Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

    ABUSI DEL CLERO: UN CONVEGNO DI #ITALYCHURCHTOO SUL CASO ITALIANO

    MILANO-ADISTA. «In Italia non esistono canali percorribili per la denuncia». Così Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso, unica nel nostro Paese a occuparsi di pedocriminalità clericale, ha introdotto il primo convegno del Coordinamento #ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa cattolica, di cui Adista fa parte.

    Svoltosi a Milano il 3 novembre scorso con la collaborazione gratuita del Comune di Milano-Municipio 1 e il sostegno dell’organismo internazionale ECA-Ending Clergy Abuse, è stato dedicato agli «aspetti giuridico-normativi del caso italiano» nella questione degli abusi su minori, donne e persone in condizioni di vulnerabilità, con la presenza di vittime e di esperti in campo giuridico e psicologico.

    La Chiesa non tutela le vittime «Non ci sono procedure per chi, ad esempio, è prescritto», ha spiegato Zanardi: «Il prete non viene sottoposto a indagine, contro qualsiasi principio di prevenzione. Può tornare a delinquere, e c’è solo da sperare che venga denunciato un abuso non prescritto». Insomma, in Italia il ciclo di violenza difficilmente si interrompe: «I preti pedofili hanno alle spalle una struttura di protezione» e le loro vittime, a causa dell’isolamento in cui l’abuso si consuma, «non sono aiutate nell’immediato a elaborare il trauma, ma passano decenni prima che la cosa emerga.

    E quando emerge, non è detto che si abbiano le possibilità e la forza di mettere tutto in discussione. Senza parlare dei tentativi riusciti o meno di suicidio». E poi la questione spinosa dei risarcimenti alle vittime, erogati di frequente con il vincolo della riservatezza, che «non consente di far emergere l’identità dello stupratore».

    Altro problema è che a raccogliere le denunce sono sempre più gli sportelli diocesani, che non funzionano, a giudicare dal caso di don Giuseppe Rugolo a Enna, attualmente sotto processo in tribunale, trasferito dal vescovo in un’altra diocesi: «La linea di insabbiamento sembra peggiore di prima». Spesso poi la Chiesa assolve e il tribunale civile condanna: «Vuol dire che i parametri non funzionano».

    «Ho incontrato Zuppi due volte – racconta Zanardi – per parlare del report annuale CEI che uscirà ora: sarà un rapporto soft. La Chiesa lascia poi fuori le vittime precedenti al 2000 e se si esamina un arco di 20 anni saranno pochissime, perché molte non hanno ancora maturato né denunciato».

    Se denunciano, «sono denigrate per avere parlato, hanno paura e per questo non si rivolgono alla magistratura». Oltretutto in Italia l’obbligo di denuncia di questi reati è limitato ai pubblici ufficiali, mentre bisognerebbe estenderlo a tutti i cittadini, vescovi compresi (esentati in base al Concordato).

    Cambiare le regole Sull’inerzia dello Stato italiano si è soffermato l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’Abuso.

    «Nel febbraio 2018 abbiamo deciso di avvalerci di uno strumento tecnico di provocazione, la diffida ad adempiere, basandoci sulla legge 241/90, prospettando una omissione degli atti d’ufficio qualora le istituzioni destinatarie, nazionali e sovranazionali, non avessero risposto», spiega.

    «Si chiedeva una presa di posizione e un intervento politico-legislativo di contrasto agli abusi perpetrati da ecclesiastici, in base alla nostra Costituzione e in rapporto ai Trattati di Lanzarote e Istanbul, nella collocazione più ampia dei diritti umani». «Natural[1]mente» non c’è stato nessun riscontro, anche se nel 2019 l’Onu ha “rimproverato” l’Italia per il numero di abusi clericali e la scarsità di procedimenti penali. Nonostante il pericolo venga «dagli spazi di socialità della Chiesa cattolica, più esposti alla predazione e allo stupro, quando dovrebbero offrire la migliore protezione e sicurezza», e nonostante il fenomeno sia sistemico, si assiste a una «imperterrita ostinazione della Santa Sede – così Caligiuri – nel voler affrontare e risolvere in via esclusiva un crimine che essa stessa genera e alimenta.

    Non c’è niente da fare? Lo dico francamente, lo temiamo», anche se la desecretazione dei documenti vaticani sugli abusi clericali del 2019 «apre uno squarcio enorme nella cultura della Chiesa». Quanto alle istituzioni civili, «nessuno dei governi succedutisi si è interessato».

    C’è poi la questione della prescrizione: «Per il 95-98% dei casi che abbiamo avuto dal 2018 non si può fare nulla», è passato troppo tempo. Quanto alla CEI, la strategia annunciata a maggio non ha presentato «nessuna prospettiva utile o apprezzabile», specie se paragonata con le esperienze in altri Stati. Ma «se le regole vigenti non tutelano i diritti di bambini, donne e persone vulnerabili, tanto più in ambito ecclesiastico, bisogna cambiarle».

    Al convegno ha partecipato Pietro Forno, magistrato in pensione, dal 2010 al 2016 procuratore aggiunto a Milano nel dipartimento per i soggetti deboli, che nel 2001 denunciò l’omertà della Chiesa parlando di una emergenza nazionale. Per un’intervista al Giornale del 2010, in cui imputava ai vescovi di proteggere i preti pedofili trasferendoli, suscitò le ire dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, che minacciò un procedimento disciplinare; un episodio che mette in evidenza «l’atteggiamento della Chiesa e del potere politico legato a essa legato e se vogliamo anche del tribunale per i minorenni, tre autorità diverse che in qualche modo si muovono tutte nella stessa direzione».

    Cosa è cambiato nella Chiesa in questi vent’anni?, gli ha chiesto la giornalista indipendente Federica Tourn, autrice di inchieste sugli abusi del clero sul quotidiano Domani. «Solo una cosa: è stato eletto papa Francesco, che è un grosso bastone tra le ruote»: «Ha detto per la prima volta che l’abuso del clero è una emergenza nella Chiesa».

    In Italia si paga il prezzo di «una temperie culturale particolare», per cui «ci si riempie la bocca di tutti i superiori valori del rispetto del minore e della donna, ma delle donne e dei minori non importa niente a nessuno. Chi ha una secolare tradizione di copertura e di omertà ci sguazza».

    Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta del Centro Tiama per i traumi dell’infanzia e dell’adolescenza, è stato anche consulente della Procura: «Non si può dire a un abusante, come fanno i vescovi, che deve “fare il bravo” e redimersi.

    L’abuso sessuale si ferma in un modo solo: con la denuncia. Altrimenti andrà avanti». È evidente che «la Chiesa non si occupa delle vittime, tutela se stessa senza pietà e carità; c’è una inversione di tendenza in atto ma è lenta, lacunosa, e impacciata»; «Chi informa la persona indagata dell’indagine in atto compie un atto di favoreggiamento», e dunque «tutti i vescovi che insabbiano delinquono. Sono delinquenti».

    Il tema del perdono, poi, è «una pietra d’inciampo», afferma Forno; «Qui c’è un errore teologico smisurato. Il perdono, l’ha detto anche papa Francesco, presuppone la giustizia. Non puoi perdonare senza prima fare giustizia». C’è poi un discorso da fare sulle figure di garanzia (le persone che hanno un particolare obbligo di tutela del soggetto in qualche modo a loro sottoposto), che hanno l’obbligo di impedire l’evento, e se non lo fanno rispondono di concorso con l’autore del fatto (art. 40 § 2 CP).

    Con la testimonianza intensa di Antonio Messina, vittima degli abusi sessuali di don Rugolo, tutte queste tematiche hanno preso corpo. «Compresi nel tempo che la scelta di denunciare all’autorità ecclesiastica non era stata felice»; «tutto si spostò sul piano di una trattativa economica, con l’offerta di 25mila euro in contanti dai fondi Caritas». Da lì, il passaggio all’autorità giudiziaria, e una lettera al papa, scritta con la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che lo sostiene in questa batta[1]glia. «Non ci ha mai risposto».

    Adista pubblicherà gli integrali delle relazioni in un prossimo numero. (ludovica eugenio)

  • Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Il papa emerito Benedetto XVI (95 anni) intende difendersi di fronte a una denuncia sporta al Tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, nell’ambito di un’inchiesta su eventuali abusi nella Chiesa da parte di preti pedofili. Lo ha confermato la portavoce dello stesso Tribunale, senza precisare in che forme e in quali tempi il successore di Giovanni Paolo II fornirà la sua autodifesa in sede giudiziale. L’annuncio sulla disponibilità di Joseph Aloisius Ratzinger, infatti, per ora “non presenta elementi di contenuto”, ha spiegato la portavoce.

    La denuncia era stata sporta da un uomo oggi 38enne, che ha affermato di aver subito abusi da un prete pedofilo, e coinvolge Ratzinger in quanto all’epoca arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1982), quando il religioso accusato fu trasferito in quella diocesi.

    L’uomo ha inoltre riferito di aver subito abusi da un prete recidivo, tale Peter H., nella località di Garching an der Alz. Un rapporto sul sacerdote, diffuso lo scorso gennaio, riferisce anni di abusi; ma invece di denunciare l’accaduto, l’arcidiocesi è accusata di aver trasferito il religioso in altre parrocchie, dove gli abusi si sono ripetuti.

    Finora sono state presentate quattro denunce: oltre al prete, già condannato, e al predecessore di papa Francesco, sono coinvolti il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell’arcidiocesi, e l’arcidiocesi stessa. Si tratta di un’azione civile, dato che sul piano penale la vicenda non ha più valore.

    “Se la Chiesa cattolica e gli imputati – con l’eccezione del noto recidivo Peter H. – si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l’ingiustizia commessa, la causa avrà successo” ha dichiarato l’avvocato del querelante, Andreas Schulz. “Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa cattolica accelererà l’erosione della fede” ha aggiunto il legale. Se il pontefice emerito non si fosse dichiarato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. Ratzinger si è affidato allo studio legale Hogan Lovells. I quattro denunciati hanno chiesto una proroga, ha illustrato la portavoce del Tribunale bavarese, e hanno tempo fino al 24 gennaio prossimo per argomentare sul piano contenutistico la difesa.

    Le altre accuse a Ratzinger

    Di accuse a Ratzinger su “comportamenti erronei” nel gestire casi di preti pedofili a Monaco si parlò già nel corso del suo pontificato (2005-2013), quando le responsabilità sulla vicenda di “padre H.” vennero poi attribuite a un sottoposto. E sono riemerse con più forza nel gennaio scorso dal rapporto indipendente sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi bavarese.

    Tra l’altro, in quei giorni, il Papa emerito dovette correggere una sua dichiarazione essenziale rilasciata in relazione al dossier. Contrariamente al suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione dell’Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi e si era recato a Monaco per una terapia. Tuttavia, dichiarò il segretario particolare, mons. Georg Gaenswein, nell’incontro in questione “non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. In quella sede, è stato precisato ancora da Gaenswein, la richiesta fu approvata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    La questione che restava in piedi era che Benedetto XVI sapeva del prete accusato di pedofilia, anziché il contrario. In seguito, al prete fu consentito di proseguire il proprio ministero e lui continuò nei suoi comportamenti. L’accusa che viene rivolta all’allora arcivescovo Ratzinger è di non aver preso alcun provvedimento affinché ciò non accadesse.

    https://www.rainews.it/articoli/2022/11/benedetto-xvi-testimonianza-prete-pedofilo-abusi-baviera-2378d3ea-df73-4674-be6c-e6790c17bd2b.html

  • Italy Church Too e lo sguardo della chiesa che sottovaluta gli abusi

    Italy Church Too e lo sguardo della chiesa che sottovaluta gli abusi

    In Italia gli abusi nella Chiesa cattolica sono un’emergenza nazionale e non si fa nulla: non escludo che alcuni pedofili si facciano preti proprio per poter avvicinare i bambini». Pietro Forno, già procuratore aggiunto di Milano, lo aveva già dichiarato più di dieci anni fa, suscitando l’ira dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, e lo ha ribadito durante il convegno di Italy Church Too su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”, che si è svolto a Milano il 3 novembre.

    Alfano all’epoca, nel 2011, voleva chiedere addirittura un procedimento disciplinare per Forno, che aveva osato alzare il velo sull’omertà tutta italiana che circonda i “peccati” ecclesiastici contro i minori. «La Chiesa ha alle spalle duemila anni di coperture ed è immersa in una cultura che in Italia, al di là dei proclami, non si cura di donne e bambini», ha aggiunto il magistrato, ideatore alla fine degli anni ’80 del pool “Soggetti deboli” della Procura di Milano, una squadra di magistrati e agenti specializzata nel campo degli abusi, degli stupri e della violenza sui minori. In questo clima culturale, l’abuso di potere dei preti, radice di ogni altro tipo di violenza, continua a prosperare.

    Poco è cambiato in questi anni anche secondo Dante Ghezzi, membro del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia: «la Chiesa non tutela le vittime – ha detto lo psicologo – ultimamente assistiamo a un’inversione di tendenza ma è lenta, lacunosa e impacciata». «Le autorità ecclesiastiche pensano di risolvere il problema chiedendo al sacerdote pedofilo di pregare e redimersi – ha poi aggiunto Ghezzi – ma l’abuso si può fermare in un modo solo, con la denuncia». In caso contrario la violenza è destinata a ripetersi perché chi la agisce, ha spiegato lo psicologo, «è un soggetto dipendente dalla propria perversione».

    LE TESTIMONIANZE

    Alcuni sopravvissuti e familiari di vittime di abuso presenti in sala hanno voluto dare la propria testimonianza denunciando le inadempienze della Chiesa, che non ha ascoltato la loro sofferenza ma, al contrario, ha cercato di proteggere i sacerdoti responsabili trasferendoli in altre parrocchie o evitando di consegnarli alla giustizia civile. Antonio Messina, vittima di don Giuseppe Rugolo, ha descritto l’ambiente omertoso della diocesi di Enna, in cui in tanti sapevano ma hanno taciuto, e la madre e lo zio di Alessandro Battaglia hanno ricordato che l’abusatore, don Mauro Galli, all’epoca dei fatti venne coperto da monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano.

    «I vescovi che insabbiano gli abusi compiono di fatto un reato di favoreggiamento», ha sottolineato Ghezzi. Anche un malinteso senso del perdono, invocato dal clero per i responsabili delle violenze, rappresenta una pietra d’inciampo nel perseguimento della verità, con conseguenze tragiche per i minori: «a una dodicenne che in confessione gli raccontava di essere stata violentata dal padre, il parroco raccomandò di perdonare – racconta Forno – un perdono che è costato alla ragazza altri cinque anni di abusi».

    IL VATICANO

    Nel frattempo, in attesa del primo report sull’attività svolta nel 2020 e 2021 dai Servizi diocesani per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, promessa per il 18 novembre dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, qualche novità è arrivata dal Vaticano. Papa Francesco ha infatti nominato dieci nuovi membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ora risulta composta da venti esperti. Questa Commissione, il cui presidente è nominato direttamente dal papa, grazie alla nuova Costituzione Apostolica sulla Curia Romana Praedicate Evangelium, è stata collocata all’interno del Dicastero per la Dottrina della Fede ed è incaricata di collaborare con le conferenze episcopali, le diocesi e gli ordini religiosi in vista della prevenzione e della segnalazione degli abusi.

    La Cei e la Commissione, insomma, dovrebbero lavorare a stretto contatto sul tema, in modo da creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime. Dove? In particolare nei paesi in via di sviluppo, dove la Cei ha destinato a questo scopo uno stanziamento di fondi provenienti dall’otto per mille per i prossimi tre anni, come sottolinea sull’Osservatore Romano padre Andrew Small, segretario pro tempore della Pontificia Commissione.

    Lo sguardo della Chiesa continua quindi a essere orientato verso il sud del mondo, ben lontano dall’Italia, dove la questione degli abusi continua ad essere volutamente sottovalutata.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-violenze-federica-tourn-a59nz3uc

  • Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati in queste ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM) – presieduta dal card. Sean O’Malley – vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili, secondo p. Andrew Small, segretario ad interim della Commissione, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28 ottobre – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    I nuovi membri designati (con un incarico quinquennale) sono: mons. Peter Karam, vicario patriarcale della Chiesa maronita (Libano); mons. Thibault Verny, vescovo ausiliare di Parigi, incaricato della Protezione dei minori per l’arcidiocesi di Parigi e interlocutore della Commissione CIASE, promotore, tra le altre cose, di un sito web di informazione sugli abusi e di formazione online obbligatoria per gli educatori della Diocesi di Parigi; p. Tim Brennan, della Provincia australiana dei Missionari del Sacro Cuore, impegnato a Roma presso l’Ufficio Tutela della Curia generalizia; suor Niluka Perera (India), assistente sociale professionale, coordinatrice del Catholic Care for Children International (CCCI) dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG) di Roma; suor Teresa Nyadombo, coordinatrice nazionale per l’educazione e la salvaguardia della Conferenza episcopale cattolica dello Zimbabwe; Irma Patricia Espinosa Hernández, psichiatra e psicoterapeuta, esperta di psicologia criminale, profilazione e valutazione delle vittime di abusi sessuali e di autori di reati sessuali, direttrice della Facoltà di Psicologia dell’Universidad Catolica Lumen Gentium di Città del Messico e membro del Consiglio nazionale per la protezione dei minori della Conferenza episcopale messicana, nonché cofondatrice del CEPROME, centro di ricerca e formazione interdisciplinare sulla protezione dei minori con sede a Città del Messico; Maud de Boer-Buquicchio, presidente di ECPAT Internazionale (associazione che opera per contrastare lo sfruttamento sessuale dei minori, la violenza e la tratta), già vice cancelliere presso la Corte Europea dei Diritti Umani (1998), poi (2002-2012) vice segretario generale del Consiglio d’Europa; dal 2014 al 2020 è stata relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei bambini; Anne-Marie Emilie Rivet-Duval (Mauritius), psicologa clinica responsabile dell’Ufficio diocesano di psicologia; Teresa Devlin, con studi in psicologia e scienze sociali, CEO del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church in Irlanda; Ewa Kusz, psicologa clinica, sessuologa e terapeuta, vicedirettrice del Centro per la protezione dell’infanzia presso l’Università dei Gesuiti “Ignatianum” di Cracovia (Polonia), dove ha contribuito a creare il programma di studi post-laurea sulla protezione dell’infanzia.

    Questi nuovi membri si vanno ad aggiungere a mons. Luis Manuel Alí Herrera, vescovo ausiliare di Bogotá, in Colombia, psicologo; p. Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana; suor Arina Gonçalves, sociologa e terapeuta; Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro Onlus e presidente della Fondazione Child; Benyam Dawit Mezmur, professore associato di Giurisprudenza presso il Dullah Omar Institute, University of the Western Cape, a Cape Town (Sudafrica), due volte presidente della Commissione di Esperti sui Diritti e il Benessere dei Bambini dell’Unione Africana, nonché presidente della Commissione Onu sui diritti dei bambini (2015-2017), Neville Owen, giudice della Corte d’Appello della Corte Suprema dell’Australia occidentale, alla guida del Consiglio Giustizia e Riconciliazione creato dalla Chiesa australiana per far fronte alla crisi causata dagli abusi sessuali; Sinalelea Fe’ao, 42 anni di lavoro nel campo dell’educazione; Teresa Kettelkamp Morris, già colonnello nella Polizia di Stato dell’Illinois, direttrice esecutiva del Segretariato per la tutela dei bambini e dei giovani della Conferenza episcopale Usa (2005-2011) e Nelson Giovannelli Rosendo dos Santo, esperto di riabilitazione dalla tossicodipendenza e dall’abuso, fondatore in Brasile delle comunità Fazenda da Esperança. Una sola, per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz, – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione; Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali, le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità. Definendo questo lavoro nella prospettiva della comunione e della sussidiarietà, il Santo Padre lo ha associato a due concetti fondamentali dell’essere e del fare della Chiesa».

    È da sottolineare, però, – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/68958

  • La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    Di Chico Harlan e  Amanda Coletta – CITTÀ DEL VATICANO — Tre anni fa papa Francesco affermava che la Chiesa cattolica si è impegnata a sradicare il “male” degli abusi. Il papa e altri dirigenti della chiesa hanno elaborato nuove linee guida per gestire le accuse. Hanno promesso trasparenza. Dissero che i bisogni delle vittime sarebbero stati prima di tutto.

    «Un cambio di mentalità», lo definì Francis.

    Ma due recenti casi importanti suggeriscono che la chiesa, nonostante tutti i suoi voti di miglioramento, stia ancora cadendo in trappole familiari e stia estendendo la sua crisi principale.

    Sebbene i casi siano notevolmente diversi: uno riguarda un cardinale canadese accusato di aver toccato in modo inappropriato uno stagista; l’altro riguarda un vescovo premio Nobel di Timor Est accusato di aver abusato di bambini poveri: i sostenitori dell’anti-abuso affermano che entrambi i casi riflettono un modello di segretezza e difensiva. Dicono che la chiesa stia ancora stringendo i ranghi per proteggere la reputazione di potenti prelati.

    Nel caso del cardinale, Marc Ouellet , il Vaticano ha indagato sulle accuse, ma ha delegato le indagini a un sacerdote che lo conosce bene, compagno di una piccola associazione religiosa . Il sacerdote ha stabilito che non c’erano motivi per andare avanti – una conclusione che l’avvocato dell’accusatore dice sia dubbia, dato il possibile conflitto di interessi.

    Justin Wee, l’avvocato, ha detto che padre Jacques Servais ha intervistato la sua cliente in una chiamata Zoom di 40 minuti, ma piuttosto che accertare i dettagli delle accuse, sembrava più interessato a sondare le sue motivazioni e chiederle se credeva ancora in Dio.

    “Se il Vaticano sta gestendo casi del genere, significa che se sei potente, non accadrà nulla”, ha detto Wee. “Nessuno dovrebbe essere al di sopra delle regole”.

    Nel caso del vescovo, Carlos Ximenes Belo, il Vaticano lo ha disciplinato nel 2020, un anno dopo che funzionari della Santa Sede avevano dichiarato di essere venuti a conoscenza delle accuse. Ma quelle restrizioni – che includevano l’esclusione di Belo dal contatto con i minori – sono state mantenute segrete dalla chiesa fino a un’indagine di notizie olandese pubblicata di recente che descriveva abusi su più ragazzi risalenti agli anni ’80.

    Belo aveva raggiunto la celebrità nella chiesa vincendo il Premio Nobel per la Pace nel 1996 per il suo lavoro nella ricerca di una soluzione pacifica nella lunga lotta per l’indipendenza di Timor Est. Ma sei anni dopo, il Vaticano ha annunciato che si sarebbe dimesso – due decenni prima della consueta età pensionabile – citando una legge canonica che si riferisce a motivi di salute o ad altri motivi “gravi”. Il Vaticano non ha risposto alla domanda se i funzionari fossero a conoscenza delle accuse di abusi al momento del pensionamento anticipato di Belo. Alla fine finì come assistente parroco in Mozambico. Ha detto in un’intervista del 2005 che i suoi doveri lì includevano l’insegnamento ai bambini e la conduzione di ritiri giovanili.

    “Entrambi i casi sono ulteriori indicazioni del fatto che l’intera iniziativa di responsabilità si sta rivelando superficiale e inefficace”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttore di BishopAccountability.org , un centro di smistamento degli abusi. “Ti fa chiedere: cosa è cambiato?”

    Il Vaticano ha lanciato una campagna per riguadagnare credibilità contro gli abusi dopo un’ondata di accuse non solo contro i parroci, ma contro vescovi e cardinali, i mediatori del potere della Chiesa. Francesco nel 2018 ha chiamato i vescovi a Roma per un vertice senza precedenti sugli abusi , che si è svolto mesi dopo. E in seguito, la chiesa ha stabilito nuove regole e linee guida su come gestire i casi, compresi i casi in cui i vescovi sono accusati di insabbiamento o abuso.

    La chiesa ha mostrato progressi sotto diversi aspetti. Le diocesi di tutto il mondo hanno istituito uffici di segnalazione, offrendo alle presunte vittime un modo più semplice per allertare la chiesa di potenziali crimini. E in un caso, la chiesa si è sottoposta a un atto di trasparenza senza precedenti, pubblicando un rapporto di 449 pagine sugli abusi del cardinale americano Theodore McCarrick, con rivelazioni che hanno ferito la reputazione di Papa Giovanni Paolo II.

    Ma da allora il Vaticano non è stato trasparente su alcuna disciplina nei confronti di altri prelati. E ha regolarmente ignorato le proprie procedure, che forniscono istruzioni specifiche su chi dovrebbe essere incaricato di indagare sui vescovi.

    “È molto frustrante, ad essere onesti”, ha detto un individuo che si è consultato con il Vaticano sulla gestione degli abusi, che ha parlato a condizione di anonimato per parlare francamente. “Quando escono grandi nomi – il Vaticano e la curia – lo scudo si abbassa. È incredibile.”

    Non è stato possibile raggiungere Belo per un commento. L’indagine della pubblicazione olandese De Groene Amsterdammer includeva interviste a due adulti che descrivevano abusi da parte di Belo quando erano adolescenti, dopo di che, hanno detto, il vescovo aveva dato loro dei soldi. La pubblicazione ha affermato che le accuse contro Belo erano note per aiutare gli operatori e i funzionari della chiesa. I Salesiani di Don Bosco, ordine religioso a cui apparteneva Belo, hanno affermato in un comunicato di aver appreso delle accuse con “profonda tristezza e perplessità”.

    La dichiarazione non offriva alcuna sequenza temporale e indirizzava ulteriori domande a coloro che avevano “competenza e conoscenza”.

    Ouellet, 78 anni, ha negato le accuse di tocco inappropriato. È ampiamente considerato come una delle figure più importanti all’interno della Curia romana, la burocrazia vaticana, come capo del dipartimento che sovrintende e controlla i vescovi. Francis gli ha permesso di rimanere nel ruolo ben oltre il normale mandato di cinque anni. Ha la reputazione di moderato – una rarità nella chiesa ideologicamente divisa – e ha servito sotto diversi papi, tra cui Francesco, con il quale ha incontri quasi settimanali.

    Le accuse contro di lui sono emerse pubblicamente come parte di una recente class action contro l’arcidiocesi del Quebec, in cui più di 100 persone denunciano una cattiva condotta sessuale contro dozzine di membri del clero cattolico, personale pastorale laico e religioso o volontari. Molte vittime affermano di essere minorenni al momento delle presunte aggressioni.

    Le accuse risalgono al tempo di Ouellet come arcivescovo del Quebec. Una donna identificata nei documenti legali solo come “F”. racconta che nell’autunno del 2008, quando era una stagista di 23 anni, che lavorava come agente pastorale in una diocesi del Quebec, lui le massaggiò con forza le spalle durante una cena. Quando si è girata, sostiene la causa, ha visto che era Ouellet, che le ha sorriso e le ha accarezzato la schiena prima di andarsene.

    Nel 2010, all’ordinazione di un collega, F. sostiene che Ouellet le avesse detto che poteva anche abbracciarla perché non c’è niente di male “trattandosi un po’”. L’abbracciò e le fece scivolare la mano lungo la schiena sopra le sue natiche, secondo la causa. Dice che si è sentita “inseguita” e che quando ha parlato con altre persone delle sue esperienze, le è stato detto che non era l’unica ad avere quel “problema” con lui.

    F. ha finito per cercare di portare alla luce il caso attraverso i canali ufficiali della chiesa, prima a un comitato consultivo indipendente progettato per ricevere i casi della chiesa, e poi, su consiglio del comitato, in una lettera allo stesso Francis. Un mese dopo la sua lettera al papa del gennaio 2021, è stata informata che padre Jacques Servais avrebbe indagato. Afferma che sembrava avere “poche informazioni e formazione” sulle aggressioni sessuali.

    Il Vaticano non ha risposto a una domanda sul perché uno stretto collaboratore di Ouellet, che conosceva il cardinale almeno dal 1991, sarebbe stato incaricato di condurre un’indagine preliminare. Le linee guida della Chiesa mettono in guardia contro un conflitto di interessi.

    Wee, l’avvocato della presunta vittima, ha affermato che non c’è stato alcun seguito da parte di Servais o di chiunque altro in Vaticano dopo la chiamata Zoom nel marzo 2021.

    Servais non ha risposto a una richiesta di commento.

    Wee, che ha rifiutato di rendere F. disponibile per un’intervista, ha detto di aver appreso che il Vaticano aveva stabilito che non c’erano prove sufficienti per un’indagine canonica basata su un comunicato stampa del Vaticano dopo che le accuse contro Ouellet sono diventate pubbliche ad agosto. Ha detto che non le era stato detto in privato in anticipo.

    Jean-Guy Nadeau, professore emerito di studi religiosi all’Università di Montreal, ha lamentato la mancanza di trasparenza nel caso. Ha detto che Servais avrebbe dovuto ricusare se stesso data l’apparenza di un conflitto di interessi.

    “Non capisco come sia stata fatta quella scelta”, ha detto Nadeau della decisione di Francis di nominare Servais per condurre le indagini. “Non capisco davvero come possa mai accadere una scelta del genere”.

    Gli analisti hanno affermato che il caso evidenzia la necessità che gli investigatori esterni indaghino sulle accuse di cattiva condotta. David Deane, professore associato di teologia presso l’Atlantic School of Theology in Nuova Scozia, ha affermato che i membri del clero spesso serrano i ranghi e non ci si può fidare che si indaghino a vicenda.

    “Il fatto che il clero si occupi delle indagini è un vero problema. È un vero problema”, ha detto. “Finché ciò accadrà, sarà molto difficile avere sia la responsabilità che la fiducia del pubblico nel processo”.

    Stefano Pitrelli ha contribuito a questo rapporto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2022/10/17/vatican-abuse-ouellet-belo-pope/

  • Pedofili, la prudenza della Cei  e la  tolleranza zero del papa

    Pedofili, la prudenza della Cei e la tolleranza zero del papa

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – Per il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’appuntamento è tra un mese esatto. Il 18 novembre è la data scelta dai vescovi per la Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

    La ricorrenza coincide con la Giornata europea per la protezione dei minori e, nelle intenzioni della Cei, vorrebbe rimarcare la volontà di affrontare con decisione e trasparenza la questione delle violenze sessuali clericali.

    A fine maggio, appena eletto presidente dei vescovi italiani, Zuppi aveva promesso proprio per il 18 novembre la presentazione del primo report della Cei sulla realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, e sulla loro diffusione ed efficacia nell’azione di accoglienza delle vittime e di prevenzione degli abusi. Sarà il giorno della verità sulla reale volontà di Zuppi di voltare pagina su un fenomeno trattato sempre come interno alla chiesa, sottovalutando l’allarme sociale che genera. E di allinearsi realmente alla linea molto più netta di papa Francesco.

    LA VIA ITALIANA DI ZUPPI 

    Zuppi si è presentato come innovatore, promuovendo una “via italiana” alla lotta agli abusi. Un programma che è stato criticato perché la Cei, invece di avviare un’indagine indipendente, come hanno fatto i vescovi in Francia, Germania e Portogallo, ha previsto soltanto un’inchiesta interna, oltretutto limitata ai dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021, e a quelli emersi dal lavoro degli sportelli di ascolto fra il 2020 e il 2021. Un arco di tempo decisamente ristretto, soprattutto se si considera che questi servizi non sono nemmeno disponibili in tutte le diocesi italiane.

    Non solo: la stesura del report, che ha coinvolto «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ad elaborare i dati e a valutare il lavoro dei Servizi diocesani è dunque un’istituzione privata strettamente legata alla chiesa, dato che le università cattoliche sono regolate, fra le altre cose, dal Codice di Diritto Canonico.

    Dove sta quindi l’indipendenza dell’analisi? Ancora una volta, a differenza di quanto lo stesso Zuppi aveva assicurato al momento della presentazione del programma di contrasto agli abusi, è la chiesa a giudicare sé stessa e il risultato rischia di essere un’analisi molto parziale della realtà degli abusi: un fenomeno pervasivo che le istituzioni ecclesiastiche hanno sempre teso a nascondere, prima negandolo e poi minimizzandone la portata, curandosi poco delle conseguenze per le vittime.

    D’altronde Zuppi aveva assunto un atteggiamento assai prudente quando, appena eletto, aveva dichiarato nella conferenza stampa di chiusura dell’assemblea dei vescovi che i sacerdoti pedofili sono pur sempre parte della chiesa, descritta come una madre che non abbandona i suoi figli in difficoltà. Lasciando il dubbio che per proteggere questi “figli che sbagliano” si mettano in pericolo i bambini che frequentano gli oratori, le parrocchie o l’ora di religione a scuola; e si tuteli il buon nome del sacerdote e della chiesa anche a costo di risarcire le vittime tramite accordi privati con vincolo di riservatezza, come abbiamo raccontato il 10 ottobre scorso nella precedente puntata dell’inchiesta sulla violenza nella chiesa, provocando la reazione della Cei di cui abbiamo dato notizia ieri.

    Uno dei fenomeni più preoccupanti a questo proposito è che molti di questi sacerdoti, anche dopo sentenze di colpevolezza, una volta scontata la pena si appellano al diritto all’oblio, chiedendo a testate giornalistiche e blog online di deindicizzare il proprio nome e la storia che li riguarda su internet.

    Il prete che non vuole che il suo passato di pedofilo salti fuori a una rapida ricerca su Google, si rivolge a una società specializzata che si incarica di rifargli una reputazione sul web, rendendolo non direttamente rintracciabile sui motori di ricerca. Oppure chiede direttamente la cancellazione dei contenuti da media e social network con un ricorso al Garante della privacy, secondo l’articolo 17 del Regolamento europeo 2016/679.

    Ma la pretesa di essere dimenticati è sempre accettabile? «Si tratta di un attento bilanciamentro fra il diritto all’oblio e il diritto all’informazione e il pubblico interesse – spiega l’avvocato Mario Caligiuri della Rete L’Abuso – soprattutto quando parliamo di soggetti che meritano una tutela particolare, come i minori. Per essere chiari: se un prete ha avuto una sentenza di violenza sessuale su un minorenne, ritengo che sia importante che rimanga segnalata, perché è interesse della collettività proteggersi dalla possibile reiterazione del reato del pedofilo».

    La preoccupazione è ancora più forte per i pedofili che non hanno dovuto rispondere alla giustizia dello Stato grazie alla prescrizione. Che cosa sappiamo, infatti, dei sacerdoti che in seguito a denunce o segnalazioni vengono dirottati in altre parrocchie o in strutture protette dalla chiesa?

    Papa Francesco ha più volte richiamato la chiesa alla trasparenza e alla segnalazione dei responsabili delle violenze sui minori, a partire dal motu proprio “Vos estis lux mundi”. Ne aveva riparlato qualche mese fa quando, con la costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, aveva incluso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nella Curia romana, e più precisamente nell’ambito del Dicastero per la dottrina della fede, che si occupa anche di giudicare gli abusi sessuali del clero.

    L’URLO DI BERGOGLIO 

    «L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile – ha detto Bergoglio durante l’udienza del 29 aprile con i membri della Commissione – L’abuso sessuale sui bambini è particolarmente grave perché offende la vita mentre sta sbocciando in quel momento. Invece di fiorire, la persona abusata viene ferita, a volte anche indelebilmente. Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate tra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose». Bergoglio ha esortato non solo la Commissione pontificia ma tutti i cattolici «a far conoscere queste ferite».

    «Vescovi, superiori religiosi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, catechisti, fedeli laici: ogni membro della chiesa, secondo il proprio stato, è chiamato ad assumersi la responsabilità di prevenire gli abusi e lavorare per la giustizia e la guarigione». È un tema che ritorna spesso nelle preoccupazioni del vescovo di Roma, che in una recente intervista alla Cnn portoghese ha ripetuto che la pedofilia clericale è «una mostruosità».

    «Zero tolleranza sugli abusi», ha specificato il papa, che in quell’occasione ha aggiunto: «Un sacerdote non può rimanere prete se è un molestatore». Indicazione peraltro già presente nelle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” divulgate nel 2019 dalla Cei e dalla Conferenza superiore dei religiosi maggiori (che si occupa delle congregazioni religiose), dove si legge che un prete deve essere allontanato dal ministero, qualora sia «di pericolo per i minori e di scandalo per la comunità».

    I PEDOFILI INDISTURBATI 

    Eppure, sono tanti i sacerdoti che, con sentenze per abuso sui minori alle spalle o che hanno scampato la condanna penale soltanto grazie alla prescrizione, continuano a frequentare le parrocchie, dire messa e – cosa ancora più grave – insegnare catechismo ai ragazzini o gestire l’oratorio.

    È il caso di don Giorgio Carli della diocesi di Bolzano-Bressanone, o di don Silverio Mura, condannato dal tribunale civile di Napoli a risarcire la sua vittima ma ancora incardinato formalmente nella diocesi partenopea. I casi che stiamo raccontanto nella nostra inchiesta finanziata dai lettori, non sono certo gli unici.

    Tra sacerdoti assolti dai tribunali ecclesiastici o raggiunti da denunce per pedofilia e trasferiti dai vescovi in altre diocesi, l’elenco potrebbe essere lungo. Chissà se la Cei, per onorare la giornata del 18 novembre e rispondere agli appelli del papa sulla tolleranza zero, si rassegnerà ad aprire gli archivi e a rendere noti i nomi e gli incarichi attuali dei sacerdoti pedofili.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofili-la-prudenza-della-cei-e-la-tolleranza-zero-del-papa-jm4lyhk3

     

  • La Cei “Non si compra il silenzio delle vittime” Ma molti vescovi lo fanno

    La Cei “Non si compra il silenzio delle vittime” Ma molti vescovi lo fanno

    FEDERICA TOURN tratto da DOMANI – L’articolo pubblicato su Domani circa le azioni della chiesa in Italia contro la piaga degli abusi su minori ci obbliga ad alcune precisazioni perché tocca elementi fondanti che non possono e non devono essere travisati in alcun modo. Innanzitutto, ribadiamo sincera e convinta vicinanza alle vittime di abusi dolorosi e confermiamo la posizione della chiesa in Italia che è senza ambiguità: chi effettua una segnalazione non può essere sottoposto ad alcun vincolo (cfr. Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, n. 5.13).

    Inoltre, viene rigettata la ricostruzione relativa a un “silenzio comprato”, poiché, nel contesto di una vicenda già nota all’opinione pubblica, qualsiasi presunta offerta non avrebbe potuto generare tale risultato. Infine, ricordiamo quanto molto chiaramente espresso da papa Francesco nel discorso rivolto alla curia romana per gli auguri di Natale il 21 dicembre 2018: «È innegabile che alcuni responsabili, nel passato, per leggerezza, per incredulità, per impreparazione, per inesperienza – dobbiamo giudicare il passato con l’ermeneutica del passato – o per superficialità spirituale e umana hanno trattato tanti casi senza la dovuta serietà e prontezza. Ciò non deve accadere mai più. Questa è la scelta e la decisione di tutta la chiesa». Questa è la scelta e l’impegno della Chiesa in Italia.

    Conferenza episcopale italiana, ufficio nazionale per le comunicazioni sociali

    Risponde Federica Tourn:

    Qualcosa si muove in Vaticano, se la Cei decide di reagire alla nostra inchiesta sugli abusi sessuali clericali. Abbiamo raccontato la storia di un prete abusatore che ha proposto alla vittima, a titolo di riparazione, 25 mila euro in cambio del silenzio sull’accordo di risarcimento. La Cei rigetta l’idea del “silenzio comprato” poiché «qualsiasi presunta offerta non avrebbe potuto generare tale risultato».

    Certamente nella vicenda ricostruita da Domani l’accordo non richiedeva il silenzio sulla violenza – dato che il sacerdote era reo confesso, la cosa non avrebbe in effetti avuto senso – ma sull’offerta di denaro, presentata come un gesto di pura liberalità e amore cristiano.

    Ma perché allora, se si trattava di un atto di carità, mettere una clausola di riservatezza, pena il decadimento dell’accordo? Il risultato che si genera con la clausola è di lasciare la storia e il nome del responsabile relegati in ambito locale, senza lasciare traccia del reato di violenza sessuale, ormai prescritto per la giustizia civile e non considerato degno di essere preso in considerazione da quella ecclesiastica. Soprattutto, si nasconde che i preti ricorrono a queste scritture private con scambio di denaro per “compensare” le violenze.

    La Cei sottolinea che la faccenda dei risarcimenti nascosti e sotto condizione «tocca elementi fondanti». Proprio per questo, collocare queste pratiche nel passato sembra decisamente riduttivo. Papa Francesco dice che «bisogna giudicare il passato con l’ermeneutica del passato».

    Giusto, ma allora giudichi con l’ermeneutica del presente il denaro offerto oggi dai vescovi. L’impegno della chiesa contro la «piaga degli abusi sui minori» e i meritori «mai più» del papa continuano a intrecciarsi con ambiguità e contraddizioni delle autorità ecclesiastiche. Il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, dice che la Chiesa italiana non andrà nella direzione di risarcire le vittime (come invece succede in altri paesi, per esempio in Francia) per evitare che si facciano avanti persone spinte soltanto dall’interesse economico. Ma le offerte di denaro, camuffate da borse di studio o aiuti economici per cure mediche o psicologiche, continuano ad arrivare dai sacerdoti pedofili, se non addirittura dai vescovi.

    Il 3 luglio 2022 Domani ha raccontato il caso attualissimo di Antonio Messina, la vittima di don Giuseppe Rugolo, in queste settimane a processo a Enna per violenza sessuale: «Il vescovo di Enna monsignor Gisana aveva promesso alla mia famiglia 25 mila euro in contanti (guarda caso sempre la stessa cifra, ndr), prelevati dai fondi della Caritas, purché io mi impegnassi a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo». Che cos’è questo, se non è un tentativo di comprare il silenzio?

    Lo sforzo della Cei è apprezzabile ma ci sono ancora troppe incertezze e chiusure. Non è per esempio ancora stata data una risposta alle lettere aperte inviate dalla rete di associazioni Italy Church Too, che a febbraio si è costituita proprio in sostegno delle vittime.

    Finora la chiesa non ha fornito un solo dato che dimostri che le cose sono davvero cambiate. Infatti c’è solo un modo per non nascondere le dazioni di denaro sottobanco alle vittime dietro il monito evangelico «non sappia la mano sinistra quel che fa la tua destra»: i vescovi italiani si impegnino di più nell’ascolto delle vittime e su una gestione davvero trasparente degli abusi clericali, dall’accertamento delle responsabilità fino al completo ristabilimento della verità.

     

  • I 400 casi di pedofilia nella Chiesa in Portogallo: «Non è un numero molto elevato»

    I 400 casi di pedofilia nella Chiesa in Portogallo: «Non è un numero molto elevato»

    La Commissione indipendente sugli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Portogallo ha segnalato 400 casi totali. Di questi, 17 riguardano sacerdoti ancora in attività. Tra questi c’è anche Carlo Felipe Ximenes Belo, arcivescovo e premio Nobel per la pace nel 1996. Lo psichiatra infantile Pedro Strecht, coordinatore della Commissione, ha ricordato che si parla dei casi segnalati all’autorità giudiziaria. Mentre il presidente della Repubblica Marcelo Rebelo de Sousa ha prima detto che «non è un numero particolarmente elevato». Poi ha dovuto correggere il tiro in una nota dopo la dichiarazione: «Intendevo dire che non è elevato rispetto alla probabile e triste realtà. In Portogallo e nel resto del mondo». I sospetti di abusi sessuali e insabbiamento dei casi hanno colpito negli ultimi tempi le alte gerarchie della Chiesa portoghese.

    Le accuse al presidente

    Il presidente della Repubblica, fervente cattolico, è stato accusato di non aver brillato per imparzialità. Perché a luglio ha difeso due cardinali citati in relazione all’insabbiamento di un’inchiesta del giornale Oservador. De Sousa ha anche ricevuto una denuncia nei confornti di monsignor José Omelas, vescovo di Fatima e presidente della Conferenza Episcopale portoghese. La presidenza ha riportato il fatto alle autorità competenti. Ma ha informato anche il vescovo. Il presidente si è comunque detto fiducioso che tutti questi scandali non avranno alcun impatto sulla riuscita della Giornata mondiale della gioventù. Si svolgerà a Lisbona la prima settimana di agosto del 2023 e dovrebbe contare sulla presenza di Papa Francesco.

    https://www.open.online/2022/10/12/portogallo-400-casi-pedofilia-chiesa/

  • L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    —Non hai mai scoperto che Roberto Cadavid era a Brooklyn a lavorare in una parrocchia?

    “Non lo sapevo. Ha risposto monsignor Ricardo Tobón.

    — E se l’avesse saputo, quale sarebbe stata la sua azione?

    — Avviserei il vescovo che era sospeso, che era in processo.

    Due mesi dopo questa intervista nel 2018, il vescovo di Brooklyn ha rivelato le due lettere con cui Ricardo Tobón Restrepo, arcivescovo di Medellín, aveva raccomandato al sacerdote Roberto Cadavid, pericoloso predatore sessuale di bambini, di lavorare nella diocesi di New York nel 2012 e poi nel 2015.

    Roberto Cadavid è libero oggi dopo aver violentato decine di bambini in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Medellin, insabbiati dal precedente arcivescovo, Alberto Giraldo Jaramillo, e dall’attuale arcivescovo, Ricardo Tobón Restrepo, che ha mentito in un’intervista per proteggere un pederasta che oggi non è stato chiamato dalla giustizia, nonostante le molteplici prove a suo carico.

    Ma Roberto Cadavid non è stato l’unico ad aver apprezzato l’insabbiamento di Ricardo Tobón. Decine di sacerdoti hanno beneficiato della protezione di un arcivescovo che è in grado di registrare un video per affermare che si tratta di un caso di persecuzione contro la Chiesa cattolica , copione già noto in tutto il mondo quando la stampa libera e indipendente indaga sulla pederastia in quel religioso istituzione.

    Carlos Yepes, famoso telepredicatore di Antioquia con più di un milione di iscritti su YouTube, è stato protetto da Ricardo Tobón dopo essere stato denunciato da tre uomini che affermano di essere stati vittime di abusi sessuali infantili da parte del famoso sacerdote . Invece di essere rimproverato da Tobón, Yepes ha ricevuto le congratulazioni dal suo arcivescovo per essere apparso nel 2018 su una stazione radio nazionale per insultare uno degli uomini che lo denunciava , che non ha abbassato da “diavolo”.

    Due anni dopo, Carlos Yepes è stato sospeso direttamente da papa Francesco, secondo il quotidiano El Colombiano . Da allora l’arcidiocesi di Medellin ha avviato un processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico, guidato da sacerdoti amici, colleghi e compagni di Yepes. Una completa presa in giro da questi tribunali ecclesiastici che cercano sempre di assolvere i preti attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano incaricato di “indagare” sui migliaia di casi di preti pedofili nel mondo e che, la maggior parte delle volte, finisce per punire i molestatori di bambini per qualche mese o qualche anno e poi mandarli in altre parrocchie, dove di solito tornano a violentare minori.

    Seppur sospeso, è molto probabile che Carlos Yepes venga assolto dai suoi colleghi in breve tempo e userà quell’assoluzione come trofeo per diffamare e vittimizzare nuovamente gli uomini che lo hanno denunciato. Intanto il sistema giudiziario colombiano dorme il sonno dei giusti e non osa avviare un’indagine d’ufficio contro il famoso sacerdote. Al contrario, indaga sui tre uomini e sul giornalista che ha pubblicato l’inchiesta, denunciati per diffamazione e calunnia da Yepes, come strategia per presentarsi innocenti davanti all’opinione pubblica.

    Yepes non è l’unico sacerdote famoso coinvolto in scandali sessuali. Juan Diego Ruiz Arango, protagonista del canale dei gesuiti Televid , è stato denunciato per essersi fatto ubriacare un minorenne e per avergli poi abusato sessualmente . La testimonianza di quest’uomo non è bastata a Ricardo Tobón per rimuovere il sacerdote dall’incarico. Al contrario, l’ha cambiata in una parrocchia migliore e poi ha mentito sulle informazioni che la Corte Costituzionale lo ha costretto a fornire. In quel documento, Tobón ha assicurato di non aver trovato prove convincenti contro Ruiz Arango , ma settimane fa si è scusato con la vittima.

    Uno dei casi più simbolici che dimostrano il disprezzo dell’arcivescovo Ricardo Tobón – e della Chiesa cattolica in generale – di sradicare la pedofilia ecclesiale è quello del Vicario generale dell’arcidiocesi di Medellín, Óscar Augusto Álvarez Zea. Questo sacerdote è il braccio destro dell’arcivescovo Tobón ed è colui che riceve denunce contro i suoi confratelli. Ma ecco una cosa che vale la pena notare: questo vicario è stato accusato, da fonte protetta, di aver messo a tacere un minore con cui il sacerdote affermava di avere una relazione da 20 milioni di pesos . Álvarez Zea è attualmente il parroco del Beato Mariano de Jesús Eusse, una delle parrocchie più ricche di Medellín, situata nel settore El Tesoro, nel quartiere El Poblado.

    Insieme a Roberto Cadavid, Carlos Yepes, Juan Diego Ruiz e Óscar Álvarez, ci sono altri 58 sacerdoti che sono stati denunciati all’arcidiocesi di Medellín, all’ufficio del procuratore generale ea Vorágine , che ha ricevuto decine di storie dai sopravvissuti. Ad esempio, Natalia Restrepo accusa il sacerdote Iván Darío Restrepo Salazar di averla abusata sessualmente, di averla messa incinta e costretta ad abortire.  Restrepo Salazar è stato denunciato da questa donna nel 2007; Le chiesero di perdonarlo e di andare avanti con la sua vita, mentre il sacerdote scalava i ranghi con la protezione di Alberto Giraldo e Ricardo Tobón Restrepo, gli ultimi due arcivescovi di Medellín. Nonostante la denuncia di Natalia, il sacerdote continua come parroco di Nostra Signora dell’Assunzione, nel quartiere Aranjuez di Medellín.

    Un altro dei sacerdoti denunciati per violenze sessuali su minori è José Elías Lopera Cárdenas, confessore di Pablo Escobar e leader del programma Medellín sin Tugurios , che finanziò l’allora boss della droga. Lopera Cárdenas è stata insabbiata dall’arcivescovo Ricardo Tobón, che ha omesso il suo nome nella risposta recentemente data ai media, obbligata dalla Corte costituzionale , nonostante il fatto che la denuncia contro Elías Lopera fosse ampiamente nota in tutto il paese.

    Ma questa non fu l’unica omissione dell’arcivescovo di Medellín. Decine di sacerdoti denunciati negli uffici arcidiocesani restano sotto la protezione di Tobón Restrepo, che ha dato solo pochi nomi per simulare la trasparenza.

    Quasi tutte le denunce contro questi 62 sacerdoti sono state depositate dalla Procura perché l’azione penale è già prescritta. Il procuratore María Victoria Salazar Congote, coordinatrice del Centro di assistenza globale per le vittime di abusi sessuali (CAIVAS) a Medellín, sembra essere il difensore d’ufficio dell’arcivescovo Ricardo Tobón e dell’arcidiocesi di Medellín. In risposta a un diritto di petizione inviatogli da Vorágine, ha affermato di non aver citato l’arcivescovo Tobón perché non c’è alcuna denuncia sessuale contro di lui . Il pm dimentica che Tobón Restrepo ha insabbiato tutti questi sacerdoti e che non ha mai informato la Procura di queste denunce, affinché, con il passare dei giorni, le prescrivessero.Come ha affermato in un’intervista il cardinale Rubén Salazar Gómez, chi viola è criminale tanto quanto chi lo insabbia . Sì, l’ha detto un cardinale al quale, nel tempo, un’inchiesta giornalistica ha scoperto che aveva insabbiato anche dei pederasti.

    Questa la lista con i profili dei sacerdoti denunciati per pederastia e abusi sessuali e dei vescovi che li hanno insabbiati. Uno di loro, Élkin Álvarez, è recentemente uscito in un video per dire che tutti i vescovi erano interessati a “porre fine a questa drammatica e terrificante situazione di abusi sui minori”. Giorni prima di quel video, Álvarez ha chiamato la vittima di un prete per chiedergli di tacere, dicendo che “parlava con attenzione”. Álvarez è ora vescovo di Santa Rosa de Osos ed è stato segretario della Conferenza episcopale della Colombia.

  • La protesta dei chierichetti contro l’arcivescovo dei silenzi sugli abusi

    La protesta dei chierichetti contro l’arcivescovo dei silenzi sugli abusi

    Federica Tourn per DOMANI – Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia dal 2014, è coinvolto nelle accuse di occultamento di casi di violenza sui minori nella sua diocesi.

    Lunedì scorso, 3 ottobre, durante la messa solenne nella Basilica di San Paolo fuori le mura officiata dall’arcivescovo, duecento chierichetti della sua diocesi si sono alzati e gli hanno voltato la schiena in segno di protesta.

    Lunedì scorso, nella Basilica di San Paolo Woelki ha reagito con stizza alla rabbia dei ministranti, dicendo che la funzione, in quanto «celebrazione di unità e di pace», non era il luogo e il momento adatto per una manifestazione.

    Non c’è pace per la chiesa cattolica sul fronte degli abusi, così come continua indefessa la prassi della stampa italiana di non coprire questo genere di notizie. Non solo il Vaticano non rende noti gli accordi con clausola di riservatezza proposti alle vittime dai preti pedofili (come abbiamo scritto ieri nell’inchiesta promossa dai lettori sulla violenza nella chiesa), ma si guarda bene anche dal dare visibilità alle proteste interne, anche quando sono i più giovani ed esposti a chiedere giustizia.

    Lunedì scorso, 3 ottobre, durante la messa solenne nella Basilica di San Paolo fuori le mura officiata dall’arcivescovo di Colonia Rainer Maria Woelki, duecento chierichetti della sua diocesi si sono alzati e gli hanno voltato la schiena in segno di protesta.

    La messa faceva parte del programma del pellegrinaggio a Roma dei ministranti della diocesi guidati dallo stesso cardinale Woelki, a cui hanno preso parte duemila ragazzi e ragazze fra i 14 e i 30 anni.

    Appena cominciata la predica, a piccoli gruppi i chierichetti hanno cominciato ad alzarsi e a girarsi ostentatamente, mentre altri hanno proprio abbandonato la chiesa. La richiesta «Woelki deve andarsene!» è stata scandita a più voci fra le navate della basilica.

    «Deve dimettersi: non lo vogliamo come cardinale di Colonia e non volevamo nemmeno che celebrasse la messa», dichiara Yannik Gran, uno dei chierichetti che ha partecipato alla protesta.

    Woelki, arcivescovo di Colonia dal 2014, è infatti coinvolto nelle accuse di occultamento di casi di violenza sui minori nella sua diocesi. Il cardinale, infatti, adducendo pretesti legali, non ha reso pubblico il rapporto sugli abusi che aveva commissionato nel 2019 allo studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, ma un rapporto successivo del 2021 ha rivelato che dal 1975 al 2018 ci sono state nella Chiesa di Colonia 314 vittime e 202 abusatori, due terzi dei quali sacerdoti.

    LA VISITA E IL CONGEDO

    Il rapporto scagiona Woelki dall’accusa di aver coperto i responsabili, ma i fedeli hanno reagito malissimo al modo in cui il cardinale ha gestito l’intera faccenda all’interno della diocesi e non hanno creduto alla sua estraneità nell’insabbiamento dei casi.

    In seguito alla pubblicazione del secondo rapporto, il papa ha quindi deciso di inviare una visita apostolica nella diocesi di Colonia e poi concesso al cardinale sei mesi di congedo. Woelki, reintegrato nel suo ruolo nella scorsa primavera, a marzo ha presentato a papa Francesco le sue dimissioni.

    Il pontefice, però, non ha finora preso una decisione in proposito ed ecco perché è stato il controverso cardinale ad accompagnare i “suoi” chierichetti durante il consueto pellegrinaggio autunnale.

    Lunedì scorso, nella Basilica di San Paolo Woelki ha reagito con stizza alla rabbia dei ministranti, dicendo che la funzione, in quanto «celebrazione di unità e di pace», non era il luogo e il momento adatto per una manifestazione.

    Durante il sermone non ha perso l’occasione per stigmatizzare la protesta, giocando la parte della vittima mentre sottolineava dall’alto del pulpito che «Gesù non ha mai voltato le spalle nessuno».

    «In realtà, è lui che ha voltato le spalle a noi, evitandoci e rifiutando per anni di rispondere alle nostre domande sullo scandalo degli abusi, ed è questo che volevamo dire con il nostro gesto simbolico», spiega Gran.

    «Non vogliamo più sostenere un cardinale che ha coperto centinaia di episodi di violenza nella diocesi di Colonia – aggiunge – abbiamo perso la fiducia in lui e nella chiesa che lui rappresenta, e come noi molti altri fedeli, che in questo momento in Germania stanno lasciando la chiesa».

    L’ONDA DELLA CHIESA TEDESCA

    I chierichetti durante la protesta hanno anche mostrato bandiere arcobaleno, per solidarizzare con l’onda di rinnovamento che attraversa la chiesa cattolica in Germania, alle prese con un importante e sofferto cammino sinodale, in cui si chiede fra l’altro di abolire il celibato, accogliere le coppie omosessuali e rendere possibile il sacerdozio anche per le donne.

    «Vogliamo una chiesa aperta a tutti, che non discrimini in base al genere o alle scelte sessuali», dice Gran. Inutile sottolineare che il cardinale Woelki, decisamente conservatore, si è sempre mostrato contrario a ogni apertura.

    La messa si è poi conclusa velocemente e al termine del servizio il cardinale non ha attraversato la basilica per l’uscita solenne attraverso i ministranti, come previsto, ma è uscito in tutta fretta dalla porta di servizio.

    La cronaca della contestazione è stata ampiamente riportata dai media tedeschi, mentre in Italia non è uscita una riga, come se non fosse successo niente. Soltanto VaticanNews dà conto della coraggiosa manifestazione dei chierichetti in San Paolo, ma senza menzionare minimamente l’accaduto: per l’organo del Vaticano non c’era evidentemente nulla da segnalare.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/protesta-chierichetti-arcivescovo-woelki-abusi-pedofilia-chiesa-dy3wymoe