Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo canonico

  • La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    Altro duro colpo alla credibilità di papa Francesco, e a quella che la stampa ha battezzato come la campagna “tolleranza zero” contro i preti pedofili: una campagna da noi della Rete LABUSO ribattezzata, non per pregiudizio, ma per l’indiscutibilità dei dati alla mano che la contraddicono, la campagna di “tolleranza” per gli abusatori e “zero” per le vittime.

    Lo scorso 17 febbraio, a pochi giorni dall’interruzione dello sciopero della fame di Diego Esposito che con la sua protesta civile, non violenta e inascoltata da papa Francesco, chiedeva verità e giustizia per i presunti abusi subìti dal sacerdote Silverio Mura, alcuni quotidiani e l’agenzia ANSA, davano notizia, confermata anche dal direttore della sala stampa vaticana Greg Burke, che papa Francesco avesse riaperto – dopo il primo insabbiamento dell’indagine da parte della diocesi guidata dal cardinale Sepe – il caso di Diego Esposito.

    La Rete LABUSO, di cui Diego Esposito fa parte, smentì immediatamente la fake news vaticana sottolineando che, non solo la presunta vittima, ma neppure il suo avvocato e la stessa associazione, non avevano alcuna notizia a riguardo.

    Ammodernando un pò il termine, quando si dice che le fake news hanno le gambe corte, arriviamo a pochi giorni fa, il 7 marzo 2018 quando un servizio de Le Iene propone proprio il caso del nostro associato, Diego Esposito.

    È proprio in quel servizio che il sindaco di Montù Beccaria (Pavia) – Amedeo Quaroni – riconosce il prete accusato nella trasmissione: esercita e vive in paese, fa ancora il catechista ed è ancora a contatto con minori, come trent’anni fa quando adescò Diego. Proprio vero, il lupo perde il pelo ma non il vizio, mi riferisco al catechismo, naturalmente.

    Il trasferimento di don Silverio Mura a Montù Beccaria avviene all’incirca un anno fa, presumiamo dopo la morte della madre che, fino ad allora, don Silverio aveva accudito e che da tempo limitava notevolmente la libertà di movimento del sacerdote.

    Certo che la chiesa non si è fatta scrupoli, altro che indagine canonica, altro che prevenzione, dopo il funerale della madre lo ha rimesso subito in pista e, cosa c’è di meglio che un bel paesino di poche anime nel pavese, a 800 km di distanza da Napoli.

    Inutile dire che quando il sindaco di Montù Beccaria ha cercato di avere notizie, don Silverio aveva già preso il volo.

    Sarà andato a fare il processo canonico ?

  • Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    “Colpevole di alcune delle accuse”. Dunque una condanna a metà (che lascia un po’ perplessi). Questa la soluzione che il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduto su incarico del Papa dal cardinale arcitradizionalista Leo Raymond Burke, ha escogitato per risolvere la penosa vicenda dell’arcivescovo di Agana (la diocesi dell’Isola di Guam), monsignor Anthony Sablan Apuron, frate cappuccino accusato di abusi sessuali su 5 minori, tra i quali sia Roy Taitague Quintanilla, violentato nel 1972, quando era  dodicenne, che il proprio nipote Mark Apuron. Quest’ultimo in un’intervista rilasciata ad un’agenzia di notizie guamegna ha raccontato di aver subito  a 16 anni, nel bagno di casa, durante una cena di famiglia, le morbodse attenzioni del vescovo cappuccino.

    Lo stupro di Mark risalirebbe agli anni 1989-1990, secondo quanto affermato dall’uomo difeso dall’avvocato David Lujun abuso, da parte dello zio,  Il presule ha sostenuto però di non aver mai frequentato quel ramo della propria famiglia. Gli altri quattro accusatori sono ex chierichetti che affermano di essere stati violentati nella parrocchia di Our Lady of Mount Carmel dall’allora parroco don Anthony.

    Una sentenza di compromesso (la pena prevista per gli abusi sui minori è la riduzione allo stato laicale) conclude dunque “il processo canonico in relazione alle accuse, incluse quelle di abusi sessuali su minori” a carico del presule. “Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici, ha emesso – si legge nella nota diffusa dlla Sala Stampa della Santa Sede – la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam”. La sentenza “rimane soggetta ad eventuale ricorso. In assenza di appello, la sentenza diventa definitiva ed effettiva. In caso di appello, le pene imposte sono sospese fino alla risoluzione finale”.

    Qualche mese fa il vescovo – che è in sedia a rotelle per ragioni di salute – aveva incontrato in Vaticano Papa Francesco. “Santo Padre, prima di morire volevo vederla”, aveva spiegato al Papa che pur abbracciandolo e confortandolo ha posto fino ad ora, nella gestione del caso, atti di governo nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale è arrivato questo non chiaro verdetto.

    Attualmente le difficoltà della Chiesa sull’isola di Guam sono aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sembra credere all’innocenza di Apuron ed è presente con diverse famiglie di missionari laici.

    Il “Cammino neo catecumenale” aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. Inn merito, il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.

  • VIOLENZE, ABUSI E MALTRATTAMENTI AL SEMINARIO DEI LEGIONARI DI CRISTO

    VIOLENZE, ABUSI E MALTRATTAMENTI AL SEMINARIO DEI LEGIONARI DI CRISTO

    Di Alessandro Zonca

    GOZZANO – La struttura, nel pieno centro di Gozzano, è chiusa e inattiva dal 2016, ma quello che è emerso di quanto sarebbe successo tra quelle mura lascia gli abitanti del paese, e di tutta la provincia di Novara, senza fiato. Dalla procura milanese è infatti partita un’inchiesta che si è rapidamente spostata nella procura novarese, dove nella tarda mattinata di giovedì 15 marzo, si è svolta la prima udienza per l’imputato, padre Vladimir Resendiz Gutierrez. L’uomo è stato il rettore della struttura che ospitava il seminario minore dei Legionari di Cristo a Gozzano, ed è stato accusato dalle famiglie di due ex studenti di violenza sessuale. I fatti contestati a Gutierrez sarebbero avvenuti nel 2008, quando i due giovani avevano tra i 13 e i 15 anni. Ora i due ragazzi sono ventenni, ed erano presenti nell’aula del tribunale di Novara dove l’udienza è stata celebrata a porte chiuse. A costituirsi parte civile, oltre alle famiglie delle vittime, difese dall’avvocato milanese Daniela Cristina Cultrera, si è presentata parte civile (ma il giudice nell’udienza di è riservata di decide per l’ammissione in costituzione di parte civile) anche la “Rete l’Abuso”, che riunisce le vittime degli abusi sessuali commessi da membri del clero.

    “Sono 4 anni che questa storia va avanti – spiega il portavoce dell’associazione che era presente a Novara con il suo avvocato – c’è un fascicolo su padre Gutierrez di 4mila pagine, e le cose che vengono raccontate sono raccapriccianti. Sono stati riconosciuti gli abusi su due vittime, mentre su un terzo no. Padre Gutierrez ha già subìto un processo canonico nel quale è stato ridotto allo stato laicale, e ora, dopo un periodo in cui è stato mandato in Venezuela, vive in Messico. Altri vertici della Congregazione pare abbiano fatto una proposta di risarcimento alle famiglie delle vittime, con la clausola che se avessero parlato avrebbero dovuto, loro, restituire il doppio della cifra che era stata loro offerta, e cioè 15mila euro. Lo scambio di soldi però non c’è stato”.

    Proprio da questa operazione sarebbe scaturita l’indagine: le famiglie delle due vittime non hanno accettato la proposta, che sarebbe stata fatta con una scrittura privata tra le parti, e hanno denunciato. “Sono stati ammessi in parte civile i due ragazzi e il genitori di uno dei due. Io ho chiesto la citazione come responsabile civile della congregazione dei Legionari di Cristo, e mi sono unita al giudice nell’istanza di incidente probatorio per uno dei due ragazzi. Il processo di divide in due tronconi – spiega l’avvocato Cultrera – il primo, la parte principale, è quella per la violenza sessuale. L’altra parte è a carico di altri membri della congregazione per le due scritture private. Con la prima veniva chiesto ai ragazzi di dichiarare che non era successo niente, di fatto era la richiesta dell’impegno di una falsa testimonianza, mentre la seconda aveva un’impostazione più leggera. La famiglia si è rifiutata di sottoscrivere anche questa seconda scrittura, per cui era stata chiesta l’archiviazione”.

    Cultrera si è opposta alla richiesta di archiviazione: “Si parla di diritti che non potevano essere oggetto di una scrittura privata, per questo ho chiesto che non venisse archiviata. L’imputazione è per i reati di tentata estorsione, favoreggiamento e maltrattamenti. Vigeva infatti un rigore di totale obbedienza al superiore del seminario. La prossima udienza sarà il 7 giugno, e sarà presente la congregazione”.

    Quella di giovedì mattina a Novara è stata la prima udienza. Si è svolta in contumacia, perché padre Gutierrez è in Messico. Non è detto che non sarà presente alle prossime udienze, spostate a Novara da Milano per competenza territoriale. Per ora rimane lo sgomento per quanto è capitato in una struttura che era conosciuta in tutta la provincia di Novara, e che ha chiuso nel 2016 a causa della cosiddetta crisi delle vocazioni: a Gozzano infatti si iscrivevano i ragazzi che, già in tenerissima età, avevano scelto la strada sacerdotale.

  • Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

    di Federico Tulli

    Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

    Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

    In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

    Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

    L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

    Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
    non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

    Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

    Federico Tulli Left del 2-3-18

  • La Nuova BQ  sul caso Massaferro “Prete non pedofilo: lezione della Chiesa allo Stato”

    La Nuova BQ  sul caso Massaferro “Prete non pedofilo: lezione della Chiesa allo Stato”

    Malafede, giornalismo becero o cos’altro? Non saprei dire, ma lascia basiti quanto scrive Andrea Zambrano su la Nuova Bussola Quotidiana, nell’articolo dal titolo “Prete non pedofilo: lezione della Chiesa allo Stato”.

    E si, secondo Zambrano, con l’assoluzione di don Luciano Massaferro la chiesa avrebbe dato una lezione allo Stato che a suo dire, a seguito di una serie di errori commessi in primo grado, in appello e persino in cassazione, avrebbe condannato ingiustamente il parroco a 7 anni di reclusione.

    Certo quella civile non è la stessa pacchia di una condanna canonica, che al massimo prevede qualche Ave Maria e un pò di penitenza, ma va ricordato che, al di la del fatto che il pedofilo in questo caso faceva di mestiere il sacerdote, i reati li ha commessi sul suolo italiano e qui bisogna rispettare la legge dello Stato italiano, come prevede l’articolo 7 della Costituzione che riguardo ai Patti Lateranensi recita “Lo stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

    Premesso ciò trovo davvero forviante l’intera esposizione dei fatti: per prima cosa il giornalista omette una differenza di sostanziale importanza per una corretta valutazione, parla di tribunale (ovviamente ecclesiastico) lo condisce con dichiarazioni di avvocati accreditati, ma gli sfugge di chiarire quali siano i due ben differenti principi sui quali si fondano i processi civili e quelli canonici. Bene ovvierò io alla lacuna, nel tribunale civile la vittima è colei che ha subito il danno, in questo caso la ragazzina 12enne, in quello canonico, che nei crimini come la pedofilia si basa sul 6° comandamento, la parte lesa non è la ragazzina, ma Dio.

    Oltre a questo non indifferente dettaglio, leggiamo nell’articolo che la giustizia della chiesa “dopo un’attenta analisi della vicenda iniziata nel 2009”, “dopo diversi anni di udienze, perizie, testimonianze e incidenti probatori” si è giunti all’assoluzione del sacerdote, ma qui mi sfugge qualcosa, per esempio di quali testimonianze e perizie parla, forse la ragazzina si è presentata al processo canonico, ha deposto e si è fatta periziare?

    Se no, allora, gli incidenti probatori tra chi sarebbero avvenuti?

    Tutto molto lacunoso e sommario direi,  oltre a non fornire prove concrete a sostegno dell’assoluzione, l’affermazione che la chiesa abbia dato una lezione allo Stato, onestamente sfugge su cosa si basi: forse sul principio fondamentale esposto nell’articolo, secondo cui “la Chiesa è capace di assumersi il coraggio e la responsabilità della verità”?

    Bene, allora per “la responsabilità” la dimostri risarcendo la vittima, come sentenziato dai giudici; per la “verità”, invece, faccia un processo serio e non basato sul 6° comandamento e, magari, questa volta preveda l’audizione della vittima, naturalmente con tutte le dovute cautele previste dalla legge e dai vari trattati in vigore in Italia e non in processi sommari e metodi barbari che riducono la vittima a non poter essere assistita dal proprio avvocato di fiducia.

    Francesco Zanardi

  • Chiesa e lotta alla pedofilia, rischi di frenata

    Chiesa e lotta alla pedofilia, rischi di frenata

    Due casi sconcertano: la riabilitazione di un parroco condannato e le ennesime dimissioni dal pool antipedofilia 

    Ci sono due episodi che concatenati l’uno all’altro evidenzano il difficile momento che la Chiesa sta vivendo sul tema dellalotta alla pedofilia nel clero e alle relative coperture, e che se messi insieme alle recenti polemiche durante il viaggio del papa in Cile, con le accuse rivolte a Francesco di aver coperto il vescovo Barros, sollevano qualche perplessità. Il primo episodio è il processo canonico a un sacerdote ligure “assolto” dal cardinale Bagnasco dopo essere stato condannato dai giudici italiani, il secondo fatto sono le dimissioni della psichiatra francese Catherine Bonnet dal pool antiabusi istituito da papa Francesco. La Bonnet ha lasciato in polemica con il Vaticano, reo, secondo lei di non perseguire in maniera efficace il fenomeno. Dal medesimo organismo si erano già dimesse due “ex-vittime”, chiamate a suo tempo a farne parte.

    Partiamo dalla prima vicenda, che a suo modo ha dell’incredibile. E’ accaduta in Liguria, ed ha come protagonista don Luciano Massaferro, 53 anni, ex parroco di Alassio arrestato nel 2009 con l’accusa di violenza sessuale verso una chierichetta di 11 anni, e che in seguito a quegli addebiti fu condannato in via definitiva a sei anni di reclusione. Tre gradi di giudizio tutti con gli stessi verdetti: colpevole. Don Massaferro ha scontato la pena in carcere, ed è uscito di galera nelle settimane scorse. Qualche giorno fa si è concluso il processo canonico, al termine del quale don Massaferro è stato riconosciuto innocente e riabilitato in tutto e per tutto. Non ha più carichi pendenti con la giustizia, potrà tornare a dire messa in pubblico. “Non ha commesso i delitti a lui ascritti”. La vicenda aveva fatto molto parlare di sé e diviso la cittadinanza di Alassio, con comitati a difesa del sacerdote. Il cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente della Cei, ha confermato la decisione del tribunale ecclesiastico. “Su don Massaferro abbiamo svolto tutte le procedure previste”, ha spiegato il porporato. E’ chiaro che un epilogo di questo tipo apre numerosi interrogativi: la Chiesa deve prendere per buone le sentenze dei tribunali civili e “fidarsi” dei giudici laici oppore può (o deve) svolgere proprie indagini ed emettere le relative sentenze? Don Massaferro ha scontato la condanna e per lo stato italiano è un cittadino libero, ma può la Chiesa riammetterlo all’esercizio del sacerdozio come niente fosse accaduto? Come è possibile che un tribunale ecclesiastico arrivi a determinare una qualsiasi verità processuale in maniera più “sicura” e accertata di un tribunale civile, composto da giudici “professionisti” che si basano su indagini condotte da personale specializzato, operatori appositamente formati, con uomini e mezzi impensabili a un organismo ecclesiale? Può ancora esistere un doppio canale di giustizia, come nel medioevo?

    Più o meno lo stesso interrogativo si può sollevare a proposito della seconda vicenda cui abbiamo accennato, che ha visto la psichiatra francese Catherine Bonnet dimmettersi dalla Commissione antipedofilia dopo il rifiuto della Chiesa di imporre alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denuncia alle autorità civili nel caso di episodi di pedofilia. Il dibattito sul tema all’interno del mondo cattolico è lungo e per adesso non ha trovato un punto di sintesi. L’indicazione generale del Vaticano è quella di seguire le leggi del paese in cui si opera, e se l’obbligo non c’è l’obbligo non viene osservato. Molti vescovi però hanno fatto spontaneamente un passo in avanti, imponendo ai propri sacerdoti di denunciare i casi evidenti, o facendolo loro stessi. Una pratica che però non si è ancora riassunta nella formalizzazione di un’indicazione chiara e cogente da parte della Commissione antipedofilia, e proprio per queste resistenze la Bonnet ha lasciato.

  • Libera Chiesa. Di ignorare le sentenze di pedofilia dello Stato

    Libera Chiesa. Di ignorare le sentenze di pedofilia dello Stato

    Marco Preve

    Un prete di Alassio don Luciano Massaferro venne condannato in Cassazione a sette anni e otto mesi per atti di pedofilia, ovvero di violenza sessuale, nei confronti di una bambina della sua parrocchia.

    Ieri nei suoi confronti si è concluso il processo canonico celebrato dal Tribunale ecclesiastico regionale presieduto al cardinale Angelo Bagnasco. Le conclusioni sono opposte e secondo i giudici del clero don Luciano «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Quindi tornerà a dire messa e celebrare.

    Se il processo penale non fu per nulla controverso, con sentenze confermate nei tre giudizi, le udienze furono invece accompagnate da una mobilitazione di alcuni fedeli della parrocchia che sostenne l’innocenza del prete ignorando del tutto le ragioni della vittima.

    La Cassazione ha stabilito che quel prete è stato, almeno in una parte della sua vita, un pedofilo. Le regole del vivere civile, non le regole religiose, ci dicono che scontata la pena a chiunque deve essere consentito di riallacciare i fili delle sua esistenza. Naturalmente con le precauzioni del caso e nel rispetto delle vittime.

    L’oblio a cui avrebbe diritto don Luciano gli viene negato in primis dallo schiaffo alla Stato italiano, ma soprattutto alla bambina vittima di violenza, contenuto nelle parole scritte dal cardinale Bagnasco.

    Il perdono cristiano è una cosa, la negazione di tre sentenze pronunciate dal paese con cui intrattieni relazioni diplomatiche porterebbe in altre situazioni a una crisi internazionale.

    Si può essere convinti dell’innocenza di una persona, ma rispettare una sentenza è dovere di ogni cittadino. Il cardinale Bagnasco che utilizza milioni di soldi pubblici per costruire il suo nuovo ospedale Galliera dovrebbe essere il primo a ricordarlo. Il cardinale Bagnasco che esprime giudizi sulle leggi dello Stato, sul fine vita e sui diritti dei gay, ignora una sentenza che certifica davanti agli uomini uno degli atti più infamanti concepiti da mente umana (o dal maligno per chi ci crede). Ma oggi abbiamo scoperto che in Italia esiste il quarto grado di giudizio: quello davanti a dio.

  • Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO,  Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione,  Avv.  Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . (Testo integrale diffida 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990)

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.

    A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE,  il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.

    Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato  le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei  cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.

    Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.

    L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

    «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

    La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

    A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.

    Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.

    Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.

    L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.

    Attendiamo una risposta  esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto,  non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia  dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da  ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Ma che accade nell’Isola di Guam? Una legge locale ha (giustamente) eliminato la prescrizione per quanto riguarda gli abusi sessuali sui minori e la Chiesa locale è stata travolta da richieste milionarie di indennizzi, essendo i presunti colpevoli quasi tutti morti o ultranovantenni. Le accuse hanno toccato anche la persona dell’arcivescovo cappuccino, monsignor Anthony Apuron, che è stato denunciato da 4 chierichetti, che dicono di essere stati abusati da “fr. Anthony” nella sacrestia della sua parrocchia, e da un nipote che ha raccontato di essere stato violentato in occasione di un pranzo familiare. Il presule sostiene però di non aver mai frequentato quel ramo della famiglia e questa circostanza smonterebbe la veridicità delle asserzioni della vittima (ma non quella delle tre altre denunce).

    Papa Francesco mercoledì scorso ha abbracciato (nella foto) il vescovo, che è gravemente ammalato, ma i suoi atti di governo sono andati nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale si attende il verdetto.

    Le difficoltà della Chiesa – racconta il sito specializzato Vaticaninsider in due documentati reportage – sono poi aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sull’Isola è presente con diverse famiglie di missionari laici e aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. E qualche giorno fa il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.
    Insomma nell’Isola affiliata agli Stati Uniti (e che la Corea del Nord ha minacciato di voler bombardare con i suoi missili nucleari) Papa Francesco si trova a dover affrontare un puzzle molto complesso, nel quale si mischiano malvagità e buone intenzioni in un groviglio apparentemente inestricabile.

  • Diego Esposito e il muro di gomma di papa Francesco al decimo giorno di sciopero della fame

    Diego Esposito e il muro di gomma di papa Francesco al decimo giorno di sciopero della fame

    In Vaticano tutto tace, ma in quell’assordante silenzio, oggi sentiamo chiaramente e ben distinta la vera voce della “tolleranza zero” di papa Francesco e prendiamo atto che non è a favore, ma contro le vittime.

    Continua oramai da 10 giorni lo sciopero della fame di Diego Esposito che a papa Francesco non chiede altro che essere coerente con le sue stesse dichiarazioni, di restituirgli la dignità umana che don Silverio Mura gli ha tolto quando era appena un ragazzino.

    Una dignità che dopo don Silverio anche lo stesso papa Francesco sta ledendo a Diego, con le sue promesse, tutte disattese che hanno visto archiviare nella menzogna il processo canonico al quale Diego con tanta sofferenza aveva accettato di sottoporsi.

    Un muro di gomma che il nostro associato Diego intende combattere con questo suo sciopero della fame che continuerà ad oltranza.

    Nel frattempo, ieri abbiamo chiesto a Diego di sottoporsi ad un controllo medico che ne verificasse il suo stato di salute.

    Secondo il medico Diego è in discrete condizioni di salute e in questi giorni ha perso 6 kg circa.

    L’Ufficio di Presidenza