracce e sfuggire alle accuse che lo vedevano indicare da più persone a Napoli, per abuso di minore.

    Suona il telefono ed è Arturo Borrelli che mi annuncia la sentenza appena uscita a Napoli che condanna don Silverio al pagamento dei danni e delle spese. Insieme a lui responsabile anche la scuola statale di Cicciano, dove il Mura aveva adescato 30 anni fa quel ragazzino, Arturo.

    Una vicenda lunga e dolorosa dove Borrelli e sua moglie hanno dovuto affrontare la dolorosa morte di uno dei loro tre figli appena 18enne.

    Una battaglia che ho seguito dall’inizio e durante la quale ho sofferto insieme alla famiglia Borrelli, che nel frattempo ha perso anche il lavoro.

    Arturo Borrelli è il primo assistito che la Rete L’ABUSO ha seguito quando pochi mesi prima del 2010, io ed altri 8 folli come me, decisero di dare vita a quella che oggi è una delle più attive associazioni europee. Certo all’epoca sembravamo più un’armata Brancaleone che nulla a vedere con l’organizzazione che siamo diventati oggi. Una struttura gratuita per le vittime, che conta solo in Italia 23 avvocati specializzati e radicati sul territorio.

    Come Presidente non posso che esprimere la mia felicità per questa vittoria, che purtroppo non risolverà quanto accaduto, ma è davvero importante per il nostro associato, soprattutto sotto l’aspetto emotivo e personale.

    I miei complimenti vanno naturalmente anche all’avvocato Carlo Grezio e alla dottoressa Luisa D’Aniello, grazie alla cui professionalità è stato possibile ottenere questa vittoria che ha reso giustizia su fatti datati e risalenti a trenta anni fa.

    Zanardi

  • La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    “Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto”.

    Con questa motivazione, la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche ha sentenziato che la Scuola Cattolica di Stefano Mordini, film che rievoca il terribile massacro del Circeo, non possa essere mostrato agli under 18. C’è qualcosa di inquietante che emerge da queste righe, dove l’attenzione inizialmente viene posta su una supposta equiparazione tra vittima e carnefice, salvo poi far emergere nella seconda parte il sospetto che la reale motivazione dietro la decisione della Commissione sia l’accusa di aver operato una mistificazione religiosa.

    Il timore è che sia questo il vero problema col film di Mordini, tratto dal romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega. Non una mancanza di profondità, non una violenza eccessiva (ammesso che oggi abbia ancora senso parlarne), ma il vecchio, obsoleto, delitto di lesa maestà religiosa, di offesa alla morale.

    La Scuola Cattolica è stato presentato all’ultima Biennale di Venezia, ottenendo recensioni abbastanza contrastanti, com’era del resto ovvio aspettarsi da un film, che ripercorre uno dei fatti di sangue più discussi e terribili, in quel terribile periodo in cui l’Italia era stretta nella morsa dell’eversione ad ogni livello.

    Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo, i tre giovanissimi carnefici che fecero inorridire il paese massacrando due ragazze in una residenza esclusiva sul litorale pontino, ci vengono mostrati seguendo il loro punto di vista e quello dei loro compagni di classe, di uno in particolare: Edoardo (Emanuele Maria Di Stefano).

    La sceneggiatura curata da Mordini, Massimo Gaudioso e Infascelli, ci porta di conseguenza dentro quella classe, dentro quell’istituto cattolico esclusivo, dove regnava un clima opprimente, fatto di bullismo, classismo, ipocrisia e una mancanza totale di dialogo tra docenti ed alunni.

    A tale realtà immutabile e corrotta, si accompagna la dimensione familiare, per Mordini la culla del male. Questa è la Roma di borghesi arricchiti, violenti e reazionari, oppure bigotti e decadenti. Sono tutti impegnati a mantenere l’ordine apparente della sacra istituzione familiare, così come la Patria e la Chiesa, anche quando tali dimensioni hanno perso di significato, sono nidi di menzogne.

    Lo vediamo negli occhi di Riccardo Scamarcio, padre fascista ed aggressivo, di Valeria Golino, madre iperprotettiva ed ingenua, nella sessualità torbida e affamata di Jasmine Trinca. Il sesso è il peccato goloso dei grandi, la prima volta è un rito tribale senz’amore, le donne, le ragazze, sono il premio al passaggio d’età. Un’omosessualità latente e pervasiva è soffocata dalla morale del tempo.

    La Scuola Cattolica è sicuramente un film non esente da difetti. Il fascismo che regnava nella mente di quei tre giovani, nell’ambiente che essi frequentavano, non appare se non fugacemente.

    Un paio di elementi del giovane cast poi non sono particolarmente convincenti, e la stessa rievocazione di quei terribili momenti che costarono la vita a Donatella Colasanti e Rosaria Lopez ha convinto molto alcuni spettatori, per nulla altri.

