Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Pedofilia, nuovo rinvio per don Seppia: ascoltata la polizia postale sui contenuti del computer

    Pedofilia, nuovo rinvio per don Seppia: ascoltata la polizia postale sui contenuti del computer

    Articolo n° 31685 del 19/04/2012 – 09:40

    Pedofilia, nuovo rinvio per don Seppia: ascoltata la polizia postale sui contenuti del computer

    Genova. Era attesa per oggi la sentenza per don Riccardo Seppia, l’ex parroco di Sestri Ponente accusato di induzione alla prostituzione, tentata violenza sessuale e cessione di droga, ma il verdetto è stato rinviato ancora una volta, al 3 maggio.

    Stamattina il giudice Roberta Bossi ha interrogato la polizia postale, che ha analizzato i contenuti del computer dell’ex parroco, e ora dovrà valutare se si tratti effettivamente di materiale pedopornografico e se le immagini siano state scaricate e condivise volontariamente.

    Durante la precedente udienza processuale, il pubblico ministero Stefano Puppo ha chiesto 11 anni e 8 mesi di reclusione e il giudice Bossi ha accolto l’istanza del pm di trasformazione del reato di tentata induzione alla prostituzione in “reato consumato”. Questo non avrà alcuna conclusione sull’entità della pena essendo il processo con rito abbreviato, ma ha come conseguenza la dilatazione della misura cautelare. Don Seppia è tutt’ora detenuto nella sezione speciale del carcere di Sanremo riservata ai “sex offenders”.

    L’avvocato Bonanni, inoltre, in caso di condanna ha dichiarato che ricorrerà in appello proprio sul punto perché a suo avviso, una volta stabilito il procedersi con rito alternativo il capo di imputazione non può più essere cambiato.

    Redazione

    http://www.genova24.it/2012/04/pedofilia-nuovo-rinvio-per-don-seppia-ascoltata-la-polizia-postale-sui-contenuti-del-computer-31685/

  • Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze

    Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze

    Ipotesi pedofilia: lettere e numeri di telefono,il giovane albanese conferma gli abusi
    Chiesa nella bufera. Il caso di Don Rialti a Firenze
    Indagato sacerdote, parrocchie sotto choc, le testimonianze

    E parla di altri ragazzini vittime. Passato al setaccio l’archivio di don Rialti

    Firenze, 7 aprile 2012 – Violenze e abusi, preti e ragazzini, vicende turpi che gli uomini in tonaca nera, ma anche porpora, capaci di tenersi in seno segreti millenari, preferiscono glissare liquidandole, con paternale condiscendenza, come ‘fango’. Oppure, come in questo caso: «Macchè violenza, solo una banale ‘pacca sul sedere’».

    Non è proprio così se è vero che la procura con il pm Giuseppina Mione, stava lavorando nel segreto più assoluto su questo rivolo scaturito dall’indagine sull’attentato a monsignor Giuseppe Betori. Una lettera anonima ma tanto circostanziata da essere facilmente riconducibile all’autore, era stata inviata sia agli inquirenti che alle autorità vaticane. Da queste ultime non era arrivato nessun segnale, ma la Procura si era mossa subito.

    L’altra mattina intorno alle 8 è scattata la perquisizione a don Daniele Rialti, nel 2008 viceparroco a San Giovanni Evangelista di Empoli, promotore di giustizia (equivalente del pm) del tribunale ecclesiastico diocesano e sacerdote alla Madonnina del Grappa. Il prete è stato accusato da un altro prete, il suo ex parroco don Paolo Cioni, di violenza sessuale nei confronti di ragazzi. Con la stessa ipotesi di reato, aggravata però dallo stato di necessità e di minorata difesa anche per sudditanza psicologica nelle quali versavano le sue vittime, è iscritto nel registro degli indagati dello stato italiano.

    Giovedì 5 le due abitazioni di don Rialti sono state perquisite dalla Mobile coordinata da Filippo Ferri. Alla Madonnina del Grappa sono andati il dirigente della Digos Lorenzo Manso e i suoi uomini. Sequestrato materiale definito molto interessante, cartaceo e informatico. Anche lettere di un certo interesse oltre a numeri di telefono, contatti, agende.

    Perquisito anche un meccanico albanese, poco più che ventenne, uno che potrebbe sapere molte cose, che sarebbe stato abusato da don Rialti e che nel 2009 aveva già raccontato a qualcuno nell’ambito ecclesiastico, quello che stava accadendo. Non fu creduto all’epoca. Perchè credere a uno sfortunato ragazzotto albanese? O comunque non fu creduto abbastanza: nessuno informò polizia, carabinieri o magistrati. L’altra sera sarebbe stato ascoltato in questura fino a tardi. per quasi 4 ore.
    Persona informata dei fatti.

    Il giovane avrebbe sostanzialmente confermato quello che già risultava agli atti della recente indagine ma che all’epoca fu bollato come ‘sudicio da spazzare sotto il tappeto’. Abusi sessuali? Sì. Interesse morboso verso ragazzini? Ancora sì. Verso lui stesso ma anche altri coetanei o forse ancor più giovani? Drammaticamente è ancora sì. E adesso il giovane albanese ha paura: i preti sono potenti, lo ha sempre pensato, non si sente tranquillo teme ‘ritorsioni’, ha paura di essere rispedito nel Paese delle Aquile con un qualsiasi pretesto. Per atavica impostazione mentale ha sempre avuto paura delle tonache e delle divise. Adesso sembra finalmente essersi liberato di un peso ma dovrà ripetere il suo racconto ancora tante volte: al pm poi al giudice, infine in aula.

    am ag

    http://www.lanazione.it/cronaca/2012/04/07/693832-pedofilia-chiesa-don-rialti.shtml

    Attentato e pedofilia: inchiesta sulla Curia, a Firenze volano gli stracci

    Pedofilia: inchiesta sulla Curia, a Firenze volano gli stracci

    di Emanuela Fiorentino e Ignazio Ingrao

    Si dice che a Firenze il grande orecchio degli investigatori abbia ascoltato per mesi le telefonate di mezza Curia. Lo scopo? Fare luce sullo strambo attentato al cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo della città, scampato per un pelo al fuoco di pistola in una sinistra serata novembrina. Si dice che i preti che lavorano in Curia nulla abbiano mostrato di sapere su che cosa si nasconda dietro gli spari. Al punto che, di quelle telefonate, zero potrebbe restare agli atti, tantomeno la vita privata che emergerebbe tra un «pronto…» e l’altro. Si parla persino di conversazioni imbarazzanti, ma nessuna conferma arriva dagli inquirenti, né su questo fronte (totalmente irrilevante per le indagini) né su altro.

    Un muro di silenzio tale che Panorama, per riaccendere i riflettori su un episodio gravissimo avvenuto 6 mesi fa, e del quale troppo presto ci si è dimenticati, ha avviato un’inchiesta propria, ricostruendo dalla voce dei testimoni e dei protagonisti una serie, inedita, di retroscena e storie parallele.

    Ma partiamo dall’inizio. Secondo gli inquirenti è stato Elso Baschini, un pregiudicato di 73 anni, protagonista anni fa di una clamorosa protesta sul tetto del carcere delle Murate, a ferire il 4 novembre 2011 don Paolo Brogi, il segretario del cardinale, e a puntare la pistola contro quest’ultimo. Il pm Giuseppina Mione si appresta a chiudere le indagini chiedendo il rinvio a giudizio per Baschini (difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano). Ma il testimone che accusa l’aggressore, Mohamed Kahoul Toufik, rivela a Panorama un altro elemento che potrebbe aprire una nuova pista: Baschini, alcuni mesi prima dell’agguato, gli avrebbe mostrato 20 mila euro per convincerlo a collaborare con lui. Soldi che, secondo il marocchino, potrebbero essere stati dati a Baschini come anticipo per una missione ai danni della Curia. «Mi ha fatto vedere quei 20 mila euro e mi ha chiesto se gli procuravo una pistola. Mi ha detto che gli sarebbe servita solo per fare un furto. Ma a che serve una pistola se vuoi solo rubare? Mi sono rifiutato di aiutarlo» dichiara il marocchino a Panorama.

    Nel frattempo è emersa una vicenda totalmente estranea all’attentato, ma scoperta indagando proprio su quello. I sospetti sono pesanti: pedofilia. E nel mirino di una serie di accusatori c’è un sacerdote molto in vista, Daniele Rialti. Per Firenze potrebbe riaprirsi una vecchia, dolorosissima ferita dopo la vicenda di Lelio Cantini, il parroco-padrone della chiesa Regina della pace a Firenze (morto lo scorso 15 febbraio), responsabile di abusi sessuali e violenze psicologiche su minorenni, che per oltre trent’anni ha goduto di appoggi e coperture prima di essere ridotto allo stato laicale e di essere salvato dalla prescrizione.

    Don Rialti appartiene a una delle istituzioni più importanti nel campo della solidarietà: l’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa, fondata quasi un secolo fa per aiutare i bambini usciti dal riformatorio e sostenuta dall’aristocrazia e dalla migliore borghesia fiorentina. L’Opera possiede diverse strutture (fra cui la famosa Villa Guicciardini) dove vengono assistiti a vario titolo oltre un migliaio di ragazzi.

    Al vertice dell’organizzazione c’è oggi don Corso della famiglia Guicciardini-Strozzi. Anche il presunto attentatore, Baschini, è molto legato all’Opera della Madonnina del Grappa, dalla quale era stato assistito. E proprio dalle testimonianze raccolte fra le persone vicine all’Opera sono emerse le accuse a carico di don Rialti.

    Il sacerdote, per 17 anni, è stato viceparroco presso la chiesa di san Giovanni evangelista a Empoli. Figura «simbolo» delle comunità neocatecumenali fiorentine, Rialti è anche giudice e promotore di giustizia del tribunale ecclesiastico diocesano. Dunque è una specie di pubblico ministero chiamato, fra l’altro, ad avviare l’azione penale canonica in caso di pedofilia. Ma proprio Rialti, nel 2008, è stato accusato di molestie sui bambini da un gruppo di fedeli e dal parroco di san Giovanni Evangelista, Paolo Cioni (forse futuro vicario generale della diocesi di Firenze al posto di monsignor Claudio Maniago, vescovo ausiliare).

    Don Cioni ha riferito agli inquirenti di avere denunciato a Betori i comportamenti di Rialti quando era suo viceparroco, in particolare nei confronti di un gruppo di minorenni stranieri e dei ragazzi ospitati nel dormitorio dell’Opera presso la parrocchia. Denuncia a suo dire avvalorata da una lettera inviata a Betori da alcuni genitori e catechisti della parrocchia. L’arcivescovo chiamò entrambi i sacerdoti, ma alla fine decise di archiviare il caso e di trasferire don Cioni a Calenzano e don Rialti a Scandicci, a 20 chilometri da Empoli, nella parrocchia di san Bartolomeo in Tuto.

    Durante l’interrogatorio del 29 novembre scorso, il magistrato ha chiesto conto al cardinale Betori del caso Rialti. «Don Cioni mi riferì di certi atteggiamenti di don Rialti verso minorenni» ha risposto Betori. Ma «ho interrogato direttamente Rialti e ho chiuso l’indagine», poiché dalle voci sarebbe emersa «una pacca sul sedere a un ragazzo» e niente altro. Panorama ha cercato di capire di più sulle accuse rivolte a Rialti.

    Il coordinatore della Misericordia di Empoli, Fabrizio Sestini, come ha già dichiarato alla squadra mobile, racconta che un assistente sociale gli aveva riferito la confidenza di un minorenne assistito dall’Opera. Il ragazzo si era lamentato per il fatto che Rialti entrava in bagno mentre lui faceva la doccia. La domestica di don Daniele, Laura Cornuti, non ha remore. A Panorama racconta quanto ha già detto a chi indaga: «Quasi ogni sera dopo cena arrivava un gruppo di ragazzi italiani, che con un fare piuttosto arrogante chiedeva di vedere Rialti. Il sacerdote mi faceva aprire e io li lasciavo salire. Quando poi è arrivato don Cioni a fare il parroco, don Daniele mi ha raccomandato di non farli più entrare e di mandarli via». Cornuti riferisce pure di gruppi di ragazzini albanesi e romeni che circolavano intorno a Rialti e che il sacerdote aiutava. E poi di una famiglia colombiana che abitava in una casa di proprietà dell’Opera: «Erano una coppia di genitori con un bambino. Un giorno la madre, Gloria, ha ferito alla testa don Daniele nel corso di un violento diverbio nel quale la donna avrebbe intimato al sacerdote di lasciar perdere il suo bambino, come ha riferito chi era presente alla discussione».

    Raggiunto da Panorama, Rialti respinge ogni accusa, ma ricorda di essere stato convocato dall’arcivescovo: «Nel 2008 Betori mi ha chiamato, gli ho spiegato che quelle accuse erano orchestrate dall’ex parroco di san Giovanni Evangelista. Anche per il posto che occupo, come promotore di giustizia, mi faccio molti nemici. Ma l’arcivescovo mi ha riconfermato piena fiducia, tanto che continuo a svolgere le mie funzioni nel tribunale diocesano. E nella mia nuova parrocchia di Scandicci seguo centinaia di ragazzi delle comunità neocatecumenali». Non solo, il sacerdote rivela di continuare a frequentare la parrocchia di Empoli: «Ci vado spesso perché là si trova la mia comunità di provenienza». Quanto alla vicenda della famiglia colombiana, ammette di essere stato ferito alla testa dalla madre del bambino, ma «si trattava di una donna fragile e ammalata che credeva che io l’avessi accusata di avere compiuto un furto in casa». Nel frattempo don Daniele ha anche patteggiato una condanna penale a seguito di una denuncia della Guardia di finanza per la cooperativa Agricampus a Barberino di Mugello, che fa capo all’Opera e della quale Rialti era presidente e legale rappresentante.

    Panorama ha chiesto a uno dei responsabili della Madonnina del Grappa, Vincenzo Russo, se le accuse di pedofilia a carico di Rialti sono state prese in esame dall’Opera: «Si tratta solo di voci» risponde don Vincenzo «non posso chiedere spiegazioni su fatti così gravi a un confratello solo sulla base di pettegolezzi». Don Cioni, invece, ha riferito agli inquirenti che ci sarebbe stata una burrascosa riunione alla Madonnina nella quale don Vincenzo avrebbe messo alle strette don Rialti e gli avrebbe raccomandato di non entrare più nei bagni dei ragazzi mentre facevano la doccia.

    Panorama ha domandato anche al cardinale Betori spiegazioni sul caso Rialti, ma il porporato ha preferito non rispondere. Incalzato dal magistrato in un altro interrogatorio, il cardinale ha invece parlato dei suoi rapporti con monsignor Maniago che venne coinvolto nella vicenda di don Cantini. Rapporti di totale collaborazione con l’ausiliare, spiega Betori al pm. Ma aggiunge: «A loro (ai familiari delle vittime di don Cantini, ndr) dispiace che Maniago sia ancora qui, però le nomine del vescovo non le fa un vescovo, le fa il Papa».

    Se le accuse contro Rialti siano solo voci o ci sia un qualche fondamento sarà accertato dalla procura. Al momento la questione non sembra essere collegata all’attentato a Betori, sebbene tutti i protagonisti di questa storia siano legati in qualche modo alla Madonnina del Grappa. Strane coincidenze, silenzi e mezze verità che complicano ogni giorno di più un caso che potrebbe rivelarsi il vaso di Pandora della Chiesa di Firenze.

    redazione
    Sabato 7 Aprile 2012

  • Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati

    Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati

    Pedofilia: prete Firenze, Procura indaga per rivelazione atti secretati
    Cronaca

    Firenze, 5 apr. – (Adnkronos) – La Procura di Firenze ha aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio nei confronti dei due giornalisti di ‘Panorama’ che hanno firmato l’articolo di oggi relativo a indagini su don Daniele Rialti, il parroco accusato da un confratello e da alcuni fedeli di presunti atti di pedofilia. Atti negati dall’interessato, che parla di ”calunnie”, e smentiti dalla Curia.

    Intanto, sono state perquisite dagli uomini della Squadra Mobile le abitazioni di Scandicci ed Empoli in uso a don Rialti, e materiale informatico e’ stato acquisito anche nella sede dell’Opera Madonnina del Grappa di Firenze, ente assitenziale di cui fa parte il sacerdote accusato di pedofilia. I documenti e i supporti informatici acquisiti verranno esaminati dagli investigatori.

    05/04/2012

    Pedofilia, sacerdote sotto accusa la pista degli incontri in un hotel

    06 aprile 2012 — pagina 4 sezione: FIRENZE
    SONO scattate ieri mattina le perquisizioni dell’ abitazione di Scandicci di don Daniele Rialti e dell’ Opera Madonnina del Grappa di Firenze dove il sacerdote aveva lavorato come economo. L’ inchiesta su un presunto nuovo caso di pedofilia a carico di un prete fiorentino è entrata dunque nel vivo il giorno della pubblicazione su Panorama di un articolo, i cui contenuti sono stati resi noti mercoledì, che svela la sua esistenza. Gli uomini della squadra mobile guidata da Filippo Ferri hanno prelevato materiale informatico che verrà analizzato per chiarire se ci sono elementi utili per proseguire l’ indagine. Potrebbero ad esempio spuntare fuori i nomi di persone da sentire come testimoni oppure documenti interessanti per gli inquirenti. La procura sta cercando di chiarire se e quanto siano fondate le voci che da anni circondano il sacerdote ed è pronta ad ascoltare chiunque voglia contribuire a fare chiarezza. Ad accusare don Rialti – che fra l’ altro è “difensore del vincolo”, ossia pubblico ministero presso il tribunale ecclesiastico diocesano e giudice istruttore presso il tribunale ecclesiastico regionale etrusco, nominato dalla Conferenza episcopale toscana – sono un altro sacerdote e alcuni fedeli. Diversi testimoni concordano sul fatto che quando don Rialti era vice-parroco nella chiesa di san Giovanni Evangelista a Empoli il sabato pomeriggio in canonica c’ era un via vai di ragazzini. Fra questi un giovane immigrato, di cui sarebbero stati documentati incontri anche recenti in albergo con il sacerdote: ieri mattina è stato perquisito e portato in questura, dove gli uomini della mobile lo hanno ascoltato a lungo. Nel periodo dei presunti abusi, tra 3 e 5 anni fa, il giovane era minorenne. L’ indagine di procura e polizia è cominciata subito dopo l’ attentato a Betori del novembre del 2011, quando il pm Giuseppina Mione, la polizia e i carabinieri cercavano un movente per arrivare all’ uomo che aveva sparato ferendo il segretario dell’ arcivescovo, Paolo Brogi. Per quella aggressione è stato poi incriminato e arrestato l’ ex rapinatore Elio Baschini, ma nel corso delle indagini erano stati presi in esame tutti i possibili casi di risentimento nei confronti di monsignor Betori. Fra l’ altro alla procura era stato fatto presente che era in programma, proprio la domenica successiva al giorno dell’ attentato, una cerimonia nella chiesa di San Giovanni Evangelista di Empoli e che in quella parrocchia alcuni genitori erano turbati e irritati perché l’ arcivescovo, a loro avviso, non aveva preso provvedimenti seri contro don Rialti e si era limitato a trasferirlo in un’ altra parrocchia, quella di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci, guidata da un sacerdote molto stimato, don Marco Calamandrei. Dopo l’ attentato, quando monsignor Betori venne interrogato, i magistrati gli fecero presente anche questa vicenda, che egli non aveva incluso fra i casi che avrebbero potuto alimentare qualche risentimento nei suoi confronti. L’ arcivescovo spiegò di aver interrogato personalmente don Rialti, di essersi convinto che non era accaduto niente di grave e di aver archiviato il caso. Procura e polizia, invece, hanno ritenuto che fosse necessario approfondire e hanno raccolto una serie di testimonianze che sembrano aver dato sostanza alle “dicerie”. Ieri il procuratore Giuseppe Quattrocchi ha fatto sapere di aver aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto di ufficio per la pubblicazione delle anticipazioni dell’ inchiesta su Panorama. © RIPRODUZIONE RISERVATA – MICHELE BOCCI

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/06/pedofilia-sacerdote-sotto-accusa-la-pista-degli.html

  • La famiglia della vittima non ci sta e minaccia querela

    La famiglia della vittima non ci sta e minaccia querela

    Don Chiarenza per difendersi attacca, ponendo diversi dubbi, e la famiglia del Preside Pulvirenti valuta una denuncia querela per le affermazioni dell’avvocato del prelato. “Rispetto naturalmente il ruolo della difesa di Don Carlo Chiarenza, delle cui eventuali responsabilità risponderà alla magistratura italiana e, forse, a quella vaticana – si legge in una nota del presidente de “La Caramella Buona”, Roberto Mirabile – ma i contenuti della conferenza non mi sorprendono, nel senso che mi aspettavo il nulla e così è stato: in altri casi affrontati e soprattutto nel caso di Don Ruggero Conti, il sacerdote che a Roma con l’avvocato Nino Marazzita, nostro presidente onorario, abbiamo fatto condannare l’anno scorso a oltre quindici anni di carcere più pene accessorie, la strategia difensiva era praticamente la stessa: arrampicandosi sugli specchi, i difensori non possono fare altro che cercare di screditare la vittima, il suo contesto famigliare; la difesa vuole screditare ma non smentisce i fatti”.

    “Malgrado quindi la prassi si ripeta – continua Mirabile – non possiamo sorvolare sulla discutibilissima tattica utilizzata: far passare Teo Pulvirenti come una persona inattendibile, addirittura mentalmente instabile, problematico e con l’aggravante della sessualità omosessuale, come se questa fosse elemento di poca credibilità”.

    “I dieci silenzi del dottor Pulvirenti, come biblicamente scrive la difesa, sono campati in aria: Pulvirenti non nasconde nulla e non tace, come ha dimostrato ampiamente. Inutile provare in modo meschino a capovolgere i ruoli. Questa operazione, come detto già affrontata ampiamente da La Caramella Buona in altri processi, non potrà assolutamente funzionare e la magistratura lo potrà serenamente dimostrare”.

    “Non esistono ‘veri motivi’ dell’allontanamento di Pulvirenti dalla Comunità, se non la tattica del sacerdote di togliere gli incarichi ai ragazzi della parrocchia quando scomodi: si vuole forse additare la cittadinanza di Acireale come omofoba? Il ruolo del padre Preside Pulvirenti – prosegue – non fa altro che dimostrare la buona fede della famiglia nel rispetto della Chiesa e ricordiamo che Teo ha pienamente informato i genitori solo recentemente di quanto realmente accaduto; questo è del tutto normale per una vittima di abuso sessuale e psicologico”.

    “Inconsistente affermare che a Cassone e in Parrocchia ci fossero “sempre” altre persone: e quindi? Si vorrebbe dimostrare che il sacerdote non poteva mai e poi mai rimanere isolata dalla vista di altri ? Anche questa difesa è totalmente fragile. Tacere sul Centro di Ascolto ovvero Telefono Amico? Questa sarebbe una prova della totale infondatezza delle accuse che Teo muove al sacerdote? L’estraneità ai fatti del sacerdote si dimostrerebbe con l’aver fondato il (discusso) Telefono Amico? Piuttosto ridicola come cosa”.

    “Screzi e cartoline – ancora – non modificano alcuna sostanza delle accuse mosse dal dottor Pulvirenti al sacerdote Don Carlo Chiarenza e la magistratura potrà dimostrarlo serenamente; inutile continuare a dire che Pulvirenti ha strumentalizzato e addirittura manomesso la registrazione con Chiarenza e Urso: se ne occuperà la magistratura”.

    “Mi dispiace, e voglio dirlo, che la difesa di Don Chiarenza abbia minacciato Pulvirenti di querela per ‘gravissima calunnia’, anche perché con questo potrebbe intimorire altre presunte vittime che, in parte, già si sono rivolte a La Caramella Buona Onlus e soprattutto, come corretto e giusto, alla Polizia delle Comunicazioni di Catania quindi al Pubblico Ministero Dott.ssa Marisa Scavo. Ma se non è Don Carlo Chiarenza a volere la denuncia contro Pulvirenti per calunnia, di chi sarebbe l’iniziativa, dell’avvocato difensore in persona ? Il Preside Pulvirenti e la famiglia tutta ha contattato i legali de La Caramella Buona Onlus per verificare una denuncia querela per le gravi affermazioni dell’avvocato di Don Chiarenza. Nel massimo rispetto del ruolo e della professionalità della difesa di Don Carlo Chiarenza, posso affermare che il Dottor Teodoro Pulvirenti e La Caramella Buona Onlus sono certi che la verità, sollecitata peraltro da quattromila persone alla fiaccolata di Acireale, vincerà su ogni tentativo di screditare le vittime di un’orribile reato e riconfermiamo – conclude Mirabile – la massima collaborazione e fiducia nella Polizia e nella Magistratura”.

    http://www.livesicilia.it/2012/04/05/la-famiglia-della-vittima-non-ci-sta-e-minaccia-querela/

  • Acireale, Roberto Mirabile, presidente dell’associazione ‘La caramella buona’, replica al difensore del prete accusato di abusi

    Acireale, Roberto Mirabile, presidente dell’associazione ‘La caramella buona’, replica al difensore del prete accusato di abusi

    Ieri l’avvocato Antonio Fiumefreddo, legale di don Carlo Chiarenza, aveva convocato una conferenza stampa per smontare, a suo avviso, l’accusa del dott. Teodoro Pulvirenti di aver subito degli abusi ad opera del sacerdote quando era ancora minorenne. In quell’occasione l’avvocato del parroco aveva parlato dei dieci silenzi della vittima; dei dieci, a suo modo di vedere, punti oscuri. Dopo le tesi sostenute dall’avvocato Fiumefreddo a difesa del parroco, adesso si registra la dura presa di posizione di Roberto Mirabile, presidente dell’associazione “La Caramella Buona”, che in un’appassionata lettera ribatte punto per punto a quanto sostenuto dalla difesa del prete (fonte www.meridianamagazine.org).

    di Roberto Mirabile, (presidente dell’associazione “La Caramella Buona”)

    “Rispetto naturalmente il ruolo della difesa di Don Carlo Chiarenza, delle cui eventuali responsabilità risponderà alla magistratura italiana e, forse, a quella vaticana. A seguito della conferenza stampa di oggi (ieri, ndr), svoltasi nello studio dell’avvocato del sacerdote, desidero precisare quanto segue.

    1) i contenuti della conferenza non mi sorprendono, nel senso che mi aspettavo il nulla e così è stato: in altri casi affrontati e soprattutto nel caso di Don Ruggero Conti, il sacerdote che a Roma con l’avvocato Nino Marazzita, nostro presidente onorario, abbiamo fatto condannare l’anno scorso a oltre quindici anni di carcere più pene accessorie, la strategia difensiva era praticamente la stessa: arrampicandosi sugli specchi, i difensori non possono fare altro che cercare di screditare la vittima, il suo contesto famigliare; la difesa vuole screditare ma non smentisce i fatti;

    2) malgrado quindi la prassi si ripeta, non possiamo sorvolare sulla discutibilissima tattica utilizzata: far passare Teo Pulvirenti come una persona inattendibile, addirittura mentalmente instabile, problematico e con l’aggravante della sessualità omosessuale,come se questa fosse elemento di poca credibilità;

    3) i dieci silenzi del dott. Pulvirenti, come biblicamente scrive la difesa, sono campati in aria: Pulvirenti non nasconde nulla e non tace, come ha dimostrato ampiamente. Inutile provare in modo meschino a capovolgere i ruoli ! Questa operazione, come detto già affrontata ampiamente da La Caramella Buona in altri processi, non potrà assolutamente funzionare e la magistratura lo potrà serenamente dimostrare;

    4) non esistono “veri motivi” dell’allontanamento di Pulvirenti dalla Comunità, se non la tattica del sacerdote di togliere gli incarichi ai ragazzi della parrocchia quando scomodi: si vuole forse additare la cittadinanza di Acireale come omofoba ?

    5) il ruolo del padre Preside Pulvirenti non fa altro che dimostrare la buona fede della famiglia nel rispetto della Chiesa e ricordiamo che Teo ha pienamente informato i genitori solo recentemente di quanto realmente accaduto; questo è del tutto normale per una vittima di abuso sessuale e psicologico;

    6) inconsistente affermare che a Cassone e in Parrocchia ci fossero “sempre” altre persone: e quindi ? si vorrebbe dimostrare che il sacerdote non poteva mai e poi mai rimanere isolato dalla vista di altri ? anche questa difesa è totalmente fragile;

    7) tacere sul Centro di Ascolto ovvero Telefono Amico ? questa sarebbe una prova della totale infondatezza delle accuse che Teo muove al sacerdote ? l’estraneità ai fatti del sacerdote si dimostrerebbe con l’aver fondato il (discusso) Telefono Amico ? piuttosto ridicola come cosa; screzi e cartoline non modificano alcuna sostanza delle accuse mosse dal dottor Pulvirenti al sacerdote Don Carlo Chiarenza e la magistratura potrà dimostrarlo serenamente;

    9) inutile continuare a dire che Pulvirenti ha strumentalizzato e addirittura manomesso la registrazione con Chiarenza e Urso: se ne occuperà la magistratura;

    Mi dispiace, e voglio dirlo, che la difesa di Don Chiarenza abbia minacciato Pulvirenti di querela per “gravissima calunnia”, anche perché con questo potrebbe intimorire altre presunte vittime che, in parte, già si sono rivolte a La Caramella Buona Onlus e soprattutto, come corretto e giusto, alla Polizia delle Comunicazioni di Catania quindi al Pubblico Ministero Dott.ssa Marisa Scavo.

    Ancora: se non è Don Carlo Chiarenza a volere la denuncia contro Pulvirenti per calunnia, di chi sarebbe l’iniziativa, dell’avvocato difensore in persona? Il Preside Pulvirenti e la famiglia tutta ha contattato i legali de La Caramella Buona Onlus per verificare una denuncia querela per le gravi affermazioni dell’avvocato di Don Chiarenza.

    Nel massimo rispetto del ruolo e della professionalità della difesa di Don Carlo Chiarenza, posso affermare che il Dottor Teodoro Pulvirenti e La Caramella Buona Onlus sono certi che la verità, sollecitata peraltro da quattromila persone alla fiaccolata di Acireale, vincerà su ogni tentativo di screditare le vittime di un orribile reato e riconfermiamo la massima collaborazione e fiducia nella Polizia e nella Magistratura. Firmato Roberto Mirabile, Presidente dell’Associazione La Caramella Buona”

     

  • Abusi sessuali, chiesti i danni alla Curia

    Abusi sessuali, chiesti i danni alla Curia

    Sotto accusa il parroco di Nardò
    Per la prima volta Chiesa in aula come responsabile civile
    Don Quintino è accusato di molestie su marocchino

    LECCE – Per la prima volta la Curia viene citata in giudizio dinanzi a un Tribunale penale. Nell’udienza di ieri, i giudici della prima sezione collegiale del Tribunale di Lecce (presidente Stefano Sernia, relatore Silvia Minerva, a latere Anna Paola Capano) hanno accolto la richiesta di citare come responsabile civile la Curia diocesana di Nardò e Gallipoli, nella persona del vescovo e legale rappresentante pro tempore monsignor Domenico Caliandro.

    Il processo in questione è quello che vede come imputato don Quintino De Lorenzis, il sacerdote di 35 anni originario di Casarano, accusato di violenza sessuale nei confronti di un giovane marocchino di 28 anni. A chiedere la citazione del responsabile civile è stata la difesa della presunta vittima, assistita dall’avvocato Salvatore Centonze, che si è costituita come parte civile. La Corte, nonostante la richiesta di rigetto avanzata dal pubblico ministero, ha autorizzato la richiesta sulla base dell’articolo 2049 del codice civile, in virtù del rapporto di lavoro tra la Curia e il sacerdote e, di conseguenza, la responsabilità per i danni arrecati dal fatto illecito commesso nell’esercizio delle incombenze cui era adibito. La parte civile ha chiesto un risarcimento di 20mila euro. «E’ la prima volta che nel nostro sistema giudiziario avviene una cosa del genere», spiega l’avvocato Salvatore Centonze. «Nei mesi scorsi era stata l’Alta Corte di giustizia di Londra a stabilire che la Chiesa cattolica può essere ritenuta responsabile per i comportamenti illeciti e i reati condotti dai propri preti«. «Del resto – prosegue il penalista – è come se un docente abusasse di un alunno in classe e si citasse come responsabile civile il ministero dell’Istruzione. Ritengo che oltre che un atto dovuto sia una garanzia per la stessa Curia che, diventando parte nel processo, può dimostrare la propria estraneità ai fatti». I fatti contestati, secondo l’ipotesi accusatoria, risalirebbero allo scorso 15 ottobre. La presunta vittima, un ragazzo di 28 anni di nazionalità marocchina, ha sporto denuncia, indicando proprio nel sacerdote, già padre spirituale del Seminario diocesano, il presunto autore delle violenze. Accuse che avrebbero trovato riscontro nelle indagini condotte dai carabinieri di Nardò, chiamati a far luce su una vicenda che ha suscitato scalpore.

    Secondo il racconto del giovane extracomunitario, i presunti abusi sarebbero stati consumati proprio all’interno della sacrestia. Il ragazzo sarebbe stato attirato dal sacerdote con la scusa di rifornirlo di cibo e vestiario, approfittando del fatto che fosse una persona priva di mezzi di sostentamento. L’imputato avrebbe approfittato della presunta vittima mentre era intento a vestirsi e avrebbe subito diversi e sempre più vigorosi tentativi di approccio sessuale, toccando ripetutamente gli organi genitali. I presunti abusi avrebbero determinato “nella della vittima l’insorgere di una patologia psichica consistente in un profondo stato di insicurezza, difficoltà nella vita di relazione e sessuale, ansia e depressione, tanto da far ricorso a terapie farmacologiche”. Dopo la denuncia il 28enne sarebbe stato isolato e non avrebbe ricevuto più alcun aiuto e sostentamento. Nel gennaio scorso don Quintino è stato rinviato a giudizio al termine dell’udienza preliminare dinanzi al gup del Nicola Lariccia. In molti, nella comunità di Nardò, avevano espresso solidarietà al parroco, che da oltre un anno e mezzo era alla guida della parrocchia di San Gerardo Majella di Nardò, ma che è stato poi sospeso, abbandonando il suo incarico.

    Andrea Morrone
    29 marzo 2012

  • Molestato dal prete? Citata in giudizio la Chiesa

    Molestato dal prete? Citata in giudizio la Chiesa

    Giovedì 29 Marzo 2012 06:58
    Antonio Romano

    NARDO’ (Lecce) – Nell’ambito della prima udienza dibattimentale tenutasi ieri, i giudici del Tribunale di Lecce hanno ritenuto – con un provvedimento senza precedenti in Italia – la Curia di Nardò e Gallipoli responsabile civile per una presunta vicenda di abusi sessuali che, più di un anno fa, ha visto protagonista il parroco neretino Quintino De Lorenzis.

    Il fatto risale all’ottobre 2010, quando un ragazzo marocchino, clandestino e in condizioni di profonda indigenza, si rivolse alla parrocchia di San Gerardo a Nardò per chiedere aiuto. Stando alle dichiarazioni rilasciate, il giovane sarebbe stato invitato dal prelato, in tarda serata, ad entrare nelle sue stanze private con la promessa di qualche vestito e di avere del latte. In realtà, invece di normali indumenti, il giovane nordafricano sarebbe stato esortato dal parroco ad indossare capi di biancheria intima, sia da uomo che da donna. In profondo imbarazzo, soprattutto per via del suo stato di bisogno, il giovane assecondò le richieste del prete ritrovandosi ad essere vittima di palpeggiamenti e attenzioni sessuali. Da quell’episodio nacque la denuncia e De Lorenzis fu immediatamente sospeso dalla Curia.

    Il giudice aveva in seguito autorizzato la richiesta di un incidente probatorio – cioè dell’immediata acquisizione di prove per evitarne la dispersione – da parte del pubblico ministero. Il ragazzo fu quindi subito sentito come testimone. Alla conferma delle dichiarazioni, nel gennaio scorso c’è stata l’udienza preliminare chiusasi con il rinvio a giudizio del prete e, nella mattinata di ieri, l’udienza dibattimentale davanti alla prima sezione collegiale del Tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Stefano Sernia.

    “Noi, come parte civile – ha spiegato l’avvocato del giovane marocchino Salvatore Centonze – abbiamo chiesto di essere autorizzati a citare in giudizio, come responsabile civile, la Curia di Nardò. Questo ragionamento si basa su una norma del Codice, la 2049, che stabilisce che “i padroni e i committenti sono solidalmente responsabili per gli atti illeciti commessi dai propri preposti”. Pensiamo, in buona sostanza, che fra la Curia e il parroco ci siano indici rivelatori di un vero e proprio rapporto di lavoro”. L’organizzazione delle parrocchie, il potere di nominare i prelati, il potere di decidere le retribuzioni, l’esercizio di un potere disciplinare: tutti questi elementi, che relazionano l’uomo di chiesa alla sua Curia, sono stati qualificati dal Tribunale come “rapporto di committenza”. “Dopo una camera di consiglio di oltre 40 minuti – ha aggiunto l’avvocato Centonze – il collegio ha ritenuto sussistente questo rapporto e ha messo in condizione la Curia, con un provvedimento di grande civiltà giuridica, di costituirsi nel processo per difendersi attivamente. Ora bisognerà vedere se ci sono effettive responsabilità in merito ai fatti esaminati nel processo penale in corso”. Proprio questo l’elemento di grandissima novità: è, infatti, la prima volta che si configura questo tipo di vincolo di subordinazione tra parroco e Curia. Quest’ultima sarà chiamata a rispondere in maniera solidale con l’imputato; proprio come avrebbe dovuto fare una scuola con un suo docente o un ospedale con un suo medico.

    Andrea GABELLONE

  • Violenza sessuale: no ad arresti domiciliari prete arrestato

    Violenza sessuale: no ad arresti domiciliari prete arrestato

    Il parere negativo era stato espresso anche dal pm
    16 marzo, 17:49

    (ANSA) – COMO, 16 MAR – Il Gip di Como Maria Luisa Lo Gatto ha respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dai legali di don Marco Mangiacasale, il sacerdote comasco, economo della Curia, arrestato dieci giorni fa per violenza sessuale ai danni di una ex parrocchiana minorenne. La decisione non era inattesa, dopo il parere negativo espresso anche dal pubblico ministero, che temeva un inquinamento delle prove. I legali avevano chiesto gli arresti domiciliari in una struttura religiosa fuori dalla Lombardia ma, evidentemente, anche il gip ritiene al momento inadeguata un’attenuazione della custodia cautelare. (ANSA).

    http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/lombardia/2012/03/16/visualizza_new.html_132974123.html

  • Nascosto scandalo hard nella scuola dei frati

    Nascosto scandalo hard nella scuola dei frati

    Genova – La punta dell’iceberg è una gestione scellerata della cassa del Calasanzio, prosciugata da spese pazze quando era lui ad amministrarla, e la misteriosa sparizione di alcuni quadri della scuola Rubens dalla cassaforte dell’istituto. Fatti su cui adesso indaga la Procura, che ipotizza il reato di appropriazione indebita. Dietro a quegli ammanchi, però, c’era molto di più. Forse lo scandalo sessuale più delicato per la chiesa genovese dopo quello di don Riccardo Seppia, noto ai padri Scolopi da almeno dieci anni, ma coperto fino ad oggi da una lunga catena di silenzi e omissioni.

    Ad accusare padre Gianluca Depretto, 39 anni, fino a pochi mesi fa rettore della scuola cattolica di Cornigliano (oggi sospeso), è una lunga e dettagliatissima denuncia presentata al tribunale ecclesiastico da un ex compagno di seminario molestato all’inizio degli anni Novanta: già allora, si legge nel verbale, il sacerdote «portava in bagno i ragazzi più piccoli». Era il 1992, l’inizio di una carriera nell’ordine che fa dell’insegnamento ai giovani una missione.

    Il muro del silenzio sui comportamenti di un sacerdote «stimatissimo dai superiori» e «adorato dai suoi studenti», viene scalfito per la prima volta da un esposto presentato qualche mese fa da padre Ugo Barani, 72 anni, massima autorità provinciale degli Scolopi. È lui, tramite un legale di fiducia, a denunciare il “buco” lasciato nel bilancio della scuola dall’uomo che ne era l’economo, che avrebbe utilizzato i soldi dell’istituto per fini personali.

    Il racconto è molto preciso. Si parla di carte di credito, conti di grandi alberghi e acquisti da capogiro. Fatti su cui adesso indagano il pubblico ministero Stefano Puppo e il nucleo di polizia giudiziaria genovese. Gli investigatori vengono però tenuti all’oscuro di un’altra segnalazione, rimasta per dieci anni in un cassetto, e di cui oggi si sta interessando in gran segreto il tribunale ecclesiastico. Una denuncia alquanto più imbarazzante, perché adombra il sospetto di molestie sessuali su minorenni di una persona cui gli Scolopi negli anni hanno affidato l’educazione di centinaia di ragazzi. Panni sporchi che forse qualcuno preferiva risolvere in famiglia.

    Marco Grasso
    Matteo Indice

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/03/08/AP2uAo2B-nascosto_scandalo_scuola.shtml

  • Bologna, condannato in appello a quattro anni il prete pedofilo

    Bologna, condannato in appello a quattro anni il prete pedofilo

    www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/07…edofilo/196045/

    Bologna, condannato in appello a quattro anni il prete pedofilo

    Ha abusato tra il 2003 e il 2005 di dieci bambini tra i tre e i sei anni. Da una parrocchia ferrarese il religioso è stato ridotto nel 2008 allo stato laicale e trasferito nel santuario di San Luca
    Quattro anni e 2 mesi di detenzione per l’ormai ex don Andrea Agostini, nato 72 anni fa a Verona. È questa la condanna che la Corte d’Appello di Bologna ha inflitto al sacerdote di una parrocchia nel ferrarese accusato e riconosciuto colpevole di aver abusato tra il 2003 e il 2005 di 10 minori tra i 3 e i 6 anni che frequentavano l’asilo gestito dal religioso. Rispetto alla sentenza del tribunale di Ferrara, che risale all’aprile 2008, il prete si è visto scontare 2 anni e 8 mesi perché tra i reati non c’è più il palpeggiamento di due insegnanti, dato che secondo la corte la querela sarebbe stata tardiva.

    Al termine della sua requisitoria, a fine febbraio, il procuratore generale Miranda Bambace aveva chiesto la conferma della prima sentenza a 6 anni e 10 mesi mentre per l’avvocato della difesa, Giuseppe Coliva, il sacerdote andava assolto perché innocente, come si è sempre proclamato. Malgrado la riduzione della condanna, si tratta comunque di una “conferma delle responsabilità di don Agostini”, ha commentato a caldo uno dei legali di parte civile, Carlo Bergamasco, sostituito in udienza dal collega Simone Tritone. “Ora aspetto di leggere le motivazioni della sentenza”, ha aggiunto. Motivazioni che giungeranno entro 90 giorni e che anche per Claudia Colombo, altro avvocato delle giovanissime vittime, spiegheranno più nel dettaglio la pena più mite. “La sentenza mi rende comunque molto contenta. La difesa ha annunciato il ricorso in Cassazione e noi rispondiamo che resisteremo anche in quella sede”.

    Quella di don Agostini – la cui identità venne svelata solo nel 2010 da un’inchiesta giornalistica – è una storia che prosegue da anni. Era l’aprile 2008 quando in primo grado il sacerdote era stato condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione (una pena più elevata di quanto richiesto dal pubblico ministero Filippo Di Benedetto), oltre al pagamento di una provvisionale esecutiva di 28 mila euro e delle spese processuali. La vicenda era stata denunciata nel 2005 da un’educatrice e aveva portato a ricostruire una serie di carezze fuori luogo, palpeggiamenti nelle parti intime e baci sulle labbra nei confronti dei minori che frequentavano la struttura.

    Anche due maestre avrebbero subito le attenzioni del sacerdote e un anno prima dell’avvio ufficiale dell’inchiesta avevano informato le autorità religiose di quanto stava avvenendo. Dopo però avevano perso il lavoro, che riottennero all’inizio del successivo anno scolastico, quando venne assunta anche la dirigente che poi, resasi conto di quanto stava avvenendo, informò i genitori e denunciò quanto avvenuto ai carabinieri di Ferrara.

    In merito all’atteggiamento della curia di Bologna, da cui la parrocchia di don Agostini dipendeva, le motivazioni della sentenza di primo grado parlavano del “silenzio dei vertici ecclesiastici. La loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano sul conto [di don Agostini] equivale a implicita ammissione di conoscenza di quei fatti da parte delle gerarchie e consente di leggere tutta la vicenda come un tentativo di evitare uno scandalo che si considerava inevitabile perché fondato su fatti inoppugnabili”. Un “muro di gomma”, si legge in un passaggio, a cui non sarebbe stato estraneo nemmeno il vescovo ausiliario, monsignor Ernesto Vecchi, per evitare che la vicenda diventasse di dominio pubblico.

    Giunta la condanna in primo grado, i legali del sacerdote avevano presentato appello. Ma intanto si era mossa anche la giustizia ecclesiastica, per quanto in ritardo, era stata la critica sollevata dalla Rete Laica di Bologna. All’inizio don Agostini era stato sospeso a titolo cautelativo dalle funzioni sacerdotali e solo nel dicembre 2008, 8 mesi dopo la sentenza del tribunale di Ferrara, era iniziato il processo canonico. Il sacerdote così è stato ridotto allo stato laicale dopo essere stato trasferito nel santuario della Beata Vergine di San Luca, dove gli è stato notificato l’atto di citazione per il giudizio d’appello.

    In queste settimane tutto è stato ricostruito di nuovo di fronte alla Corte d’Appello di Bologna, presieduta dal giudice Alberto Pederiali, che ha preso in considerazione una seconda volta le deposizioni della dirigente scolastica, del personale didattico e ausiliario dell’asilo e dei genitori delle vittime. E si è giunti alla nuova sentenza di colpevolezza in attesa che si definisca anche la questione del versamento della provvisionale, non pagata alle vittime dall’ex prete perché nullatenente, e del risarcimento del danno, che avverrà solo dopo il pronunciamento in Cassazione.

    http://corrieredibologna.corriere.it/bolog…585895872.shtml

    l caso in un asilo del ferrarese
    Pedofilia, ridotta la pena al prete
    condannato per atti sessuali su bambine
    La Corte d’Appello ha deciso per 4 anni e 2 mesi di carcere. La difesa: si trattò solo di una ritorsione delle educatrici nei confronti del sacerdote

    BOLOGNA – La seconda sezione della Corte d’appello di Bologna ha condannato a 4 anni e 2 mesi, dopo una camera di consiglio di meno di un’ora, un sacerdote bolognese di 68 anni per atti sessuali su 10 bambine di un’asilo che gestiva nel Ferrarese, nel 2005. La corte ha ridotto la pena rispetto al primo grado dell’aprile 2008, 6 anni e 10 mesi, ma ha di fatto accolto le tesi dell’accusa e confermato l’impianto delle contestazioni di pedofilia mosse al sacerdote. La difesa e le parti civili attenderanno i 90 giorni per la motivazione per l’eventuale ricorso in Cassazione.

    Lo farà la difesa che aveva rinnovato in appello le tesi difensive che vertevano sull’ipotesi di una ritorsione sul parroco, messa in atto dalle educatrici poiché temevano di perdere il lavoro, visto che il sacerdote gestiva l’asilo in cui lavoravano. Le educatrici denunciarono atti ambigui ma di chiara matrice sessuale – come hanno detto i vari giudici susseguiti – tra cui toccamenti sulle parti intime, sfregamenti, contatti con le bimbe, caramelle messe nelle mutandine, baci in bocca ad una di loro. Proprio sulla inattendibilità e ritardi delle denunce si era soffermato il difensore, parlando di gesti interpretati in modo difforme dalla realtà.

    Il caso scoppiò nel 2005, dopo le indagini dei carabinieri nate dalle denunce per cui il sacerdote venne anche arrestato, ai domiciliari. Poi l’inchiesta, il processo di primo grado e due anni fa la notizia che il prete era stato sospeso a divinis dal Papa e ora, secondo le notifiche eseguite per il processo,vivrebbe in una comunità religiosa nel santuario di San Luca a Bologna. (fonte: Ansa)

    07 marzo 2012