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Pedofilia e abusi sessuali nel clero, Zanardi: “Vescovo Lupi, se mento mi quereli!”
Normalmente sembra che nulla possa mai cambiare, che esista un destino ostile, oppure agiscano poteri inarrestabili. La pedofilia non è mai stata combattuta ed estirpata dalla Chiesa con gli strumenti della legge, la quale non pare in alcun modo poter intaccare un dominio cui la debolezza umana offre null’altro che sottomissione. Le parole di Erasmo da Rotterdam concludono il messaggio video con cui Francesco Zanardi, portavoce della Rete l’Abuso, sfida il vescovo di Savona e Noli: “Se mento, lei mi quereli”. Il grande umanista riteneva che i folli potessero cambiare il mondo. Zanardi tuttavia non fa annunci né declama princìpi: racconta la sua storia, simile a quella di altri, delle vittime di abusi sessuali da parte del clero. Racconta e mostra nel filmato i documenti e chiede giustizia per le vittime. Alla fine apparire l’invito a firmare una petizione rivolta a papa Francesco. Le vicissitudini di Zanardi sono reali eppure sconvolgono la percezione abituale della Chiesa cattolica, dominatrice dei massmedia. Per questo La Rete l’Abuso procede solo mostrando documenti, assistita da avvocati competenti. Non è una lotta contro la religione, il senso religioso o i Vangeli, ma senza dubbio per la giustizia, dato che Città del Vaticano segue procedure proprie assai difformi da quelle degli Stati di diritto. I preti vengono trasferiti dai vescovi, non denunciati, nemmeno quando a distanza di anni vengono condannati dalla Giustizia. Francesco Zanardi sorride durante il racconto, il tono è chiaro, ha qualcosa di sarcastico. È la storia della sua vita e di altri, fra mille guai, sorprese, storture, apparenti stranezze e assurdità. L’ha raccontata molte volte ma ora aggiunge nuovi dettagli inquietanti, nuovi particolari. Tanti luoghi comuni sulla Chiesa vanno in frantumi. Quest’uomo chiede giustizia per molte vittime.FONTE -

Pedofilia, una class action in Italia le vittime chiedono i danni alla Chiesa
Per la prima volta nel nostro Paese si farà appello ai tribunali ecclesiastici. Negli Stati Uniti nel 2007 l’arcidiocesi di Los Angeles venne condannata a versare 660 milioni di dollari. Tutto parte dalla diocesi di Savona dove Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete L’Abuso, aveva portato alla scoperto una catena di scandali
È in arrivo un terremoto per le diocesi italiane: le vittime di pedofilia chiederanno un indennizzo ai vescovi per gli abusi subiti dai preti passando attraverso i tribunali ecclesiastici diocesani. A riferirlo è Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’Abuso che, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto la catena di scandali che ha coinvolto la diocesi di Savona
Il codice canonico inserisce la pedofilia nei delicta graviora (i delitti più gravi), riconoscendo procedure di risarcimento delle vittime. È tutto scritto nel codice, ma in Italia nessuno ancora l’aveva fatto. Gli abusati, rappresentati da avvocati specializzati in diritto canonico, possono chiedere i danni ai vescovi delle diocesi competenti, che sono quindi obbligati a procedere istituendo un processo canonico civile. Secondo Rete l’Abuso sarebbero almeno 400 le vittime dei preti pedofili in Italia che possono dare il via alla procedura canonica di risarcimento danni, rischiando di mettere le finanze delle diocesi in seria difficoltà.
Nel 2007 negli Stati Uniti l’arcidiocesi di Los Angels versò 250 milioni di dollari dei 660 totali riconosciuti alle 580 vittime accertate, oltre 1 milione di dollari a vittima (i rimanenti furono versati dalle assicurazioni). Per risarcire le vittime la diocesi vendette un grattacielo, immobili e terreni di proprietà. Fu l’indezzo più alto mai imposto dalla giustizia americana nello scandalo dei preti pedofili.
In Italia l’apertura di procedure canoniche civili potrebbe portare all’avvio di processi penali canonici che, secondo Rete l’Abuso, difficilmente vengono promossi dai vescovi delle diocesi competenti contro i preti accusati. Uno fra tutti è il caso della diocesi di Savona dove don Nello Giraudo accusato di aver abusato di ragazzini tra gli 1980 e il 2009, nel febbraio 2012 patteggiò un anno con la condizionale. Nel fascicolo raccolto contro di lui dalla Procura di Savona emersero alcuni documenti che dimostravano come le gerarchie ecclesiastiche fossero a conoscenza degli abusi, senza che nella diocesi si fossero mai presi adeguati provvedimenti. In una lettera del 2010 dell’Arcivescovo Luis Ladaria all’attuale vescovo di Savona Vittorio Lupi si legge: “Mi riferisco al caso del Rev. Nello Giraudo del clero della sua diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minore e che nel 2002 manifestava al Vicario Generale la propria tendenza pedofila […] il suo predecessore Mons. Domenico Calcagno segnalava il caso a questa Congregazione […] il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali, in caso contrario avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo ex can 1720 nei confronti del sacerdote, essendo ormai trascorsi quattro anni la invito a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso”.
Secondo Rete l’Abuso il processo canonico contro Giraudo non si è mai celebrato e don Nello è di fatto, ancora oggi, un prete. La mancata apertura di un procedimento penale canonico avrebbe anche impedito il conseguente riconoscimento dei danni alle vittime da parte della diocesi. L’associazione si sta mettendo in contatto con tutti gli abusati da suore e preti in Italia per fornire loro adeguate indicazioni su come meglio procedere. “Il primo consiglio”, dice Francesco Zanardi, “è quello di non andare da soli a parlare con i vescovi, ma rivolgersi prima a un avvocato esperto in diritto canonico e fare le giuste rivendicazioni alle diocesi”. È evidente che, se questo procedimento inedito dovesse avere successo, si aprirebbe un precedente in Italia per tutte le vittime che, ancora oggi, non hanno avuto giustizia.
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/13/news/class_action_contro_la_pedofilia_le_viitime_chiamano-58694391/
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Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO – VIDEO (ITA)
*Chiusi a forza nelle scuole cristiane. Abusati. Uccisi. è la sorte toccata agli aborigeni dello Stato. Ora il governo riconosce il genocidio. E risarcisce* Per ogni anno passato nella scuola ognuno riceverà 13 mila dollari per la perdita della lingua, della cultura e della vita di famiglia. Chi dichiarerà di avere subito violenze sessuali, fisiche e psicologiche dovrà affrontare un processo supplementare e potrà ricevere fra i 5 mila e i 275 mila dollari in più.
A questo risarcimento avranno diritto gli allievi delle scuole residenziali cristiane di Stato del Canada, nelle quali, a partire dal Federal Indian Act del 1874 che le ha istituite, oltre 150 mila bambini indiani sono stati rinchiusi d’autorità per ‘venire civilizzati’ dopo essere stati strappati alle famiglie. Il fine era quello di “uccidere l’indiano che è dentro l’indiano”.
Non meno di 50 mila di quei bambini sono stati uccisi per davvero, torturati e abusati dal personale insegnante o dai religiosi, preti e suore, che li ‘accudivano’ e di cui hanno anche fatto sparire i cadaveri. La legge del 1874 definiva gli indiani, cioè gli aborigeni, “individui selvaggi, privi della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo religioso”, definizione che ha permesso l’incredibile strage degli innocenti durata fino al 1997.
Da quell’anno il governo canadese ha chiuso le scuole. è iniziata una trattativa con l’Atlantic Policy Congress of First Nation Chiefs (Apc) che si è conclusa ora con l’accordo per un risarcimento di 1,9 miliardi di dollari ai circa 80 mila superstiti rinchiusi in quei lager di Stato dal 1920 al 1997. Il primo ministro Stephen Harper in Parlamento ha chiesto ufficialmente perdono, stando in piedi, al delegato dell’Apc, rimasto seduto, Phil Fontaine: nome francese, ma inequivocabile copricapo di piume.
Nel suo discorso Harper ha tra l’altro detto: “è stato un errore separare i bambini da culture ricche e vibranti. Ciò ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Chiediamo perdono”. “La vostra domanda di perdono è accolta”, ha risposto Fontaine. “Il risarcimento ammette una verità che è più profonda dei soldi”, ha commentato Paul Viola, un altro rappresentante dell’Apc: “Nelle scuole cristiane si veniva chiusi in tenera età, così da non conoscere i propri genitori, e si imparava solo la violenza fisica e gli abusi sessuali”.
Il 62enne Paul Fredda, ‘uomo della medicina’ della tribù Passamaquoddy, ha potuto raccontare di quando lui e suo fratello furono deportati nella scuola di Shubenacadie, dove con altri bambini vennero abusati sessualmente da preti cattolici e dove hanno assistito, tra l’altro, all’agonia di un bambino picchiato, legato a un albero per due notti e lasciato morire. E’ stata l’Apc a prendere a suo tempo con altri gruppi l’iniziativa di citare in tribunale il governo canadese e le chiese anglicana, battista, metodista, presbiteriana, cattolica e unitaria canadese, le chiese cioè che hanno gestito il centinaio di mattatoi per bambini chiamati scuole residenziali perchè gli ‘scolari’ erano costretti risiedervi. Il governo ha dovuto così istituire l’ente investigativo pubblico chiamato Commissione per la verità del genocidio in Canada, che a sua volta ha proseguito i lavori di altri due tribunali, la Commissione d’inchiesta sui crimini contro il popolo aborigeno e il Tribunale sulle scuole residenziali canadesi.
Ne è uscita una galleria di orrori con 15 tipi di violenze fisiche compresa l’inoculazione di virus e bacilli di malattie mortali. Il segretario della prima Commissione, reverendo Kevin Annet, non ha esitato a parlare di “crimini contro l’umanità” e a scrivere nella relazione finale: “A differenza del popolo tedesco dopo la Seconda guerra mondiale, noi canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza e fare ammenda del genocidio che abbiamo perpetrato contro le popolazioni da noi sottomesse: uomini, donne e bambini indigeni deliberatamente sterminati dal nostro Stato e dalla nostra Chiesa convinti della propria supremazia razziale”.
dall’Espresso – Di Giuseppe Nicotri
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Il genocidio dei nativi canadesi. Kevin Annet per Rete L’ABUSO (ITA)
*Chiusi a forza nelle scuole cristiane. Abusati. Uccisi. è la sorte toccata agli aborigeni dello Stato. Ora il governo riconosce il genocidio. E risarcisce* Per ogni anno passato nella scuola ognuno riceverà 13 mila dollari per la perdita della lingua, della cultura e della vita di famiglia.
Chi dichiarerà di avere subito violenze sessuali, fisiche e psicologiche dovrà affrontare un processo supplementare e potrà ricevere fra i 5 mila e i 275 mila dollari in più. A questo risarcimento avranno diritto gli allievi delle scuole residenziali cristiane di Stato del Canada, nelle quali, a partire dal Federal Indian Act del 1874 che le ha istituite, oltre 150 mila bambini indiani sono stati rinchiusi d’autorità per ‘venire civilizzati’ dopo essere stati strappati alle famiglie. Il fine era quello di “uccidere l’indiano che è dentro l’indiano”.
Non meno di 50 mila di quei bambini sono stati uccisi per davvero, torturati e abusati dal personale insegnante o dai religiosi, preti e suore, che li ‘accudivano’ e di cui hanno anche fatto sparire i cadaveri. La legge del 1874 definiva gli indiani, cioè gli aborigeni, “individui selvaggi, privi della conoscenza di Dio e di qualsiasi stabile e chiaro credo religioso”, definizione che ha permesso l’incredibile strage degli innocenti durata fino al 1997. Da quell’anno il governo canadese ha chiuso le scuole. è iniziata una trattativa con l’Atlantic Policy Congress of First Nation Chiefs (Apc) che si è conclusa ora con l’accordo per un risarcimento di 1,9 miliardi di dollari ai circa 80 mila superstiti rinchiusi in quei lager di Stato dal 1920 al 1997.
Il primo ministro Stephen Harper in Parlamento ha chiesto ufficialmente perdono, stando in piedi, al delegato dell’Apc, rimasto seduto, Phil Fontaine: nome francese, ma inequivocabile copricapo di piume. Nel suo discorso Harper ha tra l’altro detto: “è stato un errore separare i bambini da culture ricche e vibranti. Ciò ha creato un vuoto in molte vite e in tante comunità. Chiediamo perdono”.
