Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    La storia di Cristina Balestrini, tra dolore e forza

    Un adolescente che all’epoca aveva soli 15 anni racconta di aver subito abusi sessuali da un parroco della sua città, una notte in cui si trovava a casa sua. Siamo a Rozzano, nel dicembre 2011. Per quella testimonianza don Mauro Galli, noto anche a Legnano e che ha sempre negato le accuse, è stato condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. Manca ancora l’appello e il terzo grado di giudizio ma nel frattempo la mamma di quell’adolescente, che oggi ha 24 anni, non si è lasciata andare e ora fa parte dell’associazione Rete L’ABUSO, al fianco del presidente Francesco Zanardi. L’abbiamo intervistata.

    La storia, tra fede e dolore

    Cristina Balestrini racconta la sua storia con un tono di voce calmo ma da cui traspare tutta la forza che di solito nasce dopo la sofferenza: “Tutte le persone alle quali ci siamo rivolte hanno minimizzato. Mio figlio già il giorno dopo aveva detto che era successo qualcosa di brutto anche se ha raccontato in modo completo solo anni dopo, durante una terapia. Il parroco e il coadiutore di allora si sono rivolti immediatamente in diocesi. Noi avevamo posto due condizioni: lo spostamento del parroco dalla parrocchia – cosa avvenuta – e che non si occupasse più di minori. Nella primavera del 2012 per motivi fortuiti abbiamo saputo che il parroco era stato spostato a Legnano e che si occupava di vari oratori. Mi chiedo ancora oggi come sia stato possibile. Usare la parola delusione è un eufemismo. Sia lui sia io e mio marito, che eravamo catechisti in parrocchia, abbiamo vissuto il dramma di sentirci come se non facessimo più parte della comunità della chiesa”. Il dolore non ha soffocato la fede di Cristina ma ha soffocato quella di suo figlio: “Io e mio marito continuiamo a credere ma mio figlio, dopo l’inizio del processo e il toccare con mano che la strategia della chiesa per difendere il prete fosse di dimostrare che lui mentisse, ha abbandonato l’esperienza di fede. Noi non lo obblighiamo. La sofferenza è troppo grande”.

    Il sostegno della Rete L’ABUSO

    Nel momento della sofferenza però si può sempre vedere un bagliore di luce al quale aggrapparsi. E così è stato per Cristina: “Poco prima dell’inizio del processo siamo venuti a conoscenza della Rete L’ABUSO. Per noi era una situazione di grossissima solitudine e fatica. Mi sentivo parte di un dramma infinito. Purtroppo Dal disturbo da stress traumatico non si guarisce, anche se si può tenere sotto controllo. Mio figlio continua ad avere attacchi di panico, anche se in misura minore rispetto a quando era più piccolo. Nell’associazione ho trovato un ambiente dove mi sono sentita capita e non giudicata. Era una conversazione in cui capivi che l’altro capiva. Una dimensione che non c’è neanche con gli amici, che non potevano capire cosa stavamo passando semplicemente perché non c’erano passati. E’ stato come se si aprisse un mondo. Mi sono detta che anche io avrei potuto capire cosa provano gli altri. Io non finirò mai di ringraziare Francesco per un grandissimo regalo che mi ha fatto: mi ha restituito la capacità di ridere. Non mi ero resa conto che era da qualche anno che non ridevo più. Raccontarsi e riuscire a ridere è stato un regalo enorme. Ho capito di voler collaborare con lui nella battaglia contro la pedofilia”.

    La forza dell’ascolto

    Cristina inizia così a collaborare con la Rete L’ABUSO. Cristina lavora da anni nell’ambito della psichiatria. Ogni giorno ha a che fare con il dolore e la sofferenza. E nell’associazione trova il modo di essere utile anche alle famiglie delle vittime di pedofilia: “Partecipo a una sorta di rete delle mamme con WhatsApp. Con alcune sono in contatto telefonico, anche solo per una chiacchierata o un sostegno. Collaboro in parte anche con Francesco, che segue nello specifico la chat dedicata alle vittime, sempre confrontandoci. Ci si rende conto che il bisogno è tantissimo. Io posso dedicarmi all’ascolto, all’empatia, a far vedere che c’è speranza. Ci sono vittime che riescono a parlare dopo anni e che hanno innescato meccanismi difensivi difficili da rimettere in discussione. E’ importante però che tutti si sentano compresi, rassicurati. A volte si può solo piangere insieme, ma non è di poco conto. Si tratta di persone che hanno avuto il primo approccio con il sesso in modo violento, drammatico, doloroso, devastante e che rende difficile fidarsi degli altri. Bisogna dare spazio a ciascuno, rispettando i tempi di tutti, perché ci sono ferite aperte.”. Quell’empatia di cui parla anche Rogers, in ‘Un modo di essere’, che fa in modo che l’altra persona possa dire: “Per un altro essere umano ho un senso”. Accanto all’ascolto accogliente, senza giudizio, però è necessario anche altro, come sottolinea Cristina: “E’ fondamentale che tutti possano accedere ai trattamenti da disturbo post traumatico, che utilizzano approcci e tecniche specifiche. Non tutti riescono ad accedere a questa tipologia di trattamenti”

