Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Il caso Barros tra tensioni, paure e attese

    Continuano le polemiche mentre si aspetta l’arrivo dell’inviato papale Scicluna: i dubbi per la richiesta del nunzio di ricevere in anticipo le testimonianze scritte 

    Mancano ormai pochi giorni all’arrivo di Santiago del Cile dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, il quale, dopo essere passato a New York per incontrarsi con il principale testimone, Juan Carlo Cruz, ex vittima di padre Fernando Karadima, ascolterà tutti coloro che ritengono di dover raccontare qualcosa sul caso del vescovo Juan Barros Madrid, attuale titolare della diocesi di Osorno. E a gettare scompiglio fra i possibili testimoni c’è la richiesta del nunzio apostolico Ivo Scapolo, il quale ha richiesto che questi mettano per iscritto quanto diranno a Scicluna e che lo consegnino o lo inviino entro venerdì alla nunziatura di Santiago.

    Come si ricorderà Barros, uno dei giovani preti formati dal carismatico Karadima scopertosi poi un abusatore seriale, è accusato di essere stato a conoscenza degli atteggiamenti del suo mentore. Papa Francesco fino a qualche giorno fa era sembrato non credere a queste accuse: nel 2015 aveva nominato Barros ad Osorno, invece di suggerirgli un anno sabbatico o di accogliere la rinuncia che il prelato aveva onestamente presentato.

    Secondo Bergoglio non c’erano «evidenze» per procedere diversamente, ma allo stesso tempo il Pontefice si era detto disposto a cambiare opinione e a intervenire nel caso gli fossero stati presentati altri elementi. Qualcosa è accaduto dopo il viaggio in Cile dello scorso gennaio. E la decisione di Francesco è stata quella di inviare uno degli ecclesiastici più preparati nel raccogliere e vagliare testimonianze relative ai presunti abusi dei chierici. Scicluna, per l’appunto.

    La scelta di inviare l’ex promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della fede che ha collaborato con l’allora cardinale Joseph Ratzinger per rinnovare l’approccio dell’autorità ecclesiastica verso questi casi e ha personalmente condotto l’inchiesta contro il potente fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado, attesta senza alcun dubbio la determinazione di Papa Bergoglio nel voler chiarire definitivamente il caso.

    Va detto che molti tratti della vicenda rimangono fumosi. Barros non è stato mai accusato da alcuno di aver commesso abusi o di aver tenuto comportamenti scorretti nei confronti di minori. Inoltre, e anche questo è importante, Barros nei suoi ormai 23 anni di episcopato – da ausiliare di Valparaiso, da vescovo di Iquique, da Ordinario militare e ora da vescovo di Osorno – non è mai stato accusato di aver “copertoˮ preti pedofili o di aver insabbiato casi di abusi su minori avvenuti nel territorio di sua giurisdizione. Due precisazioni non secondarie per comprendere la complessità del caso. Senza dimenticare, inoltre, che lo stesso Barros, pur essendosi sempre dichiarato innocente e all’oscuro degli abusi perpetrati da Karadima, per stemperare le tensioni già due volte ha offerto la sua rinuncia al Papa, il quale gli ha invece chiesto di restare al suo posto.

    Il compito di monsignor Scicluna sarà quello di cercare di capire, attraverso l’ascolto dei testimoni e di tutti coloro che vogliono esprimersi (le vittime di Karadima ma anche i laici di Osorno che da due anni chiedono le dimissioni del vescovo), se e quale eventuale responsabilità Barros abbia avuto. Fino ad oggi si conosce nei dettagli un’unica testimonianza, quella di Juan Carlo Cruz, che in una lettera inviata al Papa nel 2015 raccontava che Barros era presente quando Karadima aveva atteggiamenti impropri nei confronti dei ragazzi.

    Un’indagine seria, così come un processo degno di questo nome, non ruota attorno ai titoli di giornale e non si decide certo su pressione di campagne mediatiche. Eppure dalla vicenda potrebbero emergere altri risvolti. Che la tensione sia alle stelle e la missione di Scicluna appaia già ora difficilissima, lo attestano le ultime polemiche sollevate dalle richieste del nunzio in Cile. Monsignor Ivo Scapolo ha infatti richiesto a tutti coloro che testimonieranno di inviare a lui, in anticipo, il testo scritto con ciò che intendono riferire. Un’iniziativa che è stata colta come una sorta di controllo preventivo da parte di un diplomatico vaticano considerato molto affine ai responsabili dell’episcopato cileno degli ultimi anni e che si sarebbe sempre rifiutato di ricevere le vittime di Karadima, secondo quanto affermato nella citata lettera dallo stesso Cruz.

    In realtà la richiesta preventiva di un riassunto scritto della testimonianza non è un’iniziativa personale del nunzio apostolico, né della Segreteria di Stato né della gerarchia cilena preoccupata per ciò che potrebbe emergere dall’indagine a proposito delle coperture offerte a Karadima. Monsignor Scicluna preferisce infatti sempre agire in questo modo. Ciò che vale è ovviamente la testimonianza resa di persona, ma il sommario scritto, oltre ad aiutare l’investigatore a stabilire la sua agenda di audizioni, favorisce la possibilità di fare confronti e dunque agevola il lavoro. Scicluna, in questo come in altri precedenti casi, non ha però mai stabilito che le dichiarazioni dovessero essere consegnate soltanto al nunzio apostolico: l’importante è che vengano fatte arrivare a lui, cioè all’investigatore esterno nominato dal Papa. È comprensibile infatti che delle vittime possano non sentirsi a loro agio a fornire preventivamente documenti con i loro racconti al nunzio, specie se questi in precedenza non ha voluto aver a che fare con loro, o anche perché considerato – a torto o a ragione – troppo contiguo a chi per molto tempo ha chiuso gli occhi sulle gravi responsabilità di Karadima.

    C’è da sperare che la richiesta dei riassunti scritti non comprometta il lavoro di Scicluna e che le vittime e gli altri testimoni mantengano il loro proposito di presentarsi davanti all’inviato papale, così che quest’ultimo possa svolgere bene il compito affidatogli da Francesco per arrivare finalmente a una conclusione e rasserenare il clima nella diocesi di Osorno come in tutto il Cile. Un Paese dove la credibilità della Chiesa cattolica, un tempo altissima a motivo del coraggio dei suoi responsabili al tempo della dittatura di Pinochet, è scesa ai minimi termini anche a causa del modo in cui è stato affrontato lo scandalo Karadima.

    Bisogna ricordare che il caso degli abusi perpetrati dal carismatico e potente parroco del Bosque – formatore di generazioni di giovani, di molti preti, quattro dei quali sono diventati vescovi – apre domande sugli ultimi decenni di vita della Chiesa cilena e delle cordate che l’hanno caratterizzata. Se i confini del caso Barros restano confusi, ancor più indefiniti rimangono quelli relativi alle coperture, alle sottovalutazioni, agli insabbiamenti, al modo con cui sono state trattate le vittime degli abusi, nonostante le norme canoniche fossero già chiarissime a proposito degli atteggiamenti da tenere di fronte a casi simili. La missione di monsignor Scicluna è ovviamente limitata a Barros. Ma forse c’è chi teme che grazie ai racconti delle vittime e dei testimoni, anche al di là delle eventuali responsabilità del vescovo di Osorno, si ricostruisca una pagina di storia della Chiesa cilena assai poco edificante.

    http://www.lastampa.it/2018/02/14/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-tra-tensioni-paure-e-attese-pYR0c7lH9u8syPVtsaJTOM/pagina.html

  • LO SCIOPERO DELLA FAME… e il grande SILENZIO

    LO SCIOPERO DELLA FAME… e il grande SILENZIO

    Le vittime dei preti pedofili che sono associate alla Rete L’ABUSO in questi giorni si sentono tra loro molto più frequentemente del solito. E non è un caso. Una di loro, Diego Esposito, ha intrapreso uno sciopero della fame ad oltranza: è in attesa di risposte da Papa Francesco.

    Ciascuno chiede all’altro: “oggi hai sentito Diego?” oppure “sai come sta Diego?” oppure “ancora nessuna risposta dal Papa?” ed è un tam-tam continuo … telefonate, messaggi, social-network.

    Su Facebook si rincorrono messaggi di incoraggiamento e di delusione, sulle varie bacheche di ciascuno, o nei gruppi, vengono scritti i commenti degli “amici degli amici”. Anche chi non conosce Diego Esposito, o non è una vittima di un prete pedofilo, sta seguendo con trepidazione questa vicenda, si cercano le motivazioni profonde.

    Il rumore più assordante è il silenzio del Papa.

    La gente si indigna, non comprende: è incomprensibile il silenzio del Papa.

    Un Papa così attento al clima e alla natura, tanto da scrivere una Lettera Enciclica, ma disponibile a lasciar morire di fame una vittima di un prete pedofilo.

    Tutto questo stride. Stride umanamente, e ancora di più cristianamente.

    Sono quasi scontati i commenti “contro il Papa” da parte di chi non è credente, ma sono ancora più “veri” e “profondi” se vengono dall’interno, da chi ha ancora Fede, da chi non accetta compromessi ed è disponibile a non difendere quello che non è difendibile, e a metterci la faccia.

    Dal Vaticano non una parola per Diego, in sciopero dal 29 gennaio 2018.

    Ho sentito Diego anche oggi: mi ha detto che è molto debole, senza forze, rimane a letto per non consumare energie … ma mi ha anche detto che “la sete di giustizia mi rende forte” … è un pensiero profondo, non si può minimizzare, non si può giudicare o commentare superficialmente.

    Se una persona arriva a scegliere consapevolmente, in modo determinato ed esponendosi anche alle critiche, di rinunciare ad alimentarsi per un ideale di giustizia … deve essere rispettato.

    I commenti “tanto non cambierà mai nulla”, “fregatene, mangia”, “pensa solo alla tua famiglia, la chiesa fa schifo e rimarrà un covo di pedofili” … o frasi simili … non arrivano al cuore del problema.

    Diego non ha iniziato uno sciopero della fame per un capriccio, Diego non ha dieci anni, sa quello che sta facendo.

    Per chi ha approfondito la sua vicenda, risulta incomprensibile la conferma del card. Crescenzio Sepe alla guida della Diocesi. Diego ha bisogno di una risposta dal Papa, Diego ha bisogno che gli venga restituita la sua dignità, non è una pretesa sconsiderata o assurda. È una richiesta legittima, una questione di giustizia.

    Certo, il Papa può scegliere e decidere di non rispondere, può scegliere di ignorarlo completamente, ma quale è il prezzo?

    C’è in gioco la credibilità del Papa in merito all’attenzione per le vittime?

    Interessa a qualcuno?

    È particolare il fatto che pochissimi giornali hanno riportato questa notizia e solo nei primissimi giorni: quasi sconcertante.

    Certo, le vittime dei preti pedofili non sono “popolari”, sono “notizie scomode”, le vittime “ricordano al mondo”, SOLO PER IL FATTO DI ESISTERE, che qualcosa non ha funzionato. Forse non c’è l’intenzione seria di affrontare questo problema.

    Interessa davvero solo a chi ci è passato???

    Non è uno scoop dichiarare che un sacerdote ha abusato sessualmente di un bambino, non è “politicamente corretto” denunciare che un Vescovo lo sapeva e non ha fatto nulla, magari permettendo a quello stesso sacerdote di fare del male ad un altro bambino ..

    E DUNQUE ANCHE LA STAMPA TACE RISPETTO ALLO SCIOPERO DELLA FAME DI DIEGO ESPOSITO.

    Tutti pronti a riportare ogni parola di ogni discorso del Papa, discorsi ufficiali e discorsi non ufficiali, tutto nei minimi particolari, ogni giorno, giustamente … ma quanti sono pronti a “metterci davvero il naso, a sporcarsi le mani” con serietà professionale, rispetto a questo dramma?

    Ma cosa è venuto in mente a Diego Esposito di fare questo sciopero della fame? Non poteva continuare a starsene “bello tranquillo” a casa sua? Perché scomodare questa riflessione?

    Lo ha detto lui stesso: “Perché ha sete di giustizia”.

    E tutto questo non ha niente a che fare con la vendetta o la mancanza di perdono, oppure con l’opportunità di “lasciar perdere” che non verrebbe colta …  no.

    Caro Papa Francesco, un Tale disse “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Vangelo di Matteo 5,6)… e questo i cattolici lo sanno … e non sono più disposti a girarsi dall’altra parte e far finta che tutto va bene.

    Una cattolica, lettera firmata

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • QUELLA CHIAMATA DEL PAPA … non è per me …

    QUELLA CHIAMATA DEL PAPA … non è per me …

    Penso a Diego Esposito … in questi giorni la notizia del suo sciopero della fame rimbalza su alcuni giornali … ed è possibile conoscere tutta la sua vicenda tramite l’Associazione ReteL’ABUSO …

    Vicenda che non può lasciare indifferenti, vicenda dolorosa e che ha dell’incredibile, come la maggior parte delle vicende delle vittime dei preti pedofili.

    E Diego qualche giorno fa ha scritto una lettera aperta al Papa, si è rivolto a lui come un figlio si rivolgerebbe a un padre, gli ha aperto il cuore, ha manifestato il suo dolore e smarrimento … ma anche la sua Fede … e non è scontato mantenere la Fede dopo tutto quello che è successo a Diego.

    Non è scontato mantenere la Fede quando ti ha fatto del male proprio chi doveva, invece, essere d’esempio per trasmetterti valori positivi, e insegnarti che Dio è amore … già, non è scontato.

    Eppure Diego ha confermato la sua fiducia in Dio e nella Chiesa davanti a tutti in quella lettera, nonostante tutto …

    Cosa ha chiesto a Papa Francesco?

    Ha semplicemente chiesto di restituirgli quella dignità che la Chiesa locale gli ha negato. Ha chiesto di essere ascoltato, di essere capito, ha espresso il suo smarrimento rispetto alla decisione di Papa Francesco di riconfermare il Card. Sepe alla guida della Diocesi.

    Eppure il Cardinale, tra pochi mesi, compirà 75 anni …  sarebbe perfino passata in sordina la notizia del suo pensionamento, forse nessuno l’avrebbe collegata alla gestione allucinante della vicenda di Diego … e invece Papa Francesco lo ha elogiato pubblicamente e lo ha riconfermato per almeno altri due anni.

    Come si è sentito Diego?

    Diego ha iniziato lo sciopero della fame. E siamo all’undicesimo giorno.

    Ma Diego non è solo.

    La Rete di vittime dei preti pedofili sta soffrendo con lui.

    Sì, perché forse il Papa non sa, forse la gente non sa, forse non è una notizia che fa rumore, nessuno ne parla: ma le vittime si “conoscono tra loro”, si intendono, si comprendono … e se anche molte non si sono mai incontrate di persona ci sono gli sms, ci sono i social network, c’è il telefono … e si creano relazioni profonde e incredibili, senza forzature, ognuno sa che l’altro c’è, ci si vuole bene … e, attraverso l’Associazione, anche “l’ultimo arrivato” può essere ascoltato, può trovare qualcuno con cui parlare, semplicemente, spontaneamente.

    Il telefono.

    Anche il Papa utilizza tantissimo il telefono. Le sue telefonate fanno notizia, hanno un grande rimbalzo mediatico. Non era mai successo, in 2000 anni, che il Papa si occupasse di telefonare alla gente: è subito piaciuto, un Papa vicino alla gente comune, un Papa che si interessa delle piccole cose, dei particolari, un Papa umano e non lontano dalla quotidianità … già …

    Papa Francesco ha telefonato alla sig.ra Adria che compiva 100 anni; ha telefonato all’edicolante di Buenos Aires e al calzolaio; alla ragazza Anna che è stata lasciata dal compagno; a Salvatore Mellone, seminarista; a Francesco Maria, un ragazzino che ha la zia malata; a Benito, un bambino di 9 anni ammalato …

    Ma ha telefonato anche a Rita Pavone, e dichiara lui stesso che le telefonate son ben di più di quelle che si conoscono. Qualcuno ha scritto anche un libro sulle telefonate del Papa …

    I media riportano anche una telefonata importante: quella a Marco Pannella. Qual è la notizia? Il Papa chiede a Marco Pannella, che è ricoverato in ospedale, di interrompere lo sciopero della sete, intrapreso per protestare contro la situazione nelle carceri italiane.

    E Diego Esposito?

    Fa male pensare che “non farebbe notizia” telefonare alla vittima di un prete pedofilo. Per il Papa sarebbe come ammettere di avere sbagliato a confermare il Card. Sepe?

    Fa male pensare che il Vicario di Cristo in terra abbandona proprio i suoi figli. Diego si definisce “un figlio che vuole solo essere difeso dal suo papà”.

    Il silenzio del Papa nei confronti di Diego Esposito fa pensare … forse tutte quelle telefonate agli altri erano solo come le tante “belle parole” sulla lotta alla pedofilia, sulla “tolleranza zero”?

    Solo una enorme propaganda mediatica? Solo la costruzione di un “personaggio simpatico”?

    Si gioca così la sua credibilità?

    Forse a Diego Esposito, che è in sciopero della fame dal 29 gennaio, il Papa non è più così simpatico …

    e forse nemmeno a me …

    Mamma di una vittima, lettera firmata

  • Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano – Quando si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Spunta ora una lettera che di fatto smentisce Papa Francesco sul caso della pedofilia cilena e sulle coperture dei vescovi. La lettera in questione, anticipata dalla Ap,  fu messa nelle mani del cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione per la Tutela dei Minori, e da questi consegnata al Papa. Porta la firma di una delle vittime e spiegava al Papa, fatti alla mano, che il vescovo Barros era un insabbiatore, un ‘encubridor’, di fatto un complice di padre Karadima (un prete pedofilo) e che per questo doveva essere dimesso.

    Fino alla scorsa settimana Papa Bergoglio ha continuato a difendere Barros, dicendo che occorrevano delle prove, senza però fare mai menzione alla lettera che gli era stata consegnata da O’Malley. Solo la scorsa settimana Francesco ha fatto retromarcia annunciando di volere andare in fondo con le indagini e mandando in Cile un suo emissario credibile per raccogliere prove contro Barros.

    La notizia della lettera apre nuovi interrogativi sulla gestione degli abusi e su come il vaticano tende ad affrontare la questione dei vescovi insabbiatori. «Il cardinale O’Malley ci disse che aveva consegnato la lettera al Papa. Ecco perché ero tanto sconvolta quando ho visto che il Papa diceva con insistenza che non aveva prove contro Barros» ha commentato Marie Collins, ex membro della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori, dimessasi l’anno scorso dall’incarico per protesta proprio per denunciare le frizioni esistenti all’interno della curia. «Santo Padre, le scrivo perchè sono stanco di lottare, di piangere e di soffrire».

    La lettera scritta da Juan Cruz è in spagnolo. «La nostra storia è ben conosciuta e non c’è bisogno di ripeterla, anche se vorrei dirle delk’orrore che abbiamo vissuto. Un orrore che mi ha ucciso dentro». La vittima poi esponeva sommariamente i fatti, le famose ‘evidenze’ che il Papa chiedeva alle vittime per essere credute, in questo caso il fatto che il vescovo Barros fosse presente nella stessa stanza mentre era in corso un abuso.

    E dire che Papa Francesco nel 2015 aveva stabilito il reato canonico di ‘abuso d’ufficio episcopale’ per i pastori che non davano seguito ai casi di denuncia di violenze sui minori, prevedendo l’istituzione di una apposita sezione giudiziaria per i vescovi in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede che però non ha mai preso il volo. Ad un tratto, l’orientamento operativo è stato come depotenziato.

    Per questo motivo, poco dopo, si sono dimessi dalla Commissione per la Tutela dei Minori due membri (due ex vittime) per denunciare il muro di gomma curiale. E dire che la decisione del Papa era stata persino ratificata dal Consiglio dei nove cardinali, il cosiddetto C9. La decisione del tribunale dei vescovi era stato salutata dall’allora portavoce vaticano, padre Lombardi, con toni enfatici, sostenendo che era coerente con la linea della accountability’, della assunzione di responsabilità, dei vescovi.

    Il Papa aveva anche previsto  «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Da allora la faccenda è caduta nel dimenticatoio. Salvo di essere ripescata davanti al caso Barros e alla questione, stavolta tutta italiana, del prete abusatore di Ponticelli, a Napoli. Anche in questo caso la Congregazione della Dottrina della Fede ha provveduto ad archiviare un caso emblematico in base alla documentazione ricevuta dalla curia di Napoli. Peccato che successivamente alla archiviazione vaticana sia spuntata una seconda vittima, un altro ex ragazzino finito nelle fauci dello stesso prete di Ponticelli, gettando una luce inquietante sui sistemi previsti per punire i preti pedofili.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vittima_abusi_barros_cile_sepe_napoli_prete_pedofilo_lettera_o_malley-3529499.html
  • Papa Francesco in difesa di Sepe

    Papa Francesco in difesa di Sepe

    SI, È VERO, è argomento vecchio ma anche a noi di Iustitia piace celebrare ogni anno, nel nostro piccolo, una specie di Giornata della memoria, che dedichiamo alle incompatibilità redazionali, per ricordare quelle strane situazioni che vedono la fonte della notizia identificarsi con il cronista della notizia stessa.
    Facciamo un esempio: come potrebbe Elena Scarici, redattrice di Nuova Stagione, settimanale della curia napoletana, scrivere pezzi sul Corriere del Mezzogiorno riguardanti l’attività della curia napoletana? Può la Scarici, dipendente del cardinale Crescenzio Sepe, raccontare su un altro giornale il lavoro di Sepe Crescenzio?
    Evidentemente può, giacché lo fa da anni e lo ha fatto il 16 dicembre quando sul Cormezz, diretto da Enzo D’Errico, ha firmato il servizio intitolato: All’asta di beneficenza / a ruba i regali del Papa / Il cardinale: grande cuore.
    Quindi non potrebbe, ma può. Ma le buone notizie, per Elena Scarici, non finiscono qui: il suo datore di lavoro, infatti, sua eminenza Sepe, il prossimo 2 giugno compie 75 anni e, come da prassi vaticana, stava preparando la lettera di dimissioni per raggiunti limiti di età, sarebbe andato in pensione e forse stava calcolando il tfr che gli sarebbe spettato in base al suo ultimo stipendio (circa 4mila euro, fonte Libero e Huffpost).
    E voi sapete che quando mutano gli assetti societari in un giornale i cronisti entrano in fibrillazione. Poi, fortunatamente per Sepe, papa Francesco ha deciso, come ci informa un comunicato della curia partenopea (sul Corriere del Mezzogiorno, naturalmente, ce ne dà notizia Elena Scarici), che la pensione può attendere e ha chiesto all’arcivescovo di Napoli di rimanere al suo posto per “almeno altri due anni”.
    La decisione di Bergoglio è apparsa un po’ strana se si pensa alla bufera che ha colpito la diocesi partenopea per le vicende di sacerdoti impegnati in “festini gay” a Monte di Dio e per le accuse gravi di pedofilia emerse con la storia di Diego Esposito, nome fittizio di un uomo oggi 43enne abusato da don Silverio Mura quando ne aveva 13. Una vicenda per la quale esponenti della curia sono a giudizio davanti al tribunale di Napoli sia in sede penale che civile. Partiamo dal penale. Il pubblico ministero della procura partenopea Emilia Galante Sorrentino ha ottenuto il rinvio a giudizio per violazione della normativa sulla privacy del ‘cancelliere arcivescovile’ padre Luigi Ortaglio che ora è imputato davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale. Ortaglio nel febbraio del 2017 ha firmato il comunicato con il quale la curia si difendeva dall’inchiesta pubblicata da Repubblica e, in spregio di qualsiasi rispetto della legge, citava per otto volte in trentadue righe il nome e il cognome della vittima degli abusi sessuali. È evidente che un comunicato così ‘violento’ non può essere stato deciso in solitudine dal cancelliere ma l’individuazione di eventuali altri responsabili toccherà alla magistratura. Sul versante civile il 22 gennaio si è tenuta la seconda udienza davanti al giudice della decima sezione Ulisse Forziati per decidere sulla richiesta di risarcimento danni nei confronti di Silverio Mura, del cardinale Sepe, dell’arcidiocesi di Napoli, del vescovo Lucio Lemmo e del ministero dell’Istruzione. Il magistrato ha fissato la prossima udienza per il 18 ottobre quando deciderà sull’ammissione dei mezzi istruttori. Intanto si rafforza lo staff che assiste gratis Diego Esposito: all’avvocato Carlo Grezio si è affiancata la psicologa e criminologa Luisa D’Aniello, a lungo collaboratrice del giudice Ferdinando Imposimato.

    E c’è da segnalare che la coltre del silenzio dei giornali napoletani, con l’eccezione del Mattino, sulle responsabilità dell’arcivescovo e della curia nel coprire i casi degli adolescenti violentati finalmente presenta degli squarci. Il merito va alla cronista Franca Giansoldati, vaticanista del Messaggero, che il 2 febbraio ha firmato un lungo servizio sul quotidiano capitolino riproposto anche sul Mattino dove viene affiancato da un’intervista a un’altra vittima abusata a Ponticelli da don Silverio Mura. E la vaticanista, il 4 febbraio sul Mattino, ha pubblicato anche la storia di un altro ragazzo, questa volta di Aversa, violentato da un sacerdote che insegnava al seminario arcivescovile.
    Chiusa la lunga parentesi giudiziaria e mediatica, torniamo a Diego che da anni chiede invano giustizia e si è rivolto anche ai vertici del Vaticano senza ottenere risposte. La notizia del prolungamento dell’incarico del cardinale non ha suscitato entusiasmo in Diego, che ha scritto una lettera al segretario di papa Francesco, come riportato dal quotidiano on line Fanpage il 29 gennaio: “Il Papa conferma il cardinale Sepe per altri due anni dandogli fiducia. Con questo traggo la conclusione che un cardinale che ha protetto un prete pedofilo, don Silverio Mura, viene premiato. Ora pero voglio mettere fine a tutto ciò: sono stanco e offeso da tutto e da tutti nella Chiesa. Inizierò nuovamente lo sciopero della fame fino alla fine se sarà necessario e questa volta non terrò in considerazione nessuna telefonata, ma solo fatti scritti e concreti. Se mai mi dovesse accadere qualcosa la colpa questa volta sarà solo e esclusivamente del papa Francesco che premia i cardinali protettori dei preti pedofili invece di dare ascolto a noi vittime”.
    E, disperato, Esposito ha indirizzato al papa una seconda lettera il 3 febbraio.
    Pare che ci sia del marcio in Danimarca, ma forse anche da queste parti. Per Bergoglio, che della lotta alla pedofilia nella Chiesa ha fatto un vessillo portato in giro per il mondo (vedi le dichiarazioni dei giorni scorsi in America Latina), si prevedono nuove minacciose nubi all’orizzonte. Perché, diciamolo, perplessi si resta un po’ perplessi.
    Come racconta Sandro Magister sull’Espresso del 5 gennaio scorso, in un libro assai critico in uscita il prossimo 28 febbraio Come papa Francesco sta smarrendo il proprio gregge, il giornalista americano Philip Lawler, apprezzato vaticanista e padre di sette figli, racconta di come padre Hans Peter Kolvenbach, generale dei gesuiti morto nel 2016, fosse assolutamente contrario alla nomina di Bergoglio a vescovo ausiliario di Buenos Aires, accusandolo di una serie di difetti, dall’uso abituale di linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico. Aspettiamo l’uscita del libro, aspettiamo le recensioni e magari anche quella di Elena Scarici.

    Giovanni Drogo

  • Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    MEDELLIN/ROSSANO – Dino Cinel, 76enne originario di Rossano, con residenza a Cittadella, prete espulso dalla Chiesa cattolica per pedofilia, giovedì è stato assassinato in Colombia, nel suo appartamento di Medellín, da un giovane di 18 anni e a quanto sembra suo compagno, Santiago Alberto Morales Parra. A darne la notizia il sito di informazione de El Tiempo.

    Come riferisce il Giornale di Vicenza la centrale di polizia di quella città ha ricevuto una telefonata da parte di un giovane che, disperato, ha confessato di avere ucciso l’ex sacerdote. Gli agenti al loro arrivo hanno trovato il corpo senza vita di Dino Cinel e sono riusciti in extremis a impedire il suicidio del 18enne che stava per gettarsi da una finestra dal sesto piano del palazzo dove i due abitavano assieme da circa tre mesi. Da quanto emerso dalle indagini Dino Cinel aveva comunicato al 18enne che voleva troncare la relazione: parole che hanno innescato una discussione che eè poi degenerata: il giovane avrebbe afferrato un coltello e colpito a morte l’ex sacerdote. Dino Cinel è stato insegnante a San Francisco e New York (Usa), divenne noto nel 1984 quando con il suo libro “Dall’Italia a San Francisco” vinse il  prestigioso Merle Curti Social History Award. Da sacerdote nella parrocchia di Santa Rita a New Orleans (USA) finì negli anni novanta al centro dello scandalo dei preti pedofili: trovato in possesso di una ingente quantità di materiale pedopornografico finì a processo e in seguito venne espulso dalla Chiesa cattolica.

    https://www.ilgazzettino.it/vicenza_bassano/omicidio_prete_veneto_ucciso_colombia_pedofilia_dino_cinel-3527070.html

  • IL SILENZIO DEL PAPA … fino a quando?

    IL SILENZIO DEL PAPA … fino a quando?

    Credo che siamo in tanti, in questi giorni, a seguire la vicenda di Diego Esposito.

    Sette giorni di sciopero della fame non sono uno scherzo.

    Arrivare a decidere, scegliere, e attuare uno sciopero della fame non è cosa da poco: è un segno di esasperazione, di dolore, ma anche di profonda determinazione.

    Il messaggio è forte e chiaro: Diego sta dicendo IO ESISTO, HO BISOGNO DI GRIDARE AL MONDO QUELLO CHE MI STA SUCCEDENDO.

    La vicenda di Diego Esposito è molto concreta, così come è molto concreta la vicenda di centinaia di vittime dei preti pedofili.

    Diego ha scritto al Papa.

    Diego sta dicendo al Papa, e a tutta la Chiesa: GUARDATE CHE LE VITTIME ESISTONO!

    La Chiesa, e il Papa in primis, non può continuare ad ignorare questa realtà o, peggio, a sfruttarla mediaticamente con le solite banalissime “scuse e richieste di perdono” che fanno ancora più male alle vittime, a ogni vittima, perché non sono seguite da alcun gesto concreto.

    Anzi, mi correggo, i gesti concreti ci sono: ma disattendono i proclami andando quindi contro le vittime!

    Ogni volta che una vittima non viene creduta, e ne sono prove CONCRETE le promozioni dei Vescovi che insabbiano i casi dei preti pedofili, riceve una pugnalata alle spalle, che è difficile da descrivere in altro modo, proprio da chi dovrebbe accogliere i più piccoli.

    Questa è la realtà che Diego sta gridando al mondo con lo sciopero della fame.

    Da cattolica mi interrogo: come posso ascoltare e accogliere questo grido profondo?

    È il grido di chi non ha voce, il grido disperato di chi ha già provato tutte le altre strade, il grido di chi attende una risposta …

    Cosa può fare ciascuno affinché questo grido non rimanga un grido soffocato?

    Questa realtà deve essere conosciuta, non si può tacere.

    Oggi è la “Giornata per la Vita”… la vita delle vittime dei preti pedofili non ha nessun valore?

    Perché il Papa tace?

    Lettera firmata

  • Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    «Rapporti in uno sgabuzzino» Nel 2010 dossier a Ratzinger Benedetto XVI non ha risposto

    Franca Giansoldati

    CITTÀDELVATICANO «Con prontezza si dovrà ammonire il reverendo». È scritto proprio così. Nei sotterranei della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove sono ospitati i chilometrici scaffali degli archivi, giace il fascicolo sul prete di Ponticelli. Il caso è stato archiviato l’anno scorso, dopo tre anni di accertamenti, sulla base della documentazione raccolta dalla diocesi di Napoli a seguito della denuncia di abusi su un minore per fatti avvenuti agli inizi degli anni Novanta. L’iter burocratico si è concluso da parte del Vaticano con il semplice consiglio all’arcivescovo di Napoli di inoltrare una «ammonizione» all’ex parroco di Ponticelli. I referti medici, i documenti ma soprattutto la testimonianza della vittima, Diego Esposito, oggi un uomo sposato, affetto da profonda depressione, non sono bastati per avviare un ulteriore procedimento canonico e punire il prete che, nel frattempo, la curia napoletana aveva provveduto a fare sparire dalla circolazione. Ora vive ospite di una struttura religiosa top secret dove sembra celebri regolarmente la messa e amministrando i sacramenti. Un vistoso caso di insabbiamento? I dubbi affiorano inevitabilmente visto che ad indagine vaticana chiusa e archiviata nei sotterranei dell’ex Sant’Uffizio con la decisione dell’ «ammonimento» per correggere i «comportamenti impropri» del prete, una seconda vittima. G.S., ha scelto nel frattempo di uscire dal silenzio. I vent’anni carichi di vergogna e dolore li ha raccontati anche al Mattino in una intervista in cui emergono non solo gli abusi ma soprattutto un atteggiamento rapace e predatorio da parte del sacerdote verso diversi ragazzini. «Vorrei che la Chiesa capisse la necessità di punire questi sacerdoti e di renderli finalmente incapaci di fare del male ad altri bambini». La denuncia choccante di G.S. in queste 48 ore ha avuto la forza di rompere altri muri, aiutare altre presunte vittime di Ponticelli ad uscire allo scoperto. Evidentemente erano diversi gli adolescenti entrati nel radar del sacerdote e adescati. Nello studio dell’avvocato che difende Diego Esposito, Carlo Grezio, sono arrivate altre carte, documentazione di persone che dopo avere letto l’inchiesta del Mattino lo hanno contattato chiedendo l’anonimato ma mettendo nelle sue mani certificati, lettere, persino una supplica al Papa, in questo caso Papa Ratzinger visto che la denuncia fu inoltrata in Vaticano nel 2010 dalla città di Aversa. Se la giustizia canonica non funziona, se nemmeno il Papa o il Vaticano rispondono alle vittime, allora sarà la giustizia civile a farlo. «Questo è un caso che mi è appena arrivato. Sto ancora leggendo le carte». A corredo ci sono referti medici, la risposta protocollata della Congregazione della Fede che assicura di avere ricevuto il plico con la denuncia e la copia della lettera inviata nel 2010 a Papa Benedetto XVI. La vittima sta volta è un uomo di 38 anni, originario di Aversa, che dal 1992 al 1999 ha frequentato il seminario arcivescovile. All’età di 13 anni avrebbe subito gli abusi di un religioso che insegnava nella struttura. Per costringerlo ad avere rapporti lo chiudeva in una specie di sgabuzzino. I documenti riportano nel dettaglio fatti, circostanze, testimoni. C’è poco margine per la fantasia. «Il caso di Ponticelli ha scoperchiato un verminaio» scuote la testa l’avvocato che non si capacita di tanta desolazione. Su uno dei fogli, scorrendo nella lettura, individua un’altra volta il nome del vescovo Lucio Lemmo, il vicario della diocesi di Napoli, ancora una volta presente nell’iter burocratico di queste denunce anche se si tratta di un caso avvenuto altrove, ad Aversa. Naturalmente nessuno vuole sentire la parola «insabbiamento». Tuttavia alla vittima di Aversa non è mai arrivata nessuna risposta dal Papa di allora, come se la sua vicenda fosse finita in un buco nero, inghiottita e sepolta per sempre.

    Il Mattino del 4-2-2018

  • Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

    Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

    In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

    Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

    Il Mattino del 3-02-2018