Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    Il suo nome era finito in un dossier su festini gay con prostituti. La notizia, riportata da un giornale, era poi rimbalzata sulle cronache nazionali. Per don Mario D’Orlando, stimato parroco alla chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, un anno fa iniziò un incubo: la Curia fu costretta a sospenderlo, la Procura della Repubblica aprì un’indagine con l’ipotesi di favoreggiamento della prostituzione ma pure per verificare se nel giro di presunti incontri denunciati vi fossero minorenni. Sul sacerdote si addensarono ombre pesantissime.

    Nei mesi scorsi la svolta: non c’era alcun comportamento penalmente rilevante; l’inchiesta in Procura è stata archiviata su richiesta dello stesso pm e così pure la delicata istruttoria del tribunale ecclesiastico. «Ma don Mario è uscito profondamente provato da quella disavventura» spiega il suo avvocato Raffaele Chiummariello. Il religioso intanto è stato riabilitato e riammesso al sacerdozio ed esercita in un’altra parrocchia.

    Ora però emergono elementi diversi che disegnano uno scenario inquietante di quella drammatica vicenda: don Mario sarebbe rimasto vittima di una serie di accuse costruite a tavolino e di un dossier confezionato ad arte, addirittura da un altro sacerdote e da un carabiniere. Uno sviluppo sconcertante. Infatti pochi giorni fa il pm Alessandra Converso ha chiesto il rinvio a giudizio dei due presunti autori dell’anonimo. Si tratta appunto di un religioso che opera in una provincia diversa da quella di Napoli (è membro di un’associazione che si occupa della lotta alla pedofilia) e di un carabiniere che all’epoca dei fatti prestava servizio presso la squadra di polizia giudiziaria della stessa Procura di Napoli. Gravissime le accuse a carico dei due: calunnia, accesso abusivo ai sistemi informatici, rivelazioni di segreti d’ufficio.

    Il pm ipotizza che siano stati loro a costruire false accuse a carico di don D’Orlando. Come? Il carabiniere è accusato di aver effettuato, il 13 febbraio 2017, un accesso abusivo «a banche dati relative alla pubblica sicurezza, in particolare al sistema informatico denominato Archivi di polizia-Sdi», utilizzando le credenziali di accesso di un altro pubblico ufficiale e «inducendo quest’ultimo in errore circa la legittimità dell’interrogazione». Quell’accesso, secondo l’accusa, sarebbe servito a raccogliere informazioni a carico di D’Orlando e di un altro religioso. Le informazioni — sempre secondo la tesi dell’accusa — sarebbero poi state girate dal carabiniere al sacerdote. Quest’ultimo il 23 febbraio successivo «depositava presso la Procura di Napoli un esposto anonimo, privo di busta, che riferiva aver ricevuto nella sua qualità di coordinatore dello sportello dell’associazione».

    L’esposto riportava «vicende scabrose che vedevano coinvolti due sacerdoti (tra cui D’Orlando, ndr) a seguito del quale iniziava l’indagine a loro carico per favoreggiamento della prostituzione».

    Il resto è storia nota alle cronache: la notizia dell’esposto anonimo finisce su un quotidiano. Un giovane, senza nome e senza volto, racconta di aver avuto rapporti con il parroco di Monte di Dio. Lo scandalo è inevitabile e fa il giro dei media italiani. Don Mario nega ogni coinvolgimento ma la Curia non può che procedere alla sua sospensione. C’è solo una persona che avanza dubbi, è il cavaliere Giacomo Onorato ex coordinatore del priorato delle Confraternite. Don Mario non c’entra — spiega al Corriere del Mezzogiorno — vogliono incastrarlo. Un anno dopo la Procura vuol capire perché.

    https://napoli.corriere.it/notizie/cronaca/18_dicembre_14/dossier-falso-prete-monte-dio-imputati-sacerdote-carabiniere-a64eb0a8-ff9f-11e8-b03b-d1f9752491b5.shtml

  • Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

    Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

    Il cardinale George Pell è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini.

    A riportarlo sono due fonti accreditate, secondo il network americano The Daily Beast. Al momento sono queste le uniche informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. E questo è il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana, quindi di fatto numero tre della Santa sede.

    Per approfondire, vi riproponiamo CHIESA E PEDOFILIA, LE SPINE DEL CARDINALE PELL, l’articolo di Elena Basso in cui si ricostruiscono i motivi che hanno portato il porporato alla sbarra nel suo Paese.

    Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

  • Pedofilia, scagionato vescovo Australia

    Pedofilia, scagionato vescovo Australia

    Condannato in primo grado per aver coperto gli abusi di un prete

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/12/06/pedofilia-scagionato-vescovo-australia_4a6054be-f7a8-4112-b768-a69e96274455.html
  • Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    Due anni del caso Provolo: una metafora implacabile della vera Chiesa di Bergoglio – Dos años del Caso Provolo: una metáfora implacable de la verdadera Iglesia de Bergoglio

    È il caso più grave nel paese (fino ad ora conosciuto) di abusi sessuali da parte di preti e suore su dozzine di ragazze e ragazzi. Perché in questi due anni il Vaticano ha fatto di tutto per nascondere e dare l’impunità?

    LUJÁN DE CUYO – MENDOZA

    In questi giorni sono trascorsi due anni dall’individuazione della causa degli abusi sessuali commessi su ragazze e ragazzi sordi nell’istituto religioso della città di Lujan de Cuyo Mendoza.

    Si tratta niente di meno che il caso più grave in Argentina (conosciuto fino ad oggi) di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, sia per il numero di vittime, come per il numero di carnefici e il sistema di occultamento e di impunità orchestrato dalla gerarchia della Chiesa cattolica.

    Come in ogni caso con queste caratteristiche venuto alla luce negli ultimi decenni, sono i sopravvissuti e le loro famiglie che sono obbligati a combattere fino in fondo contro l’occultamento della Chiesa e la complicità dello Stato.

    Solo quando i casi sono insostenibilmente scandalosi, i giudici e i pubblici ministeri sembrano svegliarsi dal loro riposo eterno e aprire gli atti. E ci sono anche le vittime, che seguono passo dopo passo ciò che viene fatto dai tribunali, aggiungendo al dolore dell’abuso l’odio per gli ostacoli del sistema.

    L’urlo

    Nel novembre 2016 un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha riferito che diversi adulti dell’Istituto Antonio Provolo hanno commesso crimini aberranti in modo sistematico (tra cui la tortura fisica e psicologica) contro i bambini sordi. Dopo anni di silenzio ottenuto con il terrore, una coraggiosa manciata di vittime ha portato alla luce un vero sistema criminale con la complicità della gerarchia ecclesiastica e dello Stato.

    Come il vaso di Pandora, l’emanazione di un paio di denunce ha scatenato una tempesta che in breve tempo porto scandalo nel  paese di Jorge Bergoglio, negli ultimi tre anni e un anno e mezzo ha colpito Papa Francisco. Le prime vessazioni denunciate  non erano le uniche e in breve tempo si è appreso che i carnefici avevano una lunga storia criminale, sempre messa a tacere dalla Curia.

    Da subito lo scandalo collegherebbe Cuyo con il nord e il centro del paese. Da Salta raggiungere la testimonianza di Daniel Sgardelis , un uomo di 44 anni che non solo ha appoggiato ciò che è stato detto dalle vittime di Mendoza ma ha riferito gli abusi che ha subito negli anni ’80, nel Provolo di La Plata, con lo stesso capo della banda di molestatori arrestato a Luján de Cuyo.

    Così, un’altra causa penale fu aperta nella capitale di Buenos Aires, rivelando la complicità di Monsignor Hector Aguer, che per anni coprì due dei violentatori.

    Tutte le strade portano a Roma

    Come si è detto, per quanto è noto, questa è la causa più grave degli abusi sessuali ecclesiastici nel paese, a causa del numero di protagonisti e del livello di occultamento e impunità orchestrati dalla Chiesa.

    Per questo motivo la figura di Francesco si distingue, poiché gli anni in cui si sono svolti molti di questi crimini erano anni in cui Bergoglio ha svolto un ruolo chiave nella Chiesa Cattolica Argentina che transità la sua ascesa nella “carriera ecclesiastica.” E si sa che all’interno della Chiesa cattolica pochissime cose, almeno le più importanti, sfuggono alla conoscenza dettagliata dell’alta gerarchia.

    Solo a metà del 2017 il Vaticano avrebbe nominato una “commissione d’inchiesta” interna, composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, che fin dall’inizio hanno rifiutato, da una parte, di fornire informazioni sul caso giudiziario e, dall’altra, di cercare di ricavare tutto ciò che potrebbe essere di particolare interesse per loro.

    Per entrambe le cose hanno invocato il privilegio legale concesso dall’attuale Concordato del 1966, firmato tra la dittatura di Juan Carlos Onganía e la Santa Sede.

    E non dimentichiamo che nel 2014, come Papa, Bergoglio è stato informato, da diverse vittime italiane, di numerosi casi di abusi sessuali commessi da dieci sacerdoti presso l’Istituto Provolo di Verona, tra cui lo stesso Nicola Corradi, con il quale ha  vissuto per decenni nella sua chiesa argentina. E lui non ha fatto nulla.

    Attualmente il caso attende la data di inizio del processo. Ha quindici imputati, tra cui i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e le suore Kumiko Kosaka e Asuncion Martinez (entrambe della Congregazione delle Suore della Compagnia di Maria, coinvolti in altri casi di abusi sessuali in altre città).

    Il numero delle vittime è ancora sconosciuto, in quanto i parenti riferiscono che non tutti i bambini che hanno frequentato la struttura sono stati citati. Inoltre, molte delle persone che sono state citate in questi due anni come testimoni hanno finito per sostenere di essere state vittime degli imputati.

    Occultamento e nuda complicità

    La denuncia ha anche evidenziato il modus operandi della Chiesa cattolica. Nel 1984 Nicola Corradi fu costretto dai suoi superiori a fuggire dall’Italia, dopo che erano comparse le prime notizie di abusi sessuali. Protetto dal Vaticano, fu trasferito per la prima volta nella sede del Provolo de La Plata. E dal 1998, protetto dall’Episcopato argentino, si stabilì nell’Istituto Lujanino.

    Un chiaro esempio del sistema di occultamento e impunità, orchestrato dalla stessa gerarchia ecclesiastica e applicato in tutto il mondo, come ha spiegato questo giornale nel suo documentario No abusarás. Il comando negato nella Chiesa di Francisco , pubblicato l’anno scorso.

    Tale sistema, come ha denunciato più volte Carlos Lombardi, un avvocato per la Rete di vittime di abusi sessuali del clero dell’Argentina, è approvato da parte dello Stato stesso attraverso il Concordato del 1966, gestito da tutti i governi (militari e costituzionali) che seguirono Onganía.

    Per l’avvocato, le norme legali che la Chiesa applica ai casi di abuso sessuale sono la spina dorsale in cui è incastonato l’intero sistema di occultamento dei sacerdoti predatori. “La chiesa in ogni parte del mondo, di fronte alle notizie di un abuso, la prima cosa che fa è proteggere l’aggressore. Se il caso non è stato reso pubblico, il sacerdote è trasferito con la complicità del vescovo. Mentre se è diventato pubblico, inizia una procedura di indagine interna in cui le vittime non hanno altri diritti oltre a presentare il reclamo”, spiega Lombardi.

    La denuncia dei sopravvissuti portò alla luce la complicità dello Stato. Le famiglie non furono mai accompagnate da funzionari provinciali. L’associazione Xumek, sponsor di parte delle querele, ricorda che “nel 2008 è stata presentata una denuncia penale per reati sessuali nel Provolo, il cui dossier non ha sortito alcuna indagine, nessuna azione è stata presa in conformità con la legge e i protocolli di legge in caso di denuncia di abusi sessuali, e le vittime non udenti minorenni non sono stati convocati”.

    Due anni intensi

    Mentre il caso giudiziario viene portato in giudizio a Mendoza, i due anni trascorsi dallo scandalo del Provolo di Mendoza sono stati più che intensi. Nuove accuse di abusi sessuali sono venute alla luce in altre parti del paese contro sacerdoti e altri membri della Chiesa, mentre Francisco fu protagonista di nuovi scandali internazionali su questo tema, come il suo perfido ruolo nel caso dei vescovi clandestini del Cile o della sua crisi interna in Vaticano contro l’accusa delle vittime che fanno di tutto per coprire gli abusatori.

    Ma anche in Argentina c’è stato un intenso dibattito sulla legalizzazione dell’aborto e la piena applicazione della legge sull’educazione sessuale integrale, che ha trovato la gerarchia cattolica in prima fila nella lotta contro i diritti elementari, difendendo i presunti “valori” che la mettono più vicino alla famigerata Santa Inquisizione che a milioni di bambini e ragazzi che vogliono solo vivere la propria vita senza repressioni oscurantiste o ideologie incantate.

    Allo stesso tempo, questi dibattiti hanno messo sul tavolo un altro più completo sui veri interessi, non celesti ma molto terreni, che difendono con croci e spade l’istituzione governata da Bergoglio. La decisione di sostenere i suoi interessi economici multimilionari e il suo livello ingiustificabile di interferenza nell’inquadramento della vita quotidiana della popolazione, costrinse la Curia a una mostra politica che non si vedeva da tempo.

    Ecco perché la lotta cosciente per l’effettiva separazione della Chiesa e dello Stato è imposta come una necessità di milioni di persone che vogliono processare e punire gli autori di crimini aberranti come quelli del Provolo. La lotta nelle strade del movimento delle donne per conquistare l’aborto legale, sicuro e libero e per l’attuazione dell’istruzione sessuale completa in tutte le scuole ha molti vasi comunicanti con la lotta delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e ” laici consacrati”. Una lotta più necessaria che mai.

    (traduzione con Google)

    http://www.laizquierdadiario.com/Dos-anos-del-Caso-Provolo-una-metafora-implacable-de-la-verdadera-Iglesia-de-Bergoglio

  • Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

    Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

    Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

    Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

    Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

    “Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/27/il-caso-mccarrick-mette-nei-guai-il-cardinale-sean-omalley_a_23602285/?utm_hp_ref=it-culture

  • LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    Un comunicato per aiutare a comprendere le “false verità dei fatti” della Diocesi di Milano, ricostruite dal quotidiano Avvenire.

    Ancora una volta, le artefatte conclusioni di alcune testate giornalistiche che tentano, in tutti i modi, di difendere il comportamento omissivo dell’Arcivescovo Delpini nel celebre caso di don Mauro Galli, sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi per abusi sessuali aggravati, ai danni di un minore, risultano sorprendentemente imbarazzanti.

    Tali ricostruzioni e conclusioni offrono, per altro, come se non bastasse, una ulteriore occasione per dimostrare la banalità con cui cercano di liquidare la questione pensando che tutti i fedeli siano privi di intelletto, risultando per altro sfacciatamente offensive.

    Analizziamo bene i termini della questione su cui si fondano le “loro” artefatte verità, costruite anche grossolanamente per darle in pasto all’opinione pubblica.

    La questione in gioco è fondamentale: ne va anche della credibilità della Santa Sede, la famosa questione della “Tolleranza Zero”, i proclami tanto condivisibili di Papa Francesco.

    Procediamo per Gradi:

    • È ormai certo che don Mauro Galli nel 2011 portò nel suo letto un minore (lo ha testimoniato persino l’imputato);
    • È un dato di fatto che allo stato attuale, su don Mauro Galli, pende una sentenza di condanna di primo grado per sei anni e quattro mesi di reclusione per aver commesso il reato di abuso sessuale aggravato ai danni di un minorenne, in quella notte del dicembre 2011 (ci sarà poi l’annunciato ricorso in Appello e la sentenza di Cassazione che, come sappiamo, potrebbero anche modificare o ribaltare la sentenza di primo grado);

    Tuttavia è certo che i Giudici hanno ritenuto che non vi è alcun dubbio circa la colpevolezza:

    “Ritiene il Collegio che l’effettiva verificazione dei fatti sintetizzati in rubrica e la loro riferibilità soggettiva a don Mauro Galli siano risultate provate al di là di ogni ragionevole dubbio”

    • E’ un fatto certo e non contestato, anzi ammesso persino da Delpini stesso direttamente alla Procura, che il Monsignore (oggi Arcivescovo di Milano), all’epoca dei fatti Vicario di Zona, [I] ha saputo immediatamente, dal parroco don Carlo Mantegazza, della notte e dei presunti abusi sessuali, [II] ha parlato subito con il Galli che gli ha confessato di aver portato nel suo letto il quindicenne, [III] ha deciso in pochi giorni il suo trasferimento, dalla parrocchia di Rozzano alla vicina parrocchia di Legnano, ancora a contatto con i minori inserendolo nella Pastorale Giovanile.

    Questi tre fatti, sono ormai certi e cristallini, sviscerati in ogni minimo dettaglio nel processo, dalle testimonianze, interrogatori, intercettazioni, registrazioni ecc.

    Fatti ormai non più contestati da nessuna delle parti, persino la difesa di don Mauro, l’avvocato Mario Zanchetti ribadiva in aula, nella sua arringa finale, la gravità di tale comportamento, non una leggerezza: “aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse dal letto non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere, è una cosa grave”.

    Don Mauro, secondo la terna dei Giudici, presieduta dal Giudice Ambrogio Moccia, è colpevole, ha ritenuto il suo comportamento “abominevole”, come si legge nelle motivazioni della sentenza:

    “la preventiva preparazione di un letto unico per quella notte altrimenti non può interpretarsi se non come preordinazione dell’iniziativa abominevole poi attuata”

    E’ stato, quindi, ben altro rispetto al già grave “aver preso nel letto un ragazzo”.

    Tuttavia è comunque certo che mons. Delpini sapeva della grave circostanza che il prete, quantomeno, aveva passato la notte con il minore condividendo lo stesso letto a casa del sacerdote.

    Arriviamo dunque alle motivazioni della sentenza, 21 pagine per descrivere tale comportamento “abominevole” e una postilla a piè di pagina, pagina 18 per l’esattezza, come riporta il quotidiano Avvenire, per accennare al comportamento del Vescovo, e al clima mediatico intorno alle aule del processo.

    Questi passaggi sono da analizzare bene, uno ad uno, nel dettaglio. Solo chi è estremamente distratto o superficiale, può essere ingannato da una banale conclusione, non a caso articolata.

    Il quotidiano nell’articolo titolato: “Milano. Prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”

    (Firmato da Davide Re, mercoledì 21 novembre 2018)

    e sottotitolato:

    “Le motivazioni della sentenza a carico di don Mauro Galli –  condannato a 6 anni e 4 mesi per violenza sessuale su un minore –  evidenziano la totale estraneità alla vicenda della Curia”,

    descrive con precisione quanto affermato dai giudici omettendo però alcuni piccoli passaggi tra le righe, un bieco gioco di ritaglio finalizzato a lasciar intendere un’altra “verità”.

    Già il titolo, e il relativo sottotitolo, alludono ad una totale condotta impeccabile delle autorità diocesane (anni fa lo stesso quotidiano definiva l’agire della curia “scrupoloso e coscienzioso” riportando una nota stampa della Diocesi), condotta che sappiamo essere riconducibile all’attuale Arcivescovo Mario Delpini.

    Non viene tuttavia e volutamente precisato il quadro di riferimento!

    Estraneità rispetto a quale sistema di riferimento? Le leggi Italiane? Il diritto canonico? La morale cristiana?

    Estraneità generica, estraneità punto e basta! La gente si accontenti!

    Nessuno si ponga domande dato che viene persino sancito da un autorevole Giudice.

    Il Giudice, in effetti, è decisamente autorevole, si tratta del Presidente della Quinta Sezione Penale del Tribunale di Milano: imparziale, corretto e, soprattutto, conosce bene le leggi, quelle Italiane, quelle del diritto penale, e questo è garanzia ulteriore di una giusta sentenza.

    Sempre l’avvocato Zanchetti in qualche modo elogiava, nella sua arringa finale, il lavoro scrupoloso della magistratura: “è stato un processo molto complicato, che ha avuto un’istruttoria completa e complessa”.

    Istruttoria completa, non sono stati trascurati dettagli, molte testimonianze, indagini meticolose, intercettazioni ecc.

    I Giudici nella postilla parlano di un clima di “anticlericalismo tematico” che “è parso materializzarsi nell’intorno del processo” nonostante “non sembra trovare nell’attualità alcuna legittimazione storica” visto “l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia”.

    Questo riportava il quotidiano estrapolando alcune frasi.

    Il Giudice nei fatti, scrivendo anche la postilla, dimostra ulteriormente la serietà della terna giudicante, capace di non farsi assolutamente condizionare da eventi esterni ed estranei all’oggetto del processo, nell’aula del tribunale non si stava giudicando la “morale cristiana” oppure “l’etica di un Vescovo” ma il comportamento di un uomo che ha abusato di un minore.

    Il clima all’intorno del processo che si è celebrato a porte aperte è riferito ai media, giornali e televisioni che hanno seguito e riportato i fatti di cronaca.

    Ma perché allora i Giudici si sentono in dovere di scrivere questa nota?

    Avvenire purtroppo si è dimentica di riportare qualche passaggio della stessa:

    “Il Tribunale, in quanto non chiamato a pronunziarsi in merito alle condotte delle Autorità della Chiesa milanese/Istituzione, evita doverosamente di farlo”.

    Dunque il Giudice non esprime nessun giudizio: né di colpevolezza né di assoluzione della Curia Milanese o delle relative autorità come mons. Delpini. L’imputato rinviato a giudizio è don Galli, non altri, il Tribunale pertanto evita doverosamente di giudicare la curia.

    Dunque l’estraneità della curia rispetto allo specifico procedimento è palese essendo lo stesso processo volto ad accertare il comportamento del prete.

    Tuttavia i giudici si sentono comunque in dovere di scriverlo per qualche motivo che però, non a caso, è correttamente riportano nella stessa nota, anche se viceversa anche questo omesso da Avvenire:

    “…evita doverosamente di farlo. Ma – essendo l’argomento stato ripreso in sede di escussione di testi sentiti in aula, nonché in sede di arringa [e di redazione delle note di udienza] dalla Difesa – non può rinunziare a dare atto che nell’«intorno» del processo è parso materializzarsi un avvertibile clima di «anticlericarismo tematico»”

    Di cosa si tratta? Quale il clima di avvertibile di “anticlericalismo tematico”? cosa avrà mai detto la Difesa nella sua arringa?

    L’avvocato Zanchetti probabilmente temendo che i Giudici si potessero suggestionare o potessero essere condizionati dal “clima” derivato dal diritto di cronaca in qualche modo esprimeva la sua preoccupazione e dispiacere:

    “Sappiamo benissimo, e me ne dispiace, che invece questo processo è stato già giudicato dal Tribunale dell’opinione pubblica, dalla stampa e dalla televisione che del sano esercizio del dubbio non sembra farsene niente, non sembra fondare la propria professione sul sano esercizio del dubbio”.

    Ma i Giudici sono integerrimi applicano la legge con estremo rigore, nessuna forzatura, nessun condizionamento, tutto motivato e precisato per iscritto incluso la citata postilla anche se non inerente rispetto all’oggetto del processo.

    Gli stessi autorevoli Giudici, per mettere a tacere qualsivoglia arbitraria interpretazione, mettono quindi nero su bianco, precisandolo con estrema chiarezza, che il Pubblico Ministero non ha ravvisato alcuna ipotesi di reato da parte delle autorità ecclesiastiche: “Il fatto che il comportamento delle Autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pubblico ministero alcun impulso ad esercitare l’azione penale”.

    Il quotidiano, pertanto, indirizza ad una semplice deduzione logica: “E quindi non sono state trovate nella condotta di allora della Curia (che appena apprese di contatti, poi negli anni successivi diventati prima molestie e poi violenze, tra don Galli e un giovane, lo spostò di parrocchia) delle anomalie e alcuna protezione nei confronti del sacerdote”.

    Apparentemente non fa una piega, si spiega perfettamente la sintesi del  titolo: “prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”.

    Quindi? I Giudici si sono sbagliati?… Impossibile contraddirli!

    I giudici non si sono affatto sbagliati, come non si è sbagliato il Pubblico Ministero Lucia Minutella, dal punto di vista del codice di procedura penale: mons. Mario Delpini non ha commesso alcun reato, è un fatto! Non andrà in galera per questo!

    Ma, purtroppo per il monsignore, la questione non è affatto chiusa: troppo semplice e banale, troppo ingenuo il quotidiano per sperare di aver fugato definitivamente ogni dubbio.

    La questione assai seria e grave risiede da tutt’altra parte, non è competenza del Tribunale di Milano.

    Il tema riguarda la Chiesa, riguarda il fatto che non si sta parlando di giudicare un Vescovo che nemmeno era chiamato in giudizio. Dal punto di vista del codice di procedura penale delle leggi Italiane, è pacifico che i giudici non hanno sbagliato, sia loro che il PM conoscono bene la legge e la applicano nella procedura e nelle sentenze.

    Il Concordato tra Stato e Chiesa in Italia prevede che non ci sia l’obbligo di denuncia da parte del Vescovo in caso di presunto abuso sessuale: che piacciano oppure no, le leggi sono leggi e devono essere rispettate da tutti, in primo luogo dai Giudici.

    Ma il diritto canonico prevede le stesse regole? La “Tolleranza Zero” proclamata da papa Francesco (citata anche dal Giudice nella nota della sentenza) prevede che sia accettabile, “tollerabile” che un Vescovo che certamente sa (per ammissione stessa del prete), che un sacerdote si porta a letto i minori, non avvii alcuna indagine canonica interna, detta indagine previa?

    “Can. 1717 – §1. Ogni qualvolta l’Ordinario abbia notizia, almeno probabile, di un delitto, indaghi con prudenza, personalmente o tramite persona idonea, sui fatti, le circostanze e sull’imputabilità, a meno che questa investigazione non sembri assolutamente superflua”.

    Il Giudice, il processo, la Magistratura, il Pubblico Ministero, la polizia, i testimoni: hanno semplicemente offerto un servizio alla Chiesa, al Santo Padre, cioè hanno accertato i fatti. Hanno scoperto che mons. Delpini sapeva perfettamente che il prete aveva portato a letto il minore e quindi, a causa di questo grave fatto, lo ha personalmente spostato da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori.

    E’ un fatto certo, ormai cristallizzato nelle prove giudiziarie inconfutabili.

    Non sta poi a loro (i Giudici) giudicare se questo comportamento è per la Chiesa “Tollerabile”, se risponde alla morale cristiana, al diritto canonico, se è compatibile con l’esercizio episcopale…

    Ora questi fatti, il comportamento della curia milanese, dell’Arcivescovo Delpini è scolpito nero su bianco nei documenti processuali, è pubblico.

    Lo stesso Pontefice ora non potrà dire, come per il Vescovo Barros in Cile, che era stato male informato: non servono nemmeno le indagini dell’Arcivescovo Scicluna, il lavoro complesso di ricerca della verità è già stato raccolto da un’autorevole Consiglio di Giudici milanesi.

    Ora il supremo giudizio spetta dunque al Papa, esula dalla competenza del Giudice Moccia che, per altro, ha in qualche modo riconosciuto nella sentenza il valore della famosa “Tolleranza Zero”.

    Cosa prevedono pertanto le linee guida della CEI “LINEE GUIDA PER I CASI DI ABUSO SESSUALE NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DICHIERICI”

    “I. PROFILI CANONISTICI

    1. Notizie di condotte illecite e giudizio di verosimiglianza

    Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve innanzitutto procedere ad espletare gli accertamenti di carattere strettamente preliminare di cui al can. 1717 del codice di diritto canonico relativi alla verifica della verosimiglianza della notitia criminis”

    E’ un fatto che Delpini non avviò nessuna indagine previa. Delpini si limitò a spostare frettolosamente il prete da una parrocchia all’altra ancora in oratorio con i minori (l’indagine previa prevista dal diritto canonico fu avviata solo nel 2015, quattro anni dopo il fatto).

    Cosa pensa il Santo Padre? La certezza che il prete si fosse portato a letto il minore, si poteva considerare una notizia “almeno probabile” di possibili abusi sessuali?

    Il fatto certo, che il parroco don Carlo Mantegazza avesse telefonato a mons. Delpini due giorni dopo l’accaduto, segnalandogli testualmente “presunti abusi sessuali”, come giurato dallo stesso mons. Delpini alla Polizia, si può considerare una notizia “almeno probabile”?

    Certo il Giudice Moccia e i suoi colleghi non hanno alcuna competenza in materia, non stavano svolgendo alcun processo canonico, non spetta a loro… Avvenire questo preferisce non menzionarlo ovviamente!

    Cosa ha precisato proprio questo pontefice nel merito, legiferando in forma di Motu Proprio:

    “Art. 1

    • 1. Il Vescovo diocesano o l’Eparca, o colui che, anche se a titolo temporaneo, ha la responsabilità di una Chiesa particolare, o di un’altra comunità di fedeli ad essa equiparata ai sensi del can. 368 CIC e del can. 313 CCEO, può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme. Il danno può essere fisico, morale, spirituale o patrimoniale.
    • 2. Il Vescovo diocesano o l’Eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua.
    • 3. Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave”.

    Cosa diceva il Papa incontrando le vittime:

    “SANTA MESSA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
    CON ALCUNE VITTIME DI ABUSI SESSUALI DA PARTE DI ESPONENTI DEL CLERO

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (Lunedì, 7 luglio 2014)

    Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero nei vostri confronti e umilmente chiedo perdono.

    Chiedo perdono anche per i PECCATI DI OMISSIONE da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio.

    D’altra parte, il coraggio che voi e altri avete dimostrato facendo emergere la verità è stato un servizio di amore, per aver fatto luce su una terribile oscurità nella vita della Chiesa. Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…

    Per tutti noi vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare (cfr Mt 18,6)”.

    Cosa diceva sempre Francesco alle vittime incontrate recentemente a Dublino:

    “IL MESSAGGERO:”

    “Dublino –  «Shit». «Caca». «Merda». Il Papa in persona sdogana una parolaccia. Il termine insolito è affiorato durante la conversazione avuta in nunziatura con le vittime della pedofilia. Una parola decisamente inusuale e solitamente bandita dalle conversazioni o dai colloqui perché considerata volgare e poco appropriata. Eppure stavolta ha reso bene l’idea del giudizio papale su quei vescovi o quei cardinali che in Irlanda (e altrove) hanno coperto e insabbiato casi di preti pedofili, spostandoli da una parrocchia all’altra, proteggendoli invece che denunciarli alla autorità ecclesiale e provvedere di conseguenza a farli ridurre allo stato laicale”.

    Cosa dice il Santo Padre nella recente lettera al popolo di Dio

    “Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura…  E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili.”

    Si potrebbero citare molteplici interventi del Santo Padre che a parole (a suon di proclami), condanna inequivocabilmente il comportamento dei  Vescovi omissivi, “mi impegno a non tollerare… Tutti i vescovi… renderanno conto di questa responsabilità…”

    Francesco spiega bene che spostare i sacerdoti da una parrocchia all’altra, in caso di segnalazioni di presunti abusi, era un’antica pratica oggi non più accettabile e tollerabile (“tolleranza zero”… il discorso sull’”ermeneutica”…): non lascia spazio di interpretazione quando definisce tali vescovi “CACA”, “STERCO”…

    Ora è proprio in gioco la credibilità della Chiesa, non l’ipotesi bizzarra che mons. Delpini possa essere condannato da un giudice “Civile” come, per esempio, il rigoroso dott. Ambrogio Moccia, per un reato che non esiste, almeno fino a quando la chiesa, anche in Italia (come già avvenuto in altri Stati) non rinunci al Concordato, imponendo comunque l’obbligo di denuncia da parte dei Vescovi Italiani, in caso di sospetto di abuso sessuale da parte dei sacerdoti a loro affidati.

    Non basta “l’assoluzione” del PM per risolvere la questione morale…

    Purtroppo “la questione” è ben più seria e profonda. Oltre al dramma delle vittime, al suicidio di talune, alla sofferenza gratuita inflitta ai familiari, in ballo c’è la credibilità del Pontefice rispetto alla sua stessa “Tolleranza Zero”, non bastano delle semplici scuse, se pur reiterate, per risolvere la questione né, tanto meno, un banale articolo come quello di Avvenire.

    I fatti sono accertati e Francesco lo sa bene, ora aspettiamo solo il suo giudizio, aspettiamo solo di capire se corrisponde a quanto proclama.

    Se mons. Delpini (che, per correttezza di informazione, non ha nemmeno mai pensato fosse il caso di scusarsi con la vittima bensì, attraverso il suo avvocato, – o meglio l’avvocato della Diocesi Milanese – ha invece ritenuto più corretto intimare la richiesta del maggior danno alla stessa vittima e i familiari) potrà continuare a fare il Vescovo, è una questione molto seria.

    Ora la parola passa al Papa, che potrà decidere di rispondere o non rispondere, agire o far finta di nulla, tuttavia in ogni caso sarà una risposta.

    Risulta alquanto evidente, e facile da comprendere a tutti, incluso al citato quotidiano che diversamente il Papa renderebbe, nei fatti, assolutamente accettabile e “Tollerabile” che un qualsiasi prete possa dormire nello stesso letto con un bambino. Risulterebbe accettabile e “Tollerabile” che il Vescovo può  semplicemente spostare il prete presunto abusatore in un altro contesto di bambini (senza per altro avvisare nessuno, men che meno i genitori).

    Solo qualora si scoprisse, per altre vie, che il prete non aveva portato a letto il bambino perché aveva paura del buio ma bensì per abusare di lui (“abominevole”), allora il prete sarà abbandonato al suo destino, mentre il Vescovo continuerà a gestire analogamente i successivi spostamenti a prescindere dai finti e inutili proclami.

    Altro che macina da Mulino! Questa è la madre chiesa? grazie Papa Francesco.

    La Redazione

  • Papa: dal 21 al 24 febbraio l’incontro ‘La protezione dei minori nella Chiesa’

    Papa: dal 21 al 24 febbraio l’incontro ‘La protezione dei minori nella Chiesa’

    Francesco ha deciso i componenti del Comitato organizzativo. C’è anche il card. Gracias. All’incontro prevista la partecipazione di alcune visstime di abusi da parte del clero.

    Città del Vaticano (AsiaNews) – Si terrà dal 21 al 24 febbraio l’incontro “La protezione dei minori nella Chiesa” sul problema degli abusi da parte del clero. In proposito, papa Francesco ha indicato i nomi dei membri del comitato organizzativo. Essi sono: il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago (USA), il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay (India) e presidente della Conferenza episcopale dell’India, mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, padre Hans Zollner, S.J., presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia università Gregoriana e membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che sarà il referente del Comitato stesso.

    Alla riunione, cui sarà presente il Papa, parteciperanno i capi delle Chiese cattoliche orientali, i superiori della Segreteria di Stato, i prefetti delle congregazioni per la Dottrina della fede, per le Chiese orientali, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei popoli, per il Clero, per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, i presidenti delle conferenze episcopali e i rappresentanti dell’Unione dei superiori generali e dell’Unione internazionale delle superiore generali.

    Nei lavori preparatori dell’incontro saranno coinvolti, tra gli altri, la dott.ssa Gabriella Gambino, sottosegretario per la Sezione vita, e la dott.ssa Linda Ghisoni, sottosegretario per la Sezione fedeli laici, del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, la Pontificia commissione per la tutela dei minori e alcune vittime di abusi da parte del clero.

  • Chiesa, dalla suora stalker al prete omicida: ecco come (e dove) vengono coperti dalle gerarchie

    Chiesa, dalla suora stalker al prete omicida: ecco come (e dove) vengono coperti dalle gerarchie

    Il libro “Giustizia divina” (Chiarelettere) indaga sui religiosi indagati o finiti in carcere per reati che vanno dalla pedofilia all’omissione di soccorso. Di quelli che non sono finiti dietro le sbarre si occupa la Chiesa con una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’

    Non solo pedofilia nella Chiesa. Ma tanti altri reati commessi da preti e suore per lo più coperti dal silenzio imposto dalle gerarchie ecclesiastiche. È quanto emerge in Giustizia divina, edito da Chiarelettere, scritto a quattro mani dall’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e dal giornalista di Left Federico Tulli. Il libro raccoglie un’inchiesta molto rigorosa e ben documentata, ma al tempo stesso sconvolgente per la verità finora sommersa che porta a galla. “Silenzio e preghiera. È la pena – scrivono i due autori – comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne”. È il modo in cui di norma la Chiesa ‘reagisce’ pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da Papa Francescoper commentare l’accusa, che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick”.

    Le domane a cui rispondono agli autori sono tante, attuali e scottanti. “Quanti sono gli ecclesiastici detenuti nelle carceri? Quanti i preti, quante le suore? E che genere di crimini hanno commesso? – scrivono Provera e Tulli– Lo abbiamo chiesto alle autoritàcompetenti ottenendo, con molta fatica e solo dopo aver insistito per mesi, risposte vaghe e incomplete. Durante la nostra indagine lungo l’Italia, da nord a sud, abbiamo intercettato diverse storie. C’è la suora stalker, c’è il parroco omicida, c’è quello che scappa dopo aver provocato un incidente, c’è il monsignore che spende per sé il denaro ricevuto tramite l’8 per mille. La violenza su minori non è dunque l’unico reato commesso da ecclesiastici. Forse è il più frequente, insieme ai reati di natura finanziaria, o per lo meno il più noto”.

    I dati che emergono sono a dir poco inquietanti. “Dal 2000 sono almeno trecento i sacerdoti denunciati. Per molti di loro il reato di cui sono stati accusati era prescritto, ma almeno centoquaranta sono stati indagati o condannati. Alcuni in via definitiva. Abbiamo così scoperto – precisano i due autori – che molto pochi sono in carcere o ci sono passati. Dove si trovano? Dove scontano le misure alternative? La risposta non è ovvia, e non solo perché i preti quasi mai hanno una casa di proprietà. Di loro si occupa la Chiesa. Come una ‘madre amorevole’. ‘Non è vero che la Chiesa nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano. Spesso sono i magistrati che ce li portano ma, sempre, il loro vescovo è al corrente del loro ‘domicilio’. Altrimenti dovrebbe denunciarne la scomparsa’ ci ha raccontato un diacono psicoterapeuta che ha chiesto di rimanere anonimo”.

    Che cosa è emerso da questa inchiesta? “Abbiamo scoperto – affermano i due autori – che in Italia esiste una efficientissima e molto discreta rete di ‘assistenza per ecclesiastici in difficoltà’ (questa è l’espressione utilizzata dal Vaticano) creata con lo scopo di favorire il recupero dei rei, tramite la cura, laddove ce ne sia bisogno, come nel caso dei pedofili, l’espiazione e la penitenza. È in una di queste dimore private che ha risieduto in segreto don Mauro Inzoli, noto esponente di Comunione e liberazione, prima di entrare nel carcere di Bollate in seguito alla condanna in via definitiva per abusi su minori avvenuta a marzo del 2018”.

    Al silenzio e alla preghiera, dunque, verrebbe da aggiungere anche connivenza e omertà. “Nelle strutture per sacerdoti in difficoltà – scrivono ancora i due autori – non ci sono solo pedofili. Accanto a loro, insieme a loro, la Chiesa si prende cura dei disagi interiori vissuti dalla popolazione ecclesiastica italiana, che in termini numerici è la più estesa al mondo, con oltre trentamila persone. Nelle parrocchie e nei conventi si trovano la depressione, l’alcolismo, ci sono la ludopatia e altre dipendenze. E c’è l’omosessualità che ovviamente, laicamente parlando, non è un reato, ma che per la Chiesa è un peccato da espiare oltre che una malattia da curare come le altre lontano da occhi indiscreti. Anche così opera la ‘giustizia divina’ dello Stato vaticano. Che, è bene sapere, estende la sua attività nel territorio italiano. Anche questo abbiamo scoperto e documentato come mai era stato fatto prima”.

    Giustizia divina è stato allegato alla denuncia contro lo Stato italiano presentata dall’associazione internazionale Ending clergy abuses riguardo la presunta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’associazione, rappresentata nel nostro Paese da Rete L’Abuso, lo Stato italiano attuerebbe politiche omissive riguardo il contrasto della pedofilia di matrice clericale, che come diretta conseguenza produrrebbero un favoreggiamento e un incremento del fenomeno stesso. A riprova di questo comportamento, il libro di Provera e Tulli fornisce, secondo l’Associazione delle vittime, una serie di elementi inediti che prevalentemente ruotano intorno alla mappa italiana dei siti “segreti” in cui la Chiesa “assiste e cura” i preti pedofili. Il 22-23 gennaio 2019 è in programma un’audizione del governo di fronte al Comitato Onu per i diritti dell’infanzia a Ginevra proprio in relazione a questa denuncia.

    Nella sua recente lettera ai credenti di tutto il mondo sulla pedofilia del clero, Papa Francesco ha puntato il dito contro il clericalismo. Per Bergoglio, infatti, “dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo”. Ne sono convinti anche Provera e Tulli che evidenziano come “il clericalismo finisce per trasformare la carità in indulgenza, la misericordia divina diventa l’alibi che genera distinzioni di trattamento tra i cittadini. Con la ‘complicità’, in Italia, del dettato costituzionale che recepisce i Patti lateranensi. Esiste infatti, e opera alla luce del sole, uno Stato nello Stato, con una giustizia parallela alla nostra, esercitata nei tribunali penali ecclesiastici e riconosciuta dalla legge in virtù del Concordato, che comporta degli evidenti privilegi per gli ecclesiastici, che nessun altro cittadino ha né può avere. C’è una denuncia precisa nelle nostre pagine riguardo a questa stortura ignota all’opinione pubblica. Stortura che nel caso della pedofilia finisce per ledere gravemente i diritti delle vittime dei sacerdoti”. Dalle parole e dai silenzi ora si tratta di passare ai fatti.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/23/chiesa-dalla-suora-stalker-al-prete-omicida-ecco-come-e-dove-vengono-coperti-dalle-gerarchie/4783606/

  • Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

    Emanuela Provera – Federico Tulli

    Una casa qualunque, nella più scialba delle località di mare. Vi abitano da anni quattro sacerdoti anziani e una suora che apparentemente svolge la funzione di domestica, ma in realtà li controlla. I preti vi risiedono per volere della Chiesa, sono in punizione: devono riconoscere ed espiare i loro «peccati» – che vanno dalla cleptomania fino al vizio del gioco e all’omosessualità – il più lontano possibile da occhi indiscreti.

    Il tempo scorre lento in questo ambiente anonimo, i sacerdoti pregano a orari fissi, si scambiano qualche parola, guardano la tv: una vita normale, come se nulla fosse. Uno dei quattro sembra in stato catatonico, in realtà ascolta tutto ciò che viene detto tra quelle mura ingiallite. Siamo in Cile e questo è il set del film Il club, diretto da Pablo Larraín e vincitore nel 2015 del Gran premio della giuria alla Berlinale. In Italia, dopo la proiezione alla Festa del cinema di Roma, la pellicola è passata in poche minuscole sale, giusto il tempo di un respiro. Improvvisamente, nel film, la routine quotidiana è incrinata dall’arrivo di un quinto ospite, che si porta dietro una storia di abusi.

    Una delle sue vittime, ridotta a vagabondare e a delirare, lo ha seguito e si è accampata nei pressi della casa per tenerlo sotto controllo. Urlando da dietro una bassa palizzata, ricorda al suo aguzzino le violenze subite e lo fa nel linguaggio più volgare e con tutti i più crudi particolari, guardandolo negli occhi: il prete pedofilo, schiacciato dal senso di colpa, si toglie la vita. A quel punto compare padre García, un aitante religioso di nuova generazione, deciso, risoluto, inflessibile, dall’eloquio ipnotico. Un gesuita. Ha il compito di chiudere quel luogo ed evitare lo scandalo, ma la tragedia che si è appena consumata sembra solo un pretesto. García di questi siti ne ha già dismessi parecchi perché la «Casa madre» li considera fuori dal suo controllo. Questo è ciò che accade al cinema. Nella realtà, i siti di controllo, cura ed espiazione per sacerdoti problematici sono tenuti in grande considerazione dalla Chiesa cattolica, pur non essendo mai menzionati nei discorsi ufficiali delle sue gerarchie.

    È lo stesso diritto ecclesiastico a prevedere l’esistenza di «case destinate alla penitenza e alla correzione dei chierici anche extradiocesani» (can. 1337, §2). Ve ne sono ovunque nel mondo e, come abbiamo scoperto, anche in Italia, disseminate come piccole enclave vaticane lungo tutto lo Stivale, dal Trentino fino alla Sicilia. Siamo andati a scovarle, a visitarle e a parlare con chi ci vive, le gestisce e coordina. Nessuno lo aveva mai fatto prima. Qualche volta ci hanno aperto le porte, molto più spesso non ci hanno nemmeno risposto. Ne abbiamo censite diciotto, nel corso di un’inchiesta fatta di sopralluoghi, interviste, centinaia di mail e telefonate, e ancora incrociando e verificando dati e notizie estrapolati dagli annuari delle diocesi italiane, oltre che da articoli di giornale quasi sempre relegati in cronaca locale. Forse la mappa non è neppure completa, perché la discrezione che avvolge queste strutture spesso sfocia in segretezza, a causa dell’atavico timore del Vaticano verso lo scandalo pubblico.

    Il motivo è semplice: in genere questi centri sono una via di mezzo tra una clinica psichiatrica per sacerdoti in profonda crisi e un luogo di reclusione, poiché è tra queste mura che i preti che hanno guai con la giustizia italiana spesso chiedono di scontare le misure cautelari e gli arresti domiciliari. Ma c’è di più. Sono queste le strutture che la Chiesa utilizza per curare e tenere sotto controllo i sacerdoti riconosciuti colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede, e che la Santa sede non ha voluto segnalare all’Onu (a due diverse Commissioni delle nazioni unite che nel 2014 indagavano sul rispetto della Convenzione per la tutela dei minori e di quella contro la tortura, ndr) e quelli che spontaneamente chiedono aiuto a «colleghi» specialisti dopo aver scoperto di essere «attratti» dai bambini.

    Si tratterebbe in pratica di luoghi di reclusione – ma senza sbarre e carcerieri – paralleli a quelli dello Stato, dove sono trattenuti i presunti responsabili di reati compiuti in territorio italiano ma che non vengono denunciati alla giustizia civile dai loro superiori. Perché secondo la legge vaticana costoro sono prima di tutto dei peccatori, e come tali devono essere puniti ed espiare secondo i canoni della giustizia divina. Queste dimore costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg. Durante un colloquio con un sacerdote psicoterapeuta abbiamo scoperto che da almeno trent’anni esiste nel nostro Paese una rete ben organizzata di assistenza per preti in crisi, avvolta nella totale riservatezza, che attraversa la penisola come un fiume carsico. Una rete composta da centinaia di case parrocchiali, comunità di religiosi e abitazioni di famiglie laiche pronte ad accogliere, per periodi più o meno lunghi, quegli ecclesiastici che secondo i loro superiori hanno bisogno di «staccare la spina» a causa dei motivi più disparati, dai disagi interiori più o meno marcati alle crisi vocazionali.

    In ciascuna delle oltre duecentoventi diocesi italiane è presente almeno una struttura in grado di isolare dal mondo i «figli della Chiesa» che vogliono intraprendere un cammino di recupero, espiazione e penitenza. Da questa rete di assistenza residenziale sono invece escluse le suore, che hanno a disposizione solo servizi ambulatoriali e l’aiuto esterno da parte di equipe di psicoterapeuti. In alternativa c’è la «cura» da parte delle consorelle in convento.

    In libreria L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista di Left Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando in Giustizia divina, in libreria per Chiarelettere dal 9 novembre, i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, c’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare.

    Where and how the Roman Catholic Church is hiding pedophile priests

     

    Voici où et comment l’Église cache les prêtres pédophiles

     

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

  • L’irritazione dei vescovi americani contro l’ex cardinale McCarrick: “Serve un pubblico ripudio”

    L’irritazione dei vescovi americani contro l’ex cardinale McCarrick: “Serve un pubblico ripudio”

    Nell’assemblea nazionale riunita a Baltimora e tutta incentrata sulla crisi degli abusi sessuali, si discute anche della richiesat della Santa Sede di rinviare il voto che porterebbe all’adozione di nuove misure per combattere gli abusi del clero e relative coperture da parte delle gerarchie

    di PAOLO RODARI

    Nell’assemblea nazionale riunita a Baltimora e tutta incentrata sulla crisi degli abusi sessuali, numerosi vescovi statunitensi hanno chiesto un ripudio formale di Theodore McCarrick, l’ex cardinale accusato di doppia vita e di molestie su minori.

    “Non abbiamo intrapreso alcuna azione ufficiale per prendere le distanze dal comportamento vergognoso di uno dei nostri”, ha detto il vescovo Liam Cary, di Baker, in Oregon. “Che cosa faranno le persone col nostro silenzio?”, si è domandato il vescovo Michael Olson, di Fort Worth, in Texas, che ha notato anche con dispiacere come McCarrick non sia stato declassificato e che, di per sé, in quanto ancora vescovo, avrebbe potuto partecipare all’assemblea di questa settimana. “Non è il benvenuto”, ha detto ancora Olson. “Dovremmo dire questo per il suo bene, e per rispetto verso coloro che ha danneggiato”.

    L’episcopato americano sta cercando a fatica di uscire dallo scandalo McCarrick e dalle notizie devastanti riportate nel Pennsylvania Report, oltre trecento preti hanno abusato di più di mille minori. In questi giorni, in particolare, ha destato scalpore la notizia che la Santa Sede si è mossa per chiedere proprio ai vescovi riuniti a Baltimora di rinviare il voto che avrebbe portato all’adozione di nuove misure per combattere gli abusi del clero e relative coperture da parte delle gerarchie. Una misura dettata forse dalla prudenza, ma che certo ha indignato migliaia di vittime che hanno reagito con proteste.

    Il Vaticano ha chiesto ai vescovi di attendere il summit globale di febbraio 2019. “Noi stessi non siamo contenti di questo”, ha spiegato il cardinale Daniel DiNardo, presidente dei vescovi Usa. Che ha poi riferito di non sapere se sia stato lo stesso Francesco a chiedere il rinvio al prossimo anno. Anche se, ha precisato, “quando lo incontrai in ottobre era molto positivo”. Di Nardo ha ipotizzato che un motivo del rinvio possa essere legato alla necessità di modificare il diritto canonico. Oppure, al fatto che la Santa Sede ritenga più opportuno dare una risposta coordinata a livello mondiale e che quindi non abbia senso per la conferenza episcopale di un Paese muoversi in modo indipendente.

    https://www.repubblica.it/esteri/2018/11/15/news/l_irritazione_dei_vescovi_americani_contro_l_ex_cardinale_mccarrick_serve_un_pubblico_ripudio_-211693230/?refresh_ce