    “No al male della chiesa che distrugge i bambini”

    Cristina ha fatto della sua storia un libro, ‘Chiesa, perché mi fai male?’. Un libro ricco di nomi e documentazioni, che però Cristina ha potuto solo auto pubblicarsi. Il ricavato della vendita andrà totalmente all’associazione: “Ho scritto il libro in primis per me, per tirare fuori quello che è stato. Poi ho deciso di metterci la faccia perché esprime la fatica, il dolore della vicenda ma anche un messaggio per gli altri. E’ un libro in cui c’è una fortissima denuncia ma che al tempo stesso è una testimonianza di fede. Sia gli editori anticlericali sia quelli clericali per pubblicarlo avrebbero voluto che togliessi o la parte della fede o quella della denuncia. Così alla fine ho scelto si auto pubblicarmi”. Cristina racconta una chiesa ancora lontana e silenziosa. Ma non tutta. “L’impegno dell’associazione non è contro la chiesa ma quello che fa male della chiesa, che è reato e che distrugge i bambini. Una parte della chiesa collabora con l’associazione, anche se un po’ in sordina. E anche molte persone ci sostengono. Ricordo una volta, un’anziana ex catechista, che fuori dalla Messa mi ha stretto la mano e mi ha dato 20 euro per l’associazione. Sono fatti che toccano il cuore”.

    Sara Riboldi

  • Papa: accetta dimissioni card. Barbarin

    Papa: accetta dimissioni card. Barbarin

    Era stato assolto in appello da accuse copertura pedofilia

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 6 MAR – Il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Lione (Francia) presentata dal cardinale Philippe Barbarin.
    La Corte d’appello di Lione aveva assolto il cardinale francese dall’accusa di omessa denuncia per le violenze sessuali commesse nei confronti di minori da un ex prete della sua diocesi.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/03/06/papa-accetta-dimissioni-card.-barbarin_b8af8017-3540-4444-b5b3-dbbf8ebfb004.html
     

  • Legnano, RETE L’ABUSO denuncia parrocchia. Parla il presidente, Francesco Zanardi

    Legnano, RETE L’ABUSO denuncia parrocchia. Parla il presidente, Francesco Zanardi

    Ormai è cosa nota: l’associazione Rete L’ABUSO ha denunciato alla Procura di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano. Il motivo? La partecipazione di persone ai funerali di don Ruggero Conti, condannato in Cassazione nel 2015 per abusi sessuali su minori e che era originario di Legnano. Infatti, era in vigore il decreto sicurezza di Regione Lombardia in cui si vietavano gli assembramenti di carattere religioso a causa del coronavirus. Ma chi è l’associazione RETE L’ABUSO? Conosciamola meglio, insieme al suo presidente e fondatore, Francesco Zanardi.

    La storia in breve

    L’esposto presentato dall’associazione rete L’ABUSO parla chiaro. Per prima cosa, espone i fatti e cioè appunto la presenza di persone ai funerali nonostante le disposizioni regionali lombarde e le disposizioni del vescovo di Mantova che ha sospeso messe e funerali. A seguito delle disposizioni di Regione Lombardia, (oggi ricordiamo che sono in vigore nuove misure nazionali) in realtà, anche la Diocesi di Milano ha emanato delle direttive: le chiese possono restare aperte per la preghiera individuale, funerali e matrimoni possono essere celebrati ma con la presenza dei soli parenti stretti. Come riportato da alcuni organi di stampa, ai funerali di Ruggero Conti erano presenti parecchie persone. E su questo punto l’associazione è ferma. Si legge nell’esposto: “(…) È verosimile pensare che chiunque, anche senza averne intenzione e/o consapevolezza, favorisca in caso di epidemia la diffusione e/o propagazione della stessa, violando il divieto imposto debba essere comunque perseguito, sottolineando ancora che in questo caso esiste non solo uno stato di allerta globale, ma addirittura un espresso e noto divieto”, relativo appunto ai comuni indicati nella zona rossa.  E ancora si legge: ” Da quanto si apprende dagli organi di informazione, alla cerimonia erano presenti centinaia di fedeli e data la notorietà del sacerdote, è verosimile pensare ci fossero persone provenienti anche dai paesi limitrofi (…). È oltretutto verosimile pensare – data la massiccia affluenza di fedeli – che la cerimonia non sia stata improvvisata, ma bensì ampiamente pubblicizzata. In tal senso non appare fuori luogo verificare perché le autorità locali non fossero state informate, o, in caso contrario, perché non siano intervenute”. L’associazione chiede dunque che siano effettuate le indagini “ritenute idonee al caso di specie e verificata/ravvisata  la sussistenza di eventuali ipotesi di reato”. Chiede inoltre di essere informata dell’eventuale richiesta di proroga di termini delle indagini preliminari e dell’eventuale richiesta di archiviazione. Commenta il presidente dell’associazione Francesco Zanardi: “C’erano dei divieti, delle disposizioni regionali che vietavano gli assembramenti, inclusi quelli religiosi. Nel video pubblicato sul nostro sito, girato da un nostro membro, si vedono parecchie persone. Perché è stato permesso? Chiediamo che sia fatta chiarezza e che siano effettuate le indagini in merito”.

    Parla Francesco Zanardi, presidente di RETE L’ABUSO

    Ma scopriamo meglio l’associazione, con sede a Savona. RETE L’ABUSO nasce nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti che hanno abusato sessualmente di loro. Si chiama pedofilia, inutile nascondersi. Una parola che solo a pronunciarla fa paura. E fa paura perché la nostra mente non è in grado di tollerare razionalmente il fatto, ancor più se a compiere tali atti sono persone degne di nostra fiducia, come appunto dei preti. Il silenzio sugli abusi sessuali su minori da parte dei sacerdoti è purtroppo ancora presente. Ne parliamo con Francesco Zanardi, presidente della RETE L’ABUSO, anche lui vittima di un sacerdote. Un’esperienza che gli ha spezzato la vita. “Ho subito abusi per anni, dagli 11 ai 14 anni”, racconta al telefono, con un tono che lascia trasparire non solo la sofferenza accumulata ma anche la voglia di reagire e di mettersi in gioco in prima persona per contrastare questo fenomeno. “Le violenze subite hanno avuto conseguenze sulla mia psiche. Ho anche tentato il suicidio, per fortuna non riuscendoci. Ho reagito e ho voluto creare questa associazione. Per me è una lotta da portare avanti. Spesso i sacerdoti sono trasferiti oppure si omette di sporgere denuncia. Il problema di un prete pedofilo non è che dice male la messa ma che molesta i bambini. Bisogna denunciare, bisogna fare in modo che la chiesa stessa denunci e che ci siano i processi penali. Io sono omosessuale e ateo. Per questo spesso mi hanno accusato di essere anticlericale. Tutto questo non è vero. La maggior parte delle persone che fanno parte della nostra rete sono cattolici. Siamo circa 900 vittime, tutte italiane. Ma siamo una minima percentuale rispetto alle vittime di cui non siamo a conoscenza. Io nonstante le accuse e le 36 querele – tutte vinte – vado avanti. Parlo con i documenti e la mia coscienza è a posto”. Un riferimento di Francesco va anche al fatto che molti fedeli difendono i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. “E’ un meccanismo di difesa fisiologico. Ci si può sentire imbarazzati, a disagio nel non essersi accorti o nel non aver voluto accorgersi di quello che accadeva. Si vive il giudizio degli altri”. Giudizio degli altri che vivono – forse – non solo le persone che non accettano i fatti ma le stesse vittime. Francesco Zanardi ha trovato la forza di reagire ma non è così per tutti. Per questo bisogna parlarne. Parlandone, forse, piano piano, il giudizio degli altri non farà più così paura.

  • Il #metoo travolge i Boy Scout Usa, è bancarotta

    Il #metoo travolge i Boy Scout Usa, è bancarotta

    Troppe richieste di risarcimento dalle vittime di abusi sessuali

    (Di Gina Di Meo)

    NEW YORK – I Boy Scout d’America fanno ricorso alla bancarotta. La potente organizzazione, che proprio qualche giorno fa ha compiuto 110 anni, soccombe quindi sotto peso delle centinaia di denunce per abusi sessuali e ricorre alla misura estrema per continuare ad esistere.

    Lo scandalo delle molestie sessuali è scoppiato l’anno scorso quando alcuni media americani hanno riferito che tra il 1944 e il 2016 quasi ottomila volontari avrebbero abusato di oltre 12 mila vittime. Da allora alcuni stati americani hanno approvato finestre legali che hanno consentito anche alle vittime di vecchia data di fare causa.

    Finora sono oltre trecento i casi presentati in 34 stati ma diversi legali in tutto il paese stanno andando a caccia di migliaia di vittime. Tuttavia con la richiesta di bancarotta gli Scout hanno innescato un meccanismo che al momento mette un freno alla cause anche se l’organizzazione potrebbe essere costretta a vendere alcune delle sue innumerevoli proprietà, tra cui campeggi e percorsi di trekking, per raccogliere denaro da destinare ad un fondo di risarcimento che potrebbe superare il miliardo di dollari.

    A detta degli Scout, il fondo dovrebbe essere creato durante il processo di bancarotta. “Bsa (Boy Scouts of America) – ha detto il numero uno dell’associazione Roger Mosby – si preoccupa profondamente per tutte le vittime di abusi e si scusa con tutti quelli a cui è stato fatto del male quando erano negli Scout. Siamo indignati per le volte che individui hanno approfittato dei nostri programmi per abusare di bambini innocenti”. La denuncia di fallimento copre solo l’organo nazionale non i 261 consigli locali che possiedono beni in diversi stati. Quest’ultimo capitolo nella vicenda degli abusi negli Scout, il cui scandalo è paragonabile a quello dei preti pedofili, è un ulteriore colpo ad un’associazione che per oltre un secolo è stata uno dei pilastri della vita civile degli americani.

    Già alle prese con il calo del numero dei membri rispetto al picco di quattro milioni raggiunto negli anni ’70, Bsa ha cercato di risalire aprendo anche alle donne, a transgender e gay. Tuttavia il contraccolpo è arrivato a inizio dell’anno quando la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (I Mormoni) ha tagliato i ponti ritirando oltre 400mila scout in favore di un loro programma. Anche se ha fatto richiesta di bancarotta, Bsa sta incoraggiando tutte le vittime a farsi avanti. Non è stata ancora fissata una scadenza per presentare richiesta di risarcimento ma si ipotizza entro quest’anno.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/02/19/il-metoo-travolge-i-boy-scout-usa-e-bancarotta-_6ce5250a-36de-4570-9764-bdf91f7013a0.html

  • Allarme a Roma, bimbi si prostituiscono anche a 10 anni

    Allarme a Roma, bimbi si prostituiscono anche a 10 anni

    Lo ha lanciato il sostituto Procuratore Maria Monteleone in audizione alla Commissione infanzia. Fenomeno cresciuto nell’ultimo anno con 31 procedimenti giudiziari

    “La prostituzione minorile è uno dei fenomeni più inquietanti che ha come vittime i minori, sia bambine che bambini. E che purtroppo vede sempre più protagonisti anche bimbi con meno di 14 anni, quindi anche di 13, di 12 o di 10 anni. Nell’ultimo anno giudiziario sono stati 31 i nuovi procedimenti”, nel circondario del tribunale e della Procura di Roma.

    Lo ha detto il pm Maria Monteleone, sostituto procuratore a Roma e coordinatrice del pool che si occupa dei diritti dei minori, nel corso dell’audizione alla commissione parlamentare di inchiesta per l’infanzia e l’adolescenza. Dopo aver segnalato gli sviluppi del fenomeno nell’ultimo anno, il pm Maria Monteleone ha anche ricordato che “negli anni precedenti abbiamo avuto un’impennata di procedimenti nuovi in questa materia, connessa alla nota vicenda delle baby squillo”. Quest’ultimo riferimento riguarda l’inchiesta che nel 2013 portò alla luce la vicenda di due ragazzine fatte prostituire nel quartiere romano dei Parioli.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/02/19/allarme-a-roma-bimbi-si-prostituiscono-anche-a-10-anni-_80b8b3ea-2a0d-490e-94ef-8f325df740af.html?fbclid=IwAR2SeW2x5eT-r5OfvTXgY5D-d18ooAXAWcz1EWaRtmcExoe6Jb3QViih1Zw

  • Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

    Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

    “Don… mi ha regalato questo gioco“. Diverse mamme, nella zona di Ponte San Giovanni, hanno ascoltato questo racconto fatto dal proprio figlio tornato a casa dalla scuola.

    Del resto, quell’uomo vestito da sacerdote è stato visto, da alcuni genitori e da insegnanti, avvicinare ragazzini fuori da alcune scuole perugine (sicuramente a Ponte San Giovanni, Balanzano, Case Bruciate) e regalare loro palloncini, bambole e giochini. Per parlare di religione, hanno detto i ragazzini. Ed anche del fenomeno del bullismo, pare. Casi che sono stati segnalati ai carabinieri, che hanno effettuato un controllo fuori da scuola (proprio mentre l’ex sacerdote stava parlando con alcuni ragazzi) e stanno monitorando la situazione.

    In questa fase non aiuta l’attività degli inquirenti il tam tam scatenato sulle chat dei genitori, comprensibile visto l’allarme suscitato a causa del passato di quell’uomo, un tempo sacerdote ed ora non più religioso (nel 2006 fu sospeso dal Papa a seguito di due condanne per abusi) anche se continua a vestirsi da prete, come ha chiarito la Curia, che a sua volta ha allertato le autorità competenti. Del resto, al momento nel suo atteggiamento non si ravvedono reati. Anche per questo è stato chiesto di limitare le attività delle chat, che all’inizio hanno avuto il merito di allertare i genitori, ma dove ora circolano anche informazioni non veritiere. Per non ostacolare l’attività delle forze dell’ordine e per non creare inutili allarmismi. Chi ha notizie concrete e verificate, ovviamente, deve subito recarsi dai carabinieri, cosa che del resto ha invitato a fare anche la Curia.

    Certo, resta la raccomandazione, che vale in genere per i ragazzi a prescindere dalla presenza dell’ex religioso, di non accettare nulla da sconosciuti.

    I genitori sono comprensibilmente preoccupati. Anche chi abita vicino alla scuola in questi giorni sta accompagnando il figlio fino ai cancelli, all’ingresso ed al termine delle lezioni. Lo stesso viene fatto nelle ore pomeridiane nei luoghi frequentati dai ragazzini, come palestre e parchi giochi.

    Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

  • Disabile violentato da un sacerdote all’Istituto Don Orione, spuntano altri casi

    Disabile violentato da un sacerdote all’Istituto Don Orione, spuntano altri casi

    False dichiarazioni. E’ questa la motivazione che ha spinto la Procura di Napoli ad iscrivere nel registro degli indagati il direttore della provincia religiosa ‘Madre della Divina Provvidenza’.

    Il direttore avrebbe fornito false dichiarazioni al pm nell’ambito delle indagini che lo scorso 20 dicembre hanno portato all’arresto di Roberto Gerolamo Filippini. Il sacerdote è accusato di violenza sessuale continuata commessa nel centro Don Orione di Ercolano, in provincia di Napoli. Il direttore, di cui non sono state rese note le generalità, ha competenze a livello nazionale e internazionale.

    LA STORIA – Roberto Gerolamo Filippini è invece accusato di presunta violenza sessuale. Violenze che sono state confermate dalla vittima nel corso di un incidente probatorio che si è tenuto alla presenza del sacerdote che operava presso il Centro Don Orione di Ercolano. Nel corso dell’interrogatorio sarebbero emerse altre violenze nei confronti di altre vittime su cui sono in corso indagini.
    All’epoca dei fatti il sacerdote era amministratore di sostegno della persona disabile e vicedirettore dell’Istituto Don Orione di Ercolano. L’istituto, come si legge sul sito, esplica funzioni Socio-Sanitarie Riabilitative rivolte ai soggetti affetti da patologie di ordine neuromotorio. Don Orione nella sua azione di apostolo aprì Scuole, Colonie agricole, Centri di formazione professionale, Case di carità e Missioni. Il suo motto era: “Fare del bene sempre, del bene a tutti. Del male mai a nessuno”. E in suo onore eta stato aperto il Centro di Ercolano.

    Disabile violentato da un sacerdote all’Istituto Don Orione, spuntano altri casi

  • Randazzo e dintorni: corso per assolvere i preti pedofili?

    Randazzo e dintorni: corso per assolvere i preti pedofili?

    La notizia è di qualche giorno fa, del 27 gennaio 2020. Le sottolineature sono mie.

    “Il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha reso noto che nei prossimi giorni inizierà un corso contro gli abusi sui minorenni e le persone vulnerabili, destinatari della formazione saranno preti ed insegnanti, si tratta del frutto dei tre testi promulgati da Papa Francesco per la tutela di queste persone”.

    Potrebbe sembrare interessante: “La Diocesi ha messo a disposizione degli strumenti a favore dei presbiteri e degli operatori che hanno contatti con i più piccoli e le eventuali vittime, così da offrire loro più informazione per prevenire ed ascoltare i casi di trasgressione”.

    Così si legge nell’articolo: “ “Abbiamo tutti il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili – dice Francesco – e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa. Desidero, quindi, rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili nella curia romana e nello Stato della Città del Vaticano”. Obiettivo è quello di “mantenere una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione”.”

    Ad una prima lettura, senza approfondire nulla, sembrerebbe una iniziativa davvero ottima. Finalmente la Chiesa fa qualcosa di concreto per contrastare la pedofilia clericale. Ma di cosa si sta parlando?

    Si parla di “ascoltare i casi di trasgressione”. Trasgressione?! Non viene ricordato nell’articolo che, per la Chiesa, una violenza sessuale è considerata un attacco al Sesto Comandamento (“Non commettere atti impuri”) e non espressamente un crimine, un reato. Ecco perché si parla di “trasgressione” e non di un atto di violenza compiuto da un adulto nei confronti di un bambino. La prospettiva è decisamente diversa.

    Si parla di creare un “ambiente sicuro”. E per chi è stato già abusato? Per le vittime che già ci sono? Cosa sta facendo la Chiesa per loro?

    La “credibilità dell’annuncio evangelico” è decisamente minata per ogni vittima, e nulla si sta facendo per ricostruirla. Quale attenzione ha la Chiesa per quell’esercito di bambini (e anche ormai giovani o adulti) che sono già vittime dei preti pedofili?

    Il Vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti, lo stesso che ha annunciato il Corso contro la pedofilia, evidentemente sa cosa fare: a settembre 2019 ha mandato uno scritto alla vittima di un prete pedofilo della sua zona, informandolo della sentenza del processo canonico per il prete. Ma faccio una premessa: il sacerdote in questione è stato condannato in Primo Grado di giudizio (dal Tribunale Civile) a quattro anni, è stata confermata la sentenza di colpevolezza in Appello con la pena ridotta a tre anni, mentre in Cassazione il prete è stato assolto per DECORRENZA DEI TERMINI DI PRESCRIZIONE…. Dunque una assoluzione non “per non aver commesso il fatto” ma per un cavillo “legale”: prescritto per 9 giorni!

    Ecco: cosa ha fatto la Chiesa per “contrastare gli abusi”? Prontamente il Vescovo ha firmato la sentenza del processo canonico… “Dichiaro non colpevole il Rev.do Sac. XXXXXX in ordine alla commissione dei delitti di cui al can. 1395, §2 C.D.C. e art. 6 §1, 1° Norme gravioribus delictis, oggetto di imputazione e, per l’effetto, lo assolvo da ogni accusa”.

    Con questa azione è sicuramente stato raggiunto uno degli obiettivi del futuro Corso: “mantenere una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori”, davvero una grande attenzione alla vittima, complimenti! Non sarebbe stato più serio riconoscere, moralmente, che il prete non è stato assolto dalla giustizia civile perché è stato accertato che non ha commesso il fatto, ma solo per PRESCRIZIONE DEI TERMINI???

    Con quella sentenza la Chiesa ha dichiarato che la vittima, un minore all’epoca, può “arrangiarsi”: è più importante salvare la faccia del prete e della chiesa!

    Perché il Vescovo non ha suggerito al sacerdote di rinunciare alla prescrizione e di chiarire fino in fondo la sua posizione? Non sarebbe stata una vera ricerca della Verità? Non è la Verità ciò che dovrebbe contraddistinguere i cristiani?

    Le premesse affinché questo Corso possa essere utile quali sarebbero? Interessante parlare di prevenzione, ma se non si affronta seriamente ciò che è già avvenuto “in casa propria” (nella propria Diocesi), come si può pensare di saper cosa fare per ciò che non è ancora avvenuto?

    Il Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO è seriamente preoccupato nel constatare, ogni giorno, che si susseguono in tutta Italia proclami e iniziative per far credere che la Chiesa stia facendo qualcosa, ma poi, nel concreto, le vittime sono lasciate sole e, la Chiesa, non si pone al loro fianco ma contro di loro.

    E la stampa? Difficile trovare articoli che approfondiscano davvero le notizie e facciano collegamenti. Ogni domanda di questo scritto è uno spunto di riflessione, affinché si possa dar voce a chi non ha voce, ai piccoli.

    Per il Comitato Vittime & Famiglie, Cristina

  • Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    PRATO Si scava nella memoria di computer, telefonini e anche nelle vecchie agende per trovare le tracce degli abusi su due ragazzi che frequentavano la comunità religiosa fondata dieci anni fa a Prato dal sacerdote veronese don Giglio Gilioli.

    L’ex convento ad Aulla

    Venerdì gli investigatori della squadra mobile di Prato hanno bussato alle porte dell’ex convento ad Aulla, Massa Carrara, con un decreto di perquisizione in cui si ipotizza il reato di violenza sessuale anche di gruppo per nove religiosi che facevano parte dell’associazione «I discepoli dell’Annunciazione» — sciolta dal Vaticano alla vigilia di Natale — e hanno portato via telefoni, hard disk, computer e diversi documenti che adesso dovranno essere passati al setaccio.

    Aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth

    Don Giglio Gilioli, 73 anni, prima di arrivare a Prato nel 2005, a Verona aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth. Nel 2010 aveva fondato alla periferia di Prato l’associazione adesso finita nella bufera, raccogliendo diversi giovani provenienti da ogni parte del mondo che avevano l’aspirazione di diventare sacerdoti. Le prediche di don Giglio finivano anche su internet. Sul web nasce un canale Youtube chiamato «Discepoli annunciazione» in cui, con toni apocalittici, mette in guardia dalle tentazioni del diavolo.

    Il racconto di uno dei due

    Le violenze contestate ai nove — oltre a don Giglio ci sono quattro sacerdoti, un frate e tre religiosi — risalirebbero al 2008 e sarebbero andate avanti per otto anni. I due ragazzi, fratelli, avevano all’epoca 9 e 14 anni. A dare il via all’inchiesta è stato il racconto fatto da uno dei due — oggi ha 21 anni — ad alcuni sacerdoti e poi alla madre. Le scorse settimane i due ragazzi sono stati ascoltati in Procura e i loro racconti potrebbero portare presto a nuovi sviluppi.

    La rete dei rapporti

    L’inchiesta è solo agli inizi ma gli inquirenti stanno adesso cercando di ricostruire la rete dei rapporti della comunità per verificare se ci siano stati episodi di violenza non denunciati. Non si esclude che altri religiosi possano essere coinvolti in questa vicenda, per questo il prossimo passo degli investigatori sarà quello di identificare tutte le persone passate dalla comunità negli anni passati. Alcuni sono diventati sacerdoti, altri hanno lasciato la vita religiosa prendendo altre strade.

    Prime notizie a giugno

    Le prime notizie delle violenze sarebbero emerse lo scorso giugno, quando l’allora vescovo di Prato, monsignor Franco Agostinelli, viene informato che un giovane di 21 anni racconta di violenze fisiche e psicologiche subite quando era un ragazzino e frequentava la struttura. Il vescovo, di fronte a quella notizia, dà immediata comunicazione alla Congregazione per la dottrina della Fede, avviando il procedimento canonico (ancora aperto).

    Servizi sociali

    A dicembre, la Procura di Prato, guidata da Giuseppe Nicolosi, apre l’inchiesta dopo la segnalazione dei servizi sociali che erano stati attivati dalla mamma del ragazzo. Così quando la Curia viene avvertita che c’è un’inchiesta in Procura, il vescovo attuale, Giovanni Nerbini, consegna gli atti dell’inchiesta canonica. «Non nascondo il mio dolore — ha detto il vescovo — vorrei sperare che gli addebiti non risultino veri ma voglio dire chiaramente che il mio primo interesse è la ricerca della verità. Per questo auspico che, nell’interesse di tutti, si concludano quanto prima le indagini». Don Gilioli lo scorso 15 gennaio ha ricevuto le carte dell’accusa del tribunale ecclesiastico ed ora ha poco meno di un mese di tempo per produrre eventuali ricorsi. Lui, comunque, si dichiara «totalmente estraneo» alla vicenda.

    https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/cronaca/20_gennaio_31/prete-veronese-presunti-abusicomputer-telefonini-setaccio-abc5be5c-4425-11ea-9e31-bdca61bcbbb1.shtml

  • PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    PRATO: 9 indagati per abusi su minori. La diocesi è realmente intervenuta, o gli è deflagrata tra le mani una bomba?

    Di Francesco Zanardi

    Il caso dei ‘Discepoli dell’Annunciazione’, esploso in esclusiva ieri sulle pagine de LA NAZIONE, la cui direttrice, questa mattina in diretta come me su Rai1 a STORIE ITALIANE, ha ribadito essere frutto di informazioni raccolte dai suoi giornalisti, lascia parecchi dubbi su quelle che sono le affermazioni della diocesi di Prato.

    Inutile chiedere la fonte della notizia, perché ci si appellerebbe immediatamente al diritto giornalistico sulla tutela delle fonti. Certo, la curiosità su dove siano state prese certe informazione, direi ben selezionate e fin troppo precise, resterà per noi mortali un mistero. Quello che è certo, dal momento che siamo, anzi, eravamo proprio nel pieno di iniziative investigative sollecitamente promosse dalla Procura, sulle quali vige un assoluto segreto istruttorio, escludiamo che sia stata la stessa Procura, violando paradossalmente il segreto, a fornire tali informazioni.

    Stupisce anche l’immediatezza con la quale la diocesi di Prato se ne esce, con un comunicato stampa e conferenza annessa, totalmente autoreferenziale, dove, di fronte all’ennesimo scandalo vanterebbe, a suo dire, l’efficienza, l’immediatezza di intervento e la trasparenza avuta.

    E’ la stessa direttrice de LA NAZIONE che congratulandosi per l’operato della curia commenta a STORIE ITALIANE; “non mi è mai successo che un vescovo convocasse una conferenza stampa a due ore dall’uscita di una notizia su queste vicende”

    Poi c’è anche quella voce che gira insistentemente da ieri e secondo la quale, sarebbe addirittura stato il vescovo Franco Agostinelli, a denunciare il tutto personalmente alla Procura della Repubblica.

    A ribadirla questa mattina in studio è don Bruno Fasani, piuttosto risentito dalle mie osservazioni critiche al quale dico, senza voler mettere in dubbio la sua buona fede, che chi gli ha passato quella notizia, gli ha dato – come dicono a Roma – una bella “sola”.

    Lei è un uomo di chiesa e certe cose è ammissibile che le ignori, tuttavia, è giusto che lei sappia che, secondo la legge italiana, né un vescovo né altri (tranne naturalmente i pubblici ufficiali), neppure la mia Associazione, che specificatamente nello Statuto indica queste finalità, può autonomamente sporgere una querela. La legge italiana, soprattutto in questo caso dove le presunte vittime sono maggiorenni, prevede obbligatoriamente una querela di parte. Nessun valore in questo specifico caso, avrebbe avuto nemmeno la denuncia dei genitori delle due presunte vittime. Su questo la invito a tirare le orecchie a chi le ha fatto fare non solo la figuraccia, ma ha tentato di farle divulgare, a sua insaputa, informazioni false e tendenziose.

    Ma come è andata nei fatti la vicenda? Cerchiamo di ricostruirla con un ordine cronologico chiaro e sopratutto completo.

    Premetto che nel rispetto di quel poco di segreto istruttorio rimasto, non accrescerò di una sola virgola con quanto sono a conoscenza dei fatti, mi limiterò ad analizzare quelli oramai pubblici.

    I ‘Discepoli dell’Annunciazione’ nascono nel 2010 e già nel 2013, il Vaticano attenziona la Compagnia e avvia un accertamento. Di certo non si può dire che sia stato molto sollecito, in quanto ci vogliono ben sei anni prima che il Vaticano intervenga e, anche qui, la tempistica è notevolmente sospetta, soprattutto alla luce del fatto che, come si poteva osservare sul sito dei ‘Discepoli dell’Annunciazione, il 18 dicembre 2018 la situazione era talmente serena, che l’ex vescovo di Prato, ordinava ancora un frate. Casualmente il sito è stato recentemente cancellato come potete ben vedere tuttavia, lo avevamo preventivamente scaricato ed è ancora presente in Google la sua cache .

    Ma cosa è accaduto a dicembre del 2019 ?

    Anche se questo LA NAZIONE non lo ha scritto, il 5 di dicembre 2019, la presunta vittima che aveva denunciato alla diocesi il 13 giugno 2019, insoddisfatta dell’inerzia della stessa diocesi, insieme ai genitori e al fratello (seconda presunta vittima) denunciano formalmente, con querela di parte, le presunte violenze, anche di gruppo, all’Autorità Giudiziaria, questa volta quella italiana.

    La Procura della Repubblica apre immediatamente un fascicolo, ma trattandosi di clero dovrà attenersi al protocollo addizionale, paragrafo b), dei Patti lateranensi, il quale recita; “b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.”

    Ed ecco qui la “sola” nella quale è cascato questa mattina anche don Bruno Fasani, tuttavia smentito dallo stesso comunicato stampa della diocesi, nel quale nessuno ha mai detto che il vescovo ha denunciato alla Procura, ma si dice che il vescovo è andato autonomamente in Procura e questa prassi, è verosimilmente accaduta solo perché, come previsto dai Patti Lateranensi, la procura doveva comunicare l’apertura del fascicolo.

    Ed è qui che deflagra nelle mani della curia pratense una vera e propria bomba, con nove indagati e in un battibaleno,  La Santa Sede scioglie i Discepoli dell’Annunciazione. E’ il 22 dicembre del 2019.

    Forse adesso, esposti gli eventi in ordine cronologico, la vicenda vi apparirà più chiara e molto meno eclatante di quanto raccontato in quel comunicato autoreferenziale della diocesi diffuso ieri.

    Ma parliamo di quel comunicato, ci si domanda a che titolo, soprattutto in una fase così delicata come quella istruttoria di un processo italiano, viene rilasciato dalla diocesi ieri e, non come sarebbe stato coerente fare nel giugno scorso, cioè quando la prima presunta vittima si presentò in curia.

    Invece esce ieri e durante un’indagine della magistratura nella quale c’è attualmente un rigoroso segreto istruttorio, dietro al quale la Procura aveva già ordinato delle perquisizioni, ed è verosimile pensare che avesse in corso anche intercettazioni telefoniche, da ieri inutili, in quanto con la notizia su tutti i giornali, gli eventuali intercettati se ne guarderanno bene di parlare di certe cose al telefono .

    Ma parliamo anche delle due presunte vittime e delle loro famiglie, forse più importanti dell’immagine della chiesa, che dopo tanto silenzio da parte della curia pratense, si trovano in un momento di grossa difficoltà, sia per la recente querela che ha costretto le presunte vittime a ripercorrere quegli episodi di fronte ai magistrati, sia per il fatto che i genitori si sono trovati di fronte ad una situazione che nessun genitore vorrebbe mai provare nella vita. Ieri si sono trovati gravemente violati, non solo dall’inopportuna fuga di notizie, ma nella loro più profonda intimità perché, al di là delle notizie incomplete e dei comunicati autoreferenziali, ricordando che questo è un reato, qualcuno ha avuto il pessimo gusto di diffondere anche le generalità delle presunte vittime, che si sono trovate costrette a respingere i giornalisti dalla loro abitazione.

    L’Associazione ritiene questo episodio di una gravità estrema, oltre che violento nei confronti di coloro che in questo momento hanno il diritto di decidere in quanto presunte vittime, i limiti della propria privacy, che invece è stata indebitamente invasa, e si riserva – a meno che l’Autorità giudiziaria, data la gravità dei fatti non decida di procedere autonomamente – di valutare eventuali iniziative utili ad accertare eventuali reati punibili secondo Articolo 379 bis Codice penale.

    Francesco Zanardi