Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Violenza sessuale su minori: fissato il processo per don Ciro Panigara

    Violenza sessuale su minori: fissato il processo per don Ciro Panigara

    Brescia. È stato fissato per il 1° luglio il processo con rito abbreviato nei confronti di don Ciro Panigara, coinvolto in una vicenda giudiziaria delicata per accuse di violenza sessuale aggravata su minori.
    L’udienza, in primo grado, prevede l’acquisizione della documentazione prodotta dalla difesa, che si aggiunge agli atti dell’indagine preliminare, mentre in caso di condanna resta applicabile lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato.

    Le accuse riguardano due episodi distinti nella Bresciano: il primo si sarebbe verificato ad Adro tra il 2011 e il 2013, dove il religioso avrebbe abusato di sei ragazzi durante un ritiro notturno in parrocchia.
    In seguito, Don Ciro Panigara avrebbe seguito un percorso psicologico “di discernimento” che lo tenne lontano da minori.

    La seconda vicenda si colloca nel dicembre 2025 a San Paolo, nella stessa area geografica, e venne denunciata dalla vittima, ancora un minorenne, alla segretaria della parrocchia.

    Durante l’interrogatorio di garanzia, il religioso si è avvalso della facoltà di non rispondere. La decisione del giudice sul rito abbreviato determinerà tempi e modalità della discussione, ma sarà necessario attendere almeno l’udienza del 1° luglio per conoscere eventuali sviluppi e la sentenza di primo grado.

    Violenza sessuale su minori: fissato il processo per don Ciro Panigara

  • Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una  conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

    A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

    La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

    In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

    La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

    Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

    Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

    La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

    La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

    Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

    Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

    Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

    Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

    Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

    Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

    La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

    Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

    Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

    La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

        Roma, 11/01/2026
    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • ENNA – Post di Non Accetto Prediche Da Chi Copre Un Abuso

    ENNA – Post di Non Accetto Prediche Da Chi Copre Un Abuso

    Sembra che un ente di promozione turistica voglia schierarsi apertamente dalla parte dell’imputato, facendosi beffa dei cittadini e tradendo il ruolo che dovrebbe avere: promuovere il territorio, non prendere posizione in vicende giudiziarie che toccano la sensibilità e la dignità della comunità.
    Come può un ente di promozione turistica pubblicare sulla propria pagina social una locandina che annuncia una celebrazione sacra? Che legame c’è tra la promozione di celebrazioni liturgiche e la missione di valorizzare un territorio, se non quello, oggi, di mostrare sostegno a un vescovo imputato?
    Il riferimento è a Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, rinviato a giudizio dalla Procura di Enna insieme a Mons. Vincenzo Murgano con l’accusa di falsa testimonianza in un procedimento collegato al caso del sacerdote don Giuseppe Rugolo, condannato in primo e secondo grado per abusi su minori.
    La giustizia farà il suo corso, e nessuno intende sostituirsi ai tribunali. Ma ciò che colpisce e ferisce è l’indifferenza: mentre un processo cerca di fare luce su fatti gravissimi, c’è chi continua a sorridere, festeggiare e partecipare a celebrazioni definite “sacre”, guidate da persone imputate per reati legati a quella stessa vicenda.
    Come può sentirsi una vittima di fronte a tutto questo?
    Ogni locandina pubblicata, ogni applauso, ogni fotografia condivisa diventa un segnale di disinteresse verso il dolore di chi ha subito abusi e di chi ancora attende giustizia. È come se la sacralità del rito venisse svuotata, ridotta a un atto di facciata, mentre il messaggio che passa è quello dell’impunità e della normalità a ogni costo.
    Non è solo una questione giudiziaria: è una questione morale e civile.
    Un territorio che vuole promuovere se stesso deve farlo con rispetto per la verità, per le persone e per la dignità di chi ha sofferto. L’indifferenza non è neutralità: è una forma di complicità.
    https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122173675322784023&id=61573520706867&mibextid=wwXIfr&rdid=RORrvd0qMaxbutfH#
  • Pedocriminalità: “i silenzi” delle diocesi di Digione e Rabat denunciati da un collettivo

    Pedocriminalità: “i silenzi” delle diocesi di Digione e Rabat denunciati da un collettivo

    Un gruppo di vittime di un sacerdote incarcerato per  violenza sessuale  aggravata ha denunciato il “silenzio”  delle diocesi di Digione e Rabat , dove il sacerdote ha officiato, sul loro “atteggiamento e risposta” a questa “violenza” , in una lettera aperta pubblicata lunedì. Sedici persone sono state identificate dal  gruppo  “La parole reçue” dopo l’incriminazione e l’incarcerazione, a fine maggio, di un sacerdote della diocesi di Digione per violenza sessuale aggravata su minore, che ha ammesso altri tre atti simili.

    Il padre officiava in numerose parrocchie nei dintorni di Digione, ma fu “esfiltrato” , secondo le parole del collettivo, nel 2017 a Rabat a seguito di una prima denuncia, poi archiviata. Tuttavia, tornò in Francia nel 2024, dopo nuove accuse questa volta in Marocco. Nel novembre dello stesso anno, al padre fu vietato “qualsiasi ministero presso i minori” , secondo la diocesi di Digione, dopo la denuncia che portò alla sua incarcerazione lo scorso maggio. La denuncia proviene da un giovane per fatti risalenti al 2010. Aveva 12 anni all’epoca dei fatti.

    Da allora, secondo il gruppo, sono state presentate altre tre denunce, che la procura di Digione non ha confermato, citando “la riservatezza delle indagini “. Il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto, avverte il gruppo, che sta quindi cercando di rintracciare i giovani che potrebbero essere stati in contatto con il sacerdote, a Rabat e Digione.

    “Nessuna segnalazione” riguardante il sacerdote

    Ma queste diocesi hanno mostrato “silenzio “, ha scritto il gruppo in una lettera aperta pubblicata lunedì, di cui l’AFP ha ottenuto una copia. Nella lettera, indirizzata in particolare agli arcivescovi di Digione, Antoine Hérouard, e di Rabat, Cristobal Lopez Romero, il gruppo chiede “un elenco di tutti gli accompagnamenti” forniti dal padre “in presenza di giovani” . L’associazione pone anche una serie di domande circa “l’atteggiamento e la risposta delle autorità ecclesiastiche al comportamento ripetuto di questo sacerdote ” .

    Intervistato dall’AFP, l’arcivescovo di Rabat ha assicurato di non aver ricevuto “alcuna segnalazione” riguardante il sacerdote. “Sono stato io a constatare comportamenti che consideravo inappropriati e pericolosi per un sacerdote, e li ho segnalati a lui e al suo vescovo” a Digione. Tuttavia, la giustizia non è intervenuta perché questi “comportamenti non costituivano atti criminali ” . “Ho cercato il modo di aiutare padre Yves a prendere coscienza delle sue azioni “, il che “consisteva in un cambiamento di umore, supporto psicologico e guida spirituale “, ha aggiunto monsignor Romero.

    A Digione, monsignor Hérouard si è rifiutato di “rendere pubbliche” le due indagini in corso: l’inchiesta penale e l’inchiesta canonica. “I documenti sono stati inoltrati “, ha aggiunto, assicurando di aver adottato “le restrizioni necessarie” dopo la denuncia contro il sacerdote. “La mia porta è aperta per accogliere potenziali vittime “, ha aggiunto.

    https://www.lefigaro.fr/faits-divers/pedocriminalite-les-silences-des-dioceses-de-dijon-et-rabat-denonces-par-un-collectif-20250929

  • San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

    San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

    Il Segretario ha premesso che il suo intervento vuole essere una ricostruzione tecnica dei fatti, ma anche un atto dovuto come padre e cittadino, condividendo lo smarrimento delle famiglie coinvolte nel caso Steven James Raul, cittadino sammarinese condannato in Italia per violenza sessuale aggravata e continuata su minori.

    1. Solidarietà alle famiglie e chiarimenti alla cittadinanza

    • Il Governo si dichiara vicino alle famiglie colpite e denuncia la campagna mediatica di disinformazione che ha generato confusione.

    • Viene ribadito che la priorità è la tutela dei minori e la massima trasparenza nell’analisi delle falle del sistema.

