Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • INSEGNANTE IN UNA SCUOLA MEDIA A LA RUSTICA

    INSEGNANTE IN UNA SCUOLA MEDIA A LA RUSTICA

    La prima condanna risale a una decina di anni fa, la seconda è arrivata ieri mattina. E sempre per lo stesso reato: il sacerdote è accusato di aver compiuto atti sessuali con minori, con ragazzini che gli erano stati affidati da inconsapevoli e fiduciosi genitori. Ad Antonio Calcedonio Di Maggio, 58 anni, il gup Claudio Mattioli ha inflitto quattro anni e due mesi di carcere.

    Una pena ridotta di un terzo grazie allo sconto previsto dal rito abbreviato. Per il religioso, che prima di finire nei guai con la giustizia era sacerdote nella chiesa della Madonna di Czestochowa, a La Rustica, e insegnante di religione nella scuola media «Salvo D’ Acquisto», il pm Nunzia D’ Elia aveva chiesto sei mesi in più di reclusione. Ma il giudice ha deciso di concedergli le attenuanti generiche, considerando la lieve entità delle molestie e soprattutto il risarcimento dei danni già liquidato alle vittime, due ragazzini.

    Di Maggio era finito dietro le sbarre a novembre dell’ anno scorso e, dopo aver trascorso qualche giorno a Regina Coeli, aveva ottenuto gli arresti domiciliari nel convento dell’ Ordine dei monaci benedettini silvestrini, a Bassano Romano. All’ origine dell’ ordinanza di custodia cautelare c’ era stata la denuncia dei genitori (furibondi) di un dodicenne, che si era confidato e aveva raccontato di essere stato molestato dal sacerdote. Secondo l’ accusa, nella primavera del 2006 il religioso aveva indotto il ragazzino, un suo allievo, a subire palpeggiamenti nell’ oratorio della chiesa della Madonna di Czestochowa. Interrogato dopo l’ arresto, Di Maggio aveva giurato che l’ accusa era falsa, ma poi aveva corretto il tiro e aveva ammesso, almeno in parte, che l’ abuso c’ era stato. L’ adolescente però non si è limitato a raccontare l’ incubo in cui era precipitato: ha riferito al pubblico ministero di aver saputo che anche alcuni coetanei avevano subito le attenzioni del sacerdote. E indagando è emerso un secondo episodio, analogo al precedente: un altro dodicenne molestato durante un campo-scuola a Ventotene, l’ estate scorsa. Anche questa accusa, in prima battuta, è stata respinta dal religioso. Che invece ieri in aula ha finito per confessare, ammettendo che anche nel campeggio sull’ isola aveva abusato di un allievo.

    Fonte: Corriere della Sera – Pagina 6 – Autore: Gianvito Lavinia – 6 luglio 2007

     

  • «Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni

    «Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni

    «Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni dall’inviato Mauro Lissia

    Un gruppo di giovani dal Nicaragua per stare vicini al sacerdote sardo Stamattina la sentenza PARMA. Prove schiaccianti, don Marco Dessì è colpevole di una serie impressionante di violenze sessuali su minori e dev’essere condannato a sedici anni di carcere. Nell’austero tribunale di Parma le parole del pubblico ministero Lucia Russo hanno attraversato le spesse pareti di pietra della piccola aula delle udienze preliminari.

    L’aula è chiusa ai lavori ma le parole del pm arrivano fino alle orecchie dei cronisti e del capannello di fedeli che pregava per il missionario di Villamassargia.

    Sedici anni malgrado lo sconto di pena legato al giudizio abbreviato, quindi il magistrato dell’accusa è partito dal massimo edittale: ventiquattr’anni. Soprattutto non ha concesso all’imputato alcuna delle attenuanti previste dal codice penale, neppure quella generica riferita all’incensuratezza. Al contrario, nel calcolo del pubblico ministero, c’è la somma spietata di tutte le aggravanti. Finita l’udienza, don Dessì è stato riportato in carcere. All’uscita del palazzo di giustizia ha trovato alcuni familiari e una decina di ragazzi, alcuni arrivati apposta dal Nicaragua a spese dell’ambasciata sudameticana. Solo il tempo di gridargli “sta tranquillo” e di sventolare un piccolo striscione con la scritta “semos con tigo”.

    La requisitoria è durata un’ora e mezzo esatta. Subito dopo ha parlato il difensore Pierluigi Concas, che ha chiesto l’assoluzione per l’insussistenza delle prove e in subordine il minimo della pena con le attenuanti generiche. Per la sentenza bisognerà attendere questa mattina: il giudice andrà in camera di consiglio dopo le arringhe delle parti civili, l’udienza si apre alle nove e mezzo. Ma una cosa è certa fin d’ora: le conclusioni dell’accusa non promettono nulla di buono per il sacerdote accusato di una serie imprecisata di violenze sessuali compiute nell’arco di quasi trent’anni sui piccoli ospiti della comunità di Betania a Chinandega, in Nicaragua. Nel procedimento di Parma sono entrati solo i casi dal 1999 ad oggi, gli altri risultano prescritti. Ma agli atti del processo – a giudizio del pubblico ministero – c’è quanto basta a infliggere una di quelle pene che di norma si definiscono esemplari. Che arriverebbe – se il verdetto sarà in linea con le richieste dell’accusa – in una fase storica piuttosto critica per la Chiesa, attaccata da dossier su fenomeni di pedofilia in cui i protagonisti invariabili sarebbero sacerdoti. Per il pm Russo il quadro delle prove, le testimonianze raccolte fra i giovani ospiti della comunità nicaraguense non lasciano alcuno spazio ai dubbi sulla colpevolezza di don Dessì. Al contrario: «Si tratta – ha detto con enfasi il magistrato – di prove schiaccianti». Perchè i racconti coincidono, i dettagli delle violenze sono straordinariamente compatibili, ricorrono persino le frasi che il sacerdote di Vllamassargia amava pronunciare nei momenti in cui – per l’accusa – manifestava la parte peggiore di se stesso. Ecco quindi il missionario piu osannato del sudamerica che si presenta indossando un accappatoio rosso, sempre quello. Come se dovesse officiare un rito: i testimoni, ragazzi orfani, indigenti, abbandonati dalle famiglie in una situazione sociale subumana, dicono che don Marco li toccava, faceva cose che possono esere descritte solo in atti giudiziari. Loro provavano a ribellarsi, lui li redarguiva severamente: «Sono io che vi ho creato, voi non siete nulla e dovete fare quello che dico io, sono io che comando». E loro facevano, subivano, poi si confidavano tra di loro in un passaparola drammatico che verrà fuori completamente all’incidente probatorio chiesto dal pubblico ministero: «In una situazione di apertura massima al contradditorio fra le parti – ha detto l’accusa – i ragazzi hanno riferito situazioni al limite del drammatico, quello che hanno subito in quegli incontri e dopo, quando alcuni di loro hanno perso il posto di lavoro. Del clima intimidatorio in cui hanno dovuto vivere sulla scia di quei fatti terribili. E sono racconti che trovano puntuali riscontri quando si va a incrociare le testimonianze». Nella ricostruzione dell’accusa compaiono videocassette dal contenuto compromettente, i 1442 file contenuti nel computer del sacerdote, immagini pedopornografiche scaricate da chissà dove: «Sono tutte immagini di maschi – ha insistito il pubblico ministero – non è stata trovata la foto di una bambina…».