“La vostra domanda di perdono è accolta”, ha risposto Fontaine. “Il risarcimento ammette una verità che è più profonda dei soldi”, ha commentato Paul Viola, un altro rappresentante dell’Apc: “Nelle scuole cristiane si veniva chiusi in tenera età, così da non conoscere i propri genitori, e si imparava solo la violenza fisica e gli abusi sessuali”. Il 62enne Paul Fredda, ‘uomo della medicina’ della tribù Passamaquoddy, ha potuto raccontare di quando lui e suo fratello furono deportati nella scuola di Shubenacadie, dove con altri bambini vennero abusati sessualmente da preti cattolici e dove hanno assistito, tra l’altro, all’agonia di un bambino picchiato, legato a un albero per due notti e lasciato morire.
E’ stata l’Apc a prendere a suo tempo con altri gruppi l’iniziativa di citare in tribunale il governo canadese e le chiese anglicana, battista, metodista, presbiteriana, cattolica e unitaria canadese, le chiese cioè che hanno gestito il centinaio di mattatoi per bambini chiamati scuole residenziali perchè gli ‘scolari’ erano costretti risiedervi. Il governo ha dovuto così istituire l’ente investigativo pubblico chiamato Commissione per la verità del genocidio in Canada, che a sua volta ha proseguito i lavori di altri due tribunali, la Commissione d’inchiesta sui crimini contro il popolo aborigeno e il Tribunale sulle scuole residenziali canadesi.
Ne è uscita una galleria di orrori con 15 tipi di violenze fisiche compresa l’inoculazione di virus e bacilli di malattie mortali. Il segretario della prima Commissione, reverendo Kevin Annet, non ha esitato a parlare di “crimini contro l’umanità” e a scrivere nella relazione finale: “A differenza del popolo tedesco dopo la Seconda guerra mondiale, noi canadesi dobbiamo ancora venire a conoscenza e fare ammenda del genocidio che abbiamo perpetrato contro le popolazioni da noi sottomesse: uomini, donne e bambini indigeni deliberatamente sterminati dal nostro Stato e dalla nostra Chiesa convinti della propria supremazia razziale”. dall’Espresso Di Giuseppe Nicotri
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Rettore accusato di abusi su 13enne. Fece giurare silenzio su madonnina
Pedofilia in seminario sul figlio 13enne di un avvocato: processo all’ex rettore
Don Temporin lo avrebbe costretto a giurare su una madonnina
di mantenere il silenzio. La Diocesi: “Per noi nessun sospetto”PADOVA – L’ex rettore del Seminario vescovile di Padova ha visto, dopo nove anni, davanti ai giudici del Tribunale, l’ex allievo che lo accusa di pedofilia. Una presunta violenza carnale che secondo l’accusa sarebbe avvenuta nel 2004 in condizioni di “inferiorità fisicopsichica”. Il ragazzo aveva tredici anni. Adesso ne ha ventidue. È figlio di un noto avvocato della provincia di Venezia.
Don Gino Temporin, sessantaseienne, era in aula per la prima udienza. Il pubblico ministero Maria D’Arpa accusa il sacerdote di avere intimato al tredicenne il “silenzio su quanto stava per accadere mediante giuramento su una Madonnina di legno”. E il silenzio significava non rivelare una violenza carnale completa.
Il giovane ha lasciato il Seminario di Padova dopo la quinta ginnasio. La sua “inferiorità fisicopsichica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta con una psichiatra, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi”, si legge nel capo d’imputazione. Insomma, in seminario le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante le ore del riposo.
Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.
“Fin dalle prime indagini il vescovo di Padova – dichiaratamente sorpreso della natura delle accuse e confermando piena fiducia nella persona e nell’operato di don Temporin – ha dato piena disponibilità agli inquirenti nella raccolta di informazioni per fugare qualsiasi dubbio potesse interessare la figura di don Temporin o dell’istituzione Seminario”, si legge in una nota della Diocesi.
“Contestualmente il vescovo ha assunto le dovute informazioni e non ritrovando alcun sospetto di comportamento moralmente scorretto dell’allora rettore del Seminario minore lo aveva confermato nell’incarico fino al termine previsto del mandato”.
Giovedì 09 Maggio 2013 – 09:25 Ultimo aggiornamento: 19:42Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”
Pubblicato il 9 maggio 2013 11.40 | Ultimo aggiornamento: 9 maggio 2013 16.34
di Daniela LauriaL’ex rettore del seminario vescovile di Padova. Don Gino Temporin
PADOVA – Tredici anni, tanti dubbi nella testa. Forse ha sentito la vocazione, forse una voce dall’alto lo ha portato fin dentro quel seminario degli abusi. “Mi ha fatto giurare sulla madonnina” ha raccontato sul banco dei testimoni, a distanza di quasi dieci anni. E ha puntato il dito contro Don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del Seminario vescovile di Padova, quello che lo aveva accolto appena adolescente e in cerca di risposte su quel cammino spirituale, brutalmente interrotto.
Don Gino Temporin è stato per questo rinviato a giudizio per pedofilia e violenza sessuale nei confronti di quel ragazzino, ormai ventiduenne. L’accusa formulata dal pm euganeo Maria D’Arpa è stata accolta dal gup. I fatti risalgono al 2004 quando il ragazzo, oggi ventiduenne, residente in provincia di Venezia, ha frequentato il seminario vescovile a Rubano, per un mese o poco più.
L’udienza si è svolta rigorosamente a porte chiuse. Si cerca di mantenere il massimo riserbo su un caso così delicato, ma la sentenza, attesa per luglio, dovrà per forza di cose essere pronunciata pubblicamente. Qualunque essa sia, di colpevolezza o di assoluzione, ci dirà dove sta la verità, almeno quella processuale.
La storia è venuta a galla quando la presunta vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como. La sua “diversità psicofisica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta psichiatrica, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi“, si legge nel capo d’imputazione. In seminario, secondo i suoi racconti, le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante la notte.
Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo.
Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/padova-abusi-seminario-ex-rettore-processo-mi-fece-giurare-madonnina-1555427/
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Cassazione. Fa reato il prete che induce a ritirare denuncia per pedofilia su bimba di 10 anni
Il parroco che induce la mamma di una ragazzina infradecenne, che ha subito atti sessuali, a togliere la denunzia rischia la condanna per favoreggiamento.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 marzo – 10 aprile 2013, n. 16391
Presidente Agrò – Relatore CapozziConsiderato in fatto
1. Con sentenza del 3.7.2012 il G.U.P. del Tribunale di Savona dichiarava n.d.p. perché il fatto non sussiste nei confronti di F.L. , parroco di (omissis) , imputato del delitto di cui all’art. 378, 61 n.9 c.p. per aver aiutato P.P. – dopo la commissione da parte di quest’ultimo, e senza avervi concorso, del delitto di cui all’art. 609 quater c.p. ai danni di una infradecenne – ad eludere le investigazioni dell’Autorità di Polizia in quanto, contattato dalla madre della vittima, cercava di dissuaderla dallo sporgere denuncia suggerendole espressamente di non fare nulla e anzi dicendole – tra l’altro – “devi dire a tua figlia che la denuncia è contro la Chiesa”, con l’aggravante dell’aver commesso il fatto con abuso dei poteri e comunque violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto.
2. La sentenza liberatoria impugnata ha fondato la decisione ritenendo -in punto di diritto – insussistente l’elemento oggettivo del delitto contestato. Ha argomentato che, in assenza di un obbligo di denuncia da parte della madre della vittima, il suggerimento di altri di non sporgere denunzia si pone sullo stesso piano della stessa omessa denuncia, cosicché, non punendosi l’omessa denuncia da parte di chi non ha obbligo di effettuarla, non deve parimente punirsi colui che istiga la predetta omissione. Inoltre, la mancata denuncia e l’eventuale persuasione del terzo mancherebbero dell’elemento oggettivo dell’elusione delle investigazioni della p.g., in quanto l’omessa denuncia costituirebbe atto neutro che non elude le investigazioni, anche se non le aiuta e non ne determina l’avvio.
3. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica di Savona il quale deduce erronea applicazione della legge processuale penale e manifesta illogicità della motivazione laddove postula l’assimilazione tra l’omessa presentazione della denuncia e la condotta di suggerire ad altri di non sporgere denunzia: la prima, anche se non obbligatoria, deve essere libera e consapevole e non essere influenzata da falsi argomenti agitati da terzi che obiettivamente aiutano il reo ad eludere le investigazioni. Cosicché risulta erronea la decisione resa nell’udienza preliminare di escludere già in astratto la riconducibilità al delitto di favoreggiamento la condotta dell’imputato di suggerire alla madre della giovane vittima di non denunciare il parrocchiano abusante per pretesa contrarietà alla religione cattolica certamente così, ed almeno in ipotesi, aiutando il reo ad eludere le investigazioni.Motivi della decisione
1. Il ricorso è fondato.
2. Il principale argomento – sopra ricordato – utilizzato dalla sentenza per negare l’accesso alla verifica dibattimentale dell’accusa di favoreggiamento è evidentemente eccentrico rispetto al thema sottoposto dall’organo di accusa.
Non si versa, nella specie, in un preteso concorso per istigazione dell’imputato nella omissione altrui di denunciare l’abuso sessuale, quanto, invece, in una autonoma condotta commissiva dell’imputato volta a determinare l’altrui libera condotta ed, in ipotesi, finalizzata all’ausilio dell’autore del delitto presupposto.
Risulta così errato l’assunto in ordine alla insussistenza dell’elemento obiettivo del reato secondo la stessa impostazione accusatoria.
4. In tema di favoreggiamento personale, la giurisprudenza di legittimità ha insegnato che l’”aiuto” comprende anche la pressione esercitata su un terzo per indurlo a ritrattare le accuse formulate a carico del soggetto che si intende favorire, aggiungendo che non ha rilevanza che l’agente operi quando le investigazioni dell’autorità non siano ancora iniziate o siano già avviate o addirittura concluse (Sez. 2, Sentenza n. 10211 del 02/07/1985 Rv. 170936 Imputato: Clemente; v. anche, sotto il primo aspetto, Sez. 2, Sentenza n. 9512 del 11/12/1989 Rv. 184776 Imputato: Materazzo) e, sin da risalente autorevole dottrina, si è chiarito che l’aiuto deve essere positivo e diretto, in relazione allo scopo, ma non occorre che lo sia anche in rapporto alla persona aiutata, alla quale può benissimo prestarsi aiuto mediato. Cosicché la condotta di favoreggiamento può commettersi anche mediante pressione esercitata sopra un terzo, ed in tale ipotesi, se la legge riconosce a codesto terzo la facoltà giuridica di determinarsi a vantaggio del favoreggiato, il titolo di favoreggiamento si presenterà se l’ausiliatore abbia usato violenza fisica o morale o frode.
5. Ebbene, una siffatta pressione morale è sottesa alla accusa allorquando ascrive all’imputato di aver agitato pretestuosamente nei confronti della madre della vittima la finalità antagonista della denuncia dell’abuso.
Si esula nella specie dall’Ipotesi del mero consiglio – ritenuto irrilevante ai fini della configurazione della fattispecie da Sez. 6, sent. n. 18164 del 26.4.2012, Giorgieri – che comunque implica la ponderazione dei reali elementi del caso in favore di chi ne è destinatario. L’imputato ha, invece, abusato della qualità rivestita, violando i doveri connessi al suo ministero pastorale, allorquando ha strumentalizzato il legame spirituale di colei che gli si era rivolto in quel grave frangente ponendo, senz’altro e radicalmente, in conflitto la denuncia con la stessa istituzione e confessione religiose. In tal modo, conculcando la libera determinazione della madre così pressata ad omettere la denuncia ed a condizionare nello stesso senso la piccola vittima.
6. A tal riguardo, del tutto omessa nella sentenza è la considerazione della contestata qualità di ministro del culto rivestita dall’imputato con la correlata violazione dei doveri discendenti da detta qualità, che la giurisprudenza di legittimità ravvisa anche se – come nella specie – il reato non sia stato commesso nella sfera tipica e ristretta delle funzioni e dei servizi propri del ministero sacerdotale, in quanto è sufficiente, da un lato, che a facilitarlo siano serviti l’autorità ed il prestigio connessi alla qualità di sacerdote e, dall’altro, che vi sia stata violazione dei doveri anche generici nascenti da tale qualità (Sez. 3, Sentenza n. 37068 del 24/06/2009 Rv. 244963 Imputato: Abbiati).
7. Secondo l’insegnamento di questa Corte, inoltre, l’art. 378 c.p. prevede condotte finalizzate a frapporre ostacoli, e comunque a fuorviare l’attività diretta all’accertamento dei reati e alla individuazione dei responsabili, onde per condotta di favoreggiamento personale deve intendersi non solo quella diretta a deviare le indagini già in atto, ma anche quella diretta ad evitare che l’autorità proceda ad accertamenti in ordine al reato e alla scoperta dell’autore di esso (ex multis, Sez. 6, 24.10.03 n.709 Rv.228257; Sez, 6, sent. del 26.4.2012 n. 18164, Giorgieri, non massimata). Risulta, quindi, errato anche il secondo argomento della sentenza sulla assenza di obiettiva valenza elusiva della perseguita omissione della denuncia, tenuto conto che per l’integrazione della fattispecie non è necessaria la dimostrazione dell’effettivo vantaggio conseguito dal soggetto favorito, occorrendo solo la prova della oggettiva idoneità della condotta favoreggiatrice ad intralciare il corso della giustizia (ex multis, Sei. 6, Sentenza n. 3523 del 07/11/2011 Rv. 251649, Papa).
Oggettiva idoneità che, quindi, deve ravvisarsi nell’omessa denunzia e senza considerare l’ulteriore concorrente contestazione – non valutata dalla sentenza – dell’induzione della madre a condizionare la vittima minorenne affinché non dichiarasse la verità dei fatti.
8. Ritiene, quindi, il Collegio che nella specie sussistano i vizi denunciati dal ricorrente rispetto alla ipotesi di favoreggiamento, nella specie, correttamente contestata.
9. La sentenza va, pertanto, annullata con rinvio al Tribunale di Savona per nuovo giudizio che si atterrà ai principi di diritto sopra enunciati.P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Savona.
http://www.avvocatocassazionista.it/sentenza.php?id=4365
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VITTORIA. Il gip del tribunale di Siracusa Michele Consiglio ha disposto la revoca della misura degli arresti domiciliari per don Gaetano Incardona
di DANIELA FRANZO’
VITTORIA. Il gip del tribunale di Siracusa Michele Consiglio ha disposto la revoca della misura degli arresti domiciliari per don Gaetano Incardona, l’arciprete della chiesa Madre di Augusta di 74 anni, originario di Buccheri da ma oltre quarant’anni residente ad Augusta, colpito da una misura restrittiva eseguita il 28 febbraio scorso dai carabinieri del Nucleo operativo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di una studentessa universitaria di 21 anni.
Il giudice, accogliendo un’istanza di scarcerazione presentata dai difensori del sacerdote, gli avvocati Ettore Randazzo e Pucci Piccione, ha imposto all’indagato unicamente il divieto di soggiorno nel comune di Augusta. Sull’istanza, accompagnata dall’imposizione dell’obbligo di legge, ha espresso un parere favorevole il pubblico ministero Antonio Nicastro che coordina le indagini tuttora in corso.
Il magistrato inquirente ha sottoposto padre Gaetano Incardona a un secondo interrogatorio, dopo il primo condotto subito dopo l’esecuzione della misura cautelare, nel corso del quale il sacerdote ha ribadito la propria estraneità alla vicenda giudiziaria.
Chi si aspettava un’ammissione di responsabilità, di fronte alle intercettazioni ambientali ed alla ripresa effettuata con una videocamera nascosta dalla vittima d’intesa con i carabinieri, è andato deluso.Don Gateano Incardona ha negato tutte le accuse sostenendo di non avere nutrito alcuna intenzione di molestare la ragazza e non di averlo fatto in precedenza ai danni di altre donne. Al termine dell’interrogatorio la difesa ha presentato al gip l’istanza di remissione in libertà sostenendo che non sussiste né il pericolo di inquinamento delle prove né di fuga o di reiterazione del reato.
Il rappresentante della pubblica accusa si è dichiarato favorevole a condizione che al sacerdote venisse imposto il divieto di soggiornare ad Augusta. Le indagini sul caso, che presenta ancora adesso alcuni lati poco chiari, intanto proseguono. Al vaglio degli investigatori vi sono le dichiarazioni di un’altra donna che, dopo avere appreso dell’arresto del sacerdote, si è recata dai carabinieri per denunciare un’analoga vicenda che l’avrebbe trovata vittima.
Nel fascicolo principale vi è tuttavia al momento il nominativo di una sola parte offesa, la studentessa che, dopo avere denunciato ai carabinieri di avere subito molestie durante l’atto della confessione all’interno della sagrestia della chiesa, si è ripresentata allo stesso sacerdote, ma questa volta munita di telecamera nascosta fornitale dai carabinieri, registrando in audio ed in video le presunte perverse attenzioni sessuali esercitate per la seconda volta.
Sul conto dell’arciprete pesa anche la denuncia per atti non consoni alla figura rivestita all’interno della comunità ecclesiastica di Augusta sporta in commissariato nel novembre dello scorso anno dai genitori di un ragazzino di 12 anni schiaffeggiato dal sacerdote fuori dalla chiesa per avere disturbato, assieme ad altri minorenni, le funzioni religiose.
http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/siracusa/dettaglio/articolo/gdsid/251734/
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Rimesso in libertà don Gaetano Incardona
L’arciprete, che deve rispondere di abusi sessuali su una ragazza, non potrà risiedere ad Augusta. Nuove accuse da un’altra donna
VITTORIA. Il gip del tribunale di Siracusa Michele Consiglio ha disposto la revoca della misura degli arresti domiciliari per don Gaetano Incardona, l’arciprete della chiesa Madre di Augusta di 74 anni, originario di Buccheri da ma oltre quarant’anni residente ad Augusta, colpito da una misura restrittiva eseguita il 28 febbraio scorso dai carabinieri del Nucleo operativo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di una studentessa universitaria di 21 anni.
Il giudice, accogliendo un’istanza di scarcerazione presentata dai difensori del sacerdote, gli avvocati Ettore Randazzo e Pucci Piccione, ha imposto all’indagato unicamente il divieto di soggiorno nel comune di Augusta. Sull’istanza, accompagnata dall’imposizione dell’obbligo di legge, ha espresso un parere favorevole il pubblico ministero Antonio Nicastro che coordina le indagini tuttora in corso.
Il magistrato inquirente ha sottoposto padre Gaetano Incardona a un secondo interrogatorio, dopo il primo condotto subito dopo l’esecuzione della misura cautelare, nel corso del quale il sacerdote ha ribadito la propria estraneità alla vicenda giudiziaria.
Chi si aspettava un’ammissione di responsabilità, di fronte alle intercettazioni ambientali ed alla ripresa effettuata con una videocamera nascosta dalla vittima d’intesa con i carabinieri, è andato deluso.Don Gateano Incardona ha negato tutte le accuse sostenendo di non avere nutrito alcuna intenzione di molestare la ragazza e non di averlo fatto in precedenza ai danni di altre donne. Al termine dell’interrogatorio la difesa ha presentato al gip l’istanza di remissione in libertà sostenendo che non sussiste né il pericolo di inquinamento delle prove né di fuga o di reiterazione del reato.
Il rappresentante della pubblica accusa si è dichiarato favorevole a condizione che al sacerdote venisse imposto il divieto di soggiornare ad Augusta. Le indagini sul caso, che presenta ancora adesso alcuni lati poco chiari, intanto proseguono. Al vaglio degli investigatori vi sono le dichiarazioni di un’altra donna che, dopo avere appreso dell’arresto del sacerdote, si è recata dai carabinieri per denunciare un’analoga vicenda che l’avrebbe trovata vittima.
Nel fascicolo principale vi è tuttavia al momento il nominativo di una sola parte offesa, la studentessa che, dopo avere denunciato ai carabinieri di avere subito molestie durante l’atto della confessione all’interno della sagrestia della chiesa, si è ripresentata allo stesso sacerdote, ma questa volta munita di telecamera nascosta fornitale dai carabinieri, registrando in audio ed in video le presunte perverse attenzioni sessuali esercitate per la seconda volta.
Sul conto dell’arciprete pesa anche la denuncia per atti non consoni alla figura rivestita all’interno della comunità ecclesiastica di Augusta sporta in commissariato nel novembre dello scorso anno dai genitori di un ragazzino di 12 anni schiaffeggiato dal sacerdote fuori dalla chiesa per avere disturbato, assieme ad altri minorenni, le funzioni religiose.
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