Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: polonia

  • La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia mette all’indice i pedofili. Con l’inizio dell’anno 2018, il ministero della giustizia di Varsavia ha realizzato una delle promesse fatte da tempo rendendo pubblico, sul proprio sito, il registro dei condannati per reati di pedofilia ai danni di minori di 15 anni. Ne parlano diversi media locali e internazionali.

    Per poter consultare l’elenco non è necessario registrarsi, almeno nella parte pubblica che contiene i dati di 768 persone, con il loro nome e cognome, foto, data e luogo di nascita e la località di residenza. “Il diritto di difendere i nostri bambini è più importante per noi che quello di tutelare l’anonimato”, ha spiegato il ministro della Giustizia Zbignew Ziobro che ricopre anche la carica di procuratore generale del paese.

    Secondo Ziobro, i pedofili “devono restare sempre sotto il controllo”, anche dopo aver scontato la pena, “in modo che tutti sappiano di averli come vicini” di casa. Non bisognava aspettare molto perché scattasse la gogna: fra ieri e oggi diverse testate locali hanno copiato e pubblicato sulle proprie pagine le foto dei pedofili provenienti dalla loro regione.

    “C’è il rischio di stigmatizzare non solo i colpevoli, ma anche le loro intere famiglie”, avvertono gli esperti dell’emittente Tok Fm, secondo i quali una tale pubblicazione può contribuire non tanto alla maggiore tutela di bambini quanto all’aumento di tensione sociale, sopratutto nelle piccole località. Per Adam Bodnar l’ombudsman polacco, l’iniziativa è sbagliata perché toglie il senso alle terapie contro abusi sessuali e rende impossibile la reintegrazione sociale degli ex detenuti.

    E’ curioso che l’elenco pubblico dei pedofili non contenga nessun nome dei preti pedofili scoperti negli ultimi anni in Polonia. Lo rende noto Marek Lisinski della Fondazione Nie lekajcie sie (Non abbiate paura) che dispone di dossier di 50 casi dei sacerdoti già legalmente condannati per questo reato. “Forse sono in quell’altro elenco, non pubblico”, precisa Lisinski.

    Accanto al registro pubblico, il ministero ha reso nota l’esistenza anche di un altro, con accesso limitato, che contiene i nomi di 2.614 condannati che hanno commesso reati sessuali contro giovani fra i 15 e i 18 anni. Si tratta di una lista che può essere consultata solo delle forze d’ordine, dagli investigatori ma anche degli imprenditori (prima di offrire il lavoro ai ex detenuti). Secondo il portale Wirtualna Polska, tutti gli elenchi contengono inoltre molte imprecisioni che potrebbero ulteriormente complicare le pratiche di rientro alla vita da parte degli ex detenuti. (Ansa)

  • All’indice i pedofili: pubblicati 768 nomi

    All’indice i pedofili: pubblicati 768 nomi

    VARSAVIA – La Polonia mette all’indice i pedofili. Con l’inizio dell’anno 2018, il ministero della giustizia di Varsavia ha realizzato una delle promesse fatte da tempo rendendo pubblico, sul proprio sito, il registro dei condannati per reati di pedofilia ai danni di minori di 15 anni. Ne parlano diversi media locali e internazionali.

    Per poter consultare l’elenco, non è necessario registrarsi, almeno nella parte pubblica che contiene i dati di 768 persone, con il loro nome e cognome, foto, data e luogo di nascita e la località di residenza.

    «Il diritto di difendere i nostri bambini è più importante per noi che quello di tutelare l’anonimato», ha spiegato il ministro guardasigilli Zbignew Ziobro che ricopre anche la carica di procuratore generale del paese. Secondo Ziobro, i pedofili «devono restare sempre sotto il controllo», anche dopo aver scontato la pena, «in modo che tutti sappiano di averli come vicini» di casa.

    Non bisognava aspettare molto perché scattasse la gogna: fra ieri e oggi diverse testate locali hanno copiato e pubblicato sulle proprie pagine le foto dei pedofili provenienti dalla loro regione.

    «C’è il rischio di stigmatizzare non solo i colpevoli, ma anche le loro intere famiglie», avvertono gli esperti dell’emittente Tok Fm, secondo i quali una tale pubblicazione può contribuire non tanto alla maggiore tutela di bambini quanto all’aumento di tensione sociale, sopratutto nelle piccole località.

    Per Adam Bodnar l’ombudsman polacco, l’iniziativa è sbagliata perché toglie il senso alle terapie contro abusi sessuali e rende impossibile la reintegrazione sociale degli ex detenuti.

    È curioso che l’elenco pubblico dei pedofili non contenga nessun nome dei preti pedofili scoperti negli ultimi anni in Polonia. Lo rende noto Marek Lisinski della Fondazione Nie lekajcie sie (Non abbiate paura) che dispone di dossier di 50 casi dei sacerdoti già legalmente condannati per questo reato. «Forse sono in quell’altro elenco, non pubblico», precisa Lisinski.

    Accanto al registro pubblico, il ministero ha reso nota l’esistenza anche di un altro, con accesso limitato, che contiene i nomi di 2614 condannati che hanno commesso i reati sessuali contro giovani fra i 15 e i 18 anni.

    Si tratta di una lista che può essere consultata solo delle forze d’ordine, dagli investigatori ma anche degli imprenditori (prima di offrire il lavoro ai ex detenuti). Secondo il portale Wirtualna Polska, tutti gli elenchi contengono inoltre molte imprecisioni che potrebbero ulteriormente complicare le pratiche di rientro alla vita da parte degli ex detenuti.

    http://www.tio.ch/estero/attualita/1233174/all-indice-i-pedofili–pubblicati-768-nomi

  • Abusi in vaticano, l’ex chierichetto: “Cacciato per aver denunciato”

    Abusi in vaticano, l’ex chierichetto: “Cacciato per aver denunciato”

    Kamil è il chierichetto che ha denunciato gli abusi sessuali da parte di un seminarista del Vaticano verso il compagno di stanza al preseminario

    L’inchiesta delle Iene di Gaetano Pecoraro ha mostrato le testimonianze di due ex chierichetti, vittima e testimone di abusi sessuali da parte di un seminarista all’interno della sede del preseminario San Pio X, in Vaticano.

    Kamil Tadeusz Jarzembowski, ragazzo polacco di 21 anni, ha denunciato così gli abusi subiti dal compagno di stanza, chiamato nel servizio delle Iene con un nome di fantasia, Marco. Dopo anni e centinaia di molestie e stupri il ragazzo si era confidato con il padre spitirutale ma sia Kamil che il sacerdote, che aveva iniziato a svolgere le sue indagini, sono stati allontanati dal preseminario.

    “Sono stato testimone oculare di molestie sessuali in Vaticano – ha detto Kamil – Ho deciso di trasferirmi a Roma per diventare chierichetto per servire il Papa. Avevo 13 anni. Vivevamo una vita in comunità, eravamo i chierichetti del Papa. Quello che ho visto personalmente erano molestie fatte da alcuni seminaristi verso altri all’interno del preseminario. Dentro il Vaticano”.

    “Ho visto il mio compagno di stanza essere abusato da un altro seminarista che stava per diventare prete. Si metteva nel suo letto e cominciavano il rapporto. Il seminarista aveva una posizione di potere. Godeva della massima fiducia del rettore. Lui sceglieva cosa facevo io o il mio compagno. Se n’era accorto anche uno dei nostri sacerdoti. Ha visto il seminarista passeggiare per il corridoio dei dormitori di notte e uscire dalla stanza di un altro ragazzo, un’altra vittima. Mi sono rivolto al padre spirituale del Vaticano quando se n’era già andato Marco. Sapervo che il padre spirituale era obbligato al silenzio. Lui fece le sue indagini parlando direttamente con Marco. Così chiese ai due di poterlo denunciare ai superiori”.

    Ma appunto non ci fu nessun provvedimento. Solo il trasferimento del sacerdote in un paese di montagna a più di 600 km dal Vaticano e gestito dagli stessi che gestiscono il preseminariato. Ma raggiunto delle Iene il padre spirituale ha negato la tetsimonianza: “Non posso parlare, li aiuti quei ragazzi”, ha dichiarato al giornalista.

    Ma il provvedimento non fu l’unico perché Kamil, dopo l’ultimo giorno di scuola, fu raggiunto da Monsignor Radice, il responsabile: “Menre preparavo le valigie per partire dopo l’ultimo giorno di scuola Monsignor Radice mi dice che non devo più tornare” Kamil viene così allontanato sia dal preseminario che dalla scuola. “La vita mi è crollata addosso perché io a Roma sono solo, i miei genitori sono in polonia e ho dovuto affrontare la situazioen solo a 18 anni”, ha concluso.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/testimonianza-dellex-chierichetto-sono-stato-cacciato-aver-1462685.html?mobile_detect=false

  • I figli dei preti

    I figli dei preti

    Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

    Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

    Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

    Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

    Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

    Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

    Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

    Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

    Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

    «Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

    In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

    Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

    Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

    http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/

  • Violenze sui bambini del Coro di Ratisbona: il 30ennio di Georg Ratzinger e quella promozione del cardinale Müller

    Violenze sui bambini del Coro di Ratisbona: il 30ennio di Georg Ratzinger e quella promozione del cardinale Müller

    Il fratello di Benedetto XVI e lo stesso Pontefice emerito sono legati a doppio filo al Regensburger Domspatzen, eccellenza mondiale tra i cori maschili di voci bianche. Padre Georg ne è stato il direttore dal 1964 al ’94, ovvero quando sono maturati gli abusi, anche sessuali: ha ammesso di essere a conoscenza degli schiaffi. Determinante, in questa storia, la gestione della diocesi: a dirigerla fino al 2012 è stato il cardinale Gerhard Ludwig Müller, poi nominato al vertice dell’ex Sant’Uffizio dal predecessore di Bergoglio. Quest’ultimo, però, qualche settimana fa lo ha silurato. Su di lui le accuse di non aver contribuito a far emergere la verità sui casi di pedofilia nella Chiesa

  • La storia di Jon Wojnowski che da 18 anni protesta davanti all’ambasciata vaticana a Washington.

    La storia di Jon Wojnowski che da 18 anni protesta davanti all’ambasciata vaticana a Washington.

    “Ciao, il mio nome è John Wojnowski. Io sono un sopravvissuto della pedofilia e questo è il sito che ho creato per raccontare la mia storia.”

    Comincia così la presentazione del suo sito nel quale racconta la sua vita, triste stentata e piena di fallimenti compreso il matrimonio.

    John nasce a Varsavia (Polonia) nell’aprile 1943 ma la Seconda Guerra Mondiale costringe la sua famiglia a trasferirsi in Italia (1947) in provincia di Milano dove John frequenterà le scuole cattoliche.

    Era un giovane felice racconta, ma tutto cambierà quando all’età di quindici anni verrà molestato sessualmente da un prete cattolico. Spiega che da quel momento “La mia personalità è stata distrutta sul nascere, catastroficamente e irreparabilmente. Il trauma è stato così estremo che ho represso il ricordo di quanto accaduto per 39 anni.”

    Appena 18enne John e la sua famiglia emigrano nuovamente, questa volta negli Stati Uniti.

    E’ solo all’età di 54 anni e a seguito di un grande scandalo sessuale in una parrocchia del Texas, che nella testa di John scatta qualcosa e inizia a ricordare come un fiume in piena quanto gli era accaduto e aveva rimosso per tutti questi anni.

    Analizzando i fatti accaduti, col senno di poi si rende presto conto che la sua vita, l’unica vita che ha avuto, è stata rovinata proprio da quelle molestie subite quando era un 15enne e solo oggi riesce a ricollegarle ai fatti accaduti nella sua vita.

    Il 4 agosto dello stesso anno, era il 1997, John decide di contattare la Chiesa cattolica locale con l’intenzione di ottenere giustizia.

    Il 26 agosto 1997 scrive la sua prima lettera alla Chiesa cattolica, poco dopo gli risponderà un vescovo chiedendo maggiori dettagli. John risponde con una seconda lettera dando tutte le informazioni che ricordava.

    Passa un mese. . . nessuna risposta. Scrive allora una terza lettera. . . Passano altri mesi. . . nessuna risposta.

    John racconta che dopo aver superato la vergogna e il senso di colpa “non potevo rinunciare. La miseria di una vita di insicurezza, la sofferenza della mia famiglia, il potenziale sprecato di una vita rubata.

    Non potevo rinunciare. Non ero pronto ad espormi in pubblico raccontando le molestie o abusi sessuali subiti e, a quel punto pensai che non era davvero necessario: ho fatto allora un grande cartello di quattro piedi di altezza con disegnato un punto interrogativo e una piccola didascalia e mi sono messo di fronte all’ambasciata del Vaticano.

    Piuttosto prontamente il vescovo ha finalmente risposto. Mi ha detto che purtroppo il prete presumibilmente coinvolto era morto dieci anni prima, così non c’era nessun caso. Ma il buon vescovo disse anche che avrebbe pregato per me e che la Chiesa avrebbe pagato per la mia terapia.

    Pregare per la mia perdita era l’indennizzo del vescovo per il potenziale sprecato e per una vita rovinata, o uno scherzo sacerdotale crudele? “

    John allora pensa ad un’altra soluzione, quella di far giudicare all’opinione pubblica. Ed è così che nell’aprile del 1998, un solitario, timido, insicuro e balbuziente vecchio, è apparso di fronte all’ambasciata del Vaticano con un cartellone, mostrandosi a tutti coloro che passavano per quella strada molto trafficata.

    Racconta che è in quel momento che ha deciso di tornare davanti agli uffici dell’ambasciatore pontificio ogni giorno e per tutto il tempo che ci sarebbe voluto per convincere la chiesa cattolica romana ad assumersi le proprie responsabilità verso tutti coloro che hanno sofferto per mano dei suoi preti o dei suoi vescovi, che hanno deciso di proteggere i propri sacerdoti e la reputazione della chiesa invece di tutelare i bambini più vulnerabili.

    Da 18 anni Jon Wojnowski che oggi ne ha 74, tutti i giorni porta avanti con caparbietà la sua battaglia non violenta per denunciare l’omertà della chiesa.

    Mi ha chiamato al telefono pochi giorni fa e mi ha raccontato e chiesto di raccontare la sua storia, eccola quà.

    Un abbraccio Jon

    di Francesco Zanardi

    Una breve galleria foto

  • Il diritto – mancato – dei minori: fallimento del sistema giudiziario europeo

    Il diritto – mancato – dei minori: fallimento del sistema giudiziario europeo

    Ogni anno circa 2,5 milioni di minori nell’Unione eruopea sono coinvolti, come vittime, testimoni o parti interessate, in procedimenti giudiziari che possono riguardare battaglie per l’affido nelle cause di divorzio o casi di abuso o sfruttamento sessuale.

    La relazione ‘Giustizia a misura di minore: punti di vista ed esperienze dei minori coinvolti in procedimenti giudiziari’ individua sia gli ostacoli cui fanno fronte i minori sia le possibili soluzioni, nonché alcune pratiche promettenti già in uso negli Stati membri dell’Unione europea.

    Il rapporto, che si basa sulle interviste a quasi 400 minori di nove paesi Ue, rivela che i giovani non sempre si sentono protetti dal sistema giudiziario.

    Astrid Podsiadlowski, autore del dossier, spiega a Euronews che alcuni bambini intervistati non avevano detto tutto durante le deposizioni alla polizia, perché non era stata spiegata loro l’importanza della deposizione per perseguire i trasgressori. Un fase spesso cruciale, soprattutto nei casi di abuso sessuale in cui la vittima è spesso l’unica testimone.

    I più piccoli lamentano anche comportamenti ostili e irrispettosi da parte di avvocati, giudici o funzionari di polizia.

    In Francia, un bambino vittima di abuso sessuale ha deciso di non denunciare perché il poliziotto usava ripetutamente la parola stupro con un tono duro e ostile.

    I minori hanno sottolineato l’importanza del proprio diritto a essere ascoltati con comprensione e rispetto. Ciò rimanda alla necessità di orientamenti chiari e pratici nonché di una formazione per tutti i professionisti che hanno a che fare con i minori. I minori hanno espresso la volontá di ricevere informazioni costanti, nel corso di procedimenti spesso lunghi, in merito agli sviluppi del caso e ai propri diritti. Da qui l’esigenza di fornire informazioni adeguate all’età prima, durante e dopo il processo.

    Dai colloqui è emerso chiaramente che in molte situazioni i bambini non si sentono a proprio agio né al sicuro. In tal senso, è fondamentale che gli Stati membri ricorrano a garanzie procedurali rispondenti ai bisogni dei minori in casi estremi come quelli riguardanti la violenza domestica o gli abusi sessuali, ma anche nei numerosi casi di affido nell’UE. Tali garanzie possono prevedere sedi di audizione a misura di minore, collegamenti video o elementi probatori preregistrati nonché la protezione dei dati personali dei minori dai mezzi di comunicazione e dal pubblico.

    I risultati si basano sui colloqui condotti con minori di nove Stati membri (Bulgaria, Croazia, Estonia, Francia, Germania, Polonia, Regno Unito, Romania e Spagna).

    http://it.euronews.com/2017/02/21/il-diritto-mancato-dei-minori-il-fallimento-del-sistema-giudiziario-europeo

  • Australia, 1880 preti accusati di pedofilia. Il rapporto shock della Royal Commission

    Australia, 1880 preti accusati di pedofilia. Il rapporto shock della Royal Commission

    Secondo l’inchiesta della Royal Commission, in Australia il 7% dei preti cattolici australiani è stato accusato di abusi nell’arco di sessant’anni (tra il 1950 e il 2010), ma senza che la Chiesa abbia realmente cercato di affrontare ed estirpare il fenomeno.

    I casi di pedofilia accertati dalla Commissione dopo quattro anni di indagini e audizioni, sono stati circa 4.440 solo tra il 1980 e il 2010, ha riferito nel corso di un’udienza, l’avvocato che assiste la Commissione, Gail Furness, che ha guidato l’inchiesta. E circa 1.880 sacerdoti (il 7% dei preti australiani appunto) risultano coinvolti, ma i reati contro i minori sono stati ignorati o peggio, ad essere stati puniti sono stati gli abusati.

    Come è avvenuto anche negli Stati Uniti i vertici della Chiesa cattolica insomma invece di denunciare alle autorità i sacerdoti hanno preferito trasferirli di scuola in scuola, di parrocchia in parrocchia “senza che nulla sul loro passato fosse rivelato. Il segreto e gli occultamenti hanno prevalso”. L’età media delle vittime è stata di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini.

    Dati agghiaccianti. I dati sono stati resi noti questa notte nella prima delle tre udienze finali dedicate alla Chiesa cattolica dalla Commissione Reale sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori. La seconda inizierà intorno alla mezzanotte di oggi ora italiana. Si tratta dell’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia d’Australia, che ha indagato su tutte le confessioni religiose, enti di beneficenza, governi locali, scuole, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, e anche sugli appartenenti alla polizia.

    Le agghiaccianti statistiche riguardanti il clero cattolico sono state presentate dalla Furness, che ha rivelato come la Santa Sede abbia rifiutato di consegnare documenti riguardanti sacerdoti australiani accusati di abusi. “La Commissione sperava di acquisire una conoscenza dell’azione intrapresa in ciascun caso”, ha detto Furness. “Ma la Santa sede ha risposto che non era possibile né appropriato fornire le informazioni richieste”.

    Lo scopo delle udienze, ha dichiarato il legale della Commissione, è di rispondere alla domanda che rimane nella mente di tante vittime: come hanno potuto gli abusi essere commessi in tale scala? E perché sono stati coperti così a lungo? Le risposte delle diocesi cattoliche e degli ordini religiosi in tutto il paese sono state “tristemente simili”, ha detto.

    Le vittime ignorate o peggio. “Le vittime sono state ignorate o peggio, punite. Le denunce non sono state investigate. Preti e religiosi sono stati trasferiti e le parrocchie o comunità dove sono stati trasferiti non sapevano nulla del loro passato. I documenti non sono stati conservati o sono stati distrutti. Hanno prevalso la segretezza e gli insabbiamenti”.

    In alcune diocesi fino al 15% dei sacerdoti sono stati accusati di abusi fra il 1950 e il 2015. E fra gli ordini religiosi il peggiore è stato l’ordine di San Giovanni di Dio, dove si ritiene si sia macchiato di abusi uno sconcertante 40% degli appartenenti. Una proporzione arrivata al 32% tra i Fratelli Cristiani e 20% dei Fratelli Maristi, entrambi ordini che gestiscono scuole.
    L’Ente formato dalla Chiesa cattolica per coordinare la risposta della Chiesa alla crisi, “Il Consiglio per la Verità, la Giustizia e la Guarigione”, ha ammesso che i dati “senza dubbio minano l’immagine e la credibilità del sacerdozio”. “I numeri sono scioccanti, sono tragici e indifendibili”, ha detto trattenendo le lacrime il Ceo del Consiglio stesso, Francis Sullivan, che ha parlato di “un massiccio fallimento” della Chiesa e di una corruzione del Vangelo. “Come cattolici, chiniamo il capo per la vergogna”, ha detto.

    Il fascicolo su Pell al Procuratore di Victoria. L’inchiesta della Royal Commission getta un’ombra sul cardinale George Pell, che è uno degli esponenti più importanti della Curia di Papa Francesco, come prefetto della Segreteria per l’Economia. Pell infatti è stato fino al 2014 arcivescovo di Sydney e primate d’Australia e quindi il prelato più alto in grado del continente. Ed in particolare dal 1996 al 2001 è stato arcivescovo di Melbourne dove si è registrato il maggior numero di abusi , e dove il presule però rivendica di aver istituito la prima risposta in favore delle vittime (la cosiddetta “Melbourne response”). Uno schema di compensazione che è stata criticata per aver imposto un tetto molto basso ai risarcimenti alle vittime, una specie di transazione standardizzata, bloccando al tempo stesso ogni ricorso alla giustizia civile e penale. Nel febbraio dell’anno scorso, per tre giorni, il cardinale Pell era stato interrogato in video- conferenza con l’Australia in un albergo di Roma.

    Ma poco tempo dopo Pell è stato anche denunciato per presunti abusi subiti da parte sua, da due suoi ex alunni della scuola primaria. Ieri – in concomitanza con la riunione della Royal Commission – la polizia di Victoria ha confermato (lo hanno riportato tra gli altri l’Australian e il Sidney Morning Post) di aver concluso l’istruttoria su di lui per questi due casi e inviato il fascicolo di indagine al Procuratore per le sue decisioni. È lo sviluppo più significativo delle accuse personali contro il Cardinale da quando tre detective della ”Sano Taskforce” (gruppo speciale di indagini sugli abusi su minori) sono volati a Roma per interrogarlo a metà di ottobre dello scorso anno. Pell, che ora rischia l’incriminazione formale nel suo Paese, ha sempre negato con forza ogni addebito.

    Le dichiarazioni del suo successore Fisher. Con riferimento all’inerzia della Chiesa cattolica denunciata dalla Royal Commission, che concluderà i suoi lavori a fine anno, “quello che è stato rivelato è straziante”, ha commentato ieri l’attuale arcivescovo di Sydney ,Anthony Fisher, successore di Pell, in un messaggio pubblicato sul sito della diocesi.
    “Mi sono sentito personalmente scosso e umiliato da queste informazioni, come lo sono stato da altre rivelazioni importanti della Commissione Reale fino ad oggi”. “Per mia vergogna e tristezza – aggiunge -, sembrerebbe che in tutta l’Australia ben 384 preti cattolici diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 fratelli religiosi e 96 sorelle religiose hanno avuto accuse di abusi sessuali su minori fatte contro di loro sin dal 1950. Accuse sono state fatte anche contro 543 laici lavoratori della chiesa e altri 72 il cui status religioso è sconosciuto”.

    Il caso australiano e il Vaticano. L’inchiesta della Royal Commission ha già provocato sconquasso in Vaticano, vista la posizione importantissima ricoperta da Pell chiamato proprio da Papa Francesco in un ruolo chiave: la riforma delle finanze vaticane.

    Dopo l’audizione di Roma del febbraio dell’ scorso anno, uno dei membri della Commissione pontificia contro la pedofilia, guidata dal cardinale di Boston Sean O’ Malley, Peter Saunders , si è “autosospeso” in polemica con Pell. E le nuove direttive sulla responsabilità diretta dei vescovi per contrastare il fenomeno, prevedono che l’inerzia sia causa forzata di dimissioni.

    Il Papa in persona il 31 luglio 2016 ,sul volo di ritorno dal viaggio in Polonia ha parlato invece delle accuse personali contro il Cardinale (quelle della polizia di Victoria) e ha affermato :”Dobbiamo aspettare la giustizia e non fare prima un giudizio mediatico, perché questo non aiuta. Il giudizio delle chiacchiere, e poi? Non si sa come risulterà. Stare attenti a quello che deciderà la giustizia”. E poi ha aggiunto: “ Una volta che la giustizia ha parlato, parlerò io”.

    http://www.huffingtonpost.it/2017/02/06/australia-preti-pedofili-commissione_n_14632452.html?utm_hp_ref=italy&ncid=fcbklnkithpmg00000001

  • Che cosa succede tra Papa Francesco e George Pell

    Che cosa succede tra Papa Francesco e George Pell

    Il punto di Antonino D’Anna

    Fa un passo indietro e aspetta, Papa Francesco. Aspetta che la giustizia australiana faccia il suo corso in merito alle accuse di pedofilia mosse contro il cardinale George Pell, “ministro delle finanze” vaticano. Accuse datate attorno al 1978-’79, sulle quali sta indagando la polizia dello stato australiano del Victoria. La notizia delle indagini, per le quali il cardinale ha immediatamente protestato la sua più completa innocenza, è stata data dal programma tv australiano 7.30 dell’emittente ABC il 27 luglio scorso; nel corso della trasmissione sono state riferite le accuse di due ex studenti della scuola elementare St. Alipius di Ballarat (da dove proviene Pell), che hanno accusato il cardinale di aver giocato con loro nella piscina della scuola e di averli molestati.

    Il cardinale ha parlato di “cospirazione” per sovvertire il cammino della giustizia, smentendo tutte le accuse rivoltegli, accusando la polizia del Victoria di aver spifferato la notizia ad ABC per danneggiare il cammino della giustizia e chiedendo a sua volta una controindagine. Ma il 28 luglio, durante un’intervista radiofonica, il comandante della polizia del Victoria Graham Ashton ha detto che le accuse al cardinale sono ancora una possibilità e che i suoi investigatori stanno aspettando il parere dell’Office of Public Prosecution (una sorta di Procura della Repubblica, N.d.R.) se proseguire o no nelle indagini. “È stata una lunga indagine… ci sono un sacco di indizi da verificare”, ha detto Ashton. Che ha spiegato come ancora non si è deciso se inviare gli inquirenti australiani a Roma oppure no. E per il quale no, la polizia non ha spifferato niente alla rete tv, ritenendo sufficientemente chiaro il fatto che le fonti del servizio di 7.30 sono le presunte vittime.

    Su tutto questo le parole del Papa nella sua conferenza stampa di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia il 31 luglio scorso: “Le prime notizie arrivate erano confuse. Erano notizie di quarant’anni fa e neppure la polizia ci aveva fatto caso in un primo momento. Una cosa confusa”. Ma, una volta avviatasi la macchina della giustizia australiana, dice il Pontefice: “Non si deve giudicare prima che la giustizia giudichi. Se io dessi un giudizio a favore o contro il Cardinale Pell, non sarebbe buono, perché giudicherei prima. E’ vero, c’è il dubbio. E c’è quel principio chiaro del diritto: in dubio pro reo. Dobbiamo aspettare la giustizia e non fare prima un giudizio mediatico, perché questo non aiuta”. Poi precisa: “Il giudizio delle chiacchiere, e poi? Non si sa come risulterà. Stare attenti a quello che deciderà la giustizia. Una volta che la giustizia ha parlato, parlerò io”.

    Con un prudente passo indietro, Francesco ha dunque lasciato Pell da solo. Mani libere: se sarà condannato, procederà in un modo; se sarà assolto, il risultato sarà ovviamente differente. Francesco è l’uomo che ha voluto e chiamato Pell in Vaticano, per ricordarlo ai lettori: e sa che il cardinale è già stato sentito (ma non indagato) dalla Royal Commission australiana sugli abusi dei preti pedofili nella primavera scorsa. Adesso aspetta: certo, per un Papa pronto a dare il via libera ai magistrati vaticani per il processo Vatileaks 2 (risoltosi in un nulla di fatto), adesso è tempo della prudenza. E dello stile Bergoglio: lasciar cuocere l’interessato nel proprio brodo fino al momento opportuno. Nel frattempo, in Australia il quotidiano The Age ha chiesto pubblicamente al cardinale di farsi da parte, almeno finché dureranno le indagini; mentre i genitori con bambini iscritti ad una scuola elementare cattolica di Mentone, sobborgo di Melbourne, hanno chiesto la rimozione di un ritratto di Pell dalla hall dell’istituto.

    http://formiche.net/2016/08/10/che-cosa-succede-tra-papa-francesco-e-george-pell/

     

  • Pedofilia. Per i vaticanisti Wojtyla fu tradito dai suoi collaboratori

    Pedofilia. Per i vaticanisti Wojtyla fu tradito dai suoi collaboratori

    A distanza di undici anni dalla scomparsa, e a due dalla canonizzazione, una parte del sistema mediatico internazionale ritiene che Papa Giovanni Paolo II abbia riservato “mano leggera” alla piaga della pedofilia interna agli ambienti della Chiesa. In questi giorni, due casi fra tutti hanno focalizzato l’attenzione della pubblica opinione sui “crimini abnormi” (come ebbe a definire gli abusi sessuali Benedetto XVI) commessi da sacerdoti e da religiosi su minorenni. I cardinali George Pell e Philippe Barbarin sono gli ultimi due capitoli del grande dossier targato “pedofilia” presente sulle scrivanie dei Papi già dagli anni ’90, quando a Giovanni Paolo II vennero comunicati casi di sacerdoti pedofili americani. In relazione a questo, alcuni vaticanisti italiani, intervistati dal FarodiRoma.it, hanno spiegato cosa resta oggi della reazione che Papa Wojtyla riservò al fenomeno e se la sua memoria sia stata danneggiata.

    Gian Franco Svidercoschi ha subito desiderato evidenziare la collaborazione tra Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, già da quando quest’ultimo era cardinale. “Vorrei ricordare – ha commentato il vaticanista di origini polacche – che Wojtyla nel 2001 ha fatto una cosa d’accordo con Ratzinger: si è accorto che mentre scoppiava in America la storia della pedofilia non bastava solo attenersi al codice del diritto canonico per i vescovi perché questi erano abituati a pensare che fosse più importante salvare il nome dell’istituzione e non delle vittime. Dal 2001, considerata l’incapacità dei vescovi – ha spiegato Svidercoschi – il Pontefice decise che del problema si sarebbe occupato la Congregazione per la Dottrina della Fede alla cui guida fu posto il cardinale Joseph Ratzinger”. “Un papa non può fare tutto: la storia di padre Marcial Maciel Degollado, scosse la Chiesa, e quando ho chiesto al cardinale Dziwisz se il Papa sapesse lui mi rispose di no. In Vaticano vige la politica del silenzio: sono stato per due anni vice direttore dell’“Osservatore Romano”: e quando me ne sono andato al Papa non è mai stata comunicata la mia decisione. Non è pertanto responsabilità del Papa ma del sistema di corte vaticana che non veicola le informazioni al Pontefice. Io credo che chi abbia seguito il magistero wojtyliano conosca le decisioni riflettute dal Papa già a partire dallo scandalo scoppiato negli Stati Uniti e la sua linea di tolleranza zero davanti allo scandalo della pedofilia.

    In accordo con Svidercoschi, Valentina Alazraki, diventata vaticanista nel 1974 con Paolo VI, sostiene che i due Pontefici abbiano collaborato tra loro per il bene della Chiesa: “Francesco ha voluto ringraziare Giovanni Paolo II per aver garantito al cardinale Ratzinger di indagare su padre Maciel. E poi si è detto grato anche a Benedetto XVI per essere arrivato fino in fondo da solo”.
    Per il giornalista Marco Tosatti, invece, la storia di abusi che coinvolge padre Maciel ha danneggiato Giovanni Paolo II perché fu il Papa per primo a essere ingannato dal religioso che fondò la Congregazione clericale dei Legionari di Cristo. “La presa d’atto del problema fu pensata immediatamente dal Papa che incaricó Ratzinger affinché indagasse il caso. “Per chi commette queste cose nella Chiesa non c’è posto”, disse Wojtyla”.

    “La questione della pedofilia resta uno dei grandi enormi buchi neri della figura di Giovanni Paolo II. Maciel è stato il caso più aberrante che ci sia stato nella chiesa moderna. Ancora oggi ci si chiede se il Papa sapesse oppure no”. Queste le dichiarazioni di Franca Giansoldati, la quale assieme a Marco Tosatti è autrice del libro “Il demonio in Vaticano. I Legionari di Cristo e il caso Maciel”. “Le prime denunce – spiega la vaticanista del Messaggero – arrivarono in Vaticano nel 1997. Nel 2005 Benedetto XVI in una totale solitudine ha fatto emergere la piaga. San Giovanni Paolo II (l’unica ombra che c’è su questa grandissima figura di Papa) è rimasto vittima dei suoi collaboratori che lo hanno mantenuto lontano dalla verità”.

    D’accordo con Franca Giansoldati si dice anche Raffaele Luise, vaticanista Rai: “la figura del Papa polacco è stata danneggiata da chi doveva servirlo. A Wojtyla non hanno fatto sapere questa realtà fino in fondo e proprio per questa ragione il Papa non ha preso coscienza della vastità del fenomeno. Se si fa il paragone tra il coraggio di Benedetto XVI che ha affrontato per primo il dramma della pedofilia con forza e trasparenza e Giovanni Paolo II certamente quest’ultimo si troverà in difficoltà”.
    Anche Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa e coordinatore di Vatican Insider, ritiene che la responsabilità della “mano leggera” della Chiesa sotto il pontificato di Giovanni Paolo II non sia da addebitare al Papa ma ai suoi collaboratori più stretti. “Sono sorte delle domande relative a quanto Giovanni Paolo II sapesse – ha detto Andrea Tornielli – soprattutto nell’ultima fase del suo pontificato, quando avevano un potere sempre più maggiore alcuni suoi collaboratori. Un altro aspetto fondamentale è che Wojtyla, memore dei dossieraggi costruiti nella Polonia sovietica, nutriva un naturale sospetto verso le accuse sessuali che interessavano alcuni sacerdoti. Questo ha potuto influire nell’approccio che egli ha riservato a questi temi”.

    Alessandro Notarnicola