Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Chiesa e pedofilia, chi è l’ex parroco Ruggero Conti evaso da una clinica

    Don Ruggero Conti, condannato in via definitiva nel 2015 a una pena di 14 anni e due mesi, è evaso da una clinica di Genzano alle porte di Roma, dove si trovava ai domiciliari. L’ex parroco di Selva Candida si trovava nella struttura per ragioni di salute. Era stato arrestato nel giugno del 2008 poco prima di imbarcarsi con alcuni piccoli parrocchiani su un volo per l’Australia dove si celebravano le Giornate della gioventù.

    Ecco una sintesi della vicenda che è conclusa con la condanna per pedofilia più pesante mai inflitta a un sacerdote della Chiesa cattolica in Italia.

    Con l’accusa di aver abusato di sette bambini di 10-12 anni che gli erano stati dati in custodia, don Ruggero Conti, allora potentissimo parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima” a Selva Candida, viene fermato il 30 giugno 2008 dai carabinieri mentre con i ragazzi della parrocchia era in procinto di partire per Sidney, dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù in programma dal 12 al 21 luglio. I grandi scandali europei del 2009-2010 dovevano ancora scoppiare pertanto, di norma, per non far innervosire la Conferenza episcopale di Ruini e Bagnasco i media italiani non davano mai grande risalto alle storie di pedofilia clericale. Ma – forse per la prima volta – il caso Conti non rimase a lungo relegato nelle pagine di cronaca locale. Sin da subito lo abbiamo seguito su Left ma come raramente accade in questi casi, ha trovato spazio anche su altri media nazionali. Risultò difatti impossibile ignorare che a fronteggiarsi in sede civile si sarebbero trovati a un certo punto niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo.

    Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo Conti verteva su diversi punti. Non solo perché don Ruggero fino a poche settimane prima dell’arresto – e dunque nel periodo che comprendeva gli stupri a lui imputati – era stato il garante della famiglia del candidato sindaco di Roma (poi vincitore) Gianni Alemanno. Oltre a questo, per la prima volta un tribunale riconobbe l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non fu operata dal Comune di Roma, quindi dal sindaco Alemanno, ma da un cittadino, il futuro segretario dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, esercitò “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. E questo fu il caso del Campidoglio che espresse la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ammise la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune.

    In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiarava «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combinava con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Il resto è cronaca nera.

    Nel febbraio del 2011 Ruggero Conti viene condannato a quindici anni e quattro mesi per prostituzione minorile e per aver abusato di sette bambini tra il 1998 e il 2008 in oratorio e nei campi estivi. Secondo il Pm Francesco Scavo, il sacerdote aveva indotto due dei ragazzini «a compiere e/o subire atti sessuali in cambio di denaro o altra utilità (in genere capi di abbigliamento)». Abusi che il Pm a definì «di inaudita gravità», perché «prolungati negli anni» e perché avrebbe approfittato di situazioni «di debolezza o di difficoltà familiare in cui si trovavano i piccoli». In un caso, un bambino era stato affidato al prete dalla madre indigente perché lo aiutasse a superare i problemi dovuti alla perdita del padre; ma il sacerdote ne avrebbe approfittato per violentarlo circa quaranta volte in cambio di abiti o denaro (dai dieci ai trenta euro). Come è potuto accadere? Gli stessi accusatori del sacerdote definirono don Ruggero come una «persona sensibile, un tipo molto carismatico». Insomma, uno di cui fidarsi che «si ricordava subito i nomi di tutti quanti, che ti metteva subito a tuo agio, come se fosse una persona che conoscevi da tanto tempo».

    Questo è un passaggio chiave di tutta la vicenda. Numerosi esperti sono concordi infatti nel ritenere che il pedofilo sia una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni. «Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia». Pur non riferendosi espressamente al caso Conti, le osservazioni dei due professionisti sembrano aderire perfettamente alla storia in questione.

    Torniamo alle grane processuali dell’ex parroco. Il 31 maggio 2013 l’uomo di cui si era fidato anche Alemanno è stato condannato in Appello a quattordici anni e due mesi di reclusione per violenza sessuale continuata e aggravata. La pena inflitta al prelato in primo grado venne ridotta in secondo grado (e poi confermata in via definitiva nel 2015) perché nel frattempo tre degli episodi contestati sono risultati prescritti. Per quanto riguarda la curia guidata dal vescovo Gino Reali, dopo l’arresto non prese alcun provvedimento. Tanto meno si mosse il Vaticano. E così è stato per tutta la durata del processo di primo grado. Solo dopo la prima condanna a quindici anni e quattro mesi don Ruggero è stato sospeso a divinis.

    Vale la pena soffermarsi su mons. Reali perché in qualche modo avrebbe potuto mettere il sindaco di Roma sul chi vive. Nel corso del dibattimento il ‘superiore’ di don Conti è stato infatti accusato di non aver dato importanza alla lettera di denuncia che era stata presentata alla diocesi dai genitori di alcuni bambini. Lui si è difeso facendo presente di aver inviato a don Conti una nota di ‘scorrettezza’ nella quale lo invitava a «un corso di esercizi spirituali e a una costante frequenza al sacramento della Penitenza». Quindi sapeva. E in seguito è stato accertato che l’ex parroco continuò ad abusare dei bambini fino a tre mesi prima di essere arrestato. Proprio mentre collaborava con Alemanno, contribuendo, grazie al potere di cui godeva nel quadrante nord-ovest della Capitale, a farlo diventare il sindaco del “decoro” e “antidegrado”.

    di Federico Tulli

    https://left.it/2017/09/29/chiesa-e-pedofilia-chi-e-lex-parroco-ruggero-conti-evaso-da-una-clinica/

  • Preti ladri, pedofili, tossici. Le case segrete dei religiosi da rieducare raccontate da chi c’è stato

    Preti ladri, pedofili, tossici. Le case segrete dei religiosi da rieducare raccontate da chi c’è stato

    di Luigi Franco per Fq Millennium

    UNA MOTO PER SÉ, un’auto per l’amico e per la madre un intervento chirurgico. Poi viaggi e cene. Don Lucio Sinigaglia, parroco del padovano, è stato scoperto a dilapidare migliaia di euro prelevati dal  lascito alla Caritas di un facoltoso farmacista.

    Poco più a est, don Angelo Lazzarin è stato allontanato dalla sua parrocchia a Chioggia dopo che un marito geloso ha messo un investigatore dietro alla moglie e ha scoperto che se la spassava proprio con il prete.

    Don Stefano Maria Cavalletti I ‘hanno invece beccato a Milano, mentre si faceva a un coca party.

    A Napoli, don Mario d’Orlando non s’è più visto in circolazione dopo le accuse di aver partecipato a festini gay organizzati sulla chat “Reverendis”.

    E poi c’è il lungo elenco di preti pedofili, come don Massimo Iuculano, ex direttore dell ‘Istituto salesiano Sacro cuore di Gesù di Vercelli condannato a cinque anni di carcere perchè invitava gli studenti in un’ aula, li depilava, li massaggiava con olio, prima di costringerli a palpeggiamenti e sesso orale. Dove ha trascorso don Iuculano gli arresti domiciliari in attesa che la giustizia arrivasse a sentenza?

    E i sacerdoti che hanno fatto scandalo senza commettere reati, che fine hanno fatto una volta scomparsi da parrocchia e pagine di giornale?

    Fq Millennium è in grado di aprire uno squarcio nel segretissimo mondo dei centri dove la Chiesa rinchiude i suoi peccatori. Per nasconderli agli occhi dei fedeli, cercando di curarli e di rieducarli. «Con pratiche discutibili», racconta una psicoterapeuta che per anni ha lavorato a contatto con una di queste strutture. Ed è «la sofferenza» il ricordo più vivido di un sacerdote costretto al percorso di recupero per preti gay, sotto il ricatto economico: “O ti adegui al volere dei superiori, o ti ritrovi da un giorno all’altro in mezzo alla strada senza stipendio». Ma raccogliamo anche la testimonianza del sacerdote cascato in un giro di droga che dopo gli anni di “confino” si è rialzato ed è stato riabilitato: «Nella casa di recupero ho imparato ad avere consapevolezza dei miei problemi e a volermi bene».

    IL SILENZIO DELLA CHIESA

    La Chiesa continua a tacere. Alle domande oppone solo un imbarazzato silenzio. «Preti in difficoltà», li definisce il verbo ufficiale. Pastori di anime caduti in disgrazia su cui intervenire senza fare rumore. Da un lato il percorso terapeutico che dovrebbe avere come fine la salute e il recupero del paziente. Dall’altro è prioritario ripararsi il più possibile dagli scandali. <Fuori non si deve sapere nulla di quanto accade dentro”, è una delle prime cose che racconta a Fq Millennium la criminologa e psicoterapeuta che in passato ha collaborato con i padri Venturini, una congregazione che gestisce due centri per preti in crisi, la Casa Madre di Trento e Villa iride a Verbania. Fino a pochi mesi fa ha avuto come pazienti alcuni sacerdoti accusati di pedofilia inviati dalla Curia di Milano. Convincerla a parlare è dura, teme ritorsioni, pretende l’anonimato. «Ai primi incontri ero obbligata a vederli alla presenza dei difensori. Una seduta di psicoterapia non dovrebbe funzionare cosÌ, ma i superiori del prete dovevano essere certi che di me ci si potesse fidare».

    A un certo punto su uno dei casi rischiano di accendersi i riflettori dei media. La soluzione? Spedire il prete da un giorno all’altro in Umbria, a Città di Castello. Dove due sacerdoti della congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso gestiscono sotto il più stretto riserbo un’altra di queste case: Villa Sacro Cuore. «Avevo in cura quel paziente da anni e con lui avevo raggiunto ottimi risultati», ricorda la psicologa. «L’hanno mandato lì per più di un mese, senza che nessuno si facesse una chiacchierata introduttiva con me. Sono intervenuti a gamba tesa nel percorso terapeutico. Niente di più sbagliato, sia dal punto di vista clinico che deontologico».

    Ed ecco le conseguenze: «Quando il sacerdote è tornato da me, era evidente dai suoi racconti che avevano tentato di forzarne la volontà, giocando sui sensi di colpa. Ma la psicoterapia ha come fine quello di rendere il paziente più consapevole di chi è veramente, non di manipolarne la volontà. Sono arrivati a mettergli in testa di essere omosessuale, quando è un pedofilo del tutto eterosessuale. Risultato, uno stato di confusione e la messa in discussione del lavoro fatto nel corso di un paio d’anni».

    Chiedere conto di questo a padre Aurelio Del Prado, religioso spagnolo responsabile del programma formativo e terapeutico di Villa Sacro Cuore, non porta a nulla: «Non voglio esprimermi su quanto detto da un’altra persona. Siamo professionisti seri e responsabili, che usano le tecniche oggi vigenti e contenute nei protocolli internazionali. Per il resto preferiamo non dare notizie a nessuno», è il poco che gli si riesce a strappare.

    Con lui collabora Pierluigi Imperatore, psicologo e psicoterapeuta esterno che, tra le altre cose, è esperto in programmazione neurolinguistica, una tecnica parascientifica utilizzata in diversi ambiti, tra cui il marketing. Tanto che a scorrere il passato di Imperatore, lo si ritrova tra i soci e consiglieri della Crs International Network, una società di multilevel marketing fallita nel 2003 che con il crollo della sua struttura di vendite a piramide ha lasciato a bocca asciutta molti cittadini che si erano fidati.

    Dopo due telefonate chiuse in faccia e un sms, Imperatore liquida come «sgradevole e inelegante» il riferimento a «mie questioni personali superate». Sulle tecniche terapeutiche si limita a scrivere: «La mia dimensione professionale non mi consente, neanche se lo volessi, di interloquire su questioni naturalmente riservate e relative a terzi». Poi silenzio.

    SVUOTARE LA MENTE

    Giornate che iniziano presto, quelle a Villa Sacro Cuore. Sveglia all’alba, le preghiere prima di colazione. Poi l’inizio delle attività che al lavoro manuale e alle ore di studio alternano le sedute di psicoterapia, sia individuali sia di gruppo. Tra le tecniche utilizzate c’è la mindfulness, con la quale il paziente viene fatto rilassare e portato in una condizione di svuotamento mentale simile alla meditazione. <<È in quel momento che al mio ex paziente venivano inculcate idee piuttosto discutibili», prosegue la psicologa. «Se usata cosi, questa tecnica può portare a scompensi seri. So che venivano frammischiate parabole evangeliche con la meditazione, al solo fine di “riprogrammare” il cervello e i pensieri dei malcapitati, probabilmente nel tentativo di assicurarsi che non commettessero altri atti criminali. Ma senza consentire loro di arrivare a una presa di coscienza autentica». Villa Sacro Cuore «è una bolgia», arriva a dire sulla base dei racconti dell’ex paziente. «Un insieme di preti con patologie e disagi diversi, chiusi lì tutti insieme, in una situazione che rischia di accentuare i loro problemi».

    Poco dopo la villa dei misteri, la strada si trasforma in polveroso sterrato. La recinzione a rete lascia il giardino libero alla vista: maglietta bianca e barba lunga ma ben curata, uno degli ospiti è chino su un tavolo a scrivere. Per il resto i contatti con l’esterno sono ridotti al minimo. A un certo punto, dopo un paio d’ore di passeggiata nei dintorni con una Canon al collo, a controllare chi scrive arrivano addirittura i carabinieri. Eppure gli interni cosi gelosamente custoditi fanno bella mostra in un video su YouTube: il refettorio con la tavolata a ferro di cavallo, la cappella scarna, il laboratorio dove gli ospiti dipingono, una sala con una fila di tappetini per terra. In sottofondo, musica religiosa. Forse un messaggio promozionale. Il video è stato postato da padre Quinto Tornassi, il sacerdote che ha in mano le questioni economiche e pratiche della casa. Provare a chiedergli una spiegazione è impossibile, visto che al citofono non hanno intenzione di passarlo: «Siamo una comunità di sacerdoti che vivono un’ esperienza spirituale e non vogliamo essere disturbati da nessuno. Non siamo interessati a che si sappiano le cose nostre».

    Anche le gerarchie ecclesiastiche sono sempre state parche di dettagli. La villa, un edificio di quattro piani che risale alla seconda metà dell’Ottocento, è un vecchio seminario. Nel maggio 2011  l’annuncio del vescovo di Città di Castello, Domenico Cancian: «Villa Sacro Cuore sarà riservata ai preti malati o in difficoltà. L’attività è condivisa e sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana». Parole che dicono per non dire. E così quando in città si viene a sapere che li dentro finiscono pure i sacerdoti che hanno abusato di minori, inizia a girare un volantino anonimo. Un anno fa l’associazione delle vittime di preti pedofili Rete l’ABUSO riceve una lettera in cui si chiede di rendere pubblico che nella villa vivono «pedofili, omosessuali, alcolizzati e quant’altro ( … ). È cosa buona e giusta che questi individui si mettessero una macina al collo e si buttassero a mare». Sono parole riprese da Gesù, ma suonano dure se a scriverle è quel «gruppo di preti della diocesi di Città di Castello» che si intesta il messaggio.

