Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Savona: prete arrestato, interrogatorio fiume in Procura

    Savona: prete arrestato, interrogatorio fiume in Procura

    “No comment”, hanno tagliato corto il procuratore capo Granero e il sostituto Ferro su possibili ammissioni del prete e “no comment” anche su altri eventuali nuovi episodi che gli sono stati contestati al termine del lungo faccia a faccia al quale ha assistito, ovviamente, anche il suo avvocato difensore Alessandro Chirivì.
    E’ stato un interrogatorio fiume quello sostenuto questo pomeriggio da don Luciano Massaferro arrestato per violenza sessuale su una ragazzina di undici anni.

    L’interrogatorio si è tenuto non più davanti al gip Emilio Fois come la settimana scorsa, ma davanti al pm Giovanni Battista Ferro. Un interrogatorio nel corso del quale il prete ha negato ogni addebito e ha respinto con forza le accuse che martedì scorso lo hanno portato in carcere per presunte violenze sessuali (almeno tre gli episodi che sono stati contestati sinora) subite da una ragazzina di undici anni, una chierichetta che frequentava la parrocchia di san Vincenzo e San Giovanni ad Alassio.

    E’ molto provato don Massaferro soprattutto da quando sabato scorso il gip Fois gli ha negato la libertà ed è per questo motivo che il suo avvocato Alessandro Chirivì ha deciso di ricorrere al tribunale del riesame.
    Ad accusarlo sono i racconti della ragazzina quindi le testimonianze raccolte dagli inquirenti dai suoi familiari. Tre gli episodi che si sarebbero verificati tra aprile e maggio poi raccontati dalla bambina alla psicologa. Ma in difesa del parroco ci sono i parrocchiani che continuano a sostenere la sua innocenza anche su Facebook. (Leggi qui la denuncia pubblica di una madre sul social network).

    g.d.g.

    Lunedì 04 Gennaio 2010 ore 20:31

    04 gennaio 2010
    Savona, Don Luciano: quattro ore di confronto con gli inquirenti
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    don luacino

    Savona. Quattro ore di interrogatorio condotto dal Procuratore Capo della Repubblica Francantonio Granero e dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro. Dalle 16 alle 20,15 circa. Questo il tempo per cui Don Luciano Massaferro, il parroco accusato di violenza sessuale su una ragazzina di 11 anni, è rimasto a rispondere alle domande degli inquirenti al sesto piano di Palazzo di Giustizia.

    Nessuna dichiarazione al termine dell’interrogatorio da parte del legale del sacerdote, l’avvocato Alessandro Chirivì, che ha raggiunto velocemente la sua auto senza fare ulteriori commenti. Il difensore di Don Luciano aveva però rilasciato una dichiarazione entrando in Tribunale: “Il mio assistito è pronto a rispondere a tutte le domande che gli verranno poste e chiarirà ancora una volta la sua posizione”.

    Secondo quanto trapelato da Palazzo di Giustizia non ci sarebbero comunque nuovi elementi sull’indagine. Insomma nessuna nuova denuncia e nessuna intercettazione ambientale. Gli elementi in mano agli inquirenti restano sempre quelli che hanno portato il Procuratore capo e il pm Alessandra Coccoli a richiedere l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, convalidata poi dal gip Emilio Fois.

    Con tutta probabilità quindi non ci saranno altri colpi di scena nella vicenda di “Don Lu” almeno fino alla prossima settimana, quando si attende la decisione del Tribunale del riesame a proposito della richiesta di scarcerazione presentata questa mattina dall’avvocato Chirivì.

  • Il vescovo lo difende: “Accuse inverosimili”

    Il vescovo lo difende: “Accuse inverosimili”

    ABUSI A BIMBA DI 11 ANNI ARRESTATO PARROCO

    Un parroco è stato arrestato ad Alassio con l’accusa di violenza sessuale su una bambina di 11 anni. In carcere è finito don Luciano Massaferro, 44 anni, parroco delle chiese di San Giovanni Battista e di San Vincenzo di Alassio.

    Il sacerdote è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile della questura insieme ai colleghi del commissariato di polizia di Alassio, che hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Emilio Fois presso il Tribunale di Savona su richiesta del pubblico ministero Alessandra Coccoli.

    A far scattare l’inchiesta è stata una segnalazione arrivata dall’ospedale Giannina Gaslini di Genova che aveva sottoposto la bambina, appena undicenne, ad una serie di accertamenti clinici dopo aver denunciato di avere subito le violenze da parte del sacerdote. Le indagini sono durate un mese e mezzo.

    «La notizia desta molto stupore, perchè le accuse fatte sembrano inverosimili. Don Luciano Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria. Infine si esprime la piena fiducia che possa al più presto manifestarsi la propria estraneità ai fatti di cui accusato» è la prima dichiarazione di monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia. All’ordinario della Diocesi di Albenga è stata data comunicazione del provvedimento ai sensi dell’articolo 129 del protocollo addizionale all’accordo di revisione del concordato Lateranense del 1984.

    http://www.leggonline.it/articolo.php?id=39711

    Alassio: prete pedofilo, chi è don Luciano Massaferro

    Don Luciano Massaferro, sacerdote albenganese dal 2002, il 18 settembre scorso era stato nominato responsabile dell’ufficio diocesano scolastico, ovvero aveva il compito di coordinare gli insegnanti di religione di ogni ordine e grado della diocesi di Savona e Imperia. Il 22 dicembre scorso presso la Curia Vescovile di Albenga insieme al vescovo Mario Oliveri aveva incontrato gli insegnanti e i dirigenti scolastici di ogni ordine e grado per il tradizionale scambio di auguri di Natale. Un lutto ha anche segnato la sua vita. Circa un paio di mesi fa don Luciano aveva perso la madre.

    http://www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=66818

    Alassio, pedofilia: arrestato Don Luciano Massaferro

    Alassio. Il personale della Questura savonese e del Commissariato di Alassio, questa mattina, ha dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un sacerdote di Alassio, Don Luciano Massaferro, 44 anni, parroco di “San Giovanni Battista” e di “San Vincenzo”.

    Le pesanti accuse nei suoi confronti sono di violenza sessuale aggravata su un minore di 14 anni (artt. 81 cpv, 609 bis, 609 ter n.1), oltre che per aver commesso il fatto con abuso dei poteri, con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione e a un pubblico servizio, ovvero in qualita’ di ministro di un culto (art. 61 n. 9.).
    L’ordinanza è stata emessa dal gip del Tribunale di Savona Emilio Fois su richiesta del pubblico ministero Alessandra Coccoli. All’Ordinario della Diocesi di Albenga è stata data comunicazione del provvedimento ai sensi dell’art. 129 disp. att. c.p.p. – art. 2 lett. b) del protocollo addizionale all’accordo di revisione del concordato Lateranense del 1984. Secondo quanto appreso il fatto contestato al sacerdote riguarda una violenza perpetrata ai danni di una bambina di 11 anni. L’inchiesta sarebbe partita da una segnalazione arrivata dall’ospedale Giannina Gaslini di Genova, dove il prete svolgeva, come in altri ospedali, attività di volontariato.

    http://www.ivg.it/2009/12/29/alassio-arres…e-san-vincenzo/

    Alassio, l’arresto di Don Luciano: stupore tra i parrocchiani
    Don Luciano Massaferro

    Alassio. Disorientamento ed incredulità. Con questi sentimenti è stata accolta dalla comunità alassina la notizia dell’arresto per pedofilia del parroco di Alassio Don Luciano Massaferro. Il prete, al momento rinchiuso in carcere a Genova, è molto conosciuto e apprezzato non solo nell’ambito parrocchiale di San Giovanni Battista e di San Vincenzo ma in tutta la diocesi albenganese.

    “Mi sembrano accuse incredibili per una persona come Don Luciano – afferma il Vescovo monsignor Mario Oliveri -. Don Luciano resta comunque innocente, fino a prova contraria e mi auguro che possa dimostrare la propria totale estraneità a quanto gli viene contestato”.

    Don Luciano Massaferro, savonese di origine, ha sempre amato stare vicino ai giovani: ha insegnato nel Seminario Vescovile e nel Liceo Psico-Pedagogico “Redemptoris Mater” di Albenga, ed è attualmente è docente di Italiano, Storia e Geografia nella Scuola Media Inferiore.

    Nel 1999 arriva l’ordinazione sacerdotale, concludendo a Genova gli studi teologici. Nel 2002 inizia l’attività di parroco ad Alassio. E’ attualmente assistente spirituale dell’Opera “Piccole Vittime dei desideri di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria” e collabora con il Seminario Vescovile di Albenga-Imperia e con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Albenga nell’insegnamento delle discipline filosofiche.

    Conosciuto per andare sempre in bicicletta, Don Luciano era molto attivo anche nel campo del sociale, negli ospedali e nelle case delle persone bisognose. “Una persona davvero al di là di ogni sospetto – racconta uno dei suoi parrochiani, S.M., 29 anni, con cui aveva da poco concluso il corso prematrimoniale proprio con Don Luciano”.

    http://www.ivg.it/2009/12/29/alassio-larre…i-parrocchiani/

    Alassio: violenza, arrestato giovane parroco
    29 dicembre 2009

    Arrestato per violenza sessuale. Un arresto clamoroso che ha colpito il parroco della chiesa di San Giovanni Battista e San Vincenzo Neri di Alassio, don Luciano Massaferro. Parrocchia che regge da molto tempo mentre lo scorso settembre era stato nominato responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Albenga-Imperia.
    La parrocchia San Giovanni Battista e San Vincenzo Neri

    L’arresto è stato compiuto stamane dagli agenti della Questura e del Commissariato di Alassio in esecuzione di un’ordinanza del Gip del tribunale di Savona che ha accolto la richiesta del pm.

    L’indagine sarebbe nata dopo la segnalazione dei medici del Gaslini di Genova dove era stata ricoverata una bambina, appena undicenne, per una serie di accertamenti clinici dopo aver denunciato di avere subito le violenze da parte del sacerdote. Le indagini sono durate un mese e mezzo.

    L’arresto è avvenuto secondo le disposizioni previste dal concordato dei patti lateranensi del 1984.

    Gli inquirenti hanno riferito testualmente che «non verranno rilasciate dichiarazioni sino alla conclusione delle indagini preliminari».

    IL VESCOVO OLIVIERI: SOPRESA E STUPORE

    Una reazione cauta e per così dire d’ufficio, quella del vescovo Mario Oliveri che regge da quasi vent’anni la diocesi ingauno imperiese. E diversamente, di fronte ad una vicenda del genere, diversamente non poteva essere. «La notizia desta molto stupore, perchè le accuse fatte sembrano inverosimili. Don Luciano Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria. Infine si esprime la piena fiducia che possa al più presto manifestarsi la propria estraneità ai fatti di cui accusato».

    CHI E’ DON LUCIANO MASSAFERRO

    La parrocchia
    Un prete moderno e multimediale, in contatto con i giovani e dotato di grandi capacità di animazione. Così viene descritto ad Alassio don Luciano Massaferro, indicato come un prete dalla pastorale “multimediale”. preti on libe, contatti skype, il sito della parrocchia, facebook. Insomma un prete inserito nel mondo giovanile e nelle sue moderne forme di comunicazione.

    Don Luciano Massaferro, 44 anni, è stato nominato nuovo direttore dell’ufficio della Pastorale scolastica nel settembre scorso. Nato a Savona, il 18 gennaio 1965 , vive da sempre nel ponente, prima ad Alassio, poi a Cenesi ed Albenga. Studente dell’Itis si era diplomato nel luglio del 1985.

    Dapprima una esperienza nel settore dello sviluppo tecnologico delle macchine fotocopiatrici, parallelamente agli studi con laurea in Filosofia a indirizzo storico con una tesi su “Etica e Religione in Henri Bergson”.

    Legato da smepre al mondo cattolico, don Massaferro è stato docente di Filosofia Moderna e Contemporanea nel Seminario Vescovile di Albenga, di Psicologia dell’età evolutiva al Liceo Psico-Pedagogico “Redemptoris Mater” di Albenga e nella Scuola Media Inferiore del medesimo Istituto è docente di Italiano, Storia e Geografia.

    Don Luciano Massaferro
    Don Luciano è stato ordinato sacerdote il 12 giugno 1999 è ordinato Presbitero concludendo gli studi teologici a Genova dove ha conseguito il “Baccalaureato” (Summa cum laude) approfondendo ulteriormente gli studi filosofici e teologici su Henri Bergson.

    Dal 2002 è parroco ad Alassio in San Giovanni e San Vincenzo dove era già stato vice parroco e amministratore parrocchiale oltre che assistente Spirituale dell’Opera “Piccole Vittime dei desideri di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria”.

    Multimediale e studioso tanto da iscriversi al terzo corso di laurea (nel 2006/2007) in Storia Antica e Medioevale

    http://www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=66822

    Alassio: prete pedofilo, l’avvocato “mio cliente è stupito”

    “Don Luciano Massaferro, attualmente in stato di arresto al carcere di Chiavari, è sereno e stupito delle accuse che gli vengono mosse. Si dichiara totalmente estraneo alla vicenda e attende con serenità che la magistratura accerti la sua innocenza”. Lo dichiara Alessandro Chirivì, avvocato penalista di Albenga e difensore di fiducia di don Luciano Massaferro.

    Con l’accusa di violenza sessuale su minore la polizia oggi ha arrestato don Luciano Massaferro, 44 anni, (nella foto di Silvio Fasano) parroco della chiesa di “San Giovanni Battista” e di “San Vincenzo” di Alassio. In particolare gli agenti della squadra mobile della questura, insieme ai colleghi del commissariato di polizia di Alassio, hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Emilio Fois presso il Tribunale di Savona su richiesta del pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Savona Alessandra Coccoli. A far scattare l’inchiesta era stata una segnalazione arrivata dall’ospedale Gaslini di Genova che aveva sottoposto la bambina, appena dodicenne, ad una serie di accertamenti di tipo psicologico dopo aver subito le particolari attenzioni da parte del sacerdote. Le indagini sono durate circa un mese e mezzo. Questa mattina gli inquirenti hanno perquisito i locali parrocchiali e l’alloggio del prete a caccia di altre prove per confermare l’accusa.

  • Il bacio proibito del prete antipedofilia

    Il bacio proibito del prete antipedofilia

    di Sarah Martinenghi
    E´ conosciuto per il suo impegno nella lotta alla pedopornografia, è il creatore di siti internet con filtri protetti per i bambini, è uno dei preti che ha ricevuto più premi e riconoscimenti, e ha sempre detto che la sua missione è quella di «proteggere i minori».

    Eppure proprio da un bambino è stato messo nei guai. E ieri mattina, durante un´udienza riservatissima e a porte chiuse, è stato condannato: a don Ilario Rolle sono stati inflitti tre anni e otto mesi in abbreviato con l´accusa di «violenza sessuale». Una condanna pesantissima, che va persino oltre alle richieste fatte dalla procura.

    A emettere la sentenza è stato il giudice per l´udienza preliminare Cristiano Trevisan. Il delicato fascicolo era stato assegnato dal procuratore aggiunto Pietro Forno al sostituto Stefano Demontis, che nel corso della sua requisitoria aveva chiesto la condanna del prete a un anno e otto mesi. Ma il giudice ha ritenuto che l´episodio di cui il prete era accusato fosse grave e che non sussistesse l´ipotesi «lieve» di violenza sessuale sostenuta dalla procura, infliggendo due anni di più rispetto alla richiesta della stessa accusa, forse anche perché dal passato di don Ilario sarebbero emerse altre ombre.

    L´accusa di aver abusato di un minore non è in questo caso intesa come stupro, e non si tratta nemmeno di episodi di palpeggiamento: nel capo d´accusa contro il prete di Venaria non c´è nulla di tutto ciò anche se il reato contestato rientra nella pedofilia. Sarebbe stato «solo» un bacio a far finire don Rolle alla sbarra. Un bacio sulle labbra, però, dato a un dodicenne che frequentava l´oratorio e con cui il prete aveva un rapporto di amicizia e di affetto. E questa è stata proprio la difesa del sacerdote, assistito dall´avvocato Stefano Castrale, che si è proclamato innocente, spiegando che il bambino ha confuso un suo gesto d´affetto, scambiandolo per qualcos´altro, e per effusioni che comunque non sarebbero state così intime.

    Ma quel bambino, assistito dall´avvocato Silvia Navone, secondo l´accusa, non avrebbe avuto alcun motivo per inventarsi di aver ricevuto un bacio dal prete. Lo aveva confidato una volta tornato a casa, parlandone prima con il convivente della madre, e poi con la sua mamma. E la donna aveva deciso di sporgere denuncia in procura, solamente perché venisse accertata la verità. Il giudice ha creduto al piccolo, e oltre a condannare don Ilario Rolle, ha anche disposto una provvisionale di risarcimento alla famiglia.

    L´episodio del bacio sarebbe avvenuto un paio di anni fa, proprio nell´oratorio della parrocchia Santa Gianna Beretta Molla a Venaria Reale, in cui don Ilario è parroco. Nel corso delle indagini e del processo non sarebbero emersi altri episodi di «violenza» o altri casi di bambini abusati. La procura si è trincerata dietro il silenzio, e nessuno ha voluto commentare la condanna inflitta ieri al sacerdote. L´avvocato difensore Stefano Castrale farà senz´altro appello. Ma tre anni e otto mesi di carcere sono tanti, e l´accusa di pedofilia rischia di rovinare per sempre una vita dedicata alla lotta contro la violenza sessuale sui minori.
    (03 dicembre 2009)

    Don Ilario Rolle è condannato per violenza La difesa: «Il mio è stato un gesto d’affetto»
    Il prete cacciatore di pedofili baciava sulla bocca i bambini
    TORINO 03/12/2009 – A chi gli contestava di essere un pedofilo ha risposto che tra lui e quel ragazzino che lo accusava esisteva solo e semplicemente un rapporto di affetto, nulla di più. Affetto che, evidentemente, il ragazzino doveva aver scambiato per qualcos altro.

    Per un bacio vero e proprio, un bacio sulle labbra. Un gesto che a don Ilario Rolle, il prete cinquantottene che da anni lotta contro la pedopornografia in Internet, è costato ieri mattina una condanna a 3 anni e otto mesi di reclusione con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minorenne. Un minorenne che all’epoca dei fatti, un paio di anni fa, aveva da poco compiuto 12 anni. Si è concluso ieri mattina, in un’aula del Tribunale di Torino, il processo nei confronti del fondatore dell’Associazione Davide Onlus per la promozione dei diritti dei minori su Internet e dell’ormai celebre sito Internet Davide.it, che mette a disposizione delle famiglie un filtro d’accesso al Web che rende sicura la navigazione e blocca siti illegali e nocivi. «I siti filtrati – si legge sulla home page di Davide.it – (pedofilia, pornografia, violenza, ecc.) sono più di 12 milioni ». «Questo sito – si legge ancora sulla home page – è rivolto ai genitori che vogliono proteggere la navigazione dei propri figli». Ma il paladino della battaglia contro la pedofilia, la pornografia e la pedopornografia è finito a sua volta nei guai per aver abusato sessualmente di un ragazzino di 12 anni mentre si intratteneva con lui all’interno dell’oratorio della Parrocchia Santa Gianna Beretta Molla di Venaria Reale. Questa, per lo meno, è la tesi sostenuta dalla Procura di Torino, rappresentata in aula dal pubblico ministero Stefano Demontis durante il processo celebrato con rito abbreviato. Pubblico ministero che nei confronti di don Ilario Rolle aveva chiesto una condanna a 1 anno e otto mesi di reclusione. La pena inflitta dal gup Cristiano Trevisan è stata tuttavia più alta, sensibilmente più severa. E per certi versi inaspettata.

    A mettere nei guai il prete anti-pedofilia era stata, due anni fa, una confidenza che un ragazzino, abituale frequentatore dell’oratorio venariese, aveva fatto al convivente della madre. Il ragazzino, di 12 anni, aveva raccontato all’uomo che don Rolle lo aveva baciato sulle labbra mentre era rimasto da solo con lui. «Mi ha dato un baio sulla bocca, non so spiegarmi il motivo ». Il ragazzino era tornato a casa e si era confidato con l’uomo. L’uomo ne aveva quindi parlato con la propria convivente, la madre del dodicenne. E la donna aveva a quel punto deciso di sporgere denuncia nei confronti del prete. Don Ilario Rolle, assistito dall’avvocato Stefano Castrale nel procedimento che si è concluso ieri, si è sempre difeso spiegando che quel ragazzino aveva certamente mal interpretato quel che voleva essere solo e semplicemente un gesto d’affetto, un sincero gesto d’affetto nei confronti di una persona alla quale si vuole bene. Altro che bacio sulle labbra, altro che pedofilia. Nei confronti del dodicenne c’era stato solo affetto, nulla di più e niente di male. Ma l’accorata difesa del prete non è servita, la sua tesi non è passata. E il gup Trevisan ha deciso infine di condannarlo a 3 anni e otto mesi di reclusione. Il ragazzino vittima degli abusi era parte civile con l’avvocato Silvia Navone.

    Giovanni Falconieri

  • Norcia, novizio 70enne di origini romane condannato a 1 anno e 6 mesi.

    Norcia, novizio 70enne di origini romane condannato a 1 anno e 6 mesi.

    di Daniele Ubaldi – Un anno e sei mesi di reclusione, interdizione da incarichi di tutela o curatela dei minori, così come dallo svolgimento di incarichi di carattere pubblico o privato che comprendano il contatto con bambini o comunque minorenni.

    Con questa sentenza si è concluso il processo al religioso 70enne di origini romane accusato di violenza sessuale – anche se non di massima gravità – nei confronti di 4 minorenni di Norcia. I fatti sarebbero avvenuti in due occasioni distinte, e precisamente il 19 settembre e il 10 ottobre del 2004. In entrambi i casi erano state due le bambine a riferire di atteggiamenti a dir poco “equivoci” da parte del religioso, il quale – almeno in un’occasione – avrebbe indossato l’abito talare pur non essendo sacerdote, il che dal punto di vista psicologico e penale costituisce sicuramente un’aggravante.

    Prima delle arringhe delle parti è stato esaminato lo stesso imputato, il quale ha fornito al collegio giudicante la propria versione dei fatti su entrambe le vicende contestate. L’uomo ha raccontato che all’epoca dei fatti svolgeva le mansioni di portiere della Basilica di San Benedetto, a Norcia. Nella stessa chiesa, secondo l’usanza benedettina, l’imputato si occupava – con turnazione settimanale – anche di aprire e chiudere la cripta nei momenti liturgici, così come ricopriva mansioni in cucina oppure in sagrestia, dove aveva sede il suo ufficio.

    L’uomo ha raccontato di essere intervenuto in due occasioni per fermare le bambine, le quali – a suo dire – stavano giocando nella chiesa ad accendere il maggior numero di candele possibile. “Le ho prese per mano – ha riferito l’anziano religioso a proposito del primo episodio, quello del settembre 2004 – e ho detto loro di uscire. Loro non hanno fatto resistenza. Hanno detto che volevano restare un altro po’ e così mi hanno seguito nella cripta della basilica, visto che avevo cinque minuti di tempo per chiuderla prima dell’inizio dell’ultima preghiera serale. Là hanno acceso una candelina e poi sono andate via. C’erano anche dei turisti”. Riguardo al secondo episodio, il mese successivo, l’imputato ha ricordato che, mentre era impegnato a spiegare a dei turisti il significato di un quadro all’interno della basilica, si era accorto che altre due ragazzine stavano giocando ad accendere le candele. Dopo il primo richiamo che non aveva sortito alcun effetto, l’uomo le avrebbe prese per mano e le avrebbe accompagnate nella cripta, dove anche in questo caso le bambine avrebbero acceso una candelina prima di andare via.

    Una versione, questa dell’imputato, decisamente contrastante con quelle fornite dalle quattro minorenni, che hanno riferito di palpeggiamenti al sedere, suggerimenti ad assumere pose ginniche come il “ponte” o la “squadra” con l’uomo dietro ad osservare, inviti a sedersi sulle proprie ginocchia o a raccogliere da terra e contare le monetine per le offerte, strani indovinelli eccetera. Tra l’altro va anche detto che all’epoca il religioso soffriva di tre ernie al disco e di un problema al ginocchio che gli impediva e gli impedisce tuttora di chinarsi, ricordo – insieme alla parziale cecità – di un brutto incidente d’auto avuto in gioventù.

    In ogni caso, il pubblico ministero Massimo Casucci ha chiesto 2 anni e 9 mesi di reclusione, facendo notare come i racconti delle giovani non fossero identici ma collimanti, il che li avvalora ulteriormente allontanando la tesi del complotto ordito per giustificare con le famiglie un rientro tardivo a casa, come invece ha sostenuto la difesa, rappresentata dall’avvocato Fabio Militoni. Il quale, a onor del vero, ha anche ricordato come in questo processo siano mancati sia l’incidente probatorio sia un sopralluogo sulla presunta scena del crimine, chiesto dalla difesa ma mai accolto dal collegio giudicante.

    Dopo circa mezzora di camera di consiglio, i giudici Pinelli, Laudenzi e Avenoso hanno emesso la sentenza di condanna in primo grado a 1 anno e 6 mesi di reclusione, sospendendo contestualmente la pena.

    http://www.spoletonline.com/?page=articolo&id=127429

  • Gambettola: il sacerdote davanti al pm: ”non ho violentato nessuno”

    Gambettola: il sacerdote davanti al pm: ”non ho violentato nessuno”

    5 giugno 2009 – CESENA – “Non ho violentato nessuno”. Così il prete boliviano di Gambettola davanti al pm Fabio Di Vizio.

    Il 29enne, arrestato a maggio con l’accusa di violenza sessuale, è stato interrogato giovedì dal pubblico ministero Fabio Di Vizio presso la Procura di Forlì, affermando quando già detto agli uomini del Commissariato di Polizia di Cesena che indagano sul caso.

    Il sacerdote, sospeso a divinis, ha ammesso il suo feeling con il giovane siculo di 22 anni che lo ha accusato.

    Ed anche dichiarato di essersi appartato con il ragazzo – un animatore sportivo -, assicurando che si è trattato di un “rapporto pienamente consenziente”. Non è escluso che il pm voglia ascoltare nei prossimi giorni il siculo. Inoltre il procuratore ha incaricato il personale della Scientifica a tornare nella stanza dove si è consumato il rapporto sessuale per verificare tutte le tracce biologiche che erano già state trovate nel corso dei primi sopralluoghi. Nel frattempo continua la caccia all’extracomunitario clandestino, che sarebbe stato violentato dal prete alcuni anni fa.

  • Violentò un alunno 12enne, prete condannato in appello

    Violentò un alunno 12enne, prete condannato in appello

    CASAL DI PRINCIPE (ac) – E’ stata confermata la condanna di primo grado per il parroco accusato di violenza sessuale ai danni di un suo alunno.

    Sei anni e otto mesi la pena comminata dal giudice Chiaromonte, ieri, in Corte d’Appello. Don Marco Cerullo, 35enne viceparroco in una chiesa a Casal di Principe, è attualmente detenuto al regime dei domiciliari in una comunità in provincia di Frosinone.

    Il prelato, difeso dall’avvocato Carmine Ucciero, il 19 dicembre di due anni fa venne sorpreso, su segnalazione anonima, in una stradina di campagna, in compagnia di un ragazzo all’epoca dodicenne, in attegiamenti inequivocabili.

    Lo scorso mese di novembre in primo grado, era stato condannato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero. Dagli atti emersero non solo “insistenti e duraturi ricatti morali che il prete perpetrava ai danni della vittima” ma anche un atteggiamento del religioso nei confronti della famiglia del 12enne, suo alunno, fingendosi amico dei genitori.

    L’imputato, che svolgeva il suo ministero sacerdotale a Casal di Principe, non si presentò in aula. Il suo avvocato scelse di concludere il processo con il procedimento abbreviato, un rito “premiale” per ottenere lo sconto di un terzo della pena.

    I genitori del ragazzo, che oggi ha 14 anni, sono difesi e rappresentati dall’avvocato Costantino Puocci. In primo grado il sacerdote venne condannato anche al pagamento di una provvisionale pari a 50mila euro, provvedimento esecutivo ma non ancora adempiuto.

  • La Corte di Cassazione: «Vittima credibile»

    La Corte di Cassazione: «Vittima credibile»

    BOLZANO. Una conferma di tutte le argomentazioni che hanno portato la Corte d’appello a condannare don Giorgio Carli. Questo si legge nella motivazioni della sentenza dei giudici della Cassazione. Don Giorgio non sconterà un giorno di carcere, poichè il reato è prescritto. Resta l’aspetto risarcitorio, 760 mila euro che il sacerdote deve pagare alla parte lesa. «Una sentenza di rilievo nazionale – commenta Gianni Lanzinger, avvocato di parte civile – che ammette per la prima volta il disturbo da stress post traumatico, fenomeno che comporta la rimozione di un ricordo e la riemersione tardiva, anche a distanza di anni». Ora si apre la partita risarcitoria: «Mi auguro che chi fino ad oggi ha difeso a spada tratta l’imputato non si faccia da parte», dice Lanzinger riferendosi evidentemente alla Curia. Improbabile che don Giorgio possa disporre di 760 mila euro: «Noi notificheremo gli atti, come abbiamo sempre fatto, anche alla Curia».  Nelle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione vengono confermate le argomentazioni che hanno portato la Corte d’appello a condannare don Giorgio, rovesciando la sentenza di primo grado. Ecco alcuni passaggi-chiave della sentenza della Cassazione.

    L’amico della vittima. Uno dei punti più discussi del processo contro don Carli è stata la deposizione dell’amico della parte lesa. Secondo l’accusa, lui stesso una vittima delle attenzioni morbose del sacerdote durante gli incontri hard nella canonica, durati dal 1989 al 1994. Il giovane, in aula, ha detto di non aver assistito alle violenze contro l’amica, contraddicendosi rispetto a ciò che aveva precedentemente riferito al pubblico ministero. I giudici della Corte d’appello avevano ritenuto il testimone inattendibile, interpretazione contestata dalla difesa. «L’affermazione dei giudici di merito – si legge nelle motivazioni della Cassazione – che le dichiarazioni dello X non sono in alcun modo idonee “ad inficiare l’attendibilità della persona offesa, che al contrario ha reso deposizione estremamente lunga e al contempo lucida, lineare e coerente”, si palesa assolutamente immune da vizi logici e si sottrae, pertanto, al sindacato di legittimità».  Il prete e la catechista. I giudici della Cassazione hanno ritenuto esaustive anche i ragionamenti che hanno portato la Corte d’appello a ritenere inattendibili le testimonianze di Adriana Culati Vigni, ex catechiesta della vittima, e di don Gabriele Pedrotti, all’epoca dei fatti diretto superiore di don Giorgio (ed ex vicario generale della Curia). Pedrotti e Culati Vigni erano legati da profonda ed intima amicizia. «La valutazione della loro inattendibilità – dicono i giudici nella motivazione della sentenza – è stata desunta dai giudici di merito dalla contraddittorietà e incoerenza delle dichiarazioni rese dagli stessi in dibattimento… dall’ambiguità del loro atteggiamento processuale, dall’interesse personale a tenere nascosta la vicenda nella quale erano in certa misura coinvolti per la posizione istituzionale e di responsabilità rispettivamente rivestita.

    Sicché – si legge ancora – anche sul punto la conclusione dei giudici di merito che “le loro dichiarazioni contraddittorie non possono essere ritenute idonee al fine di smentire o intaccare la deposizione coerente ed intrinsecamente attendibile della persona offesa”, si palesa fondata su argomentazioni assolutamente esaustive ed immuni da vizi logici». Una delle argomentazioni della difesa di don Carli, prendeva spunto da una telefonata tra Pedrotti e la catechista, intercettata dagli inquirenti. I due parlavano in termini dubitativi delle accuse contro don Carli, secondo la difesa la prova che non erano al corrente di quello che è successo ormai vent’anni fa. Non sono d’accordo i giudici: «Il carattere dubitativo delle espressioni utilizzate dagli interlocutori a proposito delle accuse formulate contro l’imputato, peraltro con una decisa propensione per la loro veridicità, ben può trovare giustificazione nel fatto che a suo tempo entrambi non avevano dato pieno credito alle accuse della minore o nell’inconsapevolezza della reciproca conoscenza delle stesse».

    I diari. Violenze frequenti e durate per anni. Ma nei diari della vittima non c’era traccia. Anzi, la parte lesa non risparmiava nelle sue annotazioni quotidiane parole di affetto per don Giorgio Carli. Uno dei punti più complessi del processo contro il sacerdote. Per l’accusa (supportata dalle perizie degli esperti) la prova dello «sdoppiamento» vissuto dalla parte lesa, incapace di sopportare a livello cosciente il peso delle violenze subite. «E’ stato evidenziato dai giudici di merito a proposito dei diari tenuti dalla X negli anni 1990-1992 – scrivono i giudici della Cassazione – che gli stessi sono stati prodotti da quest’ultima, che è riuscita a trovarli, malgrado il tempo trascorso, dimostrando così la sua piena disponibilità a contribuire all’accertamento della verità, “a fronte del comportamento dell’imputato, le cui agende e taccuini degli appuntamenti riguardanti gli anni interessati dai fatti non sono mai comparsi in Aula”.

    La sentenza, sulla base delle dichiarazioni del consulente, ha affermato, da un lato che dai diari si evince una accentuata sessualizzazione della bambina, inusuale per la sua età, dall’altro che il “diario evidenzia chiaramente uno sdoppiamento del vissuto di X, dividendosi in alcune pagine infantili ed alcune altre con una marcata sessualizzazione delle immagini incollatevi”. Quanto all’assenza nei diari di qualsiasi riferimento al vissuto concernente le violenze sessuali subite ad opera del Carli, la sentenza osserva che la stessa trova la sua giustificazione nel rilevato sdoppiamento della personalità della minore, causato dall’esperienza traumatica e nell’esigenza della X di evitare che anche attraverso la scrittura potesse riemergere il ricordo delle violenze subite». Secondo la Cassazione la sentenza ha evidenziato l’estrema accuratezza delle indagini preliminari che, «attraverso le intercettazioni telefoniche disposte dalla parte lesa, hanno consentito di accertare che la X è stata sempre esclusivamente animata dall’interesse a far emergere solo la verità e di rendere testimonianza assolutamente conforme al vero». (g.f.p.)

  • PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    Giuseppe Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, viene ucciso il 15 giugno 2008 a Ugento (Lecce). Il prete di Ugento don Stefano Rocca si spende molto meditaticamente, invitando chi sa a denunciare gli assassini del politico.

    Dopo più di un anno, nel novembre 2009, vengono arrestati i presunti assassini. Il movente pare essere di natura personale e non politico come ipotizzato in un primo tempo. Nel frattempo, nel settembre 2009 don Rocca era stato trasferito da Ugento.

    Un testimone spiega l’attività di don Rocca nelle fasi successive all’omicidio di Basile, come precostituita a trovare un alibi per far passare il suo trasferimento per abusi sessuali come conseguenza della sua attività di indagine e denuncia sul caso.(fonte)

    Il delitto del politico di Tonino: spunta la pedofilia

    fonte: http://www.ilgiornale.it/interni/il_delitt…ge=1-comments=1

    di Gian Marco Chiocci nostro inviato a Ugento (Lecce)

    L’ombra tetra della pedofilia si allunga sull’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere provinciale leccese dell’Italia dei Valori scannato a coltellate, sull’uscio di casa, una calda notte d’estate del giugno 2008. A forza di dare la caccia agli assassini la procura locale è finita a investigare con grandissima cautela su presunti abusi sessuali commessi all’oratorio del comune di Ugento, dove Peppino Basile viveva e dov’è parroco don Stefano Rocca, amico dell’esponente Idv. Il quale, all’indomani dell’omicidio, s’era fatto rumorosamente portatore di istanze di verità insieme agli esponenti dell’Idv sull’omertà diffusa e sulla pista «politica» del delitto che hanno scatenato il finimondo.

    Sia il prete che i seguaci di Tonino poi hanno abbandonato la scena non appena le indagini si sono chiuse con l’arresto dei vicini di casa riaprendosi con le testimonianze dei ragazzi presumibilmente molestati. Per capire a che livello di squallore siamo arrivati occorre rimettere le lancette dell’orologio all’1.35 del 14 giugno di due anni fa. Il consigliere dell’Idv è al volante di una Panda nella periferia di Ugento, imbocca via Nizza, percorre 200 metri e parcheggia sotto l’abitazione. Qui, nel buio pesto illuminato da un unico lampione, trova ad attenderlo la morte. Qualcuno gli si avventa contro e gli squarcia il torace con 22 coltellate.

    L’esecuzione è scomposta, rabbiosa, niente a che vedere con le modalità della criminalità organizzata che peraltro in quest’angolo di Salento attecchisce poco. Nonostante ciò, a cadavere ancora caldo, con Antonio Di Pietro sceso per i funerali celebrati da don Stefano, l’Italia dei Valori comincia a dire che Peppino è stato ammazzato per le sue coraggiose battaglie contro il malaffare locale rappresentato dai politici di centrodestra, come il povero sindaco Eugenio Ozza, che non avrebbe difeso abbastanza don Stefano assurto a prete-investigatore perché destinatario di lettere anonime e confidenze sugli assassini ricevute nel confessionale (sic!). Fatto sta che con l’inesorabile trascorrere del tempo, con le indagini apparentemente in stallo, l’Idv sui giornali e il religioso in chiesa, alzano i toni dello scontro.

    Manifestazioni, fiaccolate, volantini, pièce teatrali, sit-in di comitati spontanei, premi alla memoria. Addirittura un’interpellanza parlamentare per chiedere di fare luce su chi avesse vergato con lo spray una brutta frase contro Basile, sbiadita dal tempo, su una parete del centro storico. Un’altra per sapere se fosse vero che il sottosegretario Mantovano (che è di Lecce) avesse fatto pressioni per ammansire gli inquirenti sulla pista che portava a un giovane di An interrogato per sei ore in quella questura «dove presta servizio – raccontano oggi gli arrabbiatissimi militanti del Pdl della zona – Gianfranco Coppola, eletto proprio qui a Ugento con l’Idv». Il parlamentare Pierfelice Zazzera, coordinatore regionale del partito del gabbiano, sollecitò addirittura un’ispezione al ministro Alfano poiché più si andava avanti e più gli inquirenti brancolavano nel buio. A un anno dal delitto, al Corriere del Mezzogiorno, lo stesso Di Pietro senza alcuna cautela diceva che era «un delitto che parla» e che Basile «è stato certamente ucciso per quello che stava facendo in politica».

    Che poi è quanto ritroviamo trascritto da Tonino nella prefazione di un libro, «Il Sistema», che sin dalla copertina indica ai lettori la strada di verità che si vuole percorrere: «L’intreccio di interessi economici-politici all’ombra dell’omicidio di Peppino Basile». E don Stefano? In parallelo conduceva incessantemente una battaglia. Appena poteva, attaccava i fedeli omertosi. Un giorno rivelò che i concittadini lo pedinavano dentro e fuori l’oratorio e che il suo era un «impegno politico», contro il “Sistema”, e che la “mafia” che ti impedisce di parlare stava dietro all’omicidio dell’amico. Battibeccava sempre più spesso col sindaco che invece di porger l’altra guancia gli rispondeva per le rime «che a Ugento la mafia non c’è» e che se proprio voleva fare politica che si spogliasse dell’abito del Signore e si confrontasse con lui in consiglio comunale.

    La buonanima del vescovo, monsignor Vito De Grisantis, ha provato a far da paciere fra il Peppone ex missino e il don Camillo del Salento. I risultati sono stati penosi. Fino a quando la tranquilla Ugento, divenuta Corleone, la mattina del 20 novembre 2009 si sveglia con i tg locali impazziti: «Per l’omicidio di Giuseppe Basile arrestati due vicini di casa. Il delitto sarebbe maturato per una lite aggravata da vecchi rancori». Proprio così. In cella finiscono i dirimpettai Vittorio Colitti, 66 anni, e il nipote Vittorio, all’epoca dei fatti minorenne. Dai verbali allegati al fascicolo si scopre che c’è una supertestimone.

    Ha 7 anni ed ha assistito in diretta all’omicidio perché alle prime grida d’aiuto di Peppino s’è affacciata alla finestra che dà su via Nizza. Se non ha parlato prima è perché la nonna s’era raccomandata di non dire niente a nessuno. Ma una volta messa dolcemente alle strette da una psicoterapeuta e dalla pm dei minori Simona Filoni, alla fine se la canta. E seppur con qualche imprecisione nei ricordi, la ragazzina alla fine indica senza indugi che quello che in strada era «di fronte a Peppino», era «il nonno di Luca» che è «vecchio, grosso, con la pancia» e dava «le botte» con un coltello. Mentre l’altro, «teneva soltanto fermo il signore, di lato, per la vita (…). Quando mi sono affacciata c’era il fratello di Luca (…)».

    La posizione dei due indagati si aggrava ulteriormente quando si viene a sapere che don Stefano, preso a verbale il 16 marzo 2009, aveva rimarcato come la signora Antonia, moglie del presunto assassino, «che fino al giorno dell’omicidio frequentava assiduamente la parrocchia» dopo il delitto aveva avuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti. «Quando ci parlai – racconta don Stefano – mi accolse freddamente chiedendomi se avevo ancora intenzione di interessarmi della morte del loro vicino. Aggiungo che anche il nipote nel corso degli ultimi mesi non frequentava più l’oratorio». Frasi ambigue, secondo la comunità di Ugento che reputa innocenti i due Coliti tanto da cooptare per le indagini difensive l’ex colonnello del Ris, Luciano Garofano.

    Frasi che per molti somigliano a una imbeccata ai carabinieri e che si aggiungono a quelle di Rappon Sarika, un’amica di Basile, che a verbale ha riferito che Peppino le disse dei rancori coi vicini «che gli rompevano i coglioni», che «lo spiavano quando rientrava», con i quali aveva avuto diverbi, e che nutrivano del risentimento, forse, perché «in giro si vociferava che lui aveva avuto una relazione sentimentale con la vicina di casa (…) e che il ragazzo vicino di casa lo aveva infastidito più volte». Aggiunse che se gli fosse successo qualcosa «sarei dovuta andare da don Stefano a cui lui aveva riferito ogni cosa».

    Un dato è certo: dall’arresto dei vicini di casa, il prete che sapeva dei vicini e che la menava sull’omertà del paese, smise di fare baccano. E con lui i pasdaran locali dell’Idv. Don Stefano ricominciò a parlare quando si seppe che la procura, sulla scia dell’inchiesta dell’omicidio Basile, indagava su presunte molestie a minori nell’oratorio da lui diretto e che Peppino frequentava in quanto sostenitore della squadra di calcetto. Squadra dove giocava sia il minorenne arrestato, sia un testimone dei presunti abusi. Così il prete finisce indagato per molestie, mentre per l’inchiesta-madre sulle 22 coltellate, oltre ai presunti assassini, sono indagati i genitori del giovane arrestato (che è già stato rinviato a giudizio, ndr) e l’amico che inizialmente gli fornì l’alibi. Nel nuovo fascicolo sono confluite numerose testimonianze di minori, oltre a una catechista, che avrebbero confermato le molestie e che avrebbero anche fatto cenno al misterioso suicidio di un ragazzino. Versioni delicate, ovviamente tutte da verificare.

    Quale sia la correlazione fra l’inchiesta sul delitto e quella sugli abusi sessuali non si sa. Un raccordo gli inquirenti lo ravvisano certamente nell’omertà di un piccolo centro dove anche solo l’idea di un “giro” di pedofili è respinta con sdegno e paura. Fatto sta che ai ragazzini interrogati si continuano a porre domande sul più giovane dei presunti assassini che, per inciso, si continua a professare innocente. Nel frattempo continuano ad arrivare in procura lettere anonime che accusano il religioso e che suggeriscono ai magistrati dove, e a chi, chiedere informazioni sulle presunte attenzioni riservate a ragazzini di Ugento.

    Ad avvelenare il clima concorrono in coda due fattori: l’improvviso trasferimento a Caltanissetta della pm che ha risolto il caso e che taluni, forse, avrebbero preferito tenere aperto per inseguire i mandanti-fantasma dell’affarismo politico. E le parole di fuoco di Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, che su don Stefano ha detto chiaro e tondo: «Ha fatto credere di sapere cose che in realtà non sapeva». Perché l’abbia fatto non si capisce. «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi (…) – attacca un supertestimone a verbale -. Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché (omissis) avrebbe poi potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    E ancora. Un altro ragazzo s’è ricordato di come «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente don Stefano». Cosa gli disse? «Togliti quell’abito che ti confesso io”…».

    Ugento, abusi nell’oratorio? Verità negli omissis

    UGENTO – C’è un’inchiesta sulle presunte molestie avvenute nell’oratorio. Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Stefania Mininni. Ed è stato aperto sulla scorta delle dichiarazioni rese da alcuni giovani sentiti dagli inquirenti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Peppino Basile. Nel fascicolo sono confluite anche le lettere riguardanti don Stefano Rocca, nelle quali sono contenute accuse nei confronti del sacerdote, tirato in ballo per aver riservato «attenzioni particolari » nei confronti di alcuni ragazzi.

    Una raffica di omissis copre il contenuto dei verbali che sono stati tirati fuori dalla Procura dei minorenni dopo la richiesta di giudizio immediato per Colitti junior, accusato di aver ucciso Peppino Basile insieme con il nonno. Omissis che «trattengono» verità non ancora consacrate dalle prove. I verbali contengono le dichiarazioni di giovani che hanno frequentato l’oratorio della parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento come responsabili dell’Azione Cattolica, come animatori del gruppo scout, come catechisti.

    Sono stati ascoltati alla fine del mese di gennaio dal sostituto Simona Filoni della Procura presso il Tribunale dei min orenni. Fra i verbali «sdoganati» dalla Procura c’è anche quello di un trentenne che ad una domanda del magistrato («Come mai don Stefano Rocca inzialmente si è attivato tanto affinchè si assicurassero gli assassini di Peppino Basile e poi, una volta arrestati gli autori, ha interrotto ogni campagna relativa al delitto Basile?) risponde così: «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi… Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché … omissis… avrebbe potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    Fra i giovani che sono stati sentiti dal magistrato vi sono anche quelli che compaiono nella lettera fatta pervenire alla Procura nella quale si fa riferimento ad alcuni episodi che sarebbero avvenuti nell’oratorio, in cui tre ragazzi avrebbero subito atti sessuali. Alla raffica di omissis sono scampate solo le dichiarazioni relative ai rapporti fra don Stefano e i Colitti e fra il sacerdote e Peppino Basile, ritenute utili per l’indagine sull’omicidio. In particolare un 34enne di Ugento ha ricordato che «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che Don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente Don Stefano dicendogli: “togliti quell’abito che ti confesso io”, senza aggiungere altro». [g.lat.] Ora alcuni testimoni indicano l’attività finalizzata

    fonte:www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM…9&IDCategoria=1

    ACCUSE INFAMANTI DI PEDOFILIA AL PRETE: LUI DENUNCIA

    Don Stefano Rocca di Ugento ha ricevuto alcune missive con scritte contro di lui, poco dopo essere stato ascoltato in Procura sul caso dell’omicidio Basile. Tramite il suo legale ha sporto denuncia

    UGENTO – Ultimo clamoroso colpo di scena ad Ugento. Accuse di pedofilia e di omosessualità sono state rivolte, tramite una missiva anonima al parroco Don Stefano Rocca, sempre in prima fila quando si trattava di invitare la collettività a rompere il silenzio sull’omicidio di Peppino Basile. Questa mattina il parroco ha trovato all’interno della cassetta postale della chiesa un plico anonimo. Al suo interno vi erano delle fotocopie di alcuni fogli di giornale.

    Si trattava di un articolo del periodico “Panorama” del giugno scorso, riguardante un richiamo del Papa riguardo gli scandali che hanno visto coinvolti preti per abusi, pedofilia, omosessualità e concubinato. A margine una scritta in stampatello “Vale anche per te… don Stefano Rocca”. Un altro servizio è stato preso dal quotidiano “Il Giornale”, dove Sua Santità afferma che i gay non possono prendere i voti. Anche qui, un’altra scritta inquietante “Noi ragazzi non abbiamo dimenticato!!!! Sconterai le tue malefatte!”.

    Angosciato, la prima cosa che ha fatto don Stefano è stata presentarsi insieme al suo legale, l’avvocato Silvio Caroli, presso la caserma dei carabinieri di Taurisano per sporgere denuncia. C’è però una circostanza che lascia pensare: la busta è stata spedita giovedì scorso, cioè un giorno prima che il parroco venisse ascoltato dai pubblici ministeri Simona Filoni e Giovanni De Palma, che stanno indagando sull’omicidio Basile. Ieri don Stefano è stato interrogato per cinque ore dagli inquirenti, che hanno cercato ulteriori conferme relative all’ipotesi accusatoria, chiarendo anche alcune circostanze addotte dalla difesa.

    Può darsi che si tratti due episodi senza alcun collegamento, ma a priori non si può escludere neanche il contrario. Saranno le indagini a stabilirlo. Non è la prima volta che don Stefano viene preso di mira, nel corso delle indagini per l’omicidio è stato raggiunto addirittura da minacce di morte. Anche dopo l’arresto dei Colitti, nonno e nipote, ritenuti presunti assassini dell’ex consigliere provinciale, i colpi di scena ad Ugento continuano senza sosta.

    fonte: www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=19068 [27/02/2010]

    [08/07/2010]

    BASILE, IN AULA DON STEFANO ED IL NONNO DELLA BAMBINA
    Nuova udienza al Tribunale dei minori per l’omicidio Basile. Ad essere sentiti il parroco don Stefano Rocca ed il nonno della bambina che sostiene di aver riconosciuto i Colitti come gli assassini

    LECCE – Dell’omicidio Basile non sa nulla il nonno della piccola testimone. Nonostante la sua nipotina sostenga di aver visto mentre era affacciata da una finestra della sua casa i Colitti ferire a morte l’ex consigliere Idv, lui sostiene di non essersi accorto di nulla quella notte. Una deposizione, quella dell’anziano, costellata da alcune contraddizioni. Su espressa domanda del pubblico ministero Simona Filoni, ha detto di non ricordare l’orario in cui era andato a dormire, nonostante in ben due interrogatori aveva sostenuto di essersi coricato alle 23 e 15.

    Una discrasia che gli è stata fatta notare anche dal presidente Aristodemo Ingusci, e della quale il testimone alla fine ha dovuto prendere atto, seppur con poca convinzione. Stride con quanto appurato nel corso delle indagini anche un altro dettaglio riferito oggi un aula dall’anziano. E cioè che lui, dopo essere sceso per strada dopo che era stato commesso l’omicidio, avrebbe chiesto cosa fosse accaduto. I testimoni ascoltati finora invece sostengono che l’uomo sia stato l’unico ad uscire di casa intorno alle 4 e 30 del mattino, senza rivolgere la parola a nessuno.

    Per il resto ha ribadito gli ottimi rapporti tra la sua famiglia e quella dei Colitti. Così come pure il fatto che i suoi nipotini avessero l’abitudine di chiamare Vittorio senior “signor nessuno”. Lo facevano per scherzare, ha detto. Non ha potuto negare il fatto che fra sua moglie e sua figlia (la mamma della bambina) i rapporti siano piuttosto tesi. Sia per vecchi livori, sia perché la donna è l’unica della famiglia a credere alle dichiarazioni della piccola.

    Nel corso della mattinata è stato sentito anche il parroco di Ugento, don Stefano Rocca. Il prelato ha denunciato ancora una volta tutte le intimidazioni subite da quando si è impegnato in prima persona per scuotere le coscienze ed invitare la gente a rivelare quello che sapeva in relazione all’omicidio. Ha spiegato come i Colitti dopo il delitto abbiano diradato le loro presenze alla messa domenicale. Recatosi da loro un giorno di fine dicembre 2008 per chiedere spiegazioni, i Colitti gli avrebbero detto di essere molto provati dalle pressioni che erano costretti a subire. Domani saranno chiamati a deporre l’ispettore Fersini della mobile e la psicologa Michela Francia.

    Ugento, peggiorano le condizioni di don Stefano ricoverato in Cardiologia

    UGENTO (12 ottobre) – Don Stefano Rocca peggiora. Ieri mattina il parroco di Ugento è stato trasferito nel reparto di Cardiologia a causa di una aritmia. L’applicazione di un holter per monitorare in maniera continua l’attività del cuore è una delle precauzioni prese dai medici dell’ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano.

    Ma non solo: per il momento don Stefano Rocca resta ricoverato e non si può prevedere se e quando raggiungerà il convento di Collevalenza, in Umbria, per il ritiro spirituale disposto dal Vaticano. E questo nuovo peggioramento mette in forse le visite a fiume dei fedeli. Ma don Stefano annuncia: «Non mollo. Non getto la spugna».

    Non dice altro, non aggiunge, ma chi lo conosce sa che non si riferisce solo alle sue condizioni di salute. Sì, perchè la decisione di lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento non è frutto di una scelta in piena autonomia del prelato. Tutt’altro: lo ha chiarito solo nella serata di ieri la curia di Ugento-Santa Maria di Leuca. Se giovedì scorso la Curia aveva spiegato l’imminente partenza di don Stefano parlando di allontanamento volontario, ora riferisce di una procedura di garanzia disposta dal Vaticano: in base alle norme attuate dal Papa, il sacerdote sottoposto ad inchiesta interna (ma ce n’è una anche in Procura) per pedofilia deve allontanarsi dai fedeli.

    La procedura è stata seguita con discrezione: a don Stefano è stato rivolto un invito orale a lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco. Ma lui si è opposto. Battagliero fuori e dentro la chiesa. E, allora, è giunta la lettera con la quale il Vaticano ha disposto d’ufficio il trasferimento: questa volta nero su bianco.
    E qui si arriva alla serata di giovedì. Poi il malore nella nottata ed il ricovero in ospedale. Saltata la partenza in treno della mattinata successiva. E chissà mai se metterà piede in convento. Intanto questa sera ci sarà una veglia di preghiera nella sua parocchia: arriveranno da Ugento e da Taurisano, la sua città natale, per pregare per don Stefano, i fedeli.

    Gli stessi che l’altro ieri hanno messo il lucchetto al cancello della chiesa per dimostrare la loro contrarietà all’arrivo di un nuovo parrocco. Appuntamento alle 8 di stasera: si andrà avanti ad oltranza. Tutti convinti, quei fedeli, che il loro parroco sia al centro di un complotto ordito allo scopo di fargli pagare l’essersi esposto sul delitto di Peppino Basile. E’ gente che parla, pensa e sente con il cuore, la verità dovranno stabilirla le inchieste del Vaticano e del pubblico ministero Stefania Mininni della Procura di Lecce: sono vere le accuse di pedofilia formulate a Roma, in Vaticano, e quelle raccolte durante e dopo le indagini sulla morte di Basile? Don Stefano, appena potrà, preparerà le memorie difensive da inviare a Roma. In Procura, invece, non hanno voluto interrogarlo quando si propose un paio di mesi fa. Lo difende l’avvocato Silvio Caroli.
    E.M.

    http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2216
  • Milano/ Rinviato a giudizio un prete: avrebbe molestato una bambina di 7 anni

    Milano/ Rinviato a giudizio un prete: avrebbe molestato una bambina di 7 anni

    Milano/ Rinviato a giudizio un prete: avrebbe molestato una bambina di 7 anni
    Martedí 27.01.2009 14:52

    Avrebbe molestato una bambina di 7 anni che frequentava un oratorio di Arese, attirandola nel suo ufficio con la promessa di darle delle caramelle. Questa l’accusa a carico di un sacerdote di 75 anni e missionario che oggi è stato rinviato a giudizio per pedofilia.

    In base a quanto ricostruito dal pubblico ministero Giancarla Serafini, la violenza è avvenuta il 24 febbraio 2007 all’oratorio. Quel giorno il sacerdote, che in alcune occasioni è stato missionario in Africa e America latina, avrebbe indotto la bambina a seguirlo nel proprio ufficio con la scusa di regalarle delle caramelle. Tuttavia, rimasto solo con lei, l’avrebbe molestata, costringendola a subire atti sessuali. La bimba ha poi raccontato quanto successo alla nonna, che poi ne ha parlato con il padre della piccola il quale ha sporto querela contro l’anziano sacerdote. Ha preso il via l’inchiesta, condotta dal pubblico ministero Giancarla Serafini che si è avvalsa di un incidente probatorio in cui, nel contraddittorio tra le parti, è stata registrata la testimonianza della presunta vittima.

    Il sacerdote, nel frattempo rimosso dall’incarico dalla Curia, è stato poi accusato di violenza sessuale aggravata dall’età della vittima, dall’aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la difesa della bambina, e dall’aver commesso il fatto nella sua carica di sacerdote (in qualità di ministro di un culto, recita il codice penale). Incensurato, non è sottoposto ad alcuna misura di custodia cautelare. Oggi nei suoi confronti si è tenuta l’udienza preliminare in cui il padre della bambina si è costituito parte civile con l’assistenza dell’avvocato Daniele Rescaldani, nella doppia veste di colui che esercita la patria potestà della bimba con l’autorizzazione del giudice tutelare e per i danni morali da lui stesso subiti. Il sacerdote è stato invece rappresentato dal legale della Curia, l’avvocato Mario Zanchetti. Il giudice per l’udienza preliminare Giuseppe Vanore ha disposto il rinvio a giudizio. Il processo comincerà il 16 aprile davanti al collegio della quinta sezione penale.

  • La vicenda scoperta dai carabinieri a fine 2007 Poi le accuse della vittima

    La vicenda scoperta dai carabinieri a fine 2007 Poi le accuse della vittima

    MARILÙ MUSTO Sei anni e otto mesi di carcere per don Marco Cerullo, il sacerdote di trentatré anni di Villa Literno processato per pedofilia.

    La condanna è arrivata ieri sera al termine dell’udienza preliminare definita con il rito abbreviato e a porte chiuse chiesta dalla difesa dell’insegnante di religione della scuola media liternese, accusato di violenza sessuale aggravata ai danni di un suo alunno di dodici anni.

    La pena inflitta al sacerdote dal giudice Francesco Chiaromonte è superiore alla condanna di cinque anni di reclusione chiesta dal pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere Rita De Selva. Le parti civili, Costantino Puocci e Giacomo Cassandra, dopo l’arringa del pubblico ministero, hanno reclamato una pena più severa, esemplare, perché «dagli atti sono emersi insistenti e duraturi ricatti morali che il prete perpetrava ai danni della vittima».

    Schiaccianti le prove raccolte a carico del sacerdote, viceparroco della chiesa Santissimo Salvatore trasferito dieci mesi fa in una comunità religiosa del basso Lazio, ma ancora a piede libero. Ieri mattina in udienza il difensore dell’imputato pare abbia accennato a un «interessamento» della diocesi aversana alla vicenda. Circostanza, questa, smentita, poi, dai legali della famiglia del bambino secondo i quali in un anno la diocesi «non ha mai chiesto scusa alla famiglia del dodicenne violentato dal sacerdote».

    Il rappresentante legale della madre del ragazzo, Puocci, ha chiesto un risarcimento danni morali e psicofisici di trecento mila euro che verrà discusso in sede civile. Per ora la richiesta è stata accordata in via provvisoria con il riconoscimento di cinquanta mila euro. Per don Marco, dunque, potrebbero spalancarsi di nuovo le porte del carcere se la sentenza diventerà esecutiva, ma è possibile che la difesa faccia ricorso in Appello. Il sacerdote ha già goduto dello sconto di un terzo della pena avendo chiesto il rito abbreviato.

    La storia della sua presunta perversione era venuta alla luce il 19 dicembre del 2007 quando una pattuglia dei carabinieri lo aveva colto in flagranza di reato mentre si trovava a bordo della sua auto in un viottolo di campagna in compagnia del dodicenne. Don Marco aveva cercato di fuggire, ma era stato arrestato subito dopo e davanti ai carabinieri della compagnia di Casale, in lacrime, ammise tutte le colpe.

    Il bambino, nel corso di incidente probatorio, aveva fornito un racconto chiaro degli abusi e aveva dichiarato che don Marco gli diceva sempre: «Se non lo facciamo io mi uccido». Il vescovo della diocesi di Aversa non ha mai voluto commentare il fatto né, secondo la difesa del ragazzo. Le indagini non hanno escluso che «l’interessamento» del sacerdote ai ragazzi poteva esserci stato molto prima della scoperta dei carabinieri.

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