Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Un caso grave mostra come alcune autorità ecclesiastiche cerchino ancora di coprire le aggressioni sessuali ai minori

    I numerosi episodi di abusi sessuali su minori da parte di preti predatori hanno svergognato migliaia di buoni vescovi e chierici benevoli che sono stati giustamente irritati dagli atti salaci dilaganti dei loro compagni preti pedofili e in alcuni casi da vescovi di alto profilo e cardinali di alto rango.

    Si sentono impotenti quando il loro vescovo protegge il prete abusatore e lo chiama “suo figlio”.

    Desiderano giustizia per le vittime e desiderano esonerare la propria vocazione e il sacerdozio macchiato dalla tirannia dei preti abusatori.

    La Chiesa ha succintamente affermato che ogni atto di abuso sessuale contro un bambino non è solo un crimine atroce nel diritto civile, ma una violazione della legge della Chiesa. 

    Papa Francesco afferma che l’abuso sui minori da parte di un religioso è “una ferita profonda che chiede guarigione”.

    Ci sono molte occasioni in cui i vescovi sono stati rimproverati da Papa Francesco per aver coperto le denunce di abusi sui preti invece di cercare di aiutare le vittime e trovare loro terapia, guarigione e giustizia. 

    Spesso cercano di riscattare il bambino vittima e la famiglia con denaro e promesse di una vita piena di risorse. 

    Questo è esattamente quello che è successo nella provincia di Cagayan, nel nord delle Filippine, l’anno scorso. 

    L’ultima ferita subita da una bambina (Angelica, non è il suo vero nome) è avvenuta quando aveva 15 anni. 

    Ha denunciato di essere stata violentata e aggredita sessualmente molte volte da un prete, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, assistente parroco della chiesa di St. Vincent Ferrer a Solana, Cagayan.

    Secondo gli atti del tribunale, il sacerdote della diocesi di Tuguegarao , la città più popolosa di Cagayan, è stato arrestato in flagranza di reato di seduzione e abuso di minori il 18 ottobre 2022, in un’operazione di salvataggio e arresto pianificata e approvata di Hector Eduard Geologo, direttore regionale del National Bureau of Investigation (NBI), provincia di Cagayan. 

    L’arresto è stato condotto dall’investigatore dell’NBI Jonimar Tongdo e dalla sua squadra con la collaborazione attiva dei genitori della vittima.

    Angelica, che ora ha 16 anni, faceva parte del gruppo giovanile parrocchiale. Padre Israel ne era il direttore con ascendente morale e autorità su di esso. Angelica, allora quindicenne, è stata invitata da padre Israel l’8 febbraio 2022 a cena fuori. 

    Secondo lei, l’ha bendata e si è recato ad Aparri a Cagayan. Alle 2 del mattino successivo, quando sono tornati a Solana, il prete predatore ha iniziato a molestarla toccandole le parti intime e baciandola. 

    Rimase scioccata, scese dall’auto e corse fino a casa. Aveva paura di dirlo ai suoi genitori per paura che non le credessero e la incolpassero per aver fatto serie accuse contro un prete influente.

    Non è finita qui. Il sacerdote ha poi chiesto ad Angelica di incontrarlo di nuovo per scusarsi dell’accaduto. Quindi, è andata in chiesa, ma il prete l’ha spinta nella sua macchina ed è andata in un hotel nella città di Tuguegarao e l’ha violentata. 

    Ha preso video segreti del loro atto sessuale sul suo cellulare e glieli ha inviati e ha minacciato di mostrarli sui social media se avesse osato condividere i dettagli e si fosse rifiutata di fare sesso con lui ancora e ancora. 

    Così, il sacerdote è riuscito a rendere il bambino il suo schiavo sessuale e vittima di adescamento sessuale.

    L’ha violentata molte volte e ha persino trovato il tempo di fare sesso con lei il Giovedì Santo, il culmine della Settimana Santa!

    Questi atti sessuali hanno avuto luogo in luoghi diversi: nello stesso hotel, nella sua macchina, a scuola e in un parco commemorativo.

    Angelica era traumatizzata dalla paura della disgrazia. Era depressa e ha tentato di uccidersi tre volte. 

    Gli insegnanti di Angelica, John Michael Bassig e Maria Christina de Asis, hanno ricevuto un messaggio da un’amica di Angelica, che diceva che era depressa e con tendenze suicide. Hanno parlato con lei e Angelica ha trovato il coraggio di superare finalmente la sua paura e ha raccontato loro come il prete l’ha molestata, violentata e ricattata. In seguito hanno raccontato ai genitori del prete predatore.

    Hanno cercato l’aiuto dell’NBI, che ha organizzato una trappola. Hanno programmato un incontro tra Angelica e il chierico e lo hanno arrestato quando ha tentato di nuovo di abusare di lei nella sua macchina. 

    Il suo cellulare consegnato aveva tutto: c’erano sei clip di video di sesso, chiamate audio registrate, schermate di conversazioni in cui l’accusato chiedeva al bambino di fare sesso con lui e prove di ricatti, abusi sessuali e minacce. 

    Sebbene il pubblico ministero, Kathleen Joy Ruiz Zuniega, li abbia mandati in tribunale, padre Israel è uscito libero dopo aver pagato 183.000 pesos (3.355 dollari) per ottenere la cauzione, anche se le accuse di stupro non sono rimborsabili nelle Filippine . La seconda serie di accuse, stupro multiplo, violenza sessuale e video voyeurismo – 18 in tutto – sono state presentate con regolare archiviazione.

    Queste accuse di stupro qualificato, conteggi multipli di stupro e violenza sessuale erano il contenuto della risoluzione estremamente dettagliata dell’assistente procuratore della città Kristine R. Marallag-Ave e approvata dal procuratore della città Jessie B. Usita il 27 dicembre 2022. 

    Nella sua controdeposizione, il sacerdote accusato ha negato tutte le accuse e ha insistito sul fatto che lui e il bambino erano amanti e che si trattava di un atto sessuale con consenso. Ha anche chiesto al pubblico ministero di non consentire le prove video. Ma la richiesta è stata respinta. 

    Il pubblico ministero ha sottolineato che gli atti sessuali contro la volontà di un bambino vulnerabile, anche se si trattava dei cosiddetti “amanti”, cosa che non era, sono ancora crimini atroci di stupro su minori. Il messaggio vocale registrato del sacerdote alla vittima, in cui la insultava ripetutamente con un linguaggio al vetriolo, mostra che aveva il controllo totale della situazione. 

    Sacerdoti e devoti fedeli attendono l’apertura del processo dove la vittima testimonierà. 

    Padre Rino Guaring, molto probabilmente per conto della diocesi di Tuguegarao, e parenti di padre Israel, si sono recati a casa di Angelica per risolvere il caso in via stragiudiziale. Ha promesso denaro e un’istruzione universitaria standard se avesse ritirato le denunce. 

    La vittima e la sua famiglia hanno rifiutato. 

    I genitori hanno contattato per iscritto la Fondazione Preda, che lavora per alleviare “gli abusi e le sofferenze fisiche, emotive, psicologiche e sessuali dei bambini”, chiedendo aiuto.

    La giustizia per i bambini maltrattati è una potente chiamata fatta da Gesù di Nazareth e la giustizia per il maltrattatore è ugualmente importante. L’istituzione ecclesiastica ha ingiustamente protetto per troppo tempo il prete pedofilo. Che è condannato da Papa Francesco ed è un crimine nella Chiesa e nel diritto civile.
    I vescovi sono chiamati a proteggere i bambini vulnerabili e ad assicurare alla giustizia gli stupratori di bambini in modo che possano pentirsi, confessarsi e fare penitenza, dietro le sbarre se necessario.
    https://www.ucanews.com/news/old-clerical-abuse-habits-die-hard-in-the-philippines/100045
  • Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    “Nessuno ha mai indagato sulla pista degli abusi sessuali”

    Papa Francesco ha fatto scoppiare un’autentica bomba in Vaticano. Al contrario di quello che è stato erroneamente scritto e detto su altri media, il caso Emanuela Orlandi non è stato “riaperto” dalla Gendarmeria della Santa Sede: è stato aperto per la prima volta, a quarant’anni di distanza dalla sparizione della 15enne. La precedente inchiesta era stata condotta dalla magistratura italiana, che nel 2015 ne ha disposto l’archiviazione, non senza polemiche.

    Il Vaticano nel 2019 si era limitato ad aprire un fascicolo sulla riapertura delle tombe del cimitero Teutonico (dove si sperava di trovare i resti di Emanuela), ma su input di Bergoglio ora il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi e la Gendarmeria hanno deciso di fare luce su quanto accaduto in quel funesto 22 giugno 1983 e nei quattro decenni successivi, con un’impressionante serie di bugie, depistaggi, omertà e false piste che hanno tirato in ballo ipotesi orrende come la pedofilia e la tortura, nonché le manovre ricattatorie della criminalità organizzata e l’intervento dei servizi segreti, non solo italiani, e di ambienti legati al terrorismo.

    Perché la Chiesa si muove solamente oggi? Perché immediatamente dopo la morte di Ratzinger e la pubblicazione del libro di Padre Georg, nel quale si nega l’esistenza di un dossier su Emanuela in Vaticano? Quante sono le chance di penetrare quel muro di gomma che ammanta l’intera vicenda? Affaritaliani.it ne parla con Laura Sgrò, avvocata che ben conosce le vicende di San Pietro e dintorni. Lo scorso anno ha pubblicato il libro “Sangue in Vaticano. Le inquietanti verità sulla strage nella Guardia Svizzera” (Rizzoli, 304 pagine, 18 euro), dal 2017 segue la famiglia Orlandi, e durante il caso Vaticanleaks ha difeso la comunicatrice Francesca Immacolata Chaouqui, detta “la papessa”.

    Avvocato Sgrò, cominciamo da un aspetto che non è solo formale, ma anche sostanziale: fino al 12 gennaio non le è arrivata alcuna comunicazione ufficiale da parte del Vaticano sull’apertura dell’inchiesta. Ci sono novità sul punto?

    No. So di per certo che è stata aperta perchè ciò è stato comunicato alla stampa e anche mercoledì sera la redazione di “Chi l’ha visto?” ne ha avuto conferma dalla sala stampa del Vaticano. A noi però non è arrivata alcuna comunicazione diretta ed è obiettivamente curioso venirlo sapere da voi giornalisti, no?

    Senza dubbio: si allunga la lista delle stranezze di questa vicenda. Come si spiega quest’ultima svolta?

    Nel 2019 io non avevo chiesto solamente la riapertura delle tombe del cimitero Teutonico, ma anche l’avvio di un’indagine. Questa richiesta si è persa senza che nessuno ci desse riscontro. Noi ovviamente abbiamo continuato a presentare istanze e richieste ogni volta che si presentava qualche novità. Ad esempio: si ricorda la telefonata della quale parlò Monsignor Viganò, avvenuta la sera stessa del rapimento?

    Sì, certo. Era delle famose telefonate da parte del cosiddetto “americano”.

    Bene, io chiesi di sentire Viganò e le persone che quella sera stavano con lui in segreteria di Stato, ad esempio il Cardinale Sandri. Zero assoluto anche su questo. Si sono limitati ad aprire e chiudere le tombe e per il resto silenzio: un muro di gomma rispetto a tutto il resto. Questo loro atteggiamento mi ha talmente irritato che nel dicembre 2021 ho scritto a Papa Francesco, informandolo del fatto che avevamo elementi nuovi e che ne volevamo parlare con lui. Sua Santità mi ha detto di rivolgermi al promotore di giustizia, ma ancora una volta la risposta è stata il silenzio. Oggi apprendiamo che aprono una loro indagine sulla base delle nostre istanze, spiegando che è un atto dovuto. Certo, ma lo era già nel 2018 e nel 2019!

    Beh, nel frattempo è morto Ratzinger…

    Non solo, sono successe anche altre cose. Padre Georg si è messo a capo della fronda dei conservatori, in Italia è stato depositato un disegno di legge per una commissione di inchiesta parlamentare sul caso-Orlandi e c’è stata la serie di Netflix “Vatican Girl” che ha indignato l’opinione pubblica di tutto il mondo. Lei non ha idea di quanti messaggi di solidarietà e incoraggiamento riceviamo ogni giorno io, Pietro Orlandi e Andrea Purgatori: siamo ormai a centinaia di migliaia. A questo proposito mi faccia dire che il ruolo della stampa in questo è molto prezioso e quindi ringrazio pubblicamente anche lei e affaritaliani.it.

    Credo sia il nostro dovere, ma torniamo alla tempistica dell’indagine: non trova curioso che Papa Francesco prenda questa decisione subito dopo la morte di Ratzinger e le anticipazioni sul libro di Padre Georg, nel quale si parla anche di Emanuela? Oltretutto Georg è subito stato convocato a rapporto dal Santo Padre: che legame vede tra questi eventi in rapida successione?

    Mi auguro che si tratti di un cambiamento di rotta, ma che sia vero. Per dimostrarlo servono indagini non solo serie, ma anche immediate. È dalla mia prima denuncia del 2018 che ho indicato i nomi di persone da ascoltare rispetto a taluni fatti. Oggi ho riguardato quella lista: lo sa che ne sono morte quasi la metà? In più, ci sono quelli che la Procura di Roma ha iniziato a cercare fin dal 1983 e per i quali il Vaticano si è nascosto dietro le proprie normative: lo Stato italiano durante la prima inchiesta ha fatto ben tre richieste di rogatoria, tutte rispedite al mittente! C’è una montagna di persone che i magistrati italiani volevano sentire e che sono morte! Questa è la prova del fatto che finora non c’è stata una vera volontà di fare luce sulla vicenda e sfido chiunque a sostenere il contrario. Se le cose sono cambiate davvero, bisogna agire in fretta: parliamo di persone anziane e non c’è tempo da perdere.

    Tra le persone ancora viventi che lei vorrebbe interrogare, da chi comincerebbe?

    Dal Cardinale Re, che ha celebrato il funerale di Ratzinger. È il decano del collegio cardinalizio e allora era il sostituto alla segreteria di Stato, una figura molto vicina al Santo Padre. La Procura ha provato a interrogarlo per anni, ma non c’è mai stato verso.

    Lei intende sentire anche il Cardinale Bertone, in merito a quali fatti specifici?

    Bertone era il segretario di Stato quando è sorto il problema dell’apertura della tomba dove era sepolto De Pedis. Possibile che non sapesse niente? Davanti al casino che si è creato per spostarne la salma, possiamo davvero pensare che non ci sia stato un summit nel quale decidere come muoversi?! Non si può prendere in giro l’opinione pubblica: tutto il mondo guardava attonito al fatto che un esponente della Banda della Magliana fosse stato tumulato dentro una basilica e vogliamo far credere che in Vaticano non sia mai discusso di questa vicenda?!

    Si è detto che sulla tomba di De Pedis si sia svolta una trattativa: lo Stato se ne sarebbe fatto carico, in cambio di informazioni sulla sorte di Emanuela da parte del Vaticano. È andata davvero così?

    Beh, basta leggere il libro di Georg (Nient’altro che la verità – La mia vita al fianco di Benedetto XVI, Piemme, 336 pagine, 20 euro). Ammette che in più occasioni degli emissari del Vaticano andarono in Procura a parlare della tomba di De Pedis con il Dott. Capaldo, il quale a sua volta parla di una “semi-trattativa”. Ma io su questo le voglio raccontare una cosa per me davvero cogente, che mi ha fatto arrabbiare in maniera incredibile.

    La ascolto con piacere.

    Quando è venuta fuori questa vicenda della trattativa, sono andata dal Comandante Giani: era uno dei fatti nuovi per i quali chiedevo la riapertura delle indagini. Presento istanze affinché sia sentito Capaldo e dopo due anni scopro che la persona che era andata da Capaldo… era proprio Giani! E ci sono anche delle conferme! Ma di cosa stiamo parlando?! E’ una presa in giro! Giani sarebbe dovuto andare a Capaldo a chiedergli chi era andato a parlargli, quando era stato lui…

    Torniamo al libro di Padre Georg: vi si legge che non è mai esistito un dossier del Vaticano su Emanuela Orlandi, ma lei ci crede?

    Questo Georg lo nega adesso, ma a me aveva detto che c’era! Quando era ancora Prefetto facente funzioni, lo andai a trovare alla Casa Pontificia e alla mia domanda specifica rispose: “Eccome, se c’è un fascicolo riservato! Insista e se lo faccia consegnare dalla segreteria di Stato, io non ho più potere”.

    Immagino che sia su questo argomento che volete interrogarlo?

    Certo. Anche se lui minimizza, nel suo stesso libro parla di una fase di indagine sul caso e a me Giani disse che si trattava di un vero e proprio lavoro di intelligence. Almeno si mettessero d’accordo, sulle stupidaggini che dicono! Su questo il Vaticano ha potere: sono tutti uomini suoi, che li sentisse! Si deve chiedere al capo della Gendarmeria perchè ha fatto cose che non doveva fare, nell’esercizio delle sue funzioni. Nel Vaticano, le sentenze vengono emesse “nel nome di Sua Santità”: ma è questa la giustizia del Papa?! Secondo me si è andati oltre la decenza.

    Lei, ormai, è diventata una delle massime esperte delle vicende vaticane…

    Ed è per questo che le dico che si sono superati certi limiti. Nessuno ha la pretesa che la giustizia sia infallibile, ma qui siamo oltre ogni confine plausibile. Molto oltre. Mi auguro sinceramente che Papa Francesco voglia fare pulizia, sapendo che la verità costa. Che pagasse il prezzo della verità, qualunque essa sia.

    Il manifesto col quale annunciate il sit-in di sabato 14 gennaio, per i 55 anni di Emanuela, è molto duro anche nei confronti di Bergoglio, accomunato a Wojtyła e Ratzinger per il silenzio definito “complice”. Quindi, sperate che Francesco vi smentisca?

    Me lo auguro davvero. Non vedo l’ora che il Papa ci dica che siamo degli idioti e che abbiamo sbagliato tutto. Che mi smentisca e io mi precipiterò a chiedergli scusa, se ho sbagliato a pensare male di lui.

    Tra i fatti nuovi, c’è l’ormai famosa chat del 2014 tra due persone “molto vicine a Bergoglio” che pare lasciare ben poco spazio all’interpretazione, posto che sia autentica…

    Eh, sì. Ma anche questo è un elemento che fa pensare. Nel momento in cui salta fuori una conversazione che riguarda anche il Santo Padre, se io fossi stato il promotore di giustizia del Vaticano sarei corso a fare un’indagine, a tutela del capo del mio Stato. In Vaticano, il potere esecutivo, quello giudiziario e quello legislativo appartengono tutti al Papa, che li esercita mediante delega. Non è una cosa di poco conto: il magistrato è un delegato del Papa, quindi in un caso del genere il suo primo pensiero avrebbe dovuto essere quello di andare a fugare ogni dubbio.

    Tuttavia, proprio perché è un delegato, immagino che faccia quello che il Papa gli dice…

    Tutte le ipotesi sono valide, però oggettivamente in questa vicenda c’è tutta una serie di cose davvero troppo strane. Io ho una concezione un po’ diversa della giustizia: per me è una cosa seria, perchè coinvolge la vita delle persone, che hanno tutte diritto alla dignità.

    Tra le cose strane c’è anche il fatto che si sia rifatto vivo Ali Agca, il quale sostiene di sapere tutto della vicenda. Dice che Emanuela non è mai stata stuprata e che si vuole screditare il Vaticano con false accuse di pedofilia. Inoltre, racconta che la ragazza sarebbe stata rapita per ordine di Wojtyła e affidata alle suore. Lei che cosa pensa di queste dichiarazioni?

    Beh, anche prendendole per buone, non mi pare proprio che esentino il Vaticano dalle sue reponsabilità. Un Papa mandante di un rapimento non è una vicenda meno grave.

    Ali Agca ha anche parlato del presunto legame tra il caso di Emanuela e quello di Mirella Gregori, un’altra ragazzina sparita a Roma nello stesso periodo, come peraltro altre coetanee nel corso dell’anno. Lei su questo che idea si è fatta?

    Io penso che i due casi non abbiano alcuna attinenza tra loro. Mirella Gregori merita un’indagine a se’ stante. Secondo me non ha giocato a suo favore il fatto di essere collegata a Emanuela, rimanendo così in una sorta di cono d’ombra. Le assicuro che nel fascicolo di Emanuela ci sono ben poche pagine “autonome” che riguardano anche Mirella.

    Lo stesso vale per Simonetta Cesaroni, visto che si è parlato anche di una riapertura complessiva dei tre casi?

    Questo è proprio un altro caso. Se per un certo periodo Mirella è stata effettivamente legata a Emanuela, Simonetta non ha proprio nulla a che fare con loro. Si è trattato di un omicidio cupo, sul quale la verità è tuttora preclusa sia alla famiglia, sia a tutti coloro che hanno lavorato alle indagini. Il vero punto di contatto tra questi tre casi è che rappresentano altrettanti fallimenti della giustizia italiana. Direi che ne sono l’emblema. Sarà brutto dirlo, ma è così.

    Vorrei ricordare anche un’altra ragazza, della quale si parla anche in “Vatican Girl”. Mi riferisco all’amica di Emanuela che le avrebbe confessato di essere stata molestata da una persona “vicina a Wojtyła”: questa è una pista sulla quale ci sono dei riscontri?

    Questa pista, di fatto, non è mai stata indagata. Mai, mai. Bisognerebbe farlo. Se ne parla solo sui giornali, ma la magistratura non l’ha mai approfondita. E se ne parla solamente ora, perché nel 1983 era veramente impossibile che si affrontasse di un’ipotesi di pedofilia nel Vaticano. Non si parlava nemmeno di pedofilia in generale, figuriamoci nel Vaticano!

    A questo proposito, in Germania prosegue l’indagine su Ratzinger, accusato di non avere fatto abbastanza contro i preti pedofili, e dopo la sua morte si stanno cercando eventuali eredi che ne dovrebbero rispondere. Secondo lei c’è un legame tra la scomparsa del Papa emerito e il riemergere di queste ipotesi di indagine su Emanuela?

    Credo che ci siano diverse concause. Secondo me in questo momento persistere con la “politica del silenzio” avrebbe avuto un risvolto ancora più negativo. Tra il trincerarsi dietro il mutismo e provare a fare qualcosa, è giusto seguire la seconda strada. Per il momento il Vaticano ha soltanto manifestato una volontà di chiarezza. Mi auguro che diventi fattuale.

    Ho la sensazione che il Vaticano sia tutt’altro che un blocco monolitico. Il fatto che qualcuno vi abbia passato gli screenshot della chat del 2014, ad esempio, fa pensare che tanti conoscano la verità e che si combattano tra loro. Per questo, se non sarà il Papa a farci capire cosa è successo ad Emanuela, il rischio è che lo faccia qualcun altro, con conseguenze ancora più pesanti. E’ questo a cui allude parlando di “prezzo della verità”, oppure sbaglio?

    È proprio così. Le parti in causa si usano, si mandano messaggi, tirano la corda… Io temo che in questo periodo storico la Chiesa rischi di implodere, a meno che non si reindirizzi verso la sua vera natura. Sarebbe un grave danno per i fedeli, che ci credono veramente e considerano la Chiesa come un punto di riferimento. Il momento è delicatissimo, quindi mi auguro che l’intenzione di Francesco sia davvero sincera. In fondo è il Pontefice: se vuole, farà.

    Mi perdoni la domanda indiscreta: lei è credente?

    Sì.

    E lo rimane pur essendo passata attraverso le brutte esperienze che ci ha spiegato in modo così efficace?

    Da qualche tempo, il mio rapporto con Dio è abbastanza conflittuale. Ho visto troppe cose che avrei preferito non vedere. Soprattutto, non avrei voluto vederle nel Vaticano.

    In questo caso si è parlato del coinvolgimento di alcuni poteri davvero temibili: la Chiesa, lo IOR, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, il terrorismo internazionale, i servizi segreti italiani e di altri Paesi, come Cia, Kgb e Stasi… Non ha mai avuto paura?

    Mah, io sono stata minacciata più volte. Sì, ci sono stati dei momenti nei quali ho avuto paura. Tuttavia, dopo una lunga e attenta riflessione e dopo un confronto aperto sia con mio padre (che ora non c’è più) che con mio marito, mi sono persuasa della necessità di andare avanti. Una strada del genere non può essere percorsa a metà. Non sarebbe giusto nei confronti delle persone che ti chiedono aiuto. Pietro Orlandi è un caterpillar, una persona straordinaria. Dopo aver detto di sì a lui, in quanto rappresentante della sua solidissima famiglia, bisogna mettere in conto la necessità di camminargli accanto. Io l’ho scelto e quindi cammino.

    Anche nei confronti di Pietro Orlandi ci sono stati tentativi di intimidazione?

    Non penso. Certamente però ci sono stati dei gesti di stizza da parte del Vaticano. Ad esempio, quando Pietro ancora lavorava allo IOR, un prelato lo convocò per parlare del sit-in che aveva organizzato. Gli tirò addosso un giornale, urlandogli: “E basta con ‘sta storia di tua sorella!”.

    Un’ultima domanda: ma secondo lei che cosa è successo a Emanuela? Qual è la pista più probabile?

    Ho una mia idea che preferisco tenere per me, finché non ho le prove. Ciò non toglie, e questo è il grande problema, che ci sono pezzettini di verità in tutte le piste. Un riesame serio di tutta la vicenda prevede importanti tempi, energie, esperienza, risorse e mezzi. Mi chiedo se la procura Vaticana possa fare tutto questo. Io credo che – se davvero volesse fare luce su ogni cono d’ombra – dovrebbe avvalersi del Concordato e chiedere leale collaborazione e cooperazione alla procura di Roma. Ecco, questo sì che porterebbe se non alla verità, a pezzi certi di questo terribile mosaico.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-orlandi-svolta-clamorosa-interroghiamo-padre-georg-bertone-re-e-834223.html

  • Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    CNN Roma – Il cardinale George Pell , il più alto funzionario cattolico condannato per abusi sessuali su minori prima che la sentenza fosse ribaltata nel 2020, è morto, secondo il suo segretario. Aveva 81 anni.

    Padre Joseph Hamilton ha confermato la morte di Pell martedì sera, ora locale, dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Roma per un intervento di sostituzione dell’anca. Hamilton ha detto che mentre l’operazione ha avuto successo, Pell ha successivamente subito un arresto cardiaco.

    Nato nella città regionale di Ballarat, in Australia, l’8 giugno 1941, Pell è salito tra i ranghi della Chiesa cattolica romana fino a diventare tesoriere vaticano, considerato da molti la terza posizione più alta all’interno della chiesa.

    Ha ricoperto quel ruolo dal 2014 al 2019 come responsabile delle riforme finanziarie di Papa Francesco, che si sono in gran parte bloccate quando è stato richiamato in Australia per affrontare le accuse di abusi sessuali storici.

    Pell è stato condannato per tali accuse nel 2018 e ha scontato 13 mesi di carcere prima che l’Alta corte australiana annullasse la sua condanna nell’aprile 2020. Pell ha negato strenuamente le accuse, che ha respinto in un’intervista della polizia del 2016 come un “prodotto di fantasia”.

    Nel riassunto di due pagine della sentenza, l’Alta Corte ha affermato che la giuria “avrebbe dovuto nutrire dubbi sulla colpevolezza del ricorrente” e ha ordinato l’annullamento delle condanne.

    https://www.cnn.com/2023/01/10/asia/cardinal-george-pell-dies-intl-hnk/index.html

  • Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Il sacerdote sospeso da ogni mansione dopo lo scandalo di pedofilia che lo ha visto al centro di storie di abusi sessuali su minori è stato trasferito a Roma, nella cosiddetta “clinica per preti”, L’oasi di Elim del Santuario del Divino Amore della Capitale, un istituto da 12 posti creato proprio per il sostegno psicologico del clero.

    Un luogo dove curarsi e dove ritrovare la propria vocazione, dopo aver sbagliato e, nel caso dell’ex prelato di Pisa, dopo non aver negato le responsabilità a lui attribuite. Per lui non ci sarà nessun processo penale perché i reati sono ormai prescritti ma si svolgerà presso il Tribunale di Pisa una causa di risarcimento danni che coinvolge alcune vittime. In 4 infatti sarebbero pronti a chiedere i danni per gli abusi sessuali e le violenze subite quando erano bambini o appena adolescenti.

    Una comunità, quella pisana, e non solo, scossa nel profondo, ma non bisogna perdere la speranza. Il monsignore dell’Arcidiocesi di Pisa, accusato di molestie sessuali, abusi sessuali e violenza sessuale su minori non avrebbe negato gli addebiti al suo arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, durante le fasi preliminari di indagine del processo canonico iniziato ad aprile scorso a seguito delle denunce delle due vittime, due fratelli pisani. 

    Il prete si è dimesso e l’arcivescovo lo ha sospeso da tutte le sue funzioni e mansioni, e ora vive a casa di un parente in attesa del termine del processo canonico e dell’iter che porterà alle decisioni finali da parte della Santa Sede, che potrebbe espellerlo dalla Chiesa, come ha espressamente detto papa Francesco per tutti i preti riconosciuti responsabili di pedofilia.

    Proprio nei giorni scorsi, dopo la morte di Benedetto XVI, Bergoglio ha deciso di proseguire le sue riforme istituendo due nuovi enti che dovranno vigilare su abusi sessuali e sulle finanze della Chiesa. Non si farà mai abbastanza per certe cose.

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2023/01/09/accusato-di-pedofilia-il-sacerdote-di-pisa-e-stato-trasferito-a-roma/134098/

  • L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    Uno degli atti più significativi del pontificato di Benedetto XVI , morto a capodanno, all’età di novantacinque anni, è stato, sembrano concordare i suoi necrologi, la sua dimissione, nel febbraio 2013. E giustamente : la prima rinuncia papale in quasi seicento anni è stata un atto epocale. Ha diminuito le qualità monarchiche del papato, rendendolo più simile a un ufficio elettivo con un periodo di servizio limitato. Ha stabilito un precedente per i successori di papa Benedetto, soprattutto quello immediato, papa Francesco , che ha ottantasei anni e ha parlato della possibilità di dimettersi per età o problemi di salute. Ed è stato un atto di umiltà da parte di un uomo che ha deciso di non poter più guidare la Chiesa cattolica, ei suoi oltre 1,3 miliardi di membri, durante un periodo di scandalo.

    Ma le dimissioni di Benedetto sono state anche un’espressione appropriata del tratto con cui ha lasciato il segno più profondo nella Chiesa: la sua pratica di affermare drammaticamente il negativo. Il suo “no” finale – al papato – ha coronato una lunga carriera di “no” ai fedeli: si può sostenere che il ruolo più importante che ha svolto a Roma non è stato come Papa, ma quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio dottrinale del Vaticano. In quella posizione – che ricoprì dal 1981 al 2005, per quasi tutto il pontificato del severissimo dottrinalmente Giovanni Paolo II – fu il più stretto collaboratore del Papa, e il suo rifiuto, spesso aspro di vigilanza, di lasciare che i cattolici affrontassero apertamente le questioni dell’epoca è una causa principale della difficoltà in cui si trova ora la Chiesa.

    Ratzinger è nato in Baviera nel 1927, è cresciuto in una devota famiglia cattolica e voleva diventare cardinale dall’età di cinque anni. Divenne prete e poi teologo molto pubblicizzato, fu nominato perito (o esperto) al Concilio Vaticano II (1962-65), scrisse un’affascinante ” Introduzione al cristianesimo ” e prestava servizio come arcivescovo di Monaco e Frisinga quando Giovanni Paolo II lo nomina alla CDF Aveva allora cinquantaquattro anni ed era già cardinale. Al Sant’Uffizio, un palazzo dietro San Pietro, il suo comportamento fu costante nei decenni successivi. Viveva semplicemente, lavorava sodo e trattava cordialmente i colleghi. Indossava una tonaca nera e una fascia rossa da cardinale e, con i suoi folti capelli bianchi, era allo stesso tempo impiegato e affascinante.

    Ratzinger ha scritto molti libri nel corso degli anni, e sono raggianti della sua fiducia di sapere cosa fosse meglio per la Chiesa. Ma quella fiducia – e un corrispondente disgusto per le posizioni opposte – lo portarono a precludere una questione complessa dopo l’altra, un processo che il reporter del Vaticano John L. Allen, Jr., ha raccontato in una rigorosa biografia del 2000. Il primo “no” riguardava la teologia della liberazione. Dopo il Vaticano II, i teologi dell’America centrale e meridionale – in particolare Leonardo Boff in Brasile, Juan Luis Segundo in Uruguay e Gustavo Gutiérrez in Perù – hanno risposto all’invito del Concilio ai cattolici a “leggere i segni dei tempi” perseguendo una sintesi approssimativa di narrazioni evangeliche di liberazione e teorie marxiste di un proletariato incoraggiato.

    Uno sviluppo al tempo stesso rapido e sofisticato, la teologia della liberazione richiedeva una reazione ponderata. Invece, ha ottenuto una stampa a tutto campo da Ratzinger e dalla CDF, che ha ordinato un’indagine su Gutiérrez; ha chiesto un “chiarimento” a Boff; ha dichiarato la teologia della liberazione una “eresia”; e ha scritto un’istruzione ammonitrice, emanata dalla CDF ma approvata dal Papa, definendola “una perversione del messaggio cristiano come Dio lo ha affidato alla sua Chiesa”. Tutto ciò accadde durante i primi tre anni di Ratzinger alla CDF, ma l’obbrobrio continuò per tutto il decennio – attraverso l’assassinio di sei gesuiti, della loro governante e di sua figlia, da parte di sicari alleati militari, all’Università Centroamericana, in El Salvador, nel 1989. Uno dei gesuiti, padre Ignacio Ellacuría, era un convinto sostenitore della teologia della liberazione.

    Un secondo “no” di Ratzinger riguardava l’ordinazione. Dopo il Concilio Vaticano II, cattolici di vario genere proposero che il Vaticano smettesse di restringere lo “stato clericale” agli uomini impegnati alla castità, e aprisse il sacerdozio ordinando donne e uomini sposati o allargando, alle donne, il ruolo dei diaconi ( ministri ordinati che non sono sacerdoti). Ratzinger si oppose categoricamente a tutto ciò. Ordinò un’indagine su padre Richard P. McBrien, teologo dell’Università di Notre Dame, per aver suggerito, nel suo libro molto letto “ Catholicism ”, che l’ordinazione delle donne fosse una questione aperta; ha interrotto uno sforzo dei vescovi americani di consultare le donne per una lettera pastorale sul ruolo delle donnenella chiesa; e affermava, con Giovanni Paolo II, che limitare l’ordinazione agli uomini era un insegnamento “infallibile” della Chiesa.

    Il “no” di Ratzinger ai gay è noto, ed è in sintonia con il suo rifiuto di ogni forma di attività sessuale diversa dal rapporto tra un uomo e una donna in un valido matrimonio cristiano con l’intento di produrre figli. Nel luglio 1986, mentre completava un’indagine che lo aveva preceduto alla CDF, Ratzinger revocò a padre Charles Curran, professore alla Catholic University of America, il diritto di insegnare teologia morale, perché Curran aveva suggerito che, in alcuni casi, la masturbazione potrebbe non essere peccato e che qualche “dissenso” sulla questione potrebbe essere legittimo. Tre mesi dopo, in parte in risposta ai conflitti che coinvolgono la Chiesa e i gay negli Stati Uniti, Ratzinger pubblicò un documento della CDF sull’omosessualità. In essa dichiarava che, «sebbene la particolare inclinazione della persona omosessuale non sia peccato, è una tendenza più o meno forte ordinata verso un male morale intrinseco; e quindi l’inclinazione stessa deve essere vista come un disordine oggettivo. Ha continuato insistendo sul fatto che la ricerca della soddisfazione fisica attraverso un atto omosessuale “nega la natura trascendente della persona umana”. Il documento è noto come “Homosexualitatis Problema”.

    In tutto questo Ratzinger era in sintonia con Giovanni Paolo II. Ma, nei loro rapporti con le altre religioni, Giovanni Paolo si dimostrò più un uomo del “sì”. Il Papa convocò un incontro senza precedenti dei capi delle religioni mondiali, ad Assisi, nell’ottobre 1986, per una Giornata mondiale di preghiera per la pace. Ratzinger, riferisce il suo biografo Peter Seewald, “evitò deliberatamente l’evento”, sospettoso che la presenza del Papa fianco a fianco con l’arcivescovo di Canterbury, il rabbino capo di Roma, il Dalai Lama e altri leader “avrebbe incoraggiato l’idea che libertà religiosa significava parità religiosa, mentre la Chiesa cattolica doveva attenersi all’unicità di Gesù Cristo come salvatore universale”. Ma Giovanni Paolo insistette; ha ospitato l’incontro ed è apparso nelle foto di gruppo scattate lì. Negli anni che seguirono, de facto  ma anche  de iure (o in linea di principio)” e che riteneva i seguaci di altre tradizioni religiose “in una situazione di grave deficienza”. Era il 2000. Negli anni successivi, Ratzinger e la CDF avevano avviato lunghe indagini su un certo numero di teologi il cui lavoro si occupava della relazione del cristianesimo con le altre religioni, soffocando studiosi di talento nel pieno della loro carriera.

    Tutto questo dire di no da parte di Ratzinger suggeriva che i cattolici ordinari non avrebbero dovuto occuparsi di tali questioni e implicava che le questioni di fondo fossero risolte, e non fossero affatto questioni. Quella presa di posizione, di per sé poco persuasiva, investì anche Ratzinger e la CDF di una signorile alterigia nei rapporti dell’ufficio con il mondo – e la lasciò gravemente carente nei suoi rapporti con la crisi degli abusi sessuali clericali. I primi rapporti approfonditi sugli abusi del clero sono apparsi nel 1985, ma il problema è stato lasciato a marcire per quasi due decenni, poiché la Chiesa si è opposta agli avvocati e alle forze dell’ordine, insistendo sul fatto che disciplinare i sacerdoti era un affare interno. Eppure i crimini sessuali e le offese di centinaia di sacerdoti trattati dalle diocesi di tutto il mondo – attraverso accordi finanziari, accordi di non divulgazione e simili – hanno ricevuto scarsa attenzione al Sant’Uffizio. Nel 2001, Ratzinger ha infine esortato i funzionari diocesani a inoltrare a Roma le denunce di preti accusati in modo credibile, e ha accettato di occuparsene personalmente, leggendone un fascio una volta alla settimana. “La nostra penitenza del venerdì”, la chiamava. Eppure, tre anni dopo, dopo il Boston Globeaveva pubblicato una sbalorditiva serie di rapporti investigativi sui diffusi abusi sessuali dei sacerdoti nel Massachusetts, il cardinale Bernard Law, di Boston, si era dimesso, e Giovanni Paolo II aveva convocato i cardinali americani a Roma per un “vertice straordinario” – Ratzinger parlava ancora solo in modo criptico di “sporcizia” nella Chiesa.

    Al volgere del millennio, Giovanni Paolo II era malato di morbo di Parkinson e Ratzinger, in effetti, dirigeva il Vaticano. Ma quando il Papa morì, il 2 aprile 2005, e gli altri cardinali sembravano propensi a scegliere Ratzinger come successore di Giovanni Paolo, egli sembrò riluttante ad assumere l’incarico. «A un certo punto ho pregato Dio: ‘Per favore, non farmi questo’», ha detto poco dopo essere stato eletto, il 19 aprile, e ha preso il nome di Benedetto XVI. «Evidentemente questa volta non mi ha ascoltato». Il suo pontificato, durato otto anni, fu una coda in sordina a quello di Giovanni Paolo. Comprendeva le polemiche da lui provocate sull’Islam (citando un provocatorio commento anti-islamico del XIV secolo durante un discorso a Ratisbona, Germania) e sull’Olocausto (dopo che un vescovo scismatico arci-tradizionalista la cui scomunica revocata da Benedetto XVI ha negato la portata dei campi di sterminio nazisti in una recente intervista), così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e attività illecite presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovoTeodoro McCarrick, nel New Jersey, potrebbe aver giocato nel proteggerli da accuse credibili di cattiva condotta sessuale mosse contro di loro durante il suo pontificato. (Maciel è stato accusato in un articolo di un quotidiano statunitense nel 1997 di aver abusato sessualmente di seminaristi decenni prima, ed è stato oggetto di un’indagine della CDF alla fine del 2004, ma non è stato perseguito ai sensi del diritto canonico; invece, gli è stato richiesto solo, nel 2006, all’età di ottantasei anni, per ritirarsi a una vita di preghiera e penitenza.Ha negato le accuse contro di lui ed è morto nel 2008. Un conteggio postumo include dozzine di accuse di abusi sessuali da parte sua.Mccarrick è stato rimosso dal sacerdozio da Pope Francis nel 2019 e, nel 2021, è stato accusato in Massachusetts di tre capi di imputazione per aggressione e percosse, per un incidente presumibilmente avvenuto nel 1974. Si è dichiarato non colpevole e ha negato le accuse contro di lui.

    Poi, il 28 febbraio 2013, Benedetto si è dimesso, partendo dal Vaticano, come Nixon, in elicottero, per la residenza estiva papale, e tornando tre mesi dopo a vivere in un monastero agghindato dietro San Pietro. I tradizionalisti conclusero presto che le sue dimissioni – e il pontificato di papa Francesco che ne derivava – erano state disastrose per la Chiesa che avevano immaginato. Avevano ragione: Francesco ha chiarito, con la sua persona e le sue azioni, che questioni complesse non possono essere facilmente dichiarate chiuse a ulteriori indagini, e che le risposte della Chiesa devono andare oltre il “no” e il “mai”. Ma il decennio che Benedetto ha trascorso in pensione in Vaticano ha dato ai tradizionalisti il ​​tempo di riorganizzarsi e ha dato origine a quello che David Gibson, della Fordham University, autore di un libro su Benedetto, chiama un cattolicesimo del Tea Party: un cattolicesimo combattivo, anti-intellettuale. , dedito a possedere le librerie cattoliche. Questo movimento deve tanto all’alt-right americana quanto a qualsiasi papa.

    Retrospettivamente, è possibile chiedersi come sarebbero andate le cose se il cardinale Ratzinger avesse detto “no” al papato stesso nel 2005, prima che il conclave lo eleggesse, piuttosto che dopo che aveva servito per otto anni. Il secondo classificato nel conclave del 2005 è stato il cardinale Jorge Mario Bergoglio, di Buenos Aires, finalmente eletto nel 2013succedere a Benedetto, prendendo il nome di Francesco. Ma se fosse stato Francesco ad essere eletto nel 2005? E se avesse avuto quegli otto anni in più per avviare le riforme, per occuparsi degli abusi sessuali del clero e della corruzione vaticana e per cambiare il tono e l’atteggiamento dell’ufficio papale? Uno scenario del genere è l’incubo dei tradizionalisti. I cambiamenti che Francesco ha apportato, per quanto discontinui e confusi a volte, riflettono i suoi sforzi per iniziare a rispondere alle domande che Joseph Ratzinger ha soppresso per tanti anni. ♦

    https://www.newyorker.com/news/daily-comment/benedict-xvis-most-powerful-influence-on-the-catholic-church-came-before-he-was-pope

  • Il silenzio di Biden sul record di abusi del clero di Papa Benedetto XVI devastante per le vittime statunitensi

    Il silenzio di Biden sul record di abusi del clero di Papa Benedetto XVI devastante per le vittime statunitensi

    Aderendo a una lettera aperta emessa oggi, la sezione statunitense dell’organizzazione internazionale contro gli abusi del clero Ending Clergy Abuse (ECA) chiede alle delegazioni statali, compresa quella inviata dal presidente Joe Biden, di riconsiderare la possibilità di partecipare ai funerali del defunto Papa Benedetto XVI a alla luce del suo dimostrato coinvolgimento diretto nell’insabbiamento dei crimini sessuali del clero. La delegazione di Biden è guidata dall’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Joe Donnelly.

    L’anno scorso, dopo aver ricevuto una lettera dalle organizzazioni delle vittime di abusi del clero statunitense, l’ambasciatore Donnelly, in una e-mail, ha promesso di incontrare le vittime statunitensi dopo la sua conferma. Da allora, dopo ripetuti tentativi di contattare l’ambasciatore, le vittime non hanno ancora ricevuto risposta.

    L’amministrazione Biden ha rilasciato diverse dichiarazioni ufficiali elogiative riguardo alla morte di Papa Benedetto XVI senza affrontare i suoi anni di insabbiamento delle diffuse violazioni dei diritti umani contro i bambini americani da parte di migliaia di sacerdoti cattolici statunitensi, sia come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF ) e come Papa. Papa Benedetto XVI è stato coinvolto in alcuni dei casi più noti di abusi sessuali negli Stati Uniti, tra cui quello di padre Lawrence Murphy, che ha violentato e aggredito sessualmente oltre 200 bambini sordi.

    Nel 2011, il Centro per i Diritti Costituzionali con sede negli Stati Uniti ha presentato alla Corte Penale Internazionale dell’Aia un caso storico contro Papa Benedetto XVI e altri funzionari vaticani di alto livello , con 20.000 pagine che documentano la responsabilità di Papa Benedetto XVI nelle violazioni dei diritti umani contro i bambini come capo dello stato vaticano.

    Il presidente Biden ha parlato con affetto della sua fede e della sua educazione cattolica, compresi i suoi anni da adolescente all’Archmere Academy, una scuola preparatoria cattolica a Claymont, nel Delaware, gestita dall’ordine religioso norbertino. All’epoca in cui entrambi i suoi figli, Beau e Hunter Biden, frequentavano Archmere, documenti interni della chiesa mostrano che diversi membri della facoltà norbertina erano noti all’ordine religioso per stuprare sessualmente studenti.

    I sopravvissuti e i sostenitori degli abusi del clero internazionale hanno inviato la seguente lettera all’ambasciatore Donnelly e ad altre delegazioni statali presenti ai funerali di Papa Benedetto XVI.

    Alle nostre rispettive delegazioni statali:
    Questa settimana, il Vaticano condurrà un memoriale e una celebrazione globale, onorando la vita e l’eredità di Papa Benedetto XVI. Ti recherai nella Città del Vaticano per il suo funerale e, così facendo, riconoscerai il potere storico, politico e sociale della Chiesa cattolica. Nel frattempo milioni di vittime di abusi da parte del clero in tutto il mondo saranno costretti ad assistere a quella che probabilmente sarà una riscrittura della storia riguardante l’eredità e le azioni di un uomo che è direttamente e in parte responsabile di decenni di stupri e abusi sessuali diffusi e sistematici sui bambini nel Chiesa.

    Durante la maggior parte della sua vita professionale, Papa Benedetto XVI è stato uno dei principali artefici della copertura degli abusi nella Chiesa cattolica. In qualità di arcivescovo di Monaco, ha nascosto e trasferito il noto clero abusivo e fino alla sua morte ha fuorviato gli investigatori e il pubblico sulla sua diretta responsabilità. Come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sotto Giovanni Paolo II, ha agito come principale faccendiere globale del Papa per 23 anni, proteggendo i vescovi dalla responsabilità penale, civile e morale per essersi comportati come aveva fatto quando l’Arcivescovo di Monaco. Dopo un breve periodo da papa, la storia finalmente lo raggiunse e si dimise prima che fosse emersa tutta la portata del suo ruolo in questi crimini. Dopo le sue dimissioni, Papa Benedetto XVI ha avuto quasi dieci anni per fare ammenda delle sue azioni. Non è riuscito a farlo.

    In molti dei vostri paesi, il Vaticano sta attualmente ostacolando le indagini governative sugli abusi sessuali del clero, rifiutandosi di condividere documenti e prove relativi agli abusi e all’occultamento istituzionale con i funzionari statali. Gran parte di queste prove riguarda abusi sessuali su minori e insabbiamenti avvenuti sotto la guida di Papa Benedetto XVI, mentre era a capo della CDF e poi Papa. Il Vaticano continua a ignorare il mandato del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia che porterebbe la Santa Sede a conformarsi al diritto internazionale sui diritti umani.

    La vostra prevista partecipazione ai funerali di Papa Benedetto XVI e gli elogi ufficiali che gli avete tributato senza riconoscere il suo ruolo centrale nella crisi globale degli abusi del clero sono profondamente dannosi per i sopravvissuti e un affronto alla memoria e alla giustizia.

    Vi chiediamo di schierarvi dalla parte delle vittime contro i loro aggressori e coloro che negano la nostra sofferenza e invece di fare quanto segue:

    Usa il tuo potere statale e la tua influenza diplomatica per chiedere a Papa Francesco di rendere la tolleranza zero per gli abusi sessuali del clero una legge ecclesiastica universale. Finora, come il suo predecessore, si è rifiutato di farlo.
    Fai una richiesta ufficiale al Vaticano affinché condivida tutti i documenti e le prove relativi agli abusi sessuali del clero e all’insabbiamento con i funzionari della giustizia nei tuoi rispettivi stati. Ciò includerebbe prove dirette di migliaia di casi di abuso che potrebbero essere stati gestiti male da Papa Benedetto e che rimangono nell’archivio segreto del Vaticano.
    Chiedere a Papa Francesco di ordinare ai suoi vescovi di cooperare pienamente con tutte le indagini governative sugli abusi sessuali del clero, compresa quella delle Nazioni Unite, cosa che finora non ha fatto.
    Partecipando a questo evento e rimanendo in silenzio riguardo al fallimento di Papa Benedetto XVI nel proteggere i bambini della tua nazione, consapevolmente o no, stai partecipando alla copertura degli abusi sessuali del clero. Per questo vi chiediamo rispettosamente di riconsiderare la vostra presenza al funerale. Invece, vi chiediamo di unirvi ai sopravvissuti di tutto il mondo, compresi quelli della vostra stessa nazione, per realizzare una chiesa post-abuso, che non potrà mai accadere senza dire la verità, trasparenza e responsabilità.

    Cordiali saluti,

    https://www.ecaglobal.org/biden-silence-on-pope-benedict-clergy-abuse-record/

  • Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    “EL PAIS” TORNA SUL CASO PEDOFILIA IN SPAGNA DOPO UN ANNO: I RISULTATI

    Un anno esatto dopo la prima inchiesta di “El Pais” sui casi di pedofilia nella Chiesa di Spagna, il quotidiano spagnolo nazionale torna con un nuovo dossier dove esprime tutta l’amarezza per un anno di indagini con non molte collaborazioni avute dalle Diocesi, l’esatto contrario insomma di quanto Papa Francesco e i vertici della Chiesa Cattolica in tutto il mondo professano da tempo ormai nella profonda lotta alla piaga degli abusi. Il primo rapporto di “El Pais” era datato inizio dicembre 2021 con 251 casi di presunti abusi contro minori da parte del clero spagnolo: «Quest’anno la cifra è raddoppiata a 500, con un secondo dossier consegnato a giugno e un terzo presentato questo mese. In totale, più di 1.000 pagine». Tuttavia, a distanza di una anno, commenta il quotidiano, «il bilancio è nullo: non si sa nulla della risposta a questi casi e la trasparenza non solo non è aumentata, ma è peggiorata».

    Sentendo le 141 comunità dove sarebbero giunte le denunce di presunti casi di pedofilia, spiega “El Pais”, ben poche hanno risposto nel merito e ancora meno avrebbero aperto procedimenti canonici con effettivi risarcimenti finali: «Il silenzio è schiacciante: solo il 13% fornisce informazioni. I casi di ciascuna entità e le relative risposte possono essere consultati nelle tabelle di dati che accompagnano queste informazioni». La Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) in un primo momento si era rifiutata di coordinare il progetto di indagini nato dalle centinaia di denuncianti e attraverso i singoli enti coinvolti, ma circa 6 mesi fa un nuovo impulso è giunto dai vescovi spagnoli per cercare di ristabilire la verità sulle durissime accuse di abusi pedofili.

    “SOLO DIOCESI MADRID COLLABORA ATTIVAMENTE”: NUOVE DENUNCE DI “EL PAIS” SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA IN SPAGNA

    Obbligate dal Vaticano, le diocesi coinvolte di Spagna hanno aperto uffici di assistenza alle vittime della pedofilia nel 2020, ma molte di esse non hanno nemmeno i dettagli di contatti online, accusa sempre “El Pais”. Le singole disposizioni di Papa Francesco vengono di fatto spesso disobbedite: «a volte non si apre un’indagine senza una denuncia diretta della vittima, che non è più necessaria; la vittima non viene informata della possibilità di un risarcimento; quando questo avviene, vengono imposte clausole di silenzio; e anche se c’è una condanna dell’abusante, alla vittima non vengono date informazioni sul caso, nemmeno il nome dell’accusato quando non lo ricorda, ma è stato identificato dalla Chiesa». Le accuse formulate dal quotidiano spagnolo sembrano alquanto gravi e ovviamente andrà ristabilito in ogni singola denuncia quale sia stato il ruolo di accompagnamento e assistenza che la singola Diocesi ha riservato, evitando processi mediatici da un lato ma scongiurando il “silenzio” calato su accuse e fatti gravi.

    «Spesso la risposta è quella di trattare la denuncia di abuso solo come una questione legale, senza prevedere ascolto e aiuto. In molti luoghi, la prima reazione alla vittima non è di accoglienza, ma di diffidenza e di interrogazione. Nelle piccole città, a volte è accompagnata dal rifiuto sociale dell’informatore», denuncia ancora “El Pais” ad un anno dall’inizio del dossier pedofilia. Viene citato il caso di un ragazzo – nome fittizio Roberto – che racconta l’inquietante interrogatorio ricevuto, così pare, dai vertici della diocesi di Orihuela-Alicante: «Mi è stato detto che le mie dichiarazioni erano contraddittorie. Ero molto nervoso per tutto quello che stava succedendo. Mi sono sentito come un terrorista».

    Al momento solo quattro diocesi hanno risposto attivamente alle richieste di “El Pais” di far luce sui circa 500 casi di abusi: Tarragona, Cartagena, Bilbao e Madrid. Di queste però, solo la Diocesi della Capitale di Spagna ha fornito descrizione precisa dello stato di ogni processo, insieme ai nomi degli imputati e alle loro destinazioni. Per quanto riguarda gli ordini ecclesiali contattati, solo 8 hanno deciso di riferire sui presunti casi interni, gli altri 34 invece non hanno risposto a “El Pais”. «Se ne lavano le mani», accusano diversi denunzianti e pure associazioni in difesa delle vittime mettendo nel mirino la Chiesa e alcuni ordini (Gesuiti compresi). La piaga è ampia e come ha ribadito di recente Papa Francesco, «È il momento della vergogna per la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime».

