Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • UGANDA: SOSPESO PRETE CHE CONTESTA IL CELIBATO. «SUSCITA ODIO CONTRO LA CHIESA».

    UGANDA: SOSPESO PRETE CHE CONTESTA IL CELIBATO. «SUSCITA ODIO CONTRO LA CHIESA».

    KAMPALA-ADISTA. Il celibato dei preti cattolici è «più una forzatura che una libera scelta, e i suoi effetti sono tutt’altro che positivi». Lo scrive, nero su bianco, don Anthony Musaala, sacerdote ugandese, in una lunga lettera aperta, inviata il 12 marzo a vescovi, consacrati e laici per suggerire l’avvio di una riflessione interna sul «fallimento del celibato tra i preti diocesani», «che potrebbero diventare uomini felicemente sposati, prima o dopo l’ordinazione, piuttosto che restare tristi e soli».
    Un’opinione probabilmente scioccante – soprattutto per i cattolici africani tendenzialmente conservatori – ma inderogabile: continuare a far finta di niente non farà altro che provocare danni sempre più gravi, prosegue Musaala, legati tanto alla sofferenza dei preti quanto a derive “scandalose” e criminali. L’«auto-inganno», la negazione del problema, spiega ancora il sacerdote, si può protrarre ancora per una decina d’anni, ma poi troppi scandali verranno alla luce e allora il sistema imploderà, provocando l’abbandono della Chiesa cattolica e la migrazione di larga parte dei fedeli verso altre comunità di fede, «i cui pastori non saranno certo migliori, ma sembreranno comunque meno ipocriti». Il tutto in un contesto ecclesiale di crescente disaffezione, soprattutto da parte dei ceti medi.
    Tutti in Uganda parlano delle relazioni amorose dei preti, si legge nella missiva: dal parrucchiere o al bar, in confessione o in casa. Si tratta di legami più o meno nascosti che i sacerdoti intrattengono fugacemente o stabilmente con parrocchiane, cameriere, studenti, preti, suore, anche religiosi che offrono sesso in cambio di denaro. E – è la triste postilla – purtroppo anche con minori, senza che in Africa lo scandalo pedofilia desti pubblica indignazione come è accaduto in Europa e Nord America. Completa il quadro un’imprecisata quantità di figli sparsi in giro per il Paese o abortiti per non “sporcare” l’immagine dello stesso prete. «Emerge così tutta una debolezza umana – conclude Musaala – dalle conseguenze catastrofiche sia per il sacerdote che per il partner. Debolezza che non può essere nascosta dietro un voto di celibato, riti e preghiere».
    È «la nuda verità» che la Chiesa africana tratta come polvere sotto il tappeto, ben rappresentata da alcuni “casi” che don Anthony racconta nella lettera: un ragazzo di 21 anni che ha tentato il suicidio, figlio di un prete che finge di essere lo zio e che esercita nell’arcidiocesi di Kampala; un suo amico, nato della violenza di un padre bianco ormai deceduto, che non ha mai superato l’ingiustizia subita dalla madre, nonostante il risarcimento economico da parte della congregazione; una ragazza di Old Kampala caduta in miseria e poi raggirata e messa incinta da un prete; una donna che andava a confessarsi solo per farsi accarezzare nel buio del confessionale; lui stesso infine, che da giovanissimo ha scoperto il trafficato mondo del sesso tra gli studenti delle scuole cattoliche. «Casi non isolati, sintomatici di un sistema malato che ha perso la sua integrità, ma non intende ammetterlo».

    La proposta
    I casi di abuso su minore devono essere trattati con azioni legali alla stregua di tutti gli altri delitti, scrive Musaala, ricordando che nel frattempo – e ovviamente in totale autonomia dalla Chiesa – ha deciso di dar vita ad una rete di figure professionali in sostegno alle vittime della pedofilia ecclesiastica.
    «Si rende necessaria – aggiunge – una campagna di sensibilizzazione per il celibato facoltativo», «visto che non esistono argomenti teologici», «ma solo vincoli di tradizione e disciplina della Chiesa». «Sono consapevole del fatto che la lotta sarà dura. Sfortunatamente il celibato serve anche alcuni interessi nella struttura di potere della Chiesa, e, naturalmente, per l’autorità ecclesiastica i sacerdoti celibi sono meno costosi, più facili da gestire e anche da manipolare. Credo che nel tempo saremo liberati da questo giogo inutile e tanto più grave in Africa, dove i legami familiari sono cruciali per l’equilibrio psicologico delle persone». Una regola, conclude togliendosi un sassolino dalla scarpa, che tra l’altro vale solo per quei preti che non hanno abbastanza potere da godere della copertura compiacente delle gerarchie cattoliche locali.

    La risposta
    Secondo l’arcivescovo di Kampala Cyprian Kizito Lwanga – il testo della sua risposta, del 19 marzo, è disponibile sul sito del quotidiano ugandese Daily Monitor, 20/3 – lo scritto di don Anthony Musaala ha provocato grande turbamento tra i fedeli e ha gettato in cattiva luce la Chiesa ugandese, da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei minori e dei più deboli. Il celibato è un obbligo previsto dal codice di diritto canonico, ma anche un giuramento del diacono che prende i voti, aggiunge il prelato. Nessuno è costretto a farsi prete e, quindi, le critiche mosse da don Musaala sono scorrette. Il suo insegnamento, inoltre, dice ancora l’arcivescovo, «suscita l’odio e il disprezzo contro la Chiesa», e quindi «egli incorre nella sospensione ferendae sententiae come prescritto dal Can. 1314». (giampaolo petrucci)

    http://www.adista.it/?op=articolo&id=52656

  • Ombre sul rettore del seminario nelle lettere di un parroco al vescovo

    Ombre sul rettore del seminario nelle lettere di un parroco al vescovo

    Il predecessore di don Ravagna lo accusa di rapporti omosessuali
    con un 24enne. La diocesi: «Equivoco chiarito con indagine interna»

    di Andrea Alberizia

    Due lettere l’hanno accusato di essere invischiato in uno scandalo omosessuale interno agli ambienti ecclesiastici ravennati, una terza lettera ha scagionato il prelato. Don Giansandro Ravagna – per la comunità religiosa cittadina semplicemente don Sandro, per cinquant’anni parroco della chiesa di San Biagio dove rimane tuttora in veste di sacerdote emerito e oggi vittima di una presunta estorsione ancora a sfondo omosessuale (vedi articoli correlati) – è stato al centro di un’indagine interna alla diocesi di Ravenna-Cervia aperta e chiusa tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Ravenna&Dintorni è venuto in possesso di una delle due lettere indirizzate a monsignor Giuseppe Verucchi, a quel tempo arcivescovo, in cui si chiedevano le dimissioni del prete dall’incarico di rettore del seminario che riveste dal 2008.

    Don Alvaro Marabini

    «Il fatto è accaduto qualche anno fa ma il tempo non ha la forza di attenuare un atto di così grave entità per un sacerdote. Sono a chiederle ancora una volta di invitare il rettore a rassegnare le dimissioni». Sono i passaggi più espliciti della lettera che don Alvaro Marabini, predecessore di Ravagna al seminario, scriveva nel gennaio 2010 a Verucchi perché risolvesse «l’affare rettore»: nel 2008 la guida dell’istituto ecclesiastico era passata nelle mani di Ravagna, tornato di nuovo al vertice del collegio dopo l’esperienza come rettore alla fine degli anni Settanta quando a nominarlo fu il vescovo di allora, Ersilio Tonini, oggi il più anziano cardinale vivente e tra i destinatari della missiva firmata da Marabini. Oltre a quelli di Verucchi e Tonini compare il nome di Luigi Amaducci, arcivescovo emerito. In buona sostanza le massime cariche, per notorietà e blasone, della Curia bizantina.

    «Abbiamo visto la Chiesa ferita, temiamo per la formazione dei seminaristi – si legge ancora nella lettera –. La coscienza non ci ha permesso di continuare a nascondere». I toni non sembrano lasciare dubbi sulla gravità delle circostanze. Al punto che nei due mesi precedenti don Marabini ha già inviato un’altra comunicazione scritta ma soprattutto ha già avuto due incontri di persona con Verucchi: «Durante il nostro colloquio abbiamo colto sul suo volto tanta sofferenza e sgomento, quella stessa sofferenza che ha preso anche noi facendoci passare notti insonni».

    Don Giansandro Ravagna

    Nella lettera non si fa riferimento a circostanze precise ma Ravenna&Dintorni, è in grado di ricostruire i dettagli. Marabini ha segnalato al vescovo presunti episodi di rapporti omosessuali avvenuti dieci-quindici anni prima tra Ravagna e un giovane parrocchiano all’epoca dei fatti 24enne, episodi appresi attraverso colloqui con un altro parroco amico del giovane. «Tutto un fraintendimento – spiega Enrico Maria Saviotti, avvocato della diocesi, disponibile a una dettagliata spiegazione –. C’è stata un’accurata indagine interna e si è verificato che non è accaduto nulla di quanto temuto. Il fascicolo è stato inviato anche a Roma. Abbiamo una lettera della presunta vittima che smentisce ogni circostanza». Lettera che il legale afferma essere dell’8 gennaio 2010 ma di non poterla mostrare per rispetto delle persone coinvolte.

    Attenzione alla data. La seconda missiva di Marabini, quella in nostro possesso, è datata 16 gennaio di tre anni fa. Cioè una settimana dopo il documento che per la diocesi ha chiuso la storiaccia. Marabini non ancora informato? In realtà sembrerebbe più che altro non ancora convinto: «È uscito dal seminato», dice senza mezzi termini Saviotti alzando gli occhi al cielo. E se non è arrivata una querela, lascia intendere l’avvocato, è solo per la misericordia della Chiesa.

    Due lettere scritte da un parroco al vescovo tra il 2009 e il 2010 gettano l’ombra dello scandalo omosessuale all’interno della diocesi bizantina. La Curia smentisce sostenendo si tratti di un equivoco chiarito

    Non parla mai di questione conclusa Marabini quando lo incontriamo nella sua parrocchia. Lasciato l’incarico di rettore, nel 2008 è stato trasferito ad Argenta, in provincia di Ferrara ma entro i confini della diocesi ravennate. Al termine della prima messa del mattino, domenica 17 marzo, si avvia verso la canonica accompagnato dal suono delle monete nel cestino delle offerte che ha raccolto ai piedi dell’altare. Quando ancora non sa che abbiamo la lettera prova a sminuirne il contenuto ma quando gli mostriamo il testo e leggiamo gli stessi passaggi che testimoniano la sua vivida preoccupazione di appena tre anni fa, ricordandogli che «il tempo non ha la forza di attenuare un atto di così grave entità», non può fare altro che confermare di averla scritta ma di non avere altro da aggiungere: «Sono un figlio della Chiesa – dice con tono pacato –. Cerchi di capire il mio obbligo di obbedienza, non posso dirle nulla. Ho raccontato le mie preoccupazioni ai miei superiori e quello è ciò che dovevo fare».

    Non risponde alle nostre domande ma una la fa lui a noi: «Lei come ha avuto la lettera?». E sulle mancate dimissioni di Ravagna? «Posso solo immaginare che il vescovo avrà fatto le sue verifiche, avrà molto pregato e anche io ho molto pregato». Accenni alla conclusione dell’indagine? Nessuno.

    Lo scorso novembre – quando il vescovo ausiliare di Reggio Emilia, Lorenzo Ghizzoni, venne nominato successore di Verucchi – un quotidiano emiliano, La Nuova Prima Pagina, scriveva così dell’incarico che lo attendeva: «La diocesi negli anni scorsi ha vissuto non pochi scandali legati alla presenza in seminario di sacerdoti dalla dubbia moralità e in diocesi di preti apertamente omosessuali, con alcuni casi molto incresciosi e persino l’intervento di un visitatore apostolico che di fatto fece rimuovere il rettore». Il visitatore, una sorta di commissario straordinario inviato dal Vaticano, intervenne durante il rettorato Marabini (2000-2008). Ma Saviotti smentisce che quella visita abbia influito sul cambio al vertice del collegio: «Si è trattato solo di un normale avvicendamento».

    A quel tempo si sparse addirittura la voce della chiusura della struttura. In occasione della giornata seminariale del 2009 fu Ravagna a sgombrare il campo dalle dicerie: «I ravennati hanno avuto un’informazione sbagliata». E spiegò che era solo una questione di razionalizzazione delle risorse: i seminaristi studiano a Bologna e tornano a Ravenna nel finesettimana per ritrovarsi nelle comunità dove alla fine degli studi svolgeranno la loro missione».

    24 – 03 – 2013

  • Quei padre Murphy d’Italia

    Quei padre Murphy d’Italia

    Federico Tulli, Left 11 del 23 marzo 2013

    «Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di pedofilia clericale mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui left è in possesso) inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo.

    Per gli abusi pedofili compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli è stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente unica in Italia, affidata dalla Santa Sede a un magistrato “civile”, Mario Sannite. Le accuse formulate dai giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dei tre anni d’indagine Sannite ha ravvisato elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede ha formulato nei suoi confronti un’ammonizione canonica, che comporta una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti».

    Corradi dunque, rimane prete e viene controllato da chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. «Gugole – si legge nel testo – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti».

    In realtà sarebbe difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come ha raccontato a chi scrive il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquida la faccenda affermando che su alcuni di loro si continuerà a indagare mentre per altri non è possibile perché deceduti oppure perché dimessi dall’Istituto. Tra i “prosciolti” c’è l’ex vescovo di Verona, oggi in odor di canonizzazione, Giuseppe Carraro. Il suo accusatore non è stato creduto nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali».

    La vicenda dei sordi di Verona, anche per le analogie con il caso Murphy, è stata descritta da Gibney nel suo film Mea maxima culpa. Il silenzio nella casa di Dio appena uscito nelle sale italiane. A condurre il regista premio Oscar sulle tracce di questa tipica storia di pedofilia clericale, fatta di omertà, reticenze e disprezzo per delle persone indifese, è stato l’esponente dei Radicali Maurizio Turco, che prima da parlamentare europeo e poi da deputato in Italia è stato uno dei pochissimi politici a puntare il dito contro le responsabilità della Chiesa, in particolare della Conferenza episcopale italiana: «Il caso del Provolo non è isolato.

    Chiediamo al neo papa Francesco di non fare pulizia a occhi chiusi come i suoi predecessori. In Italia sono avvenute cose gravi e diffuse, non singole vicende. L’auspicio è che nel nome della trasparenza Bergoglio obblighi la Cei di Bagnasco a istituire una commissione d’inchiesta indipendente su scala nazionale. Come è già avvenuto in Irlanda, Belgio e Germania».

     

  • PERUGIA/ CASO DON LUCIO GATTI. CHIUSE LE INDAGINI PER ABUSI SESSUALI IN COMUNITA’

    PERUGIA/ CASO DON LUCIO GATTI. CHIUSE LE INDAGINI PER ABUSI SESSUALI IN COMUNITA’

    Scritto da Redazione on 12 marzo 2013. Postato in IL FATTO

    don lucio gatti PERUGIA/ CASO DON LUCIO GATTI. CHIUSE LE INDAGINI PER ABUSI SESSUALI IN COMUNITA’

    L’indagine sui presunti abusi commessi nelle strutture Caritas della diocesi di Perugia e che vede indagati don Lucio Gatti, sospeso per 5 anni dalle funzioni sacerdotali dall’arcivescovo Gualtiero Bassetti e Agostino Cruciani, collaboratore della struttura di Massa Martana è arrivata ad un primo punto fermo: la conclusione delle indagini con la notifica del 415 bis. Il passo della Procura era inevitabile dopo quanto emerso al termine dell’incidente probatorio nel corso del quale hanno testimoniato i ragazzi che accusano il sacerdote. Testimonianze che sono diventate prove da portare in aula. La vicenda dei presunti abusi in alcune strutture della Caritas di Perugia e provincia, all’epoca gestite dal sacerdote, era emersa dopo una puntata della trasmissione “Le Iene”. I giovani avrebbero confermato quanto dichiarato al pm o in denuncia, descrivendo un quadro di molestie sessuali e di maltrattamenti, tipo metodi coercitivi sul lavoro. Dopo la denuncia la Curia di Perugia aveva istituito una commissione d’inchiesta e i ragazzi erano stati ascoltati. Alla fine don Lucio è stato sospeso per cinque anni. “In data 30 aprile 2012- si legge nota della curia- è stato emanato il decreto arcivescovile riguardante il sacerdote diocesano don Lucio Gatti(foto giornale dell’Umbria) in seguito ai risultati dell’indagine avviata dall’arcivescovo mons. Gualtiero Bassetti il 24 ottobre 2011. Nel decreto si stabilisce la sospensione del sacerdote da ogni attività pastorale per un periodo di cinque anni. L’annuncio del suddetto decreto arcivescovile avviene attraverso il presente comunicato stampa dopo l’espletamento delle relative procedure canoniche. La nostra Chiesa diocesana rinnova la sua richiesta di perdono a chi si sia sentito offeso”. Il pm Casucci ha chiuso l’indagine, adesso i difensori hanno venti giorni di tempo per presentare nuovi testimoni, documenti o fare richieste probatorie. Poi tutto l’incartamento passerà davanti al giudice per l’udienza preliminare che dovrà decidere per il rinvio a giudizio, salvo riti alternativi, o per il proscioglimento degli indagati.

  • Due miliardi di scandali

    Due miliardi di scandali

    Dare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa, evitando ogni coinvolgimento del Vaticano e della Santa Sede. Di fronte agli scandali finanziari e alla mala gestione dei crimini pedofili di matrice clericale, è stata questa la strategia che ha viaggiato sotto traccia per tutto il pontificato di Benedetto XVI, sotto la sua “benedizione”. In sintesi, cambiare tutto perché nulla cambi, per preservare il potere del Vaticano e la propria influenza all’interno della Santa Sede. Formulando in latino l’intenzione di abdicare da pontefice, la “storica” mattina dell’11 febbraio scorso, Joseph Ratzinger, ha rinnovato questa prassi riuscendo in pochi secondi a cancellare dalla memoria collettiva otto anni di governo caratterizzati da un’azione radicale di restauro e difesa delle tradizioni e di arroccamento della Chiesa cattolica su posizioni intransigenti nel nome della cosiddetta neo-cristianità.

    Già perché in quel momento si è persa traccia, almeno qui in Italia, degli storici attriti dell’illustre teologo con le altre dottrine religiose monoteiste, dei suoi anatemi in difesa del celibato dei preti e contro il sacerdozio femminile, di papa Benedetto XVI che non più tardi di due mesi prima aveva affermato che aborto ed eutanasia, in quanto forme di «omicidio», sono contro la pace nel mondo. Ed è pure scomparso il cardinale Ratzinger che da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha lasciato dissolvere nel nulla diversi crimini di pedofilia clericale pur di preservare l’immagine pubblica della Chiesa universale. In un attimo le sue inattese dimissioni, definite dai media italiani un gesto rivoluzionario, lo hanno tramutato agli occhi dell’opinione pubblica in un eroe dell’epoca moderna. E insieme agli otto anni di pontificato – segnati dalle sconfitte incassate dalla sua linea di governo nel confronto con quasi tutti i nodi della situazione ecclesiale ed evidenziate dal ruolo sempre più sfumato della Chiesa di Roma nella società contemporanea – sono scomparsi gli oltre quattro lustri dello zelante capo della Congregazione, che si erano conclusi nel momento in cui è diventato papa. Trenta anni vissuti da braccio armato della controriforma evaporati con un gesto che potrebbe cambiare il corso della storia della Chiesa, modificando l’immagine di Ratzinger in quella di un riformatore, e restituendo ai cattolici la fiducia nell’istituzione intaccata da una serie impressionante di scandali. Potrebbe.

    Con il Conclave alle porte, aumentano infatti le pressioni dei cardinali chiamati a eleggere il nuovo papa e l’attenzione della stampa internazionale riguardo la vicenda dei cosiddetti Vatileaks. La “Relatio” riservata sulla fuga di documenti e i veleni interni alla Curia romana, redatta dalla commissione dei cardinali incaricati da Benedetto XVI e solo a lui presentata nel dicembre scorso, il cui contenuto al momento è secretato, potrebbe, appunto, deflagrare da un momento all’altro con delle conseguenze non del tutto imprevedibili. Tutta l’operazione di pulizia dell’immagine della Chiesa, realizzata da Joseph Ratzinger e i suoi stretti collaboratori, durante la sua permanenza sul trono di Pietro, rischia seriamente di risultare vana. Dando anche tutto un altro significato alla sua abdicazione.

    «Già oggi le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano il fallimento della sua politica e penso che ad esempio riguardo gli scandali finanziari e gli abusi pedofili la sua azione sia stata finalizzata più a una pulizia d’immagine che una pulizia interna della Chiesa» osserva Tommaso Dell’Era docente di Teorie e tecniche della propaganda politica all’Università della Tuscia di Viterbo.

    Vale la pena ricordare il caso della legge 127 antiriciclaggio emanata dal papa il 30 dicembre 2010 per attuare la Convenzione Monetaria tra il Vaticano e l’Unione europea. Dopo la pubblicazione nel 2012 di Sua Santità, il libro-inchiesta firmato da Gianluigi Nuzzi per Chierelettere basato in gran parte sugli stessi documenti vagliati dalla commissione cardinalizia, questa norma “concernente la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”, che fu presentata e accolta come una vera e propria “rivoluzione” nella legislazione vaticana, si è rivelata solo un apparente impegno a rompere col passato. Quel passato che, nei 70 anni di vita dell’Istituto opere religiose, ha consegnato alla cronaca (nera) le scorribande “finanziarie” del cardinal Marcinkus, di Sindona, di Calvi, i “rapporti” delle gerarchie ecclesiastiche con la banda della Magliana e la mafia, nonché i trattamenti di favore a uomini di governo, politici, imprenditori e affaristi italiani.

    C’è poi un altro elemento che occorre considerare: i costi finanziari a carico della Chiesa per il danno d’immagine provocato dagli abusi clericali sui minori nel biennio 2010-2011. Sono stati calcolati nel 2012 dal National Catholic Risk Retention Group e presentati a un simposio mondiale sul tema organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma. Lo studio li ha quantificati in circa due miliardi di dollari mettendo in luce come ad incidere di più siano stati i costi non strettamente finanziari, vale a dire: investimenti mancati in opere di bene e danno alla missione evangelizzatrice. In poche parole: perdita di potere politico, fuga di fedeli e soprattutto di offerte. «Ratzinger – prosegue Dell’Era – da prefetto della Congregazione è personalmente coinvolto nella copertura di alcuni casi di abusi, su tutti quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Pertanto se anche da pontefice ha avuto intenzione di fare pulizia per bloccare questa emorragia non è potuto andare oltre un certo limite. Nel corso del suo pontificato invece di “tolleranza zero” contro la pedofilia, si è tenuta una condotta adattata ai singoli casi via via emergenti, per evitare il massimo delle perdite economiche e di immagine, con il minimo possibile impegno soprattutto pubblico. Basti ricordare le polemiche per la scarsa attenzione alle “vittime” nei suoi viaggi pastorali in Usa o Australia». Per non dire dei numerosi insabbiamenti, oscurità e resistenze specie in Italia. «Le resistenze ci sono, non però tra chi vuole tolleranza zero e chi invece vuole continuare a nascondere. Ma tra complici dello stesso livello che difendono interessi diversi (diocesi locali, episcopati nazionali versus curia romana, cordate cardinalizie varie).

    La gestione della pedofilia e degli abusi in questo momento è centrale e vitale per l’immagine della Chiesa ma è la cartina tornasole delle contraddizioni del neo papa emerito. Secondo Dell’Era questo è dimostrato dal fatto che il cardinal Roger Mahony, accusato negli Stati Uniti di aver “mal gestito” i casi di 122 sacerdoti pedofili evitando di segnalarli alla magistratura, «è stato chiamato dal Vaticano a partecipare al Conclave, mentre l’ex primate di Scozia, Keith O’Brien, accusato (e poi reo confesso) di abusi su quattro seminaristi, è stato escluso. In pratica, quando le violenze diventano pubbliche e non si può più impedire la fuga di notizie, la Santa Sede interviene facendo passare questa azione come se fosse una sua iniziativa. Contro chi invece ha coperto gli abusi non si agisce perché Ratzinger è il primo ad averli insabbiati. Ecco, lui dimettendosi si è lasciata una porta aperta. Una mossa abile. Da papa emerito rimane dentro il Vaticano, anche per motivi giuridici, mantiene un’influenza e può continuare a esercitare una forma di controllo. Però si è dovuto dimettere».

    Federico Tulli, Left n° 9 del 9 marzo 2013

  • Il prete: «Aveva difficoltà a procreare e lo feci spogliare per mostrarmi il membro»

    Il prete: «Aveva difficoltà a procreare e lo feci spogliare per mostrarmi il membro»

    Don Giansandro Ravagna denunciò di aver subitò un’estorsione e così rispose al pubblico ministero che indaga sulla vicenda

    «Un giorno mi disse che aveva difficoltà a procreare e lo feci spogliare per mostrarmi il membro». Sono le parole che don Giansandro Ravagna, secondo quanto si legge su Il Resto del Carlino, avrebbe riferito al pubblico ministero che indaga sulla vicenda della presunta estorsione denunciata dallo stesso prelato: arrestato il 5 marzo scorso un lavapiatti camerunese che avrebbe chiesto soldi al rettore del seminario minacciando di divulgare filmati a luci rosse in cui sono ritratti entrambi.

    Nella denuncia che ha dato via alle indagini si dice che il parroco avrebbe consegnato quasi ventimila euro negli ultimi anni al giovane africano sotto ricatto avendone in cambio due dvd. Visionati e distrutti, dice la denuncia riportata da Il Carlino. Ma don Ravagna ritratta davanti al pm: «Non ho mai visto i dvd, ho detto solo di averli distrutti». C’è poi una non risposta che alimenta ulteriori incetertezze. La domanda del pm è molto diretta: «Se lui si spogliò come fece a riprendere la scena con la microtelecamera che le dice che lui aveva addosso?». Don Ravagna non risponde. Per la cronaca va inoltre precisato che il camerunese ha due figli.

    Nei giorni scorsi i carabinieri hanno perquisito il seminario e la parrocchia di San Biagio alla ricerca di materiale utile alle indagini.

    Ricatto a luci rosse al prete Soldi per non mostrare un video
    «Ho un filmato in cui facciamo sesso»: arrestato un 36enne
    La difesa: «Nessuna minaccia, era richiesta di aiuto per un bisogno»

    Un lavapiatti di 36 anni originario del Camerun è stato arrestato martedì mattina con l’accusa di avere estorto alcune migliaia di euro a un anziano prete di Ravenna sotto la minaccia di divulgare un video, tuttavia finora non trovato, presumibilmente girato di nascosto e dal contenuto a luci rosse che coinvolgerebbe entrambi.

    Il 36enne – come riferito dai quotidiani locali – è stato bloccato dai carabinieri all’uscita di una chiesa ravennate subito dopo avere ricevuto il contante, circa cinquemila euro secondo quanto scrivono Il Resto del Carlino e Corriere Romagna, ventimila invece per La Voce di Romagna). L’indagine era partita da una richiesta di aiuto del parroco che conosceva il 36enne – prima impiegato in un hotel di Ravenna e poi rimasto disoccupato a causa della crisi – per averlo aiutato in passato.

    L’arrestato nell’interrogatorio di garanzia di ieri pomeriggio davanti al giudice per le indagini preliminari si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per ora il giudice si è riservato sulla misura cautelare da applicare. Secondo la difesa, i soldi erano stati chiesti senza minacce ricattatorie e per un bisogno legittimo personale. Del presunto video a luci rosse finora nessuna traccia: gli inquirenti non escludono che in realtà non esista.

    07 – 03 – 2013

  • Conclave 2013: petizione contro il cardinale Domenico Calcagno, “Non denunciò prete pedofilo, non è degno del Conclave”. Il Secolo XIX: “Ratzinger sapeva” (VIDEO)

    Conclave 2013: petizione contro il cardinale Domenico Calcagno, “Non denunciò prete pedofilo, non è degno del Conclave”. Il Secolo XIX: “Ratzinger sapeva” (VIDEO)

    Nuova bufera si abbatte sul conclave. La rete L’Abuso di Savona, associazione fondata da alcune vittime di sacerdoti pedofili, ha lanciato una petizione sul web per chiedere al segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, di escludere dal conclave l’ex vescovo di Savona Domenico Calcagno per “non aver denunciato” don Nello Giraudo, un prete savonese che in passato avrebbe molestato e sottoposto ad abusi sessuali alcuni giovani parrocchiani.

    “Un caso analogo – afferma il portavoce della rete L’Abuso Francesco Zanardi – a quello del cardinal Mahony e a quello del cardinal Rivera per i quali i cattolici hanno chiesto che non partecipino al conclave, in quanto indegni”. Del caso di don Nello Giraudo e del comportamento omissivo dell’ex vescovo di Savona si è occupata ieri sera anche la trasmissione televisiva “Le Iene” con il servizio dal titolo “Abusi nascosti dalla Chiesa”.

    “Alla luce degli ultimi avvenimenti che hanno sconvolto la Chiesa cattolica, dopo tutti i gravissimi reati di pedofilia clericale che tante innocenti vittime hanno mietuto, in relazione alle accertate omissioni e coperture attuate da prelati e monsignori vari a protezione di sacerdoti che hanno abusato ripetutamente di tanti adolescenti -si legge nella petizione promossa dalla rete L’Abuso – chiediamo che a monsignor Domenico Calcagno, attuale membro del conclave in Vaticano, sia precluso questo privilegio di cui sicuramente non è degno per la sua completa e totale inazione nei confronti di preti pedofili savonesi a cui egli ha permesso di agire come lupi in un gregge di pecore”.

    Secondo la ricostruzione del Secolo XIX, anche Joseph Ratzinger, ora papa emerito, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede , era a conoscenza dei casi di pedofilia che si sono verificati all’interno della diocesi savonese. “Ma, come del resto i vertici della curia locale, non ha denunciato alla magistratura i fatti”. Ecco cosa scrive il quotidiano:

    A dimostrarlo in modo inconfutabile sono i documenti di cui la redazione de Il Secolo XIX è venuta in possesso, sequestrati dalla Procura della Repubblica di Savona circa un anno fa, nel febbraio 2012, prelevati dalla cassaforte della Curia savonese, nell’ambito dell’indagine sui casi di pedofilia avvenuti nella diocesi ligure. Documenti che dimostrano come il papa emerito Benedetto XVI, due anni prima dell’elezione a pontefice, nel 2003, fosse stato informato dei casi savonesi, proprio quando era appunto Prefetto della Congregazione per la dottrina della Chiesa, l’organo deputato a vigilare sulla correttezza della dottrina cattolica. Una vicenda che acquista un peso significativo nella storia di Ratzinger e in cui compaiono altri personaggi illustri, tra cui il cardinale Domenico Calcagno, al tempo vescovo della diocesi savonese, che sarà membro dell’imminente conclave.

     

    http://www.huffingtonpost.it/2013/03/04/conclave-2013-petizione-c_n_2804847.html

  • Don Walter condannato in appello a sei anni e due mesi di reclusione

    Don Walter condannato in appello a sei anni e due mesi di reclusione

    Don Walter condannato in appello a sei anni e due mesi di reclusione Don Walter, il sacerdote accusato di violenza sessuale su tre prostitute, è stato condannato in appello a 6 anni e due mesi, un anno in meno rispetto alla sentenza di primo grado. I giudici della corte d’appello di Brescia non hanno riconosciuto la violenza su una delle donne. In un altro processo, a Ferrara, il prete era stato condannato a 8 mesi per aver indotto una testimone a ritrattare Don Walter all’uscita del tribunale MANTOVA. Sei anni e due mesi di reclusione: è questa la condanna inflitta stamani a don Walter Mariani dai giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Brescia. Rispetto alla precedente sentenza di sette anni mezzo, al sacerdote è stato scontato un anno. Non è stata infatti riconosciuta la violenza sessuale su una delle tre prostitute, ospiti della sua comunità che con le loro accuse lo avevano trascinato in tribunale. Per il procuratore capo Antonino Condorelli la sentenza conferma la validità dell’impianto accusatorio. L’avvocato difensore Sandro Somenzi aveva chiesto l’assoluzione. A fine marzo 2012 don Walter aveva subito una seconda condanna dal tribunale di Ferrara: otto mesi di reclusione per aver indotto una testimone – una ragazza che lo accusava di violenza sessuale – a dire il falso, offrendole 3mila euro per ritrattare di fatto le accuse. Anche contro questa sentenza l’avvocato Somenzi è ricorso in appello a Bologna.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2013/02/27/news/don-walter-condannato-in-appello-a-sei-anni-e-due-mesi-di-reclusione-1.6608731

    Don Walter in Cassazione <condannato senza prove> Nuovo ricorso per evitare il carcere dopo la stangata dei sei anni per violenza sessuale. L’avvocato: “In appello non è stato considerato il pronunciamento della Corte” di Giancarlo Oliani Don Walter Mariani al termine di una delle tante udienze del processo Secondo ricorso in Cassazione contro la condanna a sei anni e due mesi di reclusione inflitta a don Walter Mariani dai giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Brescia, per violenza sessuale su due prostitute. È stata presentata dall’avvocato Sandro Somenzi. Il legale del sacerdote, lo ricordiamo, era riuscito con il precedente ricorso alla suprema Corte a far annullare la sentenza della prima sezione della stessa Corte d’appello a sette anni e mezzo. Ora si oppone anche alla seconda. Se dovesse essere respinto per il prete sacerdote si aprirebbero le porte del carcere. Il reato per il quale è stato condannato esclude, infatti, qualsiasi beneficio di legge e non terrebbe conto dei suoi 72 anni. Su cosa si basa il secondo ricorso in Cassazione? Un caso, a dire il vero, piuttosto raro. Facciamo un piccolo passo indietro. La prima sentenza della Corte ha annullato la condanna a sette anni e mezzo perché le prove e le testimonianze raccolte non erano sufficienti. In poche parole non ha importanza che il sacerdote abbia avuto dei rapporti sessuali con le prostitute ma se per ottenerli ha usato la minaccia, in virtù del suo ruolo. «La seconda sezione della Corte d’Appello – chiarisce l’avvocato – ha ribadito le stesse accuse già respinte. Per questo ci siamo di nuovo rivolti alla Cassazione. A questo punto – continua Somenzi – abbiamo una motivazione in più. Oltre alla mancanza di una prova esaustiva sulla colpevolezza di don Walter c’è anche una violazione delle prescrizione da parte della Corte d’appello che ha disatteso la sentenza della Cassazione. Entro l’anno comunque dovremmo avere la risposta definitiva». Le violenze per le quali don Walter rischia di finire in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, ieri mattina la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui era responsabile lo stesso sacerdote. Il processo di primo grado, celebratosi al tribunale di Mantova, si era concluso con la condanna a cinque anni di reclusione. In quell’occasione a confermare le pesanti accuse erano state anche una suora, direttrice della Casa di Ruth, e una psicologa. La Corte d’appello di Brescia aveva ulteriormente inasprito quella pena, portandola, nel gennaio dello scorso anno, a sette anni e mezzo. Poi il ricorso in Cassazione che aveva annullato quella condanna, rinviando gli atti a un’altra sezione della Corte d’appello di Brescia perché dimostrasse, con altre prove, l’esistenza di quel clima di intimidazione alla base delle violenze. Invece c’è stata un’altra condanna. E ora di nuovo la Cassazione.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2013/06/17/news/don-walter-in-cassazione-condannato-senza-prove-1.7274341

  • Niente conclave per il card ‘O Brien

    Niente conclave per il card ‘O Brien

    Vaticano, Lascia O’Brien: “Niente Conclave”
    ultimo aggiornamento: 25 febbraio, ore 14:13
    Londra – (Adnkronos) – Il primate di Scozia è al centro di presunti casi di “atti inappropriati” che avrebbe compiuto in passato contro quattro sacerdoti, compiuti nell’arco di 30 anni. Papa firma ‘motu proprio’: Conclave più vicino. Conferenza stampa dal Vaticano /DIRETTA. Ieri l”ultimo Angelus di Benedetto XVI: “Dio mi chiama a salire sul monte”. Vaticano: ‘sconcerto’ per le interpretazioni della stampa su promozione di Balestrero

    Londra – (Adnkronos) – Il cardinale Keith O’Brien ha annunciato che non parteciperà al Conclave. “Chiedo la benedizione di Dio sui miei fratelli cardinali” che presto saranno a Roma per eleggere il nuovo Papa, “io non mi aggiungerò a loro di persona per questo Conclave. Non voglio che l’attenzione dei media a Roma sia concentrata su di me”, si legge nella dichiarazione diffusa da O’Brien dopo che il Papa ha accettato le sue dimissioni da arcivescovo di St. Andrews e Edimburgo

    L’annuncio delle dimissioni giunge in seguito ad accuse “di atti inappropriati” che il cardinale avrebbe compiuto in passato contro quattro sacerdoti, compiuti nell’arco di 30 anni.

    O’Brien doveva essere l’unico rappresentante britannico a partecipare al Conclave. Il Vaticano ha confermato che il Papa ha accettato le dimissioni.

  • Regno Unito, accuse di abusi per un cardinale scozzese

    Regno Unito, accuse di abusi per un cardinale scozzese

    24/02/2013
    Regno Unito, accuse di abusi per un cardinale scozzese Keith O’Brien

    Keith O’Brien, 33 anni fa, avrebbe assunto “comportamenti inappropriati” nei confronti di tre sacerdoti e di un ex prete

    A pochi giorni dall’inizio del conclave nuove accuse e un nuovo potenziale scandalo, questa volta proveniente dalla chiesa cattolica in Gran Bretagna, rischia di scuotere ulteriormente il Vaticano in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Il cardinale scozzese Keith O’Brien, il più alto porporato britannico e tra quelli che hanno diritto di voto nell’elezione del prossimo papa, è accusato di «comportamento inappropriato» nei confronti di tre sacerdoti e un ex sacerdote.

    Le accuse, provenienti dai diretti interessati, sono state fatte pervenire al nunzio apostolico in Gran Bretagna, mons. Antonio Mennini, stando a quanto riferisce il Guardian in un lungo articolo pubblicato sul suo sito online e, in prima pagina del suo domenicale, The Observer. Si riferiscono ad episodi che risalgono a fino 33 anni fa. In un caso al 1980. All’epoca, la persona che oggi punta il dito contro il comportamento di O’Brien, aveva 18 anni ed era un seminarista al St.Andrew’s College (a Drygrange, in Scozia) dove l’attuale cardinale era il suo `direttore spirituale´. A quanto si apprende, ha parlato di un «approccio inappropriato» dopo le preghiere della sera.

    L’allora seminarista sarebbe stato in quel momento troppo spaventato per riportare l’accaduto, ma da allora la sua personalità sarebbe cambiata, e anche i suoi insegnanti avrebbero notato che appariva spesso depresso. L’allora seminarista è stato poi ordinato sacerdote, ma, si legge, avrebbe riferito al nunzio che avrebbe abbandonato il sacerdozio nel momento in cui O’Brien fu nominato cardinale (da Giovanni Paolo II nel 2005). Si è poi sposato. «Sapevo che avrebbe sempre esercitato un certo potere su di me. Si pensava che io avessi lasciato il sacerdozio per sposarmi. Non fu così. Lo feci per preservare la mia integrità».

    Quello che viene indicato dal giornale come prete B´ riferisce di un episodio, sempre negli anni '80, e parla di un «comportamento", da parte del cardinale nei suoi confronti, «non cercato» - precisa - e avvenuto a tarda serata, dopo una «sessione di bevute».Prete C´ accusa O’Brien di aver usato il momento della preghiera serale come una scusa per «contatti inappropriati», riferisce ancora il Guardian. A quanto emerge, inoltre, il cardinale avrebbe mantenuto i contatti con Prete C´ per un certo periodo e - questo dettaglio sarebbe stato fatto pervenire all'ufficio del Nunzio - almeno in un'altra occasione O'Brien, descritto daprete C´ come «molto carismatico», avrebbe fatto in modo di trovarsi in una situazione definita come intima. «Bisogna comprendere qual è il rapporto tra un vescovo e un prete. Gli si deve obbedienza – spiega l’ex sacerdote – è più di un capo, di un amministratore delegato di un’azienda. Esercita su di te un potere immenso».

    Le accuse sarebbero state riportate prima dell’annuncio delle dimissioni da parte di Benedetto XVI. O’Brien ha suscitato clamore nell’intervista che ha rilasciato ieri al servizio scozzese della Bbc in cui il cardinale affermava che a suo avviso i preti dovrebbero potersi sposare, se lo volessero. Un’apertura inedita e sorprendente anche perché il porporato è considerato un ferreo tradizionalista. Uno strenuo conservatore soprattutto in materia di omosessualità, che aveva condannato come immorale, e contro i matrimoni gay che aveva definito «dannosi per il benessere fisico, mentale e spirituale».