    Immagini pesanti, inquivocabili, compromettenti. Come se questo sant’uomo ricercato, sostenuto e ammirato dalle associazioni umanitarie di mezzo mondo fosse in realtà tutt’altro.

    D’accordo, le immagini. Ma sono credibili i sei giovani, oggi adulti, che lo accusano? Oppure ha fondamento la tesi del complotto, nato attorno al tentativo di impadronirsi di una struttura di assistenza diventata col tempo una splendida macchina da soldi? Per il pm sono credibili, lo conferma inoppugnabilmente la sequenza di perizie compiute su di loro, lo confermano gli elementi raccolti nelle fasi che hanno seguito la denuncia delle onlus che poi si costituiranno parte civile nel procedimento. Nelle carte dell’inchiesta c’è abbastanza per agganciare alla realtà la figura di questo prete un giorno Hyde e un giorno Jekyll. Capace di fare del bene e pronto a imporre il male. Come se in quella stessa tonaca convivessero personalità opposte, tenute insieme dall’esigenza di produrre denaro. Perchè quando le cose sembrano precipitare e don Marco Dessì è convinto di avere addosso gli occhi autorevoli del Vaticano ma non ancora quelli della magistratura, il filo delle telefonate intercettate per conto della procura di Parma riconduce invariabilmente a un obbiettivo: salvare il malloppo.

    Don Marco parla col suo alter ego di Chinandega Ludwig Vanegas e gli raccomanda di fare qualcosa, di trovare prestanome cui intestare il patrimonio della comunità e di muoversi ad ogni livello per corrompere persone che contano, che possano aiutarlo a levarsi dai guai in cui le circostanze lo stanno facendo precipitare lentamente: «Ci sono agli atti intercettazioni dal contenuto chiarissimo in cui emerge come don Marco Dessì abbia dato disposizioni di pagare fino a trentamila dollari per convincere testimoni di comodo a dargli una mano e perchè chi lo accusava ritrattasse». Non solo: «Il suo collaboratore a Chinandega aveva scritto lettere che altri ragazzi ospiti della comunità avrebbero dovuto firmare per scagionarlo». Qui, in queste conversazioni, emerge il don Dessì che nessuno conosceva. Avido di tutto, compresi i soldi. Nelle telefonate non si parla di abusi sessuali ma il tono dei ragionamenti – ha fatto capire il pubblico ministero – basta e avanza a definire il quadro psicologico del personaggio. Non un semplice missionario ma un imprenditore di dell’assistenza ossessionato da voglie proibite. Non un santo in terra ma un uomo con ogni debolezza terrena. Basta per condannarlo? Per l’accusa basta. E la pena sembra legata all’esigenza di dare un segno chiaro all’esterno: «Il processo penale che riguarda gli abusi sui minori – ha spiegato il pm Russo – serve anche a tutelare i bambini». Una pena di questa portata, se arriverà, è certamente destinata a far discutere.

    In apertura di udienza il giudice Spanò ha sentito la testimonianza di Luana Bellotti, una volontaria di Rock no war citata dalla difesa: avrebbe dovuto confermare che il computer di don Dessì, dove si trovavano le immagini pedopornografiche, era in realtà a disposizione di chiunque, nella comunità di Betania. La conferma non è arrivata: la teste ha riferito al giudice di aver visto all’opera, su quella tastiea, soltanto il sacerdote. Il gup ha ammesso la costituzione di parte civile per l’associazione Rock no war e il comune di Correggio, che insieme alla cagliaritana Solidando hanno a suo sempo presentato le prime denunce a Parma.(23 maggio 2007)

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio-lo…-anni/1619830/6

  • Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    21/02/2007 – Parma – Nel suo computer sarebbe stata trovata una galleria degli orrori PARMA. Il pubblico ministero di Parma, Lucia Russo, depositerà stamane l’atto di conclusione delle indagini per abusi sessuali a carico di don Marco Dessì, 59 anni, il missionario di Villamassargia – per molti anni in Centro America – arrestato il 4 dicembre scorso a Cagliari.

    Le accuse mosse al sacerdote sono di violenza sessuale su minori plurima, aggravata e continuata. La posizione di don Dessì si sarebbe ulteriormente aggravata con nuovi scabrosi particolari, sarebbero stati infatti ritrovati alcuni filmati inequivocabili. L’udienza preliminare potrebbe essere fissata ad aprile.

    Il caso del sacerdote, attualmente detenuto a Parma dopo che ai primi di gennaio era stata bocciata la richiesta di scarcerazione, era stato sollevato in settembre dall’associazione modenese ’Rock no war’.

    L’associazione, dopo un viaggio in Nicaragua di alcuni dirigenti, aveva presentato un esposto alla magistratura parmigiana assieme al Comune di Correggio (Reggio Emilia), alla onlus sarda ’Solidando’ e ad altri cittadini.
    Gli abusi – di cui‘Rock no war’ aveva raccolto testimonianze direttamente dalle presunte vittime – sarebbero stati commessi e protratti per anni non solo in Nicaragua, dove il religioso viveva e dove stava per ritornare quando fu arrestato con grande scalpore in Sardegna ma anche in altri Paesi dove andava ad esibirsi il coro ‘I bambini del Getsemani’, fondato nella sua missione di Chinandega proprio da don Dessì.

    Sei giovani nicaraguensi – di età tra i 7 e i 15 anni – che hanno parlato con gli inquirenti delle violenze subite, sono stati ospitati sotto protezione nel Reggiano. I ragazzi vorrebbero tornare nel loro paese, ma ci sarebbero problemi di sicurezza. Le violenze sessuali sarebbero andate avanti da 1983 sino a tempi recenti. Le hanno raccontate in aula a fine dicembre durante un incidente probatorio gli stessi ragazzi. Una drammatica deposizione che i piccoli hanno fatto nascosti da un separè e sotto l’assistenza di psicologi.

    Durante le indagini si è scoperto che il sacerdote aveva circa 1.400 foto pedopornografiche sul suo personal computer. Don Dessì, a quanto si è appreso, aveva anche tentato di cancellarle, ma gli esperti informatici della Procura sono riusciti a recuperarle. E ora si parla di filmini pedopornografici, tantissimi, al vaglio degli inquirenti. Tutte prove che domani saranno rese pubbliche con la chiusura delle indagini. Il religioso si difende sostenendo si essere vittima di una montatura per screditare lui e la chiesa cattolica in Nicaragua.

    Le organizzazioni che hanno denunciato il sacerdote, invece, sostengono che il Vaticano si è schierato a fianco dei ragazzini che sarebbero stati abusati e che la stessa chiesa nicaraguegna si sta attivando per aiutare le vittime della violenza. (repubblica)

    http://www.sabaudiain.it/notizia.php?id=1172044801

  • Asilo Sorelli. Assolti in Cassazione don Stefano Bertoni e altri imputati

    Asilo Sorelli. Assolti in Cassazione don Stefano Bertoni e altri imputati

    Processo alle maestre di Brescia
    Abusi all’asilo chiesti 20 anni

    Oltre 125 anni di carcere: è la somma delle pene richieste per otto imputati – sei maestre, un bidello e un sacerdote – sotto processo a Brescia da più di due anni perchè accusati di aver abusato di una ventina di bambini che frequentavano una scuola materna del centro città.
    I capi d’imputazione sono pesantissimi e comprendono anche l’associazione finalizzata alla produzione di materiale pedo-pornografico.
    A pronunciare la requisitoria, durata un’intera settimana no-stop, i titolari dell’indagine, i sostituti procuratori Roberta Licci e Paolo Guidi. Le richieste di pena vanno da un massimo di vent’anni, per una delle insegnanti, a un minimo di 9 anni e sei mesi, per il sacerdote.
    I fatti risalgono all’anno scolastico 2003. La sentenza, attesa per la primavera, sarà pronunciata dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, presieduta da Francesco Maddalo.
    Secondo l’accusa, i bambini sarebbero stati portati dalle maestre fuori dall’edificio per partecipare a feste mascherate in cui sarebbero stati violentati. Quando scoppiò lo scandalo nel 2003, la città si spaccò in due, tra innocentisti e garantisti. Non era la prima volta che Brescia si trovava al centro di episodi del genere. Nel novembre 2001, la scuola materna Abba finì al centro di indagini per pedofilia. Sul banco degli imputati un ausiliario, due bidelle e la coordinatrice scolastica; cinque i bambini coinvolti. Nel maggio 2003 altri episodi alòa Sorelli. Vengono arrestate due maestre. Una di loro lavorava nella prima scuola al tempo dello scandalo del 2001 ma non era stata coinvolta in nessun modo nell’inchiesta. L’altra, nel 1975 era finita al centro di una vecchia inchiesta per abusi e poi prosciolta. Nel giugno 2004 continua l’inchiesta sulla Sorelli e coinvolge altre 10 persone (4 maestre, 3 bidelli e 3 sacerdoti). Ma solo le 2 maestre arrestate vanno a processo, per il secondo troncone c’è un supplemento d’indagine. I bambini sono 23. Il processo alle due maestre, che intanto sono agli arresti domiciliari, parte nell’ottobre 2004. Ieri, a più di due anni di distanza, le pesanti richieste di pena.

    http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews….78-0641FC6F6813}

    Brescia: pedofilia in scuola materna, tutti assolti
    BRESCIA – Sono stati tutti assolti gli otto imputati accusati di abusi nei confronti di bambini di una scuola materna comunale di Brescia. La sentenza e’ stata letta questa mattina dal presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, Francesco Maddalo. A processo erano stati rinviati un bidello, un prete e sei maestre. Il pubblico ministero aveva chiesto fino a 20 anni di carcere. Dopo la sentenza, ci sono state scene di tensione da parte delle madri dei bambini coinvolti. (Agr)


    MAESTRE, PRETI E PEDOFILIA E BRESCIA SI SPACCA IN DUE
    L’INCHIESTA. Oggi la prima udienza di un processo che lacera la città. Le accuse dei genitori, l’imbarazzo della Curia.
    lunedì 18 ottobre 2004 , di la Repubblica

    zoom A A A Scrivi a Gaynews Invia ad un amico Stampa

    La parola ai giudici, ma accusa e difesa si scontrano

    da un anno in piazza a colpi di omelie e volantini

    dal nostro inviato DARIO OLIVERO

    BRESCIA – Via San Faustino attraversa come un fiume il centro storico di Brescia e lo divide in due. Da una parte, i palazzi che guardano verso il castello, la parte ricca. Dall’altra, il quartiere popolare del Carmine che qualcuno chiama “Carmen Street” per dargli un’aria da improbabile Bronx padano. La storia che ha lacerato Brescia incomincia qui, nella scuola materna vicino alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita che si affaccia sulla via. Il processo che si apre oggi ha come imputate due maestre d’asilo di 52 e 50 anni che devono difendersi dall’accusa di pedofilia. In particolare di aver agito da intermediarie tra uomini governati da istinti inconfessabili e i bambini che loro avevano in custodia.

    Sono stati i bambini a raccontarlo. Prima ai genitori, poi ai magistrati sotto il controllo costante degli psicologi. Ma il dibattimento è solo il primo troncone di un’inchiesta in cui sono indagate altre dieci persone per le quali non è stato ancora decisa l’archiviazione o il rinvio a giudizio: altre quattro maestre, tre bidelli e tre sacerdoti.

    UNA CITTA’ CHE VACILLA. Dodici persone in tutto che rappresentano in un colpo solo tutto quello che Brescia ha sempre portato come modello: il suo sistema educativo, le sue strutture sociali, la sua vocazione di cooperazione e solidarietà, la sua Chiesa che da quindici secoli ne costituisce l’anima istituzionale, politica e spirituale. Una macchina sociale che rischia di collassare per aver tradito i suoi figli. Per questo da più di un anno, da quando questo incubo collettivo è incominciato qualcosa nell’anima della città si è rotto. Difficile pensare che non sia successo nulla, impossibile pensare che sia successo qualcosa. Per questo un processo, il processo, c’è già stato. Ed è avvenuto sulla pubblica piazza. E per questo oggi sono in molti a non voler parlare di questa storia a voler spegnere i riflettori.

    LE PIAZZE CONTRAPPOSTE. Un processo che ha tanti protagonisti: parroci che si difendono dal pulpito, sacerdoti che conducono inchieste parallele, associazioni che denunciano l’esistenza di una grande rete criminale pedofila che ha un nodo a Brescia, fiaccolate di solidarietà per gli indagati, interventi del Garante della privacy e dell’Anm. In tutto questo 23 bambini (quelli del processo odierno sono nove) dai tre ai cinque anni e 21 famiglie sono finiti travolti da una storia troppo grande per loro. Genitori schiacciati tra spese legali e terapeutiche. Mariti che cercano lavoro in altre città, mogli che implorano i mariti di farlo.

    LE MAESTRE SOTTO ACCUSA. Mentre il processo incomincia si sta concludendo il primo grado di un altro dibattimento analogo che vede imputati per accuse di pedofilia quattro maestre, tre bidelli e una coordinatrice di un’altra scuola materna cittadina. Il precedente, oltre che inquietante, è importante perché le due insegnanti sotto processo oggi, lavorarono anche nella prima scuola. Per loro a settembre 2003 si aprono le porte del carcere. Ci resteranno dieci mesi prima di ottenere i domiciliari. Sono state tirate in ballo dalle parole dei bambini che raccontano di essere stati portati fuori dalla scuola e costretti a “giocare” con altri adulti e da questi fotografati. Con il passare delle settimane, sempre più bambini vengono ascoltati. E nei loro racconti emergono sempre più particolari. Altre persone finiscono sul registro degli indagati. Altre quattro insegnati, tre bidelli. E il livello dello scontro si alza quando tre sacerdoti vengono coinvolti nell’inchiesta.

    LA DIFESA PUBBLICA DEI SACERDOTI. Molti bresciani lo ricorderanno fin che vivranno quel 13 luglio del 2004, quando due parroci si difendono dal pulpito rendendo noto ai loro fedeli di aver ricevuto un avviso di garanzia. Molti bresciani ricorderanno che quel giorno ci fu un grande e lungo applauso di solidarietà a partire dai primi banchi dove sedeva il sindaco. E ricorderanno di aver pensato: come possono uomini con un passato e un presente di prima grandezza nel volontariato, negli oratori, nella vita della città essere anche lontanamente coinvolti in accuse così infamanti? “Non voglio essere ricordato come un prete pedofilo, perché non lo sono”, diceva il parroco di San Faustino invocando “una giustizia con le lettere maiuscole che a Brescia spero sia ancora di casa”. Da questo preciso momento Brescia, tutta Brescia, è costretta a schierarsi.

    LA CROCIATA. E c’è chi prende molto sul serio questo appello. Uno dei protagonisti del processo di piazza si chiama don Mario Neva, amico degli indagati, ma soprattutto assistente spirituale all’Università Cattolica e nello stesso tempo prete di frontiera che ha tolto le prostitute dalla strada. La sua crociata per difendere gli indagati passa dalle lettere ai giornali, all’organizzazione di fiaccolate di solidarietà al carcere dove sono rinchiuse le due maestre, alla mailing list che, a detta sua, raggiunge un migliaio di persone, alle interviste. “In questi mesi ho preparato un dossier – spiega – in cui ho ricostruito tutta la vicenda. Una contro-inchiesta. Il primo errore giudiziario è incominciato con il primo processo (quello alla prima scuola ndr). Non nego che ci siano preti pedofili, ma nego che ci siano qui a Brescia”. Ma allora come è potuto accadere? “Alcuni genitori hanno perso la testa, le perizie e gli incidenti probatori fatti sulle testimonianze dei bambini sono stati viziati da prestazioni psicologiche disastrose e qualche forza politica ha cercato di strumentalizzare la vicenda”. Don Neva ha ricevuto anche un richiamo del Garante della privacy per aver fatto pubblicamente i nomi dei genitori di alcuni bambini coinvolti. “Lo sapevo, ma intanto quando mi fermeranno avrò già comunque raggiunto il mio scopo”. Quale? “Dimostrare che a Brescia non è successo nulla, salvare la comunità da una ferita che non si sanerebbe neanche in una generazione”.

    LA CURIA. Don Neva è solo uno dei protagonisti in campo, ma è una presenza vistosa e battagliera. E’ prete di strada ma anche rappresentante di spicco della Chiesa bresciana. Alla domanda: lei non teme che la sua posizione crei imbarazzo alla curia? risponde: “Il mio demone buono, il mio demone socratico, quando ho incominciato una battaglia per la giustizia non mi ha detto fermati. E non me lo ha detto neanche il mio vescovo”. La curia si è espressa ufficialmente una volta sola ma in modo preciso e inequivocabile. Il vescovo, monsignor Sanguineti, ha respinto la richiesta di dimissioni dei tre sacerdoti e di altri che avevano fatto la stessa cosa per solidarietà verso gli indagati. E il vicario generale monsignor Francesco Beschi ha scritto una lunga lettera che i parroci hanno letto nel famoso discorso dal pulpito. Si incoraggia “l’accertamento della verità”, ma nella sostanza la Chiesa difende i suoi preti. “Pur nella massima comprensione per la grande sofferenza che affligge queste persone (le famiglie e i bambini ndr) – si legge nella lettera – il vescovo desidera comunicare alla vostra comunità parrocchiale la sua personale certezza morale relativamente all’innocenza dei suoi sacerdoti e pertanto li riconferma nel loro incarico, accompagnandoli con la sua paterna vicinanza”.

    CLIMA PESANTE. Come la curia, anche le altre istituzioni cercano di tenersi a una distanza siderale dalle urla che si sentono in piazza. O almeno ci provano. Il sindaco (clicca qui per l’intervista) si appella continuamente alla ragione e difende il modello educativo bresciano ma ammette che, “sia in caso di innocenza che di colpevolezza, di fatti accertati o di suggestione collettiva, è chiaro che a Brescia abbiamo un problema serio”. In Procura il silenzio sulla vicenda è blindato. Anche perché gli avvocati difensori non hanno mai nascosto di voler far trasferire il processo in quanto il clima in città non consentirebbe un dibattimento sereno. Un’ipotesi, questa, guardata con terrore, oltre che dai magistrati, anche dai genitori che sarebbero costretti a subire fatiche processuali, fisiche ed economiche aggiuntive. Interviene anche l’Associazione nazionale magistrati per far notare che “ripetere in ogni sede che il clima non è sereno significa semplicemente adoperarsi perché non lo sia”.

    “CACCIA ALLE STREGHE”. Certo il clima proprio sereno non è. Un altro protagonista della vicenda è uno dei bersagli di Don Neva: l’associazione contro la pedofilia Prometeo e il suo responsabile, Massimiliano Frassi. Il gruppo si occupa della vicenda da un anno quando ormai i magistrati hanno già raccolto i racconti dei bambini. Con quale titolo Prometeo viene a Brescia? “Per aiutare i genitori, per ascoltarli, aiutarli a sfogare la rabbia”, dice Frassi. Non tutte le famiglie sono d’accordo ad appoggiarsi a Prometeo. Frassi dice cose difficili da sentire come: “Esiste una casistica di pedofilia fatta da predatori con la complicità di persone a contatto con i bambini”, “A Brescia è in atto un’operazione per far passare i racconti dei bambini come non attendibili”, “Qui c’è un clima da caccia alle streghe contro chi difende le famiglie e invece chi difende i presunti colpevoli viene ascoltato”. Facile, date queste premesse, che la tensione raggiunga le stelle quando Frassi si muove. Come quando all’uscita di un convegno, regolarmente attaccato da Don Neva, un uomo accusa Frassi di averlo colpito con un pugno.

    LE FAMIGLIE. E arriviamo all’ultimo anello della storia, le famiglie, l’anello debole. E’ gente di ogni classe sociale perché la scuola materna è un mappamondo geografico e sociale. Alcuni di loro sono credenti, altri cattolici praticanti o attivi nella vita sociale della chiesa bresciana. Per alcuni la chiesa è tutto, per altri nulla. Alcuni sono benestanti, altri meno. Hanno bambini in terapia. Hanno un disperato bisogno di silenzio e nello stesso tempo di non sentirsi soli. Vorrebbero svegliarsi da quelle poche notti che non passano insonni come i loro figli e scoprire che è stato solo un brutto sogno. Che i loro bambini sono vittima di una spaventosa allucinazione collettiva ma comunque meno spaventosa di questa realtà. Che nessuno a cui avevano affidato i loro figli ha tradito la loro fiducia. Che continueranno a vivere nella città in cui hanno scelto di vivere. Che quelle urla che si sentono venire dalla città nella piccola stanza in cui alcuni di loro tante volte si sono riuniti non li riguardano. Che i processi si fanno in tribunale.

  • Reggio Calabria. Atti sessuali con 13enne, sacerdote arrestato

    Reggio Calabria. Atti sessuali con 13enne, sacerdote arrestato

    La ragazzina dipendeva emotivamente da lui. Ora è agli arresti domiciliari.

    La polizia postale di Reggio Calabria ha fermato un prete di 70 anni accusato anche di avere commesso azioni oscene in luogo pubblico

    REGGIO CALABRIA – La polizia postale del compartimento di Reggio Calabria ha arrestato un sacerdote di 70 anni, accusato di aver compiuto atti sessuali con una tredicenne ed atti osceni in luogo pubblico.

    Il provvedimento di custodia cautelare nei confronti del religioso, a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari, è stato emesso dal Gip presso il tribunale reggino su richiesta del pubblico ministero Giovanni Musarò.

    TABULATI SOTTO ESAME – I primi elementi all’indagine, che è durata diversi mesi, sono giunti dall’esame dei tabulati telefonici, da cui sono risultate decine di comunicazioni giornaliere tra il sacerdote ed una sua giovanissima parrocchiana. Le successive intercettazioni telefoniche e ambientali hanno consentito di accertare gli incontri tra i due, che comunque non avrebbero portato alla consumazione di un vero e proprio rapporto sessuale.

    TELEFONATE ESPLICITE – La svolta al lavoro della polizia postale si è avuta in seguito al trasferimento in un’altra parrocchia del sacerdote, che sarebbe così stato costretto ad utilizzare un linguaggio molto più esplicito per telefono. L’attività investigativa ha consentito di acclarare la totale dipendenza emotiva della minorenne nei confronti del religioso.

    16 gennaio 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/01_Gennaio/16/sacerdote.shtml

  • Chi è quest’altro prete pedofilo recidivo?

    Chi è quest’altro prete pedofilo recidivo?

    Roma, 8 gen,  (Adnkronos) – Rischio di rinvio a giudizio per un sacerdote C.D.M. di 56 anni accusato di abusi sessuali su due minorenni che gli erano stati affidati ”per ragioni di educazione e vigilanza”.

    Il pubblico ministero, Nunzia D’Elia, ha infatti concluso l’inchiesta riguardante il religioso depositando gli atti. All’imputato si contesta di aver approfittato dello stato di salute di un bambino a lui affidato perche’ disturbato nell’apprendimento toccandolo in piu’ occasioni. Il fatto accadde nel giugno scorso. Al sacerdote inoltre si contesta di aver nel maggio scorso compiuto atti sessuali su un altro minore che era stato a lui affidato durante un soggiorno a Ventotene.

    Entro 20 giorni i difensori del sacerdote dovranno sollecitare l’attivita’ istruttoria da parte del pubblico ministero o depositare atti dopodiche’ il pm D’Elia presentera’ al gup De Angelis che ha concesso al religioso gli arresti domiciliari la sua richiesta di rinvio a giudizio.

    “Palpeggiava i dodicenni”, ora rischia il processo Pedofilia – Sta per chiudersi l’istruttoria sul 58enne sacerdote che prestava servizio nella chiesa della Madonna di Czestochowa, alla ‘Rustica’. Da novembre è ai domiciliari. Oltre 10 anni fa era già stato condannato per abusi

    Roma, 8 gennaio 2007 – Chiesa e pedofilia: un terribile binomio che torna sotto i riflettori. Già condannato piu’ di dieci anni fa per abusi sessuali su minorenni, un sacerdote di origine siciliana rischia adesso di finire sotto processo per ulteriori due episodi dello stesso tipo commessi tra l’ aprile e il maggio dello scorso anno.

    Nei confronti di A.D., 58 anni, parroco nella chiesa della Madonna di Czestochowa di localita’ ‘La Rustica’, a Roma, e insegnante di religione alla scuola media capitolina ‘Salvo D’Acquisto’, infatti, il pm di Roma Nunzia D’ Elia, ha depositato gli atti di indagine e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per l’accusa di atti sessuali con minorenni.

    Due gli episodi che si contestano al sacerdote e per i quali l’uomo nel novembre scorso era finito in carcere, per poi finire agli arresti domiciliari qualche giorno dopo nel convento dell’Ordine dei Monaci Benedettini Silvestrini di Bassano Romano. Il primo accertato dagli investigatori e’ dell’ aprile del 2006. Secondo l’ accusa, in quella occasione A.D. avrebbe indotto un suo allievo di dodici anni a subire palpeggiamenti nell’ oratorio della chiesa nella quale prestava servizio. Il mese successivo, invece, gli atti sessuali sarebbero stati compiuti su un dodicenne durante un ‘campo-scuola’ trascorso nell’ isola di Ventotene.

    L’ inchiesta della procura capitolina e’ stata avviata in seguito a una denuncia presentata dai genitori del bambino molestato nell’ oratorio. Sarebbe stato lo stesso dodicenne a raccontare di aver saputo che ci sarebbero stati altri episodi simili a quello che lo aveva visto vittima. Secondo quanto si e’ appreso, il sacerdote fin da subito smenti’ tutte le circostanze che gli venivano contesatate, salvo poi correggere il tiro ammettendo le sue responsabilità, anche se limitandole nella portata.

  • Don Dessì, qualcuno sapeva da 15 anni

    Don Dessì, qualcuno sapeva da 15 anni

    Il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, il cardinale Obando y Bravo, la Polizia locale, il Nunzio apostolico, l’ambasciatore del paese centramericano in Italia: sarebbero questi gli appoggi su cui contava, o quantomeno su cui diceva di poter contare don Marco Dessì, il sacerdote sardo arrestato il 4 dicembre con l’accusa di aver violentato almeno 6 minori ospiti della sua missione di Chinandega, in Nicaragua.

    Un esposto presentato il 28 settembre scorso alla Procura di Parma dal Comune di Correggio e dalle associazioni Rock No War e Solidando ha fatto scattare le indagini. Nella nostra provincia don Dessì era venuto parecchie volte – l’ultima nel luglio scorso – per raccogliere fondi.

    Il prete è in carcere a Parma e, attraverso il suo difensore Pier Luigi Concas, continua a proclamarsi innocente e a respingere tutte le accuse. Ma gli elementi a suo carico raccolti dal pubblico ministero Lucia Russo sembrano molto forti. Le dichiarazioni dei minori che sostengono di essere stati violentati da Don Dessì – e che attualmente vivono in Emilia sotto protezione – disegnano un quadro agghiacciante. Feroci abusi sessuali che coinvolgerebbero un numero enorme di bambini, iniziati almeno nel 1989 e protrattisi fino a pochi mesi fa, con casi di ragazzini violentati sistematicamente dall’età di 8 anni per un periodo anche di 6-7 anni.

    Dalle intercettazioni disposte dalla Procura di Parma sul telefono e sulla posta elettronica di don Dessì nello scorso mese di novembre emerge che il sacerdote era convinto di poter contare sulla protezione delle massime autorità politiche e religiose del Nicaragua, rispetto alle quali aveva accesso diretto. Mai, in quelle telefonate, il prete si dice amareggiato per le accuse ingiuste rivolte contro di lui. Si preoccupa invece di far ritrattare chi lo accusa offrendogli soldi, oppure organizzandone l’incriminazione da parte della Polizia sulla base di prove false. O di far intestare i propri beni a una rete di prestanome per sottrarli al sequestro. O ancora di come eludere le disposizioni della S. Sede, che gli aveva ordinato di lasciare il Nicaragua e di ritirarsi in un luogo di preghiera in Italia, minacciandolo di scomunica.
    Ma dalle testimonianze raccolte dalla Procura emerge anche un fatto a dir poco sconcertante. Nell’agosto del 1991 un operatore italiano della missione di don Dessì apprese delle violenze e, nonostante fosse stato pesantemente minacciato, al suo ritorno in patria ne informò i vertici dell’ordine a cui appartiene il sacerdote, il ‘Gesù divino operaio’. In seguito a quella denuncia, don Dessì fu richiamato dal Nicaragua per un periodo di preghiera in Italia. Ma pochi mesi dopo ritornò alla guida della missione, fra i bambini, per altri 15 anni.

    Gabriele Franzini

  • Per il Nicaragua è una sorta di complotto.

    Per il Nicaragua è una sorta di complotto.

    Dall’Unione Sarda di oggi

    Per il Nicaragua è una sorta di complotto. La notizia dell’indagine della magistratura italiana non era ancora ufficiale, ma circa un mese e mezzo fa alcuni organi di stampa del Centroamerica hanno dato notizia del coinvolgimento di padre Marco Dessì nella vicenda di pedofilia per la quale da lunedì scorso, si trova in carcere

    La petizione. Lo spunto a trattare l’argomento è stato dato da una petizione organizzata da un gruppo di nicaraguensi che, elogiando l’operato del missionario sardo in favore delle persone più bisognose, hanno fatto riferimento a una sorta di congiura organizzata nei suoi confronti per screditarlo.

    Calunnie a danno di un uomo che nel Paese del Centroamerica viene visto come un benefattore, quasi un santo per l’impegno trentennale profuso nella missione di Betania. Ma un complotto ordito da chi? Chi potrebbe avere avuto interesse a spingere i bambini a raccontare delle presunte violenze subite prima ai volontari di Rock no war di Modena e Solidando di Cagliari, poi agli investigatori italiani?

    Il vescovo Miglio. Se segnalazioni ci furono è certo che non sono mai arrivate alla Diocesi di Iglesias, cui appartiene Villamassargia il paese d’origine di padre Dessì. Né l’attuale vescovo monsignor Tarcisio Pillolla, né monsignor Arrigo Miglio che guidava la Diocesi fino al ’98, hanno mai sentito alcuna lamentela sull’operato del missionario. Al telefono da Ivrea, monsignor Miglio conferma: «Non ho mai sentito nulla né di questo fatto né di altro. Padre Marco è incardinato in Nicaragua, appartiene al Clero del luogo e con noi non aveva rapporti di alcun tipo. Peraltro non l’ho mai conosciuto di persona: né lui è venuto da me quando ero vescovo di Iglesias, né io sono mai andato nella missione del Nicaragua».

    Ma, secondo i firmatari della denuncia, le prime segnalazioni sul comportamento di padre Marco sarebbero state fatte già agli inizi degli anni ’90 alle autorità del Nicaragua e a quelle ecclesiastiche.

    Rock no war, Solidando e il Comune di Correggio (che in passato aveva sostenuto le iniziative portate avanti da padre Marco), contemporaneamente alla presentazione dell’esposto in Procura, hanno segnalato ufficialmente il caso alla Congregazione per la dottrina della fede, un organismo che vigila sul comportamento dei sacerdoti ed, eventualmente dovrà decidere se ci sono gli estremi per avviare un procedimento nei confronti del religioso.


    http://espresso.repubblica.it/dettaglio-lo…filia/1451507/6

    Trovato in casa il biglietto per il Nicaragua: il magistrato conferma l’arresto del religioso
    Stava per fuggire il prete accusato di pedofilia
    Mariagrazia Marilotti e Erminio Ariu
    Indagato per altri reati anche il suo commercialista: riciclaggio di denaro e truffa CAGLIARI. Aveva già organizzato la fuga ma prima che potesse metterla in atto sono arrivati i carabinieri della compagnia di Cagliari e lo hanno portato a Buoncammino da dove è stato poi trasferito nel carcere di Parma. Ha una sfilza di accuse che pesano come macigni padre Marco Dessì, il religioso originario di Villamassargia arrestato in casa della sorella per pedofilia.
    Ieri mattina il pubblico ministero, Lucia Russo, ha convalidato l’ordinanza di custodia cautelare con lo scopo di impedire al prete di reiterare il reato di violenza sessuale su minori e di inquinare le prove. Il missionario sarà sentito nei prossimi giorni, in carcere, dal sostituto procuratore della repubblica che conduce le indagini alla presenza dell’avvocato di fiducia, Pier Luigi Concas.
    I militari durante la perquisizione in casa gli hanno trovato i biglietti aerei: destinazione Managua via Milano con un volo delle 9,30 della stessa mattinata. Padre Marco, religioso della congregazione Divino Gesù operaio e fondatore di una comunità per piccoli bambini abbandonati in Nicaragua era tornato nell’isola da poco più di una settimana. Sapeva che la sua libertà aveva i giorni contati. Anche la Chiesa lo aveva invitato esplicitamente a tornare in Italia e ritirarsi in convento. Forse aveva affrontato questo viaggio per salutare i suoi familiari e magari salvare la faccia ai loro occhi, ma soprattutto per curare e alleviare le sofferenze causate da un tumore ai polmoni. Se per il religioso le imputazioni vanno dalla violenza sessuale continuata su ragazzini di età fra i sei e i 12 anni i suoi guai con la giustizia potrebbero non fermarsi qui.
    Oltre alle accuse di pedofilia i magistrati stanno indagando su altre ipotesi di reato in concorso con altre due persone di nazionalità straniera: il suo commercialista in Nicaragua e una terza persona, forse un componente della comunità di Chinandega che risultano indagate per reati che vanno dal riciclaggio di denaro alla truffa all’appropriazione di immobili e tentativi di corruzione di testimoni. A mettere nei guai il prete sono una marea di testimonianze: sono una ventina i ragazzi che avrebbero subito e raccontato quanto il prete li costringeva a fare. Ma non solo. A quanto pare otto di questi ragazzi ora diventati più grandi hanno raccontato di violenze che risalgono alla metà degli anni ’80. Ad aggravare una situazione già pesantissima il religioso avrebbe tentato con la complicità del commercialista di corrompere le piccole vittime delle violenze offrendo loro dai 30 ai 40 mila dollari in cambio della ritrattazione o del silenzio. E in certi casi minacciando di ucciderli se avessero rifiutato. Gli squallidi giochi erotici padre Marco li praticava, secondo le accuse, in Nicaragua con alcuni bambini, orfani e trovatelli, ospiti della sua comunità. Ma anche in occasione di alcune feste e meeting che organizzava in giro per il mondo, tra cui Houston nel Texas, dove raccoglieva fondi per mandare avanti la comunità, ma che secondo i movimenti di denaro accertati dagli inquirenti andavano a finire nei suoi conti privati, alimentando i cospicui conti bancari e patrimoni immobiliari: case, terreni, auto, tv al plasma. Ancora da accertare il racconto di un ragazzino nicaraguense ospitato a Villamassargia per le vacanze e poi violentato dal religioso con la complicità di un amico di nazionalità straniera.
    In Sardegna l’arresto di don Marco Dessì ha avuto effetti devastanti nelle persone che da vari anni e a vario titolo hanno collaborato con il missionario per raccogliere fondi per la missione di Chinandega. Anche gli abitanti del comune di Correggio non credono alle accuse mosse al missionario. In questi anni l’ammnistrazione comunale del centro di Reggio Emilia aveva stanziato oltre 700 mila euro per la realizzazione di alcuni progetti regolarmente realizzati. In quella missione padre Dessì è riuscito a sfamare ogni giorno oltre 800 bambini, a costruire un ospedale ed un efficientisimo centro dialisi, scuole professionali e servizi sociali di eccezionale efficienza.
    I membri dell’associazione Rock No War gli è stata vicina fino a settembre quando sono arrivate le prime segnalazioni e i primi gravissimi sospetti.(07 dicembre 2006)

    mercoledì 06 dicembre 2006, ore 19.44
    “Le vittime sono tantissime”
    Lo hanno arrestato mentre, contrariamente al monito del Vaticano, stava lasciando l’Italia per tornare in Nicaragua. Ne sono convinti gli inquirenti che indagano sugli abusi che avrebbe commesso Don Marco Dessì su diversi ragazzini del paese del centro america. Quegli stessi bambini che vivevano tra i rifiuti, nelle discariche, e che con la sua missione diceva di voler salvare.
    Al momento sono sei i ragazzi, oggi maggiorenni, che hanno denunciato le attenzioni sessuali avvenute nella seconda metà degli anni ottanta. Il sacerdote si dice innocente e c’è chi considera la vicenda una montatura organizzata contro Dessì perchè considerato una persona pericolosa nel contrasto della criminalità locale. L’esposto alla magistratura è stato inoltrato alla procura di Parma dall’avvocato reggiano Marco Scarpati. Dopo l’arresto, avvenuto in Sardegna, don Marco Dessì è stato trasferito nel carcere di Parma dove nelle prossime ore verrà ascoltato dal pubblico ministero Lucia Russo.
    ‘Sembra che questi abusi durassero da parecchi anni e che abbiano coinvolto decine e decine di persone – dice il Procuratore capo di Parma Gerardo Laguardia. – Don Dessì è un personaggio potente in Nicaragua, ha agganci ad altissimo livello e ha tentato di condizionare le parti lese offrendo loro dei soldi’.
    Sono tante le associazioni e gli enti reggiani che in questi anni hanno sostenuto le iniziative benefiche di Don Marco Dessì. Perchè il missionario era più volte stato nella nostra provincia per raccogliere fondi a favore dei bambini nicaraguensi. Oggi quelle stesse persone che lo hanno aiutato sono sconvolte dalle accuse che vengono mosse al sacerdote. Saranno le indagini a fare luce sulla vicenda. Nell’attesa, don Marco Dessì resterà in carcere, troppo forte il pericolo di fuga o, peggio, di reiterazione del reato.

  • “Le vittime sono tantissime”

    “Le vittime sono tantissime”

    mercoledì 06 dicembre 2006, ore 19.44
    “Le vittime sono tantissime”

    Lo hanno arrestato mentre, contrariamente al monito del Vaticano, stava lasciando l’Italia per tornare in Nicaragua. Ne sono convinti gli inquirenti che indagano sugli abusi che avrebbe commesso Don Marco Dessì su diversi ragazzini del paese del centro america. Quegli stessi bambini che vivevano tra i rifiuti, nelle discariche, e che con la sua missione diceva di voler salvare.

    Al momento sono sei i ragazzi, oggi maggiorenni, che hanno denunciato le attenzioni sessuali avvenute nella seconda metà degli anni ottanta. Il sacerdote si dice innocente e c’è chi considera la vicenda una montatura organizzata contro Dessì perchè considerato una persona pericolosa nel contrasto della criminalità locale. L’esposto alla magistratura è stato inoltrato alla procura di Parma dall’avvocato reggiano Marco Scarpati. Dopo l’arresto, avvenuto in Sardegna, don Marco Dessì è stato trasferito nel carcere di Parma dove nelle prossime ore verrà ascoltato dal pubblico ministero Lucia Russo.
    ‘Sembra che questi abusi durassero da parecchi anni e che abbiano coinvolto decine e decine di persone – dice il Procuratore capo di Parma Gerardo Laguardia. – Don Dessì è un personaggio potente in Nicaragua, ha agganci ad altissimo livello e ha tentato di condizionare le parti lese offrendo loro dei soldi’.
    Sono tante le associazioni e gli enti reggiani che in questi anni hanno sostenuto le iniziative benefiche di Don Marco Dessì. Perchè il missionario era più volte stato nella nostra provincia per raccogliere fondi a favore dei bambini nicaraguensi. Oggi quelle stesse persone che lo hanno aiutato sono sconvolte dalle accuse che vengono mosse al sacerdote. Saranno le indagini a fare luce sulla vicenda. Nell’attesa, don Marco Dessì resterà in carcere, troppo forte il pericolo di fuga o, peggio, di reiterazione del reato.

  • Vaticano/ Torna libero il prete accusato di pedofilia a Roma

    Vaticano/ Torna libero il prete accusato di pedofilia a Roma

    E’ tornato in libertà don Domenico Repice, il collaboratore parrocchiale della chiesa di San Giustino a Roma, finito agli arresti domiciliari il 6 novembre scorso con l’accusa di aver compiuto atti sessuali con minori d’eta inferiore ai 14 anni.

    A darne notizia, con un comunicato, è il difensore del religioso, l’avvocato Anselmo de Cataldo, il quale riferisce che il tribunale del Riesame della Capitale ha oggi annullato la suddetta ordinanza di custodia.

    “Questo – aggiunge il penalista – rappresenta il primo importante passo verso l’accertamento definitivo dell’assoluta estraneità di don Domenico Repice ai fatti in contestazione”. Nell’ambito dell’inchiesta, denominata ‘Fiori nel fango 2’, il gip del tribunale di Roma Maria Teresa Covatta, aveva emesso 32 ordinanze di custodia cautelare, su richiesta del pubblico ministero Mirella Cervadoro e del procuratore aggiunto Maria Cordova. Secondo chi indaga, vittime degli abusi sarebbero 10 bambini tra i 12 e i 13 anni, tutti di etnia rom.

    http://www.affaritaliani.it/cronache/pretepedofilo2011.html