Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Si torna a parlare del caso di Luciano Massaferro, Don Lu per i suoi fedeli, e lo si fa attraverso un’inchiesta curata da “Panorama” e pubblicata anche on line lo scorso 7 gennaio 2019 “La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco”.

    Sarebbero emerse, delle testimonianze rese da una suora e da Mons. Brancaleoni trascurate dai giudici di primo grado, ma che svelerebbero ulteriori dettagli sulla vicenda.

    Panorama ha ricostruito i fatti  risalenti all’estate 2009  attraverso gli atti giudiziari e le notizie emerse in quel periodo.

    Don Lu è stato accusato – e poi condannato nei 3 gradi di giudizio – per il reato di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni per poi essere, però, riabilitato, almeno per la Chiesa, dalla sentenza emessa nell’ambito del processo canonico.

    Il focus sul quale si punta nell’inchiesta giornalistica è, da un lato quello delle testimonianze inedite emerse e dalle quali sembrerebbe che dubbi su Don Luciano fossero stati rappresentati anche da altre persone.

    Una suora, in particolare, avrebbe riferito di aver notato il parroco in atteggiamento sospetto e in posizioni anomale con un bambino.

    In secondo luogo il giornalista di Panorama ha voluto evidenziare un ulteriore aspetto, quello legato ai blasonati nomi dei difensori di Don Lu assistito da Mauro Ronco presidente dell’ordine degli avvocati di Torino prima e per il ricorso in Cassazione da Franco Coppi.

    “Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa” si legge nell’articolo.

    Proprio questo avrebbe portato, altresì l’avvocato della bambina che avrebbe subito le violenze sessuali da Don Lu, Vannucci  a chiedere un risarcimento prima al vescovo Oliveri (Vescovo all’epoca dei fatti) e poi al Vescovo Borghetti, subentrato a Olivieri per volere di Papa Francesco per mettere ordine in quella che è stata definita una delle Diocesi più discusse per questioni legate a pedofilia, omosessualità, e ruberie.

    Non solo, nell’articolo di Panorama  si legge inoltre: “Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente”.

    Naturalmente viene riportata anche la versione di Bagnasco “spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste»”

    http://www.savonanews.it/2019/01/10/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/abusi-si-parla-ancora-di-don-lu-inchiesta-di-panorama.html?

  • IL FESTIVAL DI SAN REMO CENSURA LA CANZONE CONTRO LA PEDOFILIA

    IL FESTIVAL DI SAN REMO CENSURA LA CANZONE CONTRO LA PEDOFILIA

    Riceviamo e pubblichiamo:
    Noi pensiamo che la televisione, specialmente se è pubblica com’è la Rai, si dovrebbe preoccupare di mandare messaggi educativi o di denuncia, fregandosene di più delle tv concorrenti sul discorso degli ascolti, per questo paghiamo il canone.

    L’esclusione dal 69° Festival di Sanremo della canzone di Pierdavide Carone, Dear Jack intitolata Caramelle, canzone di denuncia contro la pedofilia, la troviamo una cosa vergognosa per un organo di stato.

    Uno stato che dovrebbe essere spietato contro queste bestie e invece censura le notizie di arresti in particolar modo se membri delle chiesa. Ne sa bene l’amico Francesco Zanardi con la sua macchina distruggi pedofili che si chiama Rete L’Abuso

    Noi la diffondiamo volentieri, ascoltatela pure il piena libertà

  • Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi di Marcial Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    Il Vaticano sapeva degli abusi del sacerdote Maciel dal 1943. Una “mafia” l’ha protetto per 63 anni

    MADRID-ADISTA. Il Vaticano sapeva dei reati di pedofilia del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, dal 1943. Non si è proceduto contro di lui perché «coloro che lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». È quello che ha detto il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata (la Congregazione per i religiosi), il card. João Braz de Aviz in un servizio del settimanale cattolico spagnolo Vida nueva pubblicato nel numero del 15 novembre 2018. Se è riemerso dalle brume della disattenzione (anche di Adista, confessiamo) è per merito del quotidiano El País che ne riferisce il 2 gennaio, trovando eco su molti media in varie parti del mondo.

    Il prefetto si trovava a Madrid perché aveva assistito all’Assemblea generale della Confederazione dei religiosi spagnoli (13-15/11/18). Il settimanale riporta le risposte, tutte interessanti e su vari temi, del cardinal prefetto in un libero scambio con i religiosi, e certo la sua affermazione su Maciel, quella che abbiamo virgolettato all’inizio, è quella che, infine e a ragione, ha fatto maggior chiasso. Peraltro corredata da qualche breve considerazione: «Ho l’impressione – ha detto – che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Proprio «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male», «si mentiva». «A quelli della mia generazione – ha lamentato – nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione».