    La congregazione dei Figli dell’ Amore Misericordioso, a cui abbiamo detto appartenere il vescovo Domenico Cancian, non è l’unica a occuparsi di preti con problemi. La questione è esplosa in Vaticano da quando, una decina di anni fa, iniziarono a emergere pure in Italia diversi casi di pedofilia, dopo gli scandali venuti a galla negli Stati Uniti grazie agli scoop del The Boston Globe raccontati in Spotlight. Quale sia il coinvolgimento della Conferenza episcopale italiana non è dato saperlo. L’ufficio stampa risponde che la gestione delle case per sacerdoti in difficoltà non è riconducibile agli Uffici o ai Servizi pastorali della Cei. Se ne occupano alcune congregazioni religiose che hanno questo tipo di attività come elemento peculiare del proprio carisma». Tra queste ci sono i già citati padri Venturini, pionieri nell ‘accoglienza di sacerdoti da recuperare, ai quali mettono a disposizione le loro strutture di Trento e Verbania. Al confine tra Roma e Pomezia hanno invece sede l’Oasi di Elim e il Monte Tabor, due centri gestiti dall ‘associazione di fedeli laici.

    Apostolato Accademico Salvatoriano insieme ai religiosi del santuario del Divino Amore che – secondo quanto si legge sul sito – hanno il supporto della Cei e della diocesi romana. Un anno fa papa Francesco ha visitato la comunità di Monte Tabor, incontrando gli otto ospiti nella cappella. Del loro colloquio è trapelato ben poco. La visita è stata resa pubblica, ma il velo di riservatezza è rimasto intatto.

    Dall’annuncio del vescovo Cancian su Villa Sacro Cuore sono passati sei anni. Contattarlo, però, è inutile: «Sono cose private, non ho intenzione di parlarne con voi». Nel centro di solito vivono dieci-quindici preti, alcuni agli arresti domiciliari. Come don Giovanni Desio, parroco del ravennate venuto alla ribalta la prima volta nel febbraio del 2014 per essere finito con il suo Suv in un canale, completamente sbronzo. Poi sono emersi abusi su quattro ragazzini tra i 12 e i 15 anni. Prima della riduzione in stato laicale e della condanna definitiva in Cassazione che lo scorso novembre lo ha spedito dietro le sbarre, don Desio ha passato un po’ di tempo a Villa Sacro Cuore. Così come il citato salesiano don Iuculano. Mentre a Trento, alla Casa Madre dei Venturini, a inizio anno è stato nascosto don Andrea Contin, il parroco a luci rosse di San Lazzaro a Padova, che dopo la denuncia di una ex amante per sfruttamento della prostituzione e violenza privata ha confessato diversi incontri di sesso estremo avvenuti in canonica, tra orge e video hard con donne e uomini, compresi altri tre sacerdoti.

    RIABILITATO IN DUE ANNI

    Fq Millennium è riuscito a parlare con un prete “riabilitato” dopo più di due anni passati dai Venturini. Tutto era iniziato così: «Il superiore mi ha chiesto se non avessi nulla da riferirgli. Poi mi ha detto che il giorno dopo sarei dovuto partire». Allontanato dalla sua parrocchia all’improvviso, senza che ai fedeli venisse comunicato nulla, dietro garanzia di anonimato ripercorre la sua storia dal punto in cui le cronache hanno smesso di raccontarla. Lo chiameremo don Lorenzo, lungo la camminata che dalla canonica ci porta al bar della piazza principale per un caffè, e poi fino all’ufficio dove il sacerdote svolge parte delle sue nuove mansioni. «Dal mio superiore non ho sentito quell’amore e quella comprensione che predica il Vangelo. Avrei preferito affrontare il momento di difficoltà nella mia parrocchia. E assumermi lì le mie responsabilità, davanti alla comunità». Ma don Lorenzo viene allontanato » ancora prima che i giornali raccontino la vicenda di droga in cui è implicato, grazie a una comunicazione degli investigatori al vescovo.

    L’accordo di Villa Madama del 1984, che ha sostituito il Concordato del ’29 tra Stato italiano e Santa Sede, prevede che la nostra autorità giudiziaria avvisi quella ecclesiastica qualora venga aperto un procedimento su un sacerdote. In ogni caso a don Lorenzo la giustizia non contesterà nulla: semplice consumatore. Ma a quel punto lui è già stato parcheggiato per qualche mese in una comunità isolata, per poi finire a Trento. Ma che cosa prevede il diritto canonico in casi come questi? I giudici, cioè i vescovi, godono di una certa discrezionalità: «Non è rigido come le nostre leggi secolari», spiega Alessandro Cesarani, ricercatore di Diritto ecclesiastico e canonico ali ‘Università degli studi di Milano. «Il fine ultimo del codice è la salvezza delle anime. E se il vescovo ritiene che per questo sia meglio non applicare una norma, può farIo».

    «Ci ho messo un po’ a trovare una nuova diocesi», continua don Lorenzo. «Qui il vescovo mi ha accolto a tre condizioni: che entrassi in punta di piedi, che ottenessi il permesso dei miei superiori e soprattutto che una relazione garantisse l’ultimazione del mio percorso dai Venturini». Da loro dice di essersi trovato bene: «Sono arrivato a riconoscere le mie difficoltà e a riacquisire fiducia in me stesso. A volermi bene». Un incontro alla settimana con il padre spirituale, uno di psicoterapia individuale e uno di psicoterapia di gruppo. Per il resto giornate scandite da preghiera, studio, attività manuali, un’ ora di camminata a contatto con la natura. Dice di essere riuscito a ripartire, Don Lorenzo. Non sempre finisce così. «Un sacerdote dopo aver passato diverso tempo a Città di Castello è stato ridotto allo stato laicale. In mezzo alla strada, senza più lo stipendio>.

    E siamo arrivati allo sterco del demonio. «Il primo strumento che la Chiesa usa per bloccarti o importi le sue scelte è di tagliarti lo stipendio. Casi se hai già una certa età, preferisci andare in questi posti che chiamano “di recupero”, ti subisci il tuo anno di terapia e te ne tomi buono buonino facendo quello che facevi prima. Magari stando solo attento a scopare’ di nascosto, senza lasciare tracce». Mario Bonfanti è un ex sacerdote che non ha voluto rinnegare la propria omosessualità. Era vice parroco nella diocesi sarda di Ales-Terralba, quando dodici anni fa l’allora vescovo Giovanni Dettori cercò di imporgli un periodo di “riflessione” alla Casa Madre di Trento: <Io non ho problemi con la mia omo-sessualità», gli ho risposto. «Se i problemi ce li ha lei, ci vada lei lassù». Dopo una serie di scontri, ha chiesto di essere cancellato dalla lista dei presbiteri per uscire dalla Chiesa. «Se non sei corazzato e non hai gli strumenti per far fronte a tutto questo, ti adegui alle loro decisioni, facendo una doppia vita o rischiando di cadere in depressione».

    di Luigi Franco per Fq Millennium n. 3 del luglio 2017

  • Stuprata dal branco. Il prete: Ma quale bambinata.Offesa a Dio

    Stuprata dal branco. Il prete: Ma quale bambinata.Offesa a Dio

    Pimonte.  “Ma quale bambinata? Ciò che è stato fatto ai danni di quella ragazza è un reato. Ed è un peccato mortale. Chi ha offeso lei, ha offeso anche Dio”. Don Gennaro Giordano, parroco a Pimonte, commenta così le parole del sindaco Michele Palummo, che ha prima definito “una bambinata” lo stupro di gruppo di un anno fa ai danni di una ragazzina, e poi ha chiesto scusa esprimendo solidarietà alla famiglia della 15enne.

    «Lo stupro una bambinata? È stata un’espressione impropria e infelice che non rappresenta il mio pensiero. Chiedo scusa alla ragazza, alla sua famiglia ed all’intera cittadinanza». Michele Palummo, sindaco di Pimonte, cerca di rimediare alla clamorosa frase pronunciata ai microfoni di La7 durante il programma L’aria che tira sulla violenza di gruppo subita da una ragazzina di 15 anni, vittima di un branco formato da 11 coetanei. Ad un anno dai fatti, i ragazzi hanno chiesto scusa e sono stati tutti mandati a casa perché ammessi alla prova dal tribunale dei Minori di Napoli.

    Ma don Gennaro – parroco della comunità di San Michele Arcangelo – difende Pimonte dai giudizi affrettati e diffusi tra media e web dopo la notizia della “fuga” in Germania della ragazzina che un anno fa fu vittima di violenze da parte di un branco di coetanei. “Non siamo un paese di bruti”, dice il parroco.

    Don Gennaro spiega come la comunità si sia stretta intorno alla ragazzina. Tanto che, a suo avviso, la ragazzina non vorrebbe affatto allontanarsi da Pimonte.

    Un anno, dopo l’orribile esperienza che ha vissuto, la ragazza, come spiega don Gennaro, ha partecipato alle attività delle associazioni correlate alla parrocchia San Michele. Ma non solo. Quella ragazzina è ancora in paese ieri sera a Napoli a donare pane ai barboni, insomma, tanto troppo clamore e offese per nulla per la comunità.

    Ma lo scorrazzare per il paese di coloro che erano stati gli autori degli abusi sulla figlia avrebbe indignato i genitori della giovane fino a esprimere la volontà di espatriare.

    Tre di questi ragazzi, su richiesta degli assistenti sociali, sono stati affidati dal parroco di San Michele ad attività di servizio per il prossimo.

    Pimonte.   “Ma quale bambinata? Ciò che è stato fatto ai danni di quella ragazza è un reato. Ed è un peccato mortale. Chi ha offeso lei, ha offeso anche Dio”. Don Gennaro Giordano, parroco a Pimonte, commenta così le parole del sindaco Michele Palummo, che ha prima definito “una bambinata” lo stupro di gruppo di un anno fa ai danni di una ragazzina, e poi ha chiesto scusa esprimendo solidarietà alla famiglia della 15enne.  «Lo stupro una bambinata? È stata un’espressione impropria e infelice che non rappresenta il mio pensiero. Chiedo scusa alla ragazza, alla sua famiglia ed all’intera cittadinanza». Michele Palummo, sindaco di Pimonte, cerca di rimediare alla clamorosa frase pronunciata ai microfoni di La7 durante il programma L’aria che tira sulla violenza di gruppo subita da una ragazzina di 15 anni, vittima di un branco formato da 11 coetanei. Ad un anno dai fatti, i ragazzi hanno chiesto scusa e sono stati tutti mandati a casa perché ammessi alla prova dal tribunale dei Minori di Napoli. Ma don Gennaro – parroco della comunità di San Michele Arcangelo – difende Pimonte dai giudizi affrettati e diffusi tra media e web dopo la notizia della “fuga” in Germania della ragazzina che un anno fa fu vittima di violenze da parte di un branco di coetanei. “Non siamo un paese di bruti”, dice il parroco. Don Gennaro spiega come la comunità si sia stretta intorno alla ragazzina. Tanto che, a suo avviso, la ragazzina non vorrebbe affatto allontanarsi da Pimonte. Un anno, dopo l’orribile esperienza che ha vissuto, la ragazza, come spiega don Gennaro, ha partecipato alle attività delle associazioni correlate alla parrocchia San Michele. Ma non solo. Quella ragazzina è ancora in paese ieri sera a Napoli a donare pane ai barboni, insomma, tanto troppo clamore e offese per nulla per la comunità. Ma lo scorrazzare per il paese di coloro che erano stati gli autori degli abusi sulla figlia avrebbe indignato i genitori della giovane fino a esprimere la volontà di espatriare. Tre di questi ragazzi, su richiesta degli assistenti sociali, sono stati affidati dal parroco di San Michele ad attività di servizio per il prossimo.

    http://www.ottopagine.it/na/cronaca/129427/stuprata-dal-branco-il-prete-ma-quale-bambinata-offesa-a-dio.shtml

  • Diffamazione ai danni di Diego Esposito; la procura apre un fascicolo

    Diffamazione ai danni di Diego Esposito; la procura apre un fascicolo

    È stato convocato ieri dagli agenti della Polizia Postale di Napoli Diego Esposito il 41enne che il 9 marzo scorso aveva presentato formale querela per diffamazione contro la curia di Napoli.

    L’uomo che da anni invoca giustizia alla diocesi napoletana per i presunti abusi sessuali subiti da parte di don Silverio Mura quando era ragazzino, lo scorso febbraio era stato vittima di una grave violazione ai suoi danni, proprio per mano della Cancelleria Arcivescovile di Napoli la quale non si era fatta alcuno scrupolo nel divulgare un comunicato stampa a firma di padre Ortaglio nel quale a partire dal titolo compariva ben otto volte nome e cognome del nostro associato, rendendo così pubblica la sua identità e creando non pochi problemi alla famiglia dell’uomo.

    Nell’udienza di ieri gli inquirenti hanno ulteriormente circostanziato i fatti e durante alcune verifiche hanno potuto tristemente appurare che il comunicato oggetto della querela non è ancora stato rimosso dal sito della curia, un gesto che certamente non è stato colto di buon occhio.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 14 febbraio 2017, n. 6912

    Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 14 febbraio 2017, n. 6912

    Per il prete e la suora chiamati a testimoniare in un processo penale per abuso sessuale sussiste il reato di falsa testimonianza quando vengano loro richieste notizie che non rientrano nel segreto confessionale avendo la vittima detto di aver ricevuto degli abusi e quindi non si trattava di peccati da confessare

    Suprema Corte di Cassazione

    sezione VI penale

    sentenza 14 febbraio 2017, n. 6912

    REPUBBLICA ITALIANA

    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

    SEZIONE SESTA PENALE

    Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

    Dott. ROTUNDO Vincenzo – Presidente

    Dott. COSTANZO Angelo – Consigliere

    Dott. DI STEFANO Pierluig – rel. Consigliere

    Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

    Dott. CORBO Antonio – Consigliere

    ha pronunciato la seguente:

    SENTENZA

    sul ricorso proposto da:

    (OMISSIS), nato il (OMISSIS);

    (OMISSIS), nato il (OMISSIS);

    avverso la sentenza del 8/3/2016 della CORTE APPELLO di REGGIO CALABRIA;

    visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

    udita in PUBBLICA UDIENZA del 15/12/2016, la relazione svolta dal Consigliere Dr. PIERLUIGI DI STEFANO;

    Udito il Procuratore Generale in persona del Dr. PAOLO CANEVELLI che ha concluso per il rigetto dei ricorsi;

    Uditi gli avv. (OMISSIS) e (OMISSIS) per (OMISSIS) e avv. (OMISSIS) per (OMISSIS) che hanno chiesto l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

    RITENUTO IN FATTO

    La Corte di Appello di Reggio Calabria con sentenza dell’8 marzo 2016 ha confermato la sentenza del 10 dicembre 2012 con la quale il gup presso il Tribunale di Palmi condannava (OMISSIS) e (OMISSIS) per il reato di falsa testimonianza commessa da ciascuno dei due nell’ambito del processo in corso innanzi al Tribunale di Palmi per violenza sessuale di gruppo nei confronti di (OMISSIS).

    I fatti erano stati commessi dalla (OMISSIS) il (OMISSIS) e dallo (OMISSIS) il (OMISSIS).

    La Corte di Appello confermava la ricostruzione dei fatti nel processo innanzi al Tribunale di Palmi, avente ad oggetto le reiterate violenze di gruppo subite dalla (OMISSIS) a partire dagli anni 13, in particolare quanto alle dichiarazioni della ragazza che si era rivolta al prete della chiesa locale, (OMISSIS), per chiedergli aiuto e da questi era stata anche affidata alla suora (OMISSIS).

    La suora (OMISSIS), pur sapendo che la giovane (OMISSIS) le era stata affidata per aver subito violenza sessuale, riferiva invece che le era stata segnalata dal parroco in quanto passava troppo tempo in strada e non aveva voglia di continuare a studiare, negava che la ragazza le avesse mai parlato dei rapporti sessuali subiti o, comunque, di aver avuto rapporti intimi con ragazzi del paese, sosteneva di non esser stata lei a sottoporla di propria iniziativa ad un test di gravidanza ma che glielo aveva chiesto la ragazza, che la ragazza non aveva fatto i nomi dei violentatori, che la ragione per la quale poi l’aveva accompagnata in una casa famiglia non era, quindi, la vicenda delle violenze sessuali.

    Il sacerdote (OMISSIS) riferiva di non aver mai avuto le confidenze sulle violenze sessuali subite, che la ragazza non gli aveva riferito i nomi delle persone che l’avevano violentata, che (OMISSIS) Annamaria aveva un atteggiamento provocante e facile, che fu la ragazza a chiedere di fare un test di gravidanza e che egli si limito’ a far da tramite con la (OMISSIS).

    La Corte di Appello, confermati tale fatti, escludeva che si fosse in presenza di situazioni tutelate dal segreto di cui alla L. n. 121 del 1985, articolo 4. Non si trattava, difatti, di confidenze e comportamenti che avessero significato nell’ambito della fede religiosa. Inoltre riteneva non applicabile la scriminante dell’articolo 384 c.p., comma 2, non essendovi alcun obbligo di comunicare alle parti la possibilita’ di astenersi dal rispondere.

    I due imputati hanno proposto ricorso con atti a firma dei rispettivi difensori.

    Ricorso in favore di (OMISSIS):

    primo motivo: violazione di legge quanto all’omesso avvertimento della facolta’ di non rispondere su quanto conosciuto in ragione del proprio ministero.

    Richiama innanzitutto il principio fissato dall’articolo 4 citata Legge che prevede il diritto al segreto degli ecclesiastici per i fatti conosciuti per ragioni del proprio “ministero”. Rileva come il “ministero” non sia soltanto il compimento di atti sacramentali ma riguardi tutte le informazioni riservate conosciute in occasione dell’esercizio delle funzioni riconducibili all’attivita’ religiosa.

    Quindi “e’ evidente che i fatti oggetto delle problematiche inerenti la (OMISSIS)… siano di rilevanza e delicatezza per il percorso spirituale del fedele”.

    Osserva quindi che la testimone non e’ stata avvisata della facolta’ di avvalersi dell’esercizio del diritto al segreto e che alla propria domanda “non so se posso dire quello che ricordo” il pubblico ministero ha semplicemente risposto “si’, dica”. Lo stesso e’ avvenuto in occasione del confronto con la persona offesa. Richiama quindi la giurisprudenza che ha affermato l’obbligo di dare tale avviso.

    Secondo motivo: violazione di legge e vizio di motivazione.

    Rileva l’errore contenuto nella sentenza laddove si e’ affermato che il segreto professionale vada eccepito dalla persona chiamata a rispondere.

    Terzo motivo: violazione di legge e vizio di motivazione. Rileva che l’affermazione della sentenza secondo cui la ricorrente avrebbe conosciuto e taciuto due circostanze e’ basata su un ragionamento presuntivo e non su prove dirette. Quello che emerge non e’ il falso dichiarato ma semplici discrasie comprensibili in ragione del tempo trascorso.

    Riporta in sintesi le dichiarazioni rese per osservare che la (OMISSIS) e’ sempre stata coerente e non si puo’ affatto affermare che abbia negato alcunche’. Rileva, inoltre, che sia la (OMISSIS) che lo (OMISSIS) che la (OMISSIS) riferiscono le stesse circostanze, contrastate soltanto dalla ragazza che, tiene a precisare la difesa, “aveva una vita sbandata, aveva cioe’ una vita sregolata”. Svolge ulteriori argomenti per sostenere sia la erronea interpretazione di alcune dichiarazioni della ricorrente che, per il resto, la conformita’ al vero delle sue dichiarazioni.

    Quarto motivo: violazione di legge e vizio di motivazione quanto disapplicazione della scriminante dell’articolo 384 c.p., comma 2.

    Rileva, poi, contro l’applicabilita’ della tesi che vuole che per i professionisti di cui all’articolo 200 c.p.p. non possa valere l’obbligo di avviso della facolta’ di astensione, che per i ministri del culto ricorre una similitudine con i congiunti dell’imputato sotto il profilo di non essere in grado, per carenza di cognizioni tecniche, di sapere di poter eccepire il segreto.

    Ricorsi in favore di (OMISSIS).

    Ricorso a favore di (OMISSIS) a firma dell’avvocato Napoli:

    primo motivo: violazione di legge e vizio di motivazione per violazione dell’articolo 4 L. n. 121 del 1184, articolo 200 c.p.p., articolo 191 c.p.p., articolo 384 c.p.p..

    Innanzitutto rileva che erroneamente e’ stato ritenuto che il diritto al segreto sia limitato al solo ambito della confessione. L’ambito tutelato dal segreto riguarda, invece, il complessivo esercizio del ministero spirituale e, in conseguenza, tutte le informazioni acquisite nel corso dell’attivita’ del magistero. Si trattava, quindi, di offrire rispetto a problemi della coscienza della parte “ascolto, conforto, aiuto, guida…”. Rileva, in particolare, che le informazioni riservate “vengono riferite all’ecclesiastico non in un qualsiasi luogo, ma nella sagrestia della chiesa; non in un momento qualunque, ma nel periodo pasquale… Perche’ la stessa riconosce… l’autorevolezza morale che gli deriva dal suo status di guida spirituale”.

    Osserva, poi, che l’ammonimento del presidente del collegio del Tribunale di Palmi non consentiva al ricorrente di avvalersi del segreto professionale in quanto, con tale ammonimento, gli era stato detto che non ricorrevano le condizioni di un tale segreto, cosi’ anticipando il giudizio sulla infondatezza di un’eventuale astensione e la possibilita’ di trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica.

    Con il secondo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione. Rileva che vi e’ stato un giudizio preconcetto di affidabilita’ delle dichiarazioni della persona offesa e dei suoi familiari pur essendovi elementi logici che, invece, confermavano le dichiarazioni del ricorrente. Inoltre non si e’ tenuto conto delle contraddizioni delle dichiarazioni della persona offesa.

    Ricorso dell’avvocato (OMISSIS).

    Primo motivo: inutilizzabilita’ delle dichiarazioni rese dal sacerdote, violazione dell’articolo 200 c.p.p. e L. n. 121 del 1985, articolo 4.

    Anche in questo caso si contesta l’erronea interpretazione restrittiva dell’ambito del ministero ai fini del segreto professionale.

    Secondo motivo: assenza di motivazione sull’attendibilita’ delle dichiarazioni della persona offesa. Rileva come non si e’ dato atto della sussistenza delle condizioni minime di attendibilita’ di tali dichiarazioni e non si sono valorizzati gli elementi contraddittori delle stesse.

    Terzo motivo: violazione di legge in quanto non si e’ tenuto conto della irrilevanza delle presunte dichiarazioni false o reticenti ai fini dell’accertamento dei fatti rilevanti nel processo.

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    I ricorsi sono infondati.

    Entrambi propongono nuovamente questioni ampiamente valutate dai giudici di merito, soprattutto in riferimento ai profili relativi al presunto segreto “ministeriale”.

    Premesso che, ovviamente, essendo tale ultimo profilo posto anche sotto l’aspetto della corretta interpretazione delle norme relative, e’ ammissibile che i ricorsi propongano nuovamente il tema pur senza una espressa critica alle valutazioni giuridiche dei giudici di merito, va considerato come le risposte della Corte di Appello siano del tutto condivisibili ed in linea con la giurisprudenza di legittimita’.

    L’articolo 4 citata Legge prevede che l’ambito di segretezza riconosciuto agli ecclesiastici riguardi quanto abbiano conosciuto “per ragioni del loro ministero”. Puo’ ritenersi indubbio che si vada ben oltre il concetto di “segreto confessionale”, sia perche’ una specificazione di un tale maggiore limite sarebbe stata ovvia in una legge che disciplina i rapporti con la Chiesa cattolica romana – utilizzando quindi espressioni chiare e riferibili alle regole di tale confessione religiosa – e sia perche’ vi corrisponde la dizione dell’articolo 200 c.p.p.. Quest’ultimo prevede l’ambito di segreto del “ministero” in generale per tutti i ministri di confessioni religiose, anche quelle che non hanno il “segreto confessionale”; quindi sarebbe ingiustificata una lettura nel senso che per le altre religioni valga il piu’ ampio segreto a protezione dell’esercizio del piu’ ampio ministero e, per la religione cattolica, quella del piu’ limitato ambito della confessione.

    Cio’, ovviamente, non significa che il segreto possa investire qualsiasi conoscenza dell’ecclesiastico bensi’ riguarda solo quella acquisita dell’ambito di attivita’ connesse all’esercizio del ministero religioso. Correttamente, quindi, la Corte di Appello ha ritenuto che si tratti tutelare comportamenti od atti conosciuti dall’ecclesiastico con riferimento all’esercizio di “fede religiosa” e non anche, fra l’altro, nell’ambito di attivita’ “sociale”, anch’essa tipicamente svolta dagli ecclesiastici. Ad esempio, l’attivita’ di assistenza a soggetti deboli, pur rientrante nella generica “missione” dell’ecclesiastico (tanto da esistere specifici enti a cio’ deputati nell’ambito della religione di appartenenza dei ricorrenti) non rientra certamente nell’esercizio diretto di “fede religiosa”.

    Cio’ premesso, si passa alla valutazione dei singoli motivi:

    ricorso di (OMISSIS):

    il pur ampio primo motivo, che affronta l’argomento sopra citato, invero non risolve il tema fondamentale di quale tipo di dialogo vi sia stato tra la persona offesa e la ricorrente, basandosi sulla erronea premessa che la Corte di Appello abbia circoscritto “l’operativita’ del ministero al solo esercizio della confessione e del peccato”. Non distingue in concreto e sembra affermare che ogni cosa che abbiano ascoltato i due religiosi dalla vittima rientri nel “ruolo ministeriale”, risolvendo ogni dubbio sulla questione con la sbrigativa osservazione che “e’ evidente che i fatti oggetto le problematiche inerenti la (OMISSIS)… siano di rilevanza e delicatezza per il percorso spirituale del fedele”.

    Quindi il motivo e’ infondato laddove non smentisce espressamente che la Corte di Appello abbia individuato un ambito di “confidenze” che non rientravano nell’esercizio della religione ovvero sembra quasi presupporre che il diritto al segreto finisca per confondersi con una sorta di incapacita’ a testimoniare del religioso cattolico.

    In definitiva, in assenza di specifiche contestazioni, non puo’ che considerarsi acquisito che parte delle attivita’ erano certamente al di fuori dell’esercizio spirituale.

    Il secondo ed il quarto motivo vanno rigettati in conseguenza della decisione sul primo: il segreto professionale non ricorreva e, quindi, non si pone il problema dell’avviso o meno da parte del giudice.

    Il terzo motivo e’ infondato laddove afferma che sia stato un ragionamento presuntivo quello che ha condotto a ritenere la falsita’ delle dichiarazioni del ricorrente; al contrario, vi e’ stata ampia prova diretta di tale falsita’, rappresentata dalle dichiarazioni di segno contrario della (OMISSIS).

    Il resto del motivo consiste in valutazioni che riguardano profili di merito, richiedendosi un nuovo apprezzamento dello stesso materiale probatorio senza individuare carenze od errori logici della motivazione della sentenza impugnata.

    Ricorso di (OMISSIS) – avv. Napoli. Il primo motivo, nella prima parte e’ manifestamente infondato. La Corte di Appello non ha affatto limitato il diritto al segreto dell’ecclesiastico al “segreto confessionale”, avendo, in un ben piu’ ampio discorso, escluso innanzitutto che si fosse trattato di una “confessione” da parte della vittima che, appunto, era vittima e non aveva peccati da confessare. La seconda parte e’ infondata, per quanto gia’ detto, laddove amplia il segreto “ministeriale” sino a ricomprendervi una qualsiasi forma di confidenza con l’ecclesiastico.

    Che, poi, sia corretta la valutazione della Corte di Appello, risulta implicitamente dallo stesso ricorso laddove conferma che la ricostruzione sia nel senso che la ragazza si sia rivolta al prete quale “autorita’ morale”, che e’ il riconoscimento proprio di quella funzione “sociale” che, nel caso di specie, aveva svolto il ricorrente. E risulta ancor di piu’ laddove nel ricorso si valorizzano circostanze di assoluta inconsistenza quali aver parlato al prete in sagrestia (come se fosse diverso parlargli delle stesse cose in una strada pubblica) o averlo fatto nel periodo pasquale dando, evidentemente, per scontato e per significativo che la ragazza avesse evitato di parlarne durante la Quaresima.

    In definitiva, nonostante la ampiezza di argomenti, e’ eluso il tema principale, ovvero che la Corte di Appello ha chiaramente ricostruito i fatti nel senso che la ragazza si rivolse al ricorrente in contesto e per ragioni diverse da quelle dell’esercizio di attivita’ religiosa, e che quest’ultima certamente non e’ attivita’ ministeriale. Sul punto, la sentenza impugnata non e’ sottoposta ad alcuna critica specifica.

    Cio’ posto, diviene irrilevante la seconda parte del motivo quanto ad essere stata impedita la opposizione del segreto professionale.

    Il secondo motivo non rientra tra quelli proponibili in sede di legittimita’ in quanto, senza contestare errori o carenze della motivazione, propone una diversa ricostruzione dei fatti.

    Ricorso di (OMISSIS) – avv. (OMISSIS).

    Il primo motivo e’ infondato. Al di la’ della ripetizione delle regole in materia di segreto ministeriale, la sua applicabilita’ nel caso concreto e’ affidata ad una generica affermazione che il dialogo con la ragazza non vi sarebbe stato “ove lo stesso non avesse rivestito la funzione sacerdotale e di guida spirituale”. Anche in questo caso, si fraintende fra segreto ministeriale ed immunita’ dalla testimonianza dell’ecclesiastico, che non e’ prevista ne’ dall’articolo 200 c.p.p. ne’ dai patti Stato – Chiesa.

    Il secondo motivo e’ infondato laddove contesta la valutazione da parte dei giudici di merito della attendibilita’ delle dichiarazioni della ragazza con argomentazioni generiche e, comunque, mirate al nuovo apprezzamento delle prove, al di fuori, quindi, dei limiti del giudizio di legittimita’.

    Il terzo motivo e’ manifestamente infondato in quanto sostiene la tesi della irrilevanza delle dichiarazioni false o reticenti sul generico presupposto che i fatti siano diversi da quelli rappresentati nella sentenza.

    P.Q.M.

    Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali

  • NAPOLI; querelata la Curia Arcivescovile

    NAPOLI; querelata la Curia Arcivescovile

    Un periodo complicato per la chiesa napoletana, tra le scappatelle di alcuni preti, le indagini in corso e le perquisizioni arriva anche la querela di Diego Esposito, depositata ieri presso gli uffici dell’Autorità Giudiziaria di Napoli.

    L’uomo 41enne che da anni chiede giustizia alla diocesi napoletana per gli abusi sessuali subiti quando era ragazzino da parte di un sacerdote del luogo, don Silverio Mura, lo scorso febbraio era stato vittima di una grave violazione ai suo danni, per mano della Cancelleria Arcivescovile di Napoli che pur sapendo che l’uomo, non volendo svelare pubblicamente la sua identità si faceva chiamare Diego Esposito, non si è fatta alcuno scrupolo nel divulgare un comunicato stampa nel quale a partire dal titolo, a caratteri cubitali, compariva ben otto volte nome e cognome del nostro associato.

    Purtroppo anche diverse testate giornalistiche online, in barba alle disposizioni di legge e al codice deontologico, non si sono fatte problemi nel riportare pari pari quel comunicato.

    Inutile dire che in poche ore parenti, conoscenti e amici e ex colleghi di lavoro ai quali Diego Esposito non aveva mai voluto raccontare l’orrore che aveva subito da piccolo e che più volte sotto anonimato aveva raccontato alla stampa e alla TV, lo hanno immediatamente riconosciuto.

    In poche ore Diego è stato letteralmente preso d’assedio, non solo dai giornali ma anche da estranei e curiosi. Diego racconta nella querela “Il dolore, poi, è stato incontenibile quando ho dovuto affrontare anche la curiosità e le domande dei miei figli che, a loro volta, avevano dovuto affrontare quelle, inevitabilmente condite anche di qualche commento malizioso, dei loro compagni di scuola”.

    È un dato noto sotto il punto di vista giurisprudenziale che i dati di una vittima di reati sessuali, che ha quindi subito pesanti conseguenze, spesso permanenti e di carattere psicofisico, non possono essere diffusi. Questa ovvia cautela si impone al fine di evitare che alla sofferenza pregressa  si aggiunga quella di essere dato in pasto alla curiosità, spesso morbosa, dell’opinione pubblica.

    Così ieri Diego Esposito, accompagnato dai suoi avvocati, Gianfranco Iannone e Carlo Grezio che collaborano con la Rete L’ABUSO che da anni segue e supporta molte vittime in Italia, tra cui Diego Esposito, si sono recati presso gli uffici del palazzo di giustizia depositando formale querela.

    Nota dell’Ufficio di Presidenza

  • Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Mentre vanno avanti le indagini condotte dal pm Clelia Mancuso della sezione Fasce deboli della procura di Napoli sui festini gay organizzati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, con acquisizioni di documenti negli uffici delle curie di Napoli e Pozzuoli, gli avvocati che assistono Diego Esposito (nome di fantasia) stanno aprendo i fronti della giustizia penale e civile (con un’azione di risarcimento danni di oltre un milione di euro indirizzata anche nei confronti del cardinale Crescenzio Sepe e della curia di Napoli) per fare emergere la verità su quattro anni di violenze subite da Esposito quando era minorenne da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione.
    Sulla questione della pedofilia dei sacerdoti, che vede impegnato a fondo papa Francesco, e in particolare sul ruolo che svolgono i tribunali ecclesiastici Iustitia pubblica un intervento di Francesco Zanardi presidente della Rete l’Abuso, l’associazione costituita nel 2009 dalle vittime dei preti pedolfili

    HO LETTO l’articolo sul cardinale di Napoli con il quale si sostiene che Crescenzio Sepe avrebbe ‘esaurito’ il suo mandato e sarebbe opportuno che si dimettesse. A integrazione di quanto scritto vorrei accendere i riflettori sui tribunali ecclesiastici che dovrebbero costituire un passaggio decisivo per la chiesa nella lotta alla pedofilia dei sacerdoti.
    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non viene detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di là dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo. Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, mentre,

    paradossalmente, con il consenso della vittima è presente l’avvocato dell’imputato, come è accaduto ai giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.
    Durante questi processi, quando è presente la vittima,
    Crescenzio Sepe e Francesco Zanardi
    non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente a un interrogatorio durante il quale vengono acquisite le varie informazioni che riguardano il caso specifico. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli e nei casi da noi documentati non è mai accaduto. Alla vittima non viene rilasciato nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.
    Ma su quali basi si sviluppa il processo canonico? Esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali civili. Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, ‘non è un reato’ che vede la vittima la parte lesa, bensì ‘un’offesa morale a Dio’. Ne viene da sé che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate se non ostracizzate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come la parte lesa.
    Esiste ancora un’altra differenza tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi: il sacerdote in quanto uomo di chiesa è valutato a un livello superiore di quello della vittima, la quale invece è vista come un qualunque fedele, ovvero un peccatore, per giunta conclamato perché ha permesso al sacerdote di cadere in tentazione. È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre con ‘amore paterno’ il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene rigenerato nella sua parte morale ‘sbagliata’, con la preghiera, il pentimento e l’isolamento. Per questi motivi la Rete l’Abuso, la fondazione costituita nel 2009 da un gruppo di vittime dei preti pedofili, sconsiglia ai propri assistiti di prestarsi ai processi canonici, almeno fino a quando sono in atto dei giudizi nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo ma è necessario essere molto attenti perché si rischia di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.
    Il problema nasce dal fatto che durante le audizioni, che come detto prima avvengono in assenza del proprio avvocato di fiducia, ed in alcuni casi in presenza dell’avvocato del sacerdote, la vittima rievoca il racconto narrativo dell’accaduto dando così modo al sacerdote e alla chiesa di trovare punti deboli del racconto sui quali si potrà poi fare forza durante il processo civile. Alla vittima viene inoltre chiesta documentazione probatoria come ad esempio lettere, messaggi, sms, perizie mediche ed eventuali querele depositate, che spesso la vittima concede. Tutto ciò dà un vantaggio enorme al sacerdote e al proprio difensore mettendo la vittima in una situazione di netta inferiorità.
    In ogni caso la massima pena che i tribunali ecclesiastici possono infliggere a un sacerdote è la scomunica. Viene da sé che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili, a meno che non sia la vittima a farlo. Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché per la chiesa la vittima è la causa che ha portato lo sventurato sacerdote in
    tentazione.
    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa pagasse, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perche la vittima non denunci alle autorità civili. In
    Aldo Nuvola e Giovanni Trotta
    questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.
    Anche nel caso che il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa (vedi il caso di don Giovanni Trotta) in quanto qualora l’autorità giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa a un processo penale o a un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.
    È comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che non diventi un pericolo per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa. Troviamo infatti ancora preti come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben tre volte.
    In conclusione bisogna aspettare che terminino gli eventuali giudizi civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile, la chiesa non vorrà più fare in quanto l’obiettivo di nascondere la vicenda è ormai saltato.
    Francesco Zanardi,
    presidente della fondazione la Rete l’Abuso

  • Preti e festini gay a Napoli, blitz della Finanza in Curia

    Preti e festini gay a Napoli, blitz della Finanza in Curia

    di Maria Chiara Aulisio

    Prima in Curia, a largo Donnaregina, poi a Pozzuoli, nell’ufficio diocesano del vescovo, monsignor Gennaro Pascarella. Qui i militari della Guardia di finanza della sezione di polizia giudiziaria della Procura, guidata dal tenente colonnello Luigi Del Vecchio, hanno acquisito una serie di atti utili allo svolgimento delle indagini su preti e incontri hard: da quelli che avrebbero coinvolto un sacerdote della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone – sospeso temporaneamente dalle sue funzioni di parroco dal cardinale Crescenzio Sepe in attesa che si concludano gli accertamenti del caso affidati al Tribunale ecclesiastico coordinato da monsignor Erasmo Napolitano – ad alcune vicende a luci rosse che invece riguarderebbero altri preti protagonisti di un dossier consegnato in procura dall’associazione «Meter», la onlus fondata da don Fortunato di Noto a difesa dei diritti dell’infanzia e contro la pedofilia. In quel fascicolo (che resta top secret), si fa anche il nome di un sacerdote della diocesi di Pozzuoli a cui però sarebbe stata affidata la responsabilità di una parrocchia napoletana. Della diocesi di Pozzuoli infatti fanno parte anche i quartieri occidentali della città, da Fuorigrotta a Pianura.

    Una inchiesta su due fronti, dunque, al momento ancora in una fase iniziale e soprattutto conoscitiva, affidata al sostituto procuratore Clelia Mancuso del pool specializzato in reati contro le fasce deboli coordinato dal procuratore aggiunto Luigi Frunzio.

    Da Napoli a Pozzuoli, quindi, da una curia all’altra, per approfondire le notizie contenute nei dossier e cercare riscontri nelle diocesi di appartenenza dei sacerdoti coinvolti in questo giro di incontri e festini gay svelati grazie a due denunce anonime di cui il Mattino, nelle scorse settimane, ha reso conto. L’obiettivo delle visite messe a segno nei giorni scorsi nelle sedi delle due diocesi dagli uomini del tenente colonnello Luigi Del Vecchio su indicazione della Procura della Repubblica, è stato quello di raccogliere testimonianze, indizi, elementi utili a capire se dietro quegli incontri a luci rosse, tra chat rubate da una home page di facebook e dossier anonimi, possano nascondersi ben altri scenari, fatti penalmente rivelanti, eventuali storie di prostituzione o pedofilia.

    http://m.ilmattino.it/napoli/articolo-2303025.html

  • Preti gay, l’ombra della pedofilia porta alla periferia est di Napoli

    Preti gay, l’ombra della pedofilia porta alla periferia est di Napoli

    Ore di lavoro frenetico. Sotto la lente date, luoghi, protagonisti, screenshot, chat. Lo scottante dossier che accusa alcuni religiosi di aver preso parte a festini hot con minori comincia a prendere forma. Pezzi di un puzzle da mettere insieme, che tessera dopo tessera si consolida nelle due indagini parallele della Curia arcivescovile di Pozzuoli e della Procura di Napoli. Il cerchio, intorno al prete della diocesi di Pozzuoli che sarebbe coinvolto insieme ad altri religiosi di alto rango in abusi su minori, comincia a stringersi. Il dossier inoltrato ai magistrati dall’associazione Meter, da 25 anni in prima fila nella lotta alla pedofilia, contiene elementi di sicuro interesse investigativo. Tanto che, secondo quanto trapela dalla Procura di Napoli, si prefigura imminente un’accelerazione nelle indagini. La segnalazione, oggi iscritta a modello 45, e cioè in quel registro degli atti che non costituiscono notizia di reato, potrebbe presto tramutarsi in un modello 21, e cioè in un fascicolo che individua possibili condotte illecite a carico di persone note. Segno che i primi accertamenti sull’identità del sacerdote e i fatti denunciati, hanno fornito riscontri sufficienti per scavare più a fondo nella vicenda.

    Ma come detto, sono ore concitate anche nella diocesi di Pozzuoli, dove insieme alle indagini della Curia arcivescovile, è scattata la caccia al sacerdote. «Si sta valutando attentamente nel dettaglio quanto sinora segnalato», ha assicurato in una breve nota il vescovo Gennaro Pascarella. «La Diocesi – precisa la Curia di Pozzuoli – è stata solo adesso informata ed è necessario il tempo giusto per capire ed individuare con rigore, discernimento e rispetto per tutti, fatti e responsabilità». «Se necessario – ha ammonito Pascarella – saranno adottati, tutti i provvedimenti del caso».

    Parole prudenti, che tuttavia non nascondono una certa preoccupazione. Non è la prima volta, difatti, che intorno alla figura del sacerdote chiamato in causa dal dossier dell’associazione Meter si stendono ombre inquietanti.
    La storia del prete, che secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Mattino sarebbe nativo di Ponticelli, è costellata di voci, rumori e frequentazioni ambigue sin dagli esordi. Prim’ancora di diventare sacerdote, l’uomo oggi poco più che quarantenne sarebbe stato allontanato dalla Chiesa di Napoli prima ancora di entrare in seminario dall’allora Rettore don Galdiero. A determinare quella decisione, sarebbe stato il morboso attaccamento manifestato dal giovane a un monsignore che oggi ricopre un ruolo di spicco nella diocesi napoletana. Un legame molto forte, che avrebbe allora indotto il cardinale Sepe a bocciare l’ingresso del giovane in seminario. Un netto rifiuto, che tuttavia non interrompe il cammino del religioso. Prima il tentativo di essere accolto nell’ordine dei Vincenziani, poi la Facoltà teologica di Posillipo, che avrebbe frequentato per quattro anni. Approdato a Pompei, il religioso sarebbe stato nuovamente allontanato per poi essere dirottato su Pozzuoli. È il luogo dove riesce ad abbracciare il sacerdozio dopo molte peripezie. Ma sono i rapporti che lo legano a Ponticelli, a finire sulla bocca di molti. In primo luogo quello intrecciato con un insegnante di religione di presunte tendenze omosessuali, oggi defunto. Ma anche quelli con altri due sacerdoti di Ponticelli, imparentati tra loro, che in passato avrebbero manifestato attenzioni inopportune verso i bambini. Tanto che uno di loro sarebbe stato allontanato in passato da San Giovanni a Teduccio per un sospetto abuso su un minore, per poi essere trasferito proprio a Ponticelli, dove ancora oggi dice messa.

    http://ilmattino.it/napoli/cronaca/prety_gay_l_ombra_della_pedofilia_porta_alla_periferia_est_di_napoli-2280279.html

  • Scandali sessuali, i preti dal pm C’è un nuovo caso a Pozzuoli

    Scandali sessuali, i preti dal pm C’è un nuovo caso a Pozzuoli

    L’appuntamento è per questa mattina in Procura a Napoli, IV sezione, quella che si occupa dei reati sessuali sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Luigi Frunzio. Nei giorni scorsi un gruppo di ecclesiastici ha contattato riservatamente la magistratura napoletana, chiedendo un incontro con un sostituto procuratore. Gli esponenti del clero dovrebbero raccontare vicende che ritengono di interesse degli investigatori e che, probabilmente, sono venute fuori in seguito alla denuncia anonima che ha portato alla sospensione di don Mario D’Orlando, il sacerdote della basilica di Santa Maria degli Angeli a Monte di Dio. Forse consegneranno anche documenti. Si tratterebbe però di una vicenda diversa da quella denunciata da don Fortunato Di Noto , il sacerdote siciliano fondatore di «Meter onlus», un’associazione che da 25 anni combatte i preti pedofili, facendone allontanare anche parecchi dalle Diocesi dove venivano commessi abusi sessuali. Come ha riportato «Il Mattino», nella sede regionale del presidio nato in difesa di bambini e adolescenti, è arrivata una segnalazione che ancora una volta vede coinvolto un prete, appartenente alla Diocesi di Pozzuoli, intorno al quale girano i nomi di almeno altri cinque o sei sacerdoti.

    La denuncia è già stata inviata alla diocesi di appartenenza di uno dei preti – quello sul quale maggiormente si concentra l’attenzione degli autori dell’esposto — e alla Procura della repubblica. «Il nostro obiettivo è fare chiarezza» sottolineano dalla Diocesi flegrea. Tra la vicenda di Pozzuoli e quella di Monte di Dio ci sarebbe comunque un collegamento: il nome di uno dei preti contenuto nel dossier di Meter onlus comparirebbe anche in una delle chat «rubate» dal profilo Facebook del sacerdote di Monte di Dio e spedita, da un anonimo, lo scorso gennaio all’indirizzo del vescovo ausiliare di Napoli Lucio Lemmo. Una vicenda ancora oscura e complessa sulla quale sta indagando il Tribunale ecclesiastico di Napoli e che ora viene posta anche all’attenzione degli investigatori della Procura.

    Intanto, però, i magistrati hanno avviato un’indagine conoscitiva (modello 45, fatti non costituenti reato) proprio in base alle notizie di stampa degli ultimi giorni. Vogliono vederci chiaro per capire se effettivamente esista un giro di prostituzione maschile utilizzata da sacerdoti, anche per accertare se ci siano stati episodi di ricatti o richieste estorsive nei confronti di esponenti del clero. Ma pure per verificare l’ipotesi più grave: è possibile che nel «giro» siano finiti minorenni? In quel caso si aprirebbero scenari ancora più inquietanti .

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_febbraio_23/scandali-sessuali-preti-pm-c-nuovo-caso-pozzuoli-8a2257f8-f994-11e6-978e-4d426519ea03.shtml