Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • «Aiutarono il prete accusato di pedofilia» Vescovi in Procura

    «Aiutarono il prete accusato di pedofilia» Vescovi in Procura

    * * * Faccia a faccia COMO – Monsignori in silenzio davanti alle domande del magistrato che li accusa di favoreggiamento nell’ inchiesta per violenza sessuale che ha portato alla condanna dell’ ex parroco di Laglio.

    Convocati ieri in Procura, il vescovo emerito di Como, Alessandro Maggiolini, il vescovo di Crema, Oscar Cantoni e l’ ex vicario generale della Curia lariana, Enrico Bedetti, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I tre prelati sono stati convocati in tribunale dal pubblico ministero Maria Vittoria Isella, titolare dell’ inchiesta che ha portato nel maggio scorso alla condanna a 8 anni di don Mauro Stefanoni.

    Nella requisitoria conclusiva, il magistrato aveva puntato il dito contro i massimi vertici della Curia di Como, dichiarando apertamente che l’ allora vescovo monsignor Maggiolini e i suoi più stretti collaboratori avevano ostacolato le indagini, avvisando in anticipo l’ ex parroco di Laglio dell’ inchiesta in corso. Ieri pomeriggio, il magistrato ha convocato in Procura i monsignori indagati. Nessuno dei tre però ha risposto alle domande.

    Il primo ad arrivare al palazzo di giustizia del capoluogo lariano, attorno alle 15, è stato il vescovo emerito di Como monsignor Maggiolini. Seduto su una sedia a rotelle, il presule è entrato da una porta sul retro, accompagnato dagli avvocati Vittorio e Carlo Rusconi, legali di fiducia della Curia lariana. Nell’ ufficio di Maria Vittoria Isella, Maggiolini è rimasto una decina di minuti, senza rispondere ad alcuna domanda.

    Poi si è allontanato velocemente, sempre da un’ uscita secondaria, senza rilasciare dichiarazioni. »Sto bene, grazie», si è limitato a rispondere alle domande dei cronisti. Poco prima delle 16 è stata la volta del vescovo di Crema Oscar Cantoni. Accompagnato dagli stessi legali di fiducia della Curia, l’ ex braccio destro di monsignor Maggiolini è sfilato a sua volta davanti al magistrato lariano, restando però in silenzio davanti alle domande del sostituto procuratore. Il copione si è ripetuto identico un quarto d’ ora dopo, quando è stato il turno di monsignor Bedetti.

    Come gli altri prelati, si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha risposto al magistrato. Silenzio anche all’ uscita dal tribunale di Como. Né il vescovo di Crema, né l’ ex vicario generale della Curia hanno voluto dire nulla ai cronisti. Nessun commento neppure dai legali che li hanno accompagnati dal pubblico ministero. Qualche minuto più tardi, raggiunto mentre tornava a piedi verso casa per le vie del centro storico del capoluogo lariano, monsignor Bedetti si è abbandonato però a uno sfogo amaro. «Non c’ è nessun rispetto per la nostra privacy – ha detto -. L’ inchiesta è ancora in una fase preliminare e non siamo accusati di nulla, ma vediamo i nostri nomi sui giornali.

    Questa è la cosa che mi addolora più di tutto». * * * Il caso L’ inchiesta Il 21 ottobre 2004 i genitori di un ragazzo minorenne di Laglio denunciano il parroco, don Mauro Stefanoni, per presunte violenze sessuali sul figlio. Il pubblico ministero Maria Vittoria Isella apre un’ inchiesta che si conclude il 29 maggio 2008 con la condanna a 8 anni del sacerdote, che nel frattempo era stato trasferito a Colico (Lecco). Solo il mese successivo don Mauro viene sospeso dall’ attuale vescovo di Como monsignor Diego Coletti La curia Nell’ inchiesta vengono coinvolti i vertici della curia lariana, monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo all’ epoca dei fatti e i suoi più stretti collaboratori, monsignor Enrico Bedetti e monsignor Oscar Cantoni.

    Secondo l’ accusa, i tre hanno ostacolato le indagini, convocando in curia don Mauro e avvisandolo dell’ inchiesta a suo carico prima che gli inquirenti firmassero l’ avviso di garanzia e potessero concludere gli accertamenti. Secondo l’ accusa, dopo essere stato informato dai suoi superiori, don Mauro diventò «muto» al telefono e guardingo

    Campaniello Anna

    https://web.archive.org/web/20150927215034/http://archiviostorico.corriere.it/2008/settembre/05/Aiutarono_prete_accusato_pedofilia_Vescovi_co_7_080905044.shtml

  • Condannato per molestie, guiderà un raduno musicale per giovani

    Condannato per molestie, guiderà un raduno musicale per giovani

    Sei anni fa veniva condannato in tribunale per aver inviato e-mail a luci rosse a una ragazzina di diciott’anni e ieri è stato nominato a capo di Jubilmusic, il festival internazionale di musica cattolica di Sanremo, collettore delle nuove tendenze che in tutto il mondo maturano in ambito giovanile intorno a generi che spaziano dal gospel al jazz per arrivare a rock e pop.

    La nomina che ha suscitato scalpore, comunicata ieri dalla curia della diocesi Ventimiglia-Sanremo, è quella di don Alessandro Ghersi, che risulta essere tra i fondatori dell’associazione che gestisce Jubilmusic, e che è stato chiamato a sostituirne alla presidenza il vescovo di Savona-Noli.
    La vicenda giudiziaria di don Alessandro era conclusa con il patteggiamento nel marzo del 2002. I fatti si erano verificati tra il ‘99 e il 2000: ai carabinieri di Bordighera si era presentata con mamma e papà una diciottenne con in mano le pagine di alcune e-mail dal contenuto imbarazzante.

    L’indagine della procura aveva portato all’individuazione del sacerdote, che all’epoca aveva 31 anni. A inviare le e-mail era stato infatti un computer della parrocchia di Nostra Signora degli Angeli di Sanremo, presso la quale operava. E secondo gli investigatori il mittente era proprio don Alessandro.

    Le indagini preliminari avevano portato alla luce la dinamica della strana corrispondenza: il sacerdote frequentava chat-room erotiche nelle quali intraprendeva performance a luci rosse con ignoti e virtuali partner. Poi, il tutto veniva ricapitolato e raccontato nelle e-mail decantando svolgimento ed effetti degli «incontri».

    La denuncia aveva fatto il suo corso, fino al rinvio a giudizio per ingiurie e molestie. Don Ghersi, attraverso i suoi legali, si era detto estraneo ai fatti e pronto ad affrontare il dibattimento (sostenendo di non essere l’unica persone a utilizzare il computer dal quale era stata inviata la posta elettronica).

    Ma il giorno dell’udienza, colpo di scena. In aula gli avvocati si erano presentati con una proposta di patteggiamento. Il pubblico ministero non aveva rilevato gli estremi per il reato di ingiuria e don Alessandro era stato condannato per molestie continuate al pagamento di una multa di duecentosettanta euro. Il ricorso al rito alternativo, per quanto con il patteggiamento di una condanna, aveva di fatto portato alla cancellazione del reato che non macchia così la fedina penale del sacerdote (la sentenza non era stata tra l’altro appellata).

    In Riviera le perplessità sulla scelta fatta da Jubilmusic sono molte, nonostante don Alessandro attualmente sia parroco nella cittadina di San Lorenzo al Mare, a pochi chilometri da Sanremo, e anche direttore dell’ufficio pastorale diocesano della Pastorale Liturgica. La nomina di ieri sembra completare la riabilitazione del sacerdote che ora si appresta a ospitare l’edizione 2008 della rassegna fissata dal 20 al 23 novembre nella città dei fiori, con palcoscenico anche il teatro Ariston, lo stesso che ospita il Festival, quello vero della canzone italiana.

    In questi anni don Alessandro aveva già presenziato come giurato a molte manifestazioni di musica cattolica, ma lo aveva fatto in modo dimesso, sempre lontano dai riflettori. E sulla scelta fatta ora si attendono le reazioni del mondo cattolico.

  • Clodoveo Piazza , sacerdote italiano naturalizzato brasiliano, accusato di pedofilia

    Clodoveo Piazza , sacerdote italiano naturalizzato brasiliano, accusato di pedofilia

    Clodoveo Piazza , sacerdote italiano naturalizzato brasiliano, accusato di pedofilia, è stato trasferito in Mozambico, dove vive in una residenza dell’ordine dei Gesuiti, secondo quanto scritto sul quotidiano “Folha de San Paolo”.
    Nel 2009 la procura accusò Piazza di abuso sessuale nello stato di Bahia, dove fu anche accusato di favorire lo sfruttamento di minori da parte di stranieri.
    Piazza vive da sette mesi a Maputo, capitale del Mozambico, da dove nega le accuse e dice di essere vittima di una campagna “politica”.
    Il pubblico ministero Maria Eugenia Vasconcelos ha detto al giornale Folha che la maggior parte dei processi contro i padri gesuiti sono andati in prescrizione.
    Piazza esercitava l’incarico di segretario di stato per lo Sviluppo Sociale e la lotta contro la povertà a Bahia, e fu premiato nella capitale Salvador, per il suo lavoro nell’Organizzazione per il Fraterno Aiuto.

  • Preti Pedofili. Don marco Cerullo verso il rito abbreviato

    Preti Pedofili. Don marco Cerullo verso il rito abbreviato

    MARILÙ MUSTO Casal di Principe. Una località segreta, mantenuta tale dal muro di silenzi alzato da una comunità ecclesiastica, ma i guai giudiziari nei quali don Marco Cerullo si è cacciato per una storia di presunti abusi su un suo alunno, potrebbero raggiungerlo anche lì, nel luogo segreto in cui il viceparroco sconta gli arresti domiciliari circondato da sacerdoti che hanno offerto di ospitarlo.

    Perché dopo quasi due mesi dal suo arresto il pm della procura di Santa Maria Capua Vetere Antonio Ricci sta per avanzare la richiesta di incidente probatorio. Non potrebbe fare altrimenti.

    È previsto infatti che per i delitti sessuali o a sfondo sessuale il pubblico ministero o la persona sottoposta alle indagini debbano chiedere che si proceda con incidente probatorio all’assunzione della testimonianza di persona minorenne. Il legale della famiglia dell’alunno, Costantino Puocci, aveva avanzato l’istanza il 24 dicembre del 2007, ma il pm ha ritenuto opportuno valutare prima lo stato psicologico della vittima. Un passo prudente e graduale prima di acquisire tutte le prove di una triste e spiacevole verità.

    Diversa la posizione dell’avvocato Carmine Ucciero, legale di don Marco che non ha escluso che dopo aver ricevuto gli atti inviati al Riesame possa chiedere il rito abbreviato. Ciò comporterebbe l’ammissione di colpa di don Marco che davanti ai carabinieri che lo avevano colto in flagranza di reato il 19 dicembre scorso, aveva ammesso l’abuso scoppiando in lacrime, ma ascoltato dal gip aveva ritratto dicendo che il suo «era solo un abbraccio affettuoso». Quegli abbracci, altri abbracci di don Marco ad altri alunni o ragazzi della parrocchia, i militari di Casal Di Principe hanno smesso di cercarli.

    Le perquisizioni in chiesa e in alloggio hanno dato esito negativo e con esso sono svanite anche le speranze che ulteriori denunce potessero giungere in caserma. Un altro muro alzato da sfondare, anche questo fatto di silenzi. In caso di rito abbreviato l’ex viceparroco potrebbe ottenere lo sconto della pena di un terzo, pena che va da un minimo di sei ad un massimo di dodici anni di reclusione; con le attenuanti generiche prevalenti il minimo potrebbe scendere a cinque anni. Anni durante i quali don Marco potrebbe anche non vedere mai le grate del carcere. Il fascicolo degli atti, con il rito abbreviato, potrebbe passare nelle mani di Francesco Chiaromonte. La vicenda giudiziaria e le ipotesi sullo sviluppo del caso s’intrecciano con la sorte della parrocchia del Santissimo Salvatore di Casal Di Principe.

    Perché da circa due mesi la chiesa non ha un viceparroco, ma è retta da don Carlo Aversano, rimasto solo e ancora addolorato per quanto accaduto. Sarebbe stato invece sostituito l’insegnate di religione cattolica nella scuola media ed elementare di Villa Literno. Dal plesso scolastico l’alunno, senza l’autorizzazione dei genitori, non sarebbe dovuto uscire, perché il permesso ratificato dal vicedirigente aveva accordato solo lo spostamento da un’aula all’altra per realizzare il «progetto Natale». Da questa circostanza sarebbe nata la querela di parte contro don Marco perché «approfittando del suo ruolo di sacerdote nonché di insegnante di religione», portò via il ragazzino «per condurlo, con un raggiro, in una zona periferica della città per poi costringerlo a subire abusi di tipo sessuale».

    http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080209&ediz=CASERTA&npag=41&file=MELA.xml&type=STANDARD

  • «Minacciava i giovani e prometteva favori tramite gli amici politici»

    «Minacciava i giovani e prometteva favori tramite gli amici politici»

    «Minacciava i giovani e prometteva favori tramite gli amici politici»
    Dicembre 30, 2007 at 3:54 pm (abusi sessuali.) (atto di accusa, baciati, don gelmini, minacciava i giovani, palpeggiati, spogiati)

    L’atto di accusa
    ROMA — Li avrebbe spogliati, palpeggiati, baciati. Li avrebbe costretti ad avere rapporti sessuali. Giochi erotici che don Gelmini avrebbe organizzato all’interno della comunità Incontro di Amelia. Vittime, i ragazzi che cercavano di uscire dal tunnel della tossicodipendenza.

    E lo avrebbe fatto, come sottolinea il pubblico ministero nel capo d’imputazione, «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze ».
    Nella «rete» di don Pierino, così come viene individuata dall’accusa, ci sono anche i collaboratori più stretti. Quelli che avrebbero tentato di convincere, in cambio di soldi e di una promessa di lavoro, uno dei giovani a ritrattare. Il prezzo del silenzio sarebbe stato diviso in più rate da 500 euro. In un caso il denaro sarebbe stato consegnato attraverso un bonifico online.

    Le richieste sessuali
    Sono nove i ragazzi che avrebbero subito la violenza, due erano minorenni. Uno di loro sarebbe stato costretto «fino a tutto il mese di ottobre 2007» e cioè quando il sacerdote era già stato interrogato e dunque sapeva di essere sotto inchiesta. Nel provvedimento il magistrato descrive nei particolari le presunte
    avances di don Gelmini. E poi aggiunge: «L’indagato li induceva a soddisfare le proprie richieste sessuali commettendo il fatto nella comunità Incontro di Amelia di cui era responsabile e tenuto, come pubblico ufficiale o comunque incaricato di pubblico servizio, alla cura, vigilanza, educazione e custodia di soggetti in stato di tossicodipendenza, abusando delle condizioni di inferiorità psico-fisica derivanti da tale stato». Contesta poi l’aggravante «per aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo e di persone tali da ostacolare la pubblica e privata difesa, con abuso di poteri e con violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione o il pubblico servizio e alla qualità di ministro di un culto e con abuso di autorità e di relazioni domestiche o di coabitazione o di ospitalità». Il primo a rivelare che cosa sarebbe avvenuto nella struttura di recupero è stato Michele Iacobbe, 34 anni. La sua de nuncia fu archiviata nel 2002, ma lui non si è arreso. L’ha ripresentata quattro anni dopo e così ha determinato l’apertura di una nuova indagine. Dice di aver cominciato a subire violenza nel 1999 quando, come sottolinea il magistrato nel provvedimento, «era sottoposto a detenzione domiciliare presso la comunità e quindi privato della libertà personale ».
    Dopo di lui, altri si sono fatti coraggio e hanno parlato. M.L., anche lui ai domiciliari, ha descritto che cosa avveniva quando il sacerdote lo chiamava nella sua stanza. La maggior parte ha messo a verbale fatti che sarebbero avvenuti tra il 2003 e il 2004. Come D.G., entrato in comunità per decisione del tribunale dei minori di Perugia che gli aveva concesso «l’affidamento in prova». Don Gelmini avrebbe cominciato a manifestargli le sue attenzioni particolari quando aveva 19 anni. La stessa età di M.S. che ha raccontato di aver subito «per almeno quindici volte e fino all’ottobre scorso».
    L’inquinamento delle prove
    Violenze, ma anche tentativi di depistare le indagini sono descritti nel provvedimento del pubblico ministero. La «rete» si sarebbe attivata alla fine dello scorso anno. Patrizia Guarino, madre di una delle presunte vittime, G.P., «dopo aver saputo le accuse mosse da suo figlio durante l’interrogatorio del 15 novembre 2006 presso la squadra mobile, comunicava le circostanze a Pierluigi La Rocca che lo comunicava a don Gelmini, aiutandolo a eludere le investigazioni». La Rocca è uno dei collaboratori più stretti del fondatore di Incontro. Ora è indagato per favoreggiamento, insieme alla donna e ad un altro dipendente della comunità, Giampaolo Nicolasi. Il pubblico ministero ricostruisce nei dettagli quella che definisce «la loro attività illecita »: «Dopo aver appreso da Guarino dell’esistenza di indagini su don Gelmini e dopo vari colloqui telefonici con la stessa Guarino, La Rocca si recava ad Avellino presso l’abitazione della donna e di suo figlio». Le date diventano a questo punto fondamentali. Il viaggio avviene il 24 novembre 2006. «Mediante offerta di lavoro — contesta il magistrato — La Rocca obbligava G.P. a scrivere una lettera, inviata il 29 novembre successivo alla polizia e alla procura della Repubblica di Terni in cui falsamente affermava di aver reso le dichiarazioni del 15 novembre “in evidente stato confusionale e sotto effetto di psicofarmaci”, aiutando don Gelmini».

    La Rocca e Nicolasi sono anche accusati di aver «indotto con un’offerta di lavoro e somme di denaro che venivano effettivamente corrisposte al G.P. in varie occasioni (il 3 aprile 2007 vaglia online di 500 euro) a ribadire mendacemente al pm il contenuto della lettera e più in generale la falsità delle precedenti accusa a carico di don Gelmini e altre circostanze non veritiere, senza riuscire nell’intento perché il 31 maggio 2007 G.P., sentito come indagato per calunnia nei confronti di don Gelmini, ribadiva le accuse e affermava il carattere non spontaneo e mendace della lettera del 24 novembre 2006».
    Il primo giugno scorso, durante l’istruttoria, La Rocca è stato interrogato su questo episodio e ha affermato: «Nel novembre del 2006 ero ad Avellino a casa di questa persona ed effettivamente ho assistito alla redazione della missiva, ma non sono stato io a chiedergli di scriverla ». Ma poi ha ammesso che don Ezio Miceli, amico di don Pierino «ha regalato 5.000 euro alla madre del ragazzo perché ne aveva bisogno».

    «Minacciava i giovani e prometteva favori tramite gli amici politici»

  • Clero e pedofilia in Germania. Interviene il cardinale Lehman

    Clero e pedofilia in Germania. Interviene il cardinale Lehman

    di Barbara Marino/ 30/09/2007

    Anche l’assemblea dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg. Il card. Karl Lehman: tolleranza zero e biasimo indiretto per il vescovo Müller. Nuovi dettagli dalla corte d’appello di Nürnberg …

    Articolo precedente su Korazym.org: Scandalo a Regensburg
    Un sacerdote cattolico di 39 anni, pregiudicato per pedofilia, arrestato. “Era già stato condannato, il vescovo sapeva”. Cosa sapeva il vescovo? E perché non ha informato i cittadini di Riekofen, dei precedenti per reati di pedofilia del parroco?

    Anche l’assemblea plenaria autunnale dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg, durante la sessione finale del 27 settembre. Il giorno successivo, nel corso della Conferenza stampa conclusiva, il card. Karl Lehman ha criticato indirettamente anche il comportamento del vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller. Alla vigilia della riunione, quest’ultimo si era difeso per aver reintegrato il 39enne sacerdote pregiudicato nella pastorale, come parroco a Riekofen e Schönach, nella regione Oberpfalz. Mons. Müller aveva giustificato la sua condotta davanti ai giornalisti prima dell’inizio della riunione della Conferenza episcopale, dicendo che il parroco già condannato per atti pedofili, era stato considerato curato e guarito, e che si dovrebbe dare ad ognuno una seconda possibilità, nello spirito di Gesù.

    Intanto, sono venuti a galla nuovi dettagli, compromettendo ulteriormente la curia vescovile di Regensburg. Si è appreso che prima di reintegrare nella pastorale come parroco il sacerdote pregiudicato per abuso sessuale di un minorenne, la diocesi aveva chiesto alla corte d’appello di Nürnberg, se l’uomo potesse ancora lavorare nella pastorale parocchiale. Il fatto che alza il grado di responsabilità del vescovo di Regenzburg, è stato riferito dall’edizione domenicale del prestigioso quotidiano di Frankfurt am Main, il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung. La risposta era stata chiara: ruolo pastorale possibile, ma soltanto alla condizione per il sacerdote di non avere più alcun contatto con i bambini e di essere tenuto sotto sorveillanza. Ciononostante, don Peter K. nel settembre 2004 fu nominato dal vescovo Müller parroco di Riekofen e del paese limitrofo Schönach, oltre che insegnante di religione.

    Il vescovo di Fulda mons. Heinz Josef Algermissen, il vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller, il vescovo di Mainz e presidente della Conferenza episcopale tedesca card. Karl Lehmann.

    Dopo il vescovo di Fulda, mons. Heinz Josef Algermissen, che in un’intervista alla Bayerische Rundfunk aveva biasimato pubblicamente l’operato del vescovo di Regensburg, mons. Gerhard Ludwig Müller (in particolare, mons. Algermissen avevo sostenuto che il sacerdote pregiudicato non avrebbe più potuto lavorare con bambini), anche il capo dei vescovi tedeschi e vescovo di Mainz card. Karl Lehmann, per la prima volta, ha affrontato in pubblico il caso. La Chiesa vuole “con tutte le forze portare alla luce abusi”, ha assicurato durante la Conferenza stampa di giovedì. Nel caso di abuso sessuale, ha detto, un sacerdote che “si è reso colpevole, per nessun motivo può ancora essere impiegato nella “pastorale normale”. E in nessun caso può ancora lavorare a contatto con bambini.

    L’Ufficio stampa della Conferenza episcopale tedesca aveva annunciato che la riunione plenaria di Fulda si sarebbe occupata di questioni puramente pastorali. Il tema dell’abuso sessuale non era all’ordine del giorno (non è forse una questione pastorale, oltre che penale?). Una decisione che ha turbato molte famiglie cattoliche tedesche. E anche se il cardinale Lehmann ha spiegato che nessuno dei 71 vescovi ordinari e ausiliari aveva chiesto di mettere il tema in agenda (neanche “dopo diversi solleciti”), la questione è stata discussa per più di due ore. Su richiesta di molti vescovi, l’ultimo giorno mons. Müller ha informato l’assemblea plenaria dei fatti successi nella sua diocesi. Una spiegaziona intensa di due ore mezza – ha detto mons. Lehmann, che ha mostrato come questo settore sia “contestuale, differenziato, vulnerabile e delicato”.

    Il card. Karl Lehmann, vescovo di Mainz e presidente della Conferenza episcopale tedesca, durante la Conferenza stampa a conclusione dell’assemblea plenaria autunnale dei vescovi tedeschi, ha detto che vuole escludere dalla “pastorale normale” i sacerdoti “colpevoli”
    (Foto di Max Colin Heydenreich – AP Photo).

    Il card. Lehmann ha sottolineato, come ogni caso di abuso sessuale nella Chiesa cattolica sia “un caso di troppo” e ha assicurato che è profondamente addolorato per i casi di abusi su bambini. I fatti di Regensburg hanno mostrato, che in ogni caso si deve procedere duramente, ha aggiunto. I vescovi tedeschi deplorano profondamente i danni, ha dichiarato, che sono stati provocati alle vittime e a loro famiglie. Fermo restando che per un sacerdote condannato non ci dovrebbero essere impieghi pastorali, rimane da chiedersi come sistemare persone simili. A una domanda di una giornalista, se la comunità parrocchiale coinvolta di Riekofen non sia stata presa sul serio, perché era stata lasciata all’oscuro del relativo passato del loro parroco, ha risposto il card. Lehmann: “Io, in un caso del genere, parlerei con il consiglio parrocchiale”, perché la conoscenza dei fatti produce un controllo sociale, che è buono. Un’altra stoccata non tanta velata all’indirizzo del vescovo di Regensburg.

    Almeno al vertice della Chiesa cattolica in Germania sembra essersi verificato un cambiamento. A conclusione dell’assemblea vescovile plenaria autunnale il card. Lehmann ha completato le sue considerazioni, per quanto riguarda i sacerdoti che si sono fatti notare dal punto di visto sessuale: “Non raramente consigliamo a queste persone di chiedere la riduzione allo stato laicale”. Per quanto riguarda i sacerdoti colpevoli penalmente, si dovrebbe evitare qualsiasi ragionamento inappropriato e “non parlare così velocemente di misericordia e compassione”. Quindi, la Chiesa vuole fare tutto per “scoprire gli abusi con tutte le forze”. Senza dimenticare però, che prima di tutto il responsabile degli abusi è il singolo colpevole, “anche se sappiamo, che sempre veniamo anche colpiti come Chiesa”. Con ciò, si verifica anche una perdita di fiducia, che può essere bilanciata con un’assoluta trasparenza.

    Johanna Treimer, madre di due bambini violentati da don Peter K. di Viechtach, domenica 23 settembre davanti alla chiesa in Riekofen (Foto di Armin Weigel – DPA).

    Al tempo stesso, il card. Lehmann ha criticato anche il comportamento dei media riguardante questo tema. Nel contesto del caso nella diocesi di Regensburg, si è scritto di soldi pagati per il silenzio dei famigliari delle vittime. “Diffondere tali notizie false costituisce anche un delitto” (“sorvolando” sul fatto che il giornalisti non se le sono inventate, ma hanno riportato quanto dichiarato dai famigliari delle vittime …). Inoltre, ha aggiunto il presidente dei vescovi tedeschi, non è giusto trascurare tutti i temi trattati dalla Conferenza episcopale, concentrandosi solo sugli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti. Insomma: parlate di altro, ci sono cose molte più importanti … Infine, il card. Lehmann ha esortato i media ad informare sui fatti con “sensibilità e rispetto” per la dignità degli interessati. Il semplice sospetto di abuso sessuale spesso è difficilmente dimostrabile. “Se si viene accusati di un tale delitto, si è inermi”. Il più delle volte non ci sono testimoni oppure sono pochi. Nella sua diocesi di Mainz, in 15 anni sono stati accusati 11 sacerdoti, ma soltanto 3 rinviati a giudizio e condannati. “Gli altri 8 casi sono stati archiviati dal pubblico ministero”.

    Il card. Lehmann ha dichiarato che per i vescovi la protezione delle vittime ha la precedenza, come chiarito in passato dalla stessa Conferenza episcopale. L’organismo, tuttavia, non è in grado di verificare, se vengono sfruttate tutte le possibilità offerte dalle direttive, dal momento che la responsabilità dei provvedimenti continua ad essere affidata alle singole diocesi. Ma perché non rendere obbligatoria una prassi generale? Il card. Lehmann risponde stizzito: “Quante volte devo ancora dichiarare, che la Conferenza episcopale per questo ha nessuna possibilità legale? La gente dovrebbe rivolgersi al Nunzio apostolico o andare a Roma”.

    Secondo le direttive del 2002, i sacerdoti pedofili non devono essere reintegrati nella pastorale, in contatto con bambini e giovani. L’esatto contrario di quanto avvenuto a Regensburg. “Non nego che che qua e là si sarebbe dovuto agire diversamente”, ha ammesso il cardinale. Con questo chiarimento, il vescovo di Mainz ha indirettamente biasimato il vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller.

    Nel frattempo, in Riekofen, il decano Anton Schober ha presentato alla comunità parrocchiale don Gottfried Dachauer, il successore di don Peter K. Originalmente, lo voleva fare il vescovo Müller, che però ha disdetto all’ultimo momento. Nella chiesa gremita, domenica 23 settembre non è stato toccato il caso degli abusi sessuali, mentre si è parlato vagamente di “preoccupazioni e problemi”. E anche del celibato. Perché “se rinunciamo a una propria famiglia, abbiamo più possibilità, di impegnarci nella grande famiglia parrocchiale e di essere incondizionatamente presenti per Dio e per la gente”, ha detto Schober.

  • E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    di Baronio

    Dopo gli scandali remoti e recenti che hanno infangato la Chiesa – e la Chiesa italiana – assistiamo in questi giorni ad un altro fatto che conferma lo stato di totale degrado in cui versa il basso Clero. È di ieri la notizia dell’arresto del Vicerettore del Seminario Maggiore di Brescia, don Marco Baresi, accusato di pedofilia e di detenzione di materiale pedopornografico.

    Sappiamo bene con quanta prudenza agisca un pubblico ministero nel nostro Paese, allorché deve firmare un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di un ecclesiastico; e la stampa ci informa che l’indagine sui presunti reati di cui si sarebbe reso colpevole don Baresi era in corso già dalla scorsa estate. 

    A questo punto ci si domanda per quale ragione il Vicerettore non sia stato sospeso dall’incarico, e perché nei suoi confronti il Vescovo non abbia nominato un promotore di giustizia, per svolgere un’inchiesta nell’ambito di un regolare processo penale canonico. La posizione ricoperta dal sacerdote bresciano era talmente delicata – per il contatto quotidiano con adolescenti destinati al Sacerdozio – da richiedere sin dalle prime avvisaglie la massima severità, anche alla luce dei documenti promulgati dalla Santa Sede.

    E invece ai telegiornali della sera assistiamo increduli alle attestazioni di solidarietà del Vescovo per il suo Vicerettore, tanto scontate quanto inopportune. Qui non si parla di presunzione di innocenza, ma di protezione dei giovani, oltre che di salvaguardia del buon nome della Diocesi e del Seminario.

    L’impressione che si ricava è che molti Prelati non abbiano alcun interesse ad istruire un processo canonico, perché temono che il reo possa denunciare i suoi confratelli e far emergere scandali ben peggiori.

    Così, anziché agire nel modo più trasparente ed affrontare seriamente la piaga devastante dell’omosessualità del Clero – con tutte le sue implicazioni e deviazioni – nella sede giudiziale più idonea, si ricorre all’insabbiamento, al silenzio omertoso, danneggiando gravemente l’immagine della Chiesa già ampiamente compromessa. Senza ricordare il danno irreparabile che si arreca alle anime semplici, offese nei loro sentimenti più sacri e scandalizzate dal comportamento di molti sacerdoti indegni.

    Non è carità, ma pavidità, se non connivenza e complicità. Perché la carità è amore illuminato dalla Verità e finalizzato al Bene, mentre qui assistiamo ad un silenzio inerte da parte di Pastori costituiti in autorità per pascere il gregge affidato loro, che avrebbero invece il dovere di ammonire e punire. E se si pensa ai severi moniti del Sommo Pontefici e dei Dicasteri romani, si rimane davvero sconcertati a veder disattesi gli ordini dei Superiori, mantenendo le Diocesi nello sfascio ed assistendo imbelli alla catastrofe.

    Non ci si stupisca se i Seminari sono privi di vocazioni: a giudicare dalla diserzione delle chiese nei giorni di precetto e dal numero di pubblici concubinati superiore ai matrimoni religiosi, l’assenza di vocazioni dimostra di essere lo specchio di uno stato comatoso della Religione in un Paese che un tempo si diceva cattolico. Inutile raggruppare le parrocchie per far numero: continuando così i fedeli saranno sempre meno, e sempre meno i Ministri sacri. Se poi le scarsissime vocazioni al sacerdozio devono essere affidate ad un losco individuo perché abusi di loro, c’è già di che rallegrarsi se i fedeli non danno l’assalto al Seminario.

    D’altra parte, l’immagine della Chiesa che emerge dalla cronaca degli ultimi mesi non invoglia certo i pochi genitori cattolici a favorire l’eventuale vocazione del proprio figlio.

    Molti eccellentissimi, troppo presi da riunioni e consigli permamenti, non si chiedono il perché di questa corsa verso la rovina. Se le chiese sono vuote, è perché da troppi pulpiti si è smesso di insegnarvi la Parola di Dio e di darvi esempio di santità con una condotta di vita esemplare; e se sono vuoti i Seminari, è perché li si è trasformati in tristi studentati senza autorità, accogliendovi internet e la televisione ed allontanandovi lo spirito di penitenza e la Croce, via regale del Sacerdozio cattolico; troppe dissertazioni sulla partorale di questo e di quello, e nessuna preparazione teologica e spirituale. E a chi non sa adorare e rispettare il Signore Dio nel Santissimo Sacramento, quale rispetto si potrà sperare per le anime che gli sono state affidate?

    Sia chiaro: queste osservazioni impietose vogliono solo essere un grido d’allarme perché non ci si limiti a prendere atto dello sfacelo, ma si agisca con determinazione. Non basta diagnosticare la cancrena: occorre amputare senza ripensamenti o falsa pietà la parte putrida, per salvare quel poco di sano che è rimasto. E l’amputazione va fatta subito, perché se l’infezione di propaga ulteriormente sarà troppo tardi. La stessa severità dovrebbe essere applicata a chi corrompe lo spirito, al pari di chi corrompe la carne: si caccino dai Seminari e dagli Atenei, dai periodici religiosi e dai giornali diocesani, tutti quei sediziosi che distorcono la Verità cattolica a vantaggio dei settari, che osano attaccare il Santo Padre e disobbedirgli apertamente, opponendo le proprie teorie eterodosse all’ortodossia di cui egli è custode. Se sono fuori dalla Chiesa di fatto, che lo siano anche giuridicamente, per non sedurre i semplici con i loro sofismi. E si ammoniscano pubblicamente anche i Rettori delle Università e dei Seminari, i direttori delle riviste per il clero, i responsabili dell’informazione cattolica, i manutengoli dei movimenti e i portavoce d’ogni antipapa ancorché porporato, per l’appoggio e la collaborazione che dovessero prestare ai nemici interni.

    Se è triste che sia la magistratura a far pulizia nei Seminari, è raccapricciante che si debba giungere alle fattispecie di reato, senza che basti il peccato per esser giudicati indegni di ricoprire uffici ecclesiastici. Finché si continuerà a tacere, a fingere di non vedere, a promuovere anziché rimuovere, ad assegnare incarichi di prestigio agli inetti e ai ribelli per tacitarli, non si farà altro che contribuire all’affossamento di Santa Madre Chiesa, sia sul fronte morale sia su quello dottrinale.

    http://www.papanews.it/dettaglio_approfondimenti.asp?IdNews=4194#a

  • Prostituzione e pedofilia, otto anni a don Giacomoni

    Prostituzione e pedofilia, otto anni a don Giacomoni

    FORLI’ – Otto anni di reclusione e una provvisionale di 140mila euro. E’ la condanna inflitta dal gip di Forlì, Rita Chierici, a don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote 82enne titolare dell’associazione ”Arcobaleno” arrestato nell’ottobre del 2006 con l’accusa di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

    Assolta la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico. All’estero il rumeno Dan Joan Cilean, braccio destro di don Giacomoni.

    Il 26enne di nazionalità rumena è accusato in concorso. Il rumeno aveva conosciuto alcuni anni fa don Giacomoni nella struttura ”Arcobaleno” dove ci finì per reati contro il patrimonio. Difeso dall’avvocato Vincenzo Gallo, è ritenuto il braccio destro del sacerdote, con il capo d’imputazione di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. La difesa aveva chiesto il proscioglimento da ogni capo d’accusa tramite il rito abbreviato. Ora però è irreperibile all’estero. Si andrà all’udienza preliminare.

    Non è ancora stata decisa la posizione del ”commendator” Giuseppe Farnedi, noto albergatore e ristoratore, difeso dall’avvocato Roberto Roccari, accusato di aver giovato di un rapporto sessuale a pagamento con un minore. La sentenza è attesa per il nove ottobre.

    Per don Giacomoni, che ha cambiato avvocati affidandosi a Menotto Zauli e da Luigi Caravella del foro di Foggia, era stato chiesto il rito abbreviato, in modo tale da avere uno sconto di un terzo della pena. Il pubblico ministero, Fabio Di Vizio, aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi di reclusione, mentre il gip Chierici lo ha condannato a otto anni. Le provvisionali, per un complessivo di 140mila euro, devono essere pagate subito.

    Era stato chiesto il rito abbreviato anche per la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico, assistita dall’avvocato Marco Martines, colpevole di aver fornito delle informazioni riservate a don Giacomoni. La donna è stata assolta.

  • Nel dossier degli inquirenti si citano abusi su ragazzi thailandesi e boliviani  «Don Gelmini molestò minori stranieri»

    Nel dossier degli inquirenti si citano abusi su ragazzi thailandesi e boliviani «Don Gelmini molestò minori stranieri»

    Il sacerdote avrebbe avuto rapporti con giovani thailandesi e boliviani. Altri casi nel 2005. La difesa: accuse infondate

    ROMA — Ci sono «molti ragazzi minorenni di origine thailandese e boliviana» che avrebbero subito molestie sessuali da parte di don Gelmini. Gli atti d’indagine della squadra mobile di Terni ricostruiscono la presunta attività illecita del fondatore della comunità «Incontro» di Amelia e individuano le sue potenziali vittime.

    Accertano altri reati che sarebbero stati commessi dal sacerdote. Ma delineano anche il ruolo dei suoi collaboratori che, in alcuni casi, avrebbero tentato di convincere i ragazzi a ritrattare le accuse. Gli accertamenti si concentrano in particolare su Pierluigi La Rocca, accusato di favoreggiamento perché avrebbe indotto uno dei giovani a scrivere una lettera per smentire quanto aveva già dichiarato ai pubblici ministeri, provvedendo a dettargli il testo.

    IL CSM — Ieri il Csm ha nominato Fausto Cardella nuovo procuratore di Terni al posto di Carlo Maria Scipio. Il cambio era previsto da tempo e non è in alcun modo legato a questa inchiesta come qualcuno aveva ipotizzato.

    Gli accertamenti procedono, entro qualche settimana i magistrati dovranno decidere eventuali provvedimenti nei confronti di don Pierino e delle persone che lavorano al suo fianco. Una «rete» di segretari, autisti, volontari che, come dimostrano gli atti, avrebbe cercato di depistare le indagini per dimostrare che le denunce per molestie non avevano alcun fondamento.

    La Rocca appare come uno dei più attivi in quello che gli investigatori definiscono «il tentativo di inquinamento delle prove ». Il primo giugno scorso viene interrogato, nega di aver esercitato «pressioni»: «Nel novembre del 2006 ero ad Avellino a casa di questa persona ed effettivamente ho assistito alla redazione della missiva, ma non sono stato io a chiedergli di scriverla». Poi ammette però che don Ezio Miceli, un sacerdote amico di don Pierino «ha regalato 5.000 euro alla madre del ragazzo perché ne aveva bisogno».Sono una parte dei soldi che, dice l’accusa, sarebbero stati versati alle famiglie delle presunte vittime per convincerle a chiudere la vicenda.

    Lo stesso don Gelmini avrebbe chiesto a un altro ragazzo di inviargli una lettera nella quale gli chiedeva perdono: In cambio gli avrebbe offerto 60.000 euro e un lavoro. «Me ne diede soltanto 2.000», ha chiarito l’uomo dopo aver svelato perché avesse inizialmente ritirato la denuncia. Nei mesi scorsi il sacerdote si è rivolto all’ex procuratore di Terni Cesare Martellino, per avere un aiuto. E il magistrato, che nel 2002 aveva archiviato un’inchiesta sugli stessi fatti e poi era diventato rappresentante per l’Italia di Eurojust, lo avrebbe rassicurato: «Dobbiamo vederci per pianificare una strategia»

    LA MISSIONE — Il prete manda all’Aja uno suo collaboratore, un imprenditore romano, ex preside dell’Istituto tecnico della comunità. È la stesso che si reca a Torino per «avere informazioni su uno dei ragazzi che aveva presentato denuncia». Proprio per questo comportamento don Gelmini è ora accusato di concorso in false informazioni al pubblico ministero. La sua posizione si è aggravata nelle ultime settimane, dopo l’arrivo di nuove denunce in cui si parla di molestie subite da molti ragazzini stranieri e italiani. «Roba già nota e infondata », ha già commentato il suo legale Lanfranco Frezza.

    I magistrati hanno però deciso di rileggere anche i vecchi fascicoli e tra gli altri stanno esaminando il caso di Fabrizio Franciosi, giovane ospite della comunità fino al 1991. Figlio di un consigliere della Repubblica di San Marino il ragazzo fu trovato morto il 23 novembre dello stesso anno. Era nella sua auto e aveva ferite di coltello al collo. Il fratello gemello raccontò ai carabinieri che Fabrizio gli aveva detto di aver scoperto le violenze contro alcuni ragazzi e di essere stato prima minacciato e poi allontanato. 

    All’epoca non si trovarono riscontri, ma ora i familiari del giovane potrebbero essere convocati per sapere se abbiano ricevuto confidenze più precise sulle violenze sessuali. La polizia ha già accertato che gli ultimi episodi di molestie risalirebbero a due anni fa.

    Fiorenza Sarzanini
    14 settembre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/14/gelimini_minori_stranieri.shtml

  • Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Si allunga la lista delle testimonianze. In due hanno raccontato che all’epoca delle presunte molestie erano minorenni Don Gelmini, 50 le denunce per abusi Le accuse da ex ospiti della sua comunità. Sospetti su pressioni per ritrattare

    ROMA — È come se avessero preso coraggio all’improvviso, trovando la forza di rivelare segreti fino ad allora apparsi inconfessabili. Sono una cinquantina le persone che durante l’estate hanno presentato formale denuncia contro don Pierino Gelmini.

    Si sono unite al coro di chi lo accusa di averli molestati, insidiati, a volte violentati. La maggior parte si è presentata spontaneamente davanti al pubblico ministero di Terni. Ha ripercorso episodi di tanti anni fa che, hanno detto in molti, «mi hanno cambiato la vita». Due di loro hanno raccontato di aver subito abusi dal fondatore della comunità «Incontro» — che assiste i tossicodipendenti in programmi di recupero — quando erano minorenni. Non c’è ancora una nuova contestazione formale, ma se queste dichiarazioni trovassero conferma, la posizione del prete già indagato per violenza sessuale, potrebbe aggravarsi. Perché si tratterebbe di episodi di pedofilia e dunque un reato diverso da quello finora ipotizzato nei suoi confronti.

    LE INDAGINI — I magistrati procedono con cautela, sanno bene che in casi del genere ci può essere una sorta di suggestione, talvolta anche un desiderio di rivalsa. Ma sanno anche che i collaboratori più stretti di don Gelmini si sono attivati per convincere alcuni giovani a ritrattare. In almeno due casi avrebbero cercato di incontrare chi aveva presentato la denuncia, avrebbero offerto soldi e favori per tentare di mettere tutto a tacere. E questo ha naturalmente contribuito a confermare il quadro accusatorio già delineato dai pubblici ministeri. Al fascicolo gli investigatori della squadra mobile di Terni hanno allegato decine e decine di intercettazioni telefoniche che mostrerebbero questa volontà di alcuni operatori della comunità di favorire don Gelmini. La voce del prete si sente raramente nei colloqui. Ad ascoltare le registrazioni sembra che ad occuparsi della vicenda siano i responsabili della sua segreteria. Sono loro a tenere i contatti con chi accusa, a tentare di far cambiare idea a chi ha fatto riaffiorare i ricordi.

    I magistrati hanno già verificato una trasferta a Torino di uno di loro che sarebbe stata organizzata per incontrare in carcere due giovani detenuti che erano stati tra i primi a presentare denuncia. Ora si va avanti. Il primo accertamento da svolgere per verificare i nuovi verbali riempiti nelle ultime settimane riguarda il periodo di permanenza di ogni giovane all’interno della comunità. Poi bisogna verificare che tipo di legami avessero con il fondatore, se ci siano stati problemi, quali siano stati i rapporti successivi. Sembra che in alcuni casi gli episodi raccontati siano molto circostanziati, che alcuni abbiano anche indicato testimoni in grado di confermare le proprie dichiarazioni. Soltanto al termine dei nuovi controlli, il magistrato deciderà eventuali provvedimenti. A metà agosto era circolata voce che potesse essere richiesta al giudice per le indagini preliminari una misura interdettiva per impedire un eventuale inquinamento delle prove. In realtà erano in corso altri riscontri e proprio in questi giorni si starebbe rivalutando la possibilità di sollecitare un pronunciamento del gip.

    LA DIFESA — Inizialmente erano sei le persone che avevano raccontato le violenze. Uno ha narrato fatti risalenti al 1993, ha detto di essersi anche confidato con don Mazzi quando si è trasferito nella sua comunità. Il sacerdote ha confermato di aver ricevuto quelle confidenze, di aver consigliato al giovane di rivolgersi ad uno psicologo, di aver continuato ad aiutarlo prima di perdere le sue tracce. «Mi accusano — si era difeso don Gelmini — perché li ho allontanati dalla comunità. Alcuni di loro erano stati scoperti a compiere reati e sono stati cacciati. È la loro vendetta. Sono innocente e dunque resto assolutamente tranquillo. Porto la croce e prego per loro». Aveva anche attaccato la lobby ebraica e la massoneria come ispiratrici «di questa campagna diffamatoria contro di me» e ciò aveva spinto il suo avvocato Franco Coppi ad abbandonare la difesa. Ma poi la lista si è allungata, altri tre ragazzi sono usciti allo scoperto dopo aver saputo che era stata avviata un’inchiesta. E con il trascorrere delle settimane le denunce sono diventate decine. Adesso è possibile che don Gelmini decida di farsi nuovamente interrogare per continuare a respingere quelle che ha sempre definito «fantasie».
    Fiorenza Sarzanini
    11 settembre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/11/don_gelmini_abusi_sessuali_sarzanini.shtml