Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo canonico

  • I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    Si è parlato tanto dei processi Canonici e dei Tribunali Ecclesiastici fatti apparire come una rivoluzione senza precedenti. Peccato che si siano dimenticati di dire che cosa è in realtà un Tribunale Ecclesiastico, come funziona e quale sia il rischio per la vittima.

    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma dove paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.

    Quali sono le basi sulle quali si sviluppa il processo canonico?

    Anche in questo caso esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali che tutti conosciamo.

    Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, non è un reato penale nel quale la vittima è la parte lesa, bensì un’offesa morale a Dio. Ne viene da se che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come colui ha subito la violenza.

    Esiste ancora un’altra differenza, questa volta tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi, il sacerdote in quanto ministro di Dio è valutato ad un livello decisamente superiore di quello della vittima, la quale invece è un comune fedele, ovvero un peccatore ché ha permesso al sacerdote di “cadere in tentazione“.

    È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre e accoglie come “una madre amorevole” il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero di cui vi ho parlato pochi mesi fa, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene “rigenerato” nella sua parte morale e spirituale attraverso la preghiera, pentimento e isolamento.

    La fregatura per la vittima

    La Rete L’ABUSO sconsiglia caldamente ai propri assistiti di prestarsi ai Processi Canonici, almeno fino a quando sono in atto procedimenti nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo, ma state molto attenti perché il rischio è quello di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.

    “L’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia.”

    Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». cit. LEFT del 10-12-16 pag. 32 (di federico Tulli)

    Cosa succede in caso di condanna del sacerdote?

    Nei Tribunali Canonici la massima pena che si può infliggere ad un sacerdote è la scomunica. Viene da se che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili a meno che non sia la vittima a farlo.  Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché se per la chiesa la vittima è colei che ha portato lo sventurato sacerdote in tentazione, ci manca che la risarciscano pure.

    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa paghi, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perché la vittima non denunci alle autorità civili. In questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.

    Anche nel caso il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa in quanto qualora l’Autorità Giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa ad un processo penale e/o ad un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.

    In genere è comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che questo non diventi troppo ingombrante per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa.

    Troviamo infatti ancora preti personaggi come don Mauro Inzoli riabilitato proprio da papa Francesco, o come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben 3 volte.

    Il nostro consiglio quindi è quello di aspettare almeno che terminino eventuali procedimenti civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile la chiesa non vorrà nemmeno più fare in quanto il vero obiettivo non è punire il prete, ma aggiustare al meglio la vicenda.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

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  • Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    di Francesco Zanardi

    In questi giorni, in occasione della visita del Papa in Cile, si sono scatenate polemiche rispetto alla gestione, da parte della Santa Sede, della gravissima piaga della pedofilia. Moltissimi giornali hanno riportato le notizie delle scuse del Papa e della vergogna che lui proverebbe per i sacerdoti pedofili. Ma viene anche riportata la notizia che il Papa avrebbe detto “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros allora parlerò. Ma finora non c’è nemmeno l’ombra di una prova. È tutta calunnia. È chiaro?”.

    Quindi, da una parte la richiesta di scuse e dall’altra il fatto di non credere alle vittime, da una parte l’incontro con due vittime non identificate e dall’altra l’esclusione da tale incontro delle vittime che lo avevano espressamente richiesto.

    Dunque il Papa dichiara che senza prove il Vescovo Barros rimane al suo posto, mentre una delle vittime riporta : «Il Papa chiede prove, ma cosa avrei dovuto fare mentre venivo abusato e Barros era lì, fare una foto col telefonino?». 

    Un brutta storia, che esaspera ulteriormente il clima già notevolmente teso.

    Ci si potrebbe altresì domandare: “Quali prove avrebbe il Papa per dire che si tratta di calunnia?”

    Anche il Card. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (che ha terminato il suo primo mandato il 17 dicembre 2017 e non risulta essere ancora stata rinominata da Bergoglio), prende le distanze dalle affermazioni del Papa attraverso un comunicato ufficiale: “E’ comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco rilasciate giovedì a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del Papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” e in sostanza danno l’idea di un “abbandono di coloro che hanno subito violenze riprovevoli della loro dignità umana”, “relegando i sopravvissuti nel discredito”.

    Bergoglio dichiara di non aver avuto le “prove”, che ora chiama “evidenze”, ma senza cambiare il senso del suo discorso.

    E quando invece le prove le aveva?

    Ricordiamo il caso di Don Gianni Trotta: prete ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Il arcivescovo Luis Ladaria Ferrer ordinò, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio “per non dare scandalo ai fedeli”. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e dei vertici della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato indisturbato una decina di bambini vicino Foggia.

    Quindi: il card. Luis Ladaria Ferrer sapeva e ordinò il silenzio.

    Che provvedimenti prese Papa Francesco con lui?

    A Luglio 2017 lo nominò Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (al posto del Card. Muller), ovvero dell’organo che, tra l’altro, ha la competenza di giudicare i preti pedofili: una bella promozione.

    Il Papa qui aveva le “prove”.

    Ricordiamo il caso di Don Mauro Galli: il processo penale è in corso, accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore. Il parroco della chiesa in cui sarebbero avvenuti gli abusi ha avvisato da subito (dicembre 2011) i suoi superiori: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Nessuno dei due ha avviato alcuna indagine canonica e tantomeno una denuncia alle autorità, ma il prete è stato spostato in un’altra parrocchia con l’incarico della pastorale giovanile (ancora con i minori). All’epoca era ordinario del luogo il Card. Angelo Scola che non ha contrastato la decisione del trasferimento ancora con i minori assunta del suo vicario Mons. Delpini, nemmeno in via cautelare in attesa dell’accertamento dei fatti.

    Solo in seguito alla denuncia/querela da parte della vittima (luglio 2014) è stata avviata l’Indagine Canonica (gennaio 2015) e sospeso cautelativamente il sacerdote (primavera 2015).

    Il Card. Scola ha ricevuto i familiari della presunta vittima, su loro insistenza, solo nel marzo 2015: grande tempismo per accertare i fatti o almeno per “sentire anche l’altra campana”.

    Dunque: Mons. Delpini ha dichiarato alla Polizia, sotto giuramento, di essere venuto a conoscenza del presunto abuso sessuale da subito (dicembre 2011) e di aver comunque predisposto il trasferimento del don Galli ancora con i minori. In questo caso specifico, oltre alle intercettazioni telefoniche, le registrazioni acquisite agli atti processuali (e anche in possesso della CdF), oltre alle testimonianze dei suoi collaboratori, c’è dunque la prova del suo tentativo di insabbiamento per sua stessa ammissione di responsabilità e depositata agli atti del processo penale a carico di Don Mauro Galli.

    Anche il Vaticano era a conoscenza del caso: nel marzo 2016 ha inviato una lettera ai familiari della presunta vittima, attraverso la Nunziatura Apostolica, in risposta alle numerose lettere inviate dai familiari anche alla Congregazione della Dottrina della Fede.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco?

    Mons. Mario Delpini: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Arcivescovo di Milano

    Mons. Pierantonio Tremolada: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Vescovo di Brescia

    Ricordiamo il caso di Don Paolo Turturro: la Cassazione ha confermato la condanna: 3 anni in carcere per abusi su minore. La richiesta di affidamento ai servizi sociali non è stata accolta, e ha dunque scontato la pena in carcere. Prima dell’arresto era stato solo allontanato da Palermo, nessun provvedimento ecclesiastico durante il processo che è durato 13 anni.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco? Nonostante la condanna penale, non è mai stato ridotto allo stato laicale continua a celebrare Messa.

    Ricordiamo il caso di Don Lucio Gatti: ha patteggiato in sede penale due anni di reclusione, per abusi sugli ospiti della Comunità che dirigeva. Il Processo Canonico, concluso nel 2012, ha ufficializzato la sospensione dal sacerdozio per 5 anni ma non riduzione allo stato laicale. Nel frattempo sono arrivare altre due querele: una in aprile 2016  e un’altra nel 2017 su minori che all’epoca avevano 12 e 13 anni e le indagini sono ancora in corso.

    Il Vescovo Gualtiero Bassetti non ha, per ora, preso alcun provvedimento nemmeno cautelativo, avrà avviato un nuovo Processo Canonico?

    Anche la Santa Sede non si è espressa nei confronti del Vescovo Gualtiero  Bassetti, e Don Lucio Gatti sarebbe in una comunità al Nord per un percorso spirituale “riabilitativo”.

    Ricordiamo il caso di Padre Carlos Buela: sacerdote argentino condannato dal Vaticano (attraverso un decreto del cardinale Gardin, della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) per abusi da lui compiuti nei confronti di una ventina di seminaristi, e trasferito a Genova, sotto la giurisdizione del Card. Bagnasco, senza subire il processo in Argentina. Nonostante la condanna di Papa Francesco, i provvedimenti non sono sufficienti e vengono prontamente disattesi.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco nei confronti del Cardinale Angelo Bagnasco, per non aver gestito nemmeno l’applicazione della “condanna”?

    NESSUN provvedimento.

    Inoltre il card. Bagnasco, in quanto Presidente della Cei, nel 2014 ha ribadito che i VESCOVI NON HANNO OBBLIGO DI DENUNCIA nei confronti dei sacerdoti che commettono abusi sessuali nei confronti dei minori, secondo le Linee Guida emanate dalla Conferenza Episcopale stessa.

    Tutto questo è in linea con del dichiarazioni della “tolleranza zero” del Pontefice?

    Ricordiamo infine il caso dell’Istituto Provolo: qui i sacerdoti coinvolti sono numerosi, nel 2015 in un incontro con le vittime, venne consegnata direttamente nelle mani di papa Francesco una missiva contenente i nomi di 14 sacerdoti accusati di abusi, tra qui quello di don Nicola Corradi. In questo caso fu proprio papa Francesco a non intervenire.

    Il sacerdote è stato arrestato nel novembre del 2016.

    Zanardi

  • Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha pubblicato un rapporto sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e l’atteggiamento della gerarchia cattolica. Karlic e altri religiosi di Entre Ríos sono inclusi nel rapporto.

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha fatto un rapporto esaustivo sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e dell’atteggiamento della gerarchia cattolica, in particolare di Papa Francesco, il cui viaggio apostolico in Cile, iniziato lunedì e concluso Giovedì, è stato attraversato da accuse di occultamento da parte della gerarchia dell’episcopato transandino. L’avvocato Carlos Lombardi ha preparato un rapporto “sulle azioni di Papa Francesco che consolida il sistema di occultamento del clero violentatore sessuale nella Chiesa cattolica (2013/2018)”.

    Nel rapporto è stato riferito che ha nominato nella curia vaticana i cardinali “membri della cosiddetta” sporca dozzina “per essere stati accusati di aver nascosto sacerdoti pedofili,” incluso l’argentino Leonardo Sandri.

    Lombardi ricorda il rapporto che il Papa “non ha rispettato le esortazioni che la commissione per i diritti del fanciullo (delle Nazioni Unite ONU), ha reso alla Santa Sede nel 2014 per rimuovere la piaga del l’abuso sessuale, che è radicata nella sua struttura e l’organizzazione “e mantiene” il segreto pontificio sugli abusi sessuali da parte del clero. Lo stesso, obbliga tutti i partecipanti di un processo canonico al segreto sotto il giuramento del silenzio imbavagliando le vittime”.

    I punti relativi all’Argentina esprimono quanto segue:

    40 – Non ha ancora espulso il sacerdote Julio Cesar Grassi, nonostante sia stato condannato per i reati di abuso sessuale e corruzione di minori a 15 anni di carcere effettivo. La procedura canonica è stata ripresa dopo che la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha confermato la prigione al sacerdote.

    41 – Appoggia le linee guida della Conferenza episcopale argentina in cui alle vittime viene sistematicamente negata la garanzia di un giusto processo, violando i diritti umani fondamentali e rivedendole come l’abuso di potere e la negazione della giustizia continua.

    42 – Non ha mai ricevuto vittime di abusi membri della Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali in Argentina. Quelli che hai ricevuto – da altri paesi – sono stati accuratamente selezionati per evitare reclami e manipolarli.

    43 – Nel 2014 è venuto a conoscenza di casi di abusi sessuali presso l’Istituto Antonio Próvolo di Verona, in Italia, e non ha intrapreso alcuna azione. Gli è stato consegnata – nelle sue mani – la lista di sacerdoti e vittime abusivi.

    44 – Nel 2015, il processo di beatificazione è iniziato dal vescovo di Verona, Giuseppe Carraro, che ha abusato sessualmente di uno studente dell’Istituto Antonio Próvolo in quella città.

    45 – È tornato per prendere atto – nel 2016 – di più casi di abusi sessuali presso l’Istituto Próvolo, questa volta a Mendoza e La Plata, in Argentina. Solo allora ha nominato una commissione d’inchiesta composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, Argentina, che su richiesta del sostituto procuratore che segue la causa Provolo si chiedeva di collaborare con i tribunali statali portando la propria documentazione – hanno rifiutato, invocando il privilegio legale concesso dal Concordato del 1966 firmato tra l’Argentina e la Santa Sede, cioè di non informare. Il lavoro della suddetta commissione aveva chiari scopi di estrarre informazioni dalla documentazione senza avere una legittimità procedurale, ostacolando lo sviluppo della stessa, con rischi di proposte di nullità che avrebbero danneggiato le vittime.

    46 – Approva le azioni criminali delle autorità dell’Istituto italiano di Próvolo in merito ai sacerdoti detenuti a Mendoza, senza procedere a nessuna procedura per sanzionarli.

    47 – Appoggia la complicità dell’Arcidiocesi di Mendoza, entità responsabile a livello locale dell’Istituto Antonio Próvolo.

    48 – Non ha avviato alcuna procedura canonica contro i tre vescovi di Mendoza per la loro responsabilità nell’operazione dell’Istituto Antonio Provolo, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come madre amorevole”.

    49 – Appoggia le parole del prete Dante Simón, membro della Commissione inviato dal Vaticano per indagare sugli eventi del Próvolo, il quale sosteneva che “una ragazza, un ragazzo … si innamora di un prete e non risponde. L’uomo e la donna possono essere disgustati, quindi lo denunciano, e dato che è necessario intervenire di propria iniziativa, prima della denuncia, è necessario intervenire, tante cause vengono respinte “.

    50 – Non ha avviato un processo canonico contro il vescovo di San Francisco, Córdoba, Sergio Buenanueva, che ha espressamente riconosciuto: “Il nostro grande errore è stato proteggere i preti violenti”.

    51 – ha approvato la decisione della Commissione di indagare sui fatti del Provolo nel suo rifiuto di fornire informazioni e documentazione al procuratore, nel caso, basandosi sul Concordato del 1966. violando, così la sentenza della Corte Suprema Mendoza – caso Ivan Gonzalez contro arcivescovo di Mendoza – che ordinò alla chiesa di fornire informazioni alle vittime.

    52 – Non ha avviato procedura canonica per determinare una responsabilità per omissione e negligenza, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come una madre amorevole” contro i vescovi argentini elencati di seguito, incaricati di seguire i sacerdoti incardinati nella loro diocesi denunciati per abuso sessuale nelle sedi statali e / o canoniche:

    -Hector Aguer, sacerdote Héctor Ricardo Giménez (La Plata).

    -José María Arancedo, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata) e Luis Brizzio (Santa Fe).

    -Antonio Marino, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata).

    -Ricardo Faifer, prete Domingo Jesús Pacheco (Corrientes).

    -José María Arancibia e Sergio Buenanueva, i preti Jorge Luis Morello e Raúl del Castillo (Mendoza).

    -Carlos María Franzini (deceduta) e Dante Braida, i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho (Mendoza).

    -Juan Alberto Puiggari, i preti Justo José Ilarraz, Marcelino Moya, Juan Diego Escobar Gavíria.Estanislao Karlic e religiosa Bibiana Fleitas (Entre Ríos),

    -Oscar Ojea e Mario Poli, prete Mario Koessler (San Isidro, Buenos Aires).

    -Mario Cargnello, i sacerdoti Emilio Raimundo Lama e Agustín Rosa Torino (Salta).

    -Luis Urbanc, i preti Juan de Dios Gutiérrez e Renato Rasjido (Catamarca).

    -Adolfo Uriona, sacerdote Carlos Alberto Dorado (Santiago del Estero).

    -José Masín e Rubén Martínez, sacerdote Néstor Monzón (Chaco).

    -Guillermo Rodríguez Melgarejo e Sergio Buenanueva, prete Carlos José (San Martín, Buenos Aires).

    +

    Analisis

    https://www.unoentrerios.com.ar/pais/victimas-abuso-sexual-piden-investigar-karlic-y-puiggari-n1543192.html

  • Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    Pedofilia, ecco come papa Francesco ha promosso chi ha insabbiato lo scandalo

    DI EMILIANO FITTIPALDI – Per la prima volta papa Francesco va in piazza, e viene fischiato. Non da qualche scalmanato anticlericale, ma da una fetta importante dell’opinione pubblica del Cile. Paese sudamericano cattolicissimo, e cugino dell’Argentina che a Bergoglio ha dato i natali. Cosa è successo? Quali negligenze i fedeli imputano al papa tanto da protestare con tale veemenza? Con vandali che hanno persino attaccato una decina di chiese, alcune delle quali date alle fiamme?

    A parte le polemiche antigovernativa sui denari spesi per la visita, le critiche riguardano soprattutto la gestione, da parte di Francesco, di alcune gravissime, vicende di pedofilia. Che hanno visto coinvolti preti e vescovi (ben tre) cileni. Della lotta agli abusi sui minori Francesco ha fatto una bandiera del pontificato. Anche oggi, in un primo discorso, Francesco ha chiesto perdono: «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta».

    Ma in Cile, come in altri paesi, per molti sono parole vuote. Il papa, sulla pedofilia, troppe volte sembra aver mancato di coerenza. Lasciando che sulla questione, delicatissima per la Chiesa cattolica, lo spread tra parole e fatti si facesse sempre più largo.

    (lettera_cile) È noto che nei primi anni di governo Bergoglio infatti ha promosso nel consiglio dei cardinali porpore come Maradiaga e l’australiano Pell (se nell’arcivescovato in Honduras del primo qualche lustro fa trovò rifugio un prete pedofilo inseguito da anni dall’Interpol, il secondo è considerato da centinaia di vittime un insabbiatore seriale, finito da poco in un processo penale), ma ci sono altre tre eminenze assai chiacchierate che il papa ha promosso elevandole nell’empireo delle gerarchie: il vescovo cileno Juan Barros Madrid,nominato nel 2015 alla diocesi di Osorno, l’arcivescovo di Santiago del Cile Ricardo Ezzati, prima messo alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica e nel febbraio 2014 nominato cardinale, e soprattutto il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz, chiamato anche lui nel C9.

    Tutti e tre coprotagonisti del più grande scandalo nella storia del clero del Cile, e da più di un lustro attaccati duramente in patria da giornali, associazioni, fedeli e magistrati per aver coperto le gesta di padre Fernando Karadima. Un carismatico e influente sacerdote dei quartieri bene di Santiago, parroco per più di vent’anni della parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque che – per stessa ammissione di Errazuriz – ha formato due o tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di santo vivente popolarissimo in tutto il paese, che dietro l’odore d’incenso nascondeva segreti oscuri: secondo quattro uomini padre Karadima è infatti un violentatore seriale, un criminale che ha distrutto le loro vite.

    Dopo anni di insabbiamenti e indagini sospese per volontà delle gerarchie ecclesiastiche, le accuse dei sopravvissuti sono state considerate credibili sia dal tribunale penale cileno, che ha dovuto archiviare il caso perchè i termini di prescrizione erano stati superati, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede. Che nel febbraio del 2011 ha condannato il prete, che oggi ha ottantasei anni, a “una vita di preghiera e penitenza” nel convento di Santiago delle Serve di Gesù della Carità. Al sacerdote è stato vietato di esercitare il ministero pubblico. Nel 2014 un avvocato lo ha fotografato mentre celebrava messa alle suore che ospitano la sua clausura.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzalez è sintetizzata in un documento di ottantaquattro pagine dove vengono ricostruite, attraverso testimonianze di vittime, preti e dipendenti della diocesi, le fasi dell’inchiesta interna e del presunto tentativo, da parte dell’allora vescovo, di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria. Ed evitando, ovviamente, la denuncia alle autorità civili. La vicenda inizia a metà del 2003, giusto qualche mese dopo l’approvazione da parte della Conferenza episcopale cilena delle nuove e in teoria severe linee guida che le gerarchie del paese avrebbero dovuto seguire in caso di abuso sessuale da parte dei sacerdoti. È giugno: il gesuita Juan Diaz, ex vicario all’educazione di Errazuriz, racconta al giudice di aver consegnato nelle mani dell’allora vescovo la testimonianza scioccante di uno dei ragazzi abusati negli anni ottanta, l’ex chierichetto Josè Murillo, che si era confidato con lui. Una lettera in cui Karadima appariva non come un santo, ma come un depravato.

    “Mi sembrò che il cardinale prendesse seriamente la lettera,” spiegherà il gesuita davanti alla corte sette anni più tardi. Il cardinale rispose all’ex chierichetto un mese dopo attraverso una email, in cui spiegava di “pregare per lui”, ma di non poter aprire un’investigazione preliminare: “Sfortunatamente, considero al momento queste accuse non credibili”. Una scelta discutibile: come hanno sottolineato anche esperti canonisti come il professore della Pontificia università gregoriana, padre Marcelo Gidi, Erruzuriz avrebbe dovuto aprire subito un fascicolo. “Quella che deve essere giudicata come ‘credibile’ in questi casi è la buona fede dell’accusatore,” ha commentato il reverendo al “New York Times”, in un articolo che raccoglieva anche l’intervista di un altro testimone che spiegava come già nel 1984 un gruppo di parrocchiani avesse inviato una segnalazione sulle “condotte improprie” di padre Karadima al responsabile della curia cilena del tempo, il futuro cardinale Juan Francisco Fresno Larran.

    Dopo mesi di silenzio, l’abusato Murillo tornò dal suo amico don Diaz, chiedendo che cosa avrebbe fatto il vescovo. “Tornai da Errazuriz per riparlargli della questione. Mi disse che la stava ancora valutando. Dissi a Murillo che non potevo fare di più, e che tutto era nelle mani del vescovo.” Che, però, non si mosse per mesi. La prima istruttoria cominciò solo un anno dopo: Karadima aveva infatti abusato per quindici anni anche di James Hamilton, oggi un noto gastroenterologo di Santiago, che fu molestato per la prima volta a diciassette anni, quando il parroco approfittò di un momento di fragilità psicologica del ragazzino dovuta alla morte del padre.

    Hamilton descrisse a sua moglie Veronica Miranda i soprusi subiti dal prete solo quando capì che il suo matrimonio stava andando in pezzi per le violenze mai superate: l’influenza di Karadima sulla vittima (Hamilton descrive incontri in cui il prete si masturbava tentando di baciarlo) durò per oltre un quindicennio. Fu Veronica a denunciare alla Chiesa il “santo vivente”, “in modo da evitare che potesse fare del male ad altri ragazzini”.

    Anche stavolta Errazuriz fu informato, anche stavolta non rispose alla vittima, né volle incontrarla. Le due testimonianze furono però raccolte dal promotore di giustizia della diocesi Eliseo Escudero, che alla fine del 2005 le considerò “credibili e coerenti” inoltrando una relazione al suo capo, atto che di fatto diede il via al vero e proprio procedimento amministrativo interno. All’inizio del 2006 Errazuriz – dopo aver parlato della faccenda con Andras Arteaga Manieu, uno dei più stretti seguaci di Karadima e capo dell’Unione sacerdotale, che dubitò dell’affidabilità delle storie raccontate dalle presunte vittime – bloccò immediatamente le indagini appena partite. Il cardinale ripetè più volte che riteneva le accuse deboli.

    Dunque, orribili menzogne. E tuttavia, nell’agosto del 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta a carico di Karadima, decide comunque di allontanarlo dalla diocesi. Prima tentando di convincerlo a voce, poi – dopo le rimostranze del popolarissimo prete – con una lettera firmata, che l’Espresso pubblica in originale.

    “Caro Fernando, la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene… Rispetto alla nostra conversazione mi par di capire che la cosa che la affligge di più,” scrive il cardinale, “è quella di smettere di essere parroco del Sacro Cuore. Su questo mi permetta, caro padre Fernando, che le dica una parola da fratello, amico, padre e pastore: accetti le decisioni del vescovo, faccia un salto nella fede. Se lei vuole essere santo, così hanno fatto i santi. Lei mi manifestò la preoccupazione che il cambio possa essere visto come un castigo. Non lo è, e tutti lo capiranno: se lo fosse non continuerebbe a lavorare nello stesso luogo, né vicino ai suoi più stretti collaboratori.”

    Il cardinale propone al pedofilo di annunciare ai fedeli di aver rinunciato lui stesso all’incarico, avendo ormai settantacinque anni e ventidue di onorato servizio all’interno della parrocchia, in modo da mettere a tacere qualsiasi malalingua. Se in molti considerano la lettera e il suo contenuto la prova che Errazuriz si è mosso per spegnere l’incendio prima che le fiamme divampassero, mettendo in cantina il prelato e proteggendo il buon nome suo e della gerarchia, nel settembre 2015 il cardinale cileno ha rifiutato questa lettura “forzata”, ripetendo che parlare di insabbiamento è un errore madornale.

    Una posizione ufficiale condivisa dal Vaticano, che ha sempre difeso l’operato del cardinale vicino a Bergoglio senza alcuna esitazione: “Nel caso Karadima l’azione della Santa Sede è stata nel senso della verità, visto che mentre la giustizia civile ha proposto l’archiviazione, è stata proprio la Congregazione per la dottrina della fede a pronunciare un giudizio di condanna”, ha detto padre Federico Lombardi, ex portavoce della Sala Stampa, dimenticandosi di evidenziare che il procuratore cileno non soltanto era stato costretto a chiudere le indagini solo per avvenuta prescrizione, ma che ha accolto l’intera ricostruzione delle vittime. Insabbiamenti compresi. Di fatto, dopo la rinuncia “volontaria” Karadima non solo rimane nella parrocchia di El Bosque, ma vede incoronato come successore un suo fedelissimo.

    Tutto scorre tranquillo per tre anni, quando il prete e la gerarchia di Santiago si accorgono che la valanga che tentano di fermare da anni rischia di rimettersi in moto: Hamilton ha infatti chiesto l’annullamento ufficiale del suo matrimonio religioso, mettendo agli atti che la crisi era provocata dalle violenze di don Fernando il “santo”, che abusando di lui sessualmente e psicologicamente era riuscito ad annullare la sua volontà e il suo discernimento. La decisione di sposarsi, infatti, era stata presa anche per le insistenze di Karadima. A quel punto, denuncia Hamilton, le pressioni per fargli ritirare la causa si fanno opprimenti.

    Siamo a fine 2009, Errazuriz decide di riaprire l’inchiesta e nel giugno 2010 manda finalmente le carte a Roma. Leggendo le carte, la mossa appare come un tentativo tardivo per dimostrare che lui e la Chiesa non avevano coperto il pedofilo. Il caso diventa di dominio pubblico ad aprile 2010, quando tre vittime, Hamilton in testa, decidono di rompere gli indugi, superare la vergogna, il pudore e l’imbarazzo e denunciare l’aguzzino alle autorità civili e sui media sudamericani.

    La notizia scatena un pandemonio, getta nel fango Karadima e nel panico Errazuriz che, ai fedeli di mezza Santiago che ne chiedevano le immediate dimissioni, invia una lettera aperta in cui chiede “perdono”, precisando contemporaneamente che “al termine di una prima indagine ho lasciato in sospeso la causa perchè in attesa di nuove informazioni, e per approfondire quelle già ottenute, oltre che per avviare nuove consultazioni con esperti di materia giuridica canonica […] Bisogna però ricordare anche il lavoro fecondo e generoso di padre Karadima, che ha formato generazioni di cattolici, tra i quali i cinque vescovi cileni attuali […] Il fatto che sia in corso un’inchiesta non significa che la persona sia considerata colpevole”. L’inchiesta penale della procura di Santiago si apr. nel 2010 e si richiuse per prescrizione in un battibaleno, nel 2011, senza nemmeno che i denuncianti fossero citati.

    Nonostante questo, la sentenza determinò che gli abusi di Karadima avvennero realmente. L’inchiesta indagò anche su alcune presunte mazzette, con cui esponenti della gerarchia cilena avrebbero tentato di comprare il silenzio di altri sopravvissuti. Fu accertato, per esempio, che a un ragazzo maggiorenne (presunta vittima di un altro sacerdote, don Diego Ossa, vicinissimo a Karadima) la Chiesa girò 10 milioni di pesos (oltre 10 mila euro), mentre altri 20 milioni finirono nel conto in banca di una cuoca della parrocchia.

    Denaro che, secondo gli avvocati delle vittime, fu bonificato in modo da comprare il silenzio di scomodi testimoni che avrebbero potuto peggiorare la posizione processuale di padre Fernando. I legali della curia, pur non avendo mai negato l’esistenza dei pagamenti, li hanno sempre giustificati come semplici “atti di beneficenza”. La storia per ora non ha visto un solo responsabile delle violenze pagare per quello che è accaduto dal 1980 al 1995.

    Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago, su cui pendono richieste di risarcimento pari a 450 milioni di pesos, e nel 2015 il cardinale è stato riascoltato dai giudici come teste, confermando a verbale la sua tesi difensiva: “A quel tempo padre Karadima godeva di una fama straordinaria, aveva la reputazione di un santo, ammetto che dunque non credetti alla denuncia”, si legge negli atti. “Insabbiamento? Non vi è nella mia coscienza o nella mia memoria aver coperto abusi psicologici, ministeriali o sessuali; né è esistito un tentativo di mettere a tacere o silenziare le accuse. A quelle denunce non fu dato seguito perché non erano corroborate da prove. Vi era il prestigio di Karadima da un lato, e in secondo luogo . stato difficile ipotizzare che gli adulti fossero stati abusati per anni senza che nessuno lo denunciasse.” E come mai allora chiese le sue dimissioni dalla parrocchia nel 2006 con una lettera? “Solo perchè Karadima aveva più di settantacinque anni. Non si trattò di un licenziamento, perché non si può licenziare un pastore senza processo canonico. Nel dicembre 2005 lo pregai di presentare la sua rinuncia. Ma avanzò molte scuse. La lettera del giugno 2006 è una risposta alle obiezioni di padre Karadima.”

    Tranne l’Espresso, in Italia nessun giornale si è mai occupato della vicenda. Anche quando Errazuriz è stato nominato da Bergoglio nel consiglio ristretto dei cardinali che devono aiutarlo nel governo della Chiesa universale. “Per me il cardinale Errazuriz invece di partecipare al conclave dovrebbe essere in galera,” chiosò nel marzo 2013 il medico Hamilton. “Non ha fatto niente in favore delle vittime, persino i rapporti che ha consegnato alla Chiesa erano con nomi e avvenimenti censurati. Anzi, ci ha traumatizzati una seconda volta cercando di insabbiare le nostre accuse una volta per tutte.” Anche una terza vittima di don Karadima, Juan Carlos Cruz, ha attaccato il cardinale con parole di fuoco.

    “Francesco ha nominato Errazuriz nel C9? Sono molto deluso. I segnali che ci aveva dato il papa animavano la nostra speranza che le cose potessero cambiare, ma ora vediamo che è sempre la stessa cosa. Gesù scelse Giuda, e ora sta succedendo lo stesso,” ha commentato qualche tempo fa. Solo nel settembre del 2015 Cruz ha scoperto che il neo membro del consiglio ristretto delle porpore aveva scambiato alcune email con il collega Ricardo Ezzati, parlando proprio di lui.

    Nel documento pubblicato da un sito cileno i due cardinali discettano con grande preoccupazione di future nomine vaticane: quella del gesuita don Felipe Berros come futuro cappellano del palazzo della presidenza cilena (“fa dichiarazioni piene di superbia e contrarie al magistero della Chiesa, usa un tono da profeta parlando di corruzione e di incoerenza della Chiesa”, scrive Ezzati), e quella di una delle vittime di Karadima, ossia proprio Cruz, che qualcuno a Roma ipotizzava come possibile membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori. “La nomina di Cruz sarebbe un danno troppo grande per la Chiesa del Cile. Anche perché darebbe credito e avallerebbe un castello [di accuse] che il signor Cruz ha costruito astutamente. Spero che lei possa informare con chiarezza coloro che devono dar seguito a questa nomina,” conclude l’arcivescovo. Errazuriz si dice d’accordo: “Coraggio, il serpente non prevarrà”.

    Alla fine le due designazioni non arriveranno mai in porto. Se qualcuno sostiene che papa Francesco non conoscesse con dovizia di particolari la vicenda del cardinale George Pell, all’esplosione di questo scandalo che ha segnato la storia recente della Chiesa cilena Bergoglio non viveva su Marte, ma era il potente arcivescovo di Buenos Aires. E, dunque, conosceva perfettamente le accuse di insabbiamento e il comportamento delle alte gerarchie. Nonostante tutto, ha deciso per. di premiare sia Errazuriz che Ezzati, da lui considerati dunque estranei ai fatti.

    Ma non è tutto. Quello che ha fatto infuriare i cattolici cileni è il fatto che nel 2015 Bergoglio ha nominato vescovo di Osorno, città a novecento chilometri a sud di Santiago, un ex seminarista di Karadima, monsignor Juan Barros Madrid, che è stato a fianco del prete pedofilo per oltre venticinque anni, condividendo con lui il periodo buio della parrocchia maledetta del ricco quartiere di El Bosque. Secondo il racconto di alcune vittime Barros, che nel 2006 officiò i funerali dell’ex dittatore cileno e criminale Augusto Pinochet, era a conoscenza delle condotte peccaminose del suo superiore e le avrebbe coperte.

    Un sacerdote, durante il processo penale, ha testimoniato di aver ammonito Karadima per le sue azioni proprio in presenza del giovane Barros, all’inizio degli anni ottanta. Il neovescovo ha ovviamente negato ogni addebito, dichiarando di non aver avuto “alcuna conoscenza delle denunce” contro il suo mentore. Né durante il periodo passato al suo fianco, né quando era segretario del cardinale Fresno, il primo prelato a coprire Karadima. È certo però che Cruz giura come almeno in un’occasione Barros abbia addirittura assistito come testimone oculare agli abusi sessuali, ed è certo che per anni, dopo l’inizio dello scandalo, lo stesso abbia organizzato manifestazioni pubbliche per difendere il suo maestro, compresa una messa solenne a lui dedicata.

    Alla notizia della designazione i fedeli della città di Osorno, associazioni religiose e parlamentari assortiti hanno chiesto al Vaticano di ripensarci, ritirando l’imbarazzante candidatura. Un gruppo di cinquantun deputati ha persino mandato una lettera al papa invitandolo a tornare sui suoi passi. Anche Alex Vigueras, superiore provinciale della Congregazione dei Sacri Cuori, ha scritto un articolo parlando di “una nomina che lascia perplessi” e chiedendo a Barros “di rinunciare all’incarico, visto che la scelta non risulta in sintonia con la tolleranza zero che la Chiesa sta cercando di promuovere” contro la pedofilia.

    Stessa posizione del sacerdote don Peter Kligger della diocesi di Osorno, che ha dichiarato che “Barros porta sulle spalle un carico morale che non gli permette di disporre dell’autorità necessaria al governo pastorale”. Tutto inutile: Barros ha celebrato la sua prima messa da nuovo vescovo il 21 marzo 2015, in un clima da guerriglia fuori e dentro la cattedrale, con duecento manifestanti furibondi che hanno inscenato una protesta sventolando bandiere e palloncini neri e cartelli con scritte contro il monsignore. Il papa, nonostante parte della Pontifica commissione per la tutela dei minori avesse chiesto che “i vescovi nominati devono avere credibilità per quanto riguarda la questione della pedofilia”, è andato dritto per la sua strada.

    Di più. Nel maggio del 2015, durante un incontro in piazza San Pietro, a un corista cileno che lo affrontò spiegandogli che la Chiesa cilena stava “soffrendo” a causa della nomina del vescovo di Osorno, Bergoglio ha risposto (probabilmente senza immaginare di essere registrato dall’iPad di un turista argentino che assisteva alla scena) che le proteste erano state “montate” ad arte dagli “zurdos”, cioè i politici “sinistrorsi” che hanno messo per iscritto il loro scontento per la scelta vaticana.

    “È una Chiesa che ha perso la libertà perchè si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo venti anni di servizio,” ha detto duro il papa. “Per cui, che pensino con la testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa. Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. Osorno soffre, certo, perchè è stupida. Perchè non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle cretinate che dice tVisualizza articoloutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare, confusione, che cercano di calunniare…”

    Il video del papa, se ha fatto infuriare le vittime di padre Karadima, i parlamentari (di vari partiti, non solo del partito socialista) che hanno firmato la petizione contro la nomina, e persino alcuni autorevoli componenti della Pontificia commissione per la tutela dei minori (la sopravvissuta irlandese Marie Collins, violentata a tredici anni da un prete in un ospedale cattolico di Dublino, si è detta “scoraggiata e addolorata” per le parole di Francesco), ha catturato anche l’attenzione della Corte suprema del Cile, colpita dallapresunta “assoluzione di Barros” di cui aveva parlato il pontefice.

    Nessuno, infatti, sapeva che il vescovo fosse stato giudicato da una ignota “corte giudiziaria”, dalla quale è stato considerato innocente. Così alti magistrati hanno subito avviato una rogatoria internazionale, richiedendo al Vaticano di inviare qualsiasi incartamento sulla posizione del presule, e di esibire le prove: a oggi, dalla Santa Sede non c’è stata alcuna risposta. Semplicemente perché Francesco ha detto una cosa mai accaduta.
    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/01/16/news/pedofilia-come-papa-francesco-ha-promosso-chi-ha-insabbiato-lo-scandalo-1.317225
  • Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

    L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

    > Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

    Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

    Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

    Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

    Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

    Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

    Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

    “Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

    Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

    Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

    “Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

    Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

    E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

    “È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

    Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

    Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

    Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

    Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

    “All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale’”.

    ———-

    Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

    “Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

    E poco più avanti:

    “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

    Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

    Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

    Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

  • Il prete, i presunti abusi e l’esilio forzato a Bronte Incredulità dei fedeli: «Predicava in modo netto»

    Il prete, i presunti abusi e l’esilio forzato a Bronte Incredulità dei fedeli: «Predicava in modo netto»

    Dalle fine del 2016, e sino a qualche mese fa, il sacerdote accusato di abusi su minorenni era stato inviato dalla curia diocesana nella città del pistacchio. Dove i fedeli si dicono oggi «spiazzati» da quanto scoperchiato dai magistrati. Non diceva messe, soltanto qualche omelia: «Era pure bravo», raccontano

    Tanto silenzio e parole pronunciate con il contagocce. A Bronte, il giorno dopo l’arresto di padre Pio Guidolin, tra i fedeli a prevalere è l’incredulità. In tanti sono rimasti spiazzati osservando la foto del sacerdote finita su tutti i giornali nella giornata di ieri. Accusato, dai magistrati della procura di Catania, di avere compiuto abusi sessuali su alcuni minorenni durante l’incarico nella chiesa Santa Croce nel quartiere Villaggio Sant’Agata. Un periodo, quello nella parrocchia periferica nel capoluogo etneo, con diverse ombre, compresa quella sulla gestione economica dei fondi. Elementi che costringono la curia a spostare Guidolin in altra sede, e per l’occasione viene individuata la chiesa Madonna del Riparo, proprio a Bronte. Il religioso arriva nella città del pistacchio a fine 2016 e ci rimane per diversi mesi del 2017.

    «Non ha mai celebrato la messa, ma lo vedevo sull’altare», racconta a MeridioNews un fedele, che preferisce rimanere anonimo. Guidolin durante il suo esilio forzato a Bronte è stato affiancato nella chiesa guidata da padre Vincenzo Bonanno, con funzioni di assistente durante le celebrazioni religiose,senza occuparsi di somministrare i sacramenti. «Ha fatto qualche predica, ed era pure bravo. Con un linguaggio giovanile e netto», conclude il parrocchiano. Lungo le strade del centro pedemontano tutti si dicono spiazzati dal coinvolgimento dell’uomo in questa storia ma in pochi hanno davvero voglia di parlare. «È stato ospita a casa mia e non mi sarei mai immaginata una cosa del genere», aggiunge una donna.

    Lo spartito tra Bronte e Catania sembra essere quasi fotocopia. Secondo la ricostruzione della procura, diversi fedeli avrebbero cercato di coprire il prete. Uno di loro, addirittura, lo avrebbe avvicinato dopo che gli inquirenti avevano ascoltato la testimonianza del figlio, presunta vittima, per avvisarlo dell’indagine. C’è poi chi è stato allontanato e accusato di calunniare padre Pio Guidolin. «Ha battezzato e fatto la prima comunione a mio nipote – spiega un parrocchiano della chiesa Santa Croce -. Non ci saremmo mai immaginati una vicenda del genere». Adesso, dopo avere letto le accuse sui media, serpeggia la paura: «Mia sorella dopo avere letto la notizia ha chiesto alla figlia se è stata toccata dal prete, mai lei ha risposto di no», prosegue l’uomo.

    Nella chiesa periferica, cuore pulsante della religiosità in quella fetta di Catania, padre Guidolin non è più di casa dalla fine del 2016. Allontanato dalla curia e sostituito per poche settimane da don Alfio Spampinato. A sua volta rimosso dopo avere sollevato il problema dei debiti. Circa 40mila euro provenienti dalle gestioni precedenti. «Adesso c’è un prete poco più che trentenne – conclude il parrocchiano -. Me le cose vanno diversamente. A quei tempi – dice, riferendosi al periodo di Guidolin – tutto veniva fatto in grande stile, ricordo, per esempio, una faraonica edizione dei giochi della gioventù».

    Alla vicenda penale che coinvolge il sacerdote, autore dei presunti abusi sessuali, si somma quella già avviata nel campo della giurisdizione ecclesiastica. La curia etnea, appreso delle indagini, aveva appunto confinato padre Guidolin a Bronte, privato delle sue funzioni, dando in parallelo avvio a un processo canonico ad oggi pendente in grado di appello dinanzi alla Congregazione per la dottrina della fede. La condanna in primo grado aveva decretato la sanzione massima della riduzione allo stato laicale.

    http://catania.meridionews.it/articolo/61012/il-prete-i-presunti-abusi-e-lesilio-forzato-a-bronte-incredulita-dei-fedeli-predicava-in-modo-netto/

  • “Abusi su bambini in difficoltà”, arrestato un prete a Catania

    “Abusi su bambini in difficoltà”, arrestato un prete a Catania

    A coprire le azioni del sacerdote anche alcuni genitori dei ragazzi che hanno provato a insabbiare le accuse 

    Arrestato a Catania un sacerdote accusato di pedofilia. Padre Pio Guidolin, finora responsabile della parrocchia Santa Croce al Villaggio San’Agata a Catania, secondo i carabinieri è responsabile di violenza sessuale su minori. Dalle indagini è emerso che abusava di giovanissimi e li costringeva a compiere atti sessuali, dopo averli cosparsi con l’olio santo prelevato dalla Chiesa, presentando così alle vittime i loro rapporti quali “atti purificatori”, in grado di lenire le loro sofferenze interiori. Guidolin che esercitava la funzione di sacerdote in periferia a Catania, avrebbe abusato di ragazzini minori di 14 anni, provati da vicende personali che li avevano turbati, approfittando della loro condizione di particolare fragilità. Quando uno dei minori aveva opposto resistenza e aveva rivelato gli abusi subiti negli anni, era stato isolato dalla comunità di fedeli ed accusato di calunniare il prete. Nel corso delle indagini, inoltre, è emerso come il sacerdote, al fine di esercitare pressione psicologica nei confronti di genitori decisi a denunciare i fatti, abbia millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea per indurli a desistere. Uno dei genitori delle vittime è stato denunciato per il reato di favoreggiamento personale in quanto, subito dopo che il figlio aveva reso sommarie informazioni alla magistratura, aveva contattato il sacerdote per avvertirlo delle indagini a suo carico. La Curia etnea, dopo aver avuto contezza delle indagini in corso nei confronti di padre Pio Guidolin, ha assunto nei suoi confronti alcuni provvedimenti cautelari allontanandolo dalla Parrocchia e lo ha collocato in un’altra sede, privo di funzioni ed ha dato avvio ad un processo canonico da parte del Tribunale Ecclesiastico, allo stato pendente in grado di appello dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo la condanna in primo grado alla sanzione massima della riduzione allo stato laicale.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Prete-pedofilo-catania-don-guidolin-arrestato-55750c02-0845-4d42-9603-c66db1a669c6.html

  • Catania, cospargeva i ragazzini con l’“olio santo” e poi li violentava: arrestato padre Pio Guidolin

    Catania, cospargeva i ragazzini con l’“olio santo” e poi li violentava: arrestato padre Pio Guidolin

    I carabinieri lo hanno condotto in carcere. Gli sono contestati diversi abusi sessuali su minori di 14 anni. E chi si ribellava era isolato dalla comunità religiosa e minacciava chi voleva denunciarlo di far intervenire la mafia. Uno dei genitori indagato per favoreggiamento personale: quando il figlio è stato interrogato lui ha avvertito il religioso

    I carabinieri di Catania, su ordine del gip del Tribunale di Catania e su delega della Procura etnea, hanno arrestato un sacerdote, padre Pio Guidolin, per violenza sessuale aggravata su minori. Le indagini hanno infatti consentito di accertare che, sin dal 2014, il sacerdote, sfruttando il suo ruolo e profittando della condizione di particolare fragilità aveva costretto diversi ragazzini, minori di 14 anni, a subire e compiere atti sessuali, cospargendoli prima con l’olio santo che prelevava dai locali della chiesa, ammantando così i suoi gesti come “atti purificatori”.

    E quando uno dei ragazzini aveva opposto resistenza rispetto alle azioni del sacerdote, rivelando gli abusi subiti negli anni, quest’ultimo era stato isolato dalla comunità di fedeli ed accusato di calunnia nei confronti del religioso.

    Nel corso delle indagini, inoltre, è emerso come il sacerdote, al fine di esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori dei minori abusati che avevano espresso la volontà di denunciare i fatti, abbia anche millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea al fine di indurli a desistere. Addirittura

    uno dei genitori di una delle vittime è stato denunciato per favoreggiamento personale perché subito dopo che il figlio era stato sentito dagli investigatori aveva contattato il sacerdote per avvertirlo delle indagini a suo carico.

    La Curia etnea, dopo aver avuto contezza delle indagini in corso nei confronti di padre Pio Guidolin, lo ha subito allontanato dalla parrocchia collocandolo in un’altra sede, privo di funzioni ed ha dato avvio ad un processo canonico da parte del Tribunale Ecclesiastico, tutt’ora pendente in appello davanti la Congregazione per la Dottrina della Fede. In primo grado era stato condannato alla sanzione massima della riduzione allo stato laicale.

    http://www.lasicilia.it/news/catania/124413/catania-cospargeva-i-ragazzini-con-l-olio-santo-e-poi-li-violentava-arrestato-padre-pio-guidolin.html

  • Catania, arrestato don Pio Guidolin: il prete abusava di minori cospargendoli di olio santo

    Catania, arrestato don Pio Guidolin: il prete abusava di minori cospargendoli di olio santo

    Per anni un sacerdote che operava nella parrocchia della «Santa Croce» nel popolare quartiere Villaggio Sant’Agata, alla periferia sud di Catania, avrebbe abusato di ragazzini che gli venivano affidati dalle famiglie, impaurendo quelli che non volevano sottostare ai suoi «riti», compiuti con tanto di olio santo. I carabinieri lo hanno arrestato questa mattina dopo una indagine della Procura Distrettuale di Catania: Padre Pio Guidolin è accusato di violenza sessuale aggravata su minori. Secondo le indagini il sacerdote, che è già da tempo sottoposto a provvedimenti cautelari anche da parte della Curia di Catania, sfruttava il suo ruolo e, «approfittando della condizione di particolare fragilità di diversi ragazzini (minori degli anni 14), provati da vicende personali che li avevano turbati, li aveva costretti a subire e compiere atti sessuali, cospargendoli con l’olio santo (prelevato dai locali della Chiesa), ammantando i suoi gesti di una valenza spirituale e proponendoli ai minori quali “atti purificatori”, in grado di lenire le loro sofferenze interiori», come informa una nota della procura di Catania. L’inchiesta ha accertato che uno dei ragazzini si era rifiutato di sottostare a questi «riti» e aveva rivelato gli abusi ma per questo motivo era stato isolato dalla comunità dei fedeli, molto devoti al sacerdote. Anzi, quando le voci si sono trasformate in forti sospetti da parte di alcuni genitori pronti a denunciare, padre Pio avrebbe millantato conoscenze nell’ambito della mafia, per intimorirli e farli desistere. Uno di questi genitori però è stato denunciato per favoreggiamento personale perchè, dopo che il figlio era stato sentito dagli investigatori, aveva informato dell’inchiesta il sacerdote. Padre Pio Guidolin, molto noto in città per il suo atteggiamento molto affabile e amichevole nei confronti dei fedeli, era già stato allontanato dalla sua parrocchia e trasferito dalla Curia in un’altra chiesa, a Bronte, senza alcun incarico. C’è in corso anche un processo canonico a suo carico. In primo grado, al Tribunale ecclesiastico di Catania, è stato condannato alla «riduzione in stato laicale». Adesso è in corso il processo d’appello davanti alla Congregazione per la Dottrina della Fede. «Una vicenda molto brutta – dice il vicario della diocesi, monsignor Salvatore Genchi – siamo molto dispiaciuti, perchè si tratta di un sacerdote e perchè ci sono dei bambini vittime. Siamo vicini a questi bambini e ai loro genitori e speriamo che la magistratura faccia luce il prima possibile». (lastampa)

  • Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò

    Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò

    Abusi sessuali, rinviata udienza processo Don Cantò. Si torna in aula il 15 marzo.  Rinviata l’udienza con rito abbreviato, condizionata all’audizione di tre testimoni e un consulente di parte, del processo che vede imputato don Vito Cantò, l’ex parroco della chiesa di San Camillo De Lellis, a Villa Raspa di Spoltore, accusato di abusi di natura sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca minorenne.

    Il rinvio si è reso necessario per il protrarsi, oltre i tempi previsti, di un’altra udienza e per i concomitanti impegni dei legali della difesa. Il presidente del tribunale collegiale di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha fissato al 15 marzo la prossima udienza, nel corso della quale saranno ascoltati tre testimoni e un consulente di parte della difesa, la psicologa Marilisa Amorosi, e al 4 aprile la data della discussione. I fatti risalgono al 2013 quando, su segnalazioni ben circostanziate di abusi di natura sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca minorenne, il vescovo di Pescara Valentinetti decide di sospendere cautelativamente Don Vito Cantò, il quale lasciò la parrocchia e si dimise da educatore negli scout dell’Agesci. Nel 2014 iniziò il processo canonico e contestualmente i genitori del ragazzo decisero di rivolgersi anche alla magistratura ordinaria che affidò le indagini alla Squadra Mobile di Pescara. Il processo canonico si chiuse con una condanna di divieto perpetuo dello svolgimento di attività parrocchiali con minorenni e con altre pene accessorie, come l’obbligo di 5 anni di vita monacale. Nel frattempo le indagini indussero il Pm della Procura di Pescara, Salvatore Campochiaro, a chiedere il rinvio a giudizio nel 2016, ma l’avvocato del sacerdote, Giuliano Milia, si rivolse alla Cassazione, invocando il principio del “ne bis in idem”, sulla base del quale non si può essere condannati due volte per uno stesso reato. La Cassazione defininì però “inammissibile” il ricorso del parroco e allora i legali della difesa presentarono lo stesso ricorso al tribunale di Pescara, dove il pm Salvatore Campochiaro e l’avvocato di parte civile Vincenzo Di Girolamo si opposero. Il tribunale, infine, scelse di posticipare la decisione sull’eccezione alle fasi successive del giudizio, quando sarebbero state disponibili le motivazioni della Cassazione. La difesa del sacerdote, a quel punto, avanzò la richiesta di rito abbreviato.

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