    È El País a ricostruire con maggiori dettagli il percorso tortuoso e inefficace (fu sotto indagine per ben due volte, nel 1956 e nel 1959) delle denunce contro Maciel, che il quotidiano descrive come «amico di vari papi e il maggiore predatore sessuale della storia recente della Chiesa», «presentato per anni da Giovanni Paolo II come apostolo della gioventù e coccolato da innumerevoli vescovi e cardinali, molti dei quali spagnoli», condannato nel 2006 sotto Benedetto XVI – «mesi dopo la morte del pontefice polacco» – a ritirarsi in Messico dedicando il resto della vita «alla penitenza e alla preghiera», e morto «senza chiedere perdono due anni più tardi, quando una commissione di indagine aveva già portato alla luce senza ombra di dubbio le sue attività delittuose e una vita di bagordi tollerata dal Vaticano» (ebbe anche vari figli da diverse donne). E tuttavia, pur togliendo a p. Maciel il diritto di esercitare il suo ministero di sacerdote, il dicastero vaticano comunicava (v. Adista Notizie n. 29/11) di aver deciso, dopo «attento studio», di «rinunciare ad un processo canonico», adducendo a motivi ufficiali l’età avanzata e la cagionevole salute di Maciel che all’epoca aveva 86 anni. Un ulteriore riguardo, insomma, dopo un annosissimo immobilismo criminale che ha permesso all’abusatore di continuare a delinquere.

    «Le denunce delle sue innumerevoli vittime [di pedofilia], alle quali si aggiunsero più tardi quelle delle donne con le quali il sacerdote Maciel aveva avuto figli», seguita El País, «gravarono sulla situazione fino a renderla insopportabile per il Vaticano», ma, «nessuno prese misure. “Non si processa un amico del papa”, argomentavano quelli che dovevano intervenire, in primo luogo il card. Joseph Ratzinger, oggi papa emerito. Maciel era anche amico suo, oltre che confessore del papa polacco in più occasioni».

    Ricorda il quotidiano che «appena una settimana prima che Ratzinger [ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede] notificasse l’apertura di un’indagine [a carico di Maciel], il celebre fondatore dei Legionari festeggiò i suoi 60 anni di sacerdozio con un atto al quale assistettero il papa [Giovanni Paolo II] e il suo segretario di Stato, cardinal Angelo Sodano». Il papa polacco, un santo. (eletta cucuzza)

    https://www.adista.it/articolo/60475?fbclid=IwAR3G-Tz-ipBbUR9v4Up5IVQHkfofgqNlvOGJbKgOKpFvM5sdqDCdhx2FHi8
     

  • Francesco, sempre più esposto per aver coperto il vescovo abusatore Gustavo Zanchetta

    Francesco, sempre più esposto per aver coperto il vescovo abusatore Gustavo Zanchetta

    Bergoglio lo sta aiutando da anni ogni volta che viene segnalato. Nel 2013 lo ha mandato da Quilmes a Orán (Salta). Nel 2017 da Orano al Vaticano. Superato un certo limite, ha ordinato che un tribunale ecclesiastico “indagasse” su di lui.

    Questo venerdì il Vaticano ha riferito che il vescovo argentino Gustavo Zanchetta, che fino ad oggi deteneva una posizione altissima nella gestione “patrimonio immobiliare” della Santa Sede al servizio di Francesco, è indagato da un tribunale ecclesiastico dopo che i sacerdoti di Salta lo accusano di abusi sessuali e altri abusi commessi quando era titolare della diocesi di Oran.

    Come spiegò in modo dettagliato questo giornale una settimana fa, anche se Bergoglio cerca di apparire “fermo” prendendo decisioni rimbombanti contro gli stretti collaboratori accusati di gravi crimini, questo caso in particolare lascia molto esposto il Sommo Pontefice. Molto.

    Relazioni difficili

    Le notizie su Zanchetta sono state consegnate alla stampa questo venerdì dal portavoce ad interim della Santa Sede Alessandro Gisotti (Greg Burke , l’ufficiale di fiducia di Bergoglio, si è dimesso all’inizio della settimana ). Secondo Gisotti, quando Zanchetta si è dimesso dal vescovado di Oran nel luglio 2017, ha chiesto al Papa di permettergli di  lasciare la diocesi perché aveva “rapporti difficili con i suoi sacerdoti” ed era “incapace di governare il clero”.

    Il portavoce vaticano ha aggiunto che “al momento delle sue dimissioni” ha avuto accuse contro Zanchetta “di autoritarismo, ma non di abusi sessuali.” Ma quando si è inaspettatamente dimesso, sia Zanchetta che i suoi superiori ecclesiastici, e anche i suoi amici politici come il governatore Urtubey hanno accettato di diffondere la notizia che gli unici motivi della sua partenza erano a causa di una presunto  “delicato stato di salute”. Lui stesso ha annunciato in una lettera pubblica che avrebbe iniziato il trattamento non appena lasciato la diocesi.

    È anche noto che, lontano da ogni malattia, Francesco lo ricevette alcuni mesi più tardi presso la Santa Sede e creò una posizione speciale come “consulente” nell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, meglio conosciuta come “proprietà” del Vaticano, che gestisce più di cinquemila proprietà in tutto il mondo con un valore stimato di 3 miliardi di dollari USA.

    Durante tutto il 2018 Zanchetta ha lavorato con Bergoglio senza intoppi. Ma alla alla fine della settimana scorsa il giornale El Tribuno di Salta (insospettabile anticlericale) ha pubblicato un rapporto che ha rivelato che era da tempo noto che Zanchetta era stato denunciato da sacerdoti di Salta e che le sue dimissioni sono state ad esso correlate. Lo stesso periodico ha anche riferito che i denuncianti hanno ricevuto pressioni, minacce e persino “trasferiti” come avvertimento al loro comportamento.

    Solo ora il Vaticano riconosce che nel luglio 2017 il vescovo aveva “difficili rapporti con i suoi sacerdoti” non fa altro che confermare i sospetti circa l’insabbiamento pianificato consapevolmente da Bergoglio all’ex-vescovo di Oran.

    La cosa è molto più chiara se si considera che Zanchetta stesso, consapevole che il suo caso è stato portato a galla in Argentina ha chiamato, un paio di giorni fa, uno dei sacerdoti che lo hanno denunciato e ha detto, “io cado adesso, ma poi cadrà tu.” Fonti del clero Oranense hanno sottolineato a El Tribuno che il vescovo è “arrabbiato e cerca chi lo ha messo in primo piano.”

    Non mentirai?

    Ciò che il portavoce vaticano ovviamente non ha detto questo venerdì è che nel 2013 Bergoglio ha nominato Zanchetta come vescovo di Oran come un modo per mandarlo via poiché era stato denunciato per abusi di potere, abusi sessuali e cattiva gestione finanziaria nella diocesi di Quilmes (a sud della grande Buenos Aires) dove svolse compiti di vicario episcopale per gli affari economici.

    Ora, secondo le informazioni ufficiali inviate da Roma, avanzando “l’indagine preliminare” sulle accuse di abusi sessuali che gravano su Zanchetta, papa Francesco ha deciso di “toglierlo” dal suo posto nell’amministrazione del patrimonio immobiliare del Vaticano. Cioè, smettere di lavorare per dedicarsi alla propria difesa. Niente che assomigli alla ricerca di verità e giustizia per le vittime del vescovo, tanto meno a una vera collaborazione con queste vittime e le loro vicende giudiziarie.

    Questo venerdì il giornale La Nación (un altro anti-clericale insospettato) ha detto che “il caso potrebbe diventare un altro problema per Francesco, che sta lottando per ottenere la fiducia dei fedeli cattolici dal modo in cui ha gestito i casi di abusi sessuali. La posizione del papa riceverà un altro colpo se fosse intervenuto personalmente per aiutare il vescovo argentino, nonostante le denunce contro di lui”.

    A questo punto, con le prove del caso Zanchetta in vista, chiunque non affermi chiaramente che Jorge Bergoglio è intimamente coinvolto nella copertura di abusi e altri crimini commessi da personaggi della sua cerchia ristretta, mentirà solo per coprire complice.

    (traduzione con Google)
    http://www.laizquierdadiario.com/Francisco-cada-vez-mas-expuesto-por-encubrir-al-obispo-abusador-Gustavo-Zanchetta

  • Pedofilia: dal 7 processo vescovo Lione

    Pedofilia: dal 7 processo vescovo Lione

    Barbarin è accusato di aver coperto un prete autore di abusi

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 5 GEN – Si aprirà lunedì 7 gennaio il processo a Lione nei confronti del cardinale Philippe Barbarin. Dieci vittime di padre Berbard Preynat, accusato di avere abusato di più di 70 scout negli anni 1970-80, puntano il dito anche contro il cardinale per aver coperto il prete, non averlo denunciato e di fatto per averlo lasciato al suo posto per molto tempo. Il cardinale si è sempre difeso dicendosi estraneo a queste accuse. Il processo, che dovrebbe svolgersi fino al 9 gennaio, arriva in un momento delicato per la Chiesa universale sulla questione pedofilia, alla vigilia della riunione che si terrà a febbraio in Vaticano tra il Papa e i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo, per decidere le misure da prendere congiuntamente contro questa piaga.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/01/05/pedofilia-dal-7-processo-vescovo-lione_dfbd8d63-5f3b-40bb-99e4-4c69f7d3c0a6.html

  • Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Monsignor Gustavo Zanchetta si era improvvisamente dimesso dalla sua diocesi di Orán nel 2017 per «motivi di salute». Il Vaticano conferma l’inchiesta preliminare, durante la quale il presule «si asterrà» dal suo incarico in Curia

    È sotto indagine preliminare per abusi sessuali il 54enne vescovo argentino Gustavo Oscár Zanchetta, protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla sua diocesi di Orán nell’agosto 2017 «a causa di motivi di salute», per lungo tempo desaparecido e poi riapparso quattro mesi dopo a Roma nel ruolo inedito di “assessore” all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa).

    Si tratta di accuse emerse negli ultimi mesi, mai durante il suo ministero o al momento della nomina in Curia, mosse da alcuni sacerdoti e seminaristi che recriminano al vescovo anche una cattiva gestione economica e di potere nel seminario – da lui stesso creato intorno al 2014 – nella piccola diocesi di Orán, situata al nord dell’Argentina e caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche. Lì Papa Francesco lo aveva posto il 23 luglio 2013 con una delle sue prime nomine episcopali.

    A confermare l’avvio della indagine preliminare è Alessandro Gisotti, neo direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, che riferisce anche che in attesa dello svolgimento dell’inchiesta Zanchetta si asterrà dal lavoro in questo Dicastero chiave della Santa Sede, al quale è affidata l’amministrazione di oltre 5mila proprietà della Santa Sede. Al momento non è possibile chiarire se si tratti di abusi su minorenni poiché «ancora si sta investigando», spiega ancora Gisotti, che in una nota diffusa nel pomeriggio sottolinea che: «Sulla base di queste accuse e delle notizie emerse di recente sui media, il vescovo di Orán ha già raccolto alcune testimonianze che devono ancora arrivare alla Congregazione per i Vescovi. Qualora venissero confermati gli elementi per procedere, il caso sarà rimesso alla commissione speciale per i vescovi. Durante l’investigazione previa, monsignor Zanchetta, si asterrà dal lavoro» all’Apsa.

    Divenuto sacerdote nel ‘91 per la diocesi di Quilmes, alla periferia di Buenos Aires, Zanchetta è stato nominato vescovo di Orán – come detto – nel luglio 2013, ordinato il 19 agosto successivo. Il suo governo è durato, però, poco meno di quattro anni. Nel 2017, esattamente il 29 luglio, il vescovo si è allontanato improvvisamente dalla diocesi senza neppure salutare parrocchiani e sacerdoti. «Motivi di salute» è stata la motivazione resa pubblica qualche giorno dopo sulle reti sociali, difficili da curare in quei luoghi.

    Una lettera a firma del vescovo, diffusa nelle settimane successive, chiariva più nel dettaglio che la salute precaria impediva al presule di «svolgere pienamente il ministero pastorale», tenendo anche conto della vasta estensione del territorio diocesano e delle «enormi sfide» come Chiesa nel nord del Paese. Per questo il pastore annunciava di aver presentato le dimissioni al Papa seppure la sua età, all’epoca 53 anni, fosse ben lontana da quella canonica prevista per il pensionamento dei 75 anni. «Ho posto la decisione nelle mani del Santo Padre che credo sia la migliore, anzitutto pensando a voi prima che a me stesso» e «perché la cura che devo seguire non può essere intrapresa qui», scriveva.

    «Dal momento che devo partire prima possibile per iniziare il trattamento – si leggeva ancora nella missiva – mi congedo con questa lettera, anche se mi piacerebbe stringere la mano a tutti, specialmente ai più poveri, ai più deboli e ai più sofferenti». La stretta di mano non c’è mai stata, Zanchetta non ha più fatto ritorno a Orán. In un primo momento si pensava che risiedesse a Salta; invece, dopo la pubblicazione della lettera, il vicario generale Gabriel Acevedo, comunicava ufficialmente alla Conferenza episcopale argentina (Cea) che: «Il vescovo Gustavo ha lasciato la diocesi al mattino per recarsi nell’arcidiocesi di Corrientes, dove sarà ricevuto come ospite dall’arcivescovo Andrés Stanovnik», quindi a circa 900 chilometri dalla sua diocesi.

    Ed è lì che, il 1° agosto 2017, Zanchetta è stato raggiunto dalla notizia – comunicata con un bollettino vaticano – che il Papa aveva accettato la sua rinuncia, nominando come amministratore apostolico sede vacante proprio l’arcivescovo Stanovnik, dell’ordine dei cappuccini. «Monsignor Zanchetta non è stato rimosso dalla diocesi di Orán. Fu lui a dimettersi», precisa oggi la nota del neo direttore della Sala Stampa, aggiungendo che: «La ragione delle sue dimissioni è legata alla sua difficoltà nel gestire i rapporti con il clero diocesano e in rapporti molto tesi con i sacerdoti della diocesi. Al momento delle sue dimissioni vi erano state contro di lui accuse di autoritarismo, ma non vi era stata contro di lui alcuna accusa di abuso sessuale. Il problema emerso allora era legato alla incapacità di governare il clero».

    All’epoca, infatti, tra le mille polemiche e speculazioni intrecciatesi nel corso dei mesi, tra voci dal clero e ipotesi giornalistiche, si era parlato di «cattiva gestione finanziaria», di «crisi depressiva» o addirittura di «pressioni» da parte dei narcotrafficanti. In attesa di una conferma ufficiale, mentre l’amministratore Stanovnik cercava di tenere a bada i preti di Orán invitandoli ad «evitare la disintegrazione con letture e interpretazioni del passato», Zanchetta era ricomparso improvvisamente a Madrid, due mesi e mezzo dopo la sua rinuncia, alla cerimonia di apertura dell’Anno accademico dell’Università ecclesiastica di San Damaso. In quell’occasione sembra dimostrare un buono stato di salute. La Sala Stampa vaticana conferma che Zanchetta «ha trascorso un periodo di tempo in Spagna».

    Dopo questo, nel dicembre 2017, Papa Francesco lo ha nominato poi assessore dell’Apsa, incarico fino a quel momento inesistente del quale, ad oggi, non si conoscono le effettive funzioni. La scelta fu fatta – spiega il comunicato del portavoce vaticano – «in considerazione della sua capacità gestionale amministrativa»; tale ruolo, si precisa, «non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero». In ogni caso, anche al momento della nomina come assessore non era emersa alcuna accusa di abusi sessuali.

    È solo durante questo ultimo periodo di Natale che alcuni giornali argentini hanno cominciato a rioccuparsi del “caso Zanchetta” e in particolare El Tribunoha riportato la notizia che tre seminaristi hanno accusato il prelato davanti al nunzio a Buenos Aires, il congolese Kalenga Badikebele, di violenze sessuali, mentre altri dieci sacerdoti hanno parlato di abusi di potere e mala gestione finanziaria all’interno del seminario di Orán, creato dallo stesso Zanchetta poco dopo la sua nomina episcopale. Sempre la stampa argentina riferisce alcuni dettagli come i festini organizzati dal vescovo con i seminaristi e le minacce (ad esempio quelle di trasferimenti) per imporre il silenzio su questa cattiva condotta, oltre a rivelare che recentemente ci sono state telefonate intimidatorie da parte del prelato «furioso» per queste accuse.

  • “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    La denuncia arriva dal cardinale João Braz de Aviz, responsabile della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. In Vaticano prevedono che verranno alla luce nuovi casi di abusi nel 2019

    Matteo Orlando

    Lo ha ammesso il settantunenne cardinale brasiliano João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e adesso la notizia sta facendo, con un certo ritardo, il giro del web.

    Nella sua denuncia il cardinale ha dichiarato che “chiunque lo abbia nascosto in Vaticano era una mafia, non la Chiesa”. Secondo Braz de Aviz le accuse legate agli abusi su minori “aumenteranno perché siamo solo all’inizio. Abbiamo passato 70 anni a nasconderle, e questo è stato un tremendo errore”.

    Marcial Maciel, amico intimo di diversi Papi, è morto dieci anni fa. Fu indagato solo tredici anni dopo le prime notizie, tra il 1956 e il 1959, per sospetto pedofilia. Tuttavia, i risultati di queste indagini non ebbero immediatamente delle conseguenze.

    Solo nel 2006, quando Papa Benedetto XVI gli impose di ritirarsi in Messico per dedicarsi alla “penitenza e preghiera”, l’influenza di Maciel iniziò a indebolirsi. Morì due anni dopo a Napoli senza mai chiedere perdono per i crimini commessi, mentre una commissione d’inchiesta del Vaticano aveva già inequivocabilmente rivelato le sue attività criminali e una vita dissoluta. Le innumerevoli vittime di Maciel finirono poi per denunciarlo e chiedere dei risarcimenti, e venne fuori anche la notizia che il cardinale ebbe figli con alcune donne.

    Marcial Maciel Degollado è stato riconosciuto ufficialmente dal Vaticano come l’autore di una serie di atti di pedofilia compiuti ai danni di alcuni seminaristi dei Legionari di Cristo, il movimento che aveva fondato in Messico nel 1941. La diffusione pubblica degli scandali di pedofilia aveva fatto emergere chiaramente la politica di “tolleranza zero” verso gli abusi sui minori inaugurata dal papa emerito Benedetto XVI, che continua ancora oggi sotto il pontificato di papa Francesco.

    La damnatio memoriae di Marcial Maciel ha permesso alla Congregazione dei Legionari di Cristo, che si è dissociata pubblicamente dal suo fondatore, una crescita nelle vocazioni e delle attività spirituali, dopo una piccola crisi registrata nei mesi successivi allo scandalo. Oltre alla proscrizione del fondatore, i legionari hanno smesso di celebrare i vari effemeridi di Maciel, hanno smesso di chiamarlo “nostro padre” e ignorano il suo nome in pubblico. Inoltre hanno eliminato dai loro centri tutte le fotografie che lo raffigurano e non vengono più diffusi i suoi libri.

    Attualmente i Legionari di Cristo annoverano 961 sacerdoti e 617 seminaristi in tutto il mondo, suddivisi in 9 territori (province) presenti in 21 paesi del mondo. Condividono la stessa spiritualità e lo stesso carisma con i membri del Movimento Apostolico Regnum Christi, anch’esso fondato da Marcial Maciel nel 1959. Il Regnum Christi conta oltre 47 mila membri ed è presente in 34 Paesi.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/vaticano-ha-coperto-63-anni-abusi-marcial-maciel-1623552.html?mobile_detect=false

  • Pedofilia, in diversi Paesi avanza l’ipotesi di abolire il segreto confessionale (e anche in Italia)

    Pedofilia, in diversi Paesi avanza l’ipotesi di abolire il segreto confessionale (e anche in Italia)

    Città del Vaticano  – L’abolizione del segreto confessionale è una ipotesi che avanza implacabilmente, in diversi Paesi, nonostante la forte opposizione degli episcopati. Secondo una sempre più nutrita schiera di giuristi, questa misura aiuterebbe a combattere la piaga della pedofilia nella Chiesa.  La prima nazione che ha aperto il dibattito a livello nazionale è stata l’Australia dopo la pubblicazione di uno sconvolgente report dal quale è emerso che il 7% dei preti sono stati accusati di molestie. Per questo la Royal Commission ha chiesto di riformare il sistema penale per tutelare meglio le vittime, specie quelle minorenni. I vescovi australiani si sono opposti all’ipotesi di abolire il sigillo sacramentale per denunciare eventuali casi di abusi appresi in confessionale. La battaglia contro la pedofilia rischia di modificare per sempre l’obbligo di conservazione del segreto assoluto delle verità apprese in confessionale. I vescovi australiani affermano che si tratterebbe di imporre una pratica totalmente «contraria» alla fede cattolica, come pure alla «libertà religiosa». Principio, questo, riconosciuto dalla legge del Paese. L’arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, aveva parlato di una «intrusione dello Stato nel dominio del sacro».

    Il secondo Paese nel quale si è aperto lo scontro è il Belgio. Anche in questo caso i i vescovi belgi, in un comunicato, sono intervenuti sul caso di un prete condannato dal Tribunale di Bruges ad un mese di prigione con sospensione della pena per mancata assistenza a una persona in pericolo. La Corte penale lo aveva ritenuto colpevole per non aver chiesto soccorsi subito dopo aver raccolto al telefono la confidenza di un uomo che voleva suicidarsi. Per il Tribunale, la segretezza della confessione può essere paragonata al segreto professionale, in quanto «è dovere di tutti dare assistenza agli altri». La Conferenza episcopale belga ha reagito precisando quali sono le sostanziali differenze che intercorrono tra il segreto professionale e la segretezza della confessione, intesa come sacramento di riconciliazione, a cui sono tenuti soltanto sacerdoti e vescovi. Il segreto professionale è invece più ampio e comprende preti, diaconi, religiosi e laici qualora, nel loro ruolo pastorale, possano incorrere in conversazioni private in cui le persone parlano di questioni esistenziali.

    «Secondo il Codice di Diritto canonico -hanno spiegato i vescovi del Belgio – il segreto della confessione è inviolabile. Il Codice di Diritto Canonico non prevede eccezioni all’inviolabilità della segretezza della confessione. Ciò significa che un prete non può in alcun modo rivelare informazioni su un penitente e sulla sua confessione». E ciò si applica anche in rapporto alle autorità civili e a quelle dei magistrati. Ciò non impedisce naturalmente che la segretezza della confessione possa diventare «un pretesto per prendere misure preventive. Un prete può sempre esortare un autore di abusi sessuali a comparire davanti ad un tribunale ma senza rompere il sigillo del sacramento e andare a denunciare direttamente il fatto alla polizia.

    Nel 2012 la Cei ha presentato un documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» nelle quali i vescovi  affermavano di essere esonerati dall’obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e  di non avere l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale  in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto strettamente giuridico si basa  sul quarto comma dell’articolo 4 del Concordato del 1984, sia degli articoli 200 e 256 del Codice di Procedura Penale italiano: ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero.

    In Italia il deputato grillino Mantero, nel novembre dell’anno scorso, ha presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali sono gli elementi statistici di cui dispone il Governo «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto». Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo «nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia».

    A febbraio, in Vaticano, si terrà il primo summit internazionale dedicato alla piaga della pedofilia. Papa Francesco ha radunato tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo per fare il punto della situazione e trovare dei codici gestionali uniformi, applicabili a ogni Paese visto che la lotta agli abusi finora ha mostrato impegni diversi. Se in nazioni come gli Stati Uniti, il Belgio, la Germania o la Francia, per esempio, ormai vi è una forte propensione alla trasparenza verso la comunità cattolica, altrove vi è ancora una certa opacità. In Italia, per esempio, non sono ancora presenti statistiche, né numeri sui casi di abusi finora trattati o su quanti sacerdoti sono stati ridotti allo stato laicale nel corso degli ultimi decenni. Non ci conoscono nemmeno provvedimenti nei confronti di vescovi insabbiatori. Anzi. Vi sono persino casi inspiegabili, come a Napoli, per esempio, dove il cardinale Sepe è stato confermato dal Papa nel suo ruolo per un altro biennio, nonostante abbia spostato da una parrocchia napoletana ad una diocesi del Nord Italia l’ex parroco di Ponticelli, pedofilo conclamato.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/segreto_confessionale_abolizione_pedofilia-4185306.html

  • Il card. Pell condannato per abusi e atti osceni. Per ora solo “voci”, ma il papa lo estromette dal C9

    Il card. Pell condannato per abusi e atti osceni. Per ora solo “voci”, ma il papa lo estromette dal C9

    39624 MELBOURNE-ADISTA. Era da tempo che il cerchio si era stretto intorno al card. George Pell, già arcivescovo di Melbourne (1996-2001) e poi di Sydney (2001-2014), prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano nonché uno dei cardinali che facevano parte del C9, l’organismo più vicino al papa. Accusato di copertura di abusi, ma successivamente anche di pedofilia, il cardinale sarebbe stato ora dichiarato colpevole da una Corte di Melbourne: secondo quanto riporta, tra gli altri, Vatican Insider, stando a informazioni trapelate in Australia, martedì 11 dicembre, dopo alcuni giorni di deliberazioni, una giuria composta da 12 persone, all’unanimità, lo avrebbe condannato sulla base di 5 capi d’accusa: quattro per atti osceni in luogo pubblico, uno per una violenza nei confronti di un minore, nel 1996 (v. Adista Notizie nn. 20, 22, 25, 36/17; 10, 17, 38/16). Non c’è modo di saperne di più: il processo, iniziato il 7 novembre scorso, si è svolto infatti lontano dai media su esplicita richiesta della Corte in virtù di un suppression order, una prescrizione del giudice che vieta qualsiasi copertura mediatica in Australia, emessa allo scopo di non influenzare la Corte che dovrà dibattere le accuse su Pell in un secondo processo, che verrà celebrato il prossimo marzo; le scarne notizie trapelate sono girate su siti internet e sui social network. Il procedimento giudiziario appena concluso faceva seguito a un primo, svoltosi a settembre ma risoltosi con un nulla di fatto, per mancanza di consenso all’interno della giuria.

    Pell, in Australia dal 2017 per ordine della polizia del Paese, era stato rinviato a giudizio il 1° maggio (v. Adista Notizie n. 17/18); è stato in quell’occasione che la Corte ha deciso che i processi sarebbero stati due, dal momento che i fatti addebitati risalivano a due momenti molto diversi, agli anni ‘70 e agli anni ‘90.

    Questo primo processo, dunque, è quello che si riferisce agli eventi più recenti, ossia all’abuso sessuale di due ragazzini del coro della Cattedrale di St. Patrick, a Melbourne. Nel corso delle 4 settimane sono comparsi a testimoniare, davanti alla giuria, figure chiave che erano presenti all’epoca nel contesto in cui l’abuso si è svolto: l’ex maestro delle cerimonie della Cattedrale, l’ex organista e compagni delle vittime. La sentenza verrà ufficializzata il prossimo 4 febbraio, e fino a quella data il cardinale sarà tenuto in custodia, anche se sarà probabile un appello da parte della sua difesa.

    La decisione del papa

    Molto sotto le righe è stata la reazione in Vaticano. Il 12 dicembre, il portavoce della Sala Stampa vaticana Greg Burke ha informato sul briefing del C9 appena concluso, affermando semplicemente che «tenendo anche conto dell’avanzata età di alcuni membri, il Santo Padre Francesco, alla fine di ottobre, ha scritto ai cardinali George Pell, Francisco Javier Errázuriz e Laurent Monsengwo Pasinya, ringraziandoli per il lavoro da loro svolto in questi cinque anni. Considerata la fase del lavoro del Consiglio, non è prevista la nomina di nuovi membri al momento». Interrogato dai giornalisti sull’affare Pell, Burke ha detto che la Santa Sede «ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana», che è consapevole che vi è «un provvedimento in atto» che «impone il silenzio» e che si intende rispettare».

    Certo è che, nei mesi passati, contro Pell si è accesa una intensa campagna mediatica, culminata con il libro della giornalista della Cnn Louise Milligan – fatto ritirare immediatamente dagli avvocati difensori di Pell – che raccontava la parabola dell’assistito, la sua straordinaria carriera, che lo ha portato a essere, dall’Australia, uno degli uomini più potenti della Chiesa.

    Ordinato sacerdote a Ballarat nel 1966, fu mandato a studiare a Oxford: ne tornò come un guerriero conservatore protetto da Bob Santamaria, giornalista cattolico conservatore molto potente in Australia fin dagli anni ’40. Da lì cominciò la sua ascesa “politica”: nel 1974 preside dell’Aquinas Teachers College, dal 1978 molto ben visto dal nunzio apostolico Luigi Brambilla, a sua volta legato a Santamaria; nel 1985 rettore del seminario di Ballarat. Due anni dopo fu scelto da Roma come ausiliario dell’arcivescovo di Melbourne Frank Little. Per la sua provata ortodossia, nel 1990 viene nominato membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, all’epoca guidata dal card. Joseph Ratzinger; in seguito fa il suo accesso nella Congregazione per i Vescovi, decidendo, di fatto, ogni nomina episcopale in Australia nei successivi due decenni; grazie alla sua frequentazione della Curia romana, la messua carriera vive una decisa accelerazione. Nel gennaio 1996, il Vaticano lo pone alla guida dell’arcidiocesi di Melbourne; nel 2001 diventa arcivescovo di Sydney, cardinale nel 2003, e riesce a traghettare la sua fama anche nel pontificato Bergoglio: membro del C9 nel 2013, segretario dell’Economia in Vaticano nel 2014. Fino a quando si è aperta la voragine degli abusi sessuali sotto i suoi piedi. Nel 2016, la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse – Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali a minori – lo interroga in video-conferenza per una settimana, avendo Pell rifiutato di recarsi in Australia per motivi di salute, ma a quell’epoca le accuse riguardavano presunti insabbiamenti di casi di pedofilia. Pur dichiarandosi assolutamente innocente, Pell aveva ammesso che «la Chiesa in Australia ha gestito in modo sbagliato le cose e ha fallito con le persone». L’anno dopo, però, la situazione è deflagrata: il cardinale era stato incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria per abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ‘70 e ha dovuto, questa volta, recarsi nel suo Paese. Dove, peraltro, dato il clima incandescente e ostile nei suoi confronti, è costretto a vivere nascosto.

    E il C9 diventa C6

    L’annuncio di Burke fa comprendere anche che è stata formalizzata la rinuncia alla partecipazione al C9, oltre che di Pell, anche del card. Francisco Javier Errázuriz, arcivescovo emerito di Santiago, che di recente era venuto in Vaticano per “accomiatarsi” dal papa (v. Adista Notizie n. 40/18): in Cile, infatti, è sotto processo per aver coperto l’abusatore seriale e ormai ex-sacerdote Fernando Karadima, ma dovrà essere giudicato anche per aver mentito alla giustizia, alla quale non ha mai detto che fu lui a chiedere al “procuratore” diocesano di non interrogare l’“orco” – per «rispetto» nei suoi confronti – e di chiudere le indagini su di lui. E ad andarsene dal C9 è anche il card. Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo emerito di Kinshasa, in Congo: lui sì, davvero, soltanto per raggiunti limiti di età. Il Consiglio dei cardinali si ritrova dunque a quota -3, ma il papa non intende sostituire i fuoriusciti

    Assolto Wilson

    Sempre in Australia, è stata invece annullata la condanna dell’ex arcivescovo di Adelaide mons. Philip Wilson per aver coperto gli abusi sessuali su minori da parte di un prete pedofilo nella regione del New South Wales: il giudice della Corte distrettuale di Newcastle Roy Ellis ha confermato l’appello di Wilson contro la sua condanna dicendo che c’era ragionevole dubbio che il sacerdote avesse commesso il crimine. Wilson, 68 anni, aveva scontato quasi quattro mesi agli arresti domiciliari; ha sempre negato di essere stato a conoscenza dei crimini di un prete pedofilo, Jim Fletcher, negli anni ‘70, affermando sotto giuramento di non aver mai ricevuto la denuncia di due chierichetti di essere stati abusati. Forse, tuttavia, ad aver influenzato l’esito del processo potrebbe essere stata la sua condizione di malato alla prima fase di Alzheimer. Fletcher nel frattempo è morto (2006) mentre scontava una pena di otto anni.

    https://www.adista.it/articolo/60405

  • Buone feste – lettera aperta del Presidente

    Buone feste – lettera aperta del Presidente

    2010 – 2018, ottavo anno di vita, entriamo nel nono, iniziamo ad essere grandi… si cominciano a raccogliere i frutti di anni di lavoro.

    Come ben sapete la Rete L’ABUSO non si limita a fare da aggregatore di notizie e informazione tematica, svolgiamo un vero e proprio lavoro di indagine che pubblichiamo anche nella sezione del nostro sito “Il punto della Rete L’ABUSO”. Indagini che finiscono il più delle volte, all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria che ne valuterà la procedibilità e la fondatezza.

    Dietro tutto ciò c’è un lavoro immenso, che spesso, appare sotto forma di semplici articoli giornalistici, e spesso sfugge il come si siano documentate invece certe vicende, si, perché le accuse vanno anche dimostrate. Dietro questo prodotto c’è il lavoro e il sacrificio di molte persone che raccolgono dati, li incrociano, verificano la fondatezza delle segnalazioni ecc.

    Un lavoro immenso, spesso con pochi mezzi e soprattutto senza gli strumenti investigativi che può avere a disposizione la magistratura, quindi un’ulteriore difficoltà nel procedere alla verifica o all’acquisizione dei dati.

    Tuttavia, oggi, malgrado la solitudine e le difficoltà che il nostro paese ci costringe ad affrontare e subire, siamo – non solo in Italia ma anche nel contesto associativo e istituzionale operativo internazionale – una realtà presente; tra i membri fondatori di ECA Global, e connessi all’Alto Commissariato per i Diritti Umani, presso il quale sono pubblici anche i nostri report, oltre al CRC (Child Rights Connect) delle Nazioni Unite.

    Credo di poter affermare, anche quest’anno che, anche se tra molte difficoltà siamo cresciuti ancora, tutto ciò grazie in primis, a tutte quelle vittime, alle quali siamo riusciti a dare la forza e che come me, nel modo in cui si sono sentite, hanno comunque dato la loro testimonianza, e da quella, la forza, ad altre vittime, di uscire allo scoperto.

    Naturalmente un grazie a tutto lo staff che lavora dietro le quinte, che pare lavori davvero bene. Parlo delle mamme e i familiari dei nostri assistiti, dei nostri consulenti tecnici, dei 21 avvocati che sul territorio italiano danno il loro contributo a questa dura battaglia di civiltà, mettendo gratuitamente a disposizione la loro professionalità e creando un pool specializzato.

    Grazie anche a tutti coloro che con il tesseramento o con piccole donazioni, aiutano a concretizzare il nostro lavoro.

    Grazie di cuore a tutti voi, buone feste

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO