Lobby gay, il Papa denuncia. Ma i telegiornali non danno la notizia
Le parole del Pontefice pronunciate il 6 giugno scorso durante un’udienza privata nel Palazzo Apostolico vaticano vengono ignorate dai principali tg italiani. Eppure la notizia aveva già fatto il giro del mondo
di Francesco Antonio Grana | 11 giugno 2013
La notizia che non c’è. L’affermazione di Papa Francesco sull’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano fa il giro del mondo ma non c’è né nel Tg1 delle 20, né nel Tg2 delle 20,30 e nemmeno nel Tg5 delle 20 di questa sera. Il principale telegiornale della Rai nell’edizione delle 20 ha mandato in onda il servizio di Aldo Maria Valli, già trasmesso alle 13,30, sulle frasi di Papa Francesco sui soldi nella Chiesa pronunciate nella Messa mattutina delle 7 di oggi e rilanciate dall’agenzie di stampa intorno alle 11 di stamane. Anche per il Tg2 le notizie vaticane si fermano alle affermazioni di Bergoglio sulla povertà che deve caratterizzare la Chiesa cattolica.
Nelle notizie del telegiornale che scorrono sullo schermo si fa menzione soltanto delle frasi della Messa mattutina a Santa Marta. Della “lobby gay” neanche l’ombra. Sulla stessa linea il Tg5 delle 20. Il conduttore Giuseppe De Filippi si limita a leggere le frasi del Papa sulla povertà della Chiesa mentre vanno in onda le immagini dell’udienza generale di mercoledì 5 giugno in piazza San Pietro e quelle dell’Angelus di domenica scorsa. Eppure mentre i tg Rai e Mediaset vanno in onda, le affermazioni forti di Papa Francesco, pronunciate il 6 giugno scorso durante un’udienza privata nel Palazzo Apostolico vaticano, e rese pubbliche dal sito cileno Reflection and Liberation, fanno il giro del mondo e vengono riprese dai principali siti dei quotidiani italiani e stranieri, oltre che dalle principali agenzie di stampa internazionali.
La denuncia di papa Francesco: “In Vaticano esiste una potente lobby gay”
La rivelazione di Bergoglio durante l’incontro con i rappresentanti della Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose (Clar), svoltosi a Roma il 6 giugno scorso. Padre Lombardi: “Riunione privata, no comment”
di Francesco Antonio Grana | 11 giugno 2013
Più informazioni su: Gay, Jorge Mario Bergoglio, Joseph Ratzinger, Papa Francesco, Vaticano, Vatileaks.
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“In Vaticano esiste una ‘lobby gay‘”. Parola di Papa Francesco. Secondo quanto si legge sul sito cattolico latinoamericano Reflection and Liberation, infatti, durante l’incontro tra il Pontefice argentino e i rappresentanti della Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose (Clar), svoltosi in Vaticano il 6 giugno scorso, Bergoglio ha ammesso l’esistenza di una “lobby gay” in Vaticano, riconoscendo, inoltre, che esistono numerose difficoltà che ostacolano la riforma della Curia romana dove è presente anche una “corrente di corruzione”.
La riforma della macchina curiale, auspicata dalla grande maggioranza dei cardinali durante le dieci congregazioni generali che hanno preceduto il conclave, è per Papa Francesco “un’impresa difficile”. Secondo la sintesi dell’incontro, durato quasi un’ora, riportata dal sito, il Pontefice ha confidato ai suoi interlocutori: “Nella Curia ci sono persone sante, davvero, ma c’è anche una corrente di corruzione. Si parla di una ‘lobby gay’, ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare”. Interpellato dalla France presse, il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha dichiarato: “E’ stato un incontro privato, non ho commenti da fare”.
Non si sa se, non essendo il cardinale Bergoglio un assiduo frequentatore dei palazzi vaticani, queste informazioni l’attuale Papa le abbia tratte dal voluminoso dossier Vatileaks redatto dai tre “cardinali 007″ di Benedetto XVI, Julián Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi. Già in quella vicenda si era parlato di una forte “lobby gay” presente in Vaticano, e in particolare nella Segreteria di Stato, notizia che alcuni vescovi italiani confermano a ilfattoquotidiano.it. Secondo alcune indiscrezioni emerse alla fine del febbraio scorso, tutto ruoterebbe attorno alla violazione di due comandamenti: non commettere atti impuri e non rubare, ovvero sesso e soldi.
In particolare, proprio la scoperta della presenza di una “lobby gay” all’interno del Vaticano avrebbe scioccato maggiormente Benedetto XVI, già intenzionato a rinunciare al pontificato, come confidato diversi mesi prima della vicenda Vatileaks al fratello maggiore Georg. Anche don Andrea Gallo, nel suo libro-testamento su Papa Francesco, pubblicato subito dopo il conclave, aveva scritto che nella Chiesa esiste “una lobby omosessuale molto forte: un gruppo di vescovi che nasconde la propria omosessualità e la sublima non nella castità bensì nella ricerca del potere; cercano di allungare la catena che li unisce creando altri vescovi omosessuali”. Intanto, proprio oggi esce in libreria il nuovo volume di Papa Francesco intitolato “Non lasciatevi rubare la speranza” (Libreria Editrice Vaticana) che raccoglie tutte le catechesi del mercoledì e le riflessioni domenicali pronunciate prima del Regina Coeli nel tempo pasquale.
Abusi sessuali e orge su bambine in un orfanotrofio cattolico (10 anni di impunitá)
PROVINCIA DE HIGUEY, REPUBLICA DOMINICANA, Preso Amontonado en la Carcel Publica de la provincia de Higuey Lugar:Provincia de Higuey Foto:Cesar de la Cruz Fecha:
Gli ultimi casi di abuso sulle bambine della Casa Infantile Cattolica Francisco Javier, di San Rafael del Yuma, Higüey sono stati registrati nell’anno 2003.
nel carcere di Higüey sono morti 136 prigionieri, tra loro vari accusati del caso dell’orfanotrofio.Acento.com.do/Archivo.
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SANTO DOMINGO, Repubblica Dominicana.- Oggi, 4 di giugno, é il Giorno Internazionale dei Bambini Vittime Innocenti di Aggressione, dichiarato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
“Il proposito del giorno é riconoscere il dolore che soffrono i bambini in tutto il mondo che sono vittime di maltrattamenti fisici, mentali ed emozionali. Questo giorno afferma l’impegno delle Nazioni Unite di proteggere i diritti del bambino”, ha dichiarato l’ ONU.
Prendendo occasione di questa importante data, Acento.com.do ricorda che dieci anni fa la Repubblica Dominicana assisteva con stupore alla denuncia del fatto che decine di bambine e bambini sono stati violentati e sottomessi ad altri abusi, incluso essere obbligati a partecipare a riti “satanici” e omicidi, nell’orfanotrofio Casa Infantile Cattolica Francisco Javier, di San Rafael del Yuma, Higüey.
La giornalista Edith Febles, allora giornalista investigatrice del quotidiano El Caribe, ha pubblicato nel 2005 una serie di reportage su questo fatto orrorifico.
Gli abusi e le violenze sessuali sulle bambine sono state commesse negli anni 2002 e 2003. Nelle indagini del Pubblico Ministero sono stati presentati esami medici di 12 bambine, che hanno rivelato che per lo meno quattro sono state vittime di “deflorazione della membrana dell’imene” . Altre presentavano “membrana dell’ imene intatta, peró con lacerazioni e manipolazioni vaginali”.
Per dieci anni, l’ impunitá ha coperto la chiesa cattolica e coloro che avrebbero dovuto rispondere davanti alla giustizia per questi atti.
Uno degli indagati, il diacono Rigoberto de Jesús González Padial, cubano – americano, é morto nel 2006, dopo essere stato favorito da un “Non luogo a procedere”.
Altri accusati sono morti in un incendio che ha distrutto il carcere di Higüey, dove sono morti 136 reclusi. Ci sono stati seri sospetti del fatto che l’incendio sia stato provocato da parti interessate a che lo scandalo dell’orfanotrofio non venisse debitamente chiarito.
“Violentavano tutte le bambine e i bambini. E ci violentavano tutti quelli che stavano lá, nella casa…Sí; io ho visto il padre Cirilo e il padre Betances e Joel che si mettevano costumi, parrucche, gonnelline, reggiseni, magliettine; loro mettevano musica, si mettevano a ballare, violentavano bambine e uccidevano anche persone”
Dalla fine del 2005 il caso é rimasto chiuso, a prescindere da tutte le prove e le rivelazioni delle vittime, fino a che nel 2010 il Secondo Tribunale Collegiato della Camera Penale de La Altagracia ha fissato per il 22 di novembre di quest’anno l’udienza a due preti ed altri accusati di violentare sessualmente nove minorenni della casa infantile cattolica.
I giudici Sagrario del Río, presidente, Vicente Marte Jiménez ed Arístides Heredia Sena si sono decisi a processare i sacerdoti Cirilo Antonio Núñez e Ramón Antonio Betances, e i salariati ed impiegati dell’orfanotrofio Margarita Gardin vedova González, Alejandro del Rosario Divison e Rosa Elena Mota. Il diacono Rigoberto González Padial, principale responsabile dell’ orfanotrofio “La Cittá dei Bambini, San Francisco Javier”, é morto il 7 di gennaio del 2006 in una clinica di Santiago. Non é stata ancora emessa una sentenza definitiva sul caso.
L’orfanotrofio é stato chiuso. I sacerdoti riposizionati in altre responsabilitá. Il vescovo Ramó Benito de la Rosa Carpio é stato trasferito dalla Diocesi de La Altagracia all’ Arcidiocesi di Santiago de los Caballeros (in pratica, una promozione).
E intanto gli anni passano e questi crimini rimangono in una vergognosa dimenticanza, la cupola della chiesa cattolica pretende continuare ad erigersi nella direttrice morale di tutta la societá dominicana, e decidere che cosa si insegna o non si insegna sull’educazione sessuale e la salute ed i diritti di riproduzione. Appoggia anche l’ordine di imporre la mano dura (uccidere) i delinquenti di strada, mai quelli in colletto bianco.
Per testimonianza per la storia e la coscienza nazionale, qui avanti riproduciamo parte degli interrogatori eseguiti sulle minorenni violentate e torturate nella Casa Infantile Cattolica Francisco Javier, di San Rafael del Yuma, Higüey. Anche parte degli interrogatori ai sospettati e a persone relazionate con l’orfanotrofio.
I nomi delle minori sono stati omessi per ragioni legali. Avvertiamo che si tratta di un contenuto esclusivamente per lettori adulti, a causa della crudezza dei fatti narrati.
Si tratta di un documento realista, con un contenuto forte, crudo. Portanto, raccomandiamo alle persone molto sensibili che si astengano dal leggerlo.
Questi interrogatori sono stati fatti dal Tribunale della Prima Istanza di Bambini, Bambine ed Adolescenti nel Distretto Nazionale. Hanno la data del 31 di maggio del 2005, e sono stati diretti dal magistrato Carmen Mancebo, giudice presidente.
Bambina 1:
P. “Quanti anni hai?”
R. “12 anni”.
P. “Cosa faceva o diceva Rigoberto (il diacono)?”
R. “Lui chiamava nel suo ufficio (menziona il nome di 4 bambine) per domandare loro perché dicevano questo (parlare delle violenze sessuali e dei maltrattamenti). Lui le chiamava una per una.”
P. “Ricordi qual’era l’attitudine delle bambine dopo essere uscite dall’ufficio?”
R. “Dopo questo, loro hanno smesso di parlare di questo”.
P. “A cosa credi che sia dovuto che loro hanno smesso di parlare di questo, dopo che Rigoberto ha parlato con loro?”.
R. “La cosa piú sicura é che lui gli abbia detto di non dire niente”.
P. “Credi che Rigoberto credesse in quello che le bambine dicevano?”.
R. “No; lui credeva solo a me e a …., perché eravamo le piú grandi, per questo lui ci chiamava e ci domandava se era vero, e noi gli dicevamo che no, che non lo sapevamo”.
P. “Perché voi gli dicevate di no, se voi vedevate che sí, che stavano facendo danno alle bambine?”
R: “Perché loro dicevano delle feste e noi non sapevamo delle feste.”
P. “Perché non le dicevate delle violenze che dici che vedevi nella casa di Ventura?”.
R. “Joel mi diceva di non parlare”.
P. “Cosa ti diceva esattamente Joel?”.
R. “Di non parlare, che se parlavo mi avrebbe tagliato la lingua”.
Bambina 2:
P. “Cosa facevano alla figlia di ( ….) e chi glielo faceva?”
R. “Le mettevano le dita nella vulva e le davano da bere qualcosa perché dormisse. Mettevano anche le bambine a metterle le dita …”.
P. “Quante volte siete andati a fare questo che dici?”.
R. “Varie volte”.
P. “Sai dire perché hanno smesso di lavorare nella casa Dolores, Elena Marcela e Magali?”.
R.“Elena ha detto che se ne andava perché doveva operarsi un seno. Magaly se n’é andata perché io dicevo a Rigoberto che lei colpiva le bambine. Dolores, perché dicevano che lei aveva violentato … e … e Marcela se n’é andata perché ha avuto paura che dicessero che anche lei stava in questo”.
P. “Conosci Adocinda?”
R. “Sí, lei é la moglie di Ventura, che vive al lato della casa”.
P. “Quando Joel portava le bambine a casa sua a fare loro “porcherie”, dove stava Adocinda?”.
R. “Stava nella sua casa”.
P. “Lei si rendeva conto di quello che si faceva?”
R. “Sí”.
P. “Cosa faceva lei?”
R. “Lei solo guardava”
P. “Quando terminavano di violentare le bambine, cosa facevano?”
R. “Ci portavano alla casa e ci mettevano a letto”.
P. “Ricordi di aver visto animali nella casa di Ventura?”.
R. “Sí, lui aveva cavalli, vacche, porci e una cagna”.
P. “Ricordi di aver visto uno di quegli animali dentro alla casa di Ventura quando stavano violentando le bambine?”.
R. “No. Peró … diceva che Joel lo lo metteva a fare sesso con la cagna”.
P. “Chi é….?”
R. “Il fratellino di … che ha 7 anni”.
P. “Hai udito dire a una delle bambine che portavano alla casa di Ventura, che si uccidevano (sacrificavano) persone o animali?”.
R. “Sí … e … dicevano che Joel e Ventura uccidevano neonati e mettevano il sangue in una latta, e che la notte facevano una circolo fuori dalla casa di Ventura (nel patio), che mettevano una di loro in mezzo al circolo, a lato della candela, che dicevano molte cose e poi le tiravano addosso il sangue e poi si mettevano a fare “porcherie” tra loro”.
P. “Se queste bambine dicevano questo, perché non lo dicevi agli incaricati della casa?”
R. “Perché loro lo dicevano davanti a loro, a Rigoberto e Margarita”.
P. “Cosa facevano loro quando le bambine dicevano questo?”
R. “Margarita diventava come nervosa, alcune volte non poteva parlare né camminare. Rigoberto non faceva niente, rimaneva uguale”.
P. “Quante volte hai udito le bambine parlare di questo davanti a Rigoberto e Margarita?”
R. “Tutti i giorni loro parlavano di questo davanti a loro.”
Bambina 3:
P. “Spiegaci, cos’é successo?”
R. “Violazioni”.
P. “Cosa vuoi dire con “violazioni”?”.
R. “Che ci violentavano”.
P. “Chi violentava e chi violentavano?”
R. “Violentavano tutte le bambine e i bambini. E ci violentavano tutti quelli che c’erano lá, nella casa”.
P. “Puoi darci i nomi delle persone che stavano nella casa?”.
R. “Raysa, Yoly, Jesenia, Joel, Ventura, Adocinda, Caco (Charo, la mamma di Raysa), Felicia (che era innamorata di Joel), Dolores, Eliseo”.
P. “In che luogo succedevano gli abusi?”
R. “Nelle stanze delle bambine e dei bambini, nella casa di Margarita e Rigoberto, e nella casa di Adocinda e Ventura”.
P. “Quando questo succedeva nella casa di Margarita e Rigoberto, dove stavano loro?”
R. “Lí; perché era che loro (Joly e Yesenia) li ubriacavano e glielo facevano anche a loro”.
P. “Cos’ era quello che facevano a Margarita e a Roberto?”
R. “Che gli salivano sopra e cominciavano a fargli oziositá”.
P. “Hai potuto vedere il pene di Rigoberto?”.
R. “Sí”.
P. “Come ce l’aveva?”
R. “Quando lo intontivano, ce l’aveva basso; ma poi lui si svegliava e faceva finta di essere intontito e gli si alzava”.
P. “Cosa facevano a Margarita e a Rigoberto per ubriacarli?”
R. “Gli davano qualcosa da annusare o da bere”.
P. “Chi gli faceva questo?”
R. “Joly e Yesenia”.
P. “Quando loro andavano alla casa di Rigoberto, come stavano Rigoberto e Margarita?”.
R. “Dormendo”.
P. “Chi apriva loro la porta?”
R. “Rigoberto e Margarita lasciavano sempre aperta la porta di dietro.”
P. “In qualche occasione hai visto qualche persona mascherata che violentava qualcuna delle bambine?”.
R. “Sí; io ho visto il padre Cirilo e il padre Betances e Joel che si mettevano costumi, parrucche, gonnelline, reggiseni, “magliettine”; loro mettevano musica, si mettevano a ballare, violentavano bambine ed anche uccidevano persone”.
P. “Questo che ci racconti, lo hai visto o qualcuno te lo ha raccontato?”
R. “Io l’ho visto. Loro ci mettevano ad uccidere bambinie gente anziana, perché loro prendevano foglietti e li distribuivano nel quartiere perché venisse gente incinta, bambini piccoli… loro li invitavano come ad una festa.
“Il primo rituale lo hanno fatto con me, che hanno ucciso un chichí (bebé). Mi hanno messo a prenderlo tra le braccia, poi hanno messo legna, hanno fatto un fuoco, mi hanno tolto il bimbo dalle braccia. Un uomo lo ha violentato e poi lo ha ucciso infilandogli un coltello nella schiena.
“Poi un uomo e Yesenia gli hanno tolto il cuore e lo hanno buttato in una latrina, gli hanno tolto gli occhi e li hanno dati ad una donna che non so come si chiama, ma é la sorella di un’amica di Yesenia, che si chiama Jesennolie. Poi gli hanno tolto il sangue e hanno spruzzato tutti noi, ce lo hanno tirato addosso.
“Per ultimo, hanno bruciato il corpo ed hanno buttato le ceneri. Quando é terminato il rituale, le persone che stavano nel circolo si sono messi i loro vestiti perché eravamo nudi”.
“Dopo aver bruciato il corpo del bambino, é arrivata una signora incinta, l’hanno intontita e l’hanno sdraiata in un letto. Al letto hanno fatto un buco ed hanno messo un cubo sotto al buco. Poi hanno messo … una delle bambine perché la uccidesse; Joel le ha dato un coltello ma lei non la voleva uccidere e stava tremando e quindi Joel le ha picchiato sulla mano … perché le cadesse il coltello … a (la bambina) é scappato il coltello ed ha ucciso la donna.
Poi ci hanno messo (le cinque bambine) a toglierle la pelle. Dopo averle tolto la pelle, loro hanno preso la carne della donna e l’hanno fritta e l’hanno data alla gente (presente) perché la mangiassero. Le hanno anche tolto gli occhi e li hanno fritti. Le ossa le buttavano lontano”.
“Questa stessa notte hanno intontito anche un uomo ed hanno messo … perché lo uccidesse, ma neanche lei voleva uccidere, ma lo ha ucciso. All’uomo hanno tolto la pelle e gli hanno tagliato il pene. In quel luogo c’era anche … che é una bebé; lei era seduta sulle gambe di … ed hanno messo a congelare il pene dell’uomo morto e quando é diventato duro lo hanno dato alla bebé perché lo succhiasse.”
P. “Alcune delle bambine parlavano con Rigoberto e Margarita di quello che stava succedendo?”
R. “Sí, io, …, …, … e … . Loro ci hanno messo a scrivere tutto quello che succedeva, dall’inizio fino all’ultimo, abbiamo fatto cinque quaderni, lí abbiamo messo tutti i nomi delle persone che ci violentavano, tutte le cose del diavolo, tutto quello che ci facevano”.
P. “Cos’hanno fatto Rigoberto e Margarita quando voi gli avete scritto questo che dici?”.
R. “Rigoberto si suppone che stava piangendo, con le mani sulla faccia, ma stava fingendo; e nemmeno Margarita ha fatto nulla”.
P. “Dove stanno questi quaderni?”
R. “Li abbiamo lasciati lá, nella casa. Un vescovo che difendeva il padre Cirilo, ci voleva confondere, come per far sí che non parlassimo del fatto che c’era il padre Cirilo. Un giorno, il padre Cirilo e Rigoberto si volevano uccidere, perché il padre Cirilo tutti i sabati andava a dire messa nella cappella e Rigoberto non voleva che andassimo, perché io sapevo quello che stava succedendo. E Cirilo ci chiamava ma noi non andavamo, quindi Rigoberto voleva dare un pugno sui denti e una pugnalata a Cirilo, ma Alejandro lo ha afferrato e per questo non lo ha fatto”.
P. “Dici che il padre Cirilo e il padre Betances hanno partecipato nelle cose cattive che hanno fatto a voi. Quante volte li hai visti partecipare?”
R. “Due volte, nella casa di Adocinda. Loro, Betances e Cirilo, prendevano il pane della chiesa e lo portavano alla casa di Adocinda e dicevano: “Questo é il corpo di Satana” e lo passavano sul pene e la vagina di tutti noi che stavamo lí, anche delle bambine, e poi ce lo davano da mangiare a tutti. Prendevano anche il vino e lo mescolavano con pipí e ce lo davano da bere.”
P. “Cirilo e Betances hanno abusato di voi?”
R. “Sí, ci mettevano il pene nella vagina”.
P. “Questi padri vi facevano regali?”
R. “No. Quando il padre Chirlillo dava messa, quando terminava la messa, Rigoberto ci tirava delle foto nella cappella e il padre Cirilo approfittava e ci toccava i glutei, lui ci abbracciava sempre e ci sedeva sempre sulle sue gambe”.
Seconda parte:
Interrogatorio a Rigoberto De Jesús González Padial
Domanda: “Quando lei ha ricevuto la notizia delle violenze alle bambine della casa San Francisco Javier, qual’é stata la sua reazione?”
Risposta: “L’ho ricevuta il 29 di febbraio, io ero arrivato il giorno prima, ed eravamo riuniti in una festina Alejandro, Elena, Margarita, che é mia moglie, ed io, ed hanno interrotto 3 o 4 bambine dicendo a Margarita che avevano qualcosa da dirle. Quindi lei ha detto loro che era occupata, é uscita con le bambine ed é tornata, ed ha detto che quello che le avevano detto a lei lo ripetessero a noi. E le bambine ci hanno manifestato che erano state abusate sessualmente da Yesenia, la haitiana. Quindi il giorno dopo era il primo di marzo, ed io ho mandato a cercare Joel, e gli ho ordinato di dire a Yesenia di non tornare al centro a lavorare, nonostante questo lei si é presentata al centro e l’abbiamo confrontata, l’amministrazione insieme alle bambine e poi abbiamo chiamato il poliziotto assegnato al centro, capo Jenry (sic) Concepción, e l’ha arrestata mentre io e Alejandro formalizzavamo la denuncia”.
Domanda: “Cosa intende lei che fa cambiare la dichiarazione delle bambine, quando poi implicano altre persone in questo fatto?”
Risposta: “Per quello che capisco le bambine erano sotto pressione o minacciate e mentre vedevano intorno le altre persone, non si azzardavano a menzionarle”.
Domanda: “In uno scritto che lei ha passato al Ministero Pubblico di questo Distretto Giudiziale, lei attribuisce responsabilitá penali ai padri Betances, Cirilo e Antonio?”.
Risposta: “Io ho consegnato una denuncia basata sulle dichiarazioni, nomi e fatti che ci hanno dato le bambine, non posso accusare direttamente nessuno perché io non sono stato testimone di nessuno dei fatti, mi sono dedicato solamente ad informare il Ministero Pubblico perché attuasse sui fatti.”
Domanda: “Con quali intenzioni lei voleva andarsene dal paese sabendo che su di lei pesava un ordine di divieto di uscita?”
Risposta: “Perché nella mio giudizio interno credo che sia stata commessa un’ingiustizia, non so nemmeno le leggi vigenti, non sono un legale, non sono mai stato coinvolto in nessun momento della mia vita e mi sento libero”.
Domanda: “Qual’é il nome di sua moglie?”
Risposta: “Margarita Gardin De González”.
Domanda: “Lei potrebbe dire a sua moglie che a noi interessa interrogarla?”
Risposta: “Non c’é nessun problema, perché mia moglie venga al paese per essere interrogata, ma in questo momento lei non puó camminare.”
Domanda: “Quali sono i responsabili di queste violenze?”
Risposta: “Non lo so, sono solo un interlocutore di queste bambine, quello di cui sono sicuro é che sono state violentate”.
Domanda: “Peró lei crede che ci sia stato una trascuratezza vostra o degli incaricati della Casa?”.
Risposta: “No, so solo che mi hanno ingannato i miei impiegati, tra loro Joel, Yoly, Ludy e Leticia.
Domanda: “Qual’é la ragione per la quale le bambine, nell’interrogatorio che gli é stato fatto dalla Procura Generale della Repubblica, hanno menzionato il direttore di questo centro come una delle persone che hanno partecipato nelle violenze?”.
Risposta: “Nella nostra denuncia noi menzioniamo, nonostante la vergogna che ho sentito verso la mia famiglia e la societá, che le bambine ci hanno detto che anche noi siamo stati violentati sessualmente, incoscienti e drogati, ossia che ci hanno portati via addormentati.”
Domanda: “Per quale ragione é venuto in un paese come il nostro e si é collocato nel paesino di Yuma a contribuire o edificare la Casa San Francisco Javier?”
Risposta: “Per me sono cose di Dio.”
Terza parte:
Interrogatorio a Alejandro Del Rosario Divison
D.“Perché le bambine e Rigoberto dicono che lei partecipava in questi atti (violenze e torture)?”.
R.“Non lo so, dato che loro dicono che portavano anche noi addormentati a questi riti satanici.”
D. “Quale crede che sia il motivo che induce la bambina (…) a mencionare lei e sua moglie?”.
R. “All’inizio di settembre del 2003 noi abbiamo consegnato al Pubblico Ministero le informazioni che noi avevamo a nostra disposizione e abbiamo detto alle autoritá che ci aiutassero in questa situazione.”
Quarta parte:
Interrogatorio al sacerdote Cirilo Antonio Núñez
D. “Quali erano le sue relazioni d’amicizia con il padre Betances in Yuma?”
R. “Non ho mai avuto relazioni con lui lá.”
D. “Perché il diacono Rigoberto la menciona in questo fatto, il padre Betances e il padre Antonio?”
R. “Non intendo per quale ragione”.
D. “Le bambine negli interrogatori dicono che lei partecipa negli atti sessuali”
R. “Non ho coscienza di questo”.
D. “Qual’era il padre che andava al centro con una pistola?”.
R. “Non ho evidenza di questo”.
D. Lei non ha ascoltato se il diacono Rigoberto participava in questi abusi?”.
R. “No, non ho evidenza di questo”.
D. “Lei é cosciente del fatto che sono stati perpetrati abusi sessuali nella Casa San Francisco Javier?”.
R. “Sí, dovuto al fatto che portavano i certificati medici, ma non si sa se queste bambine sono arrivate al centro giá abusate”.
Quinta parte:
Interrogatorio al padre Ramón Antonio Betances De Jesús
D. “Quanti giorni visitava il centro dei bambini?”.
R. “Io sono stato lí molte poche volte. Non ho mai ufficiato una messa lí”.
P. “Il diacono Rigoberto González menziona il padre Cirilo, il padre Antonio e il ex padre Ramón Betances, é certo che voi avete partecipato negli abusi delle bambine?”
R. “Saremmo incapaci di partecipare in qualcosa cosí”.
Sesta parte:
Interrogatorio a Rosa Elena Mota
D. “Anche lei é stata abusata?”
R. “Le bambine dicono questo, ma io non lo so.”
D. “Per lei i responsabili di questi fatti stanno in carcere?”.
Secondo no del tribunale alla richiesta di Don Ruggeri di revoca delle misure cautelari. L’accusa è di atti sessuali con una 13enne
FANO – E due. Per la seconda volta il gip Lorena Mussoni ha detto no alla richiesta di revoca (o modifica in una misura più lieve) dell’obbligo di dimora a Perugia inflitta a don Giangiacomo Ruggeri, il prete accusato di aver commesso atti sessuali con una tredicenne. Nonostante il secondo parere favorevole del pm Sante Bascucci. E sempre per lo stesso motivo: don Ruggeri potrebbe ricommettere lo stesso reato (“pericolo di recidiva specifica”). Il sacerdote rimarrà quindi ancora per un po’ confinato nel capoluogo umbro. Nel frattempo però il suo difensore, l’avvocato Gianluca Sposito, non è rimasto con le mani in mano e nel giro di poche ore dal ricevimento del secondo rigetto ha subito preparato l’appello su cui deciderà il Tribunale del Riesame di Ancona. Sposito insiste nella stessa richiesta: o la revoca della misura oppure la concessione di una più lieve come l’obbligo di firma o il divieto di avvicinarsi alla presunta vittima. “Non esistono più le esigenze cautelari e dunque il provvedimento è illogico e privo di motivazione – spiega il legale – Lo hanno dimostrato le stesse conclusioni delle indagini dalle quali è chiaramente emerso che gli episodi commessi dal sacerdote sono quelli che gli vengono contestati sin dall’inizio della vicenda, solo quei due fatti, assolutamente unici e peraltro senza addebito di coazione neanche morale. Nulla è emerso su eventuali patologie psichiche, morbosità, devianze sessuali. Eppure le indagini sono state svolte con uno scrupolo senza pari. Se già a dicembre il quadro cautelare appariva ridimensionato, oggi è definitivamente azzerato. Il pericolo di reiterazione è assolutamente inesistente”. La palla passa quindi di nuovo ai giudici dorici, che dopo due sì, per la terza volta, si pronunceranno ancora su don Ruggeri.
Sabato 01 Giugno 2013 – 10:57
Ultimo aggiornamento: 16:09
Il sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna
di Paola Pioppi
Como, 29 maggio 2013 – I giudici della Corte d’Appello hanno confermato sentenza di colpevolezza e quantificazione della condanna. Con solo una leggera ridefinizione di uno dei capi di imputazione. Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 49 anni ed ex economo della Diocesi di Como, è stato condannato anche in secondo grado a 3 anni e 5 mesi e 20 giorni di condanna, dieci giorni in meno dei 3 anni e 6 mesi di primo grado, in considerazione della ridefinizione di una delle accuse riguardanti una delle ragazze, che nel frattempo aveva compiuto i 16 anni di età.
Le imputazioni infatti, riguardavano una serie di episodi di violenza sessuale, avvenuti a partire dal 2008. Adolescenti avvicinate in un contesto circoscritto e confidenziale, quando avevano tra i dodici e i tredici anni, e quasi sempre frequentate per almeno tre o quattro anni, quasi tutte gravitanti attorno al contesto della parrocchia di San Giuliano di Como, dove Mangiacasale era stato parroco prima di essere trasferito al ruolo di economo, e per le quali costituiva un punto di riferimento. Nelle imputazioni, comparivano i nomi di cinque ragazzine. A scatenare le indagini su di lui, e l’arresto avvenuto il 7 marzo dello scorso anno, era stata la denuncia di una di queste ragazzine, che si era confidata ai genitori. Da qui erano partiti gli accertamenti che avevano portato a configurare le accuse legate a cinque minorenni.
In particolare, l’abuso sessuale contestato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo, si configurava esattamente nel ruolo che lui ricopriva rispetto alle giovanissime frequentatrici della sua ex parrocchia, e quindi nell’aver approfittato del suo ruolo nel momento in cui ha portato a termine le condotte di cui è stato accusato. Dopo un periodo di alcune settimane trascorso in carcere al Bassone, a don Mangiacasale erano stati concessi gli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Piemonte, dove si trova tuttora. Va da sé che i legali del sacerdote, ricorreranno ulteriormente in Cassazione, cercando così di allungare il più possibile i tempi di custodia cautelare che consentono all’imputato di consumare un periodo più lungo possibile agli arresti domiciliari, e scongiurando la possibilità di un nuovo ingresso in carcere in seguito alla pronuncia della sentenza definitiva.
Infatti, per reati di questo genere, non è previsto l’affidamento in prova, e qualsiasi residuo di pena da scontare quando la condanna sarà definitiva, scorporata da quanto già scontato, lo porterebbe verso il periodo obbligatorio di osservazione della personalità, che avviene obbligatoriamente in carcere. Sollecitata circa il procedimento canonico, la Diocesi ricorda che, come da prassi, tale procedimento è già stato avviato «nei modi, nei tempi e nei termini previsti». Ricorda inoltre che «per la sua prosecuzione è comunque necessario attendere che il procedimento penale in atto esaurisca tutti i gradi di giudizio».
Pedofilia in seminario sul figlio 13enne di un avvocato: processo all’ex rettore
Don Temporin lo avrebbe costretto a giurare su una madonnina
di mantenere il silenzio. La Diocesi: “Per noi nessun sospetto”
PADOVA – L’ex rettore del Seminario vescovile di Padova ha visto, dopo nove anni, davanti ai giudici del Tribunale, l’ex allievo che lo accusa di pedofilia. Una presunta violenza carnale che secondo l’accusa sarebbe avvenuta nel 2004 in condizioni di “inferiorità fisicopsichica”. Il ragazzo aveva tredici anni. Adesso ne ha ventidue. È figlio di un noto avvocato della provincia di Venezia.
Don Gino Temporin, sessantaseienne, era in aula per la prima udienza. Il pubblico ministero Maria D’Arpa accusa il sacerdote di avere intimato al tredicenne il “silenzio su quanto stava per accadere mediante giuramento su una Madonnina di legno”. E il silenzio significava non rivelare una violenza carnale completa.
Il giovane ha lasciato il Seminario di Padova dopo la quinta ginnasio. La sua “inferiorità fisicopsichica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta con una psichiatra, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi”, si legge nel capo d’imputazione. Insomma, in seminario le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante le ore del riposo.
Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.
“Fin dalle prime indagini il vescovo di Padova – dichiaratamente sorpreso della natura delle accuse e confermando piena fiducia nella persona e nell’operato di don Temporin – ha dato piena disponibilità agli inquirenti nella raccolta di informazioni per fugare qualsiasi dubbio potesse interessare la figura di don Temporin o dell’istituzione Seminario”, si legge in una nota della Diocesi.
“Contestualmente il vescovo ha assunto le dovute informazioni e non ritrovando alcun sospetto di comportamento moralmente scorretto dell’allora rettore del Seminario minore lo aveva confermato nell’incarico fino al termine previsto del mandato”.
Giovedì 09 Maggio 2013 – 09:25 Ultimo aggiornamento: 19:42
Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”
Pubblicato il 9 maggio 2013 11.40 | Ultimo aggiornamento: 9 maggio 2013 16.34
di Daniela Lauria
L’ex rettore del seminario vescovile di Padova. Don Gino Temporin
PADOVA – Tredici anni, tanti dubbi nella testa. Forse ha sentito la vocazione, forse una voce dall’alto lo ha portato fin dentro quel seminario degli abusi. “Mi ha fatto giurare sulla madonnina” ha raccontato sul banco dei testimoni, a distanza di quasi dieci anni. E ha puntato il dito contro Don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del Seminario vescovile di Padova, quello che lo aveva accolto appena adolescente e in cerca di risposte su quel cammino spirituale, brutalmente interrotto.
Don Gino Temporin è stato per questo rinviato a giudizio per pedofilia e violenza sessuale nei confronti di quel ragazzino, ormai ventiduenne. L’accusa formulata dal pm euganeo Maria D’Arpa è stata accolta dal gup. I fatti risalgono al 2004 quando il ragazzo, oggi ventiduenne, residente in provincia di Venezia, ha frequentato il seminario vescovile a Rubano, per un mese o poco più.
L’udienza si è svolta rigorosamente a porte chiuse. Si cerca di mantenere il massimo riserbo su un caso così delicato, ma la sentenza, attesa per luglio, dovrà per forza di cose essere pronunciata pubblicamente. Qualunque essa sia, di colpevolezza o di assoluzione, ci dirà dove sta la verità, almeno quella processuale.
La storia è venuta a galla quando la presunta vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como. La sua “diversità psicofisica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta psichiatrica, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi“, si legge nel capo d’imputazione. In seminario, secondo i suoi racconti, le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante la notte.
Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo.
Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.
L’ordine non cambia. Proteggere i preti criminali e sottrarli alla giustizia
Bergoglio si pronuncia per la prima volta sul dramma che ha scosso la chiesa negli ultimi anni, segnando anche il Conclave. E annuncia la scelta della tolleranza zero, nel segno delle scelte fatte da Benedetto XVI Papa Francesco: “Su lotta alla pedofilia, assoluta continuità con Ratzinger” (reuters)
CITTA’ DEL VATICANO – Finora non si era pronunciato sulla pedofilia, uno dei problemi che più hanno scosso la chiesa negli ultimi anni e condizionato il conclave. Ora Francesco precisa che la linea del suo pontificato sarà la stessa di Ratzinger. Dunque, assoluto rigore. Tolleranza zero. Il Papa se ne occupato nell’udienza con monsignor Gerhard Ludwig Muller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Papa Francesco intende “agire con decisione per quanto riguarda i casi di abusi sessuali, continuando nella linea voluta da Benedetto XVI”, afferma un comunicato della Congregazione. E questo “promuovendo anzitutto le misure di protezione dei minori, l’aiuto di quanti in passato abbiano sofferto tali violenze, i procedimenti dovuti nei confronti dei colpevoli, l’impegno delle Conferenze episcopali nella formulazione e attuazione delle direttive necessarie in questo campo tanto importante per la testimonianza della Chiesa e la sua credibilità”.
Il Conclave che ha portato all’elezione di papa Francesco è stato segnato dalle polemiche sui casi di pedofilia. Innanzitutto con la defezione del cardinale Sean Brady, primate di Scozia, costretto a restare a casa dopo aver ammesso abusi su alcuni sacerdoti che risalgono agli anni Settanta. Ma anche dal caso del cardinale di Los Angeles, Roger Mahony, accusato di aver coperto oltre 120 casi di abusi.
La lotta agli abusi sessuali compiuti dagli ecclesiastici è stato uno dei temi chiave del pontificato di Benedetto XVI. “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui”, erano state le parole di Ratzinger alla Via Crucis del 2005. E l’intero pontificato è stato punteggiato dagli incontri di Ratzinger con le vittime: in Vaticano, negli Usa, in Australia, a Malta, in Gran Bretagna e in Germania. “Possano la nostra tristezza e le nostre lacrime, il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato, e il nostro fermo proposito di correzione, portare abbondanti frutti di grazia”, ha scritto Benedetto XVI nella lettera ai cattolici dell’Irlanda del 19 marzo 2010.
Benedetto XVI ha poi sostituito una decina di presuli irlandesi ed estromesso dalla gestione pastorale ed amministrativa il primate, cardinale Sean Brady. Sono almeno 80 quelli di tutto il mondo rimossi da Joseph Ratzinger in 8 anni di Pontificato.
La Procura di Ravenna sta analizzando il materiale repertato dai Carabinieri mercoledì scorso in una canonica ravennate ed in un seminario diocesano
Redazione 29 marzo 2013
La Procura di Ravenna sta analizzando il materiale repertato dai Carabinieri mercoledì scorso in una canonica ravennate ed in un seminario diocesano. L’iniziativa è stata presumibilmente disposta nell’ambito di un fascicolo per ora senza ipotesi di reato aperto dal pubblico ministero Angela Scorza a pochi giorni dall’invio di alcune lettere a giornali locali, alcune delle quali anonime, che sollevavano dubbi in merito all’operato di un anziano sacerdote della Diocesi romagnola.
Un procedimento che segue parallelamente quello nel quale lo stesso prete è parte lesa per una estorsione che la mattina del 5 marzo ha portato all’arresto di un 36enne lavapiatti camerunese bloccato con 5mila euro al termine di un’operazione condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo e dell’aliquota operativa all’uscita della stessa canonica perquisita mercoledì.
Secondo quanto finora emerso, dietro a tutto ci sarebbe la richiesta di danaro al don (oltre 20mila euro) formulata dal 36enne per non divulgare un video dal contenuto presumibilmente scabroso. Circostanza questa negata sia dal prete che dal camerunense, i quali hanno invece parlato di soldi necessari per un’operazione a una familiare del 36enne. Al momento dei video nessuna traccia: gli inquirenti dubitano che possano esistere davvero.
Il prete, ascoltato il 14 marzo scorso a sommarie informazioni, aveva detto di avere distrutto un paio di cd senza averli visti (in denuncia aveva però riferito di averli visti e distrutti). Aveva poi precisato di avere fatto spogliare il 36enne ma solo per ragioni legate a un presunto problema personale del camerunense. Quest’ultimo, in attesa che il Tribunale della Libertà si pronunci sull’istanza avanzata dal suo avvocato, Igor Gallonetto, si trova ancora in carcere.
Se è in attesa anche dei risultati dell’accertamento tecnico irripetibile disposto su alcuni reperti sequestrati a casa del fratello dell’arrestato – tra cui alcuni dvd, una cassetta vhs e un registratore – e per i quali l’incarico è stato affidato martedì scorso a un esperto. Sulle due vicende parallele, si sono espressi sia il cardinale Ersilio Tonini che il vescovo Lorenzo Ghizzoni: il primo ha chiesto che venga fatta luce nel rispetto delle persone; l’altro ha garantito che si occuperà delle questioni in prima persona.
«Ero solo un bambino». Una frase semplice, eppure in grado di raccontare in modo diretto e intenso un dolore che sembra non avere mai fine.
A pronunciare queste quattro parole nella lingua dei segni è, nel documentario diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio, una delle vittime degli abusi sessuali perpetrati per anni da Padre Lawrence Murphy ai bambini dell’istituto per sordi St. John’s School for the Deaf di St. Francis, a Milwaukee.
I VOLTI DI UN DRAMMA.
Pur potendo discutere eventuali errori commessi da Gibney nel ricostruire le azioni del Vaticano (accusato di aver coperto per anni gli abusi), il merito innegabile del film è quello di dare un volto al dramma della pedofilia allontanandosi da statistiche, documenti legali o dibatti di vaticanisti ed esperti, ma mostrando da vicino le ferite inguaribili inferte da chi avrebbe, al contrario, dovuto aiutare e proteggere i più deboli.
Fin da prima dell’inizio del conclave, lo scandalo degli abusi su minori da parte di religiosi è stato uno degli argomenti più trattati e rappresenta ora uno dei problemi che papa Francesco è chiamato ad affrontare con maggiore attenzione, tenendo conto che questa pagina drammatica della storia della Chiesa rischia di far perdere la fiducia nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche.
IL PARADISO TRADITO.
Arthur Budzinksi, Terry Kohut, Pat Kuehn e Gary Smith in Mea Maxima Culpa confessano alle telecamere di Alex Gibney i segreti custoditi per anni, ripercorrendo la loro storia da quando arrivarono per la prima volta a scuola.
Ai loro occhi innocenti l’istituto sembrava quasi il paradiso e si sentivano amati e protetti. La statua di Gesù raffigurato in mezzo ai più piccoli all’entrata della scuola ricordava loro ogni giorno che Dio li amava e per la prima volta non si sentivano diversi o incompresi a causa della loro sordità. La condizione che avrebbe dovuto renderli più bisognosi di cura e amore si è trasformata, invece, in una condanna.
Padre Lawrence Murphy, a capo della scuola dal 1950 al 1974, con ognuno dei quattro bambini è passato in breve tempo dalle domande intime poste in confessionale alla violenza sessuale.
Nei racconti degli ex studenti è racchiuso tutto l’orrore, il disgusto e la confusione: incapaci di raccontare quanto accadeva ai genitori che non conoscevano il linguaggio dei segni, accusati di mentire quando rivelavano le attenzioni del prete, chiusi nel loro silenzio senza via d’uscita, isolati dal resto del mondo, i bambini hanno subito molestie, assistito agli atti nel dormitorio, all’omertà dei loro custodi, al silenzio delle suore che lavoravano nella struttura e difficilmente non avrebbero potuto accorgersi di nulla.
LE NOTTI CON PADRE MURPHY.
Gli intervistati non nascondono nemmeno il loro disagio nel ricordare come siano stati costretti a scegliere chi dovesse dormire con Padre Murphy durante le giornate trascorse in vacanza nel Wisconsin. Tutti sapevano cosa sarebbe successo al prescelto, ma nessuno esitò mai a puntare il dito pur di salvarsi. Senza alcuna via d’uscita da quel tunnel di violenza, gli studenti avevano come unico obiettivo diplomarsi, andare via, allontanarsi per sempre da tutto quell’orrore.
Quelle ferite interiori inflitte probabilmente a centinaia di bambini non si sono, però, mai chiuse e sono stati proprio Arthur, Terry e Gary a combattere perché quel velo di silenzio che li ha imprigionati per anni venisse rotto per sempre con la speranza di ottenere una giustizia terrena, non divina.
LA SORDITÀ DELLA CHIESA.
La rabbia causata dalla sordità della Chiesa nei loro confronti li ha spinti ad accusare pubblicamente, a intentare cause legali, inviare lettere, a combattere le pressioni della comunità che proteggeva il religioso e a trovare, finalmente, la propria voce.
Sono stati proprio loro a far scoppiare definitivamente lo scandalo pedofilia nella Chiesa Cattolica, contribuendo a portare alla luce i tanti, troppi, casi di violenza avvenuti in tutto il mondo. Mea Maxima Culpa racchiude in sé tutta la disperazione delle vittime che pretendono una risposta, costrette a ricadere nel loro abisso di disperazione a causa di un atteggiamento che ritiene il religioso “immune” alle accuse perché uomo di Dio. Di fronte a un fenomeno così tristemente diffuso e dalle radici antiche come quello della pedofilia, il lungometraggio diretto da Alex Gibney rappresenta una pagina dura, quasi necessaria, per ricordare a tutti, credenti e non, che non c’è un crimine più atroce del violare l’innocenza, tradire la fiducia dei più piccoli e, sopratutto, non lottare per dare a ognuna delle vittime una risposta al loro silenzioso grido d’aiuto.
L’Arcidiocesi di Los Angeles, ha sottolineato che gli adempimenti sono stati effettuati e “gran parte delle informazioni in questione sono già state rese pubbliche”
REDAZIONE
ROMA
Saranno presto pubbliche gran parte delle 30.000 pagine di documenti che raccontano, nomi, luoghi, date, e orrori dei casi di pedofilia e abusi sessuali a carico di sacerdoti e prelati della Arcidiocesi cattolica di Los Angeles.
Si tratta di una delle più gravi storie di pedofilia della Chiesa cattolica americana che portò nel 2007 ad un mega-rimborso alle vittime pari a 660 milioni di dollari. Nonostante l’accordo, l’identità dei sacerdoti coinvolti è sempre stata protetta dall’anonimato: ora, però, su appello dell’associazione delle vittime e di alcune organizzazioni di media Usa, il giudice della Corte suprema dell California, Emilie Elias, ne ha ordinato la pubblicazione.
La sentenza rovescia un verdetto del 2011, in cui si dava ragione alla richiesta di 20 sacerdoti, concedendo alla Chiesa di `cancellare´ dai documenti i nomi degli ecclesiastici coinvolti. Le migliaia di pagine di denunce, confessioni, atti giudiziari contengono tra l’altro `documenti interni´ alla Chiesa che rivelerebbero corrispondenze scritte tra il Vaticano e preti accusati o colpevoli di abusi.
«Non credete che i fedeli abbiano il diritto di sapere cosa è acaduto nella loro chiesa locale?», ha chiesto retoricamente il giudice Elias prima di pronunciare il verdetto. I tempi della pubblicazione non sono ancora stati definiti, ma l’avvocato dell’Arcidocesi, Michael Hennigan, ha dichiarato: «L’obiettivo diei miei clienti è arrivare ad una chiusura al più presto della vicenda».
Le parole di don Mauro Inzoli, ridotto allo stato laicale dalla Santa Sede. Ora vive nella sua casa di Milano, con la madre e la sorella. Che cosa farà? Ma chi lo conosce non ha dubbi: “Obbedirà”
CREMA – “Non mi difendo dalla chiesa. Che è mia madre”. Sono le parole di monsignor Mauro Inzoli, ex parroco della Santissima Trinità a Crema, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della Fraternità, figura di spicco del movimento di Comunione e Liberazione. Una frase raccolta al telefono, pronunciata da una voce ferma, profonda, ma dove si percepisce una grande sofferenza. La notizia della sua riduzione allo stato laicale ha fatto il giro del mondo. I fedeli si interrogano, gli amici più stretti l’hanno chiamato per dimostrare il loro sostegno, i nemici l’hanno aggredito con violenza.
Si è scritto di tutto. Dalla violenza sessuale agli arresti per appropriazione indebita. Fino ai commenti dei politici, soprattutto di sinistra. Ostili, naturalmente. Ma finora nessuno è stato in grado di dire con certezza che cosa è successo. Le indiscrezioni che trapelano dalla curia sono frammentarie e contrastanti. “Non conosco bene la vicenda, ma ho parlato con chi l’ha seguita fin dall’inizio – racconta un uomo molto vicino alla Curia cremasca – e mi è sempre stato riferito di un disagio di natura psicologica ed esistenziale, una condizione che ha messo a rischio la missione pastorale”.
Tutti sanno che don Inzoli, circa due anni fa, era stato colpito da un esaurimento nervoso molto forte. Una condizione di malessere che il sacerdote ha curato lontano da Crema, fino a riprendersi completamente.
Per coloro che lo attaccano, invece, nei due anni in cui è stato lontano dalla città don Inzoli era agli arresti domiciliari. Una voce insistente, ma che nessuno ha mai saputo dimostrare. Un sacerdote cremasco, dopo essersi raccomandato la massima riservatezza, ci ha detto: “Nel comunicato del vescovo Cantoni c’è un riferimento preciso, il canone 1720 del codice di diritto canonico, andate a vedere di che cosa si tratta…”. La curia, d’altro canto, non ha fornito altre spiegazioni e si è limita a uno scarno comunicato.