Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Papa Francesco

  • Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Cosa mi ha davvero scioccato del primo Report della Cei sugli abusi nella Chiesa? Il fatto che lo Stato sia rimasto a guardare, in sfregio alla Costituzione e agli stessi cittadini, tutti, non solo le vittime.

    L’operazione appare come la palese prova dell’esistenza di uno Stato dentro lo Stato: non quello di chi ha stuprato nei fatti, ma dei vescovi italiani che hanno sempre coperto. Palese perché esisteva una direttiva riservata del 1962, Crimen sollicitationis, redatta dal cardinale Ottaviani (che stabiliva la procedura canonica nelle cause di sollicitatio ad turpia, ovvero l’utilizzo da parte del prete del sacramento della confessione per fare avances sessuali ai/alle penitenti, ndr) riveduta nel 2001 (De delictis gravioribus, ndr) che di fatto ha avuto una funzione di insabbiamento. Qualunque vescovo l’avesse violata avrebbe commesso un reato solo per il Codice di Diritto canonico, quindi è puerile evitare oggi un’inchiesta a fronte di una realtà sotto gli occhi di tutti, denota solo una mancanza di onestà e forse una paura.

    La domanda che dobbiamo porci, ma che si dà risposta da sé, è: perché già nel 1962 Ottaviani scrisse per il Vaticano quella procedura criminale?

    Il mondo la scoprirà solo nel 2001, e nel 2004 un avvocato di Houston, Daniel Shea, trascinò il cardinale Ratzinger – all’epoca a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero l’organo vaticano che si occupa della dottrina e della disciplina, quindi anche della pedofilia dei preti – in tribunale: l’accusa è di intralcio alla giustizia, in quanto avrebbe omesso di denunciare i casi alle autorità civili, ribadendo nella sua funzione ai vescovi di tutto il mondo, con De delictis gravioribus, che la direttiva del 1962 era tutt’ora in vigore.

    Di certo rocambolesco fu il salvataggio di Ratzinger (oggi stranamente segregato in Vaticano, ma non certo per punizione: d’altra parte era il monarca assoluto dello Stato dentro le mura leonine) se si pensa ai vari scandali, non solo del Banco Ambrosiano e dello IOR; persino qualche buon cattolico come Giulio Andreotti, al di là del peccato consapevole, avrebbe potuto pensar male.

    Ebbene, il cardinale Raztinger, chiamato a rendere conto in tribunale di quell’accusa, divenne papa, eletto da un intero Conclave, dopo il provvidenziale decesso del predecessore. Usufruì in quanto capo di Stato dell’immunità diplomatica, e non rispose mai agli inquirenti che lo accusavano.

    Tuttavia di Ratzinger la Chiesa parla bene in Italia. Gli opinionisti dicono persino che ha fatto tanto per la pedofilia (non è chiaro se per mantenerla o eliminarla). Mentre i magistrati e le vittime in Germania gli chiedono conto.

    Anche papa Francesco ha fatto molto, dicono. Tuttavia in Italia vediamo la Cei non seguire le innovazioni che secondo molti sarebbero state introdotte, in sostanza non rispettando ciò che il papa ha deciso fosse legge. Ma non vedo dal Vaticano alcuna irritazione per questa violazione, solo silenzio.

    L’altro giorno la Cei se ne è uscita con un Report non indipendente, e parziale in quanto carente dei dati dei tribunali e delle associazioni di vittime. E malgrado questa carenza di fonti, quel Report della Cei dice che in Italia, nei due anni presi in esame (2020-2021, in cui tra l’altro uffici pubblici e diocesani sono stati per lungo tempo chiusi a causa della pandemia di COVID), sono state ricevute 89 segnalazioni, per un numero di 68 presunti abusatori.

    Ebbene, in Francia, dove l’indagine è stata imparziale e approfondita, censendo in 70 anni circa 3.000 sacerdoti colpevoli, se si divide il numero di questi ultimi per gli anni, il risultato è, in media, di 44 casi l’anno. Cifra non lontana dalla media dei dati Cei per i due anni.

    Naturalmente non si è dato peso a questo elemento, ma neanche alla domanda più banale: come può la Chiesa italiana (e solo quella italiana), gestire in proprio i crimini che ha essa stessa coperto per legge interna?

    Come può lo Stato italiano, controcorrente rispetto a tutti gli altri, fare finta che non ci sia nulla di grave?

    Come possono, gli stessi cattolici che affidano al clero i propri figli, continuare a farsi andare bene tutto così?

    La via italiana è ancora davvero lunga. Non esiste ancora, nel Paese, una coscienza collettiva, civile, e questo lascia spazio, nei fatti, a qualcosa che continuerà ancora per anni.

    Lo stesso Ghizzoni (presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, ndr), in conferenza stampa, dopo il ventennale fallimento della Chiesa italiana, ha detto comunque che questa è la via giusta, che proveranno ed eventualmente correggeranno. Non ha fissato una scadenza.

  • Congetture di un ex passante

    Congetture di un ex passante

    Massimo Faggioli LA CROIX – Dopo un lungo ritardo rispetto a molti altri Paesi, lo scorso 17 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato il suo primo rapporto sugli abusi sessuali del clero. Si è soffermato sull’attività di prevenzione e formazione svolta dai servizi diocesani (interdiocesani e regionali) per la tutela dei minori e sulle testimonianze che le vittime hanno raccontato presso i centri di ascolto diocesani Il rapporto è il frutto della collaborazione tra la Cei e due ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

    Rispetto ad altri Paesi, ha una portata molto più limitata e più istituzionalmente legata alla Chiesa cattolica in Italia. È un chiaro tentativo di stabilire un proprio modello per evitare l’impatto catastrofico che le rivelazioni di abusi hanno avuto in altri paesi. Il reportage italiano: diverso da tutti gli altri Questo rapporto è molto diverso dai recenti sforzi della Chiesa in altre parti del mondo.

    Non proviene da una commissione indipendente (come è stato fatto in Francia), né da una commissione nazionale istituita dal governo (come la Royal Commission in Australia), né è uno studio scientifico di un’istituzione assunta dalla Chiesa (come il John Jay College of Criminal Justice negli Stati Uniti). E non è nemmeno uno studio nazionale sul fenomeno degli abusi nella Chiesa.

    Si tratta invece di un catalogo di testimonianze raccolte nei vari territori della penisola italiana, ma solo fino al 2019.Ci sarà presto un altro rapporto sui casi di abuso negli ultimi 20 anni, che è ancora un lasso di tempo molto breve rispetto ad altri studi.

    Le associazioni delle vittime hanno aspramente criticato questo approccio, che dipinge un quadro complesso di dove si trova la Chiesa in Italia nel percorso globale verso il bilancio del fenomeno degli abusi. Rivela anche il “punto cieco” strutturale dell’episcopato italiano sulla questione, come ha notato il teologo Marcello Neri.

    Particolarmente preoccupante è stato il tentativo dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, capo dell’ufficio per la protezione dei minori della CEI, di denigrare la commissione indipendente francese e il suo rapporto. Ma così facendo, Ghizzoni ha rivelato la forte resistenza dei vescovi italiani a un’indagine completa.

    L’Italia è al primo posto nei casi di abusi sessuali.

    Per fortuna, ci sono molti altri vescovi che parlano più apertamente della situazione italiana in privato e seguono politiche diverse e più proattive. Siamo passati dal momento in cui si poteva dire, senza paura di essere smentiti, che la Chiesa in Italia non ha un problema di abusi. Alla pubblicazione del rapporto della Cei ha fatto seguito, il giorno successivo, la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale dei minori” promossa dall’Onu. Telefono Azzurro, Onlus per l’ascolto e l’intervento contro gli abusi sui minori, ha tenuto un convegno in occasione dell’evento.

    Monsignor John Kennedy di Dublino , segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che l’Italia occupa qualcosa come il quinto o il sesto posto nel mondo intero per numero di casi di abusi. Significativamente, la sua affermazione non ha avuto quasi nessuna reazione significativa nei media mainstream italiani. Allo stesso tempo, è incoraggiante che la Chiesa in Italia abbia (finalmente) intrapreso un percorso di riconoscimento, cura e prevenzione, per quanto corretto e integrato possa essere lungo il cammino.

    Lo ha notato Maria Elisabetta Gandolfi, direttrice della rivista cattolica indipendente Il Regno , che ha spesso pubblicato articoli sulla crisi degli abusi. (Full disclosure: sono un membro dello staff de Il Regno ). Gandolfi ha anche sottolineato che i vescovi presentando il rapporto della Cei hanno riconosciuto che “un terreno culturalmente insensibile è forse anche uno dei motivi del ritardo complessivo della società italiana nel chiedere un’azione decisa e coerente contro la pedofilia e la violenza sui minori ”.Questo “terreno culturalmente insensibile” è un fattore chiave per comprendere il ritardo italiano nell’affrontare la crisi degli abusi. Fino ad oggi, c’è stato un ampio consenso in Italia sul fatto che il problema degli abusi legati alla Chiesa non fosse una priorità.

    Il rapporto della Cei è solo l’inizio. È anche un banco di prova per il più ampio, cosiddetto ” mondo cattolico ” in Italia: clero e religiosi cattolici, intellettuali laici, politici, operatori sociali e pastorali, membri di movimenti e associazioni. Un immenso cantiere teologico che atterrisce molti nella Chiesa Sarà importante anche vedere le reazioni ei contributi delle associazioni e delle reti teologiche cattoliche italiane, tutte operanti in un sistema ecclesiale che deve lavorare in un Paese che il Vaticano ha storicamente visto come il proprio orticello.

    Intellettualmente, sarà utile adottare una prospettiva che guardi alla crisi nella sua complessità e sia attenta ad evitare un approccio ipocrita che cerchi di difendere la Chiesa che in Italia ha fatto (e sta facendo) tutto quello che può e deve fare. Sarà anche importante evitare un approccio populista che cerchi di incriminare la Chiesa cattolica come un’impresa criminale dedita a perpetrare e nascondere abusi. Cercare una spiegazione monocausale – come l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il celibato o l’omosessualità – rivela una semplificazione che rafforza lo status quo. Come hanno notato Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro libro pubblicato di recente in Francia, la sfida è istituzionale ma anche culturale e teologica. Lo scandalo degli abusi ha aperto un immenso cantiere teologico che terrorizza molti nella Chiesa, e non solo nella gerarchia clericale.

    Ci vorranno generazioni per scavare e ricostruire. Purtroppo la Chiesa istituzionale non è l’unico soggetto in Italia che ha a lungo ignorato lo scandalo degli abusi. Anche le istituzioni pubbliche (come la polizia, il sistema giudiziario e il sistema scolastico), così come il sistema dei media laici, laici e indipendenti, hanno ignorato lo scandalo.

    Solo negli ultimi anni i giovani giornalisti, cattolici e non, hanno rotto il silenzio facilitato da una cultura mediatica e politica storicamente restia a indagare sulla Chiesa cattolica. Cosa ha iniziato ad aprire i miei occhi C’è ancora molta strada da fare, per tutti gli italiani, non solo per i vescovi o per i funzionari vaticani. La mia esperienza personale di studioso cattolico emigrato negli Stati Uniti mi ha insegnato molto. Il mio primo breve viaggio nel paese è stato nella primavera del 2004.

    Una delle tappe è stata a Boston, dove le indagini “Spotlight” del Boston Globe hanno cambiato per sempre la nostra conoscenza e comprensione degli abusi nella Chiesa. Questo ha cominciato ad aprirmi gli occhi. Ma quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che nessuno, nemmeno i cattolici illuminati e progressisti, era interessato a sentire e parlare della crisi degli abusi. Lo scandalo era scoppiato già negli anni ’90 in Irlanda, ad esempio, ma in Italia semplicemente non si è registrato.

    Allora l’idea nella penisola era che questo fosse un problema americano, non un problema italiano. Questo è certamente come la vedeva il Vaticano. Ed è anche come la vedevano la maggior parte dei cattolici italiani, fino a poco tempo fa.Mi sono reso conto della portata e della profondità della crisi solo quando mi sono trasferito negli Stati Uniti nel 2008. Come teologo cattolico laico che insegna a giovani studenti, con una giovane famiglia e bambini che frequentano una scuola parrocchiale in una delle diocesi statunitensi più colpite dalla scandalo, la crisi divenne inevitabile.

    Non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, come studioso, professore, genitore e membro della Chiesa. Ho assistito agli effetti del caso McCarrick nel 2018 e sono diventato attivo sul campo, come studioso e come insegnante. Prima di venire negli Stati Uniti, ero uno di quei cattolici italiani della culla che non avevano mai conosciuto nessuno che avesse rivelato di aver subito abusi. Né avevo sentito parlare di abusi nella Chiesa, se non nelle notizie che venivano dall’estero. I punti ciechi che si vedono oggi nei vescovi italiani erano i miei punti ciechi fino a pochi anni fa. In un certo senso, ero uno dei tanti spettatori. Alcuni sapevano e sono rimasti in silenzio, mentre altri hanno sentito qualcosa ma non hanno pensato che valesse la pena di essere coinvolti. La maggior parte era solo culturalmente insensibile.

    Questo ruolo degli astanti (per gli abusi nella Chiesa, ma anche nelle scuole: l’insegnante come spettatore nel bullismo scolastico) è una delle cose a cui i ricercatori hanno guardato con più attenzione negli ultimi anni. È fondamentale che la Chiesa in Italia lo faccia bene Quelle poche persone che hanno alzato la voce sono state ignorate e messe a tacere, e non solo dai vescovi.

    La crisi degli abusi è molto più complicata di una netta divisione in due campi, tra vittime e sopravvissuti da una parte, autori e facilitatori dall’altra. C’è una vasta zona grigia di cui parlava già anni fa il gesuita padre Hans Zollner – il massimo esperto di abusi e prevenzione – sul settimanale culturale tedesco Die Zeit . “L’area grigia, non sono solo gli altri. L’area grigia siamo anche noi”, ha detto. L’Italia è un banco di prova cruciale per comprendere gli effetti dello scandalo abusi sulla coscienza dei nostri contemporanei, cattolici e non, riguardo alla loro percezione della Chiesa.

    Questo sarà legato all’eredità di Papa Francesco sulla gestione della crisi degli abusi. Farà parte anche dell’eredità del cardinale Matteo Zuppi, eletto presidente della Cei grazie al forte appoggio del papa. Sarà interessante vedere se la Chiesa in Italia saprà rispondere allo scandalo degli abusi, non solo a livello di pubbliche relazioni e in aula, ma anche a livello di discorso teologico, religioso e culturale. sia una sfida per la resistenza della Chiesa italiana ad accettare tutto ciò che oggi sappiamo sugli abusi, anche grazie all’evoluzione della morale, soprattutto per quanto riguarda la nostra maggiore consapevolezza della dignità dei bambini e dei minori, delle donne e degli adulti vulnerabili.

    È un risveglio al quale la tradizione cattolica ha contribuito in modo importante, anche se spesso in modo inconsapevole, involontario e indiretto. Il modo italiano di affrontare la crisi degli abusi è particolarmente importante perché, nel nostro cattolicesimo policentrico e globale, la penisola dove si trova il Vaticano è ancora il ground zero di questo cambio di paradigma epocale. Vittime e sopravvissuti falliti in Italia manderebbero un segnale particolarmente inquietante a tutti i cattolici del mondo.

    Seguimi su Facebook @MassimoFaggioli

  • Abusi in Italia: una voce “altra”

    Abusi in Italia: una voce “altra”

    Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

    Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

    A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

    Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

    Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

    La messa in scena

    Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

    Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

    Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

    Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

    Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

    Neutrali?

    Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

    Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

    La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

    Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

    Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

    Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

    Denunce e Centri di ascolto

    Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

    Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

    Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

    Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

    Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

    Annuncio e pratiche criminali

    Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

    Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

    Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

    Cambiamo scenario

    In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

    Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

    Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

    Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

    “Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

    “Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

    Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

    Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • Il vescovo emerito di Albany chiede a Papa Francesco la rimozione dal sacerdozio

    Il vescovo emerito di Albany chiede a Papa Francesco la rimozione dal sacerdozio

    Il vescovo emerito di Albany, che ha accolto di aver coperto abusi sessuali da parte di alcuni preti e che è accusato in prima persona di averli compiuti, ha formalmente chiesto a Papa Francesco di essere rimosso dal sacerdozio.

    Howard Hubbard , 84 anni, ha annunciato la sua decisione in una dichiarazione rilasciata venerdì, giorno in cui le Nazioni Unite hanno indetto la Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dall’abuso e dalla violenza sessuale sui minori.

    Hubbard ha affermato di voler essere “laicizzato”, ossia di essere sottratto alla giurisdizione ecclesiastica, perché non più capace di essere sacerdote – data la politica della Chiesa statunitense che impedisce ai sacerdoti indagati di svolgere il loro ministero. Se accettata, la laicizzazione solleverebbe Hubbard dai suoi obblighi di celibato.

    Chiedere al Papa la laicizzazione volontaria è una mossa piuttosto insolita, soprattutto per un vescovo e per un prete che nega le accuse rivolte nei suoi confronti. Di solito, infatti, i sacerdoti chiedono la laicizzazione se le prove di abuso contro di loro sono schiaccianti o se vogliono lasciare il sacerdozio per sposarsi.

    Il vescovo emerito di Albany chiede a Papa Francesco la rimozione dal sacerdozio

  • La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    di Vik van Brantegem, tratto da korazym.org 

    Oggi viene celebrata la II Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, un titolo lunghissimo di ben 16 parole, quasi un manifesto, da cui però è stata ommessa la parola che conta, come per nascondere di cosa si tratta in sostanza, di crimini sessuali. Si prega per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica in Italia, ed è cosa buona e giusta, ma dalla Chiesa Cattolica Romana in Italia si aspetta altro. Molto altro.

    E passo per quella “Chiesa italiana” al posto di “Chiesa in Italia”. Ormai, anche l’ignoranza ecclesiastica va a pari passi con l’insabbiamento dei reati degli abusi sessuali del clero da parte dei pastori. Finché la giustizia civile non se ne occupa.

    Dopo le preghiere, diamo il benvenuto anche al primo rapporto della Conferenza Episcopale Italiana, con i risultato dell’indagine sugli abusi sessuali negli ultimi 20 anni all’interno della Chiesa in Italia, che è stato presentato ieri a Roma da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI; Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI; Don Gianluca Marchetti, Direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo; Sig.ra Chiara Griffini, Referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio; Dott.ssa Barbara Parabaschi e Dott. Paolo Rizzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

    Però, va osservato che si tratta di un’indagine non indipendente. Inoltre, fa riferimento agli abusi sessuali avvenuti solamente negli ultimi 20 anni e basandosi sui dati dei Servizi tutela minori delle diocesi, entrati in funzione appena due anni fa. Infine, non si può pensare di risolvere la questione con dei rapporti. Finché vescovi insabbiatori vengono lasciati al loro posto dal Papa della “tolleranza zero” e preti abusatori non vengono dimesso dallo stato clericale (e non solo dopo essere consegnati alla giustizia civile, cosa che avviene comunque in casi rari e solo a seguito di denunce da parte delle vittime), rimangono solo parole, parole e parole. Non basta fare rapporti sugli abusi sessuali commessi e denunciarli, occorre anche prevenirli. Res non verba!

    Al riguardo è intervenuto il teologo, psicologo e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, Padre Hans Zollner, S.I., considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e prevenzione degli abusi sessuali, in una intervista a cura di Gabriele D’Amico, pubblicato il 16 novembre 2022 dal Quotidiano di Sicilia [QUI]: “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”. E questo vediamo anche nella Chiesa in Italia, scandalosamente in ritardo.

    Alla domanda: “Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?”, Padre Zollner ha risposto: “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla CNN in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    A margine, un’osservazione nell’intervista di Padre Zollner degna di nota: “(…) non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti” e i casi di pedofili “coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    In occasione di questa seconda giornata sugli abusi sessuali nella Chiesa e la pubblicazione del rapporto della CEI, ritorniamo sul caso della Diocesi di Piazza Armerina, di cui ci siamo occupato già a più riprese, a partire dal caso Rugolo e non solo. Il governo pastorale di questa diocesi in provincia di Enna continua ad essere affidato, con tutto quello che ne consegue, al Vescovo Rosario Gisana. Costoro continua a godere della fiducia dell’amico Papa Francesco, secondo la consolidata prassi peronista: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI]. E quindi, non viene “sacrificato sull’altare dell’ipocrisia”, come altri e per molto meno.

    Il tema che accompagna questa seconda giornata di preghiera è tratto dal Salmo 147: «”Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”. Dal dolore alla consolazione». Però, nella Diocesi di Piazza Armerina di consolazione non c’è traccia, mentre di dolore se ne è tanto. Sul sito e sulla pagina Facebook della Diocesi di Piazza Armerina non abbiamo trovato traccia della seconda giornata di preghiera di oggi (a differenza di tante altre diocesi. In fin dei conti è anche meglio così, perché non è concepibile una presenza del Vescovo Rosario Gisana in quel contesto.

    La Diocesi di Piazza Armerina – già in difficoltà per il caso di Don Giuseppe Rugolo, a processo per violenza sessuale aggravata su tre minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale, e per il caso di Don Giovanni Tandurella – ha espresso in una nota, pubblicato sul sito diocesano, la sua fiducia nella giustizia per fare chiarezza sul caso del Cappellano del Carcere di Enna, Fra Rosario Buccheri, OFM Conv, arrestato in flagrante per spaccio, vicenda definita dolorosa. La nona udienza per il Caso Rugolo si è svolta il 3 novembre 2022 [QUI] e la prossima è prevista per il 17 gennaio 2023.

    Di seguito condividiamo un articolo – che offre un riassunto delle condizioni penose in cui si trova da Diocesi di Piazza Armerina sotto il governo di Mons. Rosario Gisana – pubblicato alcuni giorni fa da Domani nell’ambito dell’inchiesta della testata su La violenza nella Chiesa, a cura di Federica Tourn.

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Processo esplosivo

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso [QUI], durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso». Giuseppe Rugolo è accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, di fronte alle domande del procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla sostituta Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta [QUI].

    Pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con la cosiddetta “indagine previa” (il procedimento ecclesiastico che si è chiuso con un nulla di fatto) e il conseguente trasferimento di Rugolo a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli. Invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, che abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022. Ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti. Dagli atti del processo e dal dibattimento a porte chiuse emerge un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare il proprio buon nome, anche a costo di compromettere la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché la chiesa li protegge con il silenzio anche di fronte alle denunce delle vittime. Durante una telefonata con lo stesso imputato, intercettata dagli inquirenti, Gisana ammette apertamente di averlo coperto: «Il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021 [arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, ha scontato al seminario dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchia (dove l’avevo spedito Mons. Rosario Gisana) 13 mesi di arresti domiciliari (a suo tempo disposti dal Gip Luisa Maria Bruno per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata») e poi sottoposto all’obbligo di permanenza notturna], però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi di Piazza Armerina, casi delicati di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti.

    I silenzi del vescovo

    «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma a Domani Antonio Messina – sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a promuovere con nuovi incarichi in diocesi». Da un’intercettazione letta in aula si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – nota Messina, l’accusatore di Rugolo – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio. In udienza, alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di parte civile Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si è “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’è quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza sessuale su una ragazzina minorenne. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, qualche anno prima il prete, oggi 81enne, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente ad andare da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Eppure Iannì nel 2018 è stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – spiega Messina – avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna». Rugolo è accusato di aver abusato di Messina, oggi 29enne, dal 2009 al 2013. Poco tempo dopo il ragazzo ha rivelato alla diocesi tutte queste cose.

    «Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori», accusa.

    Ancora a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio lo scorso febbraio per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai informare le autorità civili. All’agenzia Ansa, quando è scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla richiesta di spiegazioni sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento come arma

    Il sacramento della confessione è infatti l’arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era andato da lui a denunciare di aver subito molestie da Rugolo.

    Dalle intercettazioni emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da discutere con il fido Rivoli di come riparlarne in un secondo tempo: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere consigli su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi a Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario Rivoli, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge di sera e in borghese.

    Omertà e veleni

    Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) in un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio scorso.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e il peccato e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di Leonardo Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo.

    Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso un periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    I soldi dell’8 per mille

    Monsignor Gisana, con il suo prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suoi preti peccatori come un padre premuroso fa con i figli. Anche assistendoli economicamente con i fondi dell’8 per mille. Come si apprende in udienza, ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta. Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’8 per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Prete, “buttana” e “troia”

    Il vicario generale Rivoli, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre in privato non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti.

    Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta la vittima di Rugolo – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Che cosa dirà la Cei?

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco sulla tolleranza zero per gli abusi contro i minori e sulla conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi? Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

  • Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

    Seicentotredici è il numero dei fascicoli contenenti denunce di abusi sessuali nella Chiesa inviati negli ultimi vent’anni dalle diocesi italiane alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero per la Dottrina della Fede). Ottantanove vittime (61 minorenni), nel biennio 2020-21, che segnalano casi di abusi – metà recenti, metà del passato – compiuti da 68 presunti abusatori. Non solo sacerdoti (30) e religiosi (15), ma anche laici (23) quali insegnanti di religione, sagrestani, animatori dell’oratorio o del grest, responsabili di associazione, direttori di Uffici di Curia, catechisti e presidenti di Onlus. A molti di questi sono stati offerti percorsi di riparazione in comunità di accoglienza e accompagnamento psicoterapeutico.

    Gli abusi

    Sono i dati che maggiormente spiccano nel primo Report pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sul lavoro svolto dalla rete territoriale di Servizi diocesani e interdiocesani per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili negli ultimi anni. Quelli cioè colpiti dalla pandemia di Covid che ha aggravato il fenomeno. Fenomeno che non riguarda solo il crimine di violenze sessuali, ma anche – si legge – “molestie”, “esibizione di pornografia”, “adescamento online”, “atti di esibizionismo”, “manipolazioni”, “proposte indecenti”, “violenza domestica” o, in un caso, “adesione a setta satanica”.

    Il documento, dal titolo “Proteggere, prevenire, formare”, è stato presentato questa mattina in una affollatissima Sala Marconi di Palazzo Pio. Assente il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, presenti il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, e il responsabile del Servizio nazionale per la Tutela dei minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni, insieme ad alcuni “testimoni” dei servizi e centri dispiegati sul territorio.

    “Nuovi” dati

    Monsignor Baturi, in particolare, ha parlato di questo “nuovo” dato emerso relativo ai 613 fascicoli contenenti denunce di abusi arrivati alla ex Congregazione per la Dottrina della Fede dalle diocesi italiane, spiegando che verrà svolta “una indagine in collaborazione con il Dicastero per un esame qualitativo e quantitativo del fenomeno emerso in sede istituzionale in Italia negli ultimi venti anni”.

    Un numero ben più ampio rispetto a quelli comunicati in passato dalla Cei sull’ultimo decennio. Baturi ha chiarito che “dalle notizie che abbiamo raccolto sono più di 600 i fascicoli ma serve un esame per comprendere quante e quali siano le vittime, in che contesto vivono, chi sono i responsabili, i loro profili, la nostra capacita di reagire alle denunce. Tutto sarò oggetto di ricerca su casi reali e ci vorrà tempo ma la Cei sarà supportata da centri indipendenti”.

    Nessuna volontà di nascondere

    Naturalmente non c’è nessuna volontà di nascondere. Anzi, come affermato da monsignor Ghizzoni, “è ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia”. “Questo – ha detto il segretario della Cei – è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici, con una predisposizione di azioni, anche nuove, per favorire una lettura globale” della pedofilia nella Chiesa, quella che Papa Francesco ha stigmatizzato in più di un’occasione come “un cancro nella Chiesa”. E proprio grazie alle sollecitazioni del Papa, ha annotato il numero due dei vescovi italiani, si è potuta diffondere una nuova e diversa cultura nella Chiesa italiana circa il contrasto degli abusi, concretizzata in decisioni prese dall’assemblea dei Vescovi e in “una attenzione importante di cui bisogna dare atto”. “La Cei – ha affermato – non ha competenze giudiziarie, ma questo è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici”.

    Quanto alla questione risarcimenti, Baturi, in risposta alle domande dei giornalisti, ha detto: “In sede ecclesiale è un tema che noi abbiamo esaminato a livello normativo e generale, il Motu proprio Vos estis lux mundi prevede sostegni. Ma non abbiamo articolato forme piu precise di aiuto, il tema dei risarcimento è connesso a procedimenti civili”.

    Maggiore coinvolgimento e sinergia

    Da parte sua, il responsabile del Servizio di tutela ha sottolineato un cambiamento in positivo della percezione della gravità degli abusi. Lo dimostra la risposta ottenuta dalle diverse diocesi: “Dall’inizio del 2019, grazie al Consiglio permanente è stata fatta nascere una rete. Non ci aspettavamo che in un anno e mezzo diocesi ci rispondessero. Ognuna ha segnalato un referente diocesano per il Servizio di tutela dei minori”. Il numero è di 158 su 166. “Diversa” anche la coscienza riguardo alle vittime: “Il vero cambiamento, come Chiesa, è avvenuto proprio quando noi abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime. Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e il cominciare a tener conto di questo fattore, più che degli altri, ha fatto sì che cominciassimo seriamente a cambiare stile”, ha detto l’arcivescovo di Ravenna. “Questo – ha aggiunto – è avvenuto anche a livello sociale e culturale… C’è una presa di coscienza specifica del problema degli abusi, ma non è ancora abbastanza. La dignità di una persona vale di più di un mondo intero”. E “la Chiesa italiana, con questo Report, si impegna a valutare i casi, per una reazione adeguata che coinvolga tutti i soggetti della società italiana per un problema che è di tutti e deve vedere maggiore coinvolgimento e sinergia”.

    Una prima fotografia

    Al momento il Report è “una prima fotografia di quello che la Chiesa italiana sta mettendo in atto per contrastare il fenomeno degli abusi e impegnarsi nella prevenzione. Siamo ancora agli inizi”, ha affermato ancora l’esperto Cei. Ciò che “preme” è “certamente fare verità su passato e presente e fare giustizia, si tratta di un reato e un peccato gravissimo. Preme che questo evento non accada, vogliamo arrivarci prima per dare possibilità a ragazzi, genitori, famiglie di poter accedere a tutti i nostri ambienti con tranquillità e sicurezza vere”.

    Far crescere la prevenzione

    L’idea ora è di fare un Report ogni anno, con indicazioni precise, approfittando delle conoscenze sviluppate per far “crescere attività di prevenzione”. “Il nostro scopo non è solo fare un centro ascolto per raccogliere segnalazioni e denunce ma di anticipare eventi negativi e di formare le persone. Quali? Preti, religiosi, laici più stretti collaboratori, allargandosi a chi gravita in ambiente ecclesiale come allenatori sportivi, animatori oratorio, centro giovanile, scuole cattoliche… Tanti ambiti perché le persone siano attente, vigilanti, pronte ad agire e reagire”.

    Non sostituirsi alle autorità

    Un altro importante chiarimento offerto dal responsabile Cei per la Tutela dei Minori è che “come Chiesa, non dobbiamo e non vogliamo sostituirci né all’autorità, né alle forze dell’ordine, né tantomeno alla magistratura: quei reati che comunque devono essere denunciati, chiunque sia l’abusatore, noi li ascoltiamo, accogliamo, se riguardano persone in vita ecclesiale per prendere provvedimenti ecclesiali per un giusto processo canonico che porti a delle conseguenze, con una procedura nota: la verifica della verosimiglianza, l’investigatio previa, la segnalazione alla Dottrina della Fede, il processo, la sentenza… Fino a quel punto le persone hanno diritto ad essere considerati innocenti e alla tutela della buona fama”.

    In preghiera per le vittime

    Ghizzoni ha inoltre ricordato la Giornata indetta per domani dall’Onu per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Nell’occasione la Conferenza episcopale ha esortato a vivere in tutte le parrocchie, diocesi, movimenti una giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Sono stati formulati e inviati anche degli appositi testi. Il tutto per favorire la sensibilizzazione sul tema che, ha assicurato il prelato, “porterà sempre più la gente a parlare”: “Per una vittima aprire questo discorso sulla sua vita e sul suo passato è scoprire una ferita, un misto di sensi di colpa e umiliazione, non da sottovalutare. Se l’ambiente diventa sempre più attento, sensibile e favorevole, le vittime possono aprirsi di più e denunciare”.

    Alcune associazioni di vittime – a cominciare da Rete L’Abuso con il cui responsabile il cardinale Zuppi aveva avuto un dialogo diretto la scorsa estate – ha criticato il Report presentato oggi e ha affermato che i dati Cei “battono” quelli emersi dallo studio di una commissione indipendente in Francia.

    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-11/cei-report-servizi-centri-tutela-minori-abusi-italia.html

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati nelle ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM), presieduta dal card. Sean O’Malley, vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili – secondo il segretario ad interim p. Andrew Small, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28/10 – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    Per i molti nomi dei membri, sia i nuovi che i riconfermati, rimandiamo a una nostra notizia online (Adista online del 1/11/22), limitandoci qui a osservare che nella Commissione è una sola – per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) – è la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione. Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali (per quella italiana, v. notizia seguente), le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità ».

    È da sottolineare, però – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/69024

  • L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la Chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso, durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    È una giornataccia, il 10 ottobre, per monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina. Al tribunale di Enna si sta svolgendo un’udienza fiume del processo a don Giuseppe Rugolo, sacerdote della diocesi accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, interrogato come testimone dal procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla pm Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta: pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con l’indagine ecclesiastica e il conseguente trasferimento del sacerdote a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli, e invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, come abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022, e ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti.

    L’imputato del processo che si è aperto a Enna il 7 ottobre 2021, sia chiaro, è soltanto don Rugolo,  che dovrà rispondere di violenza sessuale su minori, secondo gli articoli 81 e 609 bis del codice penale. Dalle intercettazioni e dagli atti del processo, oltre che dal dibattimento che si svolge a porte chiuse, emerge però un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare in ogni modo il proprio buon nome, anche a costo di sacrificare la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché c’è un sistema, la chiesa, che li copre e li protegge mantenendo il silenzio sulle loro azioni anche di fronte alle denunce delle vittime.

    Lo sa bene il vescovo Gisana quando, durante una telefonata con lo stesso Rugolo, intercettata dagli inquirenti, ammette apertamente di aver coperto il fatto: «il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021, però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi, casi problematici di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario, don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti. «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma Antonio Messina – Sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a “promuovere” con incarichi in diocesi». In un’intercettazione letta in aula e riportata da Messina, si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non abbia mai denunciato don Mario, perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – precisa Messina – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di Messina Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio.

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si era già “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’e quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, all’epoca settantottenne, già rinviato a giudizio per violenza sessuale su una ragazzina nel 2019, secondo gli articoli 609 e 61 del codice penale. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, il prete, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente a venire da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Iannì nel 2018 era stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – aggiunge Antonio Messina – io avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». Sempre a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio dal Gup a febbraio 2022 per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai ritenere necessario informare le autorità civili. All’Ansa, quando era scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla domanda di spiegazioni su questo sacerdote accusato di avere abusato di un minore ad Enna negli anni tra il 2008 e il 2013, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento della confessione è infatti una vera e propria arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata sui fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era venuto da lui a denunciare di aver subito molestie proprio da Rugolo. Dalle intercettazioni agli atti emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da congetturare con il fido Rivoli su come riparlarne in un secondo tempo: «e quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere istruzioni su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo  rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi ad Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge all’episcopio, di sera e perdipiù in borghese. Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) n un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di un romanzo di Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse davvero uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo. Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso una periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità morale di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, addirittura lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    Monsignor Gisana, con il suo colpevole prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suo preti come un padre fa con i figli. Un padre premuroso che, come si apprende in udienza ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo con i soldi dell’otto per mille nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2020 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta.

    Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’otto per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina e abbiamo già scritto su Domani, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Il vicario generale, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti. Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo.

    Quanto ad Antonio Messina, la teoria che monsignor Gisana spaccia a un altro prete, tale don Angelo, è che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta Antonio Messina – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi, che vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie interne. Eppure monsignor Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo gay vittima di abusi.

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco nella politica di tolleranza zero sugli abusi contro i minori, con conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi?

    Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.