    Tuttavia bisogna assolutamente riconoscere a Mordini di averci saputo donare quello che nel nostro cinema di rado si concretizza: un ritratto sincero, genuino, brutalmente onesto dell’età giovanile, che spesso la nostra settima arte descrive con toni banali, idilliaci o retorici.

    Qui non vi è nulla di tutto questo, qui si abbraccia un mondo che tutti conosciamo molto bene. Per chi ha memoria, spesso gli anni del liceo sono i più brutali, i più impietosì, dominati da bullismo, intolleranza, sessismo e soprattutto dalla logica del branco che azzera l’individuo.

    Si potrà forse dire che i tempi sono cambiati, che la nostra società è mutata, ma forse lo è meno di quanto pensiamo.

    Basterebbe leggere i dati per capire quanto questo film sia incredibilmente attuale, qualcosa che i vostri figli necessitano di vedere. In Italia avvengono 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. E sempre da noi, un ragazzino su due è stato vittima di atti di bullismo, tutti concentrati nell’età che va dagli 11 ai 17 anni, proprio il pubblico escluso ora dalla visione di questo film.

    L’iter è sempre lo stesso: ingiurie, intimidazioni, ed infine percosse o anche peggio, il tutto nascondendosi alla luce del sole, di fronte ad adulti o ciechi o disinteressati. Il film ci descrive quella gioventù, la gioventù in generale, come il prodotto finale di un’Italia, di una Roma, divisa in tribù. Le famiglie in quegli anni 70 (come in questo ventunesimo secolo) nascondono il male sotto il tappeto, trattano i figli come un prolungamento delle proprie ambizioni naufragate, quasi accusandoli di aver rovinato il loro mondo perfetto.

    La Scuola Cattolica è un’istantanea del mondo in cui siamo cresciuti, di questa Italia che è un prodotto proprio di quella generazione che negli anni 70, si trovò alle prese con una progressiva perdita di ideali, con un materialismo dei corpi e degli affetti sempre più opprimente.

    Erano stati cresciuti da insegnanti e docenti che parlavano del Cristo, della Pietà, degli ideali contenuti nella Bibbia, salvo poi dimenticarsi di applicarli nella vita comune. Erano, sono troppo impegnati a restare sul loro narcisistico piedistallo, di fronte a quegli stessi ragazzi, che proprio lì, tra le mura scolastiche, non trovano la strada verso la propria identità, rimangono vittima del sonno della ragione. Sì, al netto di una visione parziale sulla natura e significato storico che ebbe quell’evento drammatico nel 1975, la Scuola Cattolica spaventa una parte d’Italia, la più vecchia, che difende il proprio regno bigotto.

    Questa censura diventa anche un po’ ridicola in un mondo in cui internet, la televisione, da decenni ci vomitano addosso nudità e violenza, la mercificazione del corpo femminile, il consumismo più amorale. YouTube ci mostra il peggio dell’esibizionismo fatto sulla pelle dei propri coetanei ogni giorno, e in questo mondo, questa Commissione cerca di farci credere alla solita bugia: quella di una gioventù innocente e delicata, che non possa comprendere la metafora sul male contenuta in questo film.

    Cristo non viene equiparato ai suoi carnefici, i tre massacratori del Circeo non sono posti sullo stesso piano delle loro vittime. Tuttavia tutti fanno parte dello stesso quadro, sono contenuti nella stessa immagine, nello stesso mondo, sono stati creati dalla stessa mano.

    Questa mano è quella della nostra società, la società italiana dove la discriminazione di genere, il machismo, la tirannia del più ricco e più forte, sono ancora oggi i codici invisibili della nostra vita quotidiana, fin dagli anni giovanili.

    Si tratta di qualcosa che i ragazzi di oggi conoscono molto bene, che gli arriva addosso attraverso altre forme, altri stimoli rispetto al passato, ma di cui saprebbero sicuramente riconoscere il volto feroce e impietoso che è sopravvissuto a quasi 50 anni di storia. A conti fatti, questo prepotente paternalismo, la mancanza di coraggio che si vede dietro questa censura, non sono poi tanto dissimili da quelli che albergavano in quei genitori e insegnati nel 1975.

    Ieri come oggi, la vera violenza è non voler parlare del male nel mondo, censurarlo, in nome di una narrazione inesistente a nostro uso e consumo, fatta per sopire il nostro senso di colpa, facendo pagare il prezzo ai nostri figli.

    Non ci serve la censura, ci serve parlare del perché questo succede nel luogo in cui succede: a scuola, dove questo film andrebbe mostrato, non nascosto. Proteggere il nostro senso di colpa, dietro la foglia di fico di una lesa religiosità, di un pudore nell’epoca in cui esso ha perso ogni legame con il reale, non ha senso.

    La Scuola Cattolica i vostri figli dovrebbero vederlo. Capirebbero l’immutata verità per la quale niente nulla accade solo a loro, ne intuirebbero il perché, e forse smetterebbero anche di vedere “i grandi” per quegli esseri perfetti che non sono mai stati.

    https://www.esquire.com/it/cultura/film/a37879393/la-scuola-cattolica-censura/


      Il massacro del Circeo
    Da uno studio virtuale, Giancarlo De Cataldo, con i filmati esterni realizzati da Alessandro Chiappetta, affronta un crimine che ha turbato profondamente le coscienze, non solo per la ferocia degli aguzzini, non solo perché i colpevoli erano degli insospettabili “ragazzi di buona famiglia”, o per quello scatto scolpito nella memoria collettiva che ritrae Donatella Colasanti, tumefatta e ricoperta di sangue, riemergere dal portabagagli di una 127 accanto al corpo senza vita di Rosaria Lopez, nel quartiere Trieste di Roma. Il massacro del Circeo è il caso giudiziario che ha cambiato il modo di percepire la violenza degli uomini sulle donne e il modo di vivere la giustizia nei casi di violenza: accanto alla vittima, diventata suo malgrado un simbolo, il movimento femminista invade le aule del tribunale, in un processo che diviene socialmente rilevante. La voce delle donne chiede giustizia in una maniera che non potrà più essere ignorata, tanto dai giudici quanto dalla società.
    https://www.raiplay.it/video/2023/01/Cronache-criminali-Il-massacro-del-Circeo-85b04ee4-0aa0-4eca-b1ce-f6a43618ac61.html
  • Infibulazione alle figlie, «condannata perché la propria cultura non può giustificare»

    Infibulazione alle figlie, «condannata perché la propria cultura non può giustificare»

    La poca istruzione, la scarsa integrazione nel contesto sociale italiano, la «mancata sanzionabilità delle pratiche di mutilazione genitale» nel Paese d’origine e «la millenaria “cultura” di queste presenti in Egitto» non sono elementi che possano giustificare un reato grave come sottoporre a infibulazione le proprie figlie. Per questo motivo la Cassazione ha respinto il ricorso di una donna egiziana condannata a Torino per aver costretto le figlie di sei e nove anni a subire una pratica così violenta e disumana.

    I fatti risalgono all’estate del 2007, quando la donna durante le vacanze nel proprio Paese di origine lascia che le bambine vengano mutilate. Il caso viene alla luce qualche mese dopo il rientro in Italia e la madre finisce sul banco degli imputati: i magistrati l’accusano di «pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili», reato entrato in vigore nel nostro Paese nel 2006. Nel corso del processo emerge come la donna parlasse poco l’italiano e non si fosse integrata nella nostra cultura. Non solo, gli avvocati difensori evidenziano la bassa scolarizzazione dell’imputata oltre al fatto che in Egitto la pratica sia ampiamente diffusa e tollerata, tanto che lei stessa l’aveva subita da bambina. Argomentazioni che non hanno convinto i giudici di primo e secondo grado e ora neanche quelli della Cassazione, che hanno respinto il ricorso.

    Si legge nella sentenza: «Giustificazioni fondate sulla circostanza che l’agente per la cultura mutuata dal proprio Paese d’origine sia portatore di diverse concezioni dei rapporti di famiglia non assumono rilievo, in quanto la difesa delle proprie tradizioni deve considerarsi recessiva rispetto alla tutela di beni giuridici che costituiscono espressione di un diritto fondamentale dell’individuo». In sostanza, prevale «il principio della centralità della persona umana», l’unico «in grado di armonizzare le culture individuali rispondenti a tradizioni diverse e di consentire quindi l’instaurazione di una società civile multietnica».

    Infine, gli Ermellini sottolineano come i giudici di merito abbiamo insistito sul fatto che l’imputata fosse a conoscenza del carattere deprecabile dell’infibulazione. E questo proprio perché la donna aveva deciso di sottoporre le figlie all’intervento nel proprio Paese d’origine, l’Egitto: Stato in cui «la tradizionale pratica, nel 2007, era posta in discussione nell’opinione pubblica», tanto da essere poi vietata un anno dopo, nel 2008. Da qui la conferma della condanna e del risarcimento alle figlie.

    https://torino.corriere.it/cronaca/21_ottobre_17/infibulazione-figlie-condannata-perche-propria-cultura-non-puo-giustificare-47acd608-2f74-11ec-bd6a-15e70609c741.shtml

  • Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    Il Vaticano ha tre celle, un prigioniero e, all’improvviso, un’ondata di persone sotto processo

    CITTÀ DEL VATICANO — È una delle poche parti del Vaticano facilmente accessibili al pubblico: un piccolo ufficio, all’interno del confine della città-stato, dove i cattolici possono acquistare certificati di benedizione papale per occasioni personali speciali.

    Durante una tipica mattinata, i clienti si affollano al bancone, ordinando preghiere per battesimi e anniversari, consegnando le loro carte di credito alle suore dietro il plexiglass.

    Poi, poco prima dell’ora di pranzo, un altro operatore emerge da un retrobottega, con indosso un maglione nero e un colletto clericale.

    È monsignor Carlo Capella, unico prigioniero del Vaticano, che sta finendo il suo turno mattutino.

    Per anni, il sistema giudiziario vaticano è stato in parti uguali limitato e oscuro. La chiesa ha avuto la tendenza a enfatizzare la penitenza spirituale invece dei penitenzieri. La città-stato ha solo tre celle. Il suo tribunale ha raramente tenuto processi penali. E anche quando c’è una condanna di alto profilo – come quella di Capella, nel 2018, una condanna a cinque anni per possesso e condivisione di materiale pedopornografico – si sa poco di ciò che verrà dopo.

    Il programma diurno di dimissione dal lavoro di Capella, precedentemente non segnalato, è stato osservato dal Washington Post e confermato dal suo avvocato, che ha affermato che il lavoro d’ufficio non retribuito era finalizzato alla sua “riabilitazione”.

    “Per il resto, è come una normale situazione penitenziaria”, ha detto l’avvocato di Capella, Roberto Borgogno. “Semplicemente non c’è rischio di rivolte”.

    Ma a lungo criticato per aver protetto i propri, il Vaticano sta improvvisamente conducendo processi con una frequenza senza precedenti nel secolo dalla sua creazione come città-stato indipendente.

    Il suo primo processo per abusi sessuali si è concluso la scorsa settimana, assolvendo due sacerdoti, una decisione che sarà impugnata.

    Un caso molto più ampio è appena iniziato, esaminando i potenziali crimini finanziari di 10 persone, tra cui il cardinale Angelo Becciu, coinvolte in un mega investimento vaticano in una proprietà di lusso londinese. Gli avvocati in quel caso sostengono che i pubblici ministeri vaticani hanno gravemente esagerato, commettendo violazioni procedurali. Il processo probabilmente si trascinerà per mesi, se non di più.

    Ma l’esistenza stessa di quel processo e di altri parla di cambiamenti più ampi – alcuni fatti sotto pressione esterna – che hanno aumentato la possibilità di perseguimento penale all’interno della città-stato.

    Il Vaticano è stato spinto ad aderire a più accordi internazionali e, dall’adozione dell’euro, ad applicare regole finanziarie più severe, anche contro il riciclaggio di denaro. Papa Francesco ha anche emanato una serie di ordinanze sulla trasparenza e sulla gestione dei contratti pubblici, ampliando i poteri del Vaticano in materia penale e revocando alcune misure di prescrizione.

    A mesi dall’inizio del suo pontificato, Francesco decretò che anche i diplomatici della Santa Sede di stanza all’estero potessero essere processati nei tribunali della città-stato. Quella determinazione alla fine portò al processo di Capella, un prete diplomatico che era stato di stanza a Washington poco prima della sua incriminazione.

    Former Holy See diplomat Monsignor Carlo Alberto Capella, right, walks inside a Vatican tribunal courtroom during his trial, at the Vatican, Saturday, June 23, 2018. The Vatican tribunal on Saturday convicted Capella and sentenced him to five years in prison for possessing and distributing child pornography in the first such trial of its kind inside the Vatican. (Vatican Media/ANSA via AP)

    “Ora abbiamo molte norme e regole che prima non avevamo”, ha detto monsignor Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, durante un’intervista in una sala riunioni affacciata su piazza San Pietro.

    Il centro di detenzione stesso è nascosto in un angolo del territorio di 110 acri della città-stato, lontano dal traffico turistico, in un’ala della caserma appartenente alla polizia e alle forze di sicurezza del Vaticano. Secondo gli avvocati e le persone che hanno visto la zona, ogni cella ha il proprio bagno, oltre a un letto di ferro inamovibile e un tavolo ancorato al muro. Le finestre hanno le sbarre ma il vetro può essere aperto. Diverse persone hanno notato che il cibo era buono.

    La struttura può essere utilizzata sia come carcere, per la custodia cautelare, sia come carcere per detenuti. Il Vaticano è autorizzato a trasferire i criminali in Italia; infatti, dopo uno dei crimini di più alto profilo commessi in territorio vaticano, il tentato omicidio di Giovanni Paolo II nel 1981, l’assassino ha scontato la sua pena in un carcere italiano.

    Ma in altri casi, il Vaticano ha tenuto i suoi colpevoli in casa, comprese due persone condannate in incidenti separati con perdita di documenti, che la chiesa temeva potessero rappresentare un rischio per la sicurezza.

    Prima di Capella, quei divulgatori erano stati i residenti più famosi del carcere vaticano. Uno era un prete spagnolo, Lucio Vallejo Balda, condannato per aver passato documenti ai giornalisti e concesso la grazia da Francesco nel 2016, a metà di una pena detentiva di 18 mesi. L’altro era Paolo Gabriele, ex maggiordomo di papa Benedetto XVI.

    Gabriele era stato un tale appuntamento fisso che teneva persino l’ombrello per il pontefice quando pioveva. Ha detto che stava solo cercando di proteggere il suo capo, sperando di far luce sulla corruzione e altre attività nefaste, rubando documenti dal palazzo apostolico. Ma le sue fughe di notizie hanno finito per innescare un grande scandalo, bucando la reputazione del Vaticano per la segretezza ermetica, e sono state viste come una possibile componente nella decisione finale di Benedetto di dimettersi.

    Gabriele ha trascorso del tempo in una cella del Vaticano dopo il suo arresto e per due mesi di una condanna a 18 mesi, prima che Benedetto si presentasse per una visita e dicesse che lo stava perdonando. In pochi resoconti, l’ex maggiordomo ha descritto la vita di un prigioniero vaticano come dura. Ha detto che durante il processo è stato messo in una stanza così piccola da non poter allungare completamente le braccia. Ha detto che la luce era costantemente accesa. Inizialmente “mi è stato negato anche un cuscino”, ha detto.

    FILE – In this file photo taken on Wednesday, May 2, 2012, Pope Benedict XVI, right, arrives in St. Peter’s square at the Vatican for a general audience as his then-butler Paolo Gabriele, bottom, and his personal secretary Georg Gaenswein sit in the car with him. Paolo Gabriele, the Vatican butler who was convicted of stealing and leaking Pope Benedict XVI’s private papers in 2012, has died at age 54, the Vatican said.
    Vatican News, the Holy See’s media agency, said Gabriele died Tuesday after a long illness. (AP Photo/Alessandra Tarantino, File)

    Altri che conoscono la struttura raccontano una storia diversa.

    “Era una prigione di lusso“, ha detto Ambra Giovene, l’avvocato di Gianluigi Torzi, uno dei 10 accusati nel processo in corso. Ha detto che le comodità erano volute, come un modo per rendere Torzi cooperativo.

    Torzi è stato temporaneamente detenuto per 10 giorni l’anno scorso dopo essere stato interrogato e poi arrestato. (Durante la detenzione ha scambiato un saluto con Capella nel cortile della caserma.)

    Nessuno dei 10 ora sotto processo è attualmente in detenzione.

    Un altro avvocato, che rappresentava Balda, ha affermato che l’esperienza del sacerdote è stata “molto positiva”.

    “All’epoca era l’unico detenuto, il poveretto. Qualunque cosa chiedesse, qualunque cosa avesse bisogno, [le guardie] sono state sempre d’aiuto”, ha detto l’avvocato di Balda, Emanuela Bellardini. “Non ho avuto nemmeno un problema quando avevo bisogno di incontrarlo.”

    Gli storici notano che c’è stata un’altra epoca in cui la Chiesa cattolica ha condotto la giustizia su una scala molto più ampia, allo scoperto e spesso brutalmente. Quando lo Stato Pontificio deteneva il territorio in parte dell’attuale Italia, una punizione comune era una forma di tortura in cui i criminali venivano sospesi con una corda ai polsi, a volte con pesi attaccati. Alcuni detenuti furono esiliati per remare a bordo delle navi papali. I colpevoli più nobili sarebbero stati trattenuti a Castel Sant’Angelo, ma i benefici del loro status aristocratico avevano dei limiti; potrebbero essere torturati e giustiziati sul posto.

    Il territorio della Santa Sede di oggi è molto più piccolo e inizia lungo la strada dalla fortezza ancora in piedi. È lì che Capella è ora confinata. Il suo avvocato, che ha affermato che Capella non era disposto a essere intervistato, ha affermato che al suo cliente è stato permesso di camminare su un percorso predeterminato all’interno della città-stato. Ma non poteva attraversare il confine con l’Italia.

    “[Il Vaticano] ha il vantaggio di essere molto piccolo, quindi il controllo è granulare”, ha detto Borgogno. “Tutti sanno chi va e viene. Non c’è problema a controllare che rispetti i suoi limiti».

    Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento.

    Capella, prima della sua condanna, aveva detto che il suo comportamento era stato “ripugnante” e lo aveva attribuito a un periodo di crisi dopo essersi trasferito a Washington, dove aveva poco lavoro appagante da fare.

    Il suo nuovo lavoro, nell’ufficio che vende le preghiere papali e si occupa anche di beneficenza, è stato qualcosa per cui Capella è diventato idoneo solo dopo aver scontato una “parte considerevole” della sua condanna, ha detto Borgogno. Borgogno lo definì un ruolo di “natura burocratica”.

  • Pedofilia nella Chiesa, attacco informatico a Rete L’Abuso che denuncia i casi in Italia: “È una vita che vogliono farci chiudere”

    Pedofilia nella Chiesa, attacco informatico a Rete L’Abuso che denuncia i casi in Italia: “È una vita che vogliono farci chiudere”

    Un attacco informatico per mettere a tacere le denunce di abusi da parte di membri della Chiesa. Rete L’Abuso – il sito di Francesco Zanardi, con il più completo database di casi di pedofilia nelle diocesi e parrocchie italiane – da una settimana è stato colpito da un malware che cerca di oscurarlo. Ora il problema sembra risolto, ma non è il primo che l’organizzazione ha dovuto affrontare: “È una vita che vogliono farci chiudere – spiega il fondatore – Hanno capito che, nonostante le querele e le diffide, non togliamo i nostri contenuti“. Anche i più scomodi.

    Con oltre mille testimoni e il supporto di 21 studi legali, Rete L’Abuso raccoglie storie, articoli, nomi e dati – con la mappa Abuse tracker – sulle violenze da parte di canonici e sacerdoti, oltre a offrire supporto alle vittime. È la sola realtà a farlo in Italia e per questo la sua attività è spesso sotto attacco. “Il nostro server è delicato. Gli altri siti con cui lo condividiamo però ieri erano a posto. Solo noi siamo andati per una settimana giù – racconta Zanardi – Ieri sera pensavamo di avere risolto e stamattina eravamo ancora offline. Poi ci siamo accorti che c’era un virus che replicava continuamente il backup, riempiendo lo spazio sul disco e facendolo funzionare a zero”. I controlli tecnici hanno rivelato una forzatura – tramite un file di login – per danneggiare il database: oltre a rendere la pagina invisibile, il malware ha cancellato diversi contenuti. “Siamo riusciti a ripristinarli fino al 27 settembre. Molti quindi sono andati perduti e li sto reinserendo manualmente – continua Zanardi, al lavoro per non lasciare i suoi utenti senza aggiornamenti – Capiremo però se ci sono tutti i file o alcuni mancano, solo quando dovremo cercare un dato effettivamente”.

    La minaccia informatica è arrivata dopo la rivelazione dei 216mila casi da parte della Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa in Francia. Per il “cacciatore” di preti pedofili – come il fondatore di Rete L’Abuso è soprannominato – non c’è necessariamente una correlazione: “Siamo sempre stati una realtà scomoda. Come ai giornali anche a noi arrivano le querele, ma se loro spesso tolgono il contenuto, noi non lo facciamo“. Quando il server che ospita il sito si trovava in Europa – racconta – le diocesi denunciate inoltravano minacce e richieste di danni per diffamazione ai provider: “Così erano loro a chiederci di levare le cose. Per questo ci siamo spostati in Canada. Lì abbiamo molta più privacy“.

    Spesso Zanardi ha dovuto difendersi da provvedimenti legali ai suoi danni: “In 11 anni ne ho ricevute, fra querele e diffide, per una settantina di documenti. In tutto sono arrivato a 12 procedimenti penali a Ferrara, Savona o in altre città”. Non mancano però le vittorie, anche se amare: “Una volta un prete che avevamo accusato ci ha querelati per diffamazione. Noi lo abbiamo fatto indagare per calunnia, perché attraverso i documenti abbiamo provato il fatto” che lo vedeva coinvolto. Dagli utenti, in tutti i casi e anche in quest’ultimo, c’è stata solidarietà ma soprattutto voglia di non lasciare che la Rete non abbia più voce: “Ci hanno chiesto spiegazioni e hanno diffuso la notizia che non eravamo più online”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/12/pedofilia-nella-chiesa-attacco-informatico-a-rete-labuso-che-denuncia-i-casi-in-italia-e-una-vita-che-vogliono-farci-chiudere/6352199/

  • I preti in Francia hanno stuprato 72 bambini a testa !!! Perché Bergoglio non chiede alla CEI una commissione d’inchiesta indipendente sui preti pedofili?

    I preti in Francia hanno stuprato 72 bambini a testa !!! Perché Bergoglio non chiede alla CEI una commissione d’inchiesta indipendente sui preti pedofili?

    I preti pedofili in Francia avrebbero stuprato 72 bambini a testa. Non sappiamo per quante volte.

    Questo è il risultato che si ottiene semplicemente dividendo le 216.000 vittime sopravvissute (quelle morte o suicidate non sono state sentite), per i 3000 preti pedofili riconosciuti (dato che come lo stesso Presidente della CIASE Sauvé sottolinea, è al ribasso).

    Dal Vaticano questa volta non possono bastare le lacrime di coccodrillo, le solite scuse e la solita vergogna come quando i bambini ne combinano una e vengono scoperti.

    Ma quanto la chiesa italiana davvero soffre per le vittime?

    Mi pongo la domanda perché ogni volta che esce un caso le frasi sono sempre del tipo “la pedofilia fa male alla chiesa” oppure “la chiesa soffre per gli abusi” ma non si va mai oltre le affermazioni piu banali. Poche volte ho sentito affermare la pedofilia fa male ai bambini, dobbiamo fare qualcosa per fermarla. Altrettante poche volte ho visto le comunità cattoliche lamentarsi e opporsi affinché si faccia chiarezza.

    In Francia la CIASE non gliele ha certo mandate a dire, il Presidente Jean – Marc Sauvé lapidario afferma ; “Crudele indifferenza della Chiesa francese verso vittime della pedofilia”.

    Anche se io personalmente avrei detto la frase al presente e con qualche differenza, tipo; “Crudele superficialità della chiesa, indifferente verso i propri figli e nipoti, potenziali vittime della pedofilia”.

    Le vittime del clero sono tutte cattoliche, improbabile che un musulmano, un testimone di Geova o un ateo vedano stuprare i propri figli. Ogni volta mi domando come sia possibile che l’intera comunità cattolica ignori  puntualmente questo dato.

    È necessario anche in Italia (come oramai si è fatto ovunque) ci si avvii verso una Commissione indipendente, seria, che possa rendere giustizia alle vittime ancora viventi, che possa rendere loro almeno il riconoscimento della sofferenza. Un riscatto umano che la CEI “evangelicamente” ipocrita non è capace di recepire.

    E’ il momento che le istituzioni aprano gli occhi, anche in Italia.

    Zanardi

  • SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    SESSO, BUGIE E TRUST PER I LEGIONARI DI CRISTO

    Da quasi cinque mesi, dallo scorso maggio, è in corso a Milano un processo di cui non si parla. Eppure, è una storia impressionante. Che coinvolge i vertici dei Legionari di Cristo, la ricchissima congregazione religiosa fondata nel 1941 dal prete messicano Marciai Maciel Degollado, travolto da infiniti scandali sessuali con droga, amanti, figli segreti sparsi per il mondo.

    E condannato dal Vaticano, nel 2006, soltanto a dedicarsi a «una vita di preghiera e penitenza», prima di morire nel 2008. Sotto accusa ci sono quattro dirigenti della Congregazione, fortissima in Italia, Messico e Spagna, dove rappresenta l’ala conservatrice e integralista del mondo cattolico.

    Al centro del processo, due accuse: tentata estorsione e favoreggiamento. Pressioni e minacce per insabbiare una denuncia presentata nel 2013 in un commissariato milanese da due genitori disperati, Yolanda M. e Giuseppe L., per gli abusi sessuali subiti dal figlio nel seminario di Gozzano, vicino a Novara. ‘un sacerdote dei Legionari, padre Vladimir, avrebbe trasformato quel ragazzo in uno schiavo sessuale: un inferno, che lo ha spinto a meditare il suicidio, come lui stesso ha scritto in un tema conservato dai genitori, prima di abbandonare la vocazione.

    Per evitare lo scandalo, l’ennesimo, i quattro dirigenti della Congregazione avrebbero proposto ai due poveri coniugi un accordo scritto, illegale: negare che ci fossero mai stati abusi, se interrogati da magistrati, in cambio di 15 mila euro, da restituire se invece avessero parlato. Al loro no, deciso, sarebbe seguita una seconda proposta scritta, non più riferita ai giudici: tacere con le autorità ecclesiastiche, in cambio dei soliti 15 mila euro. Da ridare, se avessero rotto l’omertà, raddoppiati: 30 mila.

    Gli imputati del processo milanese, che respingono tutte le accuse, sono Luca Gallizia, italiano, ex rettore dell’università europea di Roma; Manuel Cordero Arjona, spagnolo, il legale della Congregazione; e due messicani, Victor De Luna De Santiago, responsabile economico, e Oscar Kuri Nader, direttore per il Nord Italia. I tre Legionari stranieri compaiono anche nei Pandora Papers, le carte riservate delle società offshore, analizzate da L’Espresso insieme a giornalisti americani, spagnoli e messicani.

    Già nel 2013 De Luna e padre Nader, che vivono nel quartier generale della Legione di Cristo, il palazzo di via Aurelia 677 a Roma, entrano come amministratori in una offshore di Hong Kong, la New Gate Foundation HK. E a fine giugno ne siglano un bilancio assurdo, senza cifre. A fine luglio invece è Cordero, tramite un’altra società estera, Education Developers lnc, a versare 2,4 milioni di dollari, a titolo di rimborso di un prestito decennale, a un trust offshore di Luis Garza Medina, messicano: un fedelissimo di padre Maciel, il fondatore dei Legionari. Medina è stato il vicario generale della Legione fino al luglio 2011, quando il Vaticano lo ha silurato.

    Anche gli altri tre imputati erano molto vicini a Maciel.

    Nel 2017 L’Espresso, con l’inchiesta chiamata Paradise Papers, aveva rivelato che i Legionari, fin dagli anni ’90, utilizzavano società delle Bermuda come tesorerie anonime per gestire centinaia di milioni: le rette pagate da migliaia di studenti delle loro scuole e collegi. Allora la Congregazione replicò che da tempo non usava più offshore. Come dire che erano problemi del passato, dei tempi del fondatore.

    I Pandora Papers ora mettono in dubbio la versione ufficiale. La Legione viene commissariata il 9 luglio 2010, quando Papa Benedetto XVI incarica monsignor Velasio

    De Paolis, poi nominato cardinale, di fare pulizia. Appena tre giorni prima, come emerge ora, Garza Medina ha costituito la prima cassaforte offshore in Nuova Zelanda, chiamata Retirement and Medicable Charitable Trust. Che alimenta anche conti svizzeri. Ed è legata ad altri trust, intestati a familiari di Medina, creati nel 2011, durante il commissariamento.

    Alcuni sono tuttora attivi. Gestiscono patrimoni per almeno 300 milioni. Investiti nell’acquisto di immobili nei quartieri più poveri della periferia di Miami, in Florida, e di altre città americane. Dove il consorzio lcij ha scoperto che centinaia di famiglie sono state sfrattate l’anno scorso, nonostante l’emergenza pandemia, dai misteriosi proprietari schermati dalle offshore, per poter ristrutturare e rivendere a caro prezzo le loro case. Alla domanda se questi investimenti siano stati comunicati alla Chiesa di Papa Francesco, i Legionari hanno risposto che «gli istituti religiosi non hanno un obbligo di fornire informazioni dettagliate al Vaticano sulle loro decisioni interne in materia finanziaria». Aggiungendo che solo uno dei trust, quello intitolato a opere di carità, è controllato dalla Congregazione. E confermando che gli altri appartengono a familiari dell’ex tesoriere Medina.

    A Milano intanto, nel processo per gli abusi da insabbiare con i soldi, si scopre che padre Vladimir, il rettore denunciato del seminario, è stato condannato in via definitiva a più di sei anni di carcere, nel 2020, ma è scappato in Sudamerica. Dalle email sequestrate emerge perfino un tentativo di coinvolgere l’allora vicario della diocesi di Milano, Mario Delpini, poi diventato arcivescovo. A incontrarlo, il 30 settembre 2013, è Gallizia, il Legionario italiano. Chiede l’approvazione della Chiesa per trattare con i genitori della vittima. Monsignor Del pini lo gela cosl: «Pensateci bene a fare un accordo con la famiglia, potrebbe essere usato come una prova di colpevolezza della Congregazione».

    Neanche un mese dopo, il 18 ottobre, la signora Yolanda si vede proporre, nella chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, la prima scrittura privata per comprare il suo silenzio. Lei rifiuta. E dopo la seconda offerta, reagisce. Alle 08,21 del 9 gennaio 2014 chiama al telefono, intercettato dalla polizia, il cardinale De Paolis. Lui capisce che le hanno offerto denaro e commenta: «Questo è quello che si dà in Italia … Non firmi il patto, non firmi niente». Poi aggiunge: «Gli avvocati complicano le cose, anche le Sacre Scritture dicono che tra cristiani dovremmo trovare un’intesa». Yolanda esplode: «Non è un buon accordo consentire una menzogna».

    De Paolis è stupefatto: «No, no. Sono sorpreso da quello che hanno scritto questi avvocati … Lei ha chiesto aiuto perché ha avuto delle spese». Yolanda: «Il mio legale sostiene che ci deve essere un risarcimento, ma senza approvare clausole che non sono vere e sono pure criminali».

    Il giorno dopo, alle 21.19, viene intercettato padre Nader mentre parla con un legale. La linea è chiara: «In ogni caso, qualunque cosa dobbiamo firmare, la Congregazione deve essere tenuta fuori».

    La signora Yolanda è delusa e oggi dice all’Espresso: «Il cardinale non ha alzato un dito per aiutarci. Non è venuto incontro alle vittime. Mi sono sentita tradita. Sono cristiana, ma non sono più cattolica. Ora non vado più a messa, come mio marito».

    L’avvocata della famiglia, Daniela Cultrera, attacca i Legionari: «Il negoziato per comperare il silenzio delle vittime non è mai stato autorizzato dal cardinale De Paolis. E il modo in cui la Congregazione ha cercato di insabbiare lo scandalo non è un caso isolato».

    Chissà se qualcuno, a Milano o in Vaticano, ora indagherà sui trust offshore dei Legionari. E sulla provenienza dei tanti soldi offerti in questi anni in mezzo mondo, si spera con transazioni lecite, per zittire le vittime. •

    Questa inchiesta è stata realizzata da Leo Sisti,Paolo Biondani, Vittorio Malagutti (L’Espresso), Spencer Woodman (lcij), Andrea Cardenas (Quinto Elemento Lab), Mathieu Tourliere (Proceso), Georgina Zerega (El Pais)

    https://espresso.repubblica.it/dossier/pandora-papers/2021/10/11/news/pandora_papers_legionari_di_cristo-321720400/