Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete pedofilo, la difesa della Curia

    Prete pedofilo, la difesa della Curia

    In una nota la replica alla denuncia di un 40enne contro il cardinale Sepe per non aver avuto giustizia “Non emersero elementi sufficienti per avviare un processo penale nei confronti di quel sacerdote”
    L’INDAGINE STELLA CERVASIO UN uomo contro la Curia di Napoli.
    Diego Esposito nome di fantasia – è oggi un quarantenne che denuncia di essere stato violentato da un prete per 4 anni a partire da quando ne aveva 13. Si è
    rivolto a papa Francesco, che con il “motu proprio” ha deciso che la responsabilità delle indagini sui casi di pedofilia che infestano la Chiesa è dei vescovi.

    La Curia risponde che «per due volte non è risultato nulla» a carico di S.M., il sacerdote accusato dalla vittima. Una brutta storia di orchi che Diego
    Esposito (nome di fantasia) racconta da quando, sei anni fa, ebbe un crollo emotivo, e, da un letto di ospedale rivelò alla mamma e alla moglie di essere stato un bambino abusato.

    Violentato da un sacerdote viceparroco dell’oratorio che frequentava, lui ragazzino di una periferia difficile: Ponticelli. Un religioso che, quando lui andò a dirgli che stava male per quel tremendo ricordo che l’aveva marchiato a fuoco, rispose: «Di’ un’Ave Maria». Lo stesso prete si fece strada nei cuori dei familiari di Diego, che all’inizio non riusciva ad accusarlo e se lo ritrovava davanti di continuo: intanto era cresciuto e fu lui a unirlo in matrimonio alla moglie e battezzò i suoi due figli quando nacquero.

    Dopo anni il coraggio venne fuori, come spesso capita in casi come questo. «Vado avanti, non mi fermo, voglio spiegazioni dalla Curia», dice Esposito per il quale i legali di “Rete L’Abuso” – un network formato da vittime di storie come la sua – hanno fatto una richiesta di danni in sede civile di oltre l milione di euro che illegale Carlo Grezio ha corredato con una perizia medico legale. A credergli e ad aiutare Diego furono uno psichiatra, Alfonso Rossi, e il responsabile di “Rete L’Abuso”, Francesco Zanardi. La storia è tornata a galla l’ll ottobre scorso, quando Esposito ha presentato un esposto al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, nel quale scrive: «Intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Denuncia alla quale la Curia ha risposto ieri con una nota della Cancelleria arcivescovile, a firma del responsabile padre Luigi Ortaglio: «Nonostante il reverendo S.M. avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse ».

    Furono effettuate verifiche ascoltando Esposito e il suo psichiatra e lo stesso S.M. «il quale fin da subito negò decisamente ». Ciononostante prosegue la nota «si convenne insieme a S.M. sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco presso una comunità religiosa fuori diocesi». Lo spedirono in Umbria, a Città di Castello.

    Passano 4 anni e Esposito torna alla carica per essere ancora ascoltato dalla Curia e scrive a Bergoglio. Viene convocato da uno psichiatra incaricato dalla Curia. Ma la perizia – informa il comunicato – «non si può espletare per il rifiuto del periziando».
    Esposito smentisce: «Mi chiesero dieci incontri e allora mi opposi. Quel medico non faceva altro che dare la colpa a me per quello che era accaduto». Il caso venne quindi chiuso: «La Congregazione per la dottrina della fede – dice ancora la nota di Palazzo Donnaregina – nel 2016 ritenne non essere emersi gli elementi
    sufficienti per avviare un processo penale a carico di don S.M.».

    Francesco  Zanardi è a capo dell’associazione delle vittime “Rete L’Abuso”: «Abbiamo altri  cinque casi con accuse a don S.M. So cosa prova una persona quando non riesce a ottenere giustizia, non quella economica ma il riconoscimento di quello che ha  subito». Un’osservazione sul comunicato della Curia: «Nella nota del cardinale si  legge che il procedimento è stato chiuso nel 2016 – dice Zanardi – ma sappiamo di  una conversazione telefonica di due settimane fa in cui a Diego dalla Curia  riferiscono che la questione è ancora aperta.

    Non è giusto tenere falsamente sulle spine una persona che non ha avuto un minimo di risarcimento neanche sotto il profilo umano. Quel sacerdote fu mandato in una comunità dove indirizzano tutti i preti che hanno avuto la sua stessa accusa e dove è stato anche don Desio, parroco di Saronno condannato per pedofilia e altri di cui si sono interessate le cronache. Riceviamo regolarmente proteste dai preti di Città di Castello che dicono che non viene esercitata alcuna sorveglianza su questi religiosi inviati lì “per il recupero”, che escono dalla struttura quando vogliono».

    STELLA CERVASIO. Repubblica Napoli del 07-02-17

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    L’arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/
  • Cardinale Sepe, denuncia al Papa: «Non indagò su un prete pedofilo»

    Cardinale Sepe, denuncia al Papa: «Non indagò su un prete pedofilo»

    «Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». È l’incipit di una lettera riportata dal quotidiano La Repubblica, inviata lo scorso 11 ottobre a Papa Francesco e al prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet.

    Nella missiva una persona di nome Diego, un nome di fantasia, ha raccontato che nel 1989, a soli 13 anni, avrebbe subito abusi sessuali da parte dell’insegnante di religione in una scuola media a Napoli. Nel 2010 l’uomo ha avuto il coraggio di svelare l’episodio a sua madre e a sua moglie. Test psicologici hanno poi confermato il passato di abusi sessuali.

    Dal 2010 Diego – ha spiegato nella sua lettera – ha richiesto un colloquio al cardinale Sepe senza ottenere risposta. Ha quindi attaccato la Curia di Napoli che non avrebbe disposto un’inchiesta canonica a riguardo. L’uomo ha denunciato che l’insegnante di religione è ancora al suo posto.

    «Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine – si legge nell’articolo di Repubblica -. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo».

    http://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/cardinale_sepe_denuncia_al_papa_non_indago_su_un_prete_pedofilo-2241788.html

  • Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    L’intera vicenda ricostruita in una lunga nota, dopo la denuncia al papa

    di STELLA CERVASIO

    Sul caso di Diego Esposito, il nome di fantasia dato alla persona che si è rivolta a papa Francesco per denunciare una presunta inadempienza della Curia di Napoli che non avrebbe indagato sulla violenza che avrebbe subito da bambino da un sacerdote, la Curia arcivescovile ha diffuso una nota firmata dal cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio.

    “Nel 2010 la Curia riceveva alcune lettere della persona in questione e del suo psichiatra, dott. Alfonso Rossi, che denunciavano presunti abusi subiti da questa persona all’età di 13 anni da parte di don S.M. negli anni 1986-92”, scrive il responsabile della sezione legale della Curia, ricostruendo la vicenda. “Nonostante il reverendo avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due parrocchie, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse”.
    “Il vicario incontrò e ascoltò la persona in questione, quindi il suo psichiatra, nonché infine lo stesso sacerdote, il quale fin da subito nbegò decisamente la veridicità di quanto affermato dal denunciante. Comunque – continua la nota della Curia – si convenne insieme al parroco sull’oppportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia presso una comunità religiosa fuori diocesi.

    Nel 2014 il giovane “prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati”.

    Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete L’Abuso si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, “nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto” al denunciante “di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta ‘ricostruzione della memoria testimoniale’. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando”.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/accuse_al_cardinale_sepe_la_curia_abbiamo_svolto_tutte_le_indagini_-157701543/
  • Caso Diego Esposito: una denuncia alla Curia di Napoli per violazione della privacy

    Caso Diego Esposito: una denuncia alla Curia di Napoli per violazione della privacy

    Era il 29 marzo del 2014 quando il Presidente della CEI Card. Angelo Bagnasco dichiarava “Il no alle denunce? E’ per la privacy delle vittime”.

    Dichiarazione che stride un pò con quello che è poi il comportamento dei vescovi e dei cardinali, che è vero che non denunciano i preti pedofili, ma riguardo alla privacy delle vittime non ci pensano due volte a fare il loro nome e cognome e a divulgarlo addirittura in un bel comunicato stampa.

    Ed è quello che è successo oggi al nostro assistito, Diego Esposito (nome di fantasia) il cui nome è apparso a caratteri cubitali, titolo compreso in un comunicato stampa diramato dalla diocesi di Napoli.

    Immediata la reazione del presidente della Rete L’ABUSO, la Onlus che tutela legalmente la vittima, il quale appresa la notizia, ha dato immediatamente mandato all’ufficio legale che segue Diego, di sporgere formale querela.

    Secondo Francesco Zanardi, portavoce della Onlus “Quanto accaduto è inaccettabile e viola pesantemente la privaci di un uomo che è sempre apparso al pubblico con un nome di fantasia proprio perché non voleva far sapere il suo, ed è accaduto nonostante il codice penale vieti di pubblicare elementi che permettano di riconoscere le vittime dei reati sessuali”.

    Nelle prossime ore la querela sarà formalizzata presso le autorità competenti.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof  di religione, la Curia mi ignorò»

    Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof di religione, la Curia mi ignorò»

    Napoli, la lettera-denuncia del napoletano Diego: «Ho avvertito dopo anni il cardinale degli abusi subiti ma nulla si è mosso. E l’insegnante resta ancora al suo posto»

    NAPOLI – Molestato dall’insegnante di religione, e il cardinale Sepe, avvertito dopo molti anni dall’accaduto, non ha promosso nessun approfondimento della vicenda. È questo il succo della lettera-denuncia di Diego (nome di fantasia) pubblicata su Repubblica e diretta a papa Francesco, al prefetto della Congregazione per i vescovi e il cardinale Marc Ouellet. «Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» è l’attacco di Diego, che racconta di aver subito molestie nell’89 da parte del professore di religione, tra i banchi di scuola media. Molti anni dopo, nel 2010, avrebbe richiesto un colloquio all’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, dopo aver svelato a moglie e figli la storia degli abusi subiti. Ma, pare, Diego non ha ottenuto risposta. Da qui il j’accuse nei confronti della Curia partenopea, rea secondo Diego di non aver indagato sull’accaduto. Contestuale è partita anche la denuncia nei confronti del prof di religione.

    «Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine – si legge nell’articolo -. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo».

    In una lunga nota diffusa sul caso dalla Curia di Napoli, il cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio ricostruisce la vicenda e conclude evidenziando che «trasmessi gli atti dell’attività istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale». «Nell’anno 2010 – si evidenzia – la Curia arcivescovile riceveva lettere» da parte della vittima di abusi e del suo psichiatra, il dottor A. R., che denunciavano presunti abusi subiti dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte di un sacerdote, don S.M., negli anni 1986-1992. «Nonostante fino a quel momento» il sacerdote «avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due Parrocchie, l’Arcivescovo incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse. Il Vicario generale pertanto incontrò ed ascoltò» prima la presunta vittima, il suo psichiatra ed il sacerdote «il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato. Comunque, nonostante nulla confermasse le accuse, si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi».

    La nota della Curia

    Nel 2014 il giovane «prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiasticae di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati». Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete “L’Abuso” «si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, «nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto» al denunciante «di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta “ricostruzione della memoria testimoniale”. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando».

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_febbraio_06/trentenne-scrive-papa-accusa-sepe-fui-molestato-prof-religione-curia-mi-ignoro-a384e1e2-ec5c-11e6-927f-422b8117ee28.shtml

  • La legge vaticana del più forte

    La legge vaticana del più forte

    Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
    PEDOFILIA
    di Federico Tulli

    “Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

    Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

    Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

    I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

    Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

    Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

  • Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Non stiamo parlando della recensione di un nuovo libro di Marcello Simoni, dal titolo “La diocesi dei cento peccati”, ma di quell’oscuro mondo che si cela a volte dietro la veste di un prelato. La diocesi di Albenga è stata spesso passata al setaccio per alcuni fatti di cronaca nel corso degli anni. Infatti si registrano casi di pedofilia, sacerdoti indagati per abusi sessuali nei confronti di donne, aspiranti sacerdoti con fede debole ammessi in seminario, preti indagati per circonvenzione d’incapace, religiosi fuggiti con i soldi delle parrocchie, alcuni preti sorpresi in locali notturni malfamati e molto altro.

    L’argomento preti, abusi sessuali e pedofilia rappresenta un tema difficile e delicato da trattare perché pone sotto i riflettori una categoria di persone cui vengono affidati i minori perché se ne occupino, perché li formino e non soltanto dal punto di vista dell’educazione. E’ emerso però dall’incrocio di diverse testimonianze che in alcuni casi alcune persone in difficoltà economiche avrebbero acconsentito ad attenzioni sessuali in cambio di denaro.

    Stiamo parlando di un sottobosco diffuso, seppellito e nascosto, di atteggiamenti morbosi, di esplicite attenzioni sessuali e violenze su minori e persone indigenti. Si ha paura di parlarne perché si ha paura di incappare nell’accusa di pregiudizio, nell’avversità e nei confronti del clero.

    Non solo di fronte alle inchieste giudiziarie, ma anche al moltiplicarsi di voci, anche se non sempre controllate, il sentire comune contro la pedofilia è sempre più d’attualità. Vale non soltanto per le diocesi savonesi (Albenga-Imperia e Noli-Savona), ma per tutti quegli ambienti dove prevalga la promiscuità, il contatto, non controllato tra adulti e bambini e tra personaggi abbienti di chiesa e persone indebolite dall’indigenza, che vendono il proprio corpo al costo di sopravvivere.

    Grazie alla sensibilità contemporanea i riflettori si stanno accendendo sulle “volpi del pollaio”, affinché vengano alla luce i casi gravi e condannabili di abuso o di molestie verso i più deboli, quelli che sino a qualche anno fa venivano nascosti o taciuti. A vigilare anche la Rete L’Abuso con Francesco Zanardi, da anni impegnato a tutela delle vittime della pedofilia. Abbiamo raccolto la sua opinione sul passaggio di consegne alla guida della diocesi di Albenga-Imperia.

    Cos’è cambiato dopo l’avvicendamento tra il Vescovo Oliveri ed il nuovo Vescovo Guglielmo Borghetti nella diocesi di Albenga?

    “L’ambiente ecclesiastico della Diocesi di Albenga è sempre stato un luogo limaccioso, contornato di segreti invisibili che negli anni sono stati cementati tra le mura di questa struttura religiosa. Dopo l’insediamento del nuovo vescovo tutto è finito per il momento sotto il tappeto, se ne parla pochissimo quasi come se fossimo in un territorio dove regni l’omertà. Sembra sempre che io ce l’abbia con la chiesa, ma non ce l’ho affatto con la chiesa, comunque con l’arrivo di Borghetti non è cambiato nulla, la chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili e Papa Francesco non sta davvero cambiando le cose. Monsignor Borghetti è arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015, su scelta di Bergoglio, dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, però nulla purtroppo è cambiato. La diocesi di Albenga è da sempre stata un rifugio pecatorum per diversi preti già condannati per pedofilia in altre regioni e poi trasferiti e lì accolti. E’ sempre stata la diocesi degli scandali per tanti anni. Io stesso, da bambino, fui abusato da un sacerdote proprio in questa diocesi, a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Vicenda che si è ultimata con la condanna del prete nel 2012. A causa di questa esperienza con l’associazione abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione e siamo partiti dal fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, ad innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”. 

    E cosa dice di Monsignor Mario Oliveri?

    “Il predecessore di Borghetti, il presule Mario Oliveri, aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. Tra i vari nomi degli scandali possiamo annoverare: quello di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Poi, quello di don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato a quattordici mesi per abusi sessuali su minore nel 1992 a Pinerolo (Torino), quello di don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli. E infine c’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi. Lo stesso Oliveri ha attirato voci pesanti, ma tutto è passato nel dimenticatoio”.

    Ad Albenga si è appena concluso il Giubileo straordinario della Misericordia che ha concesso a migliaia di fedeli tra cui anche sacerdoti, due vescovi e seminaristi, la possibilità di incontrare l’abbraccio misericordioso del Padre nella confessione dei propri peccati. Un modo semplice per potersi rinnovare agli occhi di Dio, partecipando alle celebrazioni del Giubileo della Misericordia. Lei pensa che questo vuole essere il segno di una pacificazione? 

    “Il vescovo Borghetti ha dichiarato che in quest’anno Giubilare c’è stato ‘un risveglio di passione per Gesù Cristo volto della Misericordia del Padre e che si è trattato di un anno di grazia davvero terapeutico per la nostra diocesi e sono convinto per tutta la Chiesa’. ‘Terapeutico’ è un termine forte, però non penso che un anno Giubilare consenta di cancellare quanto sia accaduto in precedenza. Inoltre, come ci si può sentire di fronte a simili argomentazioni quando secondo un’inchiesta appena pubblicata dalla nostra rete L’Abuso, esisterebbero alcune strutture della chiesa dove vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari. Sono almeno 100 i sacerdoti attualmente indagati per pedofilia e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni e ben 5 solo nella diocesi di Albenga”. 

    Il Governo italiano, a differenza degli altri Stati europei, non si è mai occupato in modo approfondito del problema. Cosa pensa sulla posizione di Papa Bergoglio nei confronti delle sue “pecorelle smarrite”?

    “Non c’è peccato che Dio non possa perdonare, ha così dichiarato il Pontefice Francesco. Infatti ha chiarito che ‘l’unica condizione è quella di sentirsi peccatori, perché la misericordia di Dio non cancella l’esistenza del peccato. La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio’. Bisognerebbe andarlo a dire alle vittime di abuso, che il perdono serva per raggiungere la serenità del cuore e che rappresenti la condizione necessaria per vivere felici. Ma gli abusi di cui si sono macchiati certe persone e che passando attraverso la Porta Santa si siano potute anche redimere, resteranno comunque impuniti. I peccati commessi oltre a rimanere un’impronta negativa, nella vita degli abusati, potranno pur sempre essere perdonati dalla chiesa, ma non da chi li ha subiti”. 

    Maurizio Losorgio

    http://www.savonanews.it/2016/11/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/sacerdoti-e-pedofilia-zanardi-con-il-nuovo-vescovo-di-albenga-nulla-e-cambiato.html

  • «Se parli finisci all’inferno». Minorenne inchioda il parroco: «Mi violentava»

    «Se parli finisci all’inferno». Minorenne inchioda il parroco: «Mi violentava»

    Il prete ha rigettato le accuse del minorenne: «Sono tranquillo e non ho assolutamente fatto nulla».

    Non si è tirato indietro. E a fatica (evidentemente provato) ha ripercorso e ribadito punto per punto la sua versione. Confermando anche davanti al gip Giovanni Pagliuca le accuse a quel sacerdote che, invece di aiutarlo ad affrontare il suo percorso spirituale di catechesi indispensabile per conseguire il battesimo, avrebbe ripetutamente abusato di lui: la ricostruzione delle presunte violenze sessuali a carico di don Angelo Blanchetti, adesso, sono state cristallizzate anche in sede di incidente probatorio. Quindi, fonte di prova utilizzabile a tutti gli effetti nel corso di un eventuale processo – racconta il Corriere della Sera.

    Parroco di Corna di Darfo e di Bessimo, 55 anni, il prete è finito agli arresti domiciliari su ordinanza del gip il 14 giugno scorso con la pesantissima accusa di violenza sessuale su minore: un ragazzino che ha compiuto 14 anni due mesi prima, in aprile. E che ha trovato il coraggio di confidarsi e raccontare tutto a un pastore milanese prima che agli inquirenti bresciani coordinati in fase di indagine dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani. Stando al suo racconto il minore avrebbe subito addirittura per un paio di anni: da gennaio 2015 fino al 31 maggio scorso. Violenze che si sarebbero consumate nella piccola cucina di don Angelo: almeno due rapporti intimi al mese, ha detto il ragazzino. Una ricostruzione avvalorata peraltro dai riscontri recuperati dagli investigatori: la coperta imbottita che a detta della presunta vittima il sacerdote era solito adagiare per terra (sotto sequestro ne è finita una identica a quella descritta dal 14enne), ma anche le confezioni di preservativi recuperati in cassaforte così come le creme lubrificanti.

    «Se parli guarda che finisci all’inferno», altro che battesimo, avrebbe intimato don Angelo al minore. Ma lui non ci sta e rigetta le accuse: «Non c’entro nulla con questa storia» ha detto il parroco, dicendosi «tranquillo» anche in relazione al sequestro del suo computer da parte dei carabinieri. Il ragazzino non sarebbe peraltro l’unica vittima. Nel corso dell’inchiesta è emerso un «super testimone» che nero su bianco, nella pagina virtuale del suo profilo, ha raccontato la sua storia. Precisando di essere «ancora in cura, da anni» per quanto vissuto: «Ne avevo nove quando ho subito gli abusi, adesso ne ho 35». Nome e cognome, lo ha scritto su Facebook un ragazzo camuno, una volta scoppiato il caso. Dopo tanto tempo, convocato in caserma, ha ricostruito a sua volta i presunti abusi da parte di don Angelo (che all’epoca aveva 29 anni ed era viceparroco ad Artogne) ripercorrendo con estrema fatica e dolore il suo passato. Ai militari ha raccontato peraltro di averli in un certo senso «rimossi», quegli abusi. Fino al momento in cui, in concomitanza con un episodio che gli avrebbe causato un forte choc, ci ha fatto i conti. In maniera molto nitida. E identico, pur a oltre 20 anni di distanza, sarebbe il modus operandi del sacerdote: «Mi faceva sdraiare su una coperta imbottita nel suo ufficio…» ha raccontato anche il 35enne. Troppo precisa nei dettagli (oltre che emotivamente partecipata) la sua ricostruzione – secondo gli inquirenti – perché si tratti di suggestione. Di queste violenze don Angelo Blanchetti non potrebbe essere accusato: 26 anni dopo il reato è ampiamente prescritto. Ma resta un ragazzino di 14 anni, che conferma gli abusi sessuali.

    http://www.internapoli.it/47764/lo-scandalo-se-parli-finisci-allinferno-minorenne-inchioda-il-parroco-mi-violentava