Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Preti pedofili e adulti complici, il corto di Cammuso illumina la Sala Farina. “Gesti orrendi camuffati da abito religioso”

    Preti pedofili e adulti complici, il corto di Cammuso illumina la Sala Farina. “Gesti orrendi camuffati da abito religioso”

    Si chiama “Sinite pueros venire ad me” il corto proiettato ieri in Sala Farina sul delicatissimo tema dei preti pedofili, scritto e diretto dal regista e attore Piero Cammuso.

    Il plot è molto ben scritto. Lo spettatore viene catapultato in una chiesetta di provincia, con le anziane perpetue. Il parroco è anche insegnante in una scuola elementare, dove si consuma una tresca amorosa tra due colleghi, una dei quali è moglie del preside.

    I due amanti in un magazzino scolastico vengono scoperti dal sacerdote, il quale in cambio del suo silenzio, chiede la complicità del collega per adescare i fanciulli della classe. L’opera si conclude con l’uomo che accompagna uno dei ragazzini in canonica dal suo carnefice.

    Il corto, in modo molto discreto, senza inutili voyerismi, entra nelle dinamiche della lussuria con un fil rouge che collega disperatamente lascivia e perversione terribile del mondo degli adulti, in una banalità del male e delle pulsioni sessuali, di fronte alle quali si prova la nausea del grottesco. È questo l’aspetto più interessante dell’opera di Cammuso, presentata ieri da Roberto Parisi, con l’ausilio dopo la proiezione degli interventi della Presidente della Camera Minorile di Capitanata Maria Emilia De Martinis,  di Lucia Magaldi Preside dell’XI Circolo Didattico San Ciro di Foggia e Paolo Mongiello dell’associazione “Innamorati di Foggia”.

    Gli adulti sono il più delle volte complici dei preti pedofili e lo dimostrano i casi di cronaca. Sono spesso loro, per povertà di mezzi o perché vittime di ricatti beceri, a portare i piccoli nelle braccia demoniache dei sacerdoti deviati. Da qui il titolo efficacissimo del corto, tratto da Matteo, cap.XIX, v. 14, “Lasciate che i fanciulli vengano a me”.

    Il corto è un’opera corale, a recitare Maria Pia De Stefano, Michela Sepe, Piero Cammuso, Francesco Cappiello, Michele Cristinziano, Cinzia Di Gioia, Marcello Scala insieme agli alunni della classe “III^ E” dell’Istituto San Ciro di Foggia. Direttore della fotografia Tony La Gatta, operatore di riprese Michele Angler, fotografo di scena Cristiana Falcone, fonico Giorgio Frigerio, assistente fonico Antonio Spadavecchia, sound designer Fabio Silvis, color correction Vincenzo Coluccelli, montaggio Piercamm, segretaria di edizione Oriana Casiello, trucco Francesca di Bella e Marianna Leopardi.

    Intense le musiche originali, “Pueros” di Fabio Silvis e “Fly away” di Antonio Cappiello. A l’Immediato l’autore, che nel corso della serata ha denunciato l’assenza del Telefono Azzurro a Foggia, ha specificato che la distribuzione avverrà esclusivamente attraverso concorsi e festival. “Ho studiato a Napoli in un istituto di gesuiti. Personalmente ho avuto sempre delle reticenze sui preti e su coloro che si camuffano, grazie alla loro tonaca, commettendo gesti orrendi. Il progetto si è poi evoluto in funzione del fatto che ho avuto la possibilità di svilupparlo grazie alla signora Cigliano di Pietrafitta che mi ha dato l’ok a girare le scene nella chiesetta della sua tenuta e alla scuola San Ciro, che mi ha acconsentito a far da location. Abbiamo fatto una riunione con i genitori della III E. Il prete pedofilo ha le sue responsabilità, ma ve ne sono altre più gravi da parte di coloro che acconsentono a quel reato orrendo. Il maestro nel cortometraggio subisce il ricatto a discapito del bambino, pur di non essere scoperto insieme alla sua amante, dà in pasto all’orco un bambino innocente”.

    È stato per certi versi significativo che un corto del genere, un’opera locale, sia stato proiettato alla Sala Farina, una sala di comunità che riceve finanziamenti pubblici e regionali, con il Circuito D’Autore, e all’interno del format Cei.

    Cosa vuol dire proiettare in una sala di comunità? Cammuso sorride. “È stata una provocazione? La sala permetteva come disponibilità lo spazio, quando ho prospettato l’argomento c’è stato un attimo di scetticismo, ma poi alla fine hanno aderito. È un segno importante, tanto è vero che Dino La Cecilia ha voluto dare questo significato: anche la Chiesa vuole che questo fenomeno venga divulgato e debellato”.

    È proprio la presenza di un nuovo “manager” gestore della sala la novità della serata di ieri. Dopo gli anni indimenticabili del Falso Movimento di Mauro Palma e il controllo della Curia, prima con Luciano Gentile e poi con la cooperativa bovinese di Francesco Gesualdi arriva un nuovo soggetto.

    Ci sarà sempre cinema d’essai, ma con uno sguardo più vivace alle realtà locali e internazionali. Alcuni si chiedono se la nuova gestione conservatrice sarà in grado di riportare sullo schermo la varietà di stili e di arte che Palma proponeva al pubblico ormai tranti anni, prima di essere cacciato.

  • Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Preti pedofili: la Chiesa prima non crede alle accuse, poi compra il silenzio delle vittime

    Ipocrisia. Parola dura, ma l’unica che può descrivere l’atteggiamento della Chiesa sulla presenza di pedofili tra le sue fila. Dietro l’abito talare, spesso si nascondono orchi, preti che approfittando della propria posizione ed immagine che dovrebbe essere “di garanzia”, adescano ragazzini e ragazzine, spesso anche disabili, per soddisfare le proprie perverse pulsioni sessuali.

    Un cancro, quello della pedofilia nella Chiesa, di cui si parla, sì, ma troppo poco e soprattutto male, perché affrontare l’argomento non è semplice, incontrando nelle istituzioni ecclesiastiche un insormontabile muro di omertà. Non è questa l’immagine della Chiesa che da cristiani vorremmo vedere, ma in qualità di uomini e donne, genitori, zii, educatori e anche da credenti, abbiamo l’obbligo di tentare ad infrangere quel muro ed epurare la Chiesa dalle proprie falsità.

    Perché le storie di cronaca sugli abusi sessuali da parte di curati, non testimoniano solo la presenza di singoli soggetti che si macchiano di tale abominevole reato, ma anche di una fitta rete di colpe e complicità che coinvolge la gerarchia della Chiesa a vari livelli. La Chiesa, infatti, anziché vigilare e condannare, spesso nasconde l’atto criminoso, discredita le vittime e compra il loro silenzio.

    Come è avvenuto ad esempio a Milano, dove la Curia ha offerto 150mila euro ad un giovane abusato all’età di 15 anni perché ritirasse la denuncia presentata contro don Mauro Galli, sacerdote della parrocchia di Rozzano. Come scrive Il Giornale, l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario, prese la decisione di istituire un fondo per le vittime di pedofilia, fondo che doveva servire per “risarcire” le vittime. La verità è che le Arcidiocesi spesso hanno usato tali fondi per comprare il silenzio delle vittime che ufficialmente non vengono credute, ma si tenta di mettere a tacere.

    La stessa cosa, come ha fatto vedere un servizio delle Iene di Canale 5, sarebbe successa a Napoli, in località Ponticelli, dove un giovane ha denunciato di avere subito per anni gli abusi del parroco don Silverio M. “Mi ha violentato quando avevo 13 anni. Diceva che il mio seme lo aiutava a stare meglio, a curarsi. Solo a 16 anni mi sono sottratto a questo dominio”. Queste le terribili parole del ragazzo abusato che è stato screditato in ogni modo ed umiliato con l’archiviazione del caso disposta dalla Curia di Napoli. Oggi il Vaticano ha chiesto gli atti dell’indagine avviata dall’Arcivescovo di Napoli, facendo intendere di volere riaprire il processo nei confronti di don Silverio. Milano e Napoli, sono solo due piccolissimi lembi di terra se messi a confronto con la diffusione del fenomeno della pedofilia nella Chiesa che ha suscitato orrore e scandalo in ogni parte del mondo. Una realtà sommersa che viene lasciata proliferare nell’ipocrisia dei vertici della Chiesa che per evitare la gogna pubblica, insabbiano ogni ipotetico caso. Questo atteggiamento omertoso è aggravato dal fatto che i sacerdoti accusati, continuano ad indossare l’abito talare, continuano a fare messa. Vengono semplicemente trasferiti da una parrocchia all’altra, lasciandoli a contatto con altri, bambini, altri adolescenti che diventano altre potenziali vittime di cui comprare il silenzio.

    Papa Benedetto XVI e Papa Francesco hanno pubblicamente affrontato il tema della pedofilia, hanno usato parole di condanna ed hanno inasprito le pene previste dal codice canonico… ma tutto questo a che serve? A costo di essere impopolari, non basta che il Pontefice maximus condanni genericamente la pedofilia, dovrebbe esaminare le statistiche di quanti processi per pedofilia affrontano i tribunali ecclesiastici, quante condanne vengono spiccate ogni anno? La risposta è pochissime, se non alcuna. È chiaro, dunque, che qualcosa non va e non andrà mai, fino a quando dai vertici del Vaticano non verranno pronunciate solo sterili parole di solidarietà, ma quelle che affermano che i preti pedofili, vanno immediatamente consegnati alla giustizia, destituiti dal loro incarico, processati e condannati come qualunque altro pedofilo stupratore. Questo deve essere la speranza non di atei progressisti, ma di qualunque cattolico professante, perché possa entrare in Chiesa a testa alta, senza vergogna. Gli scandali sessuali e le omertose compiacenze della Chiesa cesseranno solo se la sfera sessuale smetterà di essere demonizzata. Il filosofo Bertrand Russel scriveva che: “Nessuna religione odia di più l’uomo quanto quella cattolica”. Dietro la totale chiusura verso la libertà sessuale, si nasconde l’esigenza di un’Istituzione di preservarsi sempre uguale a se stessa. Il sesso è un tabù, ma si adotta una doppia morale: quella di vietarlo e quella di praticarlo, esasperandolo e dando l’assist a forme di abusi, di prostituzione, di tradimenti, perpetrati nella certezza di restare impuniti, difesi da una tonaca.

    https://www.lecodelsud.it/preti-pedofili-la-chiesa-prima-non-crede-alle-accuse-poi-compra-il-silenzio-delle-vittime

  • Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Il prete pedofilo, la Curia e il fondo per zittire le vittime

    Fondi riservati della Curia milanese per azzittire le vittime dei preti pedofili. È questa la cruda realtà che emerge dal processo a don Mauro Galli, il sacerdote imputato di violenza sessuale ai danni di un giovane parrocchiano.

    Centocinquantamila euro di risarcimento sono stati versati alla vittima perché ritirasse la sua querela. Non certo da don Galli, che risulta nullatenente. A officiare l’accordo è stato Mario Zanchetti, difensore dell’Arcivescovado. Tra le clausole imposte alla famiglia: non rivelare la provenienza dei quattrini.

    Ieri, nella nuova udienza del processo al prete, appare con chiarezza – nel racconto di altri due sacerdoti – il motivo che avrebbe spinto la Curia all’esborso. Sia don Alberto Rivolta che don Carlo Mantegazza, entrambi in servizio nella parrocchia di Rozzano dove si svolsero i fatti, hanno raccontato di avere informato immediatamente il vicario episcopale dell’epoca, ovvero l’attuale arcivescovo Mario Delpini. «Noi pensavamo che don Mauro andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile», ha raccontato il parroco, don Mantegazza: l’importante era tenere il prete lontano dai bambini. Invece don Galli venne trasferito a Legnano, proprio alla pastorale giovanile. A deciderlo, emerge dagli atti, fu Delpini: «Questa decisione l’ho presa io», ammette il prelato in una conversazione.

    Ieri in aula, i due preti-testimoni raccontano di avere appreso subito quanto era accaduto la notte del 19 dicembre 2011: don Mauro che invita il ragazzo a dormire a casa sua con il consenso della famiglia, ma invece che nella camera degli ospiti lo fa dormire insieme a lui nel letto matrimoniale. E nel cuore della notte allunga le mani. «Quando chiedemmo spiegazioni, ci disse che il ragazzo aveva avuto un incubo e lui lo aveva afferrato per non farlo cadere dal letto».

    Solo più tardi, il ragazzo (allora quindicenne) aggiungerà di essere stato violentato dal prete. Ieri si apprende che comunque, fin dall’immediatezza dei fatti, Delpini aveva saputo che don Galli si era portato a letto il ragazzino. Ma si guardò bene dall’accogliere la richiesta dei suoi sottoposti di allontanare don Mauro da ulteriori tentazioni.

    Anzi è lui stesso ad avvisare don Mauro dell’esistenza di una indagine a suo carico, e ad organizzargli la difesa. La prima circostanza è ammessa dallo stesso Delpini nel suo interrogatorio: «In quell’incontro dissi a don Mauro che c’era probabilmente un procedimento penale a suo carico»; e nelle intercettazioni don Galli parlando con un amico dice «ho ricevuto una mail da Delpini che diceva telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti”.. l’ho chiamato subito e mi ha detto non è il caso che parliamo per telefono, vieni qui che poi ti spiego, poi dobbiamo stare molto attenti”». Anche della seconda circostanza ci sono tracce chiare nelle intercettazioni: il 4 settembre 2014 don Mauro chiama l’avvocato Zanchetti: «Mario Zanchetti si presenta a Mauro dicendo di essere l’avvocato, gli dice che monsignor Delpini gli ha scritto due righe dicendo che Mauro lo avrebbe chiamato, gli chiede se voleva vederlo per una cosa un po’ delicata». Eppure un mese più tardi, interrogato dalla Mobile, Delpini dichiara: «L’avvocato Zanchetti non ha con me alcun tipo di contatto».

    Cosa fosse accaduto davvero quella notte, lo racconta ieri in aula la ragazza della vittima: «A. era andato a casa di don Mauro, si era confessato, una confessione lunga e profonda. Si era esposto, era vulnerabile, avrebbe fatto qualunque cosa. Don Mauro l’ha fatto andare nel suo letto, sono andati a dormire e nella notte A. si è svegliato urlando. Lo aveva abbracciato da dietro».

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/prete-pedofilo-curia-e-fondo-zittire-vittime-1502963.html

  • Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

    di Federico Tulli

    Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

    Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

    In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

    Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

    L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

    Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
    non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

    Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

    Federico Tulli Left del 2-3-18

  • Card. Mueller contesta richiesta di processi su abusi più veloci

    Card. Mueller contesta richiesta di processi su abusi più veloci

    Città del Vaticano, 2 mar. (askanews) – Processi più rapidi nei casi dei preti pedofili. E’ quanto hanno discusso il Papa e il consiglio di nove cardinali che lo coadiuvano nella riforma della Curia. Ma il cardinale Gerhard Ludwig Mueller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede che Papa Francesco ha prepensionato la scorsa estate, contesta questa idea e torna ad accennare al licenziamento – deciso dal Papa – di tre suoi collaboratori. Il porporato tedesco, in passato accusato di boicottaggio passivo da Marie Collins, donna irlandese che da bambina fu abusata da un prete ed ha poi fatto parte della commissione vaticana per la tutela dei minori, critica anche la novità, introdotta da Jorge Mario Bergoglio, di una corte d’appello sui casi di pedofilia che è stata affidata all’arcivescovo maltese Charles Scicluna.

    “La congregazione ha fatto un lavoro altamente professionale per anni e merita la più grande gratitudine da tutte le persone coinvolte. Le difficoltà per la Chiesa emergono sempre quando si cerca un qualsiasi gentleman agreement al di fuori del processo che interferisce con la procedura giudiziale. Il procedimento di ricorso ad un Collegio all’interno della congregazione per la Dottrina della fede, il cui presidente incomprensibilmente non il prefetto, dovrebbe essere ridotta al controllo della correttezza formale della procedura nella diocesi e della prima istanza della congregazione per la Dottrina della fede. Interferire con la rimozione – se la colpevolezza è provata – per pietà nei confronti dell’abusatore dovrebbe essere evitato il più possibile perché causa grande male alla Chiesa ed è un’ingiustizia nei confronti delle vittie. Una tale offesa non può essere equiparata con gli errori e i peccati che tutti noi compiamo. Ovviamente, ogni colpa può essere perdonata al peccatore è penitente. Ma non si può chiedere che un pastore torni alla posizione di fiducia della quale ha abusato in modo aberrante”.

    Il 21 gennaio 2015 Papa Francesco ha nominato Scicluna presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Secondo Mueller, “la congregazione per la Dottrina della fede ha bisogno di un maggior numero di preti ben formati e che conoscono diverse lingue che svolgano le procedure tempestivamente. Purtroppo molti impiegati competenti sono stati licenziati senza ragione e contro la mia espressa volontà. Poi uno sente lamentele circa il fatto che alla congregazione manca rapidità nelle procedure. Ma non puoi separarti dai tuoi migliori cavalli e al tempo stesso chiedere che la carrozza vada a velocità maggiore. Le leggi della logica e della fisica valgono anche nella Chiesa”.

  • Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    La Onlus savonese invia una diffida a varie istituzioni: “Con la loro inerzia hanno consentito di perpetrare crimini a danno dei minori”

    Savona. “Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana”. Queste alcune delle accuse che il presidente della Onlus savonese Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tramite il legale dell’associazione, l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata ieri al Governo italiano.

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 giorni – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza. A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’Istituto Interregionale per la Ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite, il Centro di Ricerca Innocenti.

    “Si tratta – accusa Zanardi – di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dalla Rete L’Abuso, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato le istituzioni italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno dei cittadini più deboli, i minori, costringendo anche le vittime divenute adulte a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani”.

    “Tra le accuse formulate nelle 20 pagine di diffida – spiega il presidente della Onlus – ci sono anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote, sulla base della quale il governo italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di ‘tolleranza zero’ voluta proprio da papa Francesco”.

    “In questo modo – spiega l’avvocato Caligiuri – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante. Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote”.

    Tra gli altri punti importanti “l’immobilità del governo italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori”.

    “L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora – chiarisce Zanardi – è quella tanto voluta dall’associazione Rete l’Abuso che, con l’appoggio del deputato Matteo Mantero, lo scorso 27 novembre ha depositato la prima interrogazione parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili. Nell’interrogazione si contestano inoltre le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi o gli scout, ma anche l’intera categoria dei sacerdoti”.

    “Attendiamo una risposta esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto, non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati” conclude Zanardi.

    http://www.ivg.it/2018/02/rete-labuso-sfida-governo-onu-parlamento-europeo-gravi-omissioni-nella-lotta-alla-pedofilia-nella-chiesa/

  • Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO,  Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione,  Avv.  Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . (Testo integrale diffida 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990)

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.

    A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE,  il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.

    Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato  le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei  cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.

    Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.

    L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

    «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

    La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

    A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.

    Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.

    Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.

    L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.

    Attendiamo una risposta  esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto,  non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia  dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da  ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Vaticano, altro fallimento di Papa Francesco: alla Sacra Rota il prete-giudice è un pedofilo

    Vaticano, altro fallimento di Papa Francesco: alla Sacra Rota il prete-giudice è un pedofilo

    Che cosa dirà adesso Papa Francesco dell’ennesimo scandaletto a sfondo sessuale che ha per protagonista un religioso? Bergoglio non doveva ripulire la Chiesa cattolica dalla lobby gay e dai rischi di abusi su vittime innocenti? Eppure, non è un semplice “don” quello che l’altro giorno ha patteggiato un anno e due mesi di reclusione, pena sospesa, con l’accusa di violenza sessuale e detenzione di materiale pedopornografico. Il monsignore in questione si chiama Pietro Amenta, pezzo da novanta del Tribunale della Rota Romana la cui giurisdizione si estende sia ai contenziosi che riguardano i residenti della Città del Vaticano, sia alle cause dei fedeli di ogni parte del mondo. Sebbene sia conosciuta soprattutto per i matrimoni annullati, la Sacra Rota è il tribunale ordinario della Santa Sede e i magistrati, detti prelati uditori, sono nominati direttamente dal Pontefice.

    Amenta, quindi, è uno che di solito giudica gli altri, stabilisce il verdetto, colpevole o innocente, inferno o paradiso, ma stavolta in un tribunale c’è finito lui e la sentenza è lapidaria: molestie nei confronti di un neo diciottenne.

    Il prelato, classe 1962, avrebbe allungato le mani, forse anche qualcosa di più, fin nelle parti intime della vittima, un giorno di marzo dell’anno scorso in una piazza di Roma, San Giovanni di Dio, che già dal nome evoca spiritualità e assistenza (lo spagnolo Giovanni di Dio ha fondato l’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli), in realtà, annotano i carabinieri, spesso è frequentata di notte da persone che si prostituiscono.

    IL DON IN BORGHESE
    È sera, sono quasi le nove. Alla prima palpata il giovane, uno studente di liceo di origine romena, gli ha urlato: «Ma che fai?». Il ragazzo non sa che l’uomo che gli è si è avvicinato così tanto da poterlo tastare è un sacerdote, perché Amenta non indossa l’abito talare, ha una giacca beige a righe, potrebbe essere chiunque. Oltrettutto, racconta il liceale, questo signore «ha continuato a toccarmi anche dopo che gli ho gridato di fermarsi». Il molestato è talmente furioso che si mette a inseguire il molestatore, fa intervenire i vigili, mentre l’altro capisce che per lui la situazione si fa complicata: «Tu non sai chi sono io. Adesso me ne vado».

    Arrivano i militari e il monsignore tenta una strampalata difesa: «C’è stato solo uno struscio perché la piazza era invasa dai banchi del mercato. Si passava stretti stretti». L’esperto di Diritto ecclesiastico si scusa, ma il ragazzo decide di andare avanti con la denuncia, ingaggia l’avvocato Alessandro Olivieri (difensore, tra gli altri, di Pino Pelosi detto “la rana”, l’ultima persona che vide Pier Paolo Pasolini vivo), e partono le indagini. Si scopre così che nel computer del reverendo giudice ci sono più di 80 foto di minorenni nudi, che solo lui poteva avere scaricato.

    PRECEDENTI EPISODI
    E poi il religioso lucano non è proprio quel che si dice uno stinco di santo: nel suo carnet c’è una denuncia per atti osceni, un’altra per molestie telefoniche, più una fatta da lui che ha dichiarato di essere stato rapinato da due trans: episodi che nulla hanno a che fare con l’idea di purezza sbandierata da Francesco all’inizio del suo pontificato.

    Sesso gaio e vita borderline: non è la prima né l’ultima volta per il Vaticano, che sta cercando di risollevarsi dallo scandalo dei preti pedofili. Stavolta, però, c’è il dettaglio non trascurabile che coinvolge la Sacra Rota, dove di recente c’è stato un boom di nozze da annullare perché il coniuge si è scoperto omosessuale. Strana coincidenza, dicono i detrattori, i quali fanno notare come la lobby gay abbia avuto un certo peso, in passato, nel tribunale ecclesiastico. Lo stesso che, negli ultimi anni, per garantirsi ulteriore potere, non ha esitato a trasformarsi nella curva sud degli ultras bergogliani… Possibile che gli altri uditori non si siano mai accorti delle frequentazioni del collega? Per porre fine a una situazione imbarazzante per la Chiesa è dovuto intervenire un altro tribunale.

    di Brunella Bolloli

  • Papa Francesco riapre il caso di Diego Esposito? Vittima, avvocato e testimoni non ne sanno nulla.

    Papa Francesco riapre il caso di Diego Esposito? Vittima, avvocato e testimoni non ne sanno nulla.

    Si parla tanto di fake news e questa sembra proprio esserla, a meno che la privacy e la tutela della vittima, già tanto invocate dal cardinal Bagnasco, non siano diventate per il Vaticano qualcosa di molto simile alla vendita del pesce ai mercati generali.

    Secondo la notizia, appresa dalla stampa ma mai comunicata ne alla vittima, ne al suo avvocato, tanto meno ai testimoni e alla Rete L’ABUSO, si apprende che papa Francesco avrebbe riaperto il caso di Diego Esposito. Anche fosse vero, non possiamo certo non notare il dispregio per la privacy della vittima, che non solo apprende la presunta notizia sui giornali, ma che come accaduto pochi mesi fa, si ritrova nuovamente diffamata, vedendo riportata in quella notizia la sua reale identità.

    Il dubbio più che legittimo che questa possa essere una fake news uscita da chissà quale fonte vaticana, prende ancora più corpo leggendo su alcune testate, che il caso di Diego Esposito avrebbe addirittura fatto rinominare la Pontificia Commissione per la tutela dei minori scaduta lo scorso dicembre.

    Di questi giorni anche un’altra notizia che lascia perplessi, quella che Bergoglio settimanalmente stia da tempo ricevendo in segreto le vittime di abusi. Segreto davvero perché ne all’associazione, ne alle vittime, risulta essere mai stati contattati, non che si pretenda che con tutte le vittime di preti pedofili che ci sono, Francesco chiami solo quelle della Rete L’ABUSO, certo pare strano non ne abbia chiamata neppure una, per esempio avrebbe potuto in uno di questi incontri convocare personalmente anche Diego Esposito e dargli la buona notizia anzichè darla ai giornali che di fatto riportano una notizia inufficiale e al momento priva di qualunque riscontro.

    Zanardi

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza