Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: La Plata

  • Da Verona all’Argentina. Vite e accuse parallele dei due preti indagati

    Da Verona all’Argentina. Vite e accuse parallele dei due preti indagati

    Fratel Nicola come fratel Eliseo. E lo scandalo si allarga

    La ricostruzione
    di Laura Tedesco

    VERONA – «Da casita de Dios a casa degli orrori», uno scandalo che si allarga e si ripete. Da Verona all’Argentina. Don Nicola Corradi colpito da un primo mandato d’arresto a fine 2016 e adesso anche da un secondo, don Eliseo Pirmati raggiunto da un ordine di carcerazione internazionale, con annessa richiesta di estradizione, tre notti fa, tra martedì e mercoledì. Indagati nell’ambito di due inchieste-fotocopia condotte dalle procure sudamericane di Mendoza e La Plata, don Nicola e don Eliseo devono difendersi dagli stessi, pesantissimi, reati: atti e abusi sessuali su minore, stupro, corruzione di minore.

    Due sacerdoti legati a doppio filo dalle origini (sono entrambi veronesi), dall’età (ultraottantenne), dall’appartenenza allo stesso istituto religioso (quello del Provolo, che ospita bambini e ragazzi sordomuti e ha la sede madre a Verona). Ma, soprattutto, due religiosi accomunati da un destino giudiziario che, oggi in Argentina come una decina d’anni fa a Verona, sembra sfociare per entrambi negli stessi esiti.

    Due «sentenze» contrapposte, quelle a cui sono giunte le indagini in Italia e in Sudamerica: un nulla di fatto in terra scaligera (dove i fatti risultavano «non più perseguibili penalmente» per l’eccessivo tempo trascorso tra i presunti abusi e le denunce delle vittime), e invece il pugno di ferro in atto oltreoceano. Rimasti invischiati nello scandalo delle presunte violenze commesse ai danni di allievi sordomuti nella sede madre del Provolo, a Verona, alla fine don Nicola e don Eliseo vennero infatti scagionati entrambi grazie alla prescrizione dalla magistratura scaligera.

    Tutto ciò mentre, per don Corradi e don Pirmati, i vertici dell’Istituto decidevano di inviarli in «missione» in Argentina. Ed è lì che, stando ai pm d’oltreoceano, i due sacerdoti veronesi ci sarebbero «ricascati», perpetrando ulteriori violenze su giovani sordomuti, spesso minorenni, iscritti alle succursali del Provolo nelle città di Lujàn (Mendoza) e La Plata. Prima di essere assegnato nel 1996 a Mendoza, dove un documento della sede di Verona nel 2001 lo qualifica come vice direttore e primo consigliere, don Corradi aveva insegnato all’Istituto Provolo di La Plata, Buenos Aires.

    E anche in quella città, dopo l’arresto di don Nicola a fine 2016 per le presunte violenze di cui si sarebbe macchiato a Lujàn, sono cominciate ad arrivare a suo carico denunce di abusi risalenti agli anni ‘90 e sfociate,adesso, nella seconda richiesta di arresto contro il religioso veronese, tuttora ai domiciliari a Mendoza per ragioni di salute in attesa del processo.

    Secondo la stampa argentina, don Corradi e don Pirmati sarebbero stati «trasferiti dai superiori religiosi in Sudamerica per coprire gli abusi commessi in Italia». Gianni Bisoli è uno dei 67 ex studenti della sede veronese del Provolo che nel 2009 denunciarono «le violenze perpetrate nei nostri confronti» da alcuni dei sacerdoti che operavano all’interno dell’istituto per sordomuti delle fine degli anni ‘50 fino al 1984: tra le righe degli esposti che non si è mai stancato di inviare «per chiedere giustizia», Bisoli ha più volte accusato di abusi sia don Corradi che don Pirmati. «Le violenze sono state perpetrate dai due religiosi sia al Provolo di Verona che a Villa Cervi (San Zeno di Montagna), per questo sono stati entrambi citati nella lettera che abbiamo inviato al Papa il 20 ottobre 2014 – ha rivelato ieri l’avvocato Marco Lodi Rizzini, referente dell’associazione sordi Provolo onlus -. Fratel Pirmati è stato poi stato trasferito in Argentina, a La Plata, ma ogni anno tornava per un mese o 2 al Provolo di Verona durante le vacanze estive».

    Ora don Eliseo si troverebbe per ragioni di età e di salute in una casa di cura a Verona: «Uno studente abusato, dopo una vita tormentata e piena di dubbi e lancinanti ricordi, si è suicidato» accusa Lodi Rizzini. E il «buco nero» si allarga. Sempre di più.

    (Corriere di Verona, 26 aprile 2019)

  • Abusi al Provolo, dopo don Pirmati chiesti altri due arresti

    Abusi al Provolo, dopo don Pirmati chiesti altri due arresti

    Pedofilia sui sordomuti in Sudamerica: nuovo ordine di cattura per don Corradi, ai domiciliari dal 2016

    VERONA – E gli arresti salgono a tre. «Gli abusi esistevano, abbiamo le prove»: poche parole, quelle usate ieri in Argentina dal giudice di sorveglianza di La Plata Jorge Moya Panisello e dal pubblico ministero Cecilia Corfield, per annunciare due nuovi ordini di carcerazione per le presunte violenze commesse su bambini e ragazzi che frequentavano la succursale sudamericana di La Plata dell’Istituto per sordomuti Provolo (la cui casa madre è a Verona).

    E così, dopo il mandato di cattura internazionale con annessa richiesta di estradizione scattato la notte tra martedì e mercoledì a carico del religioso veronese ultraottantenne don Eliseo Pirmati (ospitato al momento in una casa di cura a Verona per ragioni di salute), da oltreoceano è rimbalzata ieri la notizia di altre due richieste di arresto per le presunte violenze avvenute al Provolo di La Plata.

    Una riguarda proprio quel don Nicola Corradi, anch’egli veronese, già sottoposto agli arresti domiciliari a Mendoza da fine 2016 nell’ambito di un’inchiesta fotocopia per i presunti abusi avvenuti anche nella succursale del Provolo a Lujàn (vicino Mendoza): lasciata la sede madre di Verona (dov’era a suo tempo stato coinvolto in un’indagine sfociata nella prescrizione), i vertici dell’Istituto lo avevano infatti mandato in missione prima a La Plata (dove ha operato anche don Eliseo per poi far di recente rientro in terra scaligera) e poi a Mendoza, dove don Nicola è ora atteso dall’inizio del processo. Insieme ai due preti veronesi, a La Plata è stato chiesto l’arresto anche per un impiegato laico che si sarebbe macchiato degli stessi abusi.

    Al Provolo di La Plata, secondo gli inquirenti, le violenze sui giovanissimi sordomuti si verificavano «quasi sempre di sabato» e Corradi, si legge nelle carte dell’accusa,«è stata la più alta autorità dell’Istituto da 1970 al 1997 ed è accusato di abusi sessuali aggravati dall’essere prete»: otto, al momento, gli episodi che gli contesta la procura di La Plata, mentre l’impiegato laico risponde di «abusi sessuali aggravati dal suo status di tutore o educatore, cinque violenze sessuali e corruzione di minori».

    Quanto a don Pirmati, infine, è sospettato di «almeno tre episodi di abusi sessuali aggravati dalla sua condizione di sacerdote, atti osceni e corruzione di minori, aggravata dal fatto che le vittime hanno meno di 13 anni».

  • Nuove accuse sui presunti casi di pedofilia avvenuti al Provolo in Argentina

    Nuove accuse sui presunti casi di pedofilia avvenuti al Provolo in Argentina

    L’indagine sui presunti casi di pedofilia avvenuti nell’Istituto Provolo in Argentina si allarga e tocca ancora una volta la provincia di Verona. La Procura di La Plata ha emanato un ordine di carcerazione internazionale per don Eliseo José Primati, 83enne attualmente ricoverano a Verona per motivi di salute. Insieme a don Eliseo José Primati, la Procura ha accusato anche il veronese don Nicola Corradi, il quale si trova agli arresti domiciliari nella città argentina di Mendoza, già accusato di stupro, abusi sessuali e corruzione di minori ai danni di alunni sordomuti dell’istituto Provolo di Lujan de Cuyo.
    Queste nuove accuse si riferiscono ad altri presunti abusi che, secondo gli investigatori, si sarebbero verificati tra il 1982 e il 2002 all’istituto Provolo di La Plata, vicino a Buenos Aires, come riportato dai quotidiani argentini come il Clarìn. Per don Corradi si tratta di nuovi addebiti, rispetto a quelli di cui già deve rispondere nella provincia di Mendoza, mentre è la prima volta che la magistratura coinvolge anche don Primati in questa grande indagine e per l’83enne chiederà pure l’estradizione.

    La Procura argentina ha raccolto le testimonianze degli studenti sordomuti che erano mandati al Provolo o che venivano accolti perché orfani. E le accuse sono aggravate proprio dal fatto che le vittime, oltre ad essere minorenni, avevano anche delle disabilità che non permettevano loro di difendersi dagli abusi che vengono contestati ai religiosi che operavano all’interno degli istituti.

    http://www.veronasera.it/cronaca/nuove-accuse-pedofilia-provolo-argentina-25-aprile-2019.html
  • Pedofilia, l’Argentina chiede l’estradizione di un prete del Provolo di Verona

    Pedofilia, l’Argentina chiede l’estradizione di un prete del Provolo di Verona

    Lo scandalo si allarga: accuse di abusi e stupro a un anziano sacerdote ora in Veneto

    VERONA«Obbligati a subire anni di violenze e sopraffazioni». Bambini e ragazzi sordomuti «costretti a sopportare abusi e vessazioni senza potersi opporre né difendere». A distanza di due anni e mezzo dall’arresto del sacerdote veronese Nicola Corradi (tuttora ristretto ai domiciliari a Mendoza in attesa del processo), in Argentina lo scandalo per le presunte violenze commesse nelle succursali sudamericane dell’Istituto Provolo per sordomuti (la cui sede è a Verona) si estende a un secondo religioso. Nelle scorse ore, infatti, dalla procura di La Plata è scattato un ordine di carcerazione internazionale per don Eliseo Josè Primati. Quest’ultimo, al momento, si troverebbe in una casa di cura della provincia di Verona e, in comune con don Corradi, ha l’età (entrambi 83enni) e soprattutto le pesantissime accuse che gli contesta la magistratura d’oltreoceano: abusi e atti sessuali, stupro, corruzione di minori ai danni di alunni sordomuti dell’Istituto Provolo di La Plata, dove don Primati ha operato per anni prima di rientrare in tempi recenti nella casa madre del Provolo in terra scaligera. Adesso, invece, don Eliseo sarebbe ricoverato presso una struttura di cura veronese per motivi d’età e di salute: i gravissimi crimini di cui, secondo l’accusa, si sarebbe reso responsabile a La Plata, hanno comunque indotto la magistratura argentina a chiederne oltre all’arresto anche l’estradizione dall’Italia. Un caso che rischia di diventare internazionale.
    La testimonianza

    «Quel prete mi ha violentato. Per colpa di don Eliseo ho vissuto anni di abusi e vergogna, costretto per lungo tempo a sopportare senza poter reagire». Daniel Sgardelis ha 43 anni, è nato e vive a Tartagal, Salta, in Argentina. Ma la sua infanzia e l’adolescenza li ha trascorsi nella città sudamericana di La Plata,a studiare e vivere all’Antonio Provolo Institute. «La mia vita è stata rovinata da tutto questo, era come un buco nero. Ho sofferto troppo e mi sono quasi ucciso. State facendo giustizia per gli abusi commessi dai preti dell’Istituto Provolo sui ragazzi sordomuti nella sede di Lujan de Cuyo, a Mendoza (dove esercitava don Corradi, ndr), ma ora vogliamo la verità anche per i crimini avvenuti nella sede di La Plata. Conosco persone che si sono suicidate per tutto quello che è successo». Ed è stato così che, a partire dalle denunce di Sgardelis e di «decine di altri ex allievi», il procuratore di La Plata Cecilia Cordfield, specializzata in reati a sfondo sessuale, ha deciso di aprire in Argentina una seconda inchiesta sulle presunte violenze commesse ai danni di bambini e adolescenti sordomuti da personale religioso e civile delle sedi locali del Provolo. Erano quasi due anni che, nel riserbo più totale, gli inquirenti di La Plata indagavano, raccoglievano denunce e testimonianze, cercavano riscontri. Una seconda inchiesta che, negli ultimi giorni, è giunta alla svolta: il procuratore Corfield ha chiesto la carcerazione di don Primati e il «giudice delle garanzie» (l’equivalente argentino del nostro gip, giudice per le indagini preliminari) Silver Jorge Moya Panisello ha firmato l’ordine di arresto internazionale due notti fa, tra martedì e mercoledì. Stando alla procura di La Plata, al momento ammonterebbero a undici le vittime di abusi sessuali nella locale sede del Provolo che chiamano in causa don Eliseo. Violenze che, stando all’accusa, l’anziano religioso avrebbe commesso tra il 1982 e il 2002, prima di far ritorno in Italia.

    L’associazione Rete L’Abuso

    «Ci è voluto tempo, ma finalmente – reagisce Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso org – gli inquirenti argentini con questo mandato d’arresto per don Primati attestano la totale veridicità delle nostre denunce. Con un ampio dossier che raccoglieva numerose e documentate segnalazioni, puntavamo il dito proprio all’indirizzo di don Eliseo». E non è tutto: «Dal nostro pool di legali argentini, ci giunge notizia che – rivela Zanardi – questa nuova inchiesta di La Plata potrebbe estendersi ad altri soggetti e riservare ulteriori sviluppi. Finalmente le vittime, dopo anni e anni di porte sbattute in faccia, stanno ricevendo la giustizia che tanto invocavano». Altri colpi di scena all’orizzonte?

    https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/cronaca/19_aprile_25/pedofilia-pm-argentini-chiedonol-estradizione-un-prete-provolo-2369f50a-672b-11e9-9051-8227cfae5472.shtml

  • Caso Provolo: avrebbero chiesto l’arresto di altri sacerdoti accusati di abuso sessuale

    Caso Provolo: avrebbero chiesto l’arresto di altri sacerdoti accusati di abuso sessuale

    Di Julián Maradeo

    “Verrai a sapere cose brutte, e molte sono verità”, lo avvertì Robert Frainer, ex superiore mondiale dell’Istituto Provolo, a Gustavo Ariel Chamorro, in quel momento direttore della sede di la plata. Aveva ragione.

    Da che istallarono pubblicamente gli abusi ai quali preti, suore e laici  sottomettevano i bimbi sordi in Luján de Cuyo, Mendoza, e La Plata, si seppe che molti dei sacerdoti accusati erano stati inviati per lo stesso motivo da Verona, Italia; che sceglievano quei bambini i cui genitori non erano sordi per far sì che non potessero raccontare quello che soffrivano; che la suora giapponese Kumiko Kosaka prima li picchiava per vedere quali resistevano e quali potevano ribellarsi; che Nicola Corradi era accusato di vendere lotterie per tenersi il denaro; che il Papa sapeva come minimo dall’ottobre del 2015, ossia un anno prima delle prime denunce nella provincia di cuyo; che una magistratura di mendoza aveva fatto caso omesso ad una denuncia nel 2008, tra le altre tante rivelazioni, tuttavia, se si presta attenzione e si incrociano le testimonianze delle cause che si sviluppano in entrambe le province, continua a complicarsi la trama.

    Da circa due anni, quando ero nel pieno processo di indagine per “La Trama degli abusi e delitti sessuali nella chiesa Cattolica”, ho avuto accesso al fascicolo che sviluppava l’allora magistrato platense Fernando Cartasegna. in uno dei fogli appariva un riferimento alla colonia di vacanza che il provolo ha in Valeria del Mar, partito di Pinamar. Situata in Pedro de Mendoza N°2287, questa casa oggi, a causa dello scandalo internazionale è chiusa ed in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, colui che parlò di questo fu il menzionato Chamorro, il quale, nella sua testimonianza, focalizzò che il prete italiano Corradi- oggi in carcerazione preventiva in Mendoza- portava i bambini, negando la possibilità che fossero accompagnati dai loro genitori, alla casa di Valeria del Mar. quEsto focus è apparso anche in  Mendoza, dove una delle madri raccontò che, durante un viaggio a questa delegazione costiera, nel 2015, una delle alunne riportò che vide come una delle docenti portava un bimbo a Horacio Corbacho, oggi detenuto e processato per corruzione aggravata di minori.

    Ma il racconto più duro lo raccolse, recentemente, l’attuale magistrato della causa in La Plata, Cecilia Corfield. Fu quando prese la testimonianza al sopravvissuto Lisandro Borrelli, il quale è stato nel Provolo tra il 1989 ed il 1993. nella sede della capitale buenos aires, fu legato per ore ad una rotaia che c’era nel sottosuolo della cucina e, alcune volte, lo tennero anche chiuso nella gabbia per i conigli. Un’estate fu trasferito alla casa del Provolo in Valeria del Mar, dove lo obbligavano a fare le pulizie nella stessa e lo legavano ad un albero per castigarlo. Un dato in apparenza aneddotico, ma che può non esserlo: quando lo portavano alla spiaggia, i preti gli proibivano di identificarli come tali.

    Se si incrociano le differenti testimonianze, la linea del tempo si estende dall’inizio egli anni novanta fino al 2015. Ossia, un quarto di secolo. La domanda si pone sola: in Pinamar nessuno ha visto, sentito o saputo niente di niente?

    Dall’altra parte, un altro focus non sviluppato in nessuna delle cause è quella delle testimonianze che indicarono che Corradi portava bimbi dalla sede che il Provolo ha in Asunción, Paraguay. Attualmente, continua a funzionare ed è a carico del ramo femminile dell’istituto, che si trova sotto il nome di Fortunata Gressner.

    Fonti autorizzate hanno segnalato che è imminente una nuova serie di domande d’arresto, una di queste ricadrà su uno dei preti italiani inviati per avere commesso lo stesso delitto in Verona. Si tratta di Eliseo Primati, di 82 anni, che risiede nella casa madre. Quando sia così, la decisione di se l’estradizione è effettiva o no, sarà di Francesco. Il suo caso è un altro esempio della goffa lentezza con la quale si gestisce la giustizia, poiché questo prelato è stato nel paese fino a dicembre del 2017, momenti nei quali la causa era assolutamente paralizzata.

    Primati appare nella lista che il commissario apostolico Alberto Bochatey ha consegnato a Corfield. In essa, c’è anche Giovanni Granuzzo. Anche se molti lo davano per morto, si trova vivo ed in Verona. Granuzzo, nominato dalle vittime italiane come uno dei loro aggressori sessuali, si trovava insieme a Corradi e luigi Spinelli, tra gli altri, nel file che il sopravvissuto italiano Giuseppe Consiglio gli consegnò il 28 di ottobre del 2015, nell’aula Paolo VI, a Francesco, per informarlo dove stava ciascuno degli accusati. tuttavia, il Vaticano non fece niente fino a che si convertì in uno scandalo mondiale.

    https://www.infobae.com/sociedad/2019/03/20/caso-provolo-pedirian-la-detencion-de-otros-sacerdotes-acusados-de-abuso-sexual/?fbclid=IwAR2a5dFjRKhjU7Irkfm6NH-feZKivvjIsOolYckYKhsXiEd-MfQVff4lXBc

  • ‘The pope ignored them’: Alleged abuse of deaf children on two continents points to Vatican failings

    ‘The pope ignored them’: Alleged abuse of deaf children on two continents points to Vatican failings

     When investigators swept in and raided the religious Antonio Provolo Institute for the Deaf, they uncovered one of the worst cases yet among the global abuse scandals plaguing the Catholic Church: a place of silent torment where prosecutors say pedophiles preyed on the most isolated and submissive children.

    The scope of the alleged abuse was vast. Charges are pending against 13 suspects; a 14th person pleaded guilty to sexual abuse, including rape, and was sentenced to 10 years in prison. The case of the accused ringleader — an octogenarian Italian priest named Nicola Corradi — is set to go before a judge next month.

    Corradi was spiritual director of the school and had a decades-long career spanning two continents. And so his arrest in late 2016 raised an immediate question: Did the Catholic Church have any sense that he could be a danger to children?

    The answer, according to a Washington Post investigation that included a review of court and church documents, private letters, and dozens of interviews in Argentina and Italy, is that church officials up to and including Pope Francis were warned repeatedly and directly about a group of alleged predators that included Corradi.

    Yet they took no apparent action against him.

    “I want Pope Francis to come here, I want him to explain how this happened, how they knew this and did nothing,” a 24-year-old alumna of the Provolo Institute said, using sign language as her hands shook in rage. She and her 22-year-old brother, who requested anonymity to share their experiences as minors, are among at least 14 former students who say they were victims of abuse at the now-shuttered boarding school in the shadow of the Andes.


    Priest Nicola Corradi is handcuffed to a wheelchair during a Dec. 22, 2016, court appearance in Argentina’s Mendoza province. (Emmanuel Rodriguez Villegas/AP)

    Vulnerable to the extreme, the deaf students tended to come from poor families that fervently believed in the sanctity of the church. Prosecutors say the children were fondled, raped, sometimes tied up and, in one instance, forced to wear a diaper to hide the bleeding. All the while, their limited ability to communicate complicated their ability to tell others what was happening to them. Students at the school were smacked if they used sign language. One of the few hand gestures used by the priests, victims say, was an index figure to lips — a demand for silence.

    “They were the perfect victims,” said Gustavo Stroppiana, the chief prosecutor in the case.

    And yet they may not have been the first. Corradi, now 83 and under house arrest, is also under investigation for sexual crimes at a sister school in Argentina where he worked from 1970 to 1994. And alumni of a related school in Italy, where Corradi served earlier, identified him as being among a number of priests who carried out systematic abuse over five decades. The schools were all founded and staffed by priests from the Company of Mary for the Education of the Deaf, a small Catholic congregation that answers to the Vatican.

    The Italian victims’ efforts to sound the alarm to church authorities began in 2008 and included mailing a list of accused priests to Francis in 2014 and physically handing him the list in 2015.

    It was not the church, however, but Argentine law enforcement that cut off Corradi’s access to children when it shut down the Provolo school in Lujan. Argentine prosecutors say the church has not fully cooperated with their investigation.

    As Francis prepares to host a historic bishops’ summit this week to address clerical sexual abuse, the lapses in the case — affecting the pope’s home country of Argentina and the home country of the Roman Catholic Church — illustrate the still-present failures of the church to fix a system that has allowed priests to continue to abuse children long after they were first accused.

    Corradi’s lawyer declined multiple interview requests for this article and did not respond to emails seeking to speak with the priest. Attempts to reach Corradi through his family were unsuccessful. The Vatican declined to comment on a detailed list of questions.

    But Anne Barrett Doyle, co-director of the abuse-tracking site BishopAccountability.org, said the Provolo case “is truly emblematic.”

    “The church failed them abysmally. The pope ignored them, the police responded,” she said. “It’s a clear example of the tragedy that keeps playing out.”

    As in Argentina, deaf students from the Provolo schools in Verona, Italy, kept their experiences of sexual abuse to themselves for years. But after they started opening up, they worked from bottom to top to inform the Catholic church, according to letters and other documents. They wrote to the local bishop in 2008. Soon after, they provided a list of accused priests and religious figures to the local diocese. By 2011, a list of names was with the Vatican. By 2015, a list was in the hands of the pope.

    The rumblings started with Dario Laiti, a former student who came forward in 2006 after noticing a new children’s facility in the town and worrying that abuse might be happening there, as well.

    “I was the first,” said Laiti, who for years had made excuses when his wife asked why he hadn’t wanted children.

    Soon, more than a dozen other former students were telling their stories, using an improvised mix of sign language and limited speech. Their accounts ranged in time between the 1950s and 1980s. As adults, they had become woodcutters, delivery men, factory workers. Some were unemployed. Few had sustained relationships. One of their schoolmates had committed suicide.

    One student, Alda Franchetto, said she had tried to confide in her parents years earlier — running away from the school as a 13-year-old in a burst of euphoria and explaining to them what was happening to her there. Her parents, she said, didn’t believe her and returned her to the institute.

    “They said, ‘You need this to learn how to speak and write,’ ” Franchetto said.

    By the time the adult former students started reporting their abuse, it was too late to press criminal charges. But it was not too late for accountability through the church. They wrote to the local bishop in 2008, informing him of their claims. Soon after, at the request of a journalist from the Italian news magazine L’Espresso, 15 former students took another step: writing sworn statements describing sodomization, forced masturbation and other forms of abuse. The statements named 24 priests and other faculty members, including Corradi. The student association said dozens of others had experienced abuse but did not want to come forward publicly.

    Alda Franchetto said her parents didn’t believe her when, at age 13, she tried to tell them about the abuse she experienced at school. (Simone Padovani/Getty Images)

    The Antonio Provolo Institute in Verona was among the schools founded by the Company of Mary for the Education of the Deaf. (Emanuele Amighetti/For The Washington Post)

    The bishop, Giuseppe Zenti, was dismissive. In a news conference, he called the allegations “a hoax, a lie, and nothing more,” and he noted the association for former students was involved in a property dispute with the Provolo Institute. The former students filed defamation charges against Zenti and included their statements as part of the lawsuit — essentially handing the names of the accused priests to the diocese.

    The case caught the notice of the Vatican, which in 2010 asked Zenti to look more deeply into the claims, according to church letters. The local diocese brought in a retired judge, Mario Sannite, to investigate.

    “That’s how I found myself in the middle of this story,” Sannite said.

    Sannite became the on-the-ground representative of the Holy See, asked to relay his findings — and his analysis — to the Vatican’s Congregation for the Doctrine of the Faith. In December 2010 and January 2011, Sannite interviewed 17 former students from Provolo, with the help of a sign-language interpreter. He said the accounts were harrowing, and he later wrote that there was no reason to doubt the “majority” of the accusations. In the report sent to the Vatican, though, Sannite wrote that he had doubts about one former student, the only one who happened to name Corradi as an abuser — even though some of the others interviewed had overlapped with Corradi’s time at the school.

    Gianni Bisoli, a then-62-year-old ski instructor, accused 30 religious figures and other Provolo faculty members of abusing him — a number far beyond the others. And his allegations were particularly explosive; one of those he accused was Giuseppe Carraro, the bishop of Verona in the 1960s and 1970s, who after his death was on the path to canonization.

    “Bisoli’s statements were likely deemed quite dangerous,” said Paolo Tacchi Venturi, a lawyer who at the time was representing the victims.

    With the help of a sign-language interpreter and Tacchi Venturi, Bisoli spoke with Sannite for 12 hours, over the course of three days, according to records. Others who were in the room told The Post that Bisoli described the abuse in detail.

    In interviews with The Post, Bisoli recounted that he was abused by Corradi several times, including once when he had been corralled along with two other children into a bathroom reserved for priests. In that instance, Bisoli said, he was ordered against a wall by Corradi and two other religious figures. Bisoli remembered Corradi sodomizing him with his finger.

    Sannite assessed that Bisoli was certainly a victim of abuse. But in the report he wrote, which was sent through Verona’s diocese to the Vatican, the former judge said it was implausible that Bisoli could have been abused by so many — that the institute he described was akin to an “infernal circle.” Sannite noted that some of Bisoli’s dates did not match, and some of the accused did not appear to be at the institute in the years Bisoli described. Sannite also offered another theory: that Bisoli “repackaged his overflowing allegations by drawing from the collection of his own experiences as a homosexual” adult.

    In an interview at his home last month, Sannite read from the report, though he did not share a copy with The Post. When asked why a gay man might be less likely to accurately describe abuse, Sannite said, “It’s not as if I can say there are differences.” Then he asked why he was being asked such a question. Later, Sannite wrote in an email that he did not mean to draw a connection between Bisoli’s credibility and his sexuality.

    Bisoli, in an interview, said it was “offensive” and a “provocation” that anybody’s sexuality in adulthood might figure into an assessment.

    Following church guidelines, Zenti wrote a letter to accompany the report to the Vatican, according to the Diocese of Verona, which declined to share it with The Post. But Zenti remained skeptical about the claims and said in 2017 testimony — conducted as part of a separate lawsuit — that even a word like sodomization would be “hard to convey for a deaf-mute.” The bishop also reported hearing a theory that the Veronese victims were behind the claims in Argentina, as well, perhaps as a way to “gain possession of the nice properties of the institute in those places.”

    Based on the investigation in Verona, the Vatican punished only one priest, Eligio Piccoli, who was ordered to a life of prayer and penance away from minors. Three other priests were given admonitions — essentially warnings that the Vatican was watching future behavior.

    A church official in Verona said the allegations against Corradi were not looked at closely in large part because of the assessment about Bisoli. “We acted on the broad premise that Bisoli wasn’t deemed reliable,” Monsignor Giampietro Mazzoni said. “In this case, perhaps, making a mistake — since we didn’t know then what would later happen in Argentina.”

    One of the other former students who Bisoli said was in the priests-only bathroom, Maurizio Grotto, has offered conflicting accounts of what happened. He told Sannite he was not abused by Corradi and said in an interview with The Post that he was. Another former Provolo student, Franchetto, said in an interview that she was molested by Corradi but had tried for years, “as a measure of self-defense,” to forget his face. She did not tell the Vatican investigator about her experiences. The president of the association representing the Italian victims, Giorgio Dalla Bernardina, said he knows of other Corradi victims who have been unwilling to speak publicly.

    Lawyers involved in the case and experts on clerical abuse say the church failed to examine whether the pattern of abuse in Italy was playing out at the overseas Provolo locations where Italian priests had been sent. Some dioceses in the United States report abuse accusations to law enforcement no matter what — even if the accused priest is deceased or if the statute of limitations has expired — and suspend priests from ministry as accusations are being investigated. The Diocese of Verona said it did not contact law enforcement.

    Tacchi Venturi, the lawyer who had represented the victims during the hearing, said the Vatican made one other error — a “logic contradiction” — by acknowledging that Bisoli was abused but not looking into who might have abused him.

    “If you say he suffered abuses, and you believe he was a victim, and he says he was abused by people, then you hear them all,” Tacchi Venturi said, noting that the task was easier because only some of the accused were still alive. “You go on and interrogate all of them.”

    Pope Francis asks the victims to pray for him

    The Italian victims believed that if anybody could better handle abuse cases, it was Francis, who was selected as leader of the church in 2013 — two years after the Verona inquiry — and who announced the creation of a new commission on child protection. The former Provolo students wrote to Francis in late 2013, giving a broad timeline of their case. They said they didn’t hear anything back. In 2014, according to postal receipts, they tried again, with more direct language — mailing to the pontiff’s Vatican address a list of the 14 alleged abusers they felt had gone largely unpunished. They received no response from Francis or others in the Vatican.

    So, in October 2015, 20 people from Verona — most of them victims of abuse — boarded a train to Rome. They had no certainty of meeting the pope, but they targeted a day the Vatican was recognizing people with disabilities. And indeed, after Francis held Mass at St. Peter’s Square, a Vatican official invited two of the people from Verona to a small event with the pontiff. Paola Lodi Rizzini and Giuseppe Consiglio took their place near the stage of Paul VI Audience Hall holding a letter — later reviewed by The Post — listing the same 14 names.


    Giuseppe Consiglio, the youngest of the Verona victims’ group, said he wanted the Vatican to “open its eyes” and “close the schools.” (Emanuele Amighetti/For The Washington Post)

    Consiglio, now 29, was the youngest of the victims from Verona. He’d attended school in the late 1990s, and he had come forward in 2012 — after the Vatican’s investigation. But he was upset with the Vatican’s response. He said he wanted the Vatican to “open its eyes” and “close the schools.” He told The Post that his own childhood had unraveled because of abuse. He said he was raped hundreds of times by a priest who was “rough” but careful not to get Consiglio’s blood on his cassock. Consiglio tried to jump out a school window when he was 12 but was stopped by a nun. He was treated with antipsychotics. Into his adulthood, he lived at home, with few friends. He was so terrified of being locked into rooms that he hoarded his family’s keys.

    Then, inside the Vatican, he was eye to eye with Francis.

    Lodi Rizzini recalls speaking first and telling the pontiff they were there representing a victims’ group from Verona.

    “I said, ‘Giuseppe is a victim of sexual abuse, and he has a letter from all victims,’ ” Lodi Rizzini said.

    Consiglio handed Francis the envelope. A Vatican photographer documented the moment.

    The letter inside appealed to the pontiff by saying the church’s behavior in their case was “absolutely not aligned with the zero tolerance of Pope Francis.” It said the church had let priests and other religious figures who had abused them go on to live “normal lives.”

    Then a paragraph listed 14 priests and lay brothers that the victims believed were still alive. The list included Consiglio’s own alleged abuser, a handful of figures who had not been punished in Italy and four said to be in Argentina — including Corradi.

    Lodi Rizzini and Consiglio remember Francis receiving the letter and handing it off to a deputy without opening it. Photos show Francis blessing both Lodi Rizzini and Consiglio by touching them on the head. Both of them remember Francis, before walking away, saying, “Pray for me.”

    People involved in the case say the former students’ plea did not appear to prompt the church to take a closer look at any of the named priests.

    Four months later, in February 2016, a letter arrived in Verona from one of Francis’s close lieutenants, then-Bishop Angelo Becciu, who held a key position in the Secretariat of State. Becciu wrote that His Holiness “welcomed with lively participation what you wanted to confide in Him.”

    “He wishes to remind you,” the letter continued, “of what the Holy See has done and keeps on doing with unwavering commitment on clerical sexual abuses, operating in support of the victims’ tragedies and to prevent the sad phenomenon.”

    Law enforcement responds

    In the early 1960s, the Provolo Institute in Verona dismissed one priest and another faculty member for “moral inadequacy,” church officials say. But there is no evidence, according to church records, that the Company of Mary knew of the allegations against Corradi when it transferred him from Italy to Argentina in 1970. Even if something had been known, “I doubt there would have been an explicit mention in the archive,” said Mazzoni, the chief judicial figure in the Diocese of Verona.

    In Argentina, Corradi initially taught at a Provolo Institute for the Deaf in La Plata, a provincial city an hour’s drive from the belle époque buildings of Buenos Aires. Following the disclosures of widespread abuse in Lujan de Cuyo in 2016, La Plata authorities launched an investigation that has uncovered allegations of sexual abuse and mistreatment, dating back to the 1980s, against at least five men who worked at the school, including Corradi and another Italian cleric.

    The other Italian — Elisio Pirmati — was also named by Verona students in the letters sent to the pope. Maria Corfield, the prosecutor in the La Plata case, said Pirmati has returned to Italy and is living in retirement at the Verona Provolo — which is no longer active as an institute for the deaf but rents space to another school. Efforts by The Post to contact him were unsuccessful.

    Thus far, Corradi has been accused of sexual abuse by two alumni of the school in La Plata. Prosecutors received a report of another alleged Corradi victim who killed himself as an adult. While in total 10 alleged victims from the La Plata school have come forward, Corfield said she has spoken to other apparent victims who have resisted getting involved.

    “They say they have families now and don’t want to explain,” she said.

    Lisandro Borelli, now 40, entered the La Plata Provolo as a student in 1989 after becoming clinically deaf due to severe beatings from his parents. In an interview, he recalled Corradi placing him on his knee and fondling his genitals during lessons when the priest would also insert fingers into his mouth to try to teach him how to pronounce words.

    Once, he said, he was punished at the school by being locked in a cage for two days without food. In a separate incident, he said he was thrown down a staircase in an act of intimidation after catching a priest at the school raping his roommate.

    “When we found out this started in Italy, we were surprised,” Borelli said in sign language. “Now I think about it and say, was this happening at other Provolo institutes?”

    In 1994, Corradi’s religious congregation sent him to set up a new Provolo Institute in western Argentina. The school — a sprawling brick compound surrounded by high walls that served as both a boarding and day school for dozens of deaf children — opened in 1998, with Corradi as spiritual director.

    In the fluorescent-lit halls lined with polished tiles, Corradi first lured one boy to his room when he was around 7 years old, according to the alleged victim, who today is a shy and delicate 22-year-old. In an interview with The Post, the man recalled his confusion as Corradi undressed him, followed by the searing pain of rape. Afterward, Corradi gave him a toy — a small blue pickup truck. “I couldn’t look him in the eye,” the man said, using sign language. “It scared me. It disgusted me.”

    He said he was raped regularly for the next five years. He recalled that during the ordeals, he would stare at a statue of the Virgin Mary holding the baby Jesus not far from Corradi’s bed. He said he could see Corradi speaking words he could not hear or understand.

    The school did not teach sign language — instead embracing a methodology that sought to teach deaf children to read and speak like the hearing. That system, prosecutors say, was also ideal for hiding abuse. Abused pupils say they learned sign language in secret from older students, but even that was of little help.

    The 22-year-old man and his sister — the 24-year-old who wanted Francis to come to Argentina and see what happened there, and who said she was raped as a child by another Provolo employee — came from a poor family whose parents had limited knowledge of sign language.

    “We didn’t want to go to school, but our parents were convinced it was the best for us,” said the sister. “So we were mistreated at home. We were hit because our parents just thought we didn’t want to go to school.”

    Prosecutors say that as spiritual director of the school, Corradi not only took part in abuses, but facilitated access to children for other sexual predators working at the school.

    Prosecutors and victims allege that under Corradi’s direction, a Japanese nun, Kosaka Kumiko, would groom the most docile children. She would touch them, and have them touch themselves and each other. Kumiko has maintained her innocence in court.

    Also among the alleged abusers in Lujan is a deaf and mentally challenged man, now in his 40s, who prosecutors say had been abandoned as a child at the Provolo Institute in La Plata. They say the man told other victims he had been abused by Corradi there. And when Corradi made him a gardener at the new Provolo school in Lujan, the man is alleged to have begun to abuse other children.

    The worst cases of abuse documented by prosecutors at Lujan occurred between 2004 and 2009. During those years, Francis served as Cardinal Bergoglio in Buenos Aires, a diocese some 700 miles southeast of Lujan de Cuyo, and would not have been accountable for actions at the school. However, the allegations in Argentina of abuse and corruption of minors stretch beyond when the church was warned and well after the Italian victims sought to alert Francis directly in 2013. The most recent incident involving Corradi is alleged to have involved the distribution of pornography to children in 2013. Other suspects also allegedly touched students inappropriately in 2015 and 2016.

    The church’s inaction allowed the alleged abusers to remain in daily contact with children — until a distraught former student went to Argentine authorities.

    The rail-thin 27-year-old, who, like other victims, spoke on the condition of anonymity, said she had been raped by an Argentine priest who served under Corradi. In an interview, she said that for years she considered killing herself — even writing a suicide note to her parents before standing on a bluff by a river and weighing whether to jump.

    “I felt like water, as if I was nothing,” she said in sign language in her lawyer’s office in Mendoza, Argentina. “I wanted to kill myself, but I had to keep living with it, every year.”

    A friend, she said, convinced her that what she and other victims really needed was justice. So, in November 2016, she walked into a state center for people with disabilities and requested a sign-language interpreter. They would later go together to the state parliament, where, on Nov. 24, 2016, they met with a state senator who sounded the alarm.

    Rapidly acting on her testimony, prosecutors raided the school two days later — finding pornography and letters that implicated one of Corradi’s associates, Father Horacio Corbacho, a 58-year-old Argentine priest. In court filings, one sexually suggestive letter, apparently written by someone familiar with the abuse, asks Corbacho “how much more silence can you ask of a deaf mute?”

    Jorge Bordon, Corradi’s 62-year-old driver, last year pleaded guilty to 11 counts of abuse. His confession effectively implicated some of the other defendants, though Corbacho, Kumiko and others have denied the accusations. Corradi — under house arrest at an undisclosed location in Argentina and facing six counts of aggravated abuse — has yet to enter a plea.

    The Rev. Alberto Germán Bochatey, a bishop appointed by the pope to oversee the Provolo schools in the aftermath of the scandal, said Corradi believes himself to be innocent.

    “He feels destroyed,” said Bochatey, who last met with Corradi two months ago. “He built that school.”

    After Argentine authorities shut down the Lujan school in November 2016, the Vatican appointed two priests to conduct an internal investigation that is still ongoing. Prosecutors say church officials in Argentina have declined their request to share the findings.

    Bochatey, who is not involved in the investigation, denied a lack of church cooperation. He said he received a request for the report and replied in a letter to prosecutors that it needed to be submitted directly to the Vatican. He said he did not forward the request. Stroppiana, the prosecutor, said he has no recollection of receiving a response from Bochatey or any other church authorities.

    Bochatey blamed prosecutors and victims’ lawyers for overstating the scope of the allegations. He suggested Freemasons — members of a fraternal order known for secret rituals and community service that the Catholic Church has long viewed as antagonists — were somehow behind the accusations, although he acknowledged the church had no “proof.”

    “We think the Masonic order was behind it,” he said. “We cannot understand why [the accusations] are so direct and intense. They try to build a big case that [it was a] house of horrors, 40 or 50 cases, but there are little more than 10.”

    He added, “I spoke with many parents who said their kids were happy. They didn’t want their school to close.” He continued, “I think something happened, but not the way they’re trying to show.”

    He defended the school’s approach to teaching the deaf, saying the point was for them to read and speak. Perhaps some teachers had been too strict, he said.

    “Maybe sometimes a teacher did wrong,” he said.

    The church, he said, has not only been forced to close the school in Lujan but also sell the land it sits on.

    “We’re paying expensively for our mistake,” he said.

    Harlan and Pitrelli reported from Verona, Italy. Rachelle Krygier in Caracas, Venezuela, and Natalio Cosoy, in Buenos Aires, contributed to this report.

    https://www.washingtonpost.com/world/europe/the-pope-ignored-them-alleged-abuse-of-deaf-children-on-two-continents-points-to-vatican-failings/2019/02/18/07db1bdc-fd60-11e8-a17e-162b712e8fc2_story.html?utm_term=.ca814e487d57

  • I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    Der Spiegel, Germania

    Subito dopo la sua elezione papa Francesco aveva promesso un cattolicesimo più aperto e rinnovato. Ma oggi, dopo i numerosi scandali per gli abusi sessuali, il Vaticano attraversa una delle crisi più gravi della sua storia

    Il terremoto che sta scuotendo la Città del Vaticano è quasi impossibile da avvertire al suo epicentro. Dietro le alte mura che cingono lo stato della chiesa cattolica regna il silenzio. Nella residenza del papa – la Casa santa Marta – le tendine sono tirate. Una guardia svizzera sorveglia l’ingresso, un gendarme si occupa dei controlli. Il centro nevralgico della chiesa mondiale somiglia a una fortezza. Solo a porte chiuse cardinali e arcivescovi sono disposti a parlare degli eventi che stanno scuotendo le fondamenta della chiesa. Si tratta in primo luogo delle migliaia di abusi sessuali commessi da sacerdoti in ogni parte del mondo.

    Ma si tratta anche, e sempre più, di papa Francesco. Lui, che ha esordito come brillante riformatore, minaccia di giocarsi l’autorevolezza parlando spesso nel momento sbagliato e tacendo quando sarebbe importante parlare. Un anziano cardinale della corte di Francesco denuncia menzogne e intrighi, e tuona contro “un santo padre che mette in discussione le verità della fede come nessuno dei suoi predecessori”. Sono passati meno di sei anni da quando Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, è stato eletto 266° successore di Pietro.

    Fin dall’entrata in carica è stato osannato come una figura luminosa, come un papa che avrebbe potuto imprimere a una chiesa retrograda un carattere al passo con i tempi. Oggi invece il gregge sembra sfuggire al controllo del suo capo spirituale. Forse alla fine si avvererà quello che, secondo alcuni testimoni, Francesco avrebbe detto davanti a una ristretta cerchia di persone: “Non è escluso che io passi alla storia come colui che ha creato una frattura nella chiesa cattolica”. In questi giorni si parla della crisi più grave dell’attuale pontificato e di una “guerra civile” tra i fedeli che non si limita a contrapporre i conservatori contrari a Francesco ai progressisti che lo sostengono. Oggi le critiche arrivano soprattutto da cerchie conservatrici degli Stati Uniti, dove si avanza il sospetto che il papa argentino abbia protetto una rete di prelati omosessuali, di fatto rendendosi complice di migliaia di abusi. Ma l’accusa più pesante – e finora non smentita – è che Francesco abbia, contro ogni ragionevolezza, riabilitato un molestatore seriale, il cardinale statunitense Theodore McCarrick (nel frattempo sospeso), e gli abbia affidato delicate missioni diplomatiche. L’accusa arriva dall’ex nunzio apostolico a Washington, Carlo Maria Viganò, che ha anche chiesto le dimissioni di Francesco.

    “Su questo non dirò neanche una parola”, ha dichiarato il papa. Proprio lui, che in altri casi è pronto a esprimere un’opinione, su questo punto è rimasto fedele alla sua linea: tacere sui temi spinosi. È stato così quando quattro cardinali che lo sospettano di diffondere errori dottrinali hanno espresso dubbi sul suo pontificato. È stato così anche ad agosto, quando trentamila donne cattoliche hanno scritto una lettera aperta che chiedeva di conoscere la verità sugli abusi. Ma Francesco preferisce non affrontare l’accusa secondo cui fin dal giugno 2013 era a conoscenza degli abusi di McCarrick.

    Francesco aveva una certa familiarità con questo cardinale statunitense. Quando McCarrick, orgoglioso di poter ancora andare in missione a 84 anni per conto del papa, ha detto: “A quanto pare il Signore ha ancora un po’ di lavoro da farmi fare”, sembra che Francesco abbia ribattuto beffardo: “Può anche darsi che il diavolo non avesse ancora pronta la sua camera”.

    Questo papa spesso incline alle chiacchiere e agli scherzi continua a irritare l’élite vaticana, così attenta al rigore dei contenuti e alla severità delle forme. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una parola di questo Francesco”, dice un cardinale di grande esperienza, che preferisce restare anonimo, all’interno delle mura vaticane. “Predica la misericordia, ma in realtà è freddo e scaltro, direi macchiavellico. E – cosa peggiore – bugiardo”.

    Quando mai si è sentito parlare così di un successore al soglio di Pietro? Di una personalità a capo di 1,3 miliardi di fedeli, che esercita la sua sovranità assoluta su un’istituzione sopravvissuta a tanti regni e imperi e che continua a opporsi alla globalizzazione? In Francesco riposano le speranze di chi attribuisce a questa chiesa il compito di conciliare passato e futuro. Quello che sognano un ruolo più forte per le donne, il sacerdozio per gli omosessuali, ma anche più ecumenismo, più misericordia e meno fasto. Se Francesco fallisce, non finirà male solo il pontificato di un papa venuto dall’America Latina.

    In effetti i problemi non mancano. Lo studio di 356 pagine commissionato dalla conferenza episcopale tedesca sugli abusi sessuali ai danni di minori, di cui Der Spiegel ha fornito alcune anticipazioni, è stato presentato ufficialmente dal cardinale Reinhard Marx il 25 settembre 2018. Quelle pagine documentano in modo sconvolgente gli abusi. Secondo gli autori non c’è motivo di pensare che “gli abusi sessuali commessi da esponenti del clero cattolico nei confronti di minori siano un problema limitato al passato e ormai superato”.

    Sotto la pressione delle allarmanti notizie provenienti dalla Germania, il papa ha indetto per febbraio del 2019 un incontro tra i presidenti di tutte le conferenze episcopali nazionali sul tema degli abusi. Dovranno insomma trascorrere altri due mesi prima che gli alti prelati cattolici si riuniscano a Roma. Parliamo di quelle stesse eminenze ed eccellenze che, in virtù della loro posizione di potere, spesso costituiscono il problema, non la soluzione.

    Chi ascolta con attenzione la base della chiesa cattolica sente forti borbottii nel ventre di questa potente comunità che ha radici in tutto il mondo. Un viaggio alla ricerca delle vittime di abusi ha portato i giornalisti di Der Spiegel nello stato americano della Pennsylvania, tra le vittime argentine e nell’arcidiocesi del cardinale Reinhard marx, un amico intimo di Francesco. In questi posti si parla apertamente del “problema sistemico” e della “crisi spirituale” della chiesa.

    Ma i nostri giornalisti sono andati anche nell’epicentro del terremoto, a Roma, dove vescovi e cardinali hanno detto cosa pensano del sistema di potere della curia. Secondo uno di loro, in particolare , in Vaticano regna un “clima di paura e di insicurezza”.

    Buenos Aires, Argentina

    Ultimamente il papa viaggia molto. Dal 22 al 25 settembre è stato in Lituania, Lettonia, ed Estonia. Finora, però, Francesco non è mai andato nel suo paese, l’Argentina. “Ci chiediamo perché”, si sente dire tra i suoi collaboratori. Secondo l’avvocato Juan Pablo Gallego, la risposta è semplice: “A Roma Francesco è in esilio. Ci si è quasi rifugiato, perché in Argentina dovrebbe innanzitutto allontanare il sospetto di aver coperto per anni persone che hanno abusato di minorenni”. Gallego è il più famoso difensore delle vittime argentine di abusi sessuali da parte del clero cattolico. Riceve gli assistiti nel suo studio legale, nel centro di Buenos Aires. Chi vuole conoscere i punti oscuri del passato di Bergoglio, dice Gallego, deve occuparsi anche dell’ascesa e della caduta di Julio Cesar Grassi, un sacerdote in carcere dal 2013 per aver abusato di ragazzi di età compresa tra gli undici e i 17 anni. Prima di diventare papa, Bergoglio è stato il confessore di Grassi e, secondo Gallego, ha fatto anche realizzare uno studio di 2600 pagine che doveva contribuire a scagionare Grassi e a criminalizzare le vittime.

    “Nel 2006 ebbi un colloquio con Bergoglio”, dice Gallego. “Era chiuso, severo e diffidente, e non ha detto una parola sul fatto che i difensori di Grassi erano pagati dalla chiesa. L’immagine attuale, quella di un papa aperto e simpatico, non corrisponde a quella dell’uomo che mi trovai davanti in quell’occasione”. Gallego si lamenta del fatto che nessuno dei suoi assistiti è mai stato invitato in Vaticano: “Perché Francesco, invece di ricevere quelle vittime ha preferito accogliere Lionel Messi?”.

    Julieta Añazco è una delle vittime che finora non è stata ricevuta dal papa. Questa donna minuta è originaria di La Plata, una città di circa un milione di abitanti non lontana da Buenos Aires. In questo pomeriggio di fine estate siede con noi in un caffè e si sforza di trattenere le lacrime. Aveva sette anni quando trascorse per la prima volta le vacanze estive con gli scout della sua parrocchia, nei dintorni di La Plata. Nel campo c’era una tenda dove il sacerdote Ricardo Giménez confessava i bambini. Solo in seguito Julieta seppe che quel prete era stato trasferito. Circolavano voci che nel suo precedente posto di lavoro avesse abusato di minorenni. In quella tenda Giménez, un ometto grasso con gli occhi da pesce lesso, fece sedere Julieta a gambe larghe sulle sue ginocchia. Quindi la bambina avvertì le dita del prete sulla pelle e poi sentì che la penetravano. Ricorda ancora l’odore della guancia di lui contro la sua. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, le viene da piangere quando ne parla.

    All’epoca Añazco non disse niente ai genitori, perché si vergognava. In seguito andò da uno psicologo, ma poi abbandonò la terapia perché non riusciva ad aprirsi. Oggi però, insieme ad altre vittime della Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti, parla apertamente di quello che le successe. Ha ancora davanti agli occhi quelle immagini rimaste sepolte dentro di lei per tanto tempo: le immagini delle confessioni sotto quella tenda.

    Nel 2013, quando Bergoglio era papa da poco, Julieta Añazco e altre tredici vittime di Giménez hanno scritto in una lettera quello che gli era successo. In seguito agli abusi alcuni avevano sofferto di depressione, altre avevano tentato il suicidio o erano diventate tossicodipendenti, mentre Giménez continuava a celebrare la messa e a occuparsi di bambini. Le vittime hanno spedito la lettera all’indirizzo “Papa Francisco, Vaticano” nel dicembre 2013. Tre settimane dopo ricevettero la conferma che era arrivata a destinazione, poi più niente. Giménez è stato trasferito in una casa di riposo, dove ancora oggi si presenta ai giornalisti in abito sacerdotale. È rispettato e continua a dire messa.

    Molte delle vittime di abusi residenti a Buenos Aires avevano già chiesto aiuto a Bergoglio quando era ancora cardinale, ma nessuna era stata ricevuta. Ora Julieta Añazco e altre esigono che i loro aguzzini siano processati nei tribunali ordinari. In Argentina ci sono 62 procedimenti giudiziari in corso contro sacerdoti cattolici, e secondo alcuni le vittime sono migliaia. Ma i sacerdoti continueranno a restare in silenzio, dice Añazco: la chiesa non fa niente per denunciare lo scandalo e cerca di mettere tutto a tacere. “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vorremmo andare dal papa, ma lui ci ignora”.

    Mentre parliamo con Julieta Añazco, all’altro capo della piazza i gradini della grande cattedrale si riempiono lentamente di persone. Decine di studenti si sono riuniti qui per annunciare tutti insieme al vescovo la loro uscita dalla chiesa cattolica, anche per via dello scandalo degli abusi. Quello che, visto da lontano, sembra solo un episodio che coinvolge molte persone, ha un valore simbolico: è un’istantanea scattata nel paese del papa nel settembre 2018 e mostra giovani donne e uomini che si allontanano dalla fede cattolica.

    Roma, Italia

    I giornali italiani fanno a gara avanzando ipotesi ai limiti dell’incredibile. L’ex nunzio pontificio Viganò avrebbe in casa valigie piene di materiali compromettenti. E in Vaticano, a quanto pare, si parla dell’imminente esplosione di una “bomba atomica”.  Un influente padre gesuita, Antonio Spadaro, ribatte che le accuse contro Francesco sono una “farsa” e resteranno senza conseguenze, perché “questo papa trae energia dai conflitti”. Ma al momento sembra proprio che l’uomo di Buenos Aires difficilmente potrà portare a termine il pesante compito di smantellare il potente e a volte arrogante apparato di governo della curia, mettere ordine nelle finanze vaticane e allo stesso tempo trovare risposte inattaccabili sul piano dogmatico alle questioni morali e di fede del ventunesimo secolo. Francesco vuole democratizzare la chiesa cattolica e renderla meno centralizzata. Vuole che la chiesa pensi in modo aperto e in linea con la realtà sociale contemporanea. Ma secondo i suoi avversari, la dottrina cristiana non può lasciarsi guidare dalla realtà sociale: l’unico metro di misura sono la vita e le opere di Gesù Cristo. Un papa non deve puntare alla creatività, ma alla continuità, dicono.

    Francesco ha più di un punto debole. Da anni tuona contro il capitalismo globale ma, come del resto i suoi predecessori, ha accettato milioni dal cardinale McCarrick (ora caduto in disgrazia), raccolti con le offerte. E ancora: esalta il valore della famiglia tradizionale, ma si circonda di consiglieri e collaboratori che danno l’esempio contrario, visto che convivono, in modo più o meno palese, con persone dell’uno o dell’altro sesso.

    Il giornale Il Fatto Quotidiano afferma di essere in possesso di un elenco che a suo tempo fu consegnato da papa Benedetto XVI a Francesco nella residenza di Castel Gandolfo. L’elenco, scritto su carta intestata della Città del Vaticano, contiene i nomi di presunti esponenti di una “lobby omosessuale”, una rete che avrebbe un grande potere ricattatorio e una forte influenza in Vaticano.

    Insomma, Francesco ha ancora il controllo della situazione? Ormai a criticarlo non sono più i circoli ultraconsevatori collegati tra loro in tutto il mondo. Questi cattolici temono che Francesco ammetta alla comunione i protestanti e mal digeriscono che faccia la lavanda dei piedi a una musulmana o che accusi alcuni vecchi esponenti del Vaticano di perdere colpi. I segnali di allarme arrivano anche dalla cerchia interna: “Il papa e i suoi fedelissimi sono visibilmente nervosi”, dice l’esperto vaticanista Edward Pentin. “Sono convinti che ci sia un complotto dei conservatori per sbarazzarsi di Francesco. Da questo punto di vista il suo problema principale è che non ascolta chi non la pensa come lui. E queste persone si vendicano”.

    Hagamos lìo, “facciamo un casino”, era il motto di Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Ora che è papa, continua a seguire lo stesso principio, mettendo in discussione certi dogmi, ignorando procedure collaudate e disdegnando alcuni obblighi cerimoniali. “Francesco è bravissimo a mettere le cose in movimento”, sostiene un prelato tedesco. “Ma tutto questo non produce risultati se alla fine si limita a dare degli scossoni”. Qualche esempio? Per quanto riguarda l’ipotesi di ammettere alla comunione anche i coniugi protestanti di fedeli cattolici, il papa ha incoraggiato il cardinale tedesco Marx a fare un gesto di apertura pionieristico sotto il profilo ecumenico, ma poi – in seguito alle proteste dei conservatori – ha fatto marcia indietro, lasciando ogni decisione alla volontà dei vescovi tedeschi.

    Ancora più sconcertante è la condotta del papa nell’ambito in cui la credibilità della chiesa è più in gioco, cioè nel modo di affrontare gli abusi sessuali sui minori commessi da sacerdoti. Il tribunale speciale annunciato nel 2015 e destinato a giudicare i vescovi sospettati di aver coperto gli abusi fino è rimasto lettera morta. Nel 2017 l’irlandese Marie Collins (in passato vittima di abusi) si è dimessa, tra le proteste, dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, parlando di “belle dichiarazioni pubbliche contraddette dai fatti in privato”.

    Può darsi che il papa abbia drammaticamente sottovalutato la misura della decadenza morale all’interno della chiesa: la cultura generalizzata “dell’abuso e dell’omertà”, come la chiama lui. Ma può darsi anche che voglia chiudere gli occhi davanti a indizi di reati commessi dai suoi fedelissimi, perché è interessato a salvare questo cardinale o quel vescovo per motivi politici.

    Tre dei nove componenti del Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9 istituito da Francesco, sono sospettati. L’australiano George Pell, signore delle finanze vaticane e numero tre della gerarchia della Santa Sede, dal 1 maggio 2018 è sotto processo nel suo paese. Sembra che molti anni fa abbia abusato di minori, ma i suoi sostenitori dicono che è un pretesto per sbarazzarsi di un cardinale malvisto per aver lanciato l’allarme sulla giungla delle finanze vaticane. Oscar Andrés Rodrìguez Maradiaga, uno dei più stretti collaboratori del papa, è nell’occhio del ciclone da quando sono state diffuse delle notizie sugli scandali sessuali che sarebbero avvenuti nella sua diocesi in Honduras; anche un vescovo ausiliario che era un suo protetto è sotto accusa. Inoltre Maradiaga, seguace della “chiesa dei poveri” sostenuta da Francesco, è stato accusato da un giornalista italiano di aver intascato quasi 660mila dollari nel 2015, quando era gran cancelliere dell’università cattolica di Tegucigalpa. Lui sostiene che quei soldi sono andati tutti alla sua diocesi. Infine il cardinale cileno Francisco Javier Erràzuriz Ossa è accusato nel suo paese di aver coperto i crimini del sacerdote Fernando Karadima. Solo molto più tardi il capo della chiesa ha ammesso “gravi errori” e ha chiesto perdono.

    Ingenuità, faccia tosta o mancanza di alternative? Perché Francesco, salutato come riformatore anche – o forse soprattutto – in ambienti lontani dalla chiesa, si circonda di uomini che con la loro condotta incarnano molte delle cose che lui stesso condanna?

    Nasce il sospetto che la scelta di mantenere al loro posto prelati molto discussi sia dovuta a un misto di disinteresse e malinteso spirito di corpo. Francesco deve affrontare casi molto diversi tra loro. Ci sono i fedeli omosessuali le cui inclinazioni, secondo la dottrina cattolica, “non sono in sé peccaminose”, ma “rappresentano condotte malvagie se considerate sotto il profilo morale”. Poi ci sono i sacerdoti che violano il loro voto di castità e il celibato, e infine gli uomini che, come il cardinale McCarrick, abusano di minorenni.

    Corrono voci sul caso di uno dei fedelissimi di Francesco, un cardinale che fino alla primavera del 2018 lavorava nel palazzo della Congregazione per la dottrina della fede come responsabile della stesura di testi legislativi e del trattamento riservato ai colpevoli di reati sessuali. Questo cardinale non avrebbe messo fine a certe attività del suo segretario, a cui era stato concesso, secondo direttive dall’alto, un lussuoso appartamento. Nel 2017 la gendarmeria vaticana lo ha arrestato irrompendo nel bel mezzo di una “battaglia a palle di neve” (un festino a base di cocaina riservato a dipendenti del Vaticano) in compagnia di omosessuali. I gendarmi lo hanno preso di peso e trasportato in una clinica per la disintossicazione.

    Poi c’è il direttore della foresteria della Casa santa Marta, dove risiede il papa. Si è distinto come uomo del Vaticano in Uruguay, dov’era arrivato insieme a un ex ufficiale della guardia svizzera a cui era legato da una relazione. All’inizio del 2001 è stato picchiato in un locale per incontri gay ed è stato messo in salvo da alcuni sacerdoti. Ma è agli atti anche un episodio in cui, a Montevideo, il tecnico arrivato per riparare un ascensore guasto ci ha trovato dentro il diplomatico in compagnia di un ragazzo. Eppure Francesco nel 2013 l’ha nominato “prelato”, cioè supervisore dello Ior, la banca del Vaticano.

    Infine c’è don Mauro Inzoli, soprannominato “don Mercedes” a causa della sua passione per le auto di lusso. Tolto di mezzo da Benedetto XVI per abusi sui minori, nel 2014 è stato in parte riabilitato da Francesco, nonostante l’opposizione dell’allora prefetto per la dottrina della fede, il cardinale tedesco Gerhard Mueller. Poco tempo dopo Inzoli è stato condannato a quattro anni e sette mesi di carcere in seguito a decine di “episodi” con ragazzi giovanissimi. Il papa ha commentato così: “Questa vicenda mi ha insegnato a non fare più simili errori”. Quella promessa risale all’autunno del 2017. Neanche un anno dopo scoppiava il caso del cardinale McCarrick.

    Diocesi di Erie, Pennsylvania

    Lawrence Persico, 67 anni, sembra provato. Dal 2012 guida la diocesi di Erie, nello stato della Pennsylvania, sull’omonimo lago poco distante dal confine tra gli Stati Uniti e il Canada. A bassa voce, visibilmente ansioso di mostrarsi calmo, il vescovo ci dice che la crisi della chiesa cattolica non è mai stata così evidente: “Siamo nel bel mezzo di un uragano”.

    Quello che è emerso ad agosto dal rapporto di un gran giurì va al di là di ogni immaginazione. Nel documento si parla di abusi commessi per decenni in sei delle 197 diocesi cattoliche statunitensi. Almeno trecento sacerdoti avrebbero abusato di più di mille minori. Si parla di stupro, di bambini incatenati dentro i confessionali, di un ragazzo fotografato nella posa di un crocifisso. Si descrive lo stupro di cinque suore. Si dice che le vittime designate erano segnalate ai violentatori da ciondoli d’oro a forma di crocifisso.

    Com’è possibile che un sacerdote della diocesi di Erie abbia abusato di numerosi ragazzini e nonostante tutto sia stato ringraziato dal suo vescovo “per quanto ha fatto per il popolo di Dio”? Com’è possibile che un altro sacerdote, che aveva violentato almeno 15 ragazzi da quando avevano sette anni, sia stato elogiato dal suo vescovo come “uomo retto e limpido”? La diocesi di Persico è una delle sei finite sotto inchiesta. Tra i presunti violentatori – molti dei quali sono ancora in vita – 41 venivano da Erie. Cosa distingue il vescovo Persico dai suoi colleghi? Il fatto che lui fin dall’inizio ha accettato di rendere pubblica la verità. Ha aperto un’indagine interna quando gli inquirenti erano ancora occupati nell’istruttoria. Ha parlato con le vittime e altre persone coinvolte nella vicenda e ha incaricato uno studio legale di verificare le accuse. Già nell’aprile 2018 Persico ha pubblicato sul sito della diocesi i nomi dei primi sospetti: 34 parroci e 17 collaboratori “accusati in modo credibile” di aver commesso personalmente abusi sessuali o di esserne stati a conoscenza e di aver taciuto. Nell’elenco di Persico c’è anche il nome di uno dei suoi predecessori, il vescovo Alfred Watson, che ha guidato la diocesi fino al 1982. Watson avrebbe detto a un sacerdote visto in compagnia di un bambino mezzo nudo: “Va’ a casa e sii un buon parroco”.

    A quel punto Persico si è messo a disposizione degli inquirenti come testimone ed è stato l’unico vescovo a presentarsi spontaneamente davanti al gran giurì. “La trasparenza è una cosa positiva solo se la si segue”, ci dice Persico ricevendoci nella sala riunioni della diocesi. Il vescovo ha anche fatto installare una linea telefonica dedicata alle vittime di abusi, riceve tutte le persone coinvolte e cerca di riparare torti fondamentalmente irreparabili.

    Sharon Tell aveva dodici anni quando fu toccata per la prima volta da James McHale, parroco della cittadina di Bethlehem, a più di cinquecento chilometri dalla sede diocesana. McHale si era occupato della madre di Sharon quando la donna era in ospedale. In seguito andava spesso a trovare la famiglia e veniva invitato in occasione di compleanni e altri festeggiamenti. Una volta andò addirittura in vacanza insieme ai Tell e nei fine settimana dormiva a casa loro. Sharon, che oggi ha 66 anni, dice che all’epoca i suoi genitori si fidavano del prete e che continuarono a non sospettare niente neanche quando cominciò a entrare di sera nella sua cameretta.

    Gli abusi cominciarono furtivamente. La prima volta McHale l’accarezzò attraverso il pigiama, le prese la mano e se la posò sui genitali. Sharon fece finta di dormire: non immaginava neanche che quello sarebbe stato l’inizio di vent’anni di abusi. Il sacerdote la violentò per la prima volta quando compì 18 anni, ma passarono decenni prima che lei riuscisse a parlarne ai genitori.

    Le aggressioni continuarono anche dopo che Sharon si era sposata e aveva avuto dei figli. Il prete andava da lei due volte alla settimana. Lei si rese conto di cosa le stava succedendo solo quando, dopo che il sacerdote era scomparso dalla sua vita, si rivolse a un centro di assistenza per le vittime di violenza sessuale, perché soffriva di un disturbo bipolare e delle conseguenze di un grave trauma.

    Crede ancora in Dio? Sharon Tell guarda fuori dalla finestra e risponde: “Ma certo, che domanda!”. Tuttavia, quando pensa alla chiesa cattolica, quando pensa al papa, ai cardinali e ai vescovi, vede un’istituzione marcia e corrotta fino al midollo. “La chiesa”, dice Sharon, “deve ricominciare da zero”.

    Intanto sono state annunciate indagini della magistratura o della polizia in altri otto stati americani. Gli attivisti hanno inviato lettere di protesta a Roma, hanno organizzato veglie a lume di candela e hanno chiesto spiegazioni al Vaticano. Hanno perfino organizzato una manifestazione davanti all’ufficio del vescovo Persico. Lui non ha cercato neanche una volta di sottrarsi alla rabbia dei fedeli. Quando gli chiediamo cosa pensa del papa, Persico spera che Francesco capisca cos’è successo qui: “Reagire con il silenzio non aiuta”.

    Arcidiocesi di Monaco e Freising, Baviera

    Una domenica mattina davanti alla Marienkirche, la cattedrale di Monaco di Baviera, sotto il sole estivo c’è chi alza già il suo boccale di birra. Ma all’interno dell’edificio regna un silenzio opprimente. Alla messa assistono, quasi dispersi tra i banchi, circa sessanta fedeli. La crisi della chiesa non si ferma nella capitale della Baviera. Meno di un terzo degli abitanti della regione dichiara ancora di essere di fede cattolica. All’arcivescovado qualcuno commenta: “La vera misura del disastro sarà evidente tra dieci anni”. E aggiunge che il papa, che va tanto volentieri nei paesi periferici della cristianità, farebbe bene a non dimenticare la Baviera: “Chi pensa solo a ciò che sta ai margini, si ritrova presto con un buco al centro”.

    In parte il problema dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera ha origine al suo interno. Per esempio si parla di un esponente in vista del clero cittadino che non si fa scrupolo di piazzare la sua amante al primo banco della chiesa. in città si mormora di preti apertamente omosessuali. E s’inveisce contro questo papa imprevedibile. Perfino in una regione tradizionalmente cattolica come la Baviera tutto questo aggrava la crisi di credibilità della chiesa.

    A ciò si aggiunge che il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Freising, un uomo potente e molto vicino al papa, non rende la vita facile ai fedeli bavaresi. A volte, scherzando sul suo stesso cognome, parla di un’imminente “rinascita del marxismo”. E quando è andato alla spianata delle moschee di Gerusalemme si è tolto dal collo il crocifisso per non irritare i padroni di casa musulmani.

    A settembre il cardinale ha presentato a Fulda un rapporto sugli abusi sessuali di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca. Lo studio riguarda casi avvenuti tra il 1946 e il 2014. Sfogliando i 38mila dossier provenienti da 27 diocesi tedesche emerge un quadro che danneggi ulteriormente l’immagine della chiesa. Dagli archivi delle diocesi sono venuti alla luce procedimenti per abusi sessuali ai danni di 3.677 minori, commessi da 1670 esponenti del clero. Più della metà delle vittime aveva meno di tredici anni all’epoca dei fatti. Ma si dice che i casi non denunciati siano ancora di più.

    Solo un terzo dei colpevoli degli abusi documentati è stato sottoposto ai procedimenti previsti dalla legge canonica. Molti sacerdoti accusati sono stati semplicemente trasferiti, senza che “la comunità di destinazione” fosse informata. Insomma, ai colpevoli di abusi sui minori sono state affidate parrocchie senza che i fedeli sapessero niente dei loro precedenti. Inoltre, i loro fascicoli sono stati spesso “distrutti o manipolati”.

    Il gesuita bavarese Hans Zollner fa parte della commissione del Vaticano contro gli abusi. Si mostra scosso, ma non troppo sorpreso dall’ultimo scandalo di pedofilia. “Francamente”, dice, “ormai mi stupisco poco. Naturalmente è insensato supporre che tutti i sacerdoti siano angeli in Terra, incapaci di fare del male”. Cosa consiglia Zollner? Dove, come negli Stati Uniti, la realtà delle cose è stata denunciata e affrontata con severità e gravi conseguenze “è poi emersa una consapevolezza accresciuta di questo problema e ci sono stati progressi significativi”. Degli oltre mille casi raccolti dal gran giurì della Pennsylvania, nel recente passato ce n’erano pochi ancora aperti.

    Roma, Città del Vaticano

    L’uomo che probabilmente sa già come andrà a finire questa vicenda si trova al primo piano del palazzo Apostolico, su una poltrona rococò ricoperta di velluto rosso e sovrastata da arazzi di seta e da un ritratto a olio di Francesco. È l’arcivescovo  Georg Gӓnswein. Nella sua qualità di prefetto della Casa pontificia, questo sacerdote venuto dalla foresta Nera – e soprannominato a Roma “il bel Giorgio” – è in contatto costante con Francesco. Ogni mercoledì, durante l’udienza generale del papa in piazza san Pietro, siede alla destra del pontefice. Ma allo stesso tempo, in qualità di segretario privato e coinquilino, è la persona in assoluto più vicina al papa emerito Benedetto XVI.

    Dal 2013 Gӓnswein è servitore di due padroni e oggi si trova in mezzo a un fuoco incrociato. Nel monastero Mater Ecclesiae, su un’altura all’interno del Vaticano, celebra la messa mattutina con Benedetto, il papa che si è battuto più di ogni altro contro gli abusi e ha allontanato dal servizio pastorale circa ottocento sacerdoti, anche se tutto questo è passato inosservato in Germania a causa dell’indignazione provocata dagli scandali per gli abusi nel monastero di Ettal e nel Canisius college. Dopo la messa Gӓnswein scende nel palazzo Apostolico e incontra Francesco, che invece è accusato di aver insabbiato gli abusi sessuali.

    Chi può saperne di più di Gӓnswein? È vero – come sostiene Viganò – che Benedetto XVI, quando sedeva sul soglio di Pietro, ha imposto sanzioni contro il cardinale McCarrick che poi sono state ritirate da Francesco? “Su questo cosiddetto memorandum Viganò non dice neanche una parola”, risponde Gӓnswein. Lo sa bene: in questa situazione senza precedenti nella storia, in cui all’interno delle mura vaticane ci sono due papi, qualsiasi cosa gli sfugga di bocca potrebbe danneggiare l’uno o l’altro.

    Ma come si comporta Francesco di fronte all’accusa mostruosa di aver mentito? E alla richiesta delle sue dimissioni? “Tanto per il suo spirito quanto per il suo modo di affrontare le cose, il papa iene prima di Viganò e sarà ancora lì dopo Viganò”, dice Gӓnswein.

    Ma quello che pensa davvero, Gӓnswein lo lascia intendere quando parla fuori dalle mura vaticane. L’11 settembre a Roma, in occasione della presentazione di L’opzione Benedetto, di Rod Dreher (secondo il New York Times “il libro più importante degli ultimi dieci anni in materia di religione”), l’alto prelato tedesco ha affermato che negli Stati Uniti lo scandalo degli abusi è stato una specie di 11 settembre della chiesa cattolica. Le anime ferite a morte e inguaribili delle numerose vittime “ci consegnano un messaggio che è ancora più grave di quanto lo sarebbe il crollo improvviso di tutte le chiese della Pennsylvania”.

    Per descrivere l’attuale situazione della chiesa cattolica, Gӓnswein ricorre a immagini forti, degne dell’Antico testamento. Vede avvicinarsi “una crisi davvero escatologica”, un “grande diluvio che sommerge il vecchio occidente cristiano” e la minaccia di “un’eclissi di Dio davanti alla quale noi tutti nel mondo proviamo terrore”. Potrebbe essere fondata, quindi, l’affermazione fatta nel 2012 da Benedetto XVI, secondo il quale ci dibattiamo nella più profonda crisi spirituale “dal tramonto dell’impero romano, verso la fine del quinto secolo: la luce del cristianesimo si sta spegnendo in tutto l’occidente”. Intanto l’uomo che deve tenere alta la fiaccola del cristianesimo si considera vittima. Il 18 settembre, durante la messa del mattino alla Casa santa Marta, Francesco spiega il suo silenzio di fronte alle accuse e paragona la sua situazione a quella del figlio di Dio moribondo: “Quando la gente lo insultava, quel venerdì santo, e gridava “crucifige!”, restava zitto perché aveva compassione di loro”. Perché, aggiunge, “nei momenti difficili, nei momenti in cui il diavolo si scatena dove il pastore è accusato, il pastore soffre, offre la vita e prega”.

    (Gli autori di questo articolo sono Marian Blasberg, Walter Mayr, Valentyna Polunina e Christoph Scheuermann. – Internazionale 7/13 dicembre 2018)

  • Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    È il caso più grave nel paese (fino ad ora conosciuto) di abusi sessuali da parte di preti e suore su dozzine di ragazze e ragazzi. Perché in questi due anni il Vaticano ha fatto di tutto per nascondere e dare l’impunità?

    LUJÁN DE CUYO – MENDOZA

    In questi giorni sono trascorsi due anni dall’individuazione della causa degli abusi sessuali commessi su ragazze e ragazzi sordi nell’istituto religioso della città di Lujan de Cuyo Mendoza.

    Si tratta niente di meno che il caso più grave in Argentina (conosciuto fino ad oggi) di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, sia per il numero di vittime, come per il numero di carnefici e il sistema di occultamento e di impunità orchestrato dalla gerarchia della Chiesa cattolica.

    Come in ogni caso con queste caratteristiche venuto alla luce negli ultimi decenni, sono i sopravvissuti e le loro famiglie che sono obbligati a combattere fino in fondo contro l’occultamento della Chiesa e la complicità dello Stato.

    Solo quando i casi sono insostenibilmente scandalosi, i giudici e i pubblici ministeri sembrano svegliarsi dal loro riposo eterno e aprire gli atti. E ci sono anche le vittime, che seguono passo dopo passo ciò che viene fatto dai tribunali, aggiungendo al dolore dell’abuso l’odio per gli ostacoli del sistema.

    L’urlo

    Nel novembre 2016 un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha riferito che diversi adulti dell’Istituto Antonio Provolo hanno commesso crimini aberranti in modo sistematico (tra cui la tortura fisica e psicologica) contro i bambini sordi. Dopo anni di silenzio ottenuto con il terrore, una coraggiosa manciata di vittime ha portato alla luce un vero sistema criminale con la complicità della gerarchia ecclesiastica e dello Stato.

    Come il vaso di Pandora, l’emanazione di un paio di denunce ha scatenato una tempesta che in breve tempo porto scandalo nel  paese di Jorge Bergoglio, negli ultimi tre anni e un anno e mezzo ha colpito Papa Francisco. Le prime vessazioni denunciate  non erano le uniche e in breve tempo si è appreso che i carnefici avevano una lunga storia criminale, sempre messa a tacere dalla Curia.

    Da subito lo scandalo collegherebbe Cuyo con il nord e il centro del paese. Da Salta raggiungere la testimonianza di Daniel Sgardelis , un uomo di 44 anni che non solo ha appoggiato ciò che è stato detto dalle vittime di Mendoza ma ha riferito gli abusi che ha subito negli anni ’80, nel Provolo di La Plata, con lo stesso capo della banda di molestatori arrestato a Luján de Cuyo.

    Così, un’altra causa penale fu aperta nella capitale di Buenos Aires, rivelando la complicità di Monsignor Hector Aguer, che per anni coprì due dei violentatori.

    Tutte le strade portano a Roma

    Come si è detto, per quanto è noto, questa è la causa più grave degli abusi sessuali ecclesiastici nel paese, a causa del numero di protagonisti e del livello di occultamento e impunità orchestrati dalla Chiesa.

    Per questo motivo la figura di Francesco si distingue, poiché gli anni in cui si sono svolti molti di questi crimini erano anni in cui Bergoglio ha svolto un ruolo chiave nella Chiesa Cattolica Argentina che transità la sua ascesa nella “carriera ecclesiastica.” E si sa che all’interno della Chiesa cattolica pochissime cose, almeno le più importanti, sfuggono alla conoscenza dettagliata dell’alta gerarchia.

    Solo a metà del 2017 il Vaticano avrebbe nominato una “commissione d’inchiesta” interna, composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, che fin dall’inizio hanno rifiutato, da una parte, di fornire informazioni sul caso giudiziario e, dall’altra, di cercare di ricavare tutto ciò che potrebbe essere di particolare interesse per loro.

    Per entrambe le cose hanno invocato il privilegio legale concesso dall’attuale Concordato del 1966, firmato tra la dittatura di Juan Carlos Onganía e la Santa Sede.

    E non dimentichiamo che nel 2014, come Papa, Bergoglio è stato informato, da diverse vittime italiane, di numerosi casi di abusi sessuali commessi da dieci sacerdoti presso l’Istituto Provolo di Verona, tra cui lo stesso Nicola Corradi, con il quale ha  vissuto per decenni nella sua chiesa argentina. E lui non ha fatto nulla.

    Attualmente il caso attende la data di inizio del processo. Ha quindici imputati, tra cui i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e le suore Kumiko Kosaka e Asuncion Martinez (entrambe della Congregazione delle Suore della Compagnia di Maria, coinvolti in altri casi di abusi sessuali in altre città).

    Il numero delle vittime è ancora sconosciuto, in quanto i parenti riferiscono che non tutti i bambini che hanno frequentato la struttura sono stati citati. Inoltre, molte delle persone che sono state citate in questi due anni come testimoni hanno finito per sostenere di essere state vittime degli imputati.

    Occultamento e nuda complicità

    La denuncia ha anche evidenziato il modus operandi della Chiesa cattolica. Nel 1984 Nicola Corradi fu costretto dai suoi superiori a fuggire dall’Italia, dopo che erano comparse le prime notizie di abusi sessuali. Protetto dal Vaticano, fu trasferito per la prima volta nella sede del Provolo de La Plata. E dal 1998, protetto dall’Episcopato argentino, si stabilì nell’Istituto Lujanino.

    Un chiaro esempio del sistema di occultamento e impunità, orchestrato dalla stessa gerarchia ecclesiastica e applicato in tutto il mondo, come ha spiegato questo giornale nel suo documentario No abusarás. Il comando negato nella Chiesa di Francisco , pubblicato l’anno scorso.

    Tale sistema, come ha denunciato più volte Carlos Lombardi, un avvocato per la Rete di vittime di abusi sessuali del clero dell’Argentina, è approvato da parte dello Stato stesso attraverso il Concordato del 1966, gestito da tutti i governi (militari e costituzionali) che seguirono Onganía.

    Per l’avvocato, le norme legali che la Chiesa applica ai casi di abuso sessuale sono la spina dorsale in cui è incastonato l’intero sistema di occultamento dei sacerdoti predatori. “La chiesa in ogni parte del mondo, di fronte alle notizie di un abuso, la prima cosa che fa è proteggere l’aggressore. Se il caso non è stato reso pubblico, il sacerdote è trasferito con la complicità del vescovo. Mentre se è diventato pubblico, inizia una procedura di indagine interna in cui le vittime non hanno altri diritti oltre a presentare il reclamo”, spiega Lombardi.

    La denuncia dei sopravvissuti portò alla luce la complicità dello Stato. Le famiglie non furono mai accompagnate da funzionari provinciali. L’associazione Xumek, sponsor di parte delle querele, ricorda che “nel 2008 è stata presentata una denuncia penale per reati sessuali nel Provolo, il cui dossier non ha sortito alcuna indagine, nessuna azione è stata presa in conformità con la legge e i protocolli di legge in caso di denuncia di abusi sessuali, e le vittime non udenti minorenni non sono stati convocati”.

    Due anni intensi

    Mentre il caso giudiziario viene portato in giudizio a Mendoza, i due anni trascorsi dallo scandalo del Provolo di Mendoza sono stati più che intensi. Nuove accuse di abusi sessuali sono venute alla luce in altre parti del paese contro sacerdoti e altri membri della Chiesa, mentre Francisco fu protagonista di nuovi scandali internazionali su questo tema, come il suo perfido ruolo nel caso dei vescovi clandestini del Cile o della sua crisi interna in Vaticano contro l’accusa delle vittime che fanno di tutto per coprire gli abusatori.

    Ma anche in Argentina c’è stato un intenso dibattito sulla legalizzazione dell’aborto e la piena applicazione della legge sull’educazione sessuale integrale, che ha trovato la gerarchia cattolica in prima fila nella lotta contro i diritti elementari, difendendo i presunti “valori” che la mettono più vicino alla famigerata Santa Inquisizione che a milioni di bambini e ragazzi che vogliono solo vivere la propria vita senza repressioni oscurantiste o ideologie incantate.

    Allo stesso tempo, questi dibattiti hanno messo sul tavolo un altro più completo sui veri interessi, non celesti ma molto terreni, che difendono con croci e spade l’istituzione governata da Bergoglio. La decisione di sostenere i suoi interessi economici multimilionari e il suo livello ingiustificabile di interferenza nell’inquadramento della vita quotidiana della popolazione, costrinse la Curia a una mostra politica che non si vedeva da tempo.

    Ecco perché la lotta cosciente per l’effettiva separazione della Chiesa e dello Stato è imposta come una necessità di milioni di persone che vogliono processare e punire gli autori di crimini aberranti come quelli del Provolo. La lotta nelle strade del movimento delle donne per conquistare l’aborto legale, sicuro e libero e per l’attuazione dell’istruzione sessuale completa in tutte le scuole ha molti vasi comunicanti con la lotta delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e ” laici consacrati”. Una lotta più necessaria che mai.

    (traduzione con Google)

    http://www.laizquierdadiario.com/Dos-anos-del-Caso-Provolo-una-metafora-implacable-de-la-verdadera-Iglesia-de-Bergoglio

  • Vaticano, Papa Francesco accusato da Julieta Anazco: “Io abusata da un prete, Bergoglio lo ha coperto”

    Vaticano, Papa Francesco accusato da Julieta Anazco: “Io abusata da un prete, Bergoglio lo ha coperto”

    Altro prete allo scoperto. Ricardo Giménez è stato denunciato per aver abusato di minori. A raccontarlo è la 46enne Julieta Añazco che ricorda quei terribili momenti a Il Fatto Quotidiano. Era il 2011, quando alla donna, passeggiando per le vie vicine alla chiesa di Giménez, a La Plata in Argentina, è riaffiorato alla memoria l’abuso che ha subito anni prima. “Non avevo associato quel prete alla mia violenza, perché era come come se l’avessi messo in fondo a un cassetto della memoria. Dopo due anni da quella passeggiata, nacque mio nipote. Cominciai a sentire una paura folle, inspiegabile. E ho iniziato a ricordare“.

    Così Julieta si è dedicata alla ricerca su internet, scoprendo altre vittime e ricordando quel fatidico campeggio: “Lui ci chiedeva di non raccontare quello che succedeva durante la confessione, altrimenti saremmo andate all’Inferno. Così non lo raccontai a nessuno e così fecero anche le mie amichette dell’epoca”. Per cinque anni la donna non ha ricordato nulla, solo in maggiore età ha iniziato a parlare. “Ho contattato avvocati per capire se potessi fare una denuncia. Dicevano che il reato, dopo 30 anni, era prescritto. Poi è iniziato questo lungo cammino di denunce e lotta. Grazie ai social ho potuto contare su una catena umana di investigatori. Ho scoperto così il suo nome – spiega la Añazco – Con un gruppo di donne di La Plata e un collettivo di vittime di abusi di Neuquén, abbiamo organizzato una protesta pubblica di fronte alla chiesa in cui Giménez faceva messa, e un’altra di fronte alla sua abitazione. Un giorno sono andata a messa, e ho riconosciuto la sua voce: era lui”.

    Solo oltre 50 le vittime del prete, che però è ora ricoverato in una casa per anziani che dipende della Chiesa. Dopo le denunce il Vaticano l’ha dichiarato colpevole e la pena, alquanto irrisoria, è stata di dieci anni di orazione e penitenza. Porta ancora l’abito talare, affianca il sacerdote e lavora ancora con minori. Da Bergoglio Julieta attende ancora una risposta, nonostante la donna si sia fatta carico, nel 2013, di inviare alla Segreteria del Vaticano una lettera. Non solo, perché tra le donne abusate, in molte avevano contattato papa Francesco quando ancora era arcivescovo a Buenos Aires. Anche in quell’occasione avevano ricevuto solo un no, nonostante all’epoca Bergoglio sapesse benissimo degli abusi di alcuni preti in Argentina, come quelli dello stesso padre Giménez. Il Papa non voleva nemmeno che le le vittime di padre Julio Grassi e quelle del sacerdote Rubén Pardo (altri due abusatori) partecipassero alla delegazione di Roma.

  • “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “Der Spiegel” pubblica oggi diciannove pagine di un’inchiesta dedicata al Pontefice regnante, intitolata “Non dire falsa testimonianza. Il Papa e la Chiesa nella sua crisi più grande”. Nell’articolo, di cui traduciamo qualche paragrafo dalla versione inglese pubblicata da Maike Hickson su LifeSite News si punta l’attenzione sulle mancanze di papa Bergoglio, soprattutto in tema di abusi sessuali.

    Una larga parte dell’articolo è centrato su interviste a vittime di abusi clericali a Buenos Aires, la diocesi di cui Bergoglio era arcivescovo fino all’elezione nel marzo 2013. Scrive Maike Hickson che “Der Spiegel è sorprendentemente critico di papa Francesco per quanto riguarda il suo governo in generale, compresa la sua attitudine ambigua in molti campi – fra cui la comunione ai protestanti e la comunione per i divorziati risposati, e ricorda le parole attribuite al Pontefice, il suo timore “di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa”. “Der Spiegel” ricorda inoltre il caso di padre Inzoli, il sacerdote abusatore condannato dalla giustizia italiana, e “graziato” per un certo periodo dal papa contro il parere del card. Müller, il party omosessuale con droga del segretario del fedele card. Coccopalmerio, lo scandalo della copertura a McCarrick e la posizione anomala di uomini di fiducia del Pontefice come i cardinali Maradiaga e Errazuriz. Questa disamina così impietosa e fattuale del giornale tedesco è interessante perché rappresenta una crepa nell’omertà giornalistica che i Main Stream Media hanno riversato sul Pontefice fino ad oggi.

    I giornalisti di “Der Spiegel” hanno viaggiato in Argentina, a Monaco e altrove per raccogliere notizie. Hanno parlato con una donna di La Plata, Julieta Anazco vittima di abusi da parte di un prete, che come ha scoperto in seguito, era stato trasferito per le accuse di abuso sui minori. Julieta ha sofferto molto per questo episodio, è andata in terapia ed è membro adesso di una “Rete di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici”.

    Scrive il giornale: “Nel 2013, poco dopo che Bergoglio è stato eletto papa, Julieta Anazco e altre tredici vittime di padre Gimenez scrissero una lettera in cui descrivevano che cosa era accaduto loro, e perché ancora vivessero sotto depressione; e ci fossero stati tentativi di suicidio; o perché alcuni di loro si fossero dati a consumare droga, mentre il prete accusato continuava a celebrare messa ed era a contato con bambini”.

     La lettera è stata inviata con raccomandata e ricevuta di ritorno nel dicembre del 2013, e tre settimane più tardi giunse la conferma della ricezione. Poi, più nulla. Non una parola. Il prete accusato però fu trasferito in una casa di riposo per persone anziane, dove “ancora si mostra ai giornalisti vestito in talare. Continua a celebrare messa ed è rispettato” scrive il giornale.

    “Der Spiegel” spiega che “durante il periodo in cui Bergoglio era cardinale, molte vittime d abusi a Buenos Aires si sono rivolte a lui per aiuto; a nessuno è stato permesso vederlo”. Attualmente sono in corso sessantadue processi contro preti argentini per abusi. “Il numero delle loro vittime potrebbe raggiungere le migliaia”. Spiega Julieta: “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vogliamo raggiungere il Papa, ma lui non è interessato a noi”.

    Interessante una riflessione, contenuta nell’articolo, di Juan Pablo Gallego, un eminente avvocato difensore delle vittime, secondo cui “Francesco è ora in esilio a Roma, avendo trovato rifugio (con immunità), per così dire laggiù. In Argentina dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e abusatori di minori”.

    Gallego ha parlato con “Der Spiegel” del caso di padre Grassi, per cui vi rimandiamo a questo link. Secondo Gallego, Jorge Mario Bergoglio è stato per anni confessore di padre Grassi, e ha ordinato una contro-inchiesta per difendere il prete che sta scontando quindici anni per abusi, e “per criminalizzare le vittime”. Che è quanto il Pontefice ha fatto nel caso del Cile, definendo “calunniatori” quelli che chiedevano giustizia per gli abusi del vescovo Barros. En passant: questa frase dell’avvocato può contribuire a spiegare il mistero di un Pontefice che dopo cinque anni dall’elezione non sembra avere nessuna intenzione di fare un salto a casa…

    Da Rosso Porpora del collega Giuseppe Rusconi abbiamo una notizia interessante:

    “Da Accattoli è venuta un’indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata ‘risposta’ della Santa Sede al memoriale di Carlo Maria Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione”. Luigi Accattoli ex vaticanista del Corriere della Sera è uno dei colleghi più entusiasticamente filo-Bergoglio in una platea in cui questo genere di persone non fa difetto. Storicamente molto legato alla Segreteria di Stato e all’ala più progressista e sinistra della Chiesa (il suo grande amico e collega, il compianto Giancarlo Zizola, attribuiva il suo ingresso al Corriere al card. Achille Silvestrini, allora Ministro degli Esteri e in seguito king-maker per Bergoglio) un’indiscrezione del genere ha indubbiamente valore. Sarà curioso vedere se è come sarà corretto o smentito, o spiegato, il resoconto del colloquio fra Viganò e il Papa il 23 giugno 2013, quando Viganò spiegò chiaramente che genere di criminale fosse McCarrick, e come Benedetto XVI lo avesse sanzionato.  (di Marco Tosatti su www.marcotosatti.com)

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.