Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PROVOLO;  L’istanza preventiva della Rete L’ABUSO al Governo italiano sull’estradizione di Pirmati

    PROVOLO; L’istanza preventiva della Rete L’ABUSO al Governo italiano sull’estradizione di Pirmati

    Il 13 luglio scorso, dopo che l’Espresso diede la notizia che Eliseo Pirmati – oggetto di una richiesta di estradizione del Governo argentino – girava in ottime condizioni di salute e del tutto indisturbato per Verona – gli avvocati della Rete L’ABUSO che nei primi mesi del 2017, attraverso tre denunce alla Procura della Repubblica di Verona, erano riusciti a far aprire un fascicolo – hanno ritenuto di dover formalizzare alle autorità italiane e parallelamente informare quelle argentine, quanto era emerso dal settimanale l’Espresso. (Istanza Pirmati )

    Un atto dovuto, in quanto le Istituzioni non acquisiscono questo tipo di notizie dai giornali e, soprattutto, perché la richiesta di estradizione argentina, non era ancora stata notificata all’Italia, quindi tecnicamente il Governo italiano non era informato e, di conseguenza, non aveva motivi di agire. Il rischio, alla notizia dell’imminente richiesta di estradizione, era che data l’età del Pirmati, appellandosi a problemi di salute , questa potesse essere negata.

    Al fine di scongiurare questa possibilità, visto che l’Espresso era anche riuscito a filmare il Pirmati, che nei video appariva in forma ed in prefetto stato di salute, si è ritenuto di vitale importanza, inviare l’informativa sia all’Italia che all’Argentina.

    Il Ministero della Giustizia–Dipartimento per gli Affari di Giustizia, Direzione Generale della Giustizia Penale–Ufficio II- Cooperazione Giudiziaria Internazionale, ha accolto l’istanza pochi giorni dopo, il 18 luglio.

    Pochi giorni fa, il Governo argentito ha formalmente notificato la richiesta alle autorità italiane.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Il prete sotto inchiesta per abusi si autosospende dalla parrocchia

    Il prete sotto inchiesta per abusi si autosospende dalla parrocchia

    Don Emanuele Dondoli, il pievano indagato per violenza sessuale aggravata, lascia la parrocchia San Lorenzo a Pietramala, nel Comune di Firenzuola. A darne notizia il suo legale Francesco Stefani: «Ha chiesto un periodo di riposo per tutelare la comunità che rappresenta e raccogliere le energie per difendersi dalle accuse contestate dalla Procura fiorentina». Una richiesta subito accolta dal cardinale Giuseppe Betori, fa sapere la Diocesi, «per garantire la serenità della comunità». Presto sarà nominato un amministratore parrocchiale per garantire l’assistenza spirituale ai fedeli e la celebrazione della messa.

    Un epilogo forse annunciato. Dopo la diffusione della notizia dell’inchiesta della Procura, l’arcivescovo aveva annunciato l’avvio di un’indagine canonica e la possibile sospensione del sacerdote. A far partite le indagini la denuncia di una ragazza di 19 anni. In un momento di fragilità e confusione personale, nel marzo 2018, aveva cercato conforto in chiesa. Era convinta di essere posseduta dal demonio e si era rivolta a don Emanuele, che conosceva da tempo. Il religioso, secondo il pm Benedetta Foti, avrebbe abusato di lei per quattro mesi. In più occasioni, don Dondoli, secondo l’accusa, l’avrebbe invitata spogliarsi e a sdraiarsi su un lettino in sagrestia praticandole massaggi con un unguento e facendole credere che si trattava di «benedizioni» per liberarla dal maligno. Lei all’inizio è «incapace» di respingerlo, dirà poi la perizia psichiatrica disposta dalla Procura perché «affetta da un disturbo della personalità ansioso depressivo».

    Solo nel giugno 2018, la ragazza trova il forza di denunciarlo. La polizia sequestra nella casa del sacerdote, pc e cellulare, in cui vengono scoperte foto di donne nude, ma non pare della giovane, oltre a un’ampolla contenente il presunto unguento miracoloso. L’inchiesta ora è chiusa, ma il difensore chiederà, con incidente probatorio, una nuova perizia psichiatrica sulla giovane. «Don Emanuele è sempre stato molto isolato rispetto al presbiterio (il resto del clero, ndr). Molti anni fa decise di ritirarsi a Pietramala, di isolarsi. Quando mi è capitato di incontrarlo l’ho trovato un uomo molto affabile, ma è successo di rado, perché è un personaggio molto chiuso in se stesso».

    A spiegarlo è don Alfredo Jacopozzi, direttore dell’ufficio cultura e università della Curia di Firenze, che proprio come don Dondoli fu ordinato sacerdote nel 1988. Quattro anni dopo, era il ‘92, don Emanuele diventò parroco nella pieve di San Lorenzo a Pietramala e da allora non si era più spostato da quel paesino di duecento anime. E anche se al Ponte di Mezzo i suoi coetanei che tra gli anni ’70 e ‘80 frequentavano la parrocchia della Regina della Pace, a Firenze Nova, non lo ricordano, più di un sacerdote assicura che don Dondoli si formò religiosamente in quella chiesa. «Al seminario di Firenze arrivò con la presentazione della parrocchia della Madonna della Pace, questo lo ricordo bene — racconta don Giovanni Paccosi che era qualche anno di corso davanti a lui — Era un ragazzo cordiale, poi però l’abbiamo perso di vista». Non è chiaro invece se don Emanuele fosse allievo di don Lelio Cantini, né se facesse parte dell’«esercito» del sacerdote che anni dopo sarebbe finito nello scandalo pedofilia. «Ci sono otto ragazzi che vanno e frequentano il seminario — scriveva don Cantini in un dattiloscritto datato 1979 sui suoi giovani fedeli che aveva indirizzato al seminario — bisogna che vi rendiate conto della grandezza di questa cosa, siamo un esercito che fa paura ai preti».

    https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/19_agosto_24/prete-sotto-inchiesta-abusi-si-autosospende-parrocchia-b9ad5004-c651-11e9-9244-1c57f5139422.shtml?refresh_ce-cp

  • Roma, murale col cardinale Pell, condannato per pedofilia, e il diavolo

    Roma, murale col cardinale Pell, condannato per pedofilia, e il diavolo

    Il dipinto è in via Gregorio VII, vicino al Vaticano e mostra l’alto prelato, che è in attesa di appello, in manette e con le mani giunte, mentre dietro di lui spunta l’ombra nera di Satana

    Il cardinale australiano George Pell in manette e con le mani giunte e dietro di lui un grande diavolo nero. È il murales apparso a Roma in via Gregorio VII, vicino al Vaticano. Il cardinale, ex Prefetto dell’Economia vaticana, è in carcere in Australia. È stato condannato nel dicembre scorso per pedofilia ai danni di due bambini di 13 anni. Ora è in attesa del verdetto di appello.

    La vicenda giudiziaria in Australia

    Pell, 77 anni, prefetto della Segreteria Economica vaticana dal 2014, chiamato da Francesco nel 2013 a far parte del Consiglio dei cardinali – i più stretti collaboratori del Papa -, è l’esponente di grado più alto nella Chiesa cattolica mai indagato per un reato di abuso sessuale. Si era «autosospeso» dall’incarico nel giugno 2017 e il Papa gli aveva «concesso un periodo di congedo per potersi difendere» e tornare in Australia per affrontare il processo. Il giorno dopo la condanna era stato estromesso dal Consiglio, ufficialmente per «ragioni di età». Il cardinale si è sempre dichiarato innocente: «Considero l’idea stessa di abuso sessuale un crimine orribile. Mi si accusa di atti vili e disgustosi che vanno contro tutto ciò in cui credo». Gli abusi sarebbero avvenuti in una stanza sul retro della Cattedrale di San Patrizio, a Melbourne alla fine del 1996, mentre i fedeli uscivano dopo la Messa. I due ragazzini avevano 13 anni e facevano parte del coro della Cattedrale. L’avvocato difensore del cardinale ha detto in tribunale che l’accusa era inverosimile perché «solo un pazzo si sarebbe comportato così in un luogo pubblico».

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_agosto_13/roma-murale-col-cardinale-pell-condannato-pedofilia-diavolo-6a4f6622-bddd-11e9-88cc-58d8f24ec1cd.shtml

  • Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Un file audio nel quale sarebbero stati raccontati abusi subiti da due persone adulte in circostanze differenti da parte di Don Stefano Segalini ha fatto scattare le indagini della squadra mobile. Accertamenti delicati e complessi che hanno concorso a costruire un quadro indiziario che ha poi portato all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex parroco di San Giuseppe operaio che ora si trova agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità (articolo 613 del codice penale). Gli inquirenti, guidati da Serena Pieri e coordinati dal sostituto procuratore Emilio Pisante, avrebbero acquisito il “vocal” grazie ad un padre preoccupato: la figlia, inserita in un gruppo Whatsapp dopo aver ascoltato il file si sarebbe rivolta al papà molto scossa. A quel punto il genitore aveva chiesto aiuto alla polizia. Ne sarebbe emerso un racconto crudo, dettagliato e credibile che descriveva come i due uomini, storditi da qualche sostanza, sarebbero stati abusati, senza poter reagire né opporre resistenza.

    A quel punto, giorno dopo giorno, ascoltate di persona le due vittime, sarebbero emersi almeno altri otto episodi: forse capendo di poter essere capiti e protetti, i ragazzi hanno cominciato a parlare, con loro altri giovani che gravitavano nell’ambiente parrocchiale. Era aprile 2019, e a maggio il don è stato destituito dal suo incarico: autonomamente e parallelamente stava indagando anche la Diocesi che voleva vederci chiaro circa alcuni esposti ricevuti che descrivevano comportamenti deprecabili e non idonei al ruolo tenuti dal don. A dare l’annuncio ai fedeli della parrocchia di via Martiri della Resistenza era stato il vescovo Gianni Ambrosio. Don Segalini era stato allontanato e collocato in una “casa di cura spirituale” in Lombardia. Il 31 luglio l’arresto, disposto dal gip Luca Milani basato su una misura cautelare nel corso di un’indagine, quella della polizia, che non è ancora terminata, tanti i tasselli che mancano per ricostruire quello che sarebbe accaduto: la procura ha però valutato, sulla base dei primi riscontri, che possano sussistere una o più delle cosiddette esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, o di reiterazione del reato). Nei prossimi giorni il sacerdote piacentino verrà ascoltato per l’interrogatorio di garanzia, è difeso dall’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano).

    «La notizia dell’arresto di don Stefano Segalini –  interviene a nome della Diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Luigi Chiesa, vicario generale – e del provvedimento cautelare deciso dalla magistratura ci addolora profondamente. Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità». «Assicuriamo  – prosegue – preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio. Per la delicatezza della situazione e il rispetto dell’operato della magistratura nelle indagini in corso, riteniamo doveroso non rilasciare ulteriori commenti. E se queste notizie ci riempiono di dolore, proprio per questo come cristiani siamo chiamati tutti ancor più urgentemente a dare testimonianza responsabile ed evangelica perché, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, anche attraverso queste ferite ci sia una rinascita».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/abusi-sessuali-don-stefano-segalini-arresto.html

  • ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    ACCUSE DI VIGANÒ A PENA PARRA. CONFERME DA MARACAIBO. — VIGANÒ ACCUSES PENA PARRA. CONFIRMATIONS FROM MARACAIBO.

    Marco Tosatti

    Era di questo periodo, un anno fa, quando mi è arrivata la telefonata di mons. Carlo Maria Viganò, in cui diceva che avrebbe avuto piacere a incontrarmi per un’intervista sul caso McCarrick. Sapete che cosa è accaduto dopo: l’intervista si è trasformata in un memoriale, scritto dall’arcivescovo, apparsa il 26 agosto. Adesso, a un anno di distanza, posso vedere quanto fosse giusta la sua previsione. Quando gli chiesi, dopo che avessimo finito di leggere e fare un po’ di editing al suo memoriale, quale si aspettava sarebbe stata la reazione del Vaticano e del Pontefice, mi rispose più o meno così. Non faranno nulla, mi faranno attaccare personalmente, non risponderanno nel merito e aspetteranno che su tutta la questione cali il silenzio.

    Il che è esattamente ciò che è accaduto. Dopo la prima risposta del Pontefice sull’aereo da Dublino – non dirò una parola -, papa Bergoglio ha lasciato passare molti mesi prima di rispondere a Valentina Alazaraki  di Televisa che non si ricordava se Viganò gli avesse parlato di McCarrick il 23 giugno 2013. Una giustificazione così zoppa, ed evidentemente incredibile (era stato il papa, a chiedere di Viganò; e la risposta era stata di una gravità inaudita) da far tacciare il Pontefice di mentitore da molte persone.

    Nel frattempo McCarrick è stato condannato con un procedimento amministrativo; molto comodo per tutti i suoi complici di ieri e di oggi (Viganò ne ha nominati diversi, nella sua testimonianza; e nessuno di essi ha fiatato, e tanto meno ha detto: lei mente! Come farebbe qualunque persona innocente accusata di omissioni, complicità e silenzi scandalosi).

    Così come è stata insabbiata sul nascere la richiesta, americana, di un’inchiesta apostolica sul caso Viganò, probabilmente per evitare che venissero scoperchiate pietre pericolose.

    È stato promesso, molti mesi fa, una decina, che tutti i documenti del caso Viganò conservati in Vaticano sarebbero stati esaminati, e eventualmente resi pubblici. Ne avete saputo più nulla? Eppure non dovrebbe essere difficile rintracciarli, quei documenti, se, come aveva denunciato l’ex Nunzio, alla Congregazione per i Vescovi c’era un voluminoso dossier su McCarrick…Notte e nebbia. Certo un esempio di trasparenza l’abbiamo avuto dal cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, che è stato appena riconfermato – anche se ha compiuto 75 anni – alla guida della Congregazione. Nella sua filippica contro Viganò, ha ammesso finalmente che in effetti Benedetto XVI aveva imposto restrizioni o sanzioni al cardinale americano. Ma perché non ha detto che esisteva una lettera, scritta dal suo predecessore cardinale Giovanni Battista Re, in questo senso – quindi non solo un richiamo verbale – che di sicuro sarà sia a Roma che a Washington? Curioso, no?

    Nel frattempo ogni singolo documento emerso in relazione al caso McCarrick, incluso il memoriale di mons. Anthony Figuereido, segretario di McCarrick e suo uomo di fiducia a Roma, ha confermato che l’ex Nunzio ha detto al verità, una verità che nessuno nel Vaticano del rinnovamento e della trasparenza vuole vedere. Così come vogliono evitare di vederla i giornalisti che si occupano di Vaticano. Il che è comprensibile: fare domande scomode, indiscrete e che stonino con gli usuali alleluja della stampa, nazionale e internazionale per il Pontefice così innovatore vuol dire guadagnarsi occhiate maligne da parte del Gran Capo e dei suoi giannizzeri…

    McCarrick è roba vecchia, direte voi. Ma di recente mons. Viganò ha lanciato accuse gravi contro il nuovo Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Pena Parra. Il Washington Post, che le aveva ricevute, ha preferito non pubblicarle, dicendo di non essere in grado di aver conferme. E lo stesso ha fatto il Catholic Herald, nella sua nuova vita filo-vaticana. Scusateci, ma questo ci sembra incredibile.

    Mons. Viganò nella sua intervista cita un collega venezuelano, Gastòn Guisandes Lopez, attualmente direttore di “Que Pasa”, a Maracaibo. Molti anni fa Lopez scrisse due articoli, in cui parlava di una lobby gay di preti di Maracaibo, comprendente sedici sacerdoti, fra cui Pena Parra. Guisandes Lopez cercò di farsi ricevere due volte dal nunzio in Venezuela, mons. Dupuy, senza riuscirci. Guisandes Lopez però gli scrisse una lettera, denunciando tutti i fatti contenuti negli articoli. Secondo Viganò questo documento, e i risultati di un’inchiesta fatta in loco sono in Segreteria di Stato: li vide con i suoi occhi.

    Guisandes Lopez è vivo e vegeto. Stilum Curiae e Infovaticana, che non hanno certamente i mezzi delle grandi agenzie internazionali, o dei giornali, sono entrati in contatto con lui. Guisandes Lopez ha confermato personalmente a Gabriel Ariza tutti i fatti raccontati da Viganò, articoli e denuncia al Nunzio compresi. Non vi sembra strano che nessuno abbia avuto – nei grandi mezzi di comunicazione – la curiosità di verificare se quelle notizie scandalose che riguardano una delle più potenti persone del Vaticano, adesso, non trent’anni fa, fossero vere?

    A me sì. E mi chiedo se sarebbe accaduto lo stesso se si fosse trattato di un ministro di Trump, o di Putin, o – perché no – di Salvini. Che pena.

    E intanto, un anno dopo, tutte le domande poste da Viganò attendono ancora una risposta. E non sono questioni minuscole: riguardano la buona fede e l’affidabilità delle massime autorità morali, i vertici della Chiesa cattolica. Ma sembrano non interessare i giornalisti. Che si guardano bene dal porre domande fastidiose ai potenti. Le critiche e i dubbi li riservano per Viganò…

    It was in this season, a year ago, when I received the phone call from Msgr. Carlo Maria Viganò, in which he said he would like to meet me for an interview on the McCarrick case. You know what happened after that: the interview turned into a witness, written by the archbishop, which was published on August 26th.

    Now, a year later, I can see how right his prediction was. When I asked him, after we had finished reading and doing some editing at his text, what he expected the reaction of the Vatican and the Pope to be, he answered me more or less like this. They will do nothing, they will attack me personally, they will not answer on the issues and they will wait, hoping that time and silence will fall on the whole question.

    Which is exactly what happened. After the Pope’s first response to the plane from Dublin – I will not say a word – Pope Bergoglio let many months pass before responding to Valentina Alazaraki of Televisa. He said he did not remember whether Viganò had told him about McCarrick on June 23rd, 2013.  Such a lame, and obviously unbelievable justification (it was the Pope, who asked for Viganò; and the answer had been of an unheard-of gravity) succeeded in having the Pontiff described as a liar by many people.

    Meanwhile McCarrick was sentenced in an administrative proceeding; very convenient for all his accomplices of yesterday and today (Viganò has named several of them in his testimony; and none of them has answered nothing; nor any of them said: she lies! How would any innocent person accused of omissions, complicity and scandalous silences behave like that?

    Just as the American request for an apostolic inquiry into the Viganò case was shelved in the bud, probably to prevent dangerous stones from being uncovered.

    It was promised, many months ago, a dozen more or less, by the Vatican, that all the documents of the Viganò case preserved in the Vatican would be examined, and eventually made public. Have you heard more about it? I did not. Yet it should not be difficult to trace them, those documents, if, as the former Nuncio had denounced, the Congregation for Bishops had a voluminous file on McCarrick … Night and fog.

    Certainly a peculiar example of transparency we have had from Cardinal Marc Ouellet, Prefect of the Congregation for Bishops, who has just been reappointed- even though he is more than 75 years old – at the head of the Congregation. In his tirade against Viganò, he finally admitted that in fact Benedict XVI had imposed restrictions or sanctions on the American cardinal. But why did he not say that there was a letter, written by his predecessor cardinal Giovanni Battista Re, in this sense – so not only a verbal reminder – that will surely be both in Rome’s and Washington’s archives ? Curious, isn’t it?

    Meanwhile, every single document emerged during these twelve months in relation to the McCarrick case, including the memorial of Msgr. Anthony Figuereido, McCarrick’s secretary and his trusted man in Rome, confirmed that the former Nuncio told the truth, a truth that nobody in the Vatican of the renewal and transparency wants to see.

    Just as journalists who deal with the Vatican want to avoid seeing it. This is understandable: asking uncomfortable, indiscreet questions that disregard an are out of tune with  the usual national and international alleluja for the Pontiff means earning evil looks from the Grand Chief and his Janissaries …

    McCarrick is old stuff, you say. But recently Msgr. Viganò has launched serious accusations against the new Substitute at the Secretariat of State, Msgr. Pena Parra. The Washington Post, which had received them, preferred not to publish them, saying it was unable to confirm. And the Catholic Herald did the same, in his new pro-Vatican life. Excuse us, but this seems scarcely credible.

    Mgr. Viganò in his interview quotes a Venezuelan colleague, Gastòn Guisandes Lopez, currently director of “Que Pasa”, in Maracaibo. Many years ago Lopez wrote two articles, in which he spoke of a gay lobby of Maracaibo priests, – sixteen priests,  – including Pena Parra. Guisandes Lopez tried to be received twice by the nuncio in Venezuela, Msgr. Dupuy, without success. However, Guisandes Lopez wrote him a letter, denouncing all the facts contained in the articles. According to Viganò this document, and the results of a survey carried out on the spot are in the Secretariat of State: he saw them with his own eyes.

    Guisandes Lopez is alive and well. Stilum Curiae and Infovaticana, who certainly do not have the means of large international agencies, or newspapers, have come into contact with him. Guisandes Lopez personally confirmed to Gabriel Ariza all the facts recounted by Viganò, articles and denunciation to the Nuncio included. Does it not seem strange to you that no one has had – in the major media – the curiosity to check whether those scandalous news concerning one of the most powerful people in the Vatican, now, not thirty years ago, were true?

    To me, yes. And I wonder if the same would have happened if it had been a minister of Trump, or Putin, or – why not – by Salvini. What a pity!

    And meanwhile, a year later, all the questions asked by Viganò still await an answer. And they are not minuscule topics: they concern the good faith and the reliability of the highest moral authorities, the leaders of the Catholic Church.

    But journalists don’t seem to care. Journalists who are careful not to ask annoying questions to the powerful people. They reserve their critics and doubts for Viganò …

  • Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    Vaticano, nuove regole per fare emergere gli abusi (Preseminario dei chierichetti sotto la lente di ingrandimento)

    di Franca Giansoldati Città del Vaticano – Vista la scarsa trasparenza con la quale è stato affrontato al di là del Tevere il caso dei presunti abusi all’interno del preseminario – il collegio dove vivono decine di ragazzini inviati dalle famiglie per verificare se hanno la vocazione a diventare preti – il cardinale Angelo Comastri (dal quale dipende la struttura) ha inviato una lettera a tutti i capi dicastero per annunciare che entro l’anno il territorio di sua competenza (il Vicariato della Città del Vaticano) stabilirà un sistema pubblico, permanente e facilmente accessibile, per la presentazione di rapporti riguardanti crimini e negligenze in materia di abusi su minori e persone vulnerabili.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    La lettera contiene le linee base della procedura da seguire per far emergere eventuali informazioni e accuse di abuso. L’iniziativa recepisce quanto disposto da Papa Francesco con la promulgazione delle norme entrate in vigore lo scorso primo giugno, con il motu proprio sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilie (Vos estis lux mundi).

    Il sistema – spiegano il Vaticano – verrà progressivamente integrato con le misure adottate da altri organismi competenti, in particolare quelli individuati nelle Linee guida per la protezione dei minori. A giugno è stato nominato un Referente per la Tutela nella persona di monsignor Robert Oliver, il quale sarà tenuto a rivolgersi chi avesse informazioni o sospetti che un minore o una persona vulnerabile sia a rischio di abusi o li abbia subiti nell’ambito delle attività pastorali del Vicariato, come pure se sapesse di qualsiasi atto di negligenza delle Autorità.

    Il caso del Preseminario era esploso in tutta la sua ambiguità nel 2017, a seguito di un libro di Gianluigi Nuzzi. Un testimone (un ex chierichetto polacco) raccontava di morbosità nei confronti dei ragazzini. Il cardinale Comastri aveva smentito che fossero mai avvenute violenze o altri episodi d’abuso. La vicenda è finita dritta al tribunale del vaticano – che ha apposto il segreto su tutto – ma poi la vicenda (come spesso accade) è finita nel silenzio.

    Il preseminario San Pio X, il collegio situato a palazzo San Carlo, dentro le mura leonine, ospita da decenni i cosiddetti «chierichetti» del Papa. Tutti  minorenni. Una prima inchiesta interna aveva portato alla luce uno spaccato piuttosto ambiguo. Più che di abusi sui minori, si trattava di ripicche interne tra omosessuali. Erano anche arrivate lettere anonime che raccontavano di un giro di gay all’ombra della basilica di San Pietro che figurava come una specie di porto delle nebbie. In ogni caso tante chiacchiere e tante voci malevole. A riprova forse che la bonifica di Papa Francesco in Vaticano forse – nonostante gli sforzi – non è riuscita ad essere così radicale.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_regole_ultime_notizie-4649413.html

  • Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    In riferimento alla nostra intervista esclusiva all’avvocato del pool difensivo Agron Xhanaj di Vicenza, pubblicata il 14 luglio scorso, in cui il legale ipotizza un clamoroso errore giudiziario ai danni del sacerdote, non si è fatta attendere la replica dell’avvocato Sandro Costanzo Piccinino, legale dell’accusa nel processo che vede imputato Don Vincenzo Calà, ex arciprete della basilica di Santa Maria.

    Per l’avv. Sandro Costanzo Piccinino, del Foro di Catania, “prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi” si aspetti il deposito delle motivazioni da parte della Corte d’Appello. E sulla questione procedurale della busta non aperta durante il processo, lo stesso legale dichiara infondate le lamentele ritenendo “che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio”. Di seguito la replica integrale dell’avv. Sandro Costanzo Piccinino

    “Ho letto attentamente l’articolo del 14 luglio 2018 a firma del dott. Gaetano Scarpignato così rubricato: Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: condanna ritenuta “ingiusta e frutto di un errore giudiziario” – scrive nella lettera inviata al nostro giornale l’avv. Sandro Costanzo Piccinino -.

    Afferma il difensore del prelato che, la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania sia frutto di un errore giudiziario, ravvisando addirittura nel comportamento posto in essere dal Pubblico Ministero e dal GUP (Giudice per l’udienza preliminare che ebbe a condannare l’imputato), colpa grave.

    Premetto che in quasi 25 anni di professione non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa, in quanto ritengo che i processi vadano celebrati nella loro sede naturale ovvero nelle aule di giustizia.

    Questo non significa che le notizie non debbano essere riportate dalla stampa, anzi in alcuni casi ritengo quasi doveroso che gli organi di informazione riportino i fatti di cronaca, essendo il diritto di stampa sacrosanto e costituzionalmente garantito.

    Ritornando al processo, ritengo “sconcertante” usando le medesime espressioni utilizzate dall’avv. Agron Xhanay, che lo stesso parli con tanta, mi si permetta il termine “leggerezza” di errore giudiziario, di “pregiudizio di essere nelle condizioni di prete denunciato”, di “giudizio scevro da condizionamenti ideologici in questo periodo di anticlericalismo dilagante” o ancor cosa più grave, che si muovano accuse di colpa grave del Pubblico Ministero inquirente e del Giudice di prime cure.

    Capisco lo stato d’animo del collega che sperava in un epilogo diverso, ma credo che sarebbe opportuno, anzi doveroso da parte sua prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi in danno del suo assistito, di aspettare pazientemente il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni da parte della Corte di Appello di Catania.

    Aggiunge il detto legale che, la parte civile ha un interesse economico nel processo perché ha chiesto e ottenuto un risarcimento economico. Anche tale dichiarazione merita smentita. Sul punto preciso che, il Giudice di Primo grado ha liquidato in favore della parte civile una provvisionale di euro ventimila unitamente alle spese legali.

    Orbene, se l’interesse della parte civile fosse stato di natura economica, la stessa, tramite il proprio legale, avrebbe certamente eseguito il capo della sentenza relativa alla provvisionale, cosa che ad oggi non è avvenuta e che molto probabilmente non avverrà mai, essendo state altre le motivazioni che hanno indotto l’allora minore a sporgere querela in danno del prelato.

    Quanto alle famose prove allegate in primo grado (sms e video) e contenute nella famosa busta non aperta dal P.M. e dal Giudice di Primo grado, si impone una precisazione di natura procedurale tendente a dimostrarne l’assoluta infondatezza delle lamentele sul punto. E segnatamente, detta busta non era allegata ad una memoria difensiva come erroneamente riferito dall’avvocato del prelato, ma ad una denunzia-querela depositata in data 04/05/2010 da altro difensore del Calà, successivamente revocato in grado di appello.

    Orbene, tale atto (non si è compreso nemmeno in appello come qualificarsi giuridicamente) non è stato preso in considerazione dal P.M. prima e dal giudicante dopo, in quanto depositato in assoluta violazione dell’art 333 e 337 c.p.p.

    Volevo evitare tecnicismi giuridici, ma una precisazione di natura procedurale sul punto si impone, alfine di non fuorviare i lettori. Detta querela è 1) mancante della richiesta punitiva, cosi come imposto dal combinato disposto degli artt. 336 e 337 c.p.p., 2) depositata da un difensore non munito da procura speciale, 3) nonché sottoposta a condizione in assoluta violazione del codice di rito.

    A riprova di quanto sopra detto si riporta integralmente la parte finale della denunzia/querela a firma del prelato “Chiedo, pertanto, alla S.V. di essere immediatamente sentito in ordine alle circostanze che ho riferito ed il presente Esposto/Denunzia intenderò trasformare in Denunzia/Querela per i reati che dovessero emergere, qualora dovessi essere posto a conoscenza di specifiche accuse infondate in mio danno. Qualunque altro commento sul punto sarebbe certamente superfluo e offensivo anche per i lettori privi di competenze giuridiche.

    In ultimo, ma non per minore importanza, mi duole leggere da un collega dichiarazioni del tipo “giustizia con la g minuscola” o “malvagità che invece spesso cova in persone che si nutrono di male” frasi che lasciano intendere, anzi per riportare proprio le parole del collega, che il suo assistito sia stato oggetto si errore giudiziario o di una congiura ordita in suo danno da questa famiglia di malvagi!

    Dovere di verità impone di rendere edotto il lettore che la difesa del prelato in primo grado ebbe a produrre ben sette testimoni a discolpa, escussi ai sensi dell’art. 391 bis, ter c.p.p. ovvero con le indagini difensive, proprio dall’allora difensore successivamente revocato.

    Orbene, il giudice di prime cure sul punto a pag. 12 della sentenza di condanna così statuisce “le dichiarazioni dei testi sentiti dalla difesa, soggetti inseriti nella medesima comunità parrocchiale, i quali, certamente privi di conoscenze dirette, confortavano la tesi difensiva del complotto della famiglia Cullurà a danni del prete, fornendo tuttavia dello stesso giustificazioni assolutamente risibili… la lettura di tali dichiarazioni non può prescindere ancora una volta dal contesto nel quale i soggetti che le hanno reso operano e dalla personalità manipolatrice dell’imputato che non ha mai esitato ad abusare della funzione di parroco esercitata condizionando, per il proprio interesse, gli appartenenti alla comunità”. (Sentenza 629/2014 del 01.07.2014 GUP Tribunale di Catania).

    Ritengo che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio in danno del prete così come sostenuto dal collega, difensore del prelato!!!

    Concludo – scrive nella sua lettera l’avv. Sandro Costanzo Piccinino – riponendo ancora una volta la mia fiducia nella giustizia, senza alcun distinguo tra “giustizia con la g minuscola o maiuscola”, fiducia che mi si impone per il dovuto rispetto che il sottoscritto nutre da quasi 25 anni per la toga che indossa ivi compresa quella riposta sulle spalle dei Magistrati”.

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

  • Caso Orlandi, il Vaticano ordina l’apertura di due tombe nel Cimitero teutonico

    Caso Orlandi, il Vaticano ordina l’apertura di due tombe nel Cimitero teutonico

    L’operazione il prossimo 11 luglio. La decisione dopo la denuncia della famiglia che segnalava il possibile occultamento del cadavere della ragazza nel territorio vaticano

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    La speranza della famiglia Orlandi è flebile come una di quelle fiammelle che di notte illuminano le tombe del Cimitero Teutonico. È lì, in questo pezzo di terra all’interno della Città del Vaticano, dove sono sepolte persone di origine austriaca, sudtirolese, svizzero-tedesca, lussemburghese, e belga di lingua tedesca, che potrebbe trovarsi la loro Emanuela. O forse sarebbe più corretto scrivere: è lì che potrebbe trovarsi la loro Emanuela? Un punto di domanda necessario per evitare di creare nuove illusioni a questa famiglia che da 36 anni è alla ricerca della figlia, vista l’ultima volta il 22 giugno 1983 in piazza Sant’Apollinare, a Roma, e ricomparsa solo nell’arcinota fotografia in bianco e nero, con la fascetta nera sulla fronte, affissa ad ogni parete, vetrina, pensilina della Capitale.

    Il nuovo capitolo di questa vicenda che rimane uno dei più grossi buchi neri delle cronache italiane, dove la realtà si è fusa con la surrealtà e la storia alla leggenda, si scriverà il prossimo 11 luglio quando saranno aperte due tombe all’interno del Cimitero Teutonico. Lo ha disposto il Tribunale del Vaticano con un decreto del 27 giugno reso noto oggi dal portavoce ad interim Alessandro Gisotti, il quale spiega che «la decisione si inserisce nell’ambito di uno dei fascicoli aperti a seguito di una denuncia della famiglia di Emanuela Orlandi che, come noto, nei mesi scorsi ha, tra l’altro, segnalato il possibile occultamento del suo cadavere nel piccolo Cimitero ubicato all’interno del territorio dello Stato Vaticano».

    L’ultimo aggiornamento al caso Orlandi – tralasciando la fake news delle ossa nella Nunziatura di via Po – era infatti una lettera anonima recapitata ai familiari la scorsa estate in cui si invitava a scavare in una tomba del 1857, sovrastata dalla statua di un angelo con il dito puntato verso il basso, recante la scritta “Requiescat in pace”. Forse laggiù riposano i resti di Emanuela: bisogna cercare dove indica l’angelo, suggeriva la lettera. Sembra che su quella lapide da anni vengano deposti dei fiori e accesi lumini. «Possibile che una tomba così antica sia meta di devozione?», si domandava la legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, che subito si è mossa per presentare formale istanza alla Segreteria di Stato, in particolare al cardinale Pietro Parolin, per conoscere la storia di quel loculo e ottenerne l’apertura.

    A marzo lo stesso Gisotti faceva sapere che la lettera degli Orlandi era stata ricevuta dal cardinale e che sarebbero state studiate le richieste rivolte nella missiva. L’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, nelle persone del promotore Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi, ha quindi autorizzato l’apertura di non una ma ben due tombe.

    L’operazione, come detto, si svolgerà l’11 luglio alla presenza dei legali delle due parti oltre che dei familiari di Emanuela e dei parenti delle persone seppellite nelle tombe interessate. Ci saranno anche, per offrire ausilio tecnico, il professor Giovanni Arcudi, il comandante della Gendarmeria Vaticana, Domenico Giani, e personale della Gendarmeria. «Il provvedimento giudiziario prevede una complessa organizzazione di uomini e mezzi», evidenzia la nota della Santa Sede, sono coinvolti infatti «operai della Fabbrica di San Pietro e personale del COS, il Centro Operativo di Sicurezza della Gendarmeria Vaticana, per le operazioni di demolizione e ripristino delle lastre lapidee e per la documentazione delle operazioni».

    Dunque non un’operazione facile, considerando anche i rischi in cui potrebbe incorrere il Vaticano con i risultati dell’ispezione. Il passo, tuttavia, era dovuto, quantomeno per provare ad escludere questa nuova ipotesi. E cioè che dopo anni e anni di ricerche, di pubblici appelli, a cominciare da quello storico di Giovanni Paolo II, di sit-in, di notizie fugaci o strillate a mezzo stampa, Emanuela è sempre stata lì, a pochi passi dalla casa natale dentro le mura leonine.

    La decisione di aprire le tombe giunge dopo una fase di indagini nel corso della quale l’Ufficio del Promotore – con l’ausilio del Corpo della Gendarmeria – ha svolto approfondimenti tesi a ricostruire le principali tappe giudiziarie di questo lungo, doloroso, complesso caso. La Santa Sede ci tiene a sottolineare che «per ragioni di carattere giuridico l’autorità inquirente vaticana non ha giurisdizione per svolgere indagini sulla scomparsa, avvenuta in Italia, di Emanuela Orlandi». Indagini condotte peraltro dagli inquirenti italiani, sin dalle prime fasi, «con scrupolo e rigore professionale». Pertanto, l’iniziativa vaticana riguarda soltanto l’accertamento della eventuale sepoltura del corpo di Emanuela nel territorio dello Stato vaticano.

    In ogni caso, le complesse operazioni peritali fissate per il prossimo 11 luglio sono solo la prima fase di una serie di accertamenti già programmati che, dopo l’apertura delle tombe e la repertazione e catalogazione dei resti, porteranno alle perizie per stabilire la datazione dei reperti e per il confronto del Dna.

    Il timore è che alla fine si tratti di un ennesimo buco nell’acqua, come già era stata la riesumazione di sette anni fa della salma di Enrico De Pedis, uno dei boss della Banda della Magliana , nella basilica di Sant’Apollinare. Di proprietà dell’Apsa e gestita dal Vicariato di Roma, la chiesa è posizionata proprio accanto alla scuola di musica frequentata dalla ragazza, ultimo luogo in cui quel maledetto 22 giugno 1983 è stata vista dalle amiche.

    Erano stati ex componenti della banda criminale -che si era ritagliata un ruolo da protagonista nella vicenda Orlandi – a richiamare l’attenzione degli inquirenti sul collegamento tra la scomparsa della 15enne figlia di un commesso pontificio e il riciclaggio di denaro sporco allo Ior. Anche in quel caso si era parlato di ossa seppellite nella tomba, ma gli accertamenti avevano permesso di identificare il corpo con quello di “Renatino” e di escludere la presenza della Orlandi.

    Un colpo al cuore del fratello Pietro e degli altri familiari. Come lo sono state in questi anni tutte le notizie rivelatesi poi false su avvistamenti e ritrovamenti di presunti cadaveri o, anche, la pubblicazione di documenti patacca con finti bolli della Santa Sede che andavano ad aprire ulteriori scenari. Una girandola di notizie, volti, luoghi, divenuta estenuante, tanto da far esclamare alla madre Maria: «Maledetto chi sa la storia e non la dice!».

    L’11 luglio 2019 potrebbe essere una data spartiacque o anche no. Certo va a segnare, forse per la prima volta, una stretta collaborazione tra gli Orlandi e la Santa Sede, quella che secondo il fratello di Emanuela, Pietro, è sempre mancata in questi trentasei anni. Lo stesso Pietro che, tuttavia, oggi si dice contento e ringrazia il cardinale Parolin «per l’attenzione e la volontà di fare chiarezza».

  • Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Ai pm la denuncia di un ragazzo che viveva nell’istituto in Vaticano: “Un seminarista, oggi prete, mi violentò per anni. E ci sono altre vittime”

    Di Alessandro Mantovani e Ferruccio Sansa

    C’è un’inchiesta alla Procura di Roma, a un chilometro dalle mura vaticane, che può mettere in imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche fino a papa Francesco. Riguarda i presunti abusi, almeno in parte fra minori, commessi nel Preseminario San Pio X, l’istituto che all’interno della Santa Sede ospita i chierichetti che servono messa in San Pietro con il Papa. Ragazzini in un percorso “pre-vocazionale”.

    “Ci entrai nel 2006, avevo 13 anni”, ha raccontato un giovane, oggi 26enne, che chiameremo Mario. “Appena arrivai l’allora rettore, monsignor Enrico Radici, mi indicò un ragazzo di un anno più grande di me, già ammesso al seminario. Mi disse che ero giovane e per ogni cosa dovevo affidarmi a lui. Di lì a poco iniziò a entrare quasi tutte le notti nella stanza in cui dormivo con altri due, mi accarezzava, mi praticava sesso orale, costringeva me a fare altrettanto, poi veri e propri atti di sodomia”.

    COSI’, RACCONTA Mario, per sei anni, finchè non decise di andarsene nel 2012. Non senza aver parlato, almeno dal 2009, con monsignor Radice: “Mi disse che ero invidioso di lui, che mi avrebbe mandato via e avrebbe raccontato tutto alla mia famiglia”. Il giovane riferisce di gravissime sofferenze.

    “Si è sentito solo, abbandonato, nonostante il tempo trascorso non ha superato quello che ha vissuto, la sua vita di relazioni è seriamente compromessa, è tuttora in cura da una psicoterapeuta – spiega l’avvocato Dario Imparato, che lo assiste –. Un anno di differenza a quell’età vuol dire molto, per di più il rettore aveva attribuito grande autorità all’altro giovane”. Nella denuncia il ragazzo scrive che altri giovanissimi avrebbero subito gli stessi abusi da parte di Gabriele Martinelli, oggi sacerdote 27enne in Lombardia.

    La storia è nota dalla fine del 2017, quando ne scrisse Gianluigi Nuzzi nel libro Peccato originale (Chiarelettere) e se ne occuparono Le Iene. La riferì un giovane polacco, Kamil, che per due anni, tra il 2010 e il 2011, aveva condiviso la cameretta con Mario e disse di aver assistito ai continui abusi e ai tentativi del ragazzo di negarsi al seminarista. Anche secondo Kamil, non era una libera relazione tra giovani gay. Solo allora Mario, raggiunto dalle Iene, si affidò all’avvocato Imparato per sporgere denuncia. “Mi rivolsi – spiega il legale – all’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano”, il pubblico ministero della Santa Sede, al vertice del quale c’è il professore Gian Piero Milano con l’aggiunto professor Roberto Zanotti.

    Per quanto si è capito hanno indagato, hanno sentito una trentina di persone, nel dicembre scorso Panorama ha scritto che l’inchiesta era conclusa ma poi non se n’è saputo più niente, forse perché gli abusi su minori nel codice penale vaticano sono puniti solo in caso di tempestiva querela, mentre in Italia si procede d’ufficio.

    IL SERVIZIO della Iene lo vide anche l’allora procuratore della Repubblica di Sondrio, che aprì un fascicolo perché il presunto responsabile degli abusi diceva messa nel territorio di sua competenza. Poiché però le presunte violenze sarebbero state commesse in Vaticano, da Sondrio gli atti furono trasmessi, nel 2018, alla Procura di Roma, competente per i reati avvenuti all’estero, Vaticano compreso, in danno di cittadini italiani, esattamente come avviene per l’omicidio Regeni o i sequestri dei nostri connazionali all’estero. L’inchiesta è condotta nel più stretto riserbo dal pm Stefano Pizza con i carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed è alle battute conclusive. Al centro c’è don Martinelli, che si occupava addirittura di ritiri spirituali, cioè anche di giovanissimi, ma poi – secondo alcune fonti – sarebbe stato trasferito ad altro incarico.

    Ci sono gli abusi denunciati da Mario. La Procura sta anche ricostruendo, anche al di là dei possibili rilievi penali, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche. Perché le notizie sui presunti abusi sono arrivati molto in alto, fino ai vertici dell’Opera Don Folci di Como che gestisce il preseminario San Pio X e al cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano. Ci sono alti prelati che si sono dati da fere per chiarire, altri invece si sono girati dall’altra parte. Ai tempi dei presunti abusi, quando sul soglio pontificio c’era papa Ratzinger, come ai tempi in cui la vicenda è emersa sotto il pontificato di Bergoglio, che ha dichiarato guerra ai preti pedofili in tutti i continenti.

    SAREBBE INCREDIBILE se i magistrati di Piazzale Clodio aprissero un processo prima di quelli della Santa Sede su abusi avvenuti in Vaticano, nell’istituto in cui i chierichetti del Papa dovrebbero essere trattati meglio di qualsiasi altro ragazzino, accanto a Casa di Santa Marta dove vive il pontefice. Proprio lui, papa Francesco, ha o avrà in mano le conclusioni dell’inchiesta vaticana. E il pontefice, se volesse, potrebbe intervenire anche sul codice, introducendo la procedibilità d’ufficio per gli abusi in danno di minori.

    (trascrizione da Il Fatto Quotidiano del 27 giugno 2019)

  • Nei casi di pedofilia la Chiesa rinunci al diritto canonico

    Nei casi di pedofilia la Chiesa rinunci al diritto canonico

    Nonostante alcuni passi in avanti fatti soprattutto sul fronte della formazione, in ambito giudiziario continua a esistere una separazione fra mondo cattolico e mondo ‘esterno’. Un doppio binario che mette a rischio il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

    La settimana scorsa è iniziato a Melbourne, in Australia, il processo di Appello che vede come imputato il cardinale George Pell, condannato in Primo grado a 6 anni di reclusione per aver commesso violenze sessuali su due minori di 12 e 13 anni nel 1996 e nel 1997.

    Due gli episodi al centro del procedimento, avvenuti a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. Il processo ha fatto molto discutere e ha diviso l’opinione pubblica fra innocentisti e colpevolisti, poiché la sentenza di condanna è stata emessa principalmente in forza della testimonianza di una delle due vittime, l’altra è morta nel 2014 per overdose.

    PELL, UN UOMO POTENTE AMICO DI POLITICI E UOMINI DI FINANZA

    D’altro canto sono state pure ascoltate alcune decine di testimonianze che in parte hanno avvalorato l’accusa, mentre altre mettevano fortemente in discussione le colpevolezza del cardinale. Di certo Pell, che ha 78 anni, ha sempre difeso con forza la sua innocenza e si è battuto con determinazione per una sentenza di assoluzione. Tuttavia non può essere tralasciato un aspetto in questa vicenda: il cardinale è stato uno degli uomini più potenti d’Australia, amico di governanti, banchieri, capitani d’industria, proprietari di grandi media. Di fronte a lui c’è un’ex vittima (l’identità della qual è protetta dalla legge australiana per tutelarne la privacy) i cui ricordi mostrano inevitabilmente qualche crepa a distanza di vent’anni dai fatti.

    Difficile credere fino in fondo a una sorta di ‘complotto’ contro la chiesa australiana ordito da forze anticlericali

    Se questi erano e sono i rapporti di forza nel procedimento, resta difficile credere fino in fondo a una sorta di ‘complotto’ contro la chiesa australiana ordito da forze anticlericali come pure è stato paventato da settori cattolici ed ecclesiali in Australia, a Roma e in America. C’è di vero che la gravità dello scandalo abusi sessuali commessi da sacerdoti emerso negli ultimi anni in Australia ha scosso profondamente l’opinione pubblica e non ha certo favorito la posizione di Pell già coinvolto, per altro, in vicende di insabbiamenti e coperture di abusi sessuali, un aspetto questo che non l’ha certamente aiutato.

    PELL ALL’ATTACCO DELL’ACCUSA: NEL MIRINO «13 INCONGRUENZE»

    Se tale è il quadro generale, il procedimento segue giustamente le sue regole e la colpevolezza deve essere provata nelle sedi processuali. La difesa di Pell ha messo in luce ben 13 incongruenze rilevanti nella ricostruzione dell’accusa, chiedendo che venga sollevato un «ragionevole dubbio» in merito alla condanna a sei anni. Nelle prossime settimane è atteso un nuovo giudizio che deciderà della sorte del cardinale chiamato nel 2014 da papa Francesco a ricoprire il ruolo di ‘ministro delle Finanze vaticane’. Dopo la sentenza di primo grado il porporato australiano è decaduto dall’incarico, ma in Vaticano sono comunque in attesa di un appello dal quale in molti si aspettano un rovesciamento del verdetto; fra i sostenitori del cardinale si respira in merito un certo ottimismo.

    LA RISPOSTA DELLA CHIESA: IL SUMMIT SULLA PEDOFILIA E IL MOTU PROPRIO DEL PAPA

    Di sicuro il processo al cardinale rappresenta uno dei punti più drammatici dello scandalo che ha investito la Chiesa a livello globale; il dilagare della crisi legata agli abusi sessuali ha anzi indotto Francesco a convocare un vertice straordinario su una materia tanto incandescente con tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo nel febbraio scorso. Ne è uscito, fra le altre cose, un ulteriore aggiornamento legislativo, sotto forma di motu proprio del pontefice (Vos estis lux mundi il titolo, ossia «Voi siete la luce del mondo») pubblicato il 7 maggio, con il quale la Santa Sede ha voluto rafforzare l’impegno della Chiesa nel contrasto alla piaga della pedofilia. Vi si stabiliscono procedure dettagliate anche nei confronti di chi mette in pratica attività tese a eludere indagini civili o canoniche, vescovi compresi; è l’ambito appunto degli insabbiamenti, il più complesso.

    IL DUALISMO FRA LEGGE CIVILE E LEGGE CANONICA

    Resta il dubbio circa la possibilità che dei vescovi indaghino sul serio su altri vescovi; ancora viene affermato il principio dell’obbligo di denuncia interno alla Chiesa qualora vengano alla luce notizie di abusi e violenze. Di sicuro si tratta di un altro passo avanti normativo che testimonia una volontà chiara, anche perché non si esclude affatto la possibilità di portare – contemporaneamente – la denuncia davanti alle autorità civili. E proprio questo rimane però la nota dolens di tutta la questione, almeno da un punto di vista giudiziario.

    È forse arrivato il momento che lo straordinario deposito legislativo e storico del diritto canonico venga un po’ alla volta messo da parte

    Non si comprende infatti perché non prevalga in modo netto la legge civile su quella canonica di fronte a reati tanto gravi che hanno ripercussioni così profonde sulla vita delle vittime e su quelle dei loro familiari. È forse arrivato il momento che lo straordinario deposito legislativo e storico del diritto canonico venga un po’ alla volta messo da parte lasciando che siano le corti di giustizia civili a fare i processi, nel bene e nel male; le procedure interne infatti, per quanto ispirate da sensibilità sempre più avanzate e consapevoli, sembrano mantenere una sorta di reticenza, di separazione, fra Chiesa cattolica e mondo ‘esterno’, una sorta di doppio binario giudiziario di cui altre istituzioni e soprattutto i cittadini comuni, non godono.

    IL RISCHIO DI USARE DUE PESI E DUE MISURE PER LAICI E PRELATI

    Se pure la tendenza da Benedetto XVI in poi è positiva, nel senso che la Chiesa si è mossa per far fronte allo scandalo mettendo a punto norme interne sempre più concrete e articolate, resta la sensazione che, per esempio, fra un insegnante abusatore di minori in una scuola materna o elementare e un prete che commette lo stesso reato, il primo, una volta scoperto, venga indagato direttamente dai carabinieri e arrestato, nel secondo caso magari la conclusione sarà la stessa ma quasi certamente prima verrà l’indagine interna condotta da parte di altri chierici.

    Il rischio, insomma, non sembra tanto essere quello della caccia alle streghe paventato da alcuni prelati circa il diffondersi delle denunce a macchia d’olio, quanto il fatto che rispetto al principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, alcuni, per dirla con George Orwell, restano,  o almeno rischiano di restare, «più uguali degli altri». Forse sarebbe utile, a questo punto, una norma più semplice da anteporre a tutte le altre in ragione della quale ogni abuso di minore va in primo luogo denunciato alle autorità civili, poi viene tutto il resto. D’altro canto è anche vero che in questi anni moltissimi casi sono stati affrontati dalla giustizia vaticana, centinaia di preti cacciati dalla Chiesa, e tuttavia nella grande maggioranza delle vicende l’intervento delle autorità ecclesiali è venuto dopo l’avvio di indagini da parte della magistratura civile o i rapporti di commissioni governative.

    LA CHIESA SI MUOVE SUL PIANO DELLA FORMAZIONE

    Al contrario, il grande lavoro che la Chiesa sta portando avanti in quest’ambito è invece soprattutto di tipo formativo e educativo, a cominciare dai seminari ma non solo. Inaspettatamente, lo scandalo delle violenze sessuali sta riaprendo un dibattito reale nelle comunità ecclesiali e cattoliche su sessualità, affettività, sentimenti, differenze di genere, ruolo delle donne e dei laici. Ben oltre la prospettiva puramente processuale, a entrare in discussione, in modo critico e positivo, è una parte considerevole della tradizione della Chiesa.