Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il prete sapeva che la suora violentava la ragazza 15enne ma non l’ha denunciata

    Il prete sapeva che la suora violentava la ragazza 15enne ma non l’ha denunciata

    BUSTO ARSIZIO – In aula le amiche del cuore di Eva Sacconago, Monica Guanzini e Manuela Falletta. Al processo a carico di Maria Angela Farè, l’ex suora di Sant’Edoardo finita a giudizio per violenza privata, abusi sessuali e stalking, mercoledì 7 gennaio è stato il turno delle amiche della ragazza che si tolse la vita nel giugno 2011, dopo 13 anni di relazione clandestina con la religiosa.
    Un’udienza che si è tutta concentrata sulla deposizione delle confidenti di Eva Sacconago in diversi periodi della sua vita. Dalle testimonianze sono emersi ancora una volta gli abusi e la sopraffazione fisica e morale che Maria Angela Farè esercitava sulla ragazza, appena quindicenne all’epoca dei primi incontri al centro “Primavera” dell’oratorio di Sant’Edoardo. Un’escalation di violenze e di atti persecutori che, secondo l’accusa rappresentata dai pubblici ministeri Maria Cristina Ria e Francesca Gentilini, portarono la giovane a togliersi la vita in preda ad una profonda crisi morale e psicologica.
    “No, lasciami stare”, urlava tormentata al cellulare. “Durante le attività in oratorio capitava spesso che Eva dovesse scappare via perché aveva fretta”. Particolari che sono stati riferiti in aula da Monica Guanzini. Dall’altra parte della cornetta o a casa c’era sempre Maria Angela Farè, che aveva estorto le chiavi dell’appartamento di Eva e che ci faceva irruzione a piacimento, soprattutto nell’ultimo anno di vita della giovane. Tentava di sottometterla e di isolarla da tutti, anche da don Alessandro Bonura che in quel tempo era diventato il confidente della giovane e il primo a darle sostegno morale. Tant’è che in parrocchia si “chiacchierava” su quel rapporto, voci malevole che davano Eva addirittura incinta di Bonura e che aumentavano le emozioni negative della ragazza già soggiogata dalla suora.
    “Io odio il prete, io odio la Monica”, ha invece detto la suora in una telefonata dopo la morte di Eva a Manuela Falletta, un’amica coetanea degli anni adolescenziali trascorsi all’oratorio di Sant’Edoardo, per indurla a pensare che fossero stati loro a provocare il tragico gesto della ragazza.
    Nel giugno del 2011 fu una fonte confidenziale a rivelare agli ispettori del Commissariato di Busto Arsizio le “attenzioni morbose” che la suora rivolgeva alla giovane. Ma solo dopo il suicidio di Eva le indagini presero una direzione precisa grazie al ritrovamento di un video a sfondo sessuale, foto e diari che ora compongono il fascicolo dei pubblici ministeri.
    Il confronto in aula proseguirà il 14 gennaio. L’imputata, difesa dagli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio, finora non si è mai palesata nell’aula “Falcone e Borsellino” del Tribunale di Busto Arsizio. Sempre presenti, invece, i genitori di Eva, Giovanna Bozzolini eRoberto Sacconago, che sono parte civile al processo.
    http://www.informazioneonline.it/LAY009/L00908.aspx?arg=1001&id=18379
  • DE DELICTIS GRAVIORIBUS (e le false linee guida del 2003)

    DE DELICTIS GRAVIORIBUS (e le false linee guida del 2003)

    La VIOLENZA sui MINORI è considerata MENO GRAVE dell“asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate”, cioè di una questione materiale, e resta un “delitto contro i COSTUMI” e NON un crimine contro la PERSONA.
     
    Non poteva nemmeno mancare la discriminazione nei confronti delle donne: uno dei “delitti più gravi” è l”attentata sacra ordinazione di una donna”, per cui è prevista la scomunica.
     
    La più grossa preoccupazione, poi, è che non si vìoli la segretezza del confessionale, soprattutto quando ad essere interessati alla confessione sono le autorità giudiziarie…
     
    De delictis gravioribus del 18 Maggio 2001, emessa da Giovanni Paolo II a firma del Monsignor Ratzinger, conferma del Crimen Sollicitationis del 16 Marzo 1962 emanato da Giovanni XXIII a firma del Monsignor Ottaviani:

    “Art. 1
    § 1. La Congregazione per la Dottrina della Fede, a norma dell’art. 52 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus, giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi contro i costumi o nella celebrazione dei sacramenti e, se del caso, procede a dichiarare o irrogare le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune sia proprio, fatta salva la competenza della Penitenzieria Apostolica e ferma restando la Agendi ratio in doctrinarum examine.
    § 2. Nei delitti di cui al § 1, per mandato del Romano Pontefice, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha il diritto di giudicare i Padri Cardinali, i Patriarchi, i Legati della Sede Apostolica, i Vescovi, nonché le altre persone fisiche di cui al can. 1405 § 3 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1061 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.
    § 3. La Congregazione per la Dottrina della Fede giudica i delitti riservati di cui al § 1 a norma degli articoli seguenti.
    Art. 2
    § 1. I delitti contro la fede, di cui all’art. 1, sono l’eresia, l’apostasia e lo scisma, a norma dei cann. 751 e 1364 del Codice di Diritto Canonico e dei cann. 1436 e 1437 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.
    § 2. Nei casi di cui al § 1, a norma del diritto spetta all’Ordinario o al Gerarca rimettere, se del caso, la scomunica latae sententiae e svolgere il processo giudiziale in prima istanza o extragiudiziale per decreto, fatto salvo il diritto di appello o di ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
    Art. 3
    § 1. I delitti più gravi contro la santità dell’augustissimo Sacrificio e sacramento dell’Eucaristia riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede sono:
    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate, di cui al can. 1367 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1442 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali;
    2° l’attentata azione liturgica del Sacrificio eucaristico di cui al can. 1378 § 2 n. 1 del Codice di Diritto Canonico;
    3° la simulazione dell’azione liturgica del Sacrificio eucaristico di cui al can. 1379 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1443 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali;
    4° la concelebrazione del Sacrificio eucaristico vietata dal can. 908 del Codice di Diritto Canonico e dal can. 702 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, di cui al can. 1365 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1440 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, insieme ai ministri delle comunità ecclesiali che non hanno la successione apostolica e non riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale.
    § 2. Alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto che consiste nella consacrazione a fine sacrilego di una sola materia o di entrambe, nella celebrazione eucaristica o fuori di essa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione.
    Art. 4
    § 1. I delitti più gravi contro la santità del sacramento della Penitenza riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede sono:
    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, di cui al can. 1378 § 1 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1457 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali;
    2° l’attentata assoluzione sacramentale o l’ascolto vietato della confessione di cui al can. 1378 § 2, 2° del Codice di Diritto Canonico;
    3° la simulazione dell’assoluzione sacramentale di cui al can. 1379 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1443 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali;
    4° la sollecitazione al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, di cui al can. 1387 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1458 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, se diretta al peccato con lo stesso confessore;
    5° la violazione diretta e indiretta del sigillo sacramentale, di cui al can. 1388 § 1 del Codice di Diritto Canonico e al can. 1456 § 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.
    § 2. Fermo restando il disposto del § 1 n. 5, alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave consistente nella registrazione, fatta con qualunque mezzo tecnico, o nella divulgazione con i mezzi di comunicazione sociale svolta con malizia, delle cose che vengono dette dal confessore o dal penitente nella confessione sacramentale, vera o falsa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione, se è un chierico.
    Art. 5
    Alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave di attentata sacra ordinazione di una donna:
    1° fermo restando il disposto del can. 1378 del Codice di Diritto Canonico, sia colui che attenta il conferimento del sacro ordine, sia la donna che attenta la recezione del sacro ordine, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica;
    2° se poi colui che attenta il conferimento del sacro ordine o la donna che attenta la recezione del sacro ordine è un cristiano soggetto al Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, fermo restando il disposto del can. 1443 del medesimo Codice, sia punito con la scomunica maggiore, la cui remissione è pure riservata alla Sede Apostolica;
    3° se poi il reo è un chierico, può essere punito con la dimissione o la deposizione.
    Art. 6
    § 1. I delitti più gravi contro i costumi, riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede, sono:
    1° il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni; in questo numero, viene equiparata al minore la persona che abitualmente ha un uso imperfetto della ragione;
    2° l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori sotto i quattordici anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento.
    § 2. Il chierico che compie i delitti di cui al § 1 sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione.
    Art. 7
    § 1. Fatto salvo il diritto della Congregazione per la Dottrina della Fede di derogare alla prescrizione per i singoli casi, l’azione criminale relativa ai delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede si estingue per prescrizione in vent’anni.
    § 2. La prescrizione decorre a norma del can. 1362 § 2 del Codice di Diritto Canonico e del can. 1152 § 3 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Ma nel delitto di cui all’art. 6 § 1 n. 1, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto diciotto anni.
        Romae, e sede Congregationis pro Doctrina Fidei, die 18 maii 2001.
        + JOSEPHUS Card. RATZINGER
        Praefectus
        + Tharsicius BERTONE, S.D.B.
        archiep. em. Vercellensis
        a Secretis“
  • FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la trappola del confessionale

    FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la trappola del confessionale

     La Commissione vaticana per la tutela dei minori è la cartina di tornasole della reale volontà della Chiesa di Roma di risolvere alla radice il fenomeno della pedofilia clericale. Annunciata nel febbraio del 2012 – sotto Benedetto XVI – durante un Simposio sulla pedofilia organizzato alla Gregoriana di Roma e partecipato dalle conferenze episcopali di tutto il mondo, ri-annunciata a dicembre 2013 dalla Santa Sede e presentata al mondo come un chiaro segnale dei buoni propositi di papa Bergoglio proprio nei giorni in cui saliva la tensione per l’inchiesta anti-pedofilia realizzata dall’Onu e si concretizzavano le accuse del Comitato per i diritti del fanciullo riguardo i sistematici insabbiamenti adottati e/o avallati negli ultimi 20 anni dai gerarchi vaticani, papi compresi, la Commissione vaticana è entrata in funzione nel marzo del 2014 con la nomina dei primi otto saggi. E da marzo vivacchia senza aver partorito alcun consiglio di rilievo.

    Quando entrerà a pieno regime tale organismo, contribuirà come tenne a precisare il portavoce p. Federico Lombardi «alla missione del Papa di rispondere alla sacra responsabilità di assicurare la sicurezza ai giovani». In che modo però non è ancora chiaro.

    A tal proposito ecco un piccolo suggerimento ai componenti di questa importante commissione di cui fa parte Marie Collins, una donna irlandese violentata durante l’adolescenza chiamata da papa Francesco a rappresentare le vittime di tutto il mondo: per ridurre i rischi che derivano dalla vicinanza tra i bambini e i sacerdoti pedofili non ancora intercettati si innalzi di almeno 5-7 anni l’età minima per ricevere il sacramento dell’eucarestia che oggi è di 7 anni.

    Un semplice accorgimento che non è un’eresia dal momento che per circa sette secoli, fino al 1910, la prima comunione è stata conferita dall’età di 12-14 anni in poi. Età in cui, terminato il catechismo, il giovane credente avrebbe dovuto avere una sufficiente conoscenza della dottrina cristiana. La modifica è avvenuta sotto il pontificato di Pio X, l’8 agosto 1910 quando la Congregazione dei riti ha emesso il Decreto Quam singulari, ritenendo che non fosse necessaria la conoscenza di tutta la dottrina per ricevere validamente il sacramento, ma che fosse sufficiente aver raggiunto l’età della discrezione per distinguere ‘il bene dal male’.

    Il Decreto di fatto ripristinò l’uso tradizionale della Chiesa, stabilito nel 1215 dal Concilio Lateranense IV e confermato dal Concilio di Trento nella XIII Sessione (1551-1552). Nonostante le prescrizioni di Trento, l’età della prima comunione era stata spostata in avanti, verso i 12-14 anni, per l’influsso del giansenismo.

    La decisione della Congregazione dei riti è un atto a prima vista innocuo e inteso a recuperare ‘tradizioni’ antiche; ma, suo malgrado, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nella sconcertante dimensione che il fenomeno della pedofilia clericale ha improvvisamente assunto nel mondo lungo tutto l’arco del Novecento.

    Il primo a denunciare senza mezzi termini le insidie del confessionale fu niente di meno che Antonio Gramsci, il quale nei Quaderni del carcere  scrive: «Una delle misure più importanti escogitate dalla Chiesa per rafforzare la sua compagine nei tempi moderni èl’obbligo fatto alle famiglie di far fare la prima comunione ai sette anni. Si capisce l’effetto psicologico che deve fare sui bambini di sette anni l’apparato cerimoniale della prima comunione, sia come avvenimento familiare individuale, sia come avvenimento collettivo: e quale fonte di terrori divenga e quindi di attaccamento alla Chiesa. Si tratta di “compromettere” lo spirito infantile appena incomincia a riflettere» (Quaderno 5, 1930-1932, cfr. Noemi Ghetti, “Gramsci nel cieco carcere degli eretici”, L’Asino d’oro ed., 2014).

    Nel 2010 l’allarme viene rilanciato da un magistrato italiano durante un’intervista rilasciata al Giornale che fece molto scalpore. «Il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti». Iniziava così una lucida analisi del procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno, titolare di numerose inchieste contro sacerdoti accusati di pedofilia e tra i maggiori esperti in Europa.

    Quando Forno risponde alle domande di Luca Fazzo siamo nel pieno degli scandali che stanno sconvolgendo mezza Europa. «Bisogna partire da un dato di fatto – prosegue il magistrato -, il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

    Prima di Forno nessun esperto tanto meno un magistrato o uomo delle istituzioni italiane aveva osato puntare il dito contro il confessionale e i rischi ad esso connessi. E, a dire il vero, nemmeno dopo di lui poiché nel giro di poche ore si vide piombare in ufficio gli ispettori dell’allora ministro della Giustizia Alfano. Costui ufficialmente voleva accertare che Forno avesse in quella intervista rivelato dei segreti d’ufficio. Ma il messaggio latente era sin troppo chiaro e in sintonia con la linea seguita (o, forse, sarebbe meglio dire indicata) dal Vaticano dentro e fuori le mura Leonine: la pedofilia clericale è un affare interno della Chiesa e tale deve rimanere. In una parola: silenzio (cioè omertà).

    La validità dell’intuizione del padre della sinistra italiana, ateo e anticlericale convinto – intuizione che è evidentemente rimasta prima intrappolata con Gramsci nel carcere fascista e poi “sepolta” con lui nei decenni della democrazia – è stata infine confermata da Alberto Senatore, presidente dell’associazione cattolica Il piccolo Davide che si occupa della tutela dell’infanzia.

    Il 7 aprile 2012, sulla base della valutazione delle testimonianze emerse dagli atti delle numerose commissioni d’inchiesta sulla pedofilia ecclesiastica che avevano agito in Europa nel biennio precedente, Senatore ha scritto una lettera aperta al cardinale Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, chiedendo di intercedere per l’abolizione del Decreto Quam singulari, e che la soglia della discrezione fosse di nuovo elevata ai 14 anni.

    «Lo spunto» scrive Senatore, «è nato dall’analisi delle testimonianze dei bambini abusati dai sacerdoti cattolici e dalle dichiarazioni stesse degli abusanti. Dai racconti delle vittime si evidenzia un comune denominatore nel modus operandi del prete abusante. La nostra attenzione è stata catalizzata dalla strategia utilizzata da molti sacerdoti pedofili: utilizzare la confessione per l’approccio delle vittime e il confessionale per le successive minacce. Praticamente», prosegue, «durante la confessione il sacerdote ‘testava’ la potenziale vittima e con domande mirate la introduceva nella sfera ‘sessuale’, inducendola a raccontare i suoi segreti più intimi. Una delle domande apripista più usate dai confessori pedofili riguardavano gli ‘atti impuri’.

    Ed è proprio su questi atti che i pedofili in abito talare concentrano la confessione; con le domande cercano pretesti di peccato nei bambini, da utilizzare per caricare sui piccoli penitenti un tremendo senso di colpa». Senatore elenca poi al cardinal Bagnasco le domande esca solitamente utilizzate dal predatore di bambini per carpire informazioni e per verificare il grado di vulnerabilità della possibile preda: «Hai commesso atti impuri? Quali? Ti sei toccato? Dove? Quello che hai fatto è un peccato molto grave, difficile da perdonare, lo sai? Se fai quello che ti dico, chiederò io a Dio di perdonarti, sei d’accordo? Sai mantenere un segreto?»

    Non avendo ottenuto alcuna risposta dal cardinal Bagnasco, Alberto Senatore ha scritto la stessa lettera, prima a Benedetto XVI nel gennaio del 2013 e poi di nuovo al presidente della Conferenza episcopale italiana il 29 novembre 2013, facendo riferimento questa volta alle dichiarazioni del vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato nel 2011 dalla Conferenza episcopale tedesca di far luce sullo scandalo dei preti pedofili in Germania. Monsignor Ackermann, dopo aver ribadito di avere le prove che la Chiesa stessa ha insabbiato per decenni molti casi di abusi, limitandosi a trasferire i sacerdoti coinvolti da una diocesi all’altra, il 18 gennaio 2013 ha raccontato i dettagli sconvolgenti emersi dall’indagine che riguardava i casi di pedofilia negli anni dal 1950 al 1980, con circa 1.200 vittime accertate: «Nessun abuso è successo per caso»,

    spiega il vescovo tedesco in un’intervista al “Bild”. «Ogni violenza che abbiamo accertato era premeditata con perfidia. I sacerdoti hanno carpito ‘pazientemente’ la fiducia delle loro vittime e, dopo la manipolazione psicologica, ne hanno abusato in momenti di tranquillità. Durante la preghiera, durante la confessione».

    È importante sottolineare che le norme su cui poggia la gestione dei casi di pedofilia clericale nell’ultimo secolo – la istruzione Crimen sollicitationis del 1962 che rinnova quella del 1922 e la “lettera” De delictis gravioribus che nel 2001 a sua volta integra quella del 1962, a firma del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Joseph Ratzinger – si focalizzano sulla violazione del sacramento della confessione e sullo scandalo che ne deriva. La violazione più grave riguarda il modo con cui il sacramento viene utilizzato dal prete che non dovrebbe introdurre finalità improprie nel fare da intermediario fra Dio e il penitente.

    Con l’Istruzione Crimen sollicitationis del 1962, e questa è una novità rispetto al passato, il sigillo sacramentale viene esteso impropriamente all’esterno della confessione vera e propria, con l’obbligo del segreto più assoluto sia dei preti che delle vittime, pena la scomunica. Il testo della Crimen afferma: «Il crimine di sollecitazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che con il solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione». Insomma, praticamente sempre. E ancora: «Nello svolgere questi processi si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo».

    Si passa a considerare non tanto la confessione come evento che si svolge in un tempo e in un luogo definiti, come accadeva dopo il Concilio di Trento con l’introduzione dei confessionali chiusi, ma l’atteggiamento confessionale del prete in toto, che consiste in quell’insieme di strategie attraverso le quali egli esercita la sua autorità sacerdotale ed entra tramite essa in intimità con la vittima. Su quanto è intercorso fra il prete e il bambino grava il segreto, così che quest’ultimo subisce due volte la violenza, venendo considerato corresponsabile e complice.

    Federico Tulli

  • Niente servizi sociali, don Turturro va in carcere

    Niente servizi sociali, don Turturro va in carcere

    Il tribunale di sorveglianza ha negato l’affidamento. Il sacerdote si è sempre proclamato innocente, rinchiuso in una cella di Pagliarelli

      di SALVO PALAZZOLO

    Si è sempre proclamato innocente, aveva chiesto di essere affidato ai servizi sociali, ma il tribunale di sorveglianza ha deciso di mandarlo in carcere per scontare la condanna a tre anni per abusi sessuali su minori. Don Paolo Turturro, ex parroco antimafia del Borgo Vecchio, è stato arrestato ieri pomeriggio. “Non ci aspettavamo questo esito – dice uno dei suoi legali, Vincenzo Gervasi – la procura generale aveva sospeso l’esecuzione della pena e aveva espresso parere favorevole alla richiesta di affidamento ai servizi sociali”. Ma il collegio presieduto da Giancarlo Trizzino ha deciso diversamente.

    Si conclude così una vicenda giudiziaria durata 13 anni. Le indagini della sezione Minori della squadra mobile, coordinate dal sostituto procuratore Alessia Sinatra, hanno portato il 7 giugno scorso alla pronuncia definitiva della Corte di cassazione. Tre anni per alcuni baci pesanti a un chierichetto. Gli altre tre anni e sei mesi inflitti nel primo processo d’appello, per una violenza ancora più pesante, sono invece caduti per la prescrizione. Ma resta il racconto della vittima, che riporta alla fine degli anni Novanta, quando il sacerdote del Borgo Vecchio era il simbolo della Palermo che non si rassegnava alla violenza mafiosa. In quegli anni, don Turturro era già all’apice della notorietà per le sue battaglie sociali.

    Ma il ritratto del sacerdote che emerge dal processo è un altro. A tinte fosche. Nei giorni scorsi, Turturro aveva detto di accettare la sentenza, aveva anche accettato di sottoporsi a un percorso terapeutico e di osservazione psicologica: così sperava di evitare il carcere dopo la decisione della Cassazione, facendo anche volontariato con un gruppo di anziani disabili, quattro ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Ma è finito in carcere, per la prima volta, perché dopo le prime accuse era stato solo allontanato da Palermo. Ora, Paolo Turturro entra in una cella del carcere di Pagliarelli da sacerdote, perché la Chiesa non l’ha mai sospeso dopo i provvedimenti della magistratura: per lui era scattato solo un lungo esilio, prima in provincia di Messina, poi a Baucina, al Borgo della pace, che un tempo era il cuore delle attività con i bambini a rischio.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2014/11/20/news/niente_servizi_sociali_don_turturro_va_in_carcere-100972788/

  • Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

    Bergoglio, Ratzinger e l’amore per gli esseri umani. Di Federico Tulli

    Il cappellano della Saint John’s School di Milwaukee, Lawrence Murphy, violentò oltre 200 scolari sordomuti di età inferiore ai 12 anni tra il 1950 e il 1974. Intorno alla metà degli anni Settanta fu trasferito dal proprio vescovo in un’altra diocesi dove, a suo dire, non commise più abusi. In base a un dossier segreto reso pubblico nel 2010 dal New York Times, è emerso che solo nel 1996 l’arcivescovo di Milwaukee, monsignor Weakland, aveva informato del caso il cardinale Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un primo momento, l’allora segretario di Ratzinger, Tarcisio Bertone, apparve deciso a istruire il processo canonico. Informato del rischio di essere ridotto allo stato laicale, Murphy (che ammise tutti i suoi crimini quando oramai erano prescritti) scrisse ai suoi futuri giudici ecclesiastici di essere pentito e malato, e chiese di evitare il processo.

    Una linea di condotta probabilmente studiata a tavolino dal sacerdote pedofilo, poiché lo psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee per esaminarlo aveva scritto chiaro e tondo nel rapporto conclusivo: «Non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Passano un paio di anni e il 30 maggio 1998, al termine di un summit in Vaticano in cui si deve decidere il da farsi, a

    Murphy viene intimato di «riflettere sulla gravità del male fatto» fino a quando non darà «prove di ravvedimento». La punizione viene comminata da Tarcisio Bertone, che era ancora il braccio destro di Ratzinger all’ex tribunale dell’Inquisizione, nel corso di un incontro con monsignor Girotti, don Antonio Manna dell’Ufficio disciplinare, padre Antonio Ramos, monsignor Weakland, il suo vescovo ausiliare, monsignor Skiba, e monsignor Fliss, vescovo di Superior.

    Il resto è storia; Murphy muore il 21 agosto dello stesso anno senza aver mai speso una parola per le vittime. Ma non è l’unico a mantenere un rigoroso silenzio. Secondo quanto scritto nel documento vaticano ‘confidenziale’ protocollato n. 111/96 – facente parte del dossier del New York Times – che riassume le fasi dell’incontro, Weakland nota che in caso di processo si correrebbe il «pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa».

    È questo uno dei tanti esempi di ‘ragion di Stato’ che hanno contribuito a insabbiare migliaia di casi di pedofilia nella seconda metà del Novecento permettendo che venissero stuprati decine di migliaia di minori che altrimenti si sarebbero potuti salvare.

    Ma per una volta – con il caso Murphy – non fu il ‘bene della Chiesa universale’ a prevalere all’atto della decisione finale. A calare la pietra tombale sulla vicenda del pedofilo serial killer ci pensò il cardinal Bertone osservando, in quella stessa sede, che il processo era inutile «per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti». Una lungimiranza politica e una – si fa per dire – umanità che furono premiate anni dopo, nel 2006, da Joseph Ratzinger divenuto Benedetto XVI, assegnando a Bertone la carica di Segretario di Stato.

    Perché racconto questa orrenda storia di pedofilia oramai sepolta negli archivi della cronaca nera e scarsamente indagata anche all’epoca dai nostri media? Perché è una delle tante che ruotano intorno alla figura di Ratzinger, colui che per primo invocò la “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia.  Mi è tornata alla mente leggendo la seguente dichiarazione di papa Francesco I durante il suo intervento alla Pontificia accademia delle scienze: «Benedetto XVI è stato un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, […], grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità».

    Senza dubbio, l’amore di Ratzinger per la Chiesa, e per il potere che conferisce, è certificato anche da come ha permesso di gestire la vicenda di Lawrence Murphy. Tuttavia per comprendere cosa intenda il gesuita argentino per «amore nei confronti degli esseri umani» e quindi la sua sintonia con l’agghiacciante fatuità e cinismo del suo predecessore che è tra i principali responsabili della diffusione della pedofilia clericale nel mondo (come si evince anche dalle considerazioni conclusive della Commissione Onu sui diritti del Fanciullo pubblicate il 5 febbraio 2014), occorre ricordare l’intenso momento di religiosità e soprattutto – si fa per dire – di umanità sgorgato dal cuore di Jorge Mario Bergoglio quando all’udienza generale dell’8 gennaio 2014 ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Tale discriminazione, unita all’idea perversa che l’abuso sia un’offesa a Dio prima che lo stupro di una persona umana inerme – pensiero, anche questo, che accomuna il pontefice e il papa emerito –, rappresenta la chiave di volta per scoprire le radici culturali della complicità morale e materiale dei gerarchi vaticani, tutti, nei casi di pedofilia clericale. Perché in questa frase di Bergoglio c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano – diviene tale con il battesimo – pertanto gli si può fare quel che si vuole. Salvo poi confessarsi per aver violato il VI Comandamento (e nel caso tornare a “peccare” dopo aver fatto penitenza).

    Federico Tulli

    (28 ottobre 2014)

     

  • Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    Scandali sessuali, casi di pedofilia, preti playboy e parroci nudi sul web: il Papa commissaria la diocesi di Albenga inviando nella piccola curia ligure un “amministratore apostolico” per vigilare su monsignor Oliveri

    la Repubblica, giovedì 23 ottobre 2014
    «Liberaci dal male», mormora monsignor Mario Oliveri dall’altare della cattedrale di San Michele Arcangelo. E sulla fronte gli s’allunga una ruga profonda: dolore, inquietudine. Amen, signor vescovo: ma è proprio vero che con tutti questi preti peccatori, Papa Francesco ha deciso di “commissariare” la sua diocesi? «Non voglio parlarne. Non è il momento», taglia corto.
    Dopo un quarto di secolo da indisturbato padrone di casa, Oliveri tra pochi giorni dovrà condividere il palazzo vescovile di Albenga con un altro prelato. Un “amministratore apostolico” scelto da Bergoglio per aiutarlo a reggere il peso dei troppi scandali delle sue parrocchie: sacerdoti condannati o indagati per pedofilia, altri che in processione corteggiano le fedeli più carine, parroci che posano nudi su Facebook o per siti gay, che svuotano le cassette delle elemosine e se la danno a gambe, che palpeggiano turiste adolescenti sul lungomare. Per non parlare di quelli che sfoggiano tatuaggi, fanno i barman nei locali notturni, organizzano giri di prostituzione.
    No, non è una barzelletta. È un rosario di nefandezze che fa due volte impressione, anche perché la diocesi di Albenga-Imperia è piuttosto modesta. Negli ultimi anni le procure hanno aperto decine di indagini e davvero ci deve essere qualcosa di orribile, se anche il nunzio apostolico Adriano Bernardini è tornato in Vaticano scuotendo la testa, dopo aver indagato per alcuni giorni.
    Dicono che l’«inquisitore» Bernardini sia stato mandato da Papa Francesco all’inizio dell’autunno proprio quando il vescovo ha avuto un malore celebrando la messa -, ma è possibile che le cose siano ancora più delicate. Perché il nunzio apostolico di solito si muove quando un tribunale comunica alla Santa Sede l’intenzione di aprire un fascicolo su di un vescovo. Monsignor Oliveri indagato? La procura di Savona, che è capoluogo della provincia, smentisce. Però non esclude che possa essere stata presentata una denuncia nei suoi confronti altrove. Brutta storia.
    «Bugie. Cattiverie della gente. Il vescovo nessuno lo manderà via. Se ne andrà lui da solo, vedrete. Gli manca poco alla pensione», spiega un parrocchiano. Settantuno anni, Oliveri da giovane sacerdote aveva intrapreso una carriera “diplomatica” tra Parigi e Londra. Ma qualcosa è andato storto, perché nel ’90 lo hanno nominato vescovo ad Albenga e da lì non si è più mosso. Era stato compagno di studi di Bernardini, che pare non sia in buonissime relazioni con Bergoglio (si erano incrociati a Buenos Aires nel 2003: sparlano che il nunzio giocasse a tennis con l’ex presidente Menem, poi condannato per traffico d’armi). Però la relazione di Bernardini al termine della visita non deve essere stata lusinghiera, se adesso arriva un “ausiliario” che presto sarà nominato vicario generale. Cosa ha scoperto? Intanto, gli è bastato leggere sui giornali i resoconti di indagini e processi. Don Luciano Massaferro, parroco di Alassio, condannato a 7 anni e 8 mesi per abusi sessuali nei confronti di una chierichetta, difeso strenuamente dal vescovo durante l’indagine. Silvano De Matteis, parroco a Diano San Pietro, accusato da un capitano di porto di averne corteggiato la moglie durante una processione. Don Cesare Donati, parroco di Bastia d’Albenga, che prima viene destituito con l’accusa di avere una compagna – il suo posto è preso da un prete che si è fatto fotografare nudo su di un sito gay -, poi dice che officerà nelle frazioni ma finisce a fare il barman. Padre Alfonso Maria Parente, già protagonista al festival di Sanremo, che fugge con la cassa della parrocchia di Pairolo. E fa spazio a don Juan Pablo Esquivel, che vive con un amico e raccontano appassionato di culturismo, già ricoverato per mononucleosi («Chi lo avrà baciato?», era il tormentone dei fedeli), famoso per le sue invettive contro le “arpie insoddisfatte”. Un link che rimanda a don Juan è presente anche sulla pagina facebook del vescovo Oliveri. E su Facebook c’è finito puree don Gabriel Viorel Irla, parroco di Poggi di Imperia: nudo, naturalmente. Alcune delle tante storie di cui Bernardini ha preso nota. Ma il resto?
    Fervente tradizionalista liturgico, monsignor Mario Oliveri nel 2008 ha celebrato in cattedrale una messa in latino, tre ore e mezza di cerimonia. Nei suoi post sui social network evoca spesso e volentieri il Pontefice “Benedictus XVI”. Cui era molto legato anche il cardinale Domenico Calcagno, che Bergoglio ha allontanato di recente dallo Ior. Calcagno è stato accusato di aver coperto diversi casi di pedofilia nella Curia di Savona. Dove era stato per 5 anni vescovo, prendendo il posto nel 2003 di quel monsignor Dante Lanfranconi a sua volta indagato due anni fa dalla procura savonese per aver coperto casi di pedofilia e abusi sessuali nella diocesi. Che confina con quella di Albenga. Oliveri e Lanfranconi si erano insediati insieme, un quarto di secolo fa. Luisa Bonello, medico savonese, a febbraio aveva consegnato a Papa Francesco un dettagliato rapporto sulle violenze commesse dai sacerdoti della zona, denunciando la “connivenza” dei vertici. «Liberaci dal male», gli aveva chiesto. Si è uccisa il mese scorso. La magistratura ha aperto un’inchiesta per “istigazione al suicidio”.

    Massimo Calandri
    Vedi anche Lo scandalo dei preti pedofili
  • Lettera a Papa Francesco – AssociazioneSordi “A. Provolo”

    Lettera a Papa Francesco – AssociazioneSordi “A. Provolo”

    “L’Istituto ecclesiastico Antonio Provolo di Verona ha garantito per oltre un secolo un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro, ma in quell’ edificio sono avvenuti episodi terribili: preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di oltre 60 tra bambini e bambine vissuti nell’Istituto.

    Ora, più di trent’anni dopo, le vittime hanno trovato la forza di denunciare i fatti accaduti. Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984. Come preannunciato in conferenza stampa presso la sala stampa della Camera dei Deputati a Roma il 09 aprile 2014 e tenuto conto che, dopo la commissione d’indagine voluta dal Vaticano, lo stesso ha ammesso gli abusi, è nostra intenzione chiedere i risarcimenti. Primo passo sarà a Bruxelles presso la commissione per i diritti umani assieme a Survivor’s Voice.

    Teniamo anche in considerazione che l’ONU ha fatto recentemente (febbraio 2014) una dura reprimenda nei confronti del Vaticano, per i comportamenti tenuti dallo stesso. Nel dicembre 2013 abbiamo scritto una lettera al Papa per chiedere che la Cei aprisse i propri archivi, dove sicuramente sono depositati moltissimi casi, ad a oggi sconosciuti.”
    Associazione Sordi “Antonio Provolo”

    Caro Papa Francesco,
    Siamo un gruppo di ex allievi dell’Istituto per sordomuti “Antonio Provolo” di Verona, che nel 2009 hanno denunciato sulla stampa, dopo tre anni di contatti infruttuosi con la Curia di Verona, gli abusi subiti da preti pedofili dell’Istituto, per evitare che ad altri bambini accadesse quello che è successo a noi.
    Subito siamo stati accusati dal Vescovo di Verona, che da un anno e mezzo era al corrente dei fatti, di essere dei calunniatori.
    Nel 2010 il Vaticano ha chiesto alla Curia di istituire una commissione di indagine con il compito di ascoltare i sordi vittime di abusi.
    Nel 2012, dopo la chiusura dei lavori della commissione, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ammesso gli abusi sui piccoli sordomuti e da calunniatori siamo tornati a rivestire, per l’opinione pubblica, il ruolo, non ricercato, delle vittime.
    Nonostante questo siamo stati lasciati soli.
    Nessuna solidarietà dalla Curia e dalle istituzioni ci è pervenuta.
    Solo l’Associazione Sordi “Antonio Provolo”, da sola, sta cercando di risolvere i gravi problemi di queste persone.
    Le Sue recenti dichiarazioni volte a far emergere il fenomeno delle violenze sessuali sui minori che hanno visto come tristi protagonisti dei membri del clero, ci hanno spinto, quasi incoraggiato a scriverLe.
    Abbiamo pensato allora alle possibili, terrene, risposte al problema che più ci sta più a cuore: nessun bambino deve più subire quello che abbiamo sofferto noi.
    Un po’temerariamente quindi approfittiamo di questa, per suggerirLe una operazione già attuata dalla Chiesa in altri Paesi: promuovere anche in Italia, una Commissione indipendente che faccia emergere i numerosi casi ancora sottaciuti del fenomeno.
    Sarebbe, per quanto ci sembra, una operazione ecumenicamente positiva: le vittime delle violenze potrebbero liberarsi in quell’ ambito di un segreto vissuto come vergognoso per anni, e riprendere una vita terrena meno difficile e rancorosa; la Chiesa, nel contempo, sanerebbe concretamente e in positivo un debito di verità con una realtà tanto tragica quanto, finora, negata.
    Sia pur con pena pensiamo anche ai nostri aguzzini di allora: aprire la finestra a quelle terribili verità terrene potrebbe risanare le piaghe interiori che devono essersi portati dentro per tanto tempo. Perchè anche i torturatori sono, sotto certi punti di vista, vittime delle oscenità perpetrate.
    Nessuna gratuita vendetta postuma cerchiamo quindi, ma misericordia e sostegno per le vittime.
    Per ottenere ciò cerchiamo il più prezioso degli alleati: il Papa.
    Buon Anno.
    Verona, 31 dicembre 2013
    In rappresentanza delle vittime: Giorgio Dalla Bernardina, Presidente Associazione Sordi “Antonio Provolo”

    P.S. Qualora lo ritenesse necessario, siamo fin d’ora a disposizione per un incontro con Lei al fine di esporLe personalmente quanto accaduto.
    Marco Lodi Rizzini, consulente udente dell’Associazione A. Provolo

  • Lettera a Papa Francesco-Ass.ne Sordi “A. Provolo”

    Lettera a Papa Francesco-Ass.ne Sordi “A. Provolo”

    Per oltre un secolo è stato un simbolo della carità della Chiesa: una scuola specializzata per garantire un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro.

    L’Istituto Antonio Provolo di Verona ospitava i piccoli delle famiglie povere, figli di un Nord-est contadino dove il boom economico doveva ancora arrivare.

    Fino alla metà degli anni Ottanta è stato un modello internazionale, ma nel tetro edificio di Chievo, una costruzione a metà strada tra il seminario e il carcere, sarebbero avvenuti episodi terribili.Preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”.

    Un’accusa sottoscritta da oltre 60 persone, bambini e bambine che hanno vissuto nell’Istituto, e che ora scrivono: “Abbiamo superato la nostra paura e la nostra reticenza”.

    Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984 Come preannunciato in conferenza stampa a Roma presso la sala stampa della Camera dei Deputati il 09 aprile 2014 e tenuto conto che, dopo la commissione d’indagine voluta dal Vaticano, lo stesso ha ammesso gli abusi, è nostra intenzione chiedere i risarcimenti.

    Primo passo sarà a Bruxelles presso la commissione per i diritti umani assieme a Survivor’s Voice. Teniamo anche in considerazione che l’ONU ha fatto recentemente (febbraio 2014) una dura reprimenda nei confronti del Vaticano, per i comportamenti tenuti dallo stesso”. Associazione Sordi “Antonio Provolo”

  • Pedofilia. Il Finto Arresto Dell’arcivescovo Josef Wesolowski

    Pedofilia. Il Finto Arresto Dell’arcivescovo Josef Wesolowski

    Villeggiatura da una stanza all’altra del Vaticano, nascosto e protetto dalla galera, quella vera.

     E’ la prima volta che il Vaticano arresta un altissimo prelato, un ex nunzio accusato di pedofilia. E lo fa nel proprio Stato, con il suo tribunale interno, per espressa volontà di Papa Francesco, visti i gravi fatti di abuso a danni di minori, avvenuti nella Repubblica Dominicana, di cui è accusato Jozef Wesolowski, ex rappresentante diplomatico della Santa Sede in quel paese sudamericano. Una notizia, anticipata da Enrico Mentana nell’edizione serale del Tg La7, che non arriva completamente inaspettata per gli addetti ai lavori, ma che è sicuramente un fulmine a ciel sereno per tutto il mondo, che aspetta da Bergoglio segnali di “rivoluzione” rispetto al passato.

    Ma le cose stanno effetivamente così? O Papa Francesco non stà facendo altro che proteggere il nunzio?
    Era il 2013 quando il Papa destituì in fretta e furia Jozef Wesolowski: dal Vaticano non fecero sapere quale sarebbe stata la nuova destinazione dell’alto prelato, anzi, il religioso fece letteralmente perdere le proprie tracce, tant’è che il Cardinale di Santo Domingo dovette ammettere di non sapere la sua ubicazione.

    Poco dopo, “magicamente“, apparvero pesantissime accuse di pedofilia. Ma Wesolowski nel frattempo era scomparso dal pianeta terra: era “al sicuro” in Vaticano, come venne fuori in seguito.

    Solo ieri il Vaticano, solo dopo fortissime pressioni dell’ONU, ha “arrestato” l’ex nunzio accusato di pedofilia. Perchè arrestato è tra virgolette? Perchè dopo appena tredici ore dall’ “arresto”, Wesolowski è già agli arresti domiciliari, nella sua calda stanza in Vaticano.

  • Con il via libera del Papa arrestato arcivescovo accusato di abusi sui minori

    Con il via libera del Papa arrestato arcivescovo accusato di abusi sui minori

    Si tratta dell’ex nunzio Jozef Wesolowski già condannato allo stato laicale dall’ex Sant’Uffizio per abusi sessuali su minori. Dal pomeriggio è agli arresti domiciliari.

    ROMA – L’ex nunzio Jozef Wesolowski, 66 anni, sotto inchiesta per pedofilia, è stato arrestato oggi in Vaticano. L’arresto, reso noto dal Tg de La 7, è stato realizzato secondo le indicazioni di Papa Francesco, ha dichiarato padre Federico Lombardi: “L’iniziativa assunta dagli organi giudiziari dello Stato è conseguente alla volontà espressa del Papa, affinché un caso così grave e delicato venga affrontato senza ritardi, con il giusto e necessario rigore, con assunzione piena di responsabilità da parte delle istituzioni che fanno capo alla Santa Sede”.

    Mons. Wesolowski, che ha già avuto una condanna canonica di primo grado che lo ha visto ridotto allo stato laicale dall’ex Sant’Uffizio per abusi sessuali su minori, è stato arrestato questo pomeriggio intorno alle 17.

    Le accuse. Jozef Wesolowski, confermano fonti Oltretevere, è stato arrestato dagli agenti della Gendarmeria vaticana su ordine del promotore di giusitizia che lo accusa di reati di pedofilia quando era nunzio della Repubblica Dominicana tra il 2008 e il 2013. Wesolowski avrebbe adescato alcuni ragazzini su una spiaggia di Santo Domingo pagandoli per fare sesso. Un diacono, suo ex collaboratore, ha riferito di avergli procurato giovani per rapporti sessuali. Anche altri quattro testimoni hanno puntanto il dito contro il monsignore, indagato, oltre che Santo Domingo, anche in Polonia dove, in base ad accordi internazionali, Varsavia persegue i suoi cittadini anche per reati commessi all’estero.

    Wesolowsky era stato richiamato in Italia nell’estate di un anno fa, dopo che l’arcivescovo di Santo Domingo aveva informato della vicenda Papa Francesco. Nel frattempo la procura distrettuale di Varsavia aveva chiesto informazioni sul suo status legale. Dal Vaticano nel gennaio di quest’anno era giunta la risposta: godendo di immunità diplomatica e in ogni caso essendo cittadino vaticano non poteva essere estradato, perché tra Santa Sede e Polonia non ci sono accordi in tal senso. Il 26 giugno la Congregazione per la dottrina della fede avava processato il 66enne ai fini della giurisdizione canonica, decretandone la restituzione allo stato laicale. Contro questa sentenza è stato promosso appello, ma il giudizio ancora non è stato emesso e arriverà nelle prossime settimane.

    Così l’alto prelato polacco, privo dell’immunità diplomatica era tornato a Roma, vivendo in un convento. Nel frattempo, autorizzata dal Pontefice, era partita anche l’indagine penale dell’autorità Vaticana. Qualche giorno fa i gendarmi vaticani hanno informato il promotore di giustizia che era in Italia e stamattina è stato convocato negli uffici del tribunale vaticano: quindi la notifica, le formalità di rito e l’arresto.

    Anche Onu aveva chiesto intervento. Il caso Wesolowski era stato al centro anche delle dure critiche del Comitato Onu contro la tortura nei confronti della Senta Sede. In più occasioni il Comitato di Ginevra aveva chiesto al Vaticano  di garantire indagini immediate e imparziali sulla condotta del Nunzio a Santo Domingo. L’ultima richiesta dell’Onu risale a maggio scorso. Con il nuovo corso voluto da Papa Francesco, a giugno la condanna allo stato laicale, oggi l’arresto.

    SCANDALO IN VATICANO

    Il precedente del maggiordomo di Ratzinger. Dopo l’ex maggiordomo di Papa Ratzinger, Paolo Gabriele, questo è il secondo clamoroso arresto in Vaticano, anche se la situazione è molto diversa. L’arresto di Gabriele, nel maggio 2012, il processo per il furto dei documenti dall’appartamento papale e la successiva detenzione hanno fatto il giro del mondo. Come anche la grazia che Benedetto XVI ha concesso al suo ex strettissimo collaboratore prima del Natale 2012.

    http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/23/news/pedofilia_arrestato_in_vaticano_arcivescovo_accusato_di_abusi_col_s_del_papa-96500566/