    2. I fatti principali

    • Il 23 agosto 2025 Steven James Raul è stato arrestato a seguito di una condanna definitiva in Italia (5 anni e 8 mesi, poi ridotti in appello a 4 anni e 6 mesi).

    • I reati riguardano abusi sessuali su quattro minori italiani durante un camp estivo a Carpegna (2021).

    • Altri 22 bambini sammarinesi erano presenti, ma non risultano vittime.

    3. Le procedure giudiziarie ed estradizione

    • San Marino, in base alla Convenzione Europea di Estradizione del 1957, non può estradare i propri cittadini.

    • La richiesta italiana di estradizione è stata respinta dal Giudice d’Appello il 16 luglio 2025.

    • È stata quindi applicata la clausola che consente al condannato di scontare la pena a San Marino.

    • Le autorità sammarinesi hanno ricevuto comunicazioni incomplete e tardive dall’Italia: solo il 18 giugno 2025 è arrivata la documentazione definitiva.

    4. Collaborazione con Interpol e Gendarmeria

    • Interpol San Marino ha subito attivato verifiche e controlli sulla presenza di Raul nel territorio.

    • Le informazioni erano classificate e non potevano essere condivise con altre autorità se non su autorizzazione formale, motivo di ritardi e di mancate comunicazioni al pubblico.

    5. Il caso del lavoro nelle scuole

    • Raul, in attesa di decisioni, ha svolto incarichi precari come cuoco in diversi asili nido di San Marino (aprile – agosto 2025).

    • L’assunzione è avvenuta tramite autocertificazione, in cui dichiarava di non avere procedimenti pendenti.

    • In realtà era già stata emessa la sentenza definitiva italiana (marzo 2025).

    • Il 27 agosto 2025 l’Ufficio del Lavoro ha sporto denuncia per falsa dichiarazione.

    • È stato chiarito che Raul non ha mai avuto contatti diretti con i bambini, operando esclusivamente nelle cucine.

    6. Il casellario giudiziario

    • Non esiste un obbligo convenzionale di scambio automatico delle iscrizioni tra Italia e San Marino.

    • Le comunicazioni periodiche riguardano solo le condanne definitive, non i procedimenti pendenti.

    • La Convenzione di Lanzarote, ratificata da San Marino, rafforza gli impegni di prevenzione contro gli abusi sessuali sui minori, ma non prevede registri speciali né scambio automatico di informazioni sui procedimenti pendenti.

    7. Conclusioni e proposte operative

    Per evitare che casi simili si ripetano, Canti propone:

    1. Istituzione di misure amministrative preventive a tutela della collettività, specie per i casi di estradizione.

    2. Inasprimento delle sanzioni penali e amministrative per chi rilascia autocertificazioni false o incomplete, con obbligo di rinnovo annuale.

    3. Miglioramento dello scambio di informazioni con l’Italia, in attesa della firma dell’Accordo di Associazione UE, anche tramite accordi specifici bilaterali.

    4. Divieto di assumere incarichi nella PA per persone condannate o processate per pedofilia e abusi sessuali.

    In sintesi: la relazione mette in luce gravi carenze nello scambio di informazioni tra Italia e San Marino, la necessità di colmare le lacune legislative e amministrative, e l’impegno del Governo a introdurre nuove norme di prevenzione e tutela dei minori.

    S.e.& o.

    San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

  • Brescia, parroco si dimette a tre mesi dall’insediamento dopo il racconto di un ragazzino: «Emersi elementi di criticità»

    Brescia, parroco si dimette a tre mesi dall’insediamento dopo il racconto di un ragazzino: «Emersi elementi di criticità»

    I fedeli di San Paolo, comune di oltre quattro mila abitanti in provincia di Brescia, hanno appreso la notizia durante la messa di domenica 5 gennaio. Dall’altare è stata resa pubblica una lettera del vescovo Pierantonio Tremolada che spiegava le dimissioni del parroco del paese, a tre mesi dal suo insediamento, «perché – queste le parole – sono emerse situazioni ed elementi di criticità che consigliano di interrompere immediatamente l’esperienza nella comunità parrocchiale. Il bene delle persone va sempre rigorosamente salvaguardato e il parroco ha rimesso il mandato per proseguire con più libertà il suo cammino personale».

    La criticità emersa, in una vicenda che è tuttavia molto delicata e ha ancora diversi punti da chiarire, ha a che fare con il racconto di un ragazzino della parrocchia, il quale a fine anno – come riporta il Giornale di Brescia – ha riferito a una educatrice di presunte attenzioni particolari ricevute dall’ormai ex parroco del paese. La famiglia del ragazzo (per ora) non ha sporto denuncia, ma la questione è stata portata direttamente al sacerdote che si è dimesso immediatamente dopo che le voci, peraltro, si erano diffuse a macchia d’olio in tutto il comune.

    Il vescovo ha così preso in mano la situazione, si è confrontato con il diretto interessato e ha parlato a cuore aperto agli abitanti: «Lo smarrimento che questa decisione provoca in tutti voi fedeli è comprensibile». Monsignor Pierantonio Lanzoni, in attesa della nomina del nuovo parroco, amministrerà intanto le parrocchie dell’unità pastorale.

    https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_07/brescia-parroco-si-dimette-a-tre-mesi-dall-insediamento-dopo-il-racconto-di-un-ragazzino-emersi-elementi-di-criticita-cb240f0e-d5b4-4458-bb7f-16a288da9xlk.shtml

    Ciro Panigara

  • Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Malgrado giacciano ancora impolverate – la prima dal 2010, la seconda dal 2017 – sugli scaffali della Camera le interrogazioni parlamentari presentate dall’Onorevole Maurizio Turco e dall’onorevole Matteo Mantero, Stefania Ascari prova nuovamente a toccare l’enorme problema italiano dei minori abusati, in particolare da sette e in ambito religioso.

    Lo fa con una nuova interrogazione depositata il 15 novembre 2024 rivolta a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; MINISTERO DELL’INTERNO; MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;  MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ai quali chiede:

     Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

    in tutto il mondo esistono comunità di fede che forniscono risorse, sostegno e opportunità ai soggetti maggiormente vulnerabili, rivestendo un ruolo significativo anche nella protezione dei minori;

    altre istituzioni religiose sono tuttavia annoverate tra le organizzazioni formali in cui risultano gravi carenze nelle politiche di salvaguardia, abusi psicologici e sessuali sistematici verso i bambini e insabbiamenti delle accuse;

    in data 1o novembre 2024, l’Ansa ha riferito che una inchiesta della Procura di Firenze ha condotto all’incriminazione di un testimone di Geova accusato di abusi sessuali reiterati contro 7 bambine. Le violenze, protrattesi per 4 anni, avrebbero avuto inizio nel 2014 all’interno della Sala del Regno;

    con un comunicato stampa la confessione religiosa ha reso noto di ignorare la vicenda e di avere espulso l’affiliato nel 2018;

    secondo fonti governative estere e di stampa, i Testimoni di Geova sarebbero stati oggetto di plurime inchieste di autorità governative di Stati esteri che avrebbero concordemente rilevato, tra l’altro, le inadeguatezze delle procedure e politiche interne di tutela dei minori, la tendenza a non incentivare le denunce, l’occultamento di vicende di abusi e pedofilia, la mancata collaborazione con le autorità, nonché gravi casi di vittimizzazione secondaria;

    nei Paesi Bassi dove la confessione si sarebbe opposta all’invito di istituire una indagine interna sui casi di abusi in danno di minori, la Camera dei deputati avrebbe commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht tale studio. Le pesanti conclusioni della relazione, resa pubblica nel gennaio 2020, sarebbero in linea con quanto emerso nelle inchieste governative;

    la recente indagine della Commissione reale neozelandese, oltre a confermare analogamente le risultanze delle altre commissioni governative, avrebbe evidenziato che l’interrogatorio di bambini e giovani vittime di abusi sessuali condotto dai membri del cosiddetto comitato giudiziario interno dei Testimoni di Geova, si sarebbe configurato come «inappropriato ed emotivamente e psicologicamente violento»;

    per istituire un comitato giudiziario in caso di abusi, i Testimoni di Geova di tutto il mondo, si avvarrebbero della regola scritturale dei «due testimoni» secondo cui una segnalazione di abusi è ritenuta attendibile solo laddove vi siano almeno due testimoni oculari del fatto;

    benché la religione sostenga che la regola disciplini unicamente questioni di natura ecclesiastica, le citate inchieste governative avrebbero rilevato che applicata a contesti di abuso su minori, avrebbe contribuito a falsificare la realtà, aumentato il rischio del crimine e generato ulteriore sofferenza alle vittime;

    anche nel nostro Paese gli organi di informazione avrebbero più volte riferito in merito a vicende di abusi e insabbiamenti in seno alla confessione, confermate da ex anziani di congregazione che presiedevano tali comitati giudiziari, senza tuttavia alcuna attenzione da parte istituzionale –:

    se non ritengano necessario e urgente, per quanto di competenza, adottare iniziative volte ad approfondire i fenomeni descritti in premessa;

    se e quali iniziative, per quanto di competenza, i Ministri interrogati intendano eventualmente adottare per fronteggiare il grave fenomeno degli abusi su minori in contesti religiosi.

  • Ineleggibilità Padre Amante a Garante per l’Infanzia, Più Europa chiede l’intervento del presidente del Consiglio

    Ineleggibilità Padre Amante a Garante per l’Infanzia, Più Europa chiede l’intervento del presidente del Consiglio

    Chiede l’intervento del presidente del Consiglio Nello Pergolizzi la coordinatrice Regionale di Più Europa, sulla nomina del Garante per l’Infanzia, il sacerdote ortodosso Giovanni Amante.

    Palmira Mancuso, fa riferimento alla nota della segretaria generale Rossana Carrubba che contesta al dirigente le motivazioni che lo hanno portato a dare parere favorevole alla delibera poi votata in consiglio comunale.

    “In merito alla delicata vicenda di Padre Amante – scrive Mancuso –  riscontriamo con preoccupazione il silenzio totale da parte dell’amministrazione. Questo atteggiamento lascia trasparire la volontà di attendere che il caso si sgonfi da solo, una strategia che come Più Europa ci impegniamo a contrastare con fermezza. Non permetteremo che questa vicenda venga ignorata o minimizzata, sebbene anche in questa occasione ci sentiamo amministrati dalle tre scimmiette, che non vedono, non sentono e non parlano.

    Chiediamo l’intervento immediato di Nello Pergolizzi, in qualità di presidente del Consiglio, affinché si esprima su una questione su cui l’Aula ha esitato una delibera con parere favorevole del dirigente, ma che alla luce del documento della Carrubba è altamente probabile che sia irregolare. È necessario che il presidente del Consiglio si esponga pubblicamente e prenda posizione: una situazione di questa gravità non può essere lasciata in sospeso”.

    La coordinatrice di Più Europa fa riferimento anche alla Legge 30 luglio 2012, n. 126, che regola i rapporti tra lo Stato e la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione.

    “Tale legge -precisa –  definisce chiaramente l’incompatibilità dell’incarico di Padre Amante, il quale ricopre anche il ruolo di ministro del culto per la Chiesa Ortodossa. In particolare, l’articolo 3 stabilisce che i chierici dell’Arcidiocesi sono ministri di culto e godono del libero esercizio del loro ministero, ponendo limiti specifici sulla possibilità di ricoprire incarichi che confliggano con tale ruolo. Ci domandiamo, quindi: non è forse il caso che il presidente del Consiglio intervenga e chiarisca le posizioni? Si tratta di una questione non solo legale, ma anche di trasparenza istituzionale. Sull’inopportunità politica di una simile strategia del silenzio, crediamo che questo imbarazzo venga superato dalle immediate dimissioni di Padre Amante”.

    Ineleggibilità Padre Amante a Garante per l’Infanzia, Più Europa chiede l’intervento del presidente del Consiglio

  • Abusi su una minorenne durante un incontro parrocchiale: sacrestano sotto accusa

    Abusi su una minorenne durante un incontro parrocchiale: sacrestano sotto accusa

    Avrebbe abusato di una ragazzina che all’epoca dei fatti era minorenni e frequentava la sua parrocchia. Sotto accusa un sacrestano della diocesi di Latina per il quale, a conclusione delle indagini, la procura ha chiesto il processo.

    La notizia è stata pubblicata sull’edizione odierna del Messaggero e verificata dalla redaizone di Latina Today. Da quanto si apprende la denuncia è stata presentata dalla famiglia della ragazza poco più di un anno fa, ma i fatti sono relativi ad alcuni anni prima quando la giovane era appunto ancora minorenne. L’episodio sarebbe avvenuto durante una cena parrocchiale in cui erano riunite diverse famiglie che partecipavano alle attività della parrocchia.

    Durante l’incontro il sacrestano avrebbe abusato della ragazzina toccandola in un modo in cui non avrebbe dovuto. Dopo la denuncia è scattata un’attività investigativa e la Diocesi ha provveduto ad allontanare il sacrestano oggetto di indagini. Ora la procura di Latina ha chiuso le indagini e chiesto che l’indagato sia rinviato a giudizio.

    https://www.latinatoday.it/cronaca/latina-abusi-sessuali-sacrestano.html

  • “Ringraziando” la disinformazione di massa del Secolo XIX (La Stampa e La Repubblica Redazioni liguri) sulla Panchina Viola di Savona; Secolo che il giorno dell’inaugurazione pubblica una panchina che sarà inaugurata il 15 marzo

    “Ringraziando” la disinformazione di massa del Secolo XIX (La Stampa e La Repubblica Redazioni liguri) sulla Panchina Viola di Savona; Secolo che il giorno dell’inaugurazione pubblica una panchina che sarà inaugurata il 15 marzo

    Certamente un pessimo esempio di informazione stampa, opposto peraltro al messaggio civile e sociale in tutela dei minori (Figli e nipoti pure delle redazioni) al quale la stessa panchina, come le altre si ispira;

    “Una panchina colorata di viola non salva i bambini e non cura chi è stato abusato.

    Deve servire da simbolo agli adulti, alla società civile, a chi può o deve tutelare minori o persone vulnerabili, a non chiudere gli occhi, a non voltarsi dall’altra parte, ma ad intervenire.

    In questo purtroppo siamo ancora molto indietro in Italia, abbiamo ancora difficoltà; perché ci fa paura; perché ci imbarazza; perché non lo riteniamo un non nostro problema intervenire nei casi di violenza, troppo spesso dimenticando che siamo noi gli occhi e gli orecchi di chi è in difficoltà oltre che della giustizia. Siamo noi che dobbiamo civilmente tutelarci, partendo dai nostri figli, dai nostri nipoti, dai nostri cari facendo prevenzione, denunciando.

    Non possiamo pretendere che siano le vittime a farlo perché in quanto tali non ne hanno le risorse, spesso non ne hanno la forza ed è per questo che siamo noi a dover intervenire. Perché chi è fragile o non in grado di potersi tutelare da sé, possa contare sugli altri e su una concreta e civile società, non restando solo.”

    Ancora una volta il Gruppo Gedi, almeno per quanto riguarda il triste monopolio assoluto della Liguria, per quanto concerne la carta stampata, puntualmente si “pregia” per essere mezzo non solo di censura e distrazione di massa.

    Ma veniamo agli ultimi fatti, quando sabato 24 febbraio (malgrado ampiamente pubblicata su tutte le testate online savonesi) il Secolo XIX pubblicava (vedi foto a lato) un’iniziativa al quanto “distraente”.

    Sempre di una panchina, ma per il 15 di marzo prossimo.

    Sicuramente una notizia lodevole, peccato la puntuale omissione di quella del giorno stesso, neppure citata lontanamente, malgrado la stessa testata avesse intervistato i promotori e i loro sostenitori, quindi fosse indubbiamente ben a conoscenza.

    Un lavoro (quello del Secolo XIX da dopo che è stato assorbito da Gedi) che va sottolineato per la carenza deontologica oltre che i demeriti nell’informazione.

    A questo proposito chiederemo sia al Garante che all’Ordine opinione non solo per l’assenza di pluralità di informazione e censura da parte della carta stampata in Liguria, ma un intervento riguardo al disconoscimento dei principi deontologici che costituzionalmente danno privilegi (ai fini democratici) all’informazione, che vengono a nostro avviso meno in queste circostanze, ben lungi da quella che è l’informazione, nei fatti discriminante di fasce deboli e minoranze.