    Lo scorso febbraio 2022, il presidente della CEE Card. Omella ha avviato un’inchiesta legale indipendente, della durata di un anno sulle denunce di violenze ai danni di minori: «La Conferenza episcopale vuole fare un passo avanti nel suo dovere di trasparenza, aiuto e riparazione alle vittime e collaborare con le autorità sui casi di abusi sessuali che pesano sulla Chiesa spagnola. Non prima di aver chiesto pubblico perdono a coloro che tanto dolore hanno sofferto e soffrono».

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

  • “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    Federica Tourn per “Domani” – «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio».

    Inizia così della violenza sessuale, psicologica e spirituale che Anna (nome di fantasia), oggi 58 anni, ex religiosa italiana della Comunità Loyola, ha subito per nove anni da parte di Marko Rupnik. Il padre gesuita, teologo e artista noto in tutto il mondo, è oggi al centro di uno scandalo per l’accusa di abusi nei confronti di alcune suore, come Domani ha raccontato nei giorni scorsi.

    Anna, arrivata a sfiorare il suicidio per le sofferenze causate dal delirio di onnipotenza e dall’ossessione sessuale del gesuita, ha denunciato più volte il suo abusatore nel corso degli anni. Ma la Chiesa ha sempre coperto tutto.

    Quando ha conosciuto Marko Rupnik?

    Nel 1985, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Medicina. Pensavo di partire missionaria dopo la laurea e sentivo il bisogno di una crescita nella fede. Ero anche appassionata di arte e una suora che conoscevo mi presentò questo pittore gesuita che aveva un piccolo atelier in piazza del Gesù a Roma. Rupnik aveva dieci anni più di me ed era al primo anno di sacerdozio; con lui mi sentivo a mio agio ed è diventato subito la mia guida spirituale.

    Che tipo di persona era?

    Già negli anni ’80 per i giovani gesuiti sloveni era una star. Aveva un forte carisma personale nello spiegare il Vangelo e una spiccata sensibilità nell’individuare i punti deboli delle persone. Così ha immediatamente capito le mie fragilità, le insicurezze e le paure che avevo.

    Come è iniziato il vostro rapporto?

    Ho cominciato a frequentare il suo atelier perché ero affascinata dalla pittura e in particolare dai colori di Chagall. Mi sentivo importante per lui: mi piacevano i suoi quadri e molto spesso parlavamo mentre dipingeva. Poi cominciò a sottolineare ogni contatto tra noi, dicendomi che ogni gesto aveva un significato preciso: anche una semplice stretta di mano o una carezza sul braccio diventavano un’occasione per sottolineare la mia femminilità.

    Non potevo certo immaginare che quella fosse già una strategia per arrivare ad avere ben altro tipo di rapporti fisici con me, come non potevo capire che quell’abbraccio dopo ogni confessione era un invito ad andare oltre. Allo stesso modo non potevo immaginare che allora, quando mi spiegava che i corpi disegnati sulle tavole del Kamasutra erano una forma d’arte, era già un assiduo frequentatore di cinema porno.

    Non trovava niente di anomalo nel suo modo di fare?

    A volte mi sembrava strano, ma me lo spiegavo con il suo essere artista. Voleva che gli facessi da modella e una volta mi ha chiesto di posare per un suo quadro perché doveva disegnare la clavicola di Gesù e non cercava delle ragazze “del mondo”, che esprimevano a suo dire solo sessualità, ma una persona in ricerca come me.

    Non è stato difficile accettare e sbottonare qualche bottone della camicetta. Per me, che ero ingenua e inesperta, significava soltanto aiutare un amico. In quell’occasione mi ha baciata lievemente sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucarestia.

    Ero frastornata: da una parte sarei voluta scappare, dall’altra padre Marko mi incoraggiava dicendomi che potevo vivere quella realtà perché ero speciale ed era un dono che il Signore faceva solo a noi; che solo con me poteva vivere, anche nel fisico, l’appartenenza a Dio senza possesso, nella libertà, a immagine dell’amore trinitario.

    E lei gli ha creduto?

    Bisogna capire come funziona il discernimento ignaziano (da sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ordine a cui appartiene papa Francesco, ndr): sei chiamato a una totale disponibilità e apertura ed è il tuo padre spirituale a guidarti nella comprensione di cosa è bene e cosa è male.

    Se chi ti guida dice che Dio lo vuole e tu non obbedisci, ti metti contro Dio. È proprio lì che si può insinuare la manipolazione, come è successo con padre Rupnik. Io avevo paura di sbagliare, paura di perdere la sua approvazione, mi sentivo fortemente dipendente dal suo giudizio.

    Se non facevo come voleva lui, subito diceva che il mio cammino spirituale si arenava e mi presentava come “sbagliata” agli altri ragazzi e ragazze del gruppo che nel frattempo si andava formando intorno a lui. Soltanto padre Marko decideva chi andava bene e valeva la pena di supportare; chi invece era nell’errore veniva umiliato e messo in disparte.

    Quando ha deciso di affidarsi totalmente alla guida spirituale di Rupnik?

    Nell’estate del 1986, prima che lui partisse per un viaggio, ci siamo visti nel suo atelier. Abbiamo celebrato insieme l’eucarestia e poi lui si aspettava che mi spogliassi e mi lasciassi toccare come sempre. Quella volta però mi sono rifiutata e lui mi ha aggredita con parole molto dure e cattive, dicendo che non valevo niente, che non avrei mai fatto niente di buono; ha aggiunto che per lui ormai contavano solo altre due donne, di cui mi ha fatto il nome, e che voleva chiudere ogni rapporto con me.

    Io ero disperata perché ormai dipendevo totalmente dalla sua approvazione. Non era amore, solo paura di sbagliare. Da quella volta ho deciso di mettere da parte i miei dubbi e di affidarmi totalmente a lui.

    Ho creduto che quello che vivevamo insieme avrebbe fatto di me una persona migliore davanti a Dio; invece è stato solo l’inizio dello stravolgimento della mia identità e della perdita di me stessa.

    Si è trattato quindi di un plagio?

    È stato un vero e proprio abuso di coscienza. La sua ossessione sessuale non era estemporanea ma profondamente connessa alla sua concezione dell’arte e al suo pensiero teologico. Padre Marko all’inizio si è lentamente e dolcemente infiltrato nel mio mondo psicologico e spirituale facendo leva sulle mie incertezze e fragilità e usando al contempo il mio rapporto con Dio per spingermi a fare esperienze sessuali con lui.

    Così, il sentirmi amata come la Sapienza che gioca davanti a Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi, si è trasformato nella richiesta di giochi erotici sempre più spinti nel suo atelier al Collegio del Gesù a Roma, mentre dipingeva o dopo la celebrazione dell’eucaristia o dopo la confessione.

    Come è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime sorelle della Comunità Loyola di Mengeš, una località a quindici chilometri da Lubiana, e ne ho fatto parte dall’1 ottobre del 1987 al 31 marzo 1994. In un periodo così delicato e fragile come è quello in cui si sceglie quale strada prendere nella vita, padre Marko ha preteso da me una disponibilità e un’obbedienza assolute, caratteristiche che erano anche un tratto distintivo del carisma della Comunità, di cui lui era il garante davanti alla Chiesa su incarico dell’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar.

    Padre Marko mi ha chiesto quindi di lasciare medicina e di partire per la Slovenia con la superiora, Ivanka Hosta, e altre sei sorelle. Isolata dalla mia famiglia e dai miei amici, è stato facile per Marko manipolarmi a suo piacimento.

    Che cosa è successo in Comunità?

    Il primo gennaio 1988 ho professato nella cappella di Mengeš i primi voti religiosi davanti a monsignor Šuštar, voti che ho poi ripetuto nel 1991 nelle mani dello stesso arcivescovo. Gli abusi di padre Marko sono continuati e avvenivano in auto quando lo accompagnavo durante i suoi viaggi.

    È diventato più aggressivo: mi ricordo una masturbazione molto violenta che non sono riuscita a fermare e durante la quale ho perso la verginità, episodio che ha dato inizio a pressanti richieste di rapporti orali. La dinamica era sempre la stessa: se avevo dubbi o mi rifiutavo, Rupnik mi screditava davanti alla Comunità dicendo che non stavo crescendo spiritualmente.

    Non aveva freni, usava ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo, anche confidenze sentite in confessione. Lì è cominciato il mio crollo psichico.

    Le violenze sono avvenute soltanto in Slovenia?

    No, anche nella sua stanza del Centro Aletti a Roma. Qui padre Marko mi ha chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della Comunità, perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, «il terzo raccoglieva il rapporto tra i due».

    In quei contesti mi chiedeva di vivere la mia femminilità in modo aggressivo e dominante e dato che non ci riuscivo mi umiliava profondamente con frasi che non posso ripetere. L’ultimo gradino di questa discesa all’inferno è stato il passare dalle giustificazioni teologiche del sesso ad un rapporto esclusivamente pornografico.

    Nel 1992, mentre frequentavo il quarto anno di filosofia alla Gregoriana, mi ha anche portato due volte a vedere dei film porno a Roma, in via Tuscolana e nei pressi della stazione Termini. Ormai stavo malissimo.

    Rupnik abusava soltanto di lei o anche di altre donne?

    In quel periodo padre Marko aveva cominciato apertamente a plagiare altre sorelle della Comunità, con le solite strategie psico-spirituali che già aveva usato con me, con l’obiettivo di fare sesso con quante più donne possibile.

    All’inizio degli anni ’90 eravamo 41 sorelle e padre Rupnik, da quel che so, è riuscito ad abusare di quasi venti. A volte a caro prezzo: una di loro, nel tentativo di opporsi, è caduta e si è rotta un braccio. Lui era sfacciato e parlava apertamente delle sue tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano. Ho provato a fermarlo ma era inarrestabile nel suo delirio. L’ho anche minacciato di denuncia ma mi ha risposto: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

    Lei che cosa ha fatto?

    A quel punto volevo soltanto che tutto finisse. Sono scappata dalla Comunità per lasciarmi morire nei boschi: speravo che quel gesto estremo avrebbe ricondotto padre Marko alla ragione.

    Per fortuna, invece, è sopravvissuta. Lui come ha reagito?

    L’ho affrontato accusandolo di falsità ma la sua unica reazione è stata il silenzio. Volevo anche parlare con la mia superiora Ivanka Hosta di quel che era successo ma in quel momento non ne ho avuto la forza e ho cercato invece di concentrarmi sulla tesi in filosofia, che ho discusso a giugno del 1993.

    Nel frattempo, però, un’altra sorella si è rivolta a Hosta per raccontarle del devastante rapporto che padre Rupnik intratteneva sia con lei che con me.

    Che cosa è successo a quel punto?

    Padre Marko è stato provvisoriamente allontanato dalla Comunità per il periodo estivo. Ho chiesto allora di poter incontrare il consigliere spirituale di padre Rupnik, padre Tomáš Špidlík (poi creato cardinale diacono nel 2003 da papa Wojtyla, ndr), con la speranza di poter finalmente riuscire a dire a qualcuno quello che era successo in tutti quegli anni.

    L’ho raggiunto al santuario vicino a Livorno dove risiedeva durante l’estate e gli ho chiesto di confessarmi. Ho cominciato quindi a parlargli degli abusi e lui mi ha bloccata dicendo che quelle erano cose mie e che non voleva ascoltarmi.

    Ero sconvolta, per un sacerdote rifiutare una confessione è un peccato grave. Non solo: mi ha consigliato di scrivere una lettera di dimissioni, lettera che ha poi scritto lui stesso e che conservo ancora, nella quale specificava che non c’erano motivi precisi per la mia richiesta di dispensa dai voti, soltanto una generica tensione che non ero più in grado di reggere.

    A quel punto ho capito che era d’accordo con padre Rupnik e che non voleva essere coinvolto nello scandalo insieme al centro Aletti, di cui era ideatore e primo referente.

    È stata aiutata da qualcuno in quel frangente?

    Nessuno mi ha aiutata: né la superiora Ivanka Hosta, a cui alla fine mi ero rivolta, né le altre sorelle della Comunità. Nemmeno i gesuiti superiori di Rupnik e l’arcivescovo Šuštar. Padre Marko era protetto da tutti e io non ero altro che il capro espiatorio di una situazione imbarazzante, l’anello debole della catena che si poteva sacrificare per un bene superiore.

    Nel settembre del 1993 sono quindi rientrata a Mengeš con Ivanka come consigliera provvisoria, in attesa delle elezioni interne, previste per la Pasqua dell’anno successivo. Il clima di ostilità nei miei confronti era palpabile ma ricordo che una sorella, di cui ancora non sapevo nulla, è venuta in lacrime a confidarmi che padre Marko aveva abusato anche di lei.

    Nessuna però osava parlare apertamente e vivevamo in un clima di omertà. Prima di Pasqua fu organizzato un incontro fra padre Marko, Ivanka Hosta e l’arcivescovo per affrontare finalmente la questione: avrei dovuto partecipare anche io ma all’ultimo momento la superiora me lo impedì. Io scrissi una lettera di denuncia che lei avrebbe dovuto consegnare all’arcivescovo ma non so neppure se monsignor Šuštar l’abbia mai ricevuta. Hosta comunque non disse nulla contro Rupnik, l’altra sorella abusata rifiutò di scrivere una testimonianza e tutto finì in un nulla di fatto. Quel che è certo è che proprio in quel periodo le costituzioni della Comunità erano in Vaticano pronte per l’approvazione.

    Rupnik non è stato sanzionato in nessun modo?

    È stato allontanato dalla Comunità ed è tornato a Roma e da allora ha continuato tranquillamente la sua carriera.

    E lei?

    Ivanka mi aveva destinata a lavorare in cucina a Mengeš per il resto della mia vita, senza nessuna prospettiva di cambiamento. Ho obbedito, anche se in cuor mio pensavo che sarei morta.

    Poco tempo dopo, alla vigilia delle elezioni interne, durante la condivisione comunitaria ho provato ancora a denunciare il malessere profondo che era alla base delle nostre relazioni ma la superiora mi ha estromessa dalle votazioni dicendo che ero pericolosa perché sotto l’influenza del diavolo. Il giorno seguente ho lasciato definitivamente la Comunità.

    Dopo che cosa è accaduto?

    Anni dopo Ivanka mi ha scritto chiedendo perdono a me e alla mia famiglia, a cui era stato detto che ero schizofrenica. Dopo le dimissioni ho sofferto a lungo di depressione e anche in seguito non sono riuscita ad avere una relazione affettiva e a costruirmi una famiglia.

    L’abuso che ho subito ha sconvolto profondamente la mia psiche e lasciato segni indelebili nello spirito e nel corpo, che mi hanno impedito di fare scelte significative.

    Arriviamo ad oggi. Da quando il caso è uscito sui giornali, i gesuiti si sono espressi in modo reticente e contraddittorio. In particolare il delegato della Compagnia di Gesù a Roma padre Johan Verschueren ha detto che Rupnik non è accusato di abusi sessuali ma di “comportamenti trasgressivi” durante la confessione. È possibile che i gesuiti non sapessero delle accuse?

    No, non è possibile. La Chiesa e l’ordine dei gesuiti erano a conoscenza dei fatti sin dal 1994, quando ho portato personalmente la mia richiesta di dispensa dei voti all’arcivescovo di Lubiana, nella quale denunciavo gli abusi da parte di padre Rupnik.

    L’arcivescovo in quell’occasione mi disse soltanto che la Compagnia di Gesù lo aveva sanzionato severamente, cosa poco credibile visto che in quegli anni nasceva e si consolidava l’operato del Centro Aletti. Non solo: anche un’altra sorella, uscita dalla Comunità Loyola nel 1996, non direttamente coinvolta nella relazione con padre Marko ma informata dei fatti, parlò nel 1998 con padre Francisco J. Egaña, all’epoca delegato per le case internazionali della Compagnia di Gesù a Roma, che la ascoltò ma non fece nulla.

    Il preposito, cioè il capo della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha confermato che Rupnik è stato scomunicato, in seguito a una denuncia del 2019, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Che effetto le fa questa ammissione?

    Mi addolora profondamente, perché conferma la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che padre Marko ha continuato ad abusare delle donne che ha incontrato durante tutto questo tempo. Andava fermato trent’anni fa. Sono sconcertata per il fatto che Rupnik ancora non avverta la responsabilità delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto sulla mia vita e su quella di tante altre consorelle che potrebbero parlare.

    Nonostante questo, il Dicastero per la Dottrina della fede ha chiuso ad ottobre 2022 un’indagine ecclesiastica su Rupnik perché ha ritenuto che i fatti erano da considerarsi prescritti. Lei è stata ascoltata in questa occasione?

    Sì, ho testimoniato il 10 dicembre 2021 e ho raccontato tutto quello che ho subìto nei minimi dettagli.

    Dopo la sua testimonianza al Dicastero, che cosa è successo?

    Dato che per mesi non ho più saputo nulla dell’esito dell’indagine ecclesiastica, lo scorso giugno ho scritto una lettera aperta in cui ho ripetuto la mia denuncia contro padre Rupnik, indirizzata al generale dei gesuiti padre Sosa. In copia c’erano, tra gli altri, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, padre Johan Verschueren, padre Hans Zollner, la direttrice del Centro Aletti Maria Campatelli e altri membri della Compagnia di Gesù e del Centro Aletti. Non ho avuto risposta da nessuno di loro.

    Pensa di chiedere un risarcimento in sede civile per i danni morali e materiali?

    Sto valutando con il mio avvocato questa possibilità.

  • Giovanni Paolo II avrebbe insabbiato abusi sessuali su minori di preti e diaconi

    Giovanni Paolo II avrebbe insabbiato abusi sessuali su minori di preti e diaconi

    Francesca Di Feo – L’inchiesta condotta da Ekke Overbeek, giornalista danese – naturalizzato polacco – ha rivelato evidenze secondo le quali Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato coinvolto nell’insabbiamento di diversi casi di abusi sessuali a sfondo pedofilo da parte di preti e diaconi.

    Ai tempi Karol Wojtyla, non ancora Papa, era arcivescovo dell’arcidiocesi di Cracovia: si parla quindi degli anni 60’/70‘, ben prima dello scandalo scoppiato successivamente nel 1985.

    L’indagine di Ekke Overbeek sui tempi in cui Giovanni Paolo II era Arcivescovo di Cracovia

    Ekke Overbeek ha trascorso gli ultimi due anni a scartabellare archivi ecclesiastici in Polonia, dove risiede oggi, trovando diversi casi in cui il futuro Papa dichiarava di essere a conoscenza degli abusi perpetrati da preti e diaconi – e di averli aiutati, per vie traverse, a rimanere impuniti, trasferendoli in altre parrocchie.

    “Posso fornire tutte le prove necessarie: su quei documenti c’è scritto chiaro e tondo. Alcuni preti hanno davvero abusato di bambini e adolescenti che frequentavano l’Arcidiocesi di Cracovia. Giovanni Paolo II ne era ben consapevole, e invece di punire i colpevoli, li ha semplicemente trasferiti altrove – dove probabilmente ci sono state altre vittime” – ha dichiarato Overbeek al quotidiano di informazione polacco Nieuwsuur.

    Il giornalista spiega di non aver condotto nessuna indagine illegale: tutti i documenti sono di dominio pubblico, messi a disposizione dai servizi segreti in tempi recenti. Tutti risalenti al periodo in cui Wojtyla prestava servizio a Cracovia.

    Le prove sono tutte raccolte nel libro di Overbeek – Maxima Culpa – che verrà pubblicato il prossimo anno in Polonia.

    “Ho fatto appena in tempo a trovare i rapporti su cui ho basato la mia ricerca: quasi tutti i documenti cronologici sull’Arcivescovato di Wojtyla sono stati distrutti. Per fortuna sono riuscito a ricostruire il puzzle attraverso tutti i rapporti su cui è anche semplicemente menzionato. E il risultato è un deludente caso di insabbiamento ecclesiastico”.

    Da santo a figura controversa

    Una grande delusione per cattolici e laici: Karol Jozef Wojtyla è una delle figure ecclesiastiche più amate dei tempi recenti. Nato in Wadovice, Polonia, nel 1920, Papa Giovanni Paolo II è stato un pilastro della Chiesa, tanto da essere santificato post-mortem nel 2014.

    L’opinione pubblica ha sempre considerato Wojtyla come un difensore dei deboli: la versione ufficiale è infatti che il Papa fosse venuto a conoscenza dei casi di pedofilia nella Chiesa solo nel 1985, schierandosi ferocemente contro l’insabbiamento.

    Tuttavia, l’inchiesta di Overbeek smentisce questa supposizione: Giovanni Paolo II sapeva decenni prima. Il primo caso portato alla sua attenzione fu quello di Monsignor Surgent, un prete accusato di abusi sessuali verso minori già nei primi anni 60’.

    “Surgent venne effettivamente arrestato in quell’occasione. Il compagno di cella ha raccontato di come il Monsignore avrebbe chiesto e ottenuto il perdono e la riqualificazione al Papa, promettendo di non macchiarsi mai più di un crimine simile. Senza mantenere la promessa” spiega Overbeek.

    Un altro prete pedofilo avrebbe spiegato nei dettagli le sue colpe a Wojtyla, ricevendo, ancora una volta, assoluzione e riqualificazione.

    Difficile mettere in discussione che i documenti citati siano autentici: sono stati analizzati accuratamente anche dal professor Stanislaw Obirek dell’Università di Varsavia, e confermati da uno degli stessi autori.

    Oltre al danno, la beffa: si specula infatti che l’attuale Papa Francesco fosse a conoscenza della vicenda, e che avesse deciso comunque di procedere con la canonizzazione di Karol Wojtyla nel 2014.

    “Stiamo solo aspettando la reazione della chiesa, adesso. I fatti non possono essere cancellati” ha dichiarato Obirek. “Se finora la Chiesa si è difesa dalle accuse di insabbiare i casi di pedofilia per semplice ignoranza sulla questione, oggi non può più farlo”.

    Ad oggi, si attende ancora una risposta dagli ufficiali cattolici sulla questione, anche se – indirettamente – la reazione sembra esserci stata: il Vaticano ha annunciato un’indagine generale sul periodo preciso in cui Giovanni Paolo II avrebbe prestato servizio come Vescovo a Cracovia.

    PAPA GIOVANNI PAOLO II E LE PERSONE LGBTQIA+

    Giova ricordare cosa pensava e predicava Karol Wojtyla a proposito dell’omosessualità. Per non dimenticare che, dallo scranno di Pietro, la Chiesa di Roma per secoli ha represso, perseguitato – e continua a farlo grazie al suo potere di ricatto sulla politica – le persone LGBTQIA+.

    “Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale. Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione, ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.
    (Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 1995)

    GIOVANNI PAOLO II DEFINI’ IL WORLD PRIDE DI ROMA DEL 2000 UN’OFFESA AI VALORI CRISTIANI

    “Vorrei limitarmi a leggere quanto dice il catechismo della Chiesa cattolica, il quale, dopo aver rilevato che gli atti di omosessualità  sono contrari alla legge naturale, così si esprime: ‘un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali, profondamente radicate. Questa inclinazione oggettivamente disordinata costituisce per la maggior parte di loro, una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà  ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà  di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà  che possono incontrare in conseguenza della loro condizione‘”

    (Giovanni Paolo II – Angelus del 9 Luglio 2000 – Fonte: archivio di Repubblica.it)

    https://www.gay.it/giovanni-paolo-ii-insabbiamento-casi-abusi-sui-minori

  • Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Nicola Biondo — Come fossimo al cinema anche qui andrebbe posta una dicitura, “vietato ai deboli di cuore e alle persone facilmente impressionabili”. Perché la finestra che stiamo per aprire va oltre l’immaginazione, è una folle sceneggiatura.

    Il plot è quello della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due adolescenti svanite nel nulla a poche settimane di distanza l’una dall’altra nella tarda primavera del 1983. L’ultima incredibile verità viene fuori da alcuni nastri, parte di una lunga intervista, in cui è incisa la voce di un malavitoso romano di spicco, socio in affari del boss della Banda della Magliana Renato De Pedis che in Vaticano aveva (eufemismo) non pochi appigli.

    Secondo C.U. – le iniziali sono di fantasia, il Riformista conosce la sua vera identità- le due ragazze frequentavano gli appartamenti più riservati del Vaticano dove avrebbero subito molestie e rapporti sessuali con alti prelati. E’ per questo che dovevano scomparire. Ad avere avuto l’incarico sarebbe stato proprio De Pedis.

    “Quando la cosa era diventata una schifezza il Segretario di Stato Casaroli ha deciso di intervenire”, questa è l’esatta trascrizione di uno dei passaggi più importanti di una intervista datata 2009 in cui l’ex-socio di De Pedis rivela il movente della doppia sparizione.

    “Con questa verità non ci fate niente” lascia inciso il malavitoso all’autore dell’intervista Alessandro Ambrosini. E c’è un particolare ancora più agghiacciante, importanti uomini di Stato sapevano tutto, informati dallo stesso sodale del boss.

    “Nando [nome di un’esponente dei Servizi che sarebbe stato a conoscenza di tutti i particolari] a te ti trasferiscono, a me m’ammazzano”, dice raccontando di un incontro avuto con esponenti degli apparati di sicurezza e aggiunge chiosando, “questo è uno strano Paese, la verità non interessa a nessuno”.

    Criminali comuni o terroristi? Se questa fin dall’inizio del mistero è stata la domanda- chi ha rapito Mirella ed Emanuela– la questione vera è sempre stata il movente: perché? Per quale motivo due adolescenti dovevano essere rapite, perché nelle trattative intercorse sono entrati emissari del Vaticano, perché Papa Wojtyla pochi giorni dopo fece un appello per la Orlandi, caso non raro ma unico nella storia del papato?

    E perché mai nel corso di queste “trattative” non è mai stata chiesta una prova dell’esistenza in vita delle ragazze rapite?

    Oggi questi nastri, testimonianza parziale di oltre quattro ore di intervista proveniente dagli interna corporis del vertice della Magliana, svelano il più incredibile dei moventi: le due ragazze sarebbero state fatte scomparire perché testimoni e protagoniste di un sexgate nelle stanze più riservate del Vaticano, in quel momento abitate da Papa Wojtyla che non sarebbe stato – sempre secondo il “magliaro” C.U. – all’oscuro della vicenda.

    Ecco il passaggio preciso del nastro che il Riformista ha potuto ascoltare privo di censure: “Quando la cosa era diventata una schifezza il segretario di Stato [vicario del Papa Agostino Casaroli n.d.r.] ha deciso di intervenire”. “Non direttamente, sempre secondo la testimonianza, ma coinvolgendo “i cappellani del carcere di Regina Coeli”. I nomi  di battesimo di questi prelati sono rivelati in chiaro dall’ex-socio di De Pedis e quindi facilmente identificabili. Il Riformista, in accordo con Ambrosini, ha deciso di coprire particolari della vita privata del Pontefice polacco rivelati dall’ex della Magliana: particolari irriferibili ma sempre legati alla sparizione delle due adolescenti.

    L’intervento, ossia il rapimento delle due adolescenti, sarebbe stato appaltato proprio a De Pedis. Ecco perché il boss ucciso nel 1990 sarebbe stato seppellito in una famosa basilica.

    “De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta”, dice l’ex-socio. Fu una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” a consentire l’apertura della tomba di De Pedis, accanto a cardinali e nobili, alla chiesa di Sant’Apollinare nel cuore di Roma. Sabrina Minardi, amante e sodale del boss, certificò che quella nobile tumulazione  era dovuta al rapimento della Orlandi, un favore fatto al Vaticano su richiesta di un altro potente cardinale, Marcinkus, il deus ex-machina delle “sante finanze” Vaticane, legatissimo al Papa polacco. La Minardi, che C.U. non tiene in grande considerazione, interrogata a lungo si è prodotta in una serie di bugie che declassifica la sua testimonianza a poco più di una mezza calunnia.

    I nastri

    Era il 2008 quando l’ex socio di De Pedis incontra Alessandro Ambrosini rivelando la sua verità sull’intrigo vaticano. Rifiuta di essere ripreso ma la sua voce viene comunque registrata. Ambrosini, una vita spericolata tra il Veneto e la Sicilia, ex-attivista di peso nell’estrema destra e conoscitore dei codici che dai NAR sfociano in Mafia Capitale, diventa cronista di nera e gestisce un blog “Notte criminale” vera bibbia underground per i cultori della materia. Cosa lo ha spinto a tenere inedita per 14 anni questa storia lo spiega al Riformista e in un lungo video pubblicato sul suo sito.

    “Dal 2009 è cambiato molto nella comprensione di questa vicenda. Le ultime acquisizioni confermano il contesto che mi è stato raccontato. Non ultima la testimonianza di una amica della Orlandi che ha rivelato le confidenze ricevute direttamente da lei: era stata molestata all’interno del Vaticano”. Ambrosini sostiene anche di averne parlato con Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che con la sua instancabile attività non ha mai smesso di cercare la verità: “Mi ha ringraziato”, dice Ambrosini. La scelta di non rivelare il nome dell’autore di queste sconvolgenti rivelazioni ha un motivo molto semplice: tutelare il teste, oggi in libertà, e permettere, se ci saranno, possibili indagini. La caratura del personaggio è senza dubbio di “livello”, certamente attendibile quando parla di De Pedis, attendibile quando parla dei suoi rapporti con apparati dello Stato. Tutto il resto sarà materia di indagine.

    Il contesto

    L’ipotesi che la Orlandi avesse subito molestie all’interno del Vaticano è stata adombrata da più parti, inchieste giornalistiche ma anche da qualche investigatore. Se poi questo fu uno dei tanti motivi che mise sotto ricatto il Vaticano da parte della Magliana ma anche di altri ambienti è troppo presto per dirlo. Di certo è che quelli furono gli anni di piombo della finanza in cui lo IOR vaticano e banchieri di mafia, Sindona e Calvi su tutti, trattavano affari miliardari e contribuivano a scrivere interi capitoli della storia della guerra fredda con i finanziamenti in chiave anti-comunista in Polonia e Sud America. Soldi macchiati di sangue: perché erano della mafia siciliana e della Magliana e chiunque si metteva in testa di svelare la trama affaristica -giornalisti, investigatori, banchieri- diventava un bersaglio da abbattere.

    E’ in questo contesto che avvengono i rapimenti di Orlandi e Gregori sui quali il silenzio del Vaticano si perpetua, da Wojtyla a Papa Francesco. E chissà se il Vaticano di fronte a queste sconvolgenti rivelazioni sceglierà ancora una volta la politica della rimozione e dei silenzi, più volte denunciata da Pietro Orlandi, o si aprirà una pagina nuova di questo infinito rebus di sangue e segreti.

    PRIMO NASTRO

    C.U: De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta, ma no per quello che dice quella pazza della Minardi.
    AMBROSINI: Ma quanti soldi gli ha dato De Pedis per farsi…
    C.U.: Ma lei sa chi era Casaroli lei? Quello veniva al riformatorio e ci portava la sigarette. Era pure… INCOMPRENSIBILE… il papa Wojtyla…
    AMBROSINI: No ma andiamo…
    AUDIO
    C.U.: Chi gli ha salvato le chiappe è Casaroli. Casaroli non è intervenuto direttamente, ha fatto intervenire gli ex cappellani di Regina Coeli che portavano whisky, lettere, tutto quello che serviva, droga, all’interno del carcere. Quando è servito qualcosa a chi si sono rivolti?
    AMBROSINI: Allora, però… facciamo.
    C.U.: Wojtyla… AUDIO CENSURATO… pure insieme se le portava a letto, se le portava, non so dove se le portava, all’interno del Vaticano. Quando è diventata una cosa che ormai era diventata una schifezza, il segretario di Stato ha deciso di intervenire. Ma non dicendo a Wojtyla ‘ora le tolgo da mezzo’. Si è rivolto a chi? Lui essendo esperto del carcere perché faceva il cappellano al riformatorio, si è rivolto ai cappellani del carcere.
    I cappellani del carcere uno era calabrese, un altro un furbacchione. Un certo Luigi, un certo padre Pietro, non hanno fatto altro che chiamare De Pedis e gli hanno detto ‘sta succedendo questo, ci puoi dare una mano?’. Punto. Il resto so tutte cazzate.

    SECONDO NASTRO

    C.U.: Ma le cose vere non si possono pubblicare. ADUIO CENSURATO… Il comandante dello… che era compare subalterno del generale del Sismi. Mi hanno portato a pranzo a Fiuggi, hanno tentato di… ‘dicci come stanno le cose’. Ho detto ‘senti Nando’ – si chiamava Nando – ‘che te dico? Se sapete la verità che ci fate? Non ci fate niente. Quella è morta, come la provi una cosa del genere, ti citano pure i danni.
    AMBROSINI: Quello sicuramente…
    C.U.: Io quando parlai con Nando a Fiuggi dissi ‘Nando non hai capito. A te ti trasferiscono, a me m’ammazzano, lascia perdere’. Purtroppo l’Italia è un paese strano.

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis