Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Emergono altri scandali di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, ora in Colombia

    Emergono altri scandali di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, ora in Colombia

    Le accuse di abusi sessuali rivelate dalla Chiesa portoghese a quasi cinquemila bambini hanno reso attuale il tema più scottante che perseguita la Chiesa cattolica.

    Immediatamente compaiono altri casi, nuovi scandali. Sul sito paravaticano The Seismograph , molto letto, è andato in scena questo martedì il caso della Colombia. “Ci sarebbero centinaia di sacerdoti” coinvolti, avverte alla rivista Week il giornalista Juan Pablo Barrientos .

    Barrientos “è uno dei pochi giornalisti che hanno condotto indagini contro la Chiesa cattolica colombiana per i suoi presunti legami con la pedofilia”, scrive la rivista.

    Secondo Week Barrientos “ha svolto per anni un lavoro per scoprire questi collegamenti”, superando il compito molti ostacoli.

    La Chiesa cattolica colombiana si è recentemente scusata “per i casi aberrazionali di pedofilia, rilevando che” sono un crimine e un crimine “, scrive la rivista.

    A questa conclusione sono giunti i vescovi della Chiesa in Colombia dopo un’assemblea della Conferenza episcopale.

    Papa Francesco ha guidato una conferenza dei vescovi nel febbraio 2019 sulla questione degli abusi sessuali nella Chiesa. Foto: AFP

    Barrientos sostiene che “la Chiesa in questo Paese, come in tutte le chiese cattoliche del mondo, è la stessa istituzione, lo stesso sistema, ed è la stessa struttura che ha permesso nei secoli l’esistenza di preti pedofili e per le denunce contro di loro da conservare nei propri archivi”. sacerdoti che hanno violentato bambini e adolescenti”.

    La denuncia di Barrientos arriva all’indomani di un drammatico rapporto presentato a Lisbona su oltre 4.800 casi di abusi sessuali commessi da membri della Chiesa cattolica in Portogallo dal 1950.

    cinque anni di ricerca

    Il giornalista ha riferito di aver avviato un’indagine sulla Chiesa cattolica cinque anni fa e di aver depositato 140 diritti di petizione per ottenere informazioni su quanti sacerdoti sono stati indagati per abusi sessuali su minori.

    “Non stiamo parlando di mele marce ma di un problema puramente strutturale. Con i 140 diritti di presentare una petizione a tutte le comunità religiose, per scoprire quanti sacerdoti sono stati denunciati per abusi sessuali su bambini”, ha detto Barrientos.

    Una protesta contro gli abusi sessuali commessi da membri della Chiesa cattolica, in Vaticano nel febbraio 2019. Foto: AP

    Il giornalista ha detto che nemmeno il 20% dei vescovi colombiani ha risposto. “Riveleremo maggiori dettagli in una delle più grandi indagini condotte in Colombia su questo argomento”, ha promesso.

    Il giornalista ha indicato a Week che il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Luis José Rueda, si è scusato: “Sa che i casi in Colombia potrebbero essere migliaia e che li hanno nascosti nei loro archivi segreti e che questa informazione è stata mantenuto con il concordato”.

    Barrientos sostiene che due vescovi sono stati schizzati dall’inchiesta su bambini e adolescenti «ma non succede niente, non dicono niente». Ha affermato che “non hanno riparato, non hanno voluto consegnare i fascicoli segreti all’accusa”.

    Il giornalista si mostra Deluso dal Papa che negli ultimi anni ha intrapreso diverse azioni contro sacerdoti accusati di abusi.

    «Se avessi voluto fare qualcosa, avrei aperto gli archivi della Congregazione per la dottrina della fede», rimarca Barrientos.

    “Avrebbe anche espulso l’arcivescovo di Medellin, monsignor Ricardo Tobon Restrepo e allontanato Mario Monsalve Mejía da Cali e Oscar Urbina da Villavivencio, ma ha permesso loro di ritirarsi”, ha rimarcato.

    Barrientos si è lamentato che ci sono altri vescovi che coprono i pedofili e che il Papa avrebbe dovuto licenziare anche il vescovo di Sanson, Rionegro, monsignor Fidel Cavid e l’arcivescovo di Bucaranga, Ismael Rueda Sierra, che accusa di coprire preti pedofili.

  • Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Città del Vaticano – Mentre in America Latina, nella Pontificia Università del Paranà, è stato deciso all’unanimità dal corpo docente di revocare per indegnità la laurea honoris causa al gesuita artista padre Marko Rupnik, visto il suo passato scomodo e imbarazzante di molestie sessuali su donne laiche e religiose, in Vaticano continua a resistere un ostinato silenzio. L’assenza di trasparenza in questo brutto caso di abusi evidenzia coperture ai massimi vertici della Chiesa: ad oggi nessuno ha sciolto il dilemma se a togliere la scomunica a Rupnik per aver violato il gravissimo reato canonico dell’assoluzione di complice sia stato ‘solo’ il prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale gesuita Ladaria, oppure se la decisione sia stata presa direttamente da Papa Francesco.

    «La Pontificia Università Cattolica del Paraná (PUCPR) comunica che, alla luce dei fatti ampiamente riportati sugli eventi che hanno coinvolto Marko Ivan Rupnik, il Consiglio dell’Università della PUCPR, in una sessione straordinaria tenutasi il 13 febbraio 2023, in conformità con la Risoluzione n. 01/2023, ha approvato la revoca del titolo di Dottore Honoris Causa conferito il 30 novembre 2022 all’artista sloveno, ritenendolo “indegno” di tale omaggio» si legge nella delibera universitaria. Allo stesso modo altre istituzioni stanno valutando di ritirare analoghi conferimenti e, in parallelo, cresce la spinta a demolire i manufatti artistici di Rupnik – mosaici di scene evangeliche – contenuti in tante cappelle, chiese, monasteri del mondo. La domanda che viaggia sul we è sempre la stessa: è moralmente accettabile mantenere all’interno di un luogo sacro, dove la gente va a pregare e cercare Dio, le opere di un abusatore seriale?

    Più che un rompicapo ormai sembra un vicolo cieco. Il brutto caso del gesuita Marko Rupnik, accusato da diverse religiose di violenze sessuali e manipolazione della coscienza, è diventato l’esempio della scarsa trasparenza in Vaticano in tema di abusi sessuali. Le vicende legate a questo artista famosissimo e con amicizie importanti a ogni livello della Chiesa arrivano persino a gettare un’ombra sul pontificato. Papa Francesco in una intervista alla Associated Press ha però tagliato corto assicurando di non aver avuto nessun ruolo nella sua gestione. Eppure tanti dubbi restano sul tappeto.

    Papa Francesco in una intervista recente alla Ap ha smentito di avere avuto parte nel caso Rupnik: «Per me è stata una sorpresa, davvero. Questa persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita». Francesco ha anche aggiunto di volere maggiore trasparenza. «E con la trasparenza arriva una cosa molto bella, che è la vergogna. La vergogna è una grazia».

    Di fatto il giallo resta ancora insoluto. Dopo una prima indagine all’interno della Compagnia di Gesù, il dossier era passato in Vaticano e il gesuita artista venne infatti condannato dalla Congregazione della Fede per il crimine canonico dell’assoluzione di complice che prevede la scomunica immediata del reo. Per la Chiesa si tratta di un peccato gravissimo. Rupnik però fu misteriosamente graziato poco tempo dopo, a suo favore intervenne una misura speciale che, tecnicamente, spetta  solo al pontefice.

    Ma Papa Francesco ha spiegato  alla Ap di essere intervenuto sul caso Rupnik solo proceduralmente e per mantenere la seconda serie di accuse delle nove donne vittime di abusi con lo stesso tribunale perché altrimenti «i percorsi procedurali si sarebbero divisi e poi tutto si confonde». Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato alla prescrizione, il Pontefice concorda che sia giusto rinunciare «sempre» ai termini di prescrizione per i casi che coinvolgono minori e «adulti vulnerabili, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono altri soggetti».

    Le parole di Francesco hanno finito per far nascere ulteriori interrogativi oltre a quelli già esistenti. Tanto che la stampa americana ha subito evidenziato che i conti non quadrano. Se nel gennaio 2020 i giudici della Congregazione della Dottrina della Fede in modo unanime riconobbero Rupnik colpevole del gravissimo crimine, e nel maggio 2020 la scomunica fu cancellata con un colpo di spugna dal cardinale prefetto Ladaria (che difficilmente agisce autonomamente avendo bisogno di un placet superiore, quindi del Papa), la domanda che resta sul tappeto è che cosa sia accaduto dietro le quinte.

    Chi è intervenuto per aiutare il gesuita Rupnik? Ad aggravare il quadro ci fu  una altra strana decisione: nel marzo 2020 il Vaticano decise di affidare gli esercizi spirituali della curia proprio al gesuita che era stato appena scomunicato tanto che  effettivamente fu lui a predicare a cardinali e vescovi prima della quaresima di quell’anno. «Come è stato possibile che il Vaticano abbia affidato la predicazione degli esercizi spirituali al gesuita che era appena stato scomunicato dalla Congregazione della Dottrina della Fede?». Rupnik era stato chiamato a sostituire all’ultimo momento il predicatore padre Cantalamessa che era a casa con l’influenza.

    Il sito para vaticano Sismografo annota: «Non si sa chi prese la decisione di chiamare Rupnik. I massimi responsabili della Segreteria di Stato erano ancora ad Ariccia per l’annuale settimana di Esercizi spirituali e il Papa faceva altrettanto a Santa Marta, colpito da raffreddore. Questo tipo di decisione in teoria spetta al Sostituto della Segretaria di stato, il venezuelano Peña Parra. Il Sostituto è una persona molto vicina al Papa ed è possibile che Peña Parra abbia parlato con il Pontefice  della situazione venutasi a creare con l’impedimento di padre Cantalamessa. Il nome del gesuita Rupnik poteva venire fuori in modo spontaneo e immediato non solo per l’esperienza del sacerdote in materia di Esercizi spirituali ma anche per la relazione molto stretta con Papa Bergoglio».

    In Vaticano è risaputo che Rupnik ha goduto di amicizie e coperture influenti già ai tempi di Wojtyla. I gesuiti della Compagnia di Gesù di recente hanno fatto un riassunto del doloroso caso  evidenziando che da parte loro era già stata aperta una inchiesta preliminare per fare chiarezza sulle accuse di  «molestie sessuali e di assoluzione di una complice (…) nel peccato contro il sesto comandamento».

    Già nel 2019 l’indagine preliminare aveva appurato che le «accuse erano credibili» e che era stato inviato un plico alla Congregazione per la Dottrina della Fede;  nel frattempo a Rupnik erano state imposte “misure restrittive cautelari” a gennaio 2020, qualche settimana prima della predica per la Curia romana del primo venerdì della Quaresima, all’unanimità fu emessa la sentenza di colpevolezza: «c’è stata effettivamente l’assoluzione di una complice».

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/abusi_rupnik_papa_francesco_universita_laurea_coperture_vaticano_suore_vittime_cardinali_ladaria_de_donatis-7232837.html

  • Pedofilia nella Chiesa portoghese, il report: ‘Almeno 4.815 vittime’

    Pedofilia nella Chiesa portoghese, il report: ‘Almeno 4.815 vittime’

    Un’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali su minori, avvenuti dal 1950 a oggi, da parte di membri del clero cattolico portoghese ha rivelato almeno 4.815 vittime. La commissione incaricata ha svelato oggi le sue conclusioni dopo aver registrato centinaia di resoconti delle vittime, l’inchiesta è stata commissionata dalla Chiesa portoghese.

    Il coordinatore dell’inchiesta: “Rete di vittime molto più ampia”

    “Queste testimonianze ci permettono di arrivare a una rete di vittime molto più ampia, calcolata sul numero minimo di 4.815 vittime”, ha detto Pedro Strecht, psichiatra infantile e coordinatore della commissione di esperti, durante la presentazione del rapporto finale a Lisbona. In ottobre, il team composto da sei esperti, ha raccolto le testimonianze di 424 persone, presunte vittime di abusi. Questo dato, però, indicherebbe un numero totale di vittime molto più ampio. Le relazioni avrebbero rivelato “gravi situazioni che persistevano da decenni e in alcuni casi raggiungevano proporzioni epidemiche”.

    La testimonianza della suora novizia violentata a 17 anni

    Il termine per sporgere denuncia è già scaduto per la maggior parte dei presunti reati, ma 25 casi sono stati trasferiti alla polizia e diverse inchieste sono già state aperte. Uno di questi riguarda una donna di 43 anni, che ha chiesto l’anonimato, e che ha riferito di essere stata violentata da un prete durante la confessione, quando era una suora novizia di 17 anni. “È molto difficile parlare di queste cose in Portogallo”, un paese in cui l’80% delle persone si dichiara cattolico, ha detto la donna, che ora è madre, ha studiato informatica e lavora come aiuto cuoco. “L’ho tenuto segreto per molti anni, ma è diventato sempre più difficile affrontarlo da sola”, ha spiegato la 43enne all’AFP in un’intervista telefonica. Alla fine ha denunciato il suo aggressore alle autorità della Chiesa, ma ha detto di essere stata “ignorata”. Il vescovo incaricato non avrebbe fatto altro che trasmettere la sua denuncia al Vaticano, che ancora non ha risposto. Tre anni dopo, la donna ha conosciuto la commissione indipendente nella quale ha trovato ascolto, comprensione e il sostegno psicologico necessario.

    Nell’aprile dello scorso anno, Manuel Clemente, cardinale patriarca di Lisbona e massimo prelato del Portogallo, si era detto pronto a “riconoscere gli errori del passato” e a chiedere “perdono” alle vittime. “I vescovi che chiedono perdono non significano niente per me. Non sappiamo se lo intendono davvero”, ha ribattuto la donna, che ha affermato di essere “disgustata” dalla Chiesa e dai suoi insabbiamenti sugli abusi sessuali.

    La pedofilia nella Chiesa cattolica

    Papa Francesco, che ad agosto visiterà Lisbona, potrebbe incontrare alcune delle presunte vittime, ha fatto sapere di recente il vescovo ausiliare di Lisbona, Americo Aguiar. Di fronte alle migliaia di casi di abusi sessuali del clero venuti alla luce in tutto il mondo e alle accuse di insabbiamento, il Pontefice ha promesso nel 2019 di sradicare la pedofilia all’interno della Chiesa. Diverse indagini sono state avviate in alcuni paesi, tra cui Australia, Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi. I vescovi portoghesi si riuniranno a marzo per trarre conclusioni dal rapporto indipendente e “liberare il più possibile la Chiesa da questo flagello”, ha dichiarato a gennaio padre Manuel Barbosa, membro anziano della Conferenza episcopale portoghese. Per la 43enne, che anticipa la risposta dei vescovi con un misto di speranza e scetticismo, la commissione indipendente rappresenta “un buon primo passo” per le vittime che vogliono “rompere il muro di silenzio” che le ha circondate per tanto tempo.

    https://tg24.sky.it/mondo/2023/02/13/pedofilia-chiesa-portoghese

  • I manifestanti nella Repubblica Democratica del Congo chiedono al Papa di incontrare le vittime di abusi sessuali

    I manifestanti nella Repubblica Democratica del Congo chiedono al Papa di incontrare le vittime di abusi sessuali

    KINSHASA, 2 febbraio (Reuters) – Circa due dozzine di attivisti e vittime di abusi sessuali hanno manifestato giovedì nella capitale della Repubblica Democratica del Congo, di fronte a una cattedrale dove Papa Francesco stava incontrando il clero.

    Hanno mostrato cartelli, tra cui alcuni che chiedevano al papa di incontrare le vittime di abusi del clero nel Paese.

    Non è chiaro se il papa abbia visto i manifestanti mentre arrivava e se ne andava in un corteo.

    La manifestazione a Kinshasa è stata organizzata da Ending Clergy Abuse (ECA), un gruppo internazionale, uno dei tanti che hanno portato l’attenzione sugli abusi sessuali nella Chiesa mondiale.

    Un manifestante, Benjamin Kitobo, ha detto di aver subito abusi quando era un ragazzo in un seminario nella città di Kolwezi. Ha detto che il sacerdote che avrebbe abusato di lui è stato successivamente autorizzato a tornare al ministero.

    Non c’erano piani per il papa di incontrare le vittime di abusi sessuali in Congo, dove circa il 50% della popolazione è cattolica romana.

    Il tema principale della visita papale è stato la riconciliazione e il perdono per porre fine ai conflitti che hanno ucciso milioni di persone e lasciato milioni di altri rifugiati e sfollati.

    Il papa di 86 anni ha incontrato molte vittime di abusi sessuali, sia a Roma che in viaggi all’estero.

    Venerdì Francesco conclude la sua permanenza in Congo e si sposta nel vicino Sud Sudan, anch’esso alle prese con il conflitto.

    https://www.reuters.com/world/africa/demonstrators-dr-congo-demand-pope-meet-sexual-abuse-victims-2023-02-02/

  • Perché l’Italia tarda a rispondere agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica?

    Perché l’Italia tarda a rispondere agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica?

    Quattro anni fa Papa Francesco ha organizzato il primo summit sulla questione della pedofilia. Nel corso degli anni il Vaticano è stato più volte accusato di non aver fatto abbastanza. Nel 2014 è stata creata una Commissione speciale per combattere il problema. Tre anni dopo Marie Collins, Irlandese sopravvissuta agli abusi, ha lasciato la Commissione dando la colpa a quelle che lei definisce le “resistenze” interne alla chiesa. Da allora, ci ha detto, la Commissione ha fatto pochi progressi.

    “Il problema di partenza: salvare la reputazione della Chiesa”

    “Quando ho dato le dimissioni volevo che si sapesse che c’era della resistenza, che la Commissione aveva in qualche modo cercato di portare a termine il proprio lavoro ma è stata ostacolata da alcune figure all’interno della Curia – dice Collins -. C’entrano il potere e la politica del Vaticano che hanno tentato di controllare la Commissione, minando la nostra indipendenza, terrorizzati all’idea che potessimo apportare dei cambiamenti. Qui torniamo al problema di partenza: ovvero salvaguardare la reputazione della chiesa”.

    Quasi un milione di vittime in Italia

    In Italia, a differenza di altri paesi, è stato fatto ancora poco sul tema della pedofilia. Di recente l’ong Rete l’Abuso ha diffuso il rapporto più completo mai pubblicato fino ad oggi, che copre 13 anni di attività dell’Associazione in cui sono stati acquisiti oltre 400 casi di abuso sessuale ai danni di minori compiuti da sacerdoti, divisi per regione.

    “Il numero totale di potenziali vittime di cui un sacerdote può abusare è importante – dice Francesco Zanardi, fondatore e presidente di Rete l’Abuso -. Questo è dovuto principalmente all’insabbiamento e al fatto che il sacerdote, invece di essere denunciato alla polizia, viene spesso trasferito da una chiesa all’altra, il che porta ad altre vittime. In Italia il numero totale di sacerdoti è due-tre volte superiore a quello della Francia”.

    Il documento è stato inviato alla Procura della Repubblica per sollecitare un intervento delle autorità competenti. Secondo le ultime stime in Italia potrebbero esserci fino a un milione di vittime.

    “Ogni italiano ha un legame con la Chiesa cattolica”

    La Conferenza Episcopale Italiana nel Novembre 2022 ha pubblicato i dati raccolti nel corso di due anni presso i centri di ascolto delle diocesi. Numeri notevoli ma ancora parziali secondo Zanardi. Ma perché in Italia si è fatto così poco?

    “L’Italia è ancora un Paese molto omogeneo dal punto di vista culturale e sociale – dice Iacopo Scaramuzzi, corrispondente dal Vaticano per La Repubblica -. Non dico che siamo tutti cattolici, ma ogni italiano ha un legame con la Chiesa cattolica, sia esso familiare o religioso. Ecco perché qui ci vuole più tempo ed è più difficile rendersi conto di ciò che sta accadendo”.

    https://it.euronews.com/2023/02/01/perche-litalia-tarda-a-rispondere-agli-abusi-sessuali-nella-chiesa-cattolica

  • Il mistero dei misteri: “Crimen Sollicitationis”

    Il mistero dei misteri: “Crimen Sollicitationis”

    Nel 2006 la BBC trasmise in Inghilterra un documentario intitolato: “Sex Crimes and the Vatican” che affrontava il tema scabroso degli abusi sessuali sui minori nei quali erano coinvolti decine di sacerdoti cattolici responsabili di reati di pedofilia, accaduti nella diocesi di Ferns nella contea di Wexford in Irlanda, svelando particolari allarmanti e di come i reati, e i loro autori, vennero tutelati dalle autorità ecclesiastiche.

    È superfluo dire che in Italia non è mai andato in onda perché il Vaticano ne bloccò la proiezione programmata durante la trasmissione Anno Zero andata in onda il 20 maggio 2010 intitolata “Peccati e reati” dedicata a questo argomento. La redazione della serie giornalistica d’inchiesta della Rai dovette cedere alle motivazioni della Santa Sede preoccupatissima che la visione di tale documentario avrebbe creato equivoci e alzato una polemica pericolosa sull’argomento in tutto il Paese.

    Sin dagli anni ’80, alcuni avvocati statunitensi iniziarono ad assumere il patrocinio di minori che avevano subito violenza sessuale da parte di preti pedofili, in alcuni casi si trattava di bambini. All’inizio le gerarchie cattoliche gestirono le denunce addivenendo ad un accordo privato tra le parti che prevedeva la liquidazione di una somma a titolo risarcitorio, nel contempo la parte denunciante rinunciava alla causa con l’obbligo di sottoscrivere un patto di riservatezza.

    Alla fine degli anni ’90 il numero delle denunce era così consistente che attirò l’attenzione del Boston Globe che condusse un’inchiesta approfondita e documentata dimostrando quanto fosse diffuso il fenomeno della pedofilia negli Stati Uniti al contempo iniziavano ad emergere numerosi casi di pedofilia anche in Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Sud America, tale situazione spingeva il Vaticano ad intervenire con una lettera ad exsequendem denominata “De Delictis Gravioribus” a firma del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede pro tempore cardinale Joseph Ratzinger controfirmata dall’arcivescovo Tarcisio Bertone datata 18 maggio 2001 che conteneva le istruzioni rivolte ad aggiornare quanto precedentemente definito in un altro documento denominato “CRIMEN SOLLICITATIONIS” emanato dal Santo Uffizio il 16 marzo 1962 in materia di delitti considerati particolarmente gravi che riguardano i rituali sacramentali e la morale.

    Il documentario della BBC “svelava” al grande pubblico l’esistenza di un atto scritto interno al Vaticano che era noto solo ai vescovi diocesani perché mantenuto nel più stretto segreto (pena la scomunica), tutt’ora in vigore, che contiene la procedura da seguire in caso di denuncia per abusi sessuali su minori consumati e denunciati nell’ambito clericale e reati contro il culto.  I patrocinatori americani nelle cause di reati di pedofilia con la pubblicazione della lettera ad exsequendem firmata dal cardinale Joseph Ratzinger poterono rintracciare l’atto originario e, in base ad esso, lo citarono in giudizio con l’accusa – in veste di prefetto vaticano – di aver dato “copertura” ai preti pedofili per 20 anni perché era non solo  a conoscenza dell’atto ma diretto responsabile dell’applicazione delle procedure contenute nel “Crimen Sollicitationis” dal 1981 – anno d’inizio del suo mandato – al 2001 – anno della pubblicazione delle modifiche.

    Occorre una corretta informazione per affrontare questo delicato argomento dapprima partendo da una lettura critica del documento del 1962, avendo cura di abbandonare sin dall’inizio ogni pregiudizio o riserva mentale riguardo il suo contenuto e i suoi autori e soprattutto rifuggire la tentazione di ricoprire con la dignitosa purezza dello spirito la miseria umana.

    Riporto il frontespizio del documento sopra citato in italiano datato 1962. L’ultimo periodo dedicato ai vescovi fa riferimento alla segretezza.

    1962  03  16   *   CRIMEN  SOLLICITATIONIS (ITA)   *   Alfredo Ottaviani

    DALLA SUPREMA SACRA CONGREGAZIONE DEL SANTO UFFIZIO

    A TUTTI I PATRIARCHI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

    E ALTRI MENBRI DEL CLERO DEI LUOGHI

     “ANCHE DI RITO ORIENTALE”

     *****************

    ISTRUZIONE

     Sulla procedura nelle cause di molestia

       DA CONSERVARSI DILIGENTEMENTE NELL’ARCHIVIO SEGRETO DELLA CURIA IN RAPPORTO ALLA NORMA DA NON PUBBLICARE E DA NON ACCRESCERE CON ALCUN COMMENTO

    Il documento inizia con le disposizioni preliminari. Si ha molestia quando “un sacerdote o nell’atto del sacramento della confessione; o prima o immediatamente dopo la confessione; o in occasione o con il pretesto della confessione; o anche al di fuori dell’occasione della confessione nel confessionale o in altro luogo destinato ad ascoltare le confessioni o scelto con il pretesto di ascoltare la confessione proprio in quel luogo, abbia, tentato di incitare o invitare un penitente – qualsiasi persona sia – a comportamenti disonesti e vergognosi sia con parole, sia con segni, sia con cenni, sia con contatto fisico  o attraverso la scrittura da leggere al momento o in seguito o abbia tenuto con lui discorsi o pratiche illecite e disoneste  con audacia sconsiderata”.

    Il Tribunale diocesano territorialmente competente è quello di residenza dell’accusato ma, in casi di particolare gravità, la causa può essere deferita al S. Uffizio o, quest’ultimo avocarla a sé inoltre è diritto dell’accusato chiedere il trasferimento della causa dinanzi alla Congregazione.

    La Congregazione del S. Uffizio è meglio conosciuta come “La Santa Inquisizione” ed è tutt’ora operativa (seppure con un altro nome, ndr).

    La vittima deve denunciare il fatto durante la confessione entro dieci giorni dall’accadimento e solo per gravi impedimenti può essere scritta o delegata a persona di fiducia del denunciante. Deve indicare il nome, la data e le circostanze dell’episodio ed eventuali testimoni.

    La procedura viene gestita totalmente da soggetti clericali: giudice, difesa, consulenti per le indagini e notaio (che presenzia alle udienze e sottoscrive tutti gli atti che invierà al Vaticano dove verranno archiviati e secretati).

    L’organo giudicante è composto dagli Ordinari del luogo – Vescovo residenziale, l’Abate o, in carenza dei primi due, il prelato nullius (cioè con popolo e territorio separati ed esenti), l’Amministratore, il Vicario e il Prefetto Apostolico. Normalmente vi è un solo giudice a causa del segreto che investe l’intero procedimento in tutte le sue parti, può accadere che la complessità della situazione richieda la cooperazione di assessori consulenti scelti tra i sinodali – al massimo due – tale numero ristretto di cooperanti è giustificato dalla segretezza imposta nell’esercizio dei propri incarichi.   E’ la segretezza che domina incontrastata tutta la procedura fino ad estendersi inesorabilmente oltre.

    Preliminari – punto 11 – cita: “Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e ormai affidate ad esecuzione siano vincolate da un perpetuo silenzio (Instr. Del Santo Uffizio, 20 febbraio 1867, n. 14); tutti anche presi singolarmente, in qualsiasi modo appartenenti al tribunale, o ammessi a causa del loro incarico alla conoscenza degli avvenimenti sono tenuti a conservare inviolabilmente il segreto strettissimo, che è comunemente definito segreto pontificio, sotto pena di incorrere nella scomunica “latae sententiae” immediatamente e senza ulteriore dichiarazione (automaticamente solo per aver commesso il fatto) e riservata alla sola persona del Sommo Pontefice, ad esclusione della Sacra Penitenziaria. Gli Ordinari sono vincolati da questa legge ipso iure o dall’importanza del proprio incarico; gli altri aiutanti ex iuramento che sempre debbono prestare prima di cominciare il proprio compito; e sono vincolati anche coloro che sono delegati, interpellati informati in contumacia, ex praecepto nelle lettere di delega, di citazione, di istruzione imponendo loro con l’espressa menzione del segreto pontificio”.

    Perché viene imposto tale segreto?  «In alcune questioni di maggior rilevanza viene richiesto un particolare segreto, detto segreto pontificio, e che deve essere custodito con grave obbligo, poiché si tratta della sfera pubblica, che riguarda il bene di tutta la comunità religiosa, non spetta a chiunque, secondo ciò che detta la propria coscienza, ma a chi legittimamente ha la cura della comunità decidere come, quando o con quale gravità tale segreto debba essere imposto».Continuando:«Coloro che hanno l’obbligo di custodire tale segreto» dovrebbero considerarsi come «legati non da una legge esteriore, ma invece da un’esigenza che scaturisce dalla loro stessa dignità umana, dovrebbero perciò ritenere un onore essere chiamati a custodire tali segreti per tutelare il bene pubblico».Si evince che la “facciata” della comunità religiosa è un bene pubblico da tutelare ad ogni costo.

    Nell’analisi delle disposizioni preliminari emerge la necessità per il Vaticano di silenziare tutti coloro che partecipano al procedimento per tutelare l’immagine della comunità religiosa; di far trattare direttamente ed esclusivamente il delitto da un tribunale ecclesiastico sottraendolo alla giustizia secolare; vincolare il denunciante (vittima) al segreto del Santo Uffizio e, nel testimoniare davanti al giudice (Vescovo) – senza l’assistenza di un legale – dire la verità pena la scomunica. Nel Titolo quinto – IL DELITTO PEGGIORE – punto 73.  “Con il nome di “peggiori dei delitti” si intende qui qualsiasi atto osceno gravemente peccaminoso compiuto o tentato in qualsiasi modo da un membro del clero con una persona del proprio sesso e con animali bruti”. (Bestialitas)

    Qui si condanna esplicitamente l’omosessualità come uno dei delitti peggiori. Proprio ieri papa Francesco ha dichiarato che l’omosessualità non va criminalizzata dando una spallata ad un principio contenuto in un documento ufficiale del Santo Uffizio.  Per me il problema consiste nel tollerare, invece la soluzione sta nell’accettare,  beninteso se ciò non reca danno ad alcuno.  Ancora oggi purtroppo si può venire uccisi per le divergenze di idee.

    E cosa dire della “bestialitas”?  Penso alla povera gallina che prima di finire in pentola deve subire violenze sessuali e non può neanche recarsi in un confessionale a denunciare il suo violentatore – se è un prete – o dalla polizia se non lo è. Però anche gli animali hanno una dignità!

    Nella formula si usa “con” e non “contro” un minore – che può essere un bambino o una bambina pari o al di sotto dei 10 anni – imponendo alla vittima il ruolo di complice.  Questo particolare è a mio avviso estremamente grave: imporre a un minore vittima di abusi sessuali il ruolo di complice pregiudica tutto il processo, ne devia all’origine la finalità di tutelare i diritti di una vittima di abusi sessuali qualsiasi età abbia. Non vi è una vittima e un “carnefice” ma due complici. Forse per questo la procedura vaticana permette di porre domande tendenziose e autoincriminanti alla vittima.

    In un tribunale secolare queste premesse sono inaccettabili: come può un bambino essere complice per abusi sessuali da lui subiti!

    Oggi vengono denunciati preti pedofili che molestano bambini, adolescenti e maggiorenni che versano in particolari condizioni di fragilità sociale o psicologica che frequentano scuole private cattoliche, oratori cattolici e parrocchie.

    Durante il dibattimento in una causa per pedofilia, l’avvocato Daniel Shea si è visto accusare di complicità da un vescovo diocesano perché difensore del minore che aveva subito abusi sessuali da un prete pedofilo.

    Delle modifiche apportate dalla Congregazione della Dottrina della Fede al documento del 1962 e della vicenda giudiziaria del cardinale Joseph Ratzinger strettamente connesse ne parlerò nel successivo approfondimento.

  • Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    “Roma loquitur, confusio augetur”, Roma parla, la confusione cresce. La battuta critica del cardinale George Pell ha avuto una puntuale conferma nell’intervista che papa Francesco ha dato il 24 gennaio a Nicole Winfield dell’Associated Press.

    Interpellato sul caso del gesuita Marko Ivan Rupnik, Francesco ha risposto di non avere con tale caso “nulla a che fare” e di aver provato alla notizia “una grande sorpresa”. Ma ha anche fornito elementi fin qui sconosciuti della vicenda, e di non poco conto, in particolare che “c’è stato un accordo” nel quale “si pagò un’indennizzo”.

    È stata la prima volta, questa, nella quale il papa ha detto qualcosa sul caso Rupnik, da quando esso è venuto allo scoperto all’inizio dello scorso mese di dicembre. Rompendo un silenzio tanto più inspiegabile quanto più si sapeva della prossimità molto stretta, da anni, tra lui e quel gesuita.

    Per sciogliere l’enigma di questo silenzio, e oggi di queste parole, non resta che riassumere i tratti finora noti della vicenda, in quattro scene con un intervallo.

    SCENA PRIMA

    Era il 3 gennaio del 2022 e Francesco ricevette in udienza Rupnik, con tanto di notizia sul bollettino ufficiale e di foto (vedi sopra).

    Due anni prima, il 6 marzo del 2020, il papa aveva affidato a lui anche il compito di tenere la prima meditazione di Quaresima, per sé e per gli alti dignitari della curia vaticana riuniti ad ascoltarlo nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

    La fama di Rupnik era fino a due mesi fa alle stelle. Sloveno, 68 anni, era noto e apprezzato in tutto il mondo come un artista di primissimo piano, autore di spettacolari creazioni a mosaico sia a Roma, nella cappella del Palazzo Apostolico Vaticano, come a Fatima, a San Giovanni Rotondo e in altre numerose città. Aveva fama anche come maestro spirituale, di raffinata formazione teologica, in dialogo tra Occidente ed Oriente, discepolo dell’insigne gesuita e cardinale Tomás Spidlik (1919-2010). Nel suo atelier artistico di Roma viveva assieme a una comunità di donne consacrate, da lui fondata, ispirata e diretta.

    Ma attenzione alle date. Perché questi due eventi, l’udienza e la predica, si incrociavano con due processi che nel frattempo, in segreto, erano in corso contro Rupnik in Vaticano.

    SCENA SECONDA

    Era il gennaio del 2020 e la congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto alla Compagnia di Gesù di istruire un processo amministrativo penale a seguito di una denuncia contro Rupnik per aver assolto in confessione una persona sua complice in un peccato “contro il sesto comandamento”. I giudici, tutti non gesuiti, avevano accertato all’unanimità che l’accusa era fondata. E toccava ora alla congregazione stabilire la condanna.

    Fu proprio a questo punto che Rupnik fu chiamato dal papa a tenere la prima meditazione di quella Quaresima. Tra l’altro quando già erano scattate contro il gesuita delle misure disciplinari, tra le quali il divieto di predicare.

    Nel maggio successivo la congregazione condannò Rupnik per l’assoluzione del complice, colpa gravissima che comportava anche la scomunica “latae sententiae”. Subito dopo, però, nello stesso mese di maggio, la scomunica fu revocata avendo Rupnik, si disse poi, “ammesso i fatti e chiesto perdono”.

    Il secondo procedimento prese il via nel giugno del 2021 e fu chiuso nell’ottobre del 2022 con la motivazione che i fatti imputati a Rupmik, pur con “la constatazione dell’effettiva consistenza delle accuse”, erano “da considerarsi prescritti per decorrenza dei termini”.

    E fu proprio nel gennaio del 2022, quando Rupnik fu ricevuto in udienza dal papa, che la congregazione per la dottrina della fede ebbe le prove della fondatezze delle accuse rivolte contro di lui da alcune consacrate della sua comunità, per abusi psicologici e sessuali, e avviò contro di lui il processo.

    Inoltre, anche dopo l’archiviazione del caso, sono rimaste in vigore per Rupnik “le restrizioni cautelari al ministero”, dalla proibizione di confessare a quella di predicare esercizi spirituali.

    INTERVALLO

    Di questi due processi nulla si è mai saputo, in pubblico, fino all’inizio di dicembre del 2022, quando le prime notizie riguardanti la cattiva condotta di Rupnik vennero alla luce su due blog cattolici di Roma, “Silere non possum” e “Messa in latino”.

    Seguirono le prime, vaghe ammissioni da parte della Compagnia di Gesù di procedimenti contro Rupnik “riguardanti il suo modo di esercitare il ministero” e di misure restrittive a lui imposte. Poi più dettagliate ammissioni da parte del preposito generale della Compagnia, Arturo Sosa. E poi ancora una cronologia sommaria dei fatti, emessa dalla curia generalizia dei gesuiti. Questo mentre su vari giornali italiani non cattolici, prima sulla rivista “Left” e poi più sistematicamente sul quotidiano “Domani”, uscivano e continuano a uscire le impressionanti testimonianze e denunce di un numero crescente di donne abusate da Rupnik in un ampio arco di anni, tutte passate nella comunità femminile da lui guidata. Sulla base di queste nuove denunce, la Compagnia di Gesù ha recentemente chiesto a Rupnik di restare a disposizione, nell’eventualità di ulteriori indagini e di un terzo processo.

    SCENA TERZA

    La venuta allo scoperto del caso, nei termini sopra detti, ha dato corpo a molte questioni irrisolte, che arrivano a coinvolgere il papa.

    Le misure restrittive inflitte a Rupnik sono state da lui ampiamente disattese, senza alcun controllo o sanzione, come se godesse di un invincibile “status” di protezione.

    L’immediata revoca, nel maggio nel 2020, della condanna e della scomunica di Rupnik non può essere stata semplicemente la conseguenza automatica del suo dichiarato pentimento. E neppure può essere stata decisa isolatamente dal cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Una revoca di tale peso e rapidità, a giudizio di molti, può essere stata ordinata soltanto dal papa.

    La chiusura per prescrizione del processo del 2022, con la motivazione che gli abusi sessuali imputati a Rupnik risalivano agli anni Ottanta e Novanta, non era affatto obbligatoria. Le istruzioni inviate ai vescovi di tutto il mondo nell’estate del 2020 per volontà dello stesso papa Francesco, riguardo ad abusi sessuali su minori e “adulti vulnerabili”, avvertono che in simili casi alla prescrizione si possa derogare, valutati la gravità dei fatti e i loro effetti in anni successivi, sulle vittime reali e potenziali.

    Colpisce la trascuratezza con cui le autorità ecclesiastiche hanno trattato le donne su cui Rupnik ha esercitato i suoi abusi psicologici e fisici. Numerose lettere di denuncia oggi divenute note sono rimaste senza risposta da parte delle autorità a cui erano state indirizzate.

    La cappa di segreto che ha celato fino allo scorso dicembre l’iter giudiziario di Rupnik è incompatibile con il “rescriptum ex audientia” del 2019 con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio nei casi di abuso sessuale.

    Ma ancor di più impressiona l’intangibilità di cui Rupnik ha sempre goduto mentre esercitava le sue prevaricazioni, a danno di decine di donne della comunità da lui diretta, sistematicamente violate nello spirito e nel corpo, in nome di aberranti giustificazioni teologiche da lui continuamente associate ai suoi atti.

    Ingiustificabili appaiono infine le dichiarazioni del 23 dicembre scorso del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, che – dopo aver premesso l’assenza di una sua responsabilità gerarchica su Rupnik – ha ridotto il tutto a una malevola campagna mediatica che avrebbe trasformato le denunce in reati, in violazione di ogni principio di garantismo. Quando in realtà contro il gesuita sono stati istruiti in Vaticano non uno ma due processi ed è stata emessa una condanna comprensiva persino di una scomunica.

    E poi, di chi è vicario De Donatis se non del papa, in una diocesi come quella di Roma che Francesco ha recentemente riorganizzato da capo a piedi sotto suo totale comando, una diocesi in cui non cade foglia che il papa non voglia? Impensabile che il cardinale vicario abbia emesso quelle dichiarazioni solo di testa sua.

    SCENA QUARTA

    E siamo all’intervista del 24 gennaio all’Associated Press. Nella quale Francesco si dice estraneo al caso ma difende a spada tratta la decisione della congregazione per la dottrina della fede d’aver fatto cadere le accuse contro Rupnik, pur fondate, perché legate ad atti lontani nel tempo. “La prescrizione è una garanzia”, ha detto il papa nell’intervista. “Se c’è una minorenne la tolgo sempre, o con un adulto vulnerabile”, ma “in questo caso no”.

    Quindi a parere del papa le donne abusate da Rupnik in veste di loro direttore spirituale non erano “vulnerabili”? A leggere le loro impressionanti testimonianze il giudizio che se ne ricava è proprio questo.

    Nell’intervista Francesco esprime anche un suo cambio di giudizio su Rupnik, che ora gli si rivela, dice, come ”una persona molto limitata che però è potente, a volte”. E fa balenare che “alcuni devono uscire dallo stato clericale perché non possono continuare in una situazione pastorale di questo tipo”. Ma che a questi vaghi e tardivi rimproveri seguano i fatti è tutto da vedere.

    E infine c’è quell’enigmatico rimando del papa a un pagamento in denaro, avvenuto per chiudere il caso: “Non so come il caso si è risolto, nel senso di un accordo comune. Credo che si pagò una indennizzo, ma io non conosco chiaramente l’accordo; ad ogni modo c’è stato un accordo”.

    Un indennizzo a chi? A qualcuna delle donne violate? Le quali in realtà erano decine, come si scopre ogni giorno di più. E con che tipo di accordo?

    Il cardinale Pell aveva proprio ragione. Il papa parla, la confusione cresce.

  • Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Federica Tourn per Editoriale Domani – Complice l’attenzione riservata alla morte di Benedetto XVI, nella Chiesa è calato un pesante silenzio su Marko Rupnik, il gesuita vicino a papa Francesco al centro di uno scandalo per le violenze commesse su diverse suore negli anni ’90 e per una scomunica latae sententiae, poi subito revocata dalla Santa Sede. Se il Vaticano non parla, lo fanno però le vittime, continuando ad aggravare con le loro testimonianze la posizione del famoso artista e di chi lo ha protetto.

    «Padre Rupnik mi disse: se non decidi per la Comunità Loyola non decidi per il Cristo. Io ero giovane, lui era la mia guida spirituale e mi fece capire che se non entravo a far parte della sua congregazione non appartenevo più a Cristo». La storia di Klara (nome di fantasia), oggi 58 anni, adescata dal gesuita quando era ancora minorenne, è la cronaca di un plagio totale, che ha coinvolto ogni aspetto della sua esistenza. Rupnik ha fatto leva sull’inesperienza e l’insicurezza dei suoi sedici anni per indurla a frequentare i ritiri spirituali con lui e poi forzarla a entrare nella Comunità Loyola. Una volta in suo potere, l’ha costretta a fare sesso «per il suo bene» e ha cercato di iniziarla ai rapporti a tre affidandola a un’altra donna affinché la “istruisse” e la preparasse per l’incontro con il “guru”.

    Quando ha incontrato Rupnik?

    L’ho conosciuto nel 1980, quando avevo sedici anni. Rupnik era stato ricoverato per un’infezione nella Clinica per le Malattie Infettive a Lubiana, dove io stavo svolgendo il tirocinio obbligatorio dopo il primo anno della Scuola per infermiere. Eravamo da soli nella stanza e mentre rifacevo il letto la croce che portavo al collo mi è scivolata fuori dalla camicia: mi sono spaventata, eravamo ancora negli anni del comunismo in Jugoslavia e mostrare di essere cristiani poteva essere pericoloso. Lui per tranquillizzarmi mi ha detto che era un gesuita e che aveva uno studio artistico a Roma. Quando è stato dimesso, mi ha invitato a partecipare a un gruppo di giovani che lui stesso aveva creato e che si riuniva nella sede dei Gesuiti a Dravlje, a Lubiana.

    E lei?

    Sono andata. Un anno dopo, poco prima di Natale, ho partecipato anche a un ritiro spirituale nel Monastero di Stična, a quaranta chilometri dalla capitale. Alla fine della giornata, mentre mi salutava, Rupnik mi ha abbracciata e baciata, giustificando quel gesto con il mio bisogno di tenerezza. Mentre continuava ad abbracciarmi e baciarmi, mi ripeteva che lo faceva solo per il mio bene.

    Che impressione le faceva Rupnik in quel periodo?

    Ero confusa, colpita dalle attenzioni che mi rivolgeva. Mi ero da poco trasferita dal mio villaggio di campagna in città ed ero molto insicura e influenzabile, mentre lui era già considerato un leader. Inoltre ero molto religiosa; sin da bambina sognavo di andare in missione, anche se ancora non sapevo se come suora o come laica. Il mio desiderio era di mettermi al servizio degli altri e per questo avevo studiato da infermiera. Lui ha subito captato questa mia aspirazione e l’ha indirizzata verso la Comunità Loyola in formazione. Era molto insistente, e allo stesso tempo mi parlava sempre di una ragazza italiana, sua modella nell’atelier dove dipingeva, come esempio di femminilità ed erotismo, caratteristiche che diceva di vedere anche in me.

    Era convinta di entrare nella Comunità Loyola?

    Tutt’altro. Qualche mese prima di entrare in comunità, nel 1986, durante l’anno di “prova”, in cui si verificava se davvero avevamo la vocazione a prendere i voti, ho ricevuto una proposta di fidanzamento da parte di un ragazzo che conoscevo. L’ho detto alla sorella responsabile della comunità slovena e subito è arrivata la convocazione da parte di padre Rupnik ad andare a Roma per parlare con lui. In quell’incontro mi ha rimproverata duramente dicendomi che ero una stupida e che stavo sbagliando tutto. «Se non prendi la decisione di scegliere la Comunità Loyola significa che non scegli Cristo nella tua vita»: queste sue parole mi hanno spaventata perché ero una persona religiosa e non volevo certo allontanarmi da Dio. Anche al momento della scelta definitiva ho avuto dubbi: si era risvegliato in me il desiderio di partire come missionaria laica ma padre Rupnik tagliò corto dicendo che la mia decisione per la Comunità Loyola non poteva e non doveva essere cambiata. Avevo 23 anni quando sono entrata in comunità nel 1987 e ho preso i voti definitivi quattro anni dopo.

    Quando sono cominciati i primi approcci sessuali?

    L’anno prima di entrare nella Comunità Loyola, nel 1986, abitavo a Lubiana in un appartamento in subaffitto. In quel periodo, padre Rupnik viveva nella comunità dei Gesuiti a Gorizia e a volte passava a trovarmi quando era in città. In una di queste occasioni mi ha invitata a entrare con lui nel bagno, dove ha cominciato a masturbarsi, davanti a me, sopra il lavandino; poi mi ha preso la mano in modo che continuassi io, mentre con l’altra mi spingeva la testa verso il basso. Mi diceva che lo faceva solo per il mio bene: «ne hai bisogno perché non hai ricevuto abbastanza amore e attenzione da tuo padre», diceva, e intanto mi raccomandava di non parlarne con nessuno.

    Ci sono stati altri episodi?

    Molti altri. Quando ha avuto la certezza che sarei entrata in comunità, ha cominciato a sfruttarmi sessualmente a suo piacimento. Durante il primo anno a Mengeš, padre Rupnik veniva per la guida spirituale e le confessioni; in quelle occasioni più volte mi disse che aveva una relazione sessuale anche con altre sorelle, menzionando ripetutamente il sesso a tre e chiedendomi se preferivo stare con una sorella e lui, oppure se desideravo essere sola con due uomini. Mi descriveva il nostro futuro rapporto a tre con ogni dovizia di particolari. Mi ricordo una volta che, dopo aver accompagnato due sorelle da Mengeš a Gorizia, si è fermato nel garage e ha cominciato a palpeggiarmi per poi masturbare sé stesso e me. Lo stesso anno mi ha scelta come aiuto nella direzione degli esercizi spirituali nel Monastero di Stična, soltanto per avermi più giorni a disposizione per fare sesso. Era il mio direttore spirituale e tutte in comunità mi ripetevano che dovevo essere umile e sottomessa: mi sentivo in trappola e non potevo parlarne con nessuno.

    Durante la pasqua del 1988, mentre ero a Roma per studiare teologia, sono stata mandata da padre Rupnik a San Marco in Lamis, in Puglia, a casa di una donna che aveva frequentato per un periodo la Comunità Loyola. Rupnik mi aveva parlato a lungo di come lei lo ispirasse artisticamente quando, nel suo atelier si massaggiava i seni e si accarezzava davanti a lui. Ho capito ben presto che ero stata mandata a casa sua con lo scopo preciso di farmi istruire sul sesso a tre: lei si toccava e “giocava” con me a letto, parlandomi di come sarebbe stato con padre Rupnik e di come avremmo bevuto il suo sperma da un calice a cena. Io ero imbarazzatissima e totalmente bloccata, tanto che una sera lei ha chiamato Rupnik al telefono dicendogli che con me non c’era nulla da fare.

    A quel punto che cosa è successo?

    Padre Rupnik ha cambiato totalmente atteggiamento nei miei confronti e ha cominciato a trattarmi molto male: sono stata sfruttata, ignorata ed emarginata in comunità, e anche l’atteggiamento di Ivanka Hosta è cambiato radicalmente. Sono diventata una sorella di terza classe, considerata incapace di osservare l’obbedienza, di pregare e di essere umile: era il loro modo per dirmi che potevo solo servire le sorelle, guadagnare dei soldi, ma non avevo il diritto di parola. Sono stata umiliata, rimproverata e punita pubblicamente. Non sono riuscita a dire la causa della mia sofferenza e della mia confusione interiore, mi percepivo soltanto come un relitto emotivo ormai inutile.

    Quando è riuscita a uscire da questa situazione?

    Dopo anni di vessazioni da parte della superiora e delle sue “protette”, sono stata trasferita a Gerusalemme in una piccola sede della comunità e tre anni dopo l’ho lasciata definitivamente. Avevo 35 anni.

    Ha mai più parlato con Rupnik?

    Una volta, poco prima di andarmene dall’Italia, l’ho affrontato durante gli esercizi spirituali e gli ho detto che mi aveva ingannata sin dal principio e che avevo capito il suo sistema: usava tutti i suoi doni di comprensione delle fragilità di ognuna di noi a suo vantaggio per avere prestazioni sessuali, usando una logica distorta dell’amore. Al contempo, quando trovava “resistenze”, come è successo a me, iniziava a compiere crudeli aggressioni psicologiche, emotive e spirituali che, insieme all’abuso fisico, distruggevano le persone.

    E lui?

    Ha negato tutto: è rimasto impassibile e mi ha risposto che non sapeva di che cosa stessi parlando.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/rupnik-molestie-testimonianza-quarta-vittima-religiosa-g9bnyzg5

  • IL GOVERNO DEL CANADA PAGA 2 MILIARDI DI EURO ALLE COMUNITÀ INDIGENE MALTRATTATE

    IL GOVERNO DEL CANADA PAGA 2 MILIARDI DI EURO ALLE COMUNITÀ INDIGENE MALTRATTATE

    Il Canada pagherà centinaia di comunità indigene per un totale di 2,8 miliardi di dollari canadesi (l’equivalente di quasi 2 miliardi di euro) a titolo di risarcimento. Questa è stata la regola per quasi un secolo di abusi sui minori nei collegi.

    Almeno 324 comunità indigene avevano intentato un’azione legale collettiva. L’importo che il governo canadese pagherà sarà depositato in un fondo indipendente dal governo.

    Secondo una dichiarazione del governo, il fondo mira a “rilanciare l’istruzione, la cultura e la lingua indigene, per aiutare i sopravvissuti a guarire le loro ferite e riconnettersi con la loro eredità”.

    Dalla fine del 1800 agli anni ’90, il governo canadese ha inviato circa 150.000 bambini aborigeni in 139 scuole. Queste scuole erano gestite principalmente dalla Chiesa cattolica.

    I bambini venivano deliberatamente tenuti separati dalle loro famiglie, dalla loro lingua e dalla loro cultura. Molti bambini hanno subito abusi sessuali e migliaia sono morti di malattia, malnutrizione o abbandono. Secondo una commissione nazionale d’inchiesta, il sistema era un genocidio culturale.

    Negli ultimi due anni, gli abusi su larga scala sono stati sotto i riflettori. Ciò era dovuto alla scoperta di centinaia di tombe anonime nei luoghi in cui si trovavano le scuole. Sono già state identificate più di milletrecento tombe. Papa Francesco ha visitato il Canada l’anno scorso per scusarsi per gli abusi.

  • Il cardinale Mueller spietato su papa Francesco: «I suoi amici privilegiati se accusati di abusi: un cerchio magico fa le nomine in Vaticano»

    Il cardinale Mueller spietato su papa Francesco: «I suoi amici privilegiati se accusati di abusi: un cerchio magico fa le nomine in Vaticano»

    Un «cerchio magico» graviterebbe attorno a Papa Francesco. Gli abusi nella Chiesa verrebbero trattati in maniera parziale. Il «no» alla messa in latino avrebbe addolorato e allontanato le frange tradizionaliste. Queste sono solo alcune delle rivelazioni fatte dal cardinal Gerhard Mueller nel libro In buona fede con Franca Giansoldati (Solferino), in uscita a giorni. L’ex Prefetto della Dottrina della Fede non risparmia le critiche alla linea adottata dal Pontefice, che a suo dire si sarebbe circondato da persone «non preparate dal punto di vista teologico». A suo dire, inoltre, in Vaticano ormai le informazioni circolerebbero «in modo parallelo»: «da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali».

    La questione degli abusi

    Parole forti, che non risparmiano di commentare nemmeno gli scandali che hanno travolto la Chiesa in tempi recenti. In particolare, viene citato il caso di Monsignor Gustavo Zanchetta, il vescovo argentino che lo scorso marzo è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione per abusi sessuali su due seminaristi. Il suo caso, scrive Mueller, «fa discutere poiché ha potuto godere di uno status privilegiato in quanto amico del Papa. Di norma le amicizie non possono influenzare il procedere della giustizia, tutti devono essere trattati in modo uguale». Viene chiamato in causa anche don Mauro Inzoli, un sacerdote vicino a Comunione e Liberazione. «Il tribunale vaticano – si legge nel libro – avviò un processo su di lui alla fine del quale si decise di ridurlo allo stato laicale perché fu riconosciuto colpevole di crimini. Purtroppo però vi fu un cardinale di curia che andò a bussare a Santa Marta, chiedendo clemenza». Mueller racconta che «davanti a questo interventismo» il Papa si convinse e scelse di modificare la sentenza aggiustando la pena a Inzoli, stabilendo che rimanesse sacerdote. Ma con il divieto di indossare in pubblico l’abito sacerdotale o il clergyman, e senza presentarsi alle comunità come consacrato: «Rimaneva consacrato ma non poteva mostrarsi agli estranei come tale. Questo è solo un esempio».

    Il «no» messa in latino e l’affair Becciu

    Nell’opera di Mueller riecheggia quanto già raccontato da Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI, il quale ha affermato che il no di Papa Francesco alla messa in latino «spezzò il cuore» di Joseph Ratzinger. La decisione, aggiunge Mueller, è stata «uno schiaffo» per i tradizionalisti, «ha scavato fossati e ha causato dolore». E ha dato l’impressione, a suo dire, che il Pontefice avesse scelto di «dare ascolto a un gruppo di consiglieri, senza tenere conto che quel provvedimento avrebbe assunto i contorni di una mera dimostrazione di potere». Il cardinale è un fiume in piena, e non risparmia nemmeno le critiche sulla gestione dell‘affair Becciu, il cardinale accusato di essersi arricchito assieme ai suoi famigliari con i fondi della Segreteria di Stato vaticana. «Non si può punire qualcuno senza avere in mano le prove della sua colpa. Questo modo di agire è capitato di frequente in Vaticano e non riguarda solo il singolare caso Becciu, ma è accaduto persino dentro la Congregazione per la Dottrina della Fede quando furono mandati via alcuni sacerdoti senza ragioni, dall’oggi al domani», sentenzia Mueller. Il biasimo del porporato investe in primo luogo i mass media, colpevoli a suo dire di aver amplificato una «questione macroscopica».

    Becciu sarebbe «stato umiliato e punito di fronte al mondo senza che gli sia stata data alcuna possibilità di difesa. Ora si aspetta la fine del processo in corso al tribunale vaticano. Eppure dovrebbe valere per chiunque la presunzione di innocenza, un diritto sacrosanto dai tempi degli antichi romani». Ma l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede sottolinea una porzione di responsabilità che a suo dire sarebbe da attribuire al Papa: «Francesco ha deciso di punirlo severamente dopo che qualcuno era andato da lui, a Santa Marta, per mostrargli un articolo de L’Espresso, un settimanale italiano che riportava un’inchiesta sul cardinale. Ma come si fa ad agire in base a un articolo di stampa?», conclude.

    https://www.open.online/2023/01/20/vaticano-cardinale-gerhard-mueller-vs-papa-francesco/