Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, il cardinale Pell decide di ricorrere all’Alta Corte

    Pedofilia, il cardinale Pell decide di ricorrere all’Alta Corte

    Imboccherà l’ultima strada di appello presso l’Alta Corte d’Australia il cardinale George Pell, condannato per pedofilia ad un minimo di tre anni e otto mesi, sentenza confermata questo mese dalla Corte d’Appello di tre giudici dello stato di Victoria con un voto di due a uno.

    Fonti citate oggi dal Sydney Morning Herald confermano la decisione di Pell, dichiarato colpevole di aver abusato sessualmente di due coristi 13enni nella sacrestia della cattedrale di Melbourne nel 1996, quando vi era arcivescovo. Secondo le fonti, il cardinale ha ricevuto consiglio unanime dalla sua squadra legale, secondo cui l’opinione dissenziente di uno dei tre giudici della Corte d’Appello del Victoria, Mark Weinberg, fornisce ragionevoli motivi per revocare la condanna. Pell ha ora 21 giorni per presentare formalmente un ricorso all’Alta Corte, l’organo di giudizio finale, chiedendo di esaminare un appello.

    E’ probabile che l’udienza per determinare il ricorso sia breve e che si terrà entro l’anno. Se il ricorso sarà accettato, passeranno altri 4-6 mesi prima che l’appello sia udito. La decisione di maggioranza della Corte d’Appello emessa il 21 agosto dalla Giudice Capo Anne Ferguson e dal presidente della Corte d’Appello Chris Maxwell, ha confermato il verdetto raggiunto lo scorso dicembre dalla giuria di un tribunale di Melbourne, quando Pell è stato giudicato colpevole di cinque reati sessuali su minori. I due giudici hanno stabilito che la sola vittima sopravvissuta di Pell, è stato un testimone credibile e veritiero. I legali di Pell si affideranno ora in gran parte all’opinione dissenziente del terzo giudice, Mark Weinberg, ex capo della Pubblica Accusa federale, che invece ha messo in dubbio la credibilità e l’affidabilità della vittima.

    Ha concluso che “vi è un corpo significativo di prove cogenti, che gettano seri dubbi su quanto ha riferito il denunciante” e ha raccomandato il proscioglimento da ogni accusa. Se l’Alta Corte accetterà di udire l’appello, dovrà considerare fattori fra i quali: se udire l’appello è una questione di pubblica importanza, se riguarda una questione di legge e se è nell’interesse dell’amministrazione della giustizia. Pell, 78 anni, è tuttora rinchiuso in isolamento nel carcere di alta sicurezza di Melbourne per i detenuti da poco condannati e si prevede che sarà trasferito in un carcere di media sicurezza per condannati per pedofila, tra cui un certo numero di ex sacerdoti, separati per loro protezione dal resto della popolazione carceraria. ANSA

    https://gds.it/articoli/mondo/2019/08/26/pedofilia-il-cardinale-pell-decide-di-ricorrere-allalta-corte-e1a0029c-57f5-43b9-ba38-79792fa96e3b/

  • Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    L’ex prefetto della Segreteria per l’Economia torna in carcere, i suoi avvocati valutano il ricorso all’Alta Corte. Il Vaticano: prendiamo atto della sentenza, siamo vicini alle vittime di abuso

    IACOPO SCARAMUZZI

    CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede «prende atto» della sentenza, ricorda che Pell «ha sempre ribadito la sua innocenza» e «conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili», precisando che, per quanto riguarda il processo canonico che il Vaticano può intraprendere autonomamente rispetto alla giustizia australiana, «la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso».

    L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia è tornato in carcere, dove continuerà a scontare la condanna. La libertà vigilata sarà possibile dopo tre anni e otto mesi. È probabile che i suoi legali facciano appello all’Alta Corte, il grado supremo della giustizia australiana. Secondo la stampa australiana, tale ultimo appello non è automatico ma, vista l’importanza del caso, è probabile.

    Il cardinale Pell «è ovviamente deluso dalla decisione odierna», ha dichiarato un suo portavoce presso l’arcidiocesi di Sidney. «Tuttavia i suoi avvocati esamineranno attentamente la sentenza per decidere se chiedere un congedo speciale alla Corte suprema. Nel notare che la decisione è stata presa due a uno, il cardinale Pell continua a protestare la propria innocenza».

    Gli avvocati di Pell avevano fatto appello contestando 13 ragioni per le quali gli abusi sessuali sarebbero stati «fisicamente impossibili» da compiere, sia per quanto riguarda la cronologia, sia perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta in sagrestia a conclusione di una messa affollata, sia per l’impossibilità fisica di compiere tale violenza con addosso i pesanti paramenti sacri della messa. Due giudici su tre che componevano il collegio giudicante, Anne Ferguson e Chris Maxwell, hanno respinto l’appello, mentre il giudice Mark Weinberg lo avrebbe accolto. Nel dispositivo di sentenza di oltre 300 pagine si legge che il giudice Weinberg ha trovato che nella testimonianza della vittima ci fossero discrepanze tali da mettere in dubbio la colpevolezza di Pell e che, più in generale, le altre prove portate dalla vittime rendevano il suo racconto «impossibile da accettare». Tuttavia, ha spiegato il giudice Ferguson, «l’appello su base dell’irragionevolezza (dell’accusa, ndr) è stato respinto perché due di noi hanno un diverso punto di vista sui fatti». I giudici hanno invece respinto all’unanimità altri due argomenti della richiesta d’appello relative a presunte irregolarità procedurali del processo di primo grado.

    Pell, ha tenuto a precisare il giudice Ferguson, «non è stato reso il capro espiatorio per alcuna mancanza percepita della Chiesa cattolica o per alcun fallimento relativo all’abuso sessuale dei minori da parte del clero».

    Il primo ministro australiano Scott Morrison ha commentato la sentenza affermando che «i tribunali hanno fatto il loro lavoro, hanno emesso le loro sentenze. E questo è il sistema di giustizia in questo paese e deve essere rispettato» ed ha aggiunto che prevede che a Pell verranno ritirate le onorificenze statali. In una distinta dichiarazione, il governatore generale David Hurley ha affermato che ritirare l’Order of Australia sarà fatto «quando tutte le procedure legali avranno fatto il loro corso».

    L’arcivescovo di Melbourn Peter A. Commensoli ha commentato da parte sua la condanna esprimendo rispetto per la sentenza ma sottolineando che «la complessità della ricerca della verità in questa materia ha messo molti alla prova e continuerà probabilmente a farlo». L’Arcivescovo ha precisato che Pell continuerà a ricevere sostegno pastorale in segno di «carità cristiana» e ha ribadito il proprio sostegno alle vittime di abuso sessuale.

    Una folla di persone ha atteso fuori dalla Corte la sentenza ed ha salutato la condanna con esclamazioni di gioia.

    Gli abusi al centro del processo sarebbero avvenuti a danno di due uomini che nel 1996 e 1997 erano minorenni. Delle due vittime, rimaste anonime, una ha potuto testimoniare in tribunale, la secondo è morta di overdose nel 2014. La vittima sopravvissuta ha commentato oggi la sentenza con un comunicato nel quale si dice «sollevato» dalla sentenza, contesta chi ha messo in discussione le sue motivazioni e rivendica di aver messo a repentaglio la propria privacy, la propria salute e la serenità della propria famiglia: «Il mio viaggio non è stato un viaggio facile», scrive, aggiungendo: «Ora ho bisogno di definirmi lontano da tutto questo. Di recente ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita come padre. L’esperienza che ho attraversato mi ha aiutato a comprendere cosa è veramente importante».

    Il processo di Melbourne, va ricordato, è distinto dalle accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti a Ballarat di cui è stato accusato Pell, e che risalgono all’epoca in cui egli era vescovo ausiliare, che hanno portato il cardinale australiano a comparire a marzo del 2016 davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) in video-collegamento da Roma.

    Quanto al processo attuale, per il quale a giugno del 2017, sentito papa Francesco, Pell, dopo iniziale tentennamento, ha deciso di tornare in Australia per difendersi in tribunale, senza opporre l’immunità diplomatica, già lo scorso febbraio la Sala stampa della Santa Sede aveva reso noto che «dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

    Il portavoce vaticano Matteo Bruni, oggi, ha commentato così: «Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede prende atto della decisione di respingere l’appello del Cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili».

    «Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso», ha inoltre precisato Matteo Bruni. «Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/08/21/news/abusi-respinto-in-australia-l-appello-del-cardinale-pell-1.37366775?refresh_ce

  • Pedofilia. I vescovi australiani su conferma condanna e carcere per il cardinale Pell : “la legge è uguale per tutti “

    Pedofilia. I vescovi australiani su conferma condanna e carcere per il cardinale Pell : “la legge è uguale per tutti “

    “I vescovi cattolici australiani ritengono che tutti gli australiani debbano essere uguali ai sensi della legge e accettano di conseguenza il giudizio odierno”. Lo ha affermato mons. Mark Coleridge, presidente dei vescovi australiani commentando in una dichiarazione la decisione emessa oggi dalla Corte d’appello dello Stato di Victoria, con una sentenza a maggioranza di 2-1, di respingere il ricorso presentato dal cardinale George Pell.

    Nella Dichiarazione, il presidente dei vescovi conferma la decisione del team legale del cardinale Pell di presentare un nuovo ricorso all’Alta corte, l’organo di giudizio finale dell’Australia. “I vescovi – scrive mons. Coleridge – si rendono conto che questo è stato e rimane un momento molto difficile per i sopravvissuti all’abuso sessuale dei minori e per coloro che li sostengono. Riconosciamo il dolore che coloro che sono stati abusati dal clero, hanno sperimentato nel lungo processo giudiziario e di appello del cardinale Pell. Riconosciamo anche che questa sentenza sarà angosciante per molte persone. Rimaniamo impegnati a fare tutto il possibile per portare guarigione a coloro che hanno sofferto molto e per garantire che le strutture cattoliche siano i luoghi più sicuri possibili per tutte le persone, ma soprattutto per i bambini e gli adulti vulnerabili”.

    Pedofilia. I vescovi australiani su conferma condanna e carcere per il cardinale Pell : “la legge è uguale per tutti “

  • Abusi sessuali su seminarista in Vaticano, sacerdote nei guai

    Abusi sessuali su seminarista in Vaticano, sacerdote nei guai

    Violenza sessuale con l’aggravante dell’abuso di autorità. La procura di Roma è pronta a chiudere le indagini nei confronti di Don Gabriele Martinelli. Le accuse mosse dagli investigatori, nei confronti del sacerdote 26enne riguardano presunti episodi di abusi avvenuti dentro la Città del Vaticano. La vittima è un seminarista del Preseminario San Pio X che ospita i chierichetti che prestano il servizio liturgico nella Basilica di San Pietro con il Papa. «Il Preseminario – come è scritto nel sito internet- accoglie ragazzi della scuola media».

    L’INCHIESTA
    Ebbene lo stesso Don Martinelli, adesso è un sacerdote, era un seminarista. Tuttavia rispetto alla vittima, all’epoca delle presunte violenze, rivestiva un ruolo superiore. Una sorta di capo classe. Martinelli avrebbe sfruttato questa sua posizione per imporsi nei confronti dell’altro seminarista. Da qui l’ipotesi dell’aggravante dell’abuso di autorità. Un’inchiesta delicata portata avanti dai carabinieri e dal pubblico ministero Stefano Pizza. Gli inquirenti hanno potuto lavorare a questo caso, su episodi che riguardano uno stato straniero, anche in virtù di una serie di accordi che derivano dai Patti Lateranensi.

    Gli episodi indicati nella denuncia, sporta dal seminarista, riguardano casi di violenze che si sarebbero consumati intorno al 2012. Tuttavia la vittima ha accusato Don Martinelli di averlo molestato anche in anni precedenti. Quando entrambi erano minorenni, tanto che anche la procura dei minori ha aperto una fascicolo (a carico di ignoti) per fare piena luce sul caso. Oltre alla giustizia italiana si sarebbe interessata del caso anche quella Vaticana. Intanto Gabriele Martinelli, il 10 giugno del 2017, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Como.

    ABUSO SUORA
    Non è certo questa l’unica inchiesta della magistratura romana che crea forti imbarazzo in Vaticano. I primi di giugno la procura ha deciso di chiedere il rinvio a giudizio per padre Giovanni Salonia, tra i più affermati psicoterapeuti operanti nel mondo ecclesiale, accusato da una suora di violenza sessuale, con l’aggravante, per i pm, di «avere agito per motivi abietti». Salonia, appartenente all’Ordine dei cappuccini, con alle spalle amicizie importanti, tra cui l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, si è sempre proclamato innocente. «Nella veste di psicoterapeuta e nello stesso tempo di sacerdote si legge nel capo di imputazione – costringeva la sua suora, sua paziente, a compiere e subire atti sessuali» in diverse incontri tra il 2009 e il 2013.

    L’incidente probatorio, disposto a marzo dal Tribunale, deve avere fugato ogni dubbio al magistrato che ha ritenuto necessario richiedere il processo. Due anni fa Papa Francesco era intenzionato a promuovere Salonia vescovo ausiliare di Palermo, dietro sponsorizzazione di Lorefice, salvo poi cambiare idea poco prima della nomina.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molesta_seminarista_sacerdote_don_gabriele_martinelli_violenza_sessuale-4664502.html

  • Preti pedofili, in Argentina comincia il processo per gli abusi sui bimbi sordi

    Preti pedofili, in Argentina comincia il processo per gli abusi sui bimbi sordi

    La magistratura argentina sarà la prima nel mondo a fornire una verità giudiziaria su caso Provolo, travolto da da oltre dieci anni da uno dei più gravi scandali nella Chiesa cattolica, denunciato  per la prima volta dall’Espresso e rimasto fino ad ora totalmente impunito

    DI ANDREA TORNAGO

    Si è aperto in Argentina, a Mendoza, il primo processo nei confronti dei religiosi dell’Istituto Provolo per l’educazione dei sordomuti – con sede a Verona ma presente in vari paesi nel mondo – travolto da ormai più di dieci anni da uno dei più gravi scandali internazionali di pedofilia nella Chiesa cattolica, denunciato nel 2009 per la prima volta dall’Espresso e rimasto fino ad ora totalmente impunito.  Il dibattimento verrà tradotto integralmente e in simultanea nella lingua dei segni.  Davanti al giudice Carlos Díaz, in un processo celebrato a porte chiuse per via della crudezza delle testimonianze e della minore età delle vittime, i tre imputati si sono rifiutati di rispondere alle domande e hanno chiesto che i minori tornino in aula per testimoniare sui fatti contestati, istanza rigettata per evitare di rinnovare inutilmente la sofferenza alle vittime: verranno utilizzate le testimonianze acquisite nel corso delle audizioni protette. Il sacerdote veronese Nicola Corradi, 83 anni, l’argentino Horacio Corbacho, 59, e l’impiegato Armando Gómez, 57, sono accusati di abusi sessuali aggravati nei confronti di minori, avvenuti tra il 2005 e il 2015. L’inchiesta di Mendoza però è più ampia e riguarda in totale 14 indagati, tra cui una suora e undici civili, e ha già portato a una condanna a dieci anni con rito abbreviato per il religioso Jorge Luis Bordón, accusato in parte degli stessi fatti oggetto del processo di Mendoza.

    La magistratura argentina sarà dunque la prima nel mondo a fornire una verità giudiziaria su caso Provolo, i cui raccapriccianti abusi ricostruiti dalle testimonianze delle vittime iniziarono a Verona negli anni ’60, e proseguirono nelle sedi sudamericane dell’istituto, in cui i sacerdoti venivano di volta in volta trasferiti. Questo sistema alla “Spotlight” trova riscontro anche nelle carte giudiziarie italiane. Le «tendenze pedofile» di Nicola Corradi, secondo la Procura di Verona che nel gennaio del 2018 ha archiviato le indagini per favoreggiamento dei sacerdoti arrestati in Argentina, erano note all’interno delle congregazione del Provolo già dal «gennaio del 1970», data in cui il prete «si trasferì (o fu fatto trasferire?)» – si legge nella richiesta di archiviazione firmata dal pm veronese Valeria Ardito – e in cui «avrebbe dovuto effettuarsi un oculato controllo sulla sede presso la quale il sacerdote sarebbe stato destinato».

    Ma le autorità ecclesiastiche non fecero nulla. Nemmeno quando, in occasione della denuncia collettiva davanti alle telecamere dell’Espresso nel 2009,  una delle vittime degli abusi fece proprio il nome di don Corradi: nell’inchiesta ecclesiastica che seguì, conclusa nel 2011, la posizione di Corradi non fu nemmeno esaminata. Poco dopo, nel novembre del 2016, Corradi viene arrestato in Argentina per le violenze denunciate a Mendoza.

    La causa di Mendoza è solo la prima. Le indagini si sono presto estese anche all’altra sede argentina del Provolo nella città La Plata, capoluogo della provincia di Buenos Aires. Anche in quell’inchiesta, Nicola Corradi è accusato di violenze sessuali sui minori sordomuti commesse in anni precedenti, insieme al religioso veronese Eliseo Pirmati, tornato a vivere nel 2017 nella sede centrale del Provolo a Verona e su cui pende una richiesta di estradizione in Argentina, e al guardiano José Britez. A La Plata, i pm argentini contestano agli indagati  in alcuni casi anche la «riduzione in schiavitù» dei bimbi e l’esercizio di una violenza che «in nulla si differenzia dalla tortura». Non mancano le frizioni con le gerarchie cattoliche locali e con il Vaticano, da cui dipende direttamente la congregazione di cui fa parte il Provolo: «Nessuna collaborazione da parte della Chiesa cattolica – ha denunciato il pm argentino Gustavo Stroppiana -, il vescovo Alberto Bochatey, commissario designato da Papa Francesco nel caso Provolo, non ha mai chiesto di parlare con me né ha fornito informazioni utili all’indagine».

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/08/07/news/preti-pedofili-in-argentina-comincia-il-processo-per-gli-abusi-sui-bimbi-sordi-1.337586
     

  • Pedofilia: ciò che La Nación non ha detto sulla responsabilità di Francesco

    Pedofilia: ciò che La Nación non ha detto sulla responsabilità di Francesco

    L’inchiesta condotta da La Nación giorni fa lamenta due omissioni e un errore.

    Julian Maradeo

    Innanzitutto, la colpa: sorprendentemente, la Rete dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico dell’Argentina – l’unico attore collettivo nel paese, composto da una équipe multidisciplinare – non è stata consultata. Pubblicato il rapporto, l’avvocato della Rete, Carlos Lombardi, ha chiesto il diritto di replica per le affermazioni del vescovo di San Francisco (Cordova), Sergio Osvaldo Buenanueva, che l’Episcopato ha scelto per progettare la strategia locale su come affrontare il problema da parte della curia.

    Nelle linee che inviò alla Nazione, senza risposta, Lombardi sostenne, fondamentalmente, questi tre punti:
    A) Le dichiarazioni del vescovo Sergio Buenanueva a La Nación sono davvero deplorevoli. Quando dice “C’era un sistema malato nella Chiesa che copriva gli abusi”, è un cinico atroce. Non solo c’era. Attualmente, il sistema di occultamento continua. Fa parte del sistema perché – come sostiene l’ex sacerdote messicano Alberto Athie – esistono tre livelli di responsabilità istituzionale. Il primo è quello del prete abusatore. Il secondo, del vescovo insabbiatore, quello che applica le regole progettate in Vaticano per proteggere gli stupratori. Il terzo livello è quello di coloro che hanno premeditatamente elaborato il sistema, concentrato nel Codice di Diritto Canonico, l’autentico uovo di serpente.

    B) Seguendo l’ordine delle dichiarazioni, quando afferma che “la Chiesa argentina non ha precedenti di maltrattamenti tra i suoi membri”, sta riconoscendo un problema che fa parte della strategia istituzionale: il mantenimento degli archivi segreti, il vaso di Pandora dove si fermeranno, secondo il canone 1339 inc. 3 del Codice Canonico, tutti i reclami e le avvertenze degli abusati.

    C) Ti chiedi come è possibile che abbiamo perso di vista il fatto che il bene da difendere non era la buona immagine della Chiesa, ma il bene di una persona che Cristo ha posto al centro della nostra missione? È un’espressione degna del personaggio di Moliere, Tartufo. Un tale atto di ipocrisia nascosta come Buenanueva stesso fa parte del meccanismo illecito (…) Non c’era coscienza? C’è oggi? Chiediamo al vescovo di La Plata Víctor Manuel Fernández, perché continua a sostenere il sacerdote Eduardo Lorenzo, denunciato per abuso sessuale di un giovane e nominato all’inizio di quest’anno alla scuola “Nostra Signora del Carmen”, a Tolosa. O al vescovo di Mendoza, Marcelo Colombo, che ha usato come motivo per chiedere un’estensione della giurisdizione per giudicare il monaco Diego Roqué – cioè per sbarazzarsi del problema – “la necessità di offrire la più assoluta indipendenza e imparzialità all’imputato” e “evitare, secondo i precedenti già esistenti nell’Arcidiocesi di Mendoza e con risultati negativi per ciò, l’eventuale azione penale, in sede statale, dei procedimenti dei nostri tribunali”.

    Omissioni e prove

    La Nazione ha trascurato gli elementi che dimostrano che Francesco è parte del problema, ostacolando il sistema di copertura dei preti abusatori fino a quando non esplode pubblicamente.
    Il 28 ottobre 2015, il giovane italiano Giuseppe Consiglio si è avvicinato al Santo Padre, nell’Aula Paolo VI. Calvo, con una linea della barba che va da un lobo all’altro e con una giacca nera che supera la vita, stringe la mano destra di Francesco mentre con l’altra consegna una lettera, che descrive il percorso seguito dai 14 sacerdoti che sono stati trasferiti dopo gli abusi commessi presso l’Istituto Próvolo Veronese. È spiegato dalla lingua dei segni. Il successore di San Pietro si scusa timidamente e gli chiede di “pregare per me”.

    Quella consegna istantanea e lo sguardo del giovane / gesto elusivo del Papa – sono stati interpretati per i posteri da Rete L’Abuso. Anni dopo, quella foto fece il giro del mondo.
    Quando? A partire da dicembre 2016, ovvero più di un anno dopo, quando sono iniziati gli arresti di sacerdoti e personale amministrativo negli istituti che Próvolo aveva avuto a La Plata e Luján de Cuyo, Mendoza.
    Anche se le prime lamentele in Italia furono conosciute pubblicamente nei primi anni del 21 ° secolo e credendo che Jorge Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires e cardinale, non lo scoprì mai, essendo il capo del Vaticano non intervenne per nessuno dei due istituti finché non fu insostenibile.

    A cui è necessario aggiungere un altro antecedente che non può essere passato inosservato: nell’agosto 2015, alla conferenza mondiale organizzata da Survivors Network of Those Abused by Priests (SNAP), a Washington, la sopravvissuta Julieta Añazco ha denunciato che i sacerdoti italiani erano stati inviati al Próvolo argentino dopo aver abusato a Verona di ragazzi con problemi di udito. Né il Papa ha fatto nulla lì.

    Inoltre, Juliet ha detto a La Trama, perché ha rifiutato l’invito di Papa Francesco a recarsi in Vaticano, dove avrebbe dovuto scusarsi: “In un caldo pomeriggio di febbraio 2014, sono andato a quello che pensavo sarebbe stato un incontro con uno dei denuncianti del prete Julio César Grassi, poiché avevo bisogno di conoscerli, abbracciarli, condividere il nostro dolore e la nostra lotta. Ero stata in grado di trovarli attraverso diverse persone e quel pomeriggio pensavo che alcuni di loro sarebbero stati a quell’incontro, ma non era così. Ho trovato un invito per andare in Vaticano. Avevo reso pubblica la mia denuncia da 5 mesi, ero in crisi e molto vulnerabile. Si scopre che la persona con cui ho avuto l’incontro conosceva l’ambasciatore argentino a Roma, Eduardo Valdes, che stava organizzando un incontro tra Papa Francesco e le vittime di abusi ecclesiastici in Argentina, per scusarsi.
    Mi disse anche che lo stesso invito era stato dato a un altro sopravvissuto e aveva già detto di sì, che avrebbe viaggiato così che il Papa potesse scusarsi.
    Non ci ho nemmeno pensato e ho anch’io detto di sì, ho pensato di portare tutte le nostre cause, che a quel tempo erano poche, in modo che il Sommo Pontefice lo scoprisse e potesse fare qualcosa.
    Già a quel tempo ci stavamo organizzando come una rete, quindi, quando ho parlato dell’invito, tutti i miei colleghi mi hanno detto automaticamente di no. Fortunatamente, all’interno della Rete, c’erano già il Dr. Carlos Lombardi e la psicologa Liliana Rodríguez, oltre alle mamme e ai sopravvissuti, che hanno combattuto per molti anni. Tutti avevano voluto andare da Bergoglio quando era cardinale a Buenos Aires, tutti gli scrivevano, chiedevano di essere ascoltati e non aveva mai incontrato nessuna vittima. Quindi, ho capito che l’unica cosa che avrebbero fatto con me è scattare foto e pubblicarle con un titolo che dice che Papa Francesco si è scusato con le vittime dell’Argentina, e nel frattempo le suore e i sacerdoti che ci hanno maltrattati sarebbero rimasti in contatto con i bambini, che è ciò che ci preoccupa di più. Così, per posta, ho detto alla persona che intercedeva tra noi e l’ambasciatore a Roma che non avrei viaggiato e ho spiegato il perché”.

    Seconda omissione

    Nel gennaio 2014, quando il Comitato dei diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite ha pubblicato le “Osservazioni conclusive sul secondo rapporto periodico della Santa Sede”. La prima cosa che ha messo in discussione il rapporto è che “purtroppo, poiché il secondo rapporto periodico è stato consegnato con un ritardo significativo, il Comitato non ha avuto l’opportunità di analizzare l’attuazione della Convenzione da parte della Santa Sede per 14 anni “.
    Al punto 29 delle osservazioni formulate nel 2014, in un linguaggio burocratico, il Comitato ha sottolineato che “è particolarmente preoccupato per il trattamento delle segnalazioni di abusi sessuali su minori, la Santa Sede ha sistematicamente posto la conservazione della reputazione della Chiesa e la protezione degli autori al di sopra degli interessi dei bambini, come osservato da diverse commissioni nazionali di ricerca”.
    Quindi, nel 34, si riferiva a un aspetto legato al patto del silenzio, sebbene in questo caso in relazione ai figli di sacerdoti che, a priori, dovevano praticare il celibato: “Il Comitato raccomanda alla Santa Sede di valutare il numero di bambini nati da sacerdoti cattolici, identificare chi sono e adottare tutte le misure necessarie per garantire i diritti di questi bambini alla conoscenza e alla cura dei loro genitori, a seconda dei casi. Il Comitato raccomanda inoltre che la Santa Sede assicuri che gli accordi di riservatezza non siano più imposti nelle chiese fornendo alle madri piani finanziari per sostenere i loro figli”.

    Ma la sezione che ha maggiormente sottolineato ciò che è stato fatto dalla Chiesa cattolica è la D, intitolata “Violenza contro i bambini”. Al paragrafo 43, il Comitato, oltre a riconoscere “l’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede a mantenere inviolabile la dignità e l’integrità personale di ogni bambino”, ha affermato che, di fatto, “La Santa Sede non ha riconosciuto la gravità dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori, né per proteggere i minori e ha adottato politiche e pratiche che hanno portato alla continuazione degli abusi e dell’impunità dei colpevoli”. Successivamente, ha identificato il trasferimento di sacerdoti come una delle strategie per proteggere gli aggressori, che, allo stesso tempo, ha aumentato il pericolo dei ragazzi che mantengono i contatti con i sacerdoti dislocati geograficamente.

    Nell’articolo seguente, il Comitato ha chiesto al Vaticano di fornire dati su tutti i casi di abusi sessuali su minori che gli sono stati resi noti. D’altro canto, pur ammettendo che la Santa Sede ha stabilito la sua piena giurisdizione sui casi di abusi sessuali su minori nel 1962, e li ha posti nel 2001 sotto la competenza esclusiva del CDF, la verità è che si tratta di un “crimine grave contro la moralità”, salvaguardando sempre la riservatezza e il silenzio, in realtà lo ha fatto solo “la stragrande maggioranza degli autori di abusi, e quasi tutti coloro che hanno nascosto l’abuso sessuale di minori, sfuggono ai procedimenti giudiziari negli Stati in cui sono stati commessi gli abusi”. Il Comitato non ha avuto dubbi: il Vaticano ha sviluppato una “legge del silenzio”, imposta al clero sotto la minaccia della scomunica, il che spiega, in parte, che non è denunciato e rimane tale per decenni.

    Tra le altre cose, il Comitato ha dichiarato che prima del 1 ° settembre 2017 il Vaticano doveva presentare una relazione contenente informazioni sull’applicazione delle osservazioni. La procedura è la stessa di tutti gli Stati membri. Fino ad ora non c’è stata risposta alcuna.

    https://www.perfil.com/noticias/politica/pedofilia-lo-que-diario-la-nacion-no-dijo-sobre-responsabilidad-papa-francisco.phtml?rd=1&fbclid=IwAR1PITkQ4MzDNvJND5nhL9kos5YT5lVp9iEeBUpKVrEH-lbyjlLEbdTAuu0

    (Traduzione con Google)

  • Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Opus Bono Sacerdotii, un ente no profit nello Stato del Michigan, dal 2002 ha offerto protezione, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. Lo ha scoperto un’inchiesta di Associated Press. Secondo uno dei fondatori della Ong: “Le vittime trascurate degli scandali sessuali sono i preti e la Chiesa”.

    Opus Bono Sacerdotii, una piccola organizzazione senza fini di lucro del Michigan, per quasi 20 anni ha offerto riparo, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. E’ quanto emerge da un’inchiesta di Associated Press (Ap), partita dopo le rivelazioni di Mary Rose Maher, la figlia 27enne del fondatore della Ong. “Una semplice indagine sull’associazione no profit Opus Bono Sacerdotii – è la denuncia scritta nel 2017 da Mary Rose al procuratore dello Stato del Michigan – metterà in luce la sottrazione di milioni di dollari, anni di frodi postali e il costante e sistematico abuso delle donazioni”. I fondi raccolti dall’ente, però, oltre a finire nelle tasche dei due fondatori, servivano anche per un altro scopo: aiutare i preti accusati di abusi sessuali su bambini.

    “Quando un [prete] pedofilo è finito in prigione per aver abusato decine di minori, Opus Bono era lì ad offrire conforto e denaro”, scrivono i tre giornalisti autori dell’inchiesta. E ancora: “Quando un prete ha confessato di avere aggredito sessualmente ragazzi di età inferiore ai 14 anni, Opus Bono ha raccolto fondi per la sua difesa”. E sebbene l’archidiocesi di Detroit abbia subito smentito qualsiasi relazione con la Ong, Associated Press è stata in grado di scoprire che in realtà i fondatori di Opus Bono Sacedotii hanno goduto per anni della protezione di importanti ecclesiastici.

    “Le vittime degli scandali sessuali sono i preti”
    “Negli scandali sessuali, le vittime trascurate sono i preti e la Chiesa stessa”. Con questa intenzione nasce nel 2002 Opus Bono Sacerdotii, un ente che fin dall’inizio vuole contrapporsi al Survivors Network of those Abused by Priests (Rete di sopravvissuti agli abusi dei preti) e gli altri gruppi che accusano la Chiesa di insabbiare le violenze sessuali del clero. A fondare l’organizzazione no profit sono due amici, Joe Maher e Peter Ferrara, entrambi parrocchiani de “L’Assunzione della Beata Vergine Maria” di Detroit, nel Michigan. Un ruolo importante nell’ente lo ricoprirà anche padre Eduard Perrone, per 25 anni sacerdote in questa grande chiesa di pietra conosciuta anche come “La Grotta dell’Assunzione”. “Già alcuni anni prima che aiutasse a fondare l’Opus Bono – si legge nel reportage di Ap – Perrone aveva accolto nella sua chiesa due sacerdoti accusati di abusi sessuali nelle diocesi di altri stati. Uno di loro in seguito ha ammesso di aver molestato ben 50 bambini negli anni ’80 e ’90”.

    Il primo caso di cui si occupa la Opus Bono risale proprio al 2002 quando la polizia di Detroit accusa Komlan Dem Houndjame, sacerdote africano del Togo, di aggressione sessuale nei confronti di un corista della “Grotta dell’Assunzione”. All’epoca sia Perrone che Maher fanno quadrato attorno a Houndjame. Maher addirittura lo porta a casa sua per proteggerlo dall’attenzione dei media. Al processo, il giudice stabilisce che non ci sono prove sufficienti e Houndjame viene assolto, nonostante altre due donne (mai sentite in tribunale) lo accusino di aver abusato di loro. Da quel momento il telefono di John Maher non smette di squillare: a chiamarlo sono altri sacerdoti che chiedono aiuto. Per i preti coinvolti in abusi, i fondatori di Opus Bono hanno pronti biglietti d’aereo, hotel e appartamenti. Alloggi che consentono ai presunti pedofili di sottrarsi allo scandalo provocato dalla loro condotta sessuale.

    Donazioni di milioni di dollari per i sacerdoti abusatori
    L’elenco dei sacerdoti aiutati da Opus Bono è riservato, ma dai suoi opuscoli promozionali si ricava che dal 2002 l’ente no profit ha assistito oltre 8mila preti. Il procuratore generale del Michigan, Bill Schuette, stima che la cifra più reale sia attorno ai mille. Quello che è certo è che alcuni dei religiosi soccorsi da Maher sono stati coinvolti in aggressioni sessuali. Come Jason Sigler, un sacerdote di Detroit condannato per aver molestato decine di bambini nel New Mexico e nel Michigan. Altri addirittura venivano assunti da Opus Bono come consulenti in diritto canonico: è il caso del reverendo Gregory Ingels, accusato di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni a San Francisco negli anni ‘70.

    A sorprendere è inoltre la quantità di soldi raccolti dall’ente con le donazioni: secondo l’inchiesta dell’Associated Press, dal 2002 al 2016, le entrate di Opus Bono Sacerdotii sono state pari a 8 milioni di dollari. A subire un vertiginoso aumento sono anche gli stipendi di Maher e Ferrara. Insomma, l’attività dei due fondatori vanno a gonfie vele. Almeno fino all’intervento della giustizia.

    Lettere ai fedeli per pagare le spese legali ad un prete accusato di pedofilia
    Nel 2018, Opus Bono invia una serie di lettere ai fedeli del Michigan per chiedere un aiuto in denaro. I soldi raccolti serviranno per pagare le spese legali a due sacerdoti: Robert DeLand, accusato di avere mantenuto relazioni sessuali con tre giovani e, Jonathan Wehrle, un prete incriminato per essersi appropriato di svariate migliaia di dollari della sua diocesi. E’ in quel momento che l’ente no profit finisce nel mirino del procuratore generale del Michigan, Bill Schuette. Dopo le indagini, il magistrato stabilisce che Maher e Ferrara stanno utilizzando la Ong per il loro arricchimento personale. I due, comunque, arrivano ad un accordo e se la cavano con poco: 10mila dollari per coprire i costi delle indagini giudiziarie e il divieto di ricoprire cariche in organizzazioni no profit nello Stato del Michigan. Opus Bono Sacerdotii ha fatto sapere Ferrara è stato licenziato e Maher non ha più alcun ruolo dal 31 marzo scorso.

    Joe Maher, però, sembra aver violato i patti con il procuratore perché è il presidente di The Men of Melchisedec, una nuova organizzazione il cui indirizzo risulta a Indian River, nel Michigan. Il compito di questo nuovo gruppo, come si legge nella loro pagina web, “è di aiutare i preti che incontrano difficoltà nella loro vita personale e nel loro ministero sacerdotale […], compresi quelli che soffrono per l’orrore di un’accusa di abuso sessuale”. E, come nel caso di Opus Bono Sacerdotii, anche qui ai fedeli preoccupati per la sorte dei religiosi coinvolti in scandali sessuali è data la possibilità di contribuire con donazioni.

    https://www.fanpage.it/esteri/che-cose-lopus-bono-sacerdotii-lente-no-profit-che-per-anni-ha-finanziato-i-preti-pedofili/

  • Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

    Conclusa l’indagine su padre Renato Poblete, icona nazionale, autore di libri e vincitore di premi, morto nel 2010: raccolte oltre cento testimonianze su 22 casi di violenze sessuali commessi dal sacerdote a danno di donne, anche quattro minorenni

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. Quattro abusi di minori, due relazioni stabili nel tempo e 16 casi di «approccio sessuale inaspettato e violento», con alcune vittime costrette anche ad abortire. Si stenta ancora a credere in Cile che l’autore di tali malefatte sia padre Renato Poblete Bach, il famoso gesuita per oltre 20 anni cappellano dell’istituzione caritativa “Hogar de Cristo” fondata da san Alberto Hurtado, vincitore di numerosi premi e autore di libri, al quale sono state dedicate statue e circoli culturali e pastorali.

    Personaggio amato e carismatico, amministratore di ingenti somme di denaro, il religioso è morto nel 2010 a quasi 86 anni, quarantotto dei quali trascorsi a condurre una doppia vita. Risalgono tuttavia al gennaio scorso le denunce da parte di Marcela Aranda e altre donne che dicono di essere state abusate da lui in modo continuativo e anche violento. Crimini confermati da una indagine indipendente avviata coraggiosamente dalla stessa Compagnia di Gesù che celebra amaramente la memoria del suo fondatore sant’Ignazio di Loyola dovendo chiedere perdono per gli abusi commessi dal confratello.

    Lo fa in un comunicato diffuso dalla provincia cilena della congregazione in cui vengono riportate le oltre «100 testimonianze» raccolte su 22 abusi che padre Poblete avrebbe commesso dal 1960 al 2008. Nel documento di 407 pagine vengono ricordate anche le varie fasi e le conclusioni dell’inchiesta affidata all’avvocato penalista Waldo Bown, dell’Università del Cile. E viene riportata anche una dichiarazione pubblica del superiore provinciale, padre Cristián del Campo, in cui ammette che la Compagnia di Gesù in Cile non ha saputo reagire «con decisione diligenza ed efficacia» a «notizie, informazioni o segnali preoccupanti» non solo nel caso di Probete ma anche di altre vicende di abusi.

    Contro quell’icona nazionale che era “padre Renato”, simbolo di prete brillante, scaltro e generoso ma anche di quel potere clericale che – come spesso affermato dal Papa – sfocia nell’abuso e nell’abuso sessuale, non ci sono infatti solo le confessioni delle vittime ritenute «plausibili e credibili» ma anche le testimonianze di un numero significativo di persone. Si tratta di confratelli gesuiti o altri laici che parlano di «comportamenti inappropriati» da parte del sacerdote che vanno quindi a confermare i fatti denunciati.

    A nessuno però era sorto il dubbio, mentre il gesuita era in vita, che tali comportamenti fossero mai sfociati nelle malefatte sessuali denunciate oggi dalle donne: troppo scaltro ed esposto per commettere gesti simili. Eppure nel report diffuso ieri si legge: «È stato definitivamente dimostrato che Renato Poblete Barth ha abusato in modo ripetuto, serio e sistematico, protetto dal potere conferitogli dal suo sacerdozio».

    Più nel dettaglio tra i 22 casi si è constatato che quattro di essi riguardavano ragazze minori di 18 anni, vittime di baci e palpeggiamenti. «In quei quattro casi di minori – spiega il report -, l’abuso è stato generato in un quadro di dipendenza psicologica, morale o economica con le famiglie delle vittime».

    Altre aggressioni venivano invece rivolte a signore più avanti con l’età e poi ci sono le relazioni “stabili” che il gesuita intratteneva con alcune donne. Come la Aranda che ha denunciato a gennaio di essere stata legata otto anni a Poblete che per tre volte l’avrebbe costretta ad abortire. «Un rapporto stabile e apparentemente consensuale, in cui la vittima ha recentemente sviluppato la situazione di abuso in cui si trovava», si sottolinea nel rapporto.

    In cui, tra l’altro, si legge che sarebbero sei le relazioni stabili avute dal sacerdote ma non tutte «sono presentate come denunce o testimonianze in questo processo», nonostante fossero presenti «aspetti abusivi» in almeno cinque di esse. Non solo, oltre le 22 vittime l’indagine ha raccolto informazioni su presunti abusi di padre Renato anche a danno di altre persone delle quali, tuttavia, per una serie di motivi diversi (chi è morto, chi risultava irraggiungibile o ha rifiutato di denunciare), non è stato possibile ottenere testimonianze dirette.

    Nella stessa inchiesta dell’avvocato Bown si evidenzia inoltre che: «Le condotte di abuso di potere, di coscienza, di reati sessuali e altri delitti commessi da Renato Poblete sono stati sostenuti in una sorta di doppia vita, protetti dalla sua immagine pubblica di persona buona. L’abuso, trasversalmente, è stato compiuto dalla posizione di potere che ha conferito lui quella immagine, la sua enorme rete di contatti e il potere economico che aveva quando gestiva autonomamente somme di denaro importanti per molti anni».

    Sembra che dalla indagine non siano emersi elementi di insabbiamento dei crimini di Poblete ma si è ravvisata, in alcuni casi, una «responsabilità etica» per una non adeguata vigilanza da parte della Compagnia di Gesù. La stessa di cui parla padre del Campo che, nella succitata nota, afferma: «Non abbiamo agito con prontezza e serietà e ci scusiamo con le vittime di abusi. Il danno arrecato è enorme e, in molti casi, è così grande che è difficile misurarlo con parole». A nome di tutti i gesuiti del Cile il superiore aggiunge: «Ci vergogniamo e ci spezza il cuore sapere che ci sono persone che abbiamo ferito. Questo è contrario alla ragione fondamentale della nostra missione… Chiediamo perdono per gli abusi e per la nostra cecità e negligenza».

    Un’altra ferita, insomma, per la Chiesa cilena già messa in ginocchio da scandali di abusi del clero vecchi e nuovi, alcuni risalenti anche a decenni fa ma deflagrati con forza dopo la visita del Papa nel Paese nel gennaio 2018. Un tornado che ha portato anche alle dimissioni dell’arcivescovo di Santiago, il cardinale Ricardo Ezzati, attualmente sotto processo. Con lui anche otto vescovi, oltre 150 sacerdoti e laici legati alla chiesa, mentre le vittime denuncianti superano le 250.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/07/31/news/abusi-in-cile-esplode-lo-scandalo-di-un-noto-gesuita-la-compagnia-di-gesu-perdono-per-la-nostra-negligenza-1.37279311

  • Abusi sui minori, stop alla prescrizione

    Abusi sui minori, stop alla prescrizione

    DI ALBERTO BARLOCCI

    Il Congresso ha approvato, praticamente all’unanimità, il progetto di legge che ha rimosso ogni limite temporale all’azione penale delle vittime. All’origine dell’iniziativa il grave scandalo per i delitti commessi da sacerdoti e religiosi

    Non succede spesso che il Congresso cileno approvi all’unanimità un progetto di legge. Anzi, è semmai rarissimo. Ma, in questo caso, il tema è riuscito ad accomunare sia la destra al governo che l’opposizione del centro sinistra, che è la maggioranza in sede legislativa: i delitti di abuso sessuale nei confronti di minori non saranno soggetti a prescrizione.

    La norma assicura in questo modo che tali delitti, particolarmente aberranti, non restino impuni per il trascorrere del tempo. Appena due astensioni sono apparse tra i 137 voti a favore emessi dai deputati presenti, approvando praticamente all’unanimità il progetto di legge e lo tesso è avvenuto, a suo tempo, nel Senato. Emblematicamente la legge, che tra l’altro eleva le pene nei confronti dei responsabili di tale delitto, è stata denominata di «diritto al tempo», allo scopo di indicare uno dei beni che viene rubato ai minori vittime di abuso sessuale.

    Il consenso attorno all’iniziativa legislativa si spiega con l’enorme impatto che hanno prodotto nel Paese gli scandali per abusi sessuali commessi contro minori da decine tra sacerdoti e religiosi del Cile.  Alcuni di questi, come Fernando Karadima, avvolti a suo tempo da un’aura di vita spirituale che ne ha fatto per troppo tempo non solo un predatore insospettabile ma, grazie al clima di silenzio e di collusione, anche una sorta di intoccabile e potente forgiatore di una Chiesa clericale e lontana dallo spirito del Vaticano II.

    Per le vittime, al danno sofferto, irreparabile, si aggiungeva la beffa di non poter agire penalmente dato che nella gran parte dei casi solo dopo molti anni è stato possibile superare il tunnel spirituale, nel quale tanti sono piombati, potendo denunciare i fatti. In alcuni casi, proprio quello di Karadima, paradossalmente é stato possibile condannare penalmente il colpevole attraverso le sanzioni canoniche, ma non attraverso la giustizia civile.

    Ed è noto l’intervento del papa Francesco che ha condotto l’intero episcopato cileno a rassegnare le sue dimissioni da qualsiasi incarico pastorale. Di tutto ciò abbiamo parlato più volte su cittanuova.it

    Particolarmente spiacevole dover prendere atto che l’azione criminale di alcuni soggetti abbia gettato nel discredito la chiesa cattolica cilena, che oggi è una delle istituzioni che meno gode della fiducia dell’opinione pubblica. Se nel 2013 un 31% dei cileni aveva molta o abbastanza fiducia nei suoi confronti, oggi questa percentuale è ridotta al 9% ed in alcune regioni scende fino appena al di sopra del 2%. Tra gli stessi cattolici, tale numero si riduce dal 45% nel 2013 all’attuale 15%.

    Tali dolorosi episodi, ovviamente non circoscritti solo all’ambito ecclesiale, ha comunque spinto i legislatori a mettere un argine all’impunità derivata dalla prescrizione di delitti commessi decenni or sono.

    La proposta normativa è stata convertita in legge con alcune settimane di ritardo perché alcuni settori della sinistra hanno premuto per estendere, in senso retroattivo, la nuova disciplina. Ma il dibattito approfondito che si è svolto in sede di commissione mista ha indotto i parlamentari ad evitare di introdurre un meccanismo non coerente col principio universale del diritto penale di non agire retroattivamente in tale materia.

    Oltre alla condanna penale, l’applicazione della nuova normativa prevede la possibilità di intentare, in campo civile, le conseguenti azioni di risarcimento per il  danno sofferto dalle vittime. Una responsabilità che si estende non solo all’autore del reato ma anche ai soggetti terzi, persone e istituzioni, che hanno coperto il delitto.

    Abusi sui minori, stop alla prescrizione

  • Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Assolto dalle accuse per abusi, don Mura torna a fare il prete

    Nel marzo scorso il Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano lo aveva assolto in primo grado dall’accusa di aver commesso abusi su un minorenne a Napoli nel 1989. Ora, scaduto il termine per presentare appello, quella sentenza di primo grado è passata in giudicato: la Curia di Napoli pertanto fa sapere che per don Silverio Mura è stata revocata la misura cautelare di sospensione dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale, disposta nel maggio 2018 dal cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo del capoluogo campano. Nella nota della Curia si evidenzia che la Congregazione per la Dottrina della Fede, titolata a ricorrere contro la sentenza di primo grado, non ha avanzato alcuna richiesta in merito.

    La stessa Congregazione aveva promosso il processo ecclesiastico penale, dopo i ripetuti appelli pubblici promossi da Diego E., una delle presunte vittime degli abusi, che aveva chiesto l’intervento del Papa. Le accuse erano prescritte anche sul piano canonico, ma nella vicenda c’è stata una deroga che ha portato a celebrare ugualmente il processo penale concluso con l’assoluzione di don Mura. «Premesso che l’umana sofferenza va sempre rispettata e compresa, ovunque si possa rinvenire, e che la vicenda giudiziaria in oggetto è stata per tanti motivo di dolore, l’Arcidiocesi di Napoli comunica che il percorso della giustizia ecclesiastica è giunto alla sua conclusione, che accogliamo in spirito di fede e di obbedienza», si legge nella nota della Curia partenopea.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/assolto_dalle_accuse_per_abusi_don_mura_torna_a_fare_il_prete